Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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30-12-2019
Nuovo racconto di Padre Aldo

Cronache minori

I miei cinquant'anni di sacerdote

Sto aspettando da un anno il 21 dicembre, perché in quel giorno fui consacrato sacerdote dal cardinal Poma, nella mia parrocchia di San Carlo a Bologna. Il 21 dicembre di quest'anno, 2019, si completeranno i cinquanta anni. È una data che aspetto e preparo. Mi sentii incoraggiato interiormente a farne una specie di anno santo personale e privato, per far convergere pensieri, letture, orazione e vita vissuta verso questa celebrazione.

Questa ispirazione mi fece bene e fu fonte per ricevere grazie, anche se piccole ai miei occhi interiori, addirittura quasi invisibili a me stesso. Però avevo coscienza che erano grazie reali.

Arrivammo così a questo dicembre. Fu un mese molto movimentato con numerosi viaggi, su e giù per il Mozambico, per partecipare alle campagne di riparazione di fistole ostetriche. Fino all'ultima settimana non ero sicuro di poter celebrare il cinquantesimo a Quelimane. Quando, dieci giorni prima della data, fu chiaro che mi sarei trovato a Quelimane, si fece una piccola riunione di famiglia nella mia comunità dehoniana, per decidere come celebrare il tanto atteso giorno. Una celebrazione piccola e in famiglia, con messa in casa nostra e con la presenza di alcuni invitati, confratelli, sacerdoti, alcune suore della nostra parrocchia e qualche persona amica. Il 21 dicembre sarebbe stato un sabato e ciò facilitava ogni cosa: sarei tornato presto dall'ospedale in modo che alle undici e trenta si potesse concelebrare la messa e dopo fare il pranzo di festa.

Io, però avevo un intimo desiderio: festeggiare l'anniversario anche in prigione, coi carcerati con i quali celebro l'eucarestia quasi tutte le domeniche dell'anno. Le date dei viaggi di lavoro si sistemarono da sole: avrei detto messa in prigione nella domenica precedente il 21 dicembre.

Avrei informato i prigionieri all'inizio della Messa. Volevo fare una piccola sorpresa, per mantenere il clima di una ricorrenza familiare, senza pompa. Anche la liturgia si adattava bene: era la terza domenica d'Avvento caratterizzata da letture di letizia che commentavano i segni della presenza del Messia tanto atteso: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto".

Mi svegliai molto presto e meditai le letture in camera, prima di scendere in cappella per le lodi. Portai giù la borsa con il necessario per la messa, ed ebbi tutto il tempo per preparare il vino e l'acqua nelle due boccette; poi controllai le ostie e ne aggiunsi due o tre di quelle grandi, che usa il celebrante, per poterne dare parte agli accoliti e ai lettori. Tutto bene. Chiusi la borsa e preparai il breviario per recitare le lodi col padre Toller. Un po' prima delle sette mezzo arrivarono i due giovani, Timoteo e Casimiro, che sempre mi accompagnano alla messa in prigione.

Arrivammo al carcere accolti con grande gentilezza e rispetto come sempre.
E, come sempre c'è una preparazione. Per prima cosa il rosario, guidato da un gruppo di prigionieri che lo recitano tre volte alla settimana in comune nella loro cella. Poi le preghiere del mattino, in comune, in piedi, cantate; alla fine il tradizionale “musselo", che si potrebbe tradurre come: “sediamoci per dirci come stiamo".

Dirige il responsabile della comunità, invitando a parlare i rappresentanti di ogni ala o dormitorio della prigione. Per ultimo: “Invitiamo il nostro Reverendo a parlare"

Cominciai subito dicendo che, il sabato dopo questa domenica, sarebbe stato per me un grande giorno, perché avrei celebrato il cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Tutti scoppiarono in un grande applauso di felicitazioni e di soddisfazione perché, in fondo era uno della loro comunità, che faceva i cinquant'anni di sacerdote.

Mi ritirai con gli accoliti e i lettori in una stanza accanto alla tettoia che funziona come cappella, per vestire i paramenti.

La Messa cominciò solenne con canti, come sempre.
Poi le letture e l'omelia, in cui cercai di manifestare la mia gratitudine a Dio che mi aveva chiamato. Poi il credo e la preghiera dei fedeli.

Era il momento dell'offertorio. Aprimmo la borsa per prendere il calice, col vino e l'acqua, poi l'accolito cercò nella borsa il recipiente delle ostie grandi e piccole.

Non c'era! Incredibile. Quando avevo riempito il recipiente con le ostie non l'avevo messo nella borsa. Un silenzio imbarazzato e doloroso percorse l'assemblea. Il calice e il vino c'erano. Mancavano le ostie, cioè il pane. Senza il pane non si sarebbe potuta celebrare l'eucarestia. Un accolito andò nel piccolo spaccio della prigione dove spesso vendono pani. Tornò desolato: il commesso non era venuto.

Che fare? Non mi era mai successo di presiedere una liturgia della parola senza celebrare l'eucarestia, dato che il sacerdote ero io e stavo presente. Ma senza il pane il mio sacerdozio non era sufficiente…
Questo accadeva proprio nella celebrazione festiva della mia ordinazione!

Non poteva essere successo per caso. Il Signore voleva che capissi forse qualcosa a cui non avevo mai pensato. Non potevo comprenderlo a caldo. Consolai i fedeli presenti, dicendo che avremmo continuato leggendo la preghiera eucaristica, ma senza poterla realizzare nel mistero. Solo in spirito! Al termine cantammo il Padre nostro e poi ci scambiammo il segno della pace. Feci sedere tutti per fare il ringraziamento con la preghiera di silenzio, come facciamo sempre dopo la comunione. Era stata una comunione spirituale, ma certamente era stata reale.

Poi canto di ringraziamento e benedizione finale.
Fu questa la mia celebrazione del cinquantesimo di sacerdozio. Accadde in prigione, forse l'unico posto dove i fedeli non avevano pretese di sentirsi protagonisti; davanti e in mezzo ad una comunità dove si era abituati a “rimanere senza" e a sottomettersi in silenzio alle contrarietà che frustrano le aspettative di possibili gioie della vita.

Ma anche l'unica comunità capace colla sua semplice fede senza pretese, di rendere possibile, con la sola sua presenza, la celebrazione di un cinquantesimo di messa senza il pane. Il mio essere sacerdote si era rivelato non sufficiente per celebrate il “Mistero". La mia persona era, in fondo, appena una componente, anche se piena di gratitudine e di contentezza per il dono ricevuto!
Sì questo è vero, ci sono cose che solo i poveri possono capire!

Quelimane, 27 dicembre, festa di San Giovani apostolo.


Aldo

Clicca qui per ascoltare l'audio con gli auguri di Padre Aldo, che come sempre, ha aggiunto al suo saluto anche informazioni sulla situazione sociale ed economica del Mozambico.
20-12-2019
Celebrazione del 50° anno di sacerdozio di P.Aldo



20-12-2019
Padre Aldo ci ha inviato i suoi auguri per le imminenti festività


Clicca qui per ascoltare l'audio con gli auguri di Padre Aldo, che come sempre, ha aggiunto al suo saluto anche informazioni sulla situazione sociale ed economica del Mozambico.
15-12-2019
Riceviamo da Padre Aldo


Carissimi,
ormai sono molti giorni che non mi faccio vivo, preso dal susseguirsi ininterrotto di micro urgenze che si accavallano, non lasciando spazio per le cose programmate. Oggi ho un'occasione d'oro con questo viaggio a Maputo. Mi sarei dovuto trovare già in cammino verso Lichinga nel nord del Mozambico, per l’ennesima campagna di fistole, ma tutti noi del mondo delle fistole siamo stati chiamati a Maputo per un incontro nazionale di due giorni: lunedì 16 e martedì 17 dicembre, rompendo ogni programma.
Sono partito oggi alle 14:25 e sono arrivato alla 16:10. Fino a domani alle otto sono libero. Ho pensato così di ricominciare a portarmi dietro il computer, come facevo precedentemente in ogni viaggio, sperando sempre di trovare un po’ di tempo per sedermi e scrivere: cosa che però negli ultimi tempi non accadeva mai!Quindi avevo deciso di alleggerire i miei bagagli, portando con me solo il cellulare, che, veramente, anche senza saperlo usare a sufficienza, "ad omnia utilis est"!

Orbene, oggi è domenica, sono fuori sede, senza interruzioni per visite, ed ho tempo libero fino all'ora di cena. Una seconda occasione l'avrò, forse, mercoledì in mattinata, prima di prendere l'aereo alle 12 per Quelimane. Dico forse, perché all'aeroporto ho trovato un'antica paziente, affezionatissima, che mi ha raggiunto nell'attesa bagagli e ha voluto sapere dove avrei alloggiato, per venire a parlare con me mercoledì, prima di andare all'aeroporto ...

Dunque, di salute fisica, sto bene, ma mi manca la tranquillità di poter contare su ore in cui sia libero da interruzioni ed imprevisti.

La prima notizia che vi voglio dare è che il prossimo sabato 21 dicembre compirò 50 anni di ordinazione sacerdotale. Un festeggiamento solenne l'ho già fatto, quando passai da Bologna nei giorni della Madonna di San Luca. Però mancavano ancora sei mesi alla data esatta!
Sono tuttavia riuscito a programmare una celebrazione molto domestica e senza esteriori solennità, che mi imbarazzerebbero.
Tornerò dall'ospedale per tempo, per poter celebrare la messa con qualche padre, qualche suora e alcuni amici in casa nostra, alle undici e mezzo, seguita da un pranzo conviviale.

Negli ultimi tempi ho viaggiato molto per campagne di fistole: Mocuba, Milange, Pemba, Nampula, Gurúè, di nuovo Nampula, e ho evitato per un pelo di andare a Lichinga.
Le campagne mi piacciono, perché si operano molte donne, ci si ritrova tra vecchi amici, chirurghi di fistole, e si vive intensamente, con orari forzati, che in certo modo gratificano un inconfessato gusto di "eroicità", con quelle ore prolungate di sedute operatorie e di ritorni a casa quando tutti hanno già finito di cenare.

Un'altra caratteristica degli ultimi mesi è stata quella della mancanza di materiale: sono mancate le garze, poi le siringhe, poi i guanti, i cateteri vescicali, le sacche collettrici di urina, le lame di bisturi, i deflussori delle flebo, (causa il blocco in dogana di tutti i pacchi spediti dal CFS, per questioni burocratiche di lana caprina . nota r.d ) e per ultimo l'ossigeno per operare. Noi funzioniamo con cilindri di ossigeno, che dovevamo continuamente portare all'ospedale centrale per farceli riempire. Da due mesi abbondanti l'apparecchio di produzione dell'ossigeno dell'ospedale centrale si è avariato. Dovevamo andare allora tutte le settimane a Nacala (800km) per farcele riempire dalla MOGAS, la fabbrica mozambicana dell'ossigeno.
La fabbrica di Nacala ha avuto un grande incendio tre settimane fa, e quindi ora bisogna andare a Beira, che dista solo 650 km, ma ha una strada molto rovinata.

Nel frattempo si sta avvicinando il Natale, anche se qui non ci sono luminarie, regali, e tutto quel clima esteriore di festa che si respira in modo speciale nelle città.
Abbiamo però la fede e la gioia dello spirito per rallegrarci della nascita di Gesù bambino e tutti i cristiani sono in festa, anche se solo interiore.

Per oggi finisco qui, sperando di poter comunicare ancora.
A tutti comincio a mandare gli auguri di Natale e Anno Nuovo e cercherò di mandare un Buon Natale alla voce per tutti gli amici raggiungibili.
Un caro saluto!



Aldo
19-11-2019
Riceviamo da Maria Teresa Marchesini


Carissimi,
dopo tanto tempo padre Aldo ha ripreso a scrivere dei piccoli racconti che ha intitolato "Cronache minori".
Eccovi il primo, che mi è giunto due giorni fa, nonostante sia stato scritto il 1° novembre: ma impegnato in una serie delle sue tante campagne di fistole vescico vaginali (attualmente è al Guruè, dopo essere stato a Beira e Nampula, dove ha sperimentato con successo alcune operazioni innovative, molto lunghe e complesse, circa 4 ore ciascuna, con la deviazione degli ureteri nel retto per sanare situazioni di incontinenza inoperabili nel modo tradizionale ) aveva dimenticato di spedirmelo.
Ve lo accludo sperando che lo leggiate volentieri, in attesa dei successivi, e vi auguro buon avvento.
Mts

P.S. Come potrete constatare leggendo, finalmente padre Aldo è entrato in possesso dei suoi apparecchi acustici.

Cronache minori

1 Brito

Sono tornato a casa stanco, oggi, giovedì. Salgo in camera dopo il pranzo e ho solo trenta minuti liberi per poter dormire un po’: sono ormai le tre del pomeriggio. Mi stendo sopra il letto e mi accorgo di avere negli orecchi gli apparecchi acustici. In posizione supina danno un po’ fastidio e allora mi alzo e me li tolgo. Cadono di colpo i suoni che mi riempiono le orecchie, rumori di fondo, suoni senza un messaggio che gli apparecchi, amplificatori ignari, fanno diventar grandi ed alla fine infastidiscono. Ripongo il primo apparecchio nella scatolina e poi il secondo. I rumori della strada, che prima parevano prodotti in camera, tornano al loro posto, lontani, sussurrati. I miei piedi non fanno più rumore sul pavimento, cammino silenzioso, recupero inconsapevolmente una sensazione di privacy e di relax. Sì, in questo nuovo contesto, anche il poco tempo che ho per dormire si trasforma in un’offerta umile e gradita.
Mi addormento quasi di colpo, ma riesco ad accorgermi che il mondo del silenzio, ha un sapore, una sapienza, che rimane nascosta al mondo del rumore. Nella vita di tutti i giorni ci dev’essere, anche lì, una verità minore, vissuta da persone minori.
Il viaggio di ritorno in macchina, dall’ospedale, l’ho fatto insieme ad una persona, che sotto qualsiasi punto di vista si relaziona come minore. È, ai miei occhi. come l’immagine, la icona, del povero. Si chiama Brito, ha 28 anni, è disoccupato, ha tre figli ed è vedovo. Ha nel sangue il virus dell’AIDS, e recentemente, nei polmoni, il bacillo di Koch. Sta facendo con molto impegno le due terapie. Ha un portamento, oserei dire, solenne e riservato. Parla con grande gentilezza, con un tono di voce sommesso e parole pronunciate lentamente, intervallate da respiri di riposo. Mi ha fatto vedere la radiografia dei polmoni, che gli hanno fatto ieri nel reparto di medicina dov’era ricoverato. Ha un infiltrato nel polmone sinistro, vicino all’immagine del cuore. L’ho tranquillizzato dicendogli che è un’immagine dei polmoni con tubercolosi, di cui sta facendo la terapia che deve durare sette mesi. La cura di questa forma dà buon risultato, ma bisogna essere fedeli al trattamento per tutti i mesi previsti.
Gli chiedo se la tosse è aumentata. Mi risponde di no. Ha tuttavia notato che deve parlare spaziando di più le parole. Però, mi dice, che più che per via dei polmoni, deve allungare gli spazi tra le parole per prendere forza. Gli manca energia e mi confida che la causa è, innanzi tutto, la fame. A volte passa un giorno intero senza riuscire a mangiare.
Mi ricordo di averlo già ascoltato un mese o due fa in ospedale. Era sfinito. Chiedeva, come aiuto, un po’ di soldi per poter rivendere foglie nel mercato. Là molte persone vanno a comprare foglie, perché le foglie verdi, cotte, sono l’alimento più a buon mercato da accompagnare alla polenta di mais. È l’ultima risorsa dei poveri. Questo piccolo lavoro, di sedere al mercato, si sentiva di farlo con le forze di cui poteva disporre.
Lo accompagnai a casa per presentarlo a padre Sandro, che era l’incaricato di aiutare i poveri.
Quando lo vide, magro e senza energia vitale, lo aiutò con un po’ di soldi del programma per il piccolo commercio. Brito se ne partì molto soddisfatto.
Gli chiedo se il commercio avesse migliorato le sue condizioni di vita. Mi confida, senza reticenze, che la metà del denaro lo aveva impiegato per pagare gli arretrati di cinque mesi di affitto della capanna, ed il resto lo aveva speso per comprare qualche indumento per vestire i tre figli e provvedere da mangiare: una latta di mais e un sacco di carbone vegetale per cuocere i cibi. Non aveva iniziato nessuna attività, perché le spese urgenti non avevano lasciato nulla per comprare le foglie da rivendere al mercato.
Ora voleva venire a casa con me, per parlare con padre Sandro per essere iscritto nella lista degli indigenti che ricevono mille meticais ogni mese (circa 15 euro).
Il padre Sandro era uscito per una commissione urgente, ma sarebbe rientrato di lì a poco tempo.
Lo faccio sedere sulle sedie di vimini con i braccioli, che si trovano sotto la veranda, dal lato del refettorio di casa nostra.
Gli dico che può aspettare lì, che il padre Sandro non sarebbe tardato.
Lo lascio lì, mentre vado a mangiare. Ma quando varco la soglia del refettorio mi vergogno di me stesso, per non essermi ricordato in tempo di chiedergli se voleva mangiare anche lui.
Torno indietro. Accetta volentieri e lo presento alla cuoca Giacinta, perché prepari un buon piatto anche per lui. Lo saluto ed entro per mangiare. Salgo in camera per un breve riposo.
Quando suona la sveglia mi alzo e mi ricordo di lui. Vado giù a vedere, ed incontro il padre Sandro che sta parlando con varie persone. Il mio compagno di viaggio non c’è più.
“Padre Sandro, hai parlato con Brito, che ti aspettava?”
“Sì ,sì, gli ho detto di venire domani che è il giorno della distribuzione”.
Mi spiace di non averlo più trovato seduto sulle sedie, ma sono soddisfatto, perché ogni mese potrà ricevere, anche lui, per lo meno, un piccolo aiuto.

Quelimane, 1 di Novembre 2019



Aldo
29-9-2019

Chirurghi, anestesisti, strumentisti e circolanti. Insieme abbiamo operato 40 pazienti da domenica a venerdì.
A Pemba 22-27 Settembre 2019


Padre Aldo con il suo staff


il gruppo delle pazienti
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Presso il Banco di Sardegna
Si prega di aggiungere nella causale il proprio indirizzo a cui inviare la ricevuta per gli sgravi fiscali
Adozioni a distanza
ad oggi le adozioni confermate negli orfanotrofi di Quelimane, Gurue e Lioma, sono
166
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( modificato in data 31-12-2019)
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