Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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9-9-2021
In occasione del suo 80° compleanno. Padre Aldo ci invia questo messaggio


Saluto agli amici per gli 80 anni in arrivo

Cari Amici, desidero inviarvi questo saluto perché tra pochi giorni, il 10 settembre, compirò 80 anni.
Vorrei narrare qui piccoli ricordi per aiutare a capire le varie curve della mia vita, che mi hanno portato ad essere sacerdote, missionario, medico e chirurgo.
Cominciai a sentire la vocazione al sacerdozio alla fine del liceo. Quando ne parlai coi miei genitori, mio babbo mi disse che loro, lui e la mamma, avrebbero accettato volentieri, ma che ero ancora troppo giovane per fare una scelta così impegnativa. Mi chiese di frequentare un anno di università, per allargare un po' la conoscenza della vita e valutare altre possibilità. Potevo scegliere la facoltà che preferivo. Alla fine dell'anno avrei potuto scegliere liberamente se continuare gli studi o entrare al noviziato.
Scelsi medicina e questo studio mi appassionò, ma quando terminai l'anno capii che la voce del Signore era più forte e così abbandonai la medicina per entrare nella vita religiosa. Entrai nella congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, che avevo conosciuto negli ultimi anni del liceo. A quel tempo non era possibile essere medico e sacerdote allo stesso tempo.
Verso la fine dell'anno di noviziato venne a parlare con me il Superiore Provinciale, che mi disse che era parso bene che continuassi a studiare medicina, e così era anche già stata chiesta l'autorizzazione a Roma. Dopo il noviziato, perciò, continuai a studiare medicina e mi laureai nel luglio del1966. A partire da ottobre cominciai la teologia nello Studentato delle Missioni di Bologna e fui ordinato sacerdote nel dicembre del 1969. Durante quegli anni avevo presentato la domanda per essere missionario e fui destinato al Mozambico, perché in quella missione il vescovo della nostra diocesi desiderava aprire un ospedale missionario. Negli ultimi mesi del '69 passò da Bologna il comboniano padre e medico Giuseppe Ambrosoli, che tenne una conferenza all'università, per raccontare il suo lavoro in Uganda. L'andai a sentire e la vista delle tante diapositive del suo ospedale di Kalongo mi entusiasmò. Quando terminò, andai a parlare e a presentarmi come medico ed imminente sacerdote e missionario in Mozambico, per chiedergli un consiglio. Mi disse che, se avessi dedicato la mia attività missionaria prevalentemente, come lui, alla medicina, avrei subito scoperto che avrei dovuto avere sempre com me un chirurgo. Mi disse, anche, che sarebbe stato molto difficile e che la cosa migliore era che imparassi io ad operare, come aveva fatto lui. “Se vuoi venire a Kalongo nel mio ospedale – soggiunse – vedrai che imparerai molte cose.”
I miei superiori ne furono ben contenti ed io passai un anno indimenticabile col padre Ambrosoli in Uganda. Al mio ritorno andai a Lisbona per studiare medicina Tropicale, perché era necessario per poter lavorare come medico nelle colonie di oltremare del Portogallo. Anche quello fu un anno bellissimo. Dopo aver finito, dato che il visto per il Mozambico tardava, andai ad aspettarlo lavorando di nuovo in Uganda, in un ospedale vicino a Kalongo che era rimasto provvisoriamente senza dottori. Nel 1974 ci fu il colpo di Stato in Portogallo e la nuova gestione decise di dare subito l'indipendenza alle colonie. Pochi mesi dopo ricevetti il visto e arrivai, definitivamente, in Mozambico nel novembre del 1974, nel periodo di transizione da Colonia a Stato indipendente. Il Governatore della provincia della Zambesia mi disse che dopo l'indipendenza tutta la Sanità e l'Educazione sarebbero state dello Stato e non sarebbe stato possibile fondare un ospedale privato della missione. Tuttavia mi invitava a lavorare negli ospedali del governo. Il vescovo e i superiori furono favorevoli e così nel dicembre del 1974 firmai il contratto nel Servizio Nazionale di Salute.
Iniziai a lavorare a Quelimane e dopo un mese fui trasferito all'ospedale di Mocuba dove vissi l'indimenticabile notte del passaggio del Mozambico da colonia a Stato indipendente. Qui rimasi un anno e mezzo e dopo fui inviato nella provincia di Tete per lavorare nell'ospedale di Songo dove c'era la diga di Cahora Bassa. Rimasi quattro anni lì e poi chiesi il trasferimento per la provincia della Zambesia, dove vivevano tutti i miei confratelli. Mi fu concesso, e così tornai a Quelimane alla fine d'agosto del 1981, dove, pochi giorni dopo, compii quarant'anni. Da allora sono sempre rimasto a Quelimane. Adesso, in questi stessi giorni, sto per compiere gli ottanta! Dal 1982 al 1992 vissi l'esperienza di un paese in guerra civile con molti feriti, molte amputazioni di gambe distrutte da mine anti uomo, molte difficoltà di rifornimenti e di trasporti.

Dopo la fine della guerra si aprì l'occasione di frequentare come sacerdote il carcere di Quelimane. Per molti anni mi fu possibile celebrare la messa ogni domenica al gruppo dei cattolici reclusi e, dopo, passare un'ora ad attendere malati di ogni fede nell'infermeria della prigione. Fu un'esperienza che mi arricchì molto e mi fece conoscere un'umanità che non è accessibile alla maggior parte della gente.

Sempre negli anni dopo la fine della guerra, aumentò molto la richiesta di trattare le donne che perdevano urina dopo un parto complicato. La testa del feto rimane bloccata nel canale del parto e comprime i tessuti della vagina e della vescica contro le ossa del bacino, provocando la formazione di fistole da dove esce continuamente urina, giorno e notte. Questa complicazione può guarire solo con una operazione. Per divulgare l'apprendimento di questa chirurgia si motiplicarono a livello nazionale campagne di correzine di fistole negli ospedali provinciali, per operare in una settimana tra quaranta e cinquanta pazienti, al ritmo di dieci ore al giorno, convocando una decina di chirurghi tra apprendisti e insegnanti. Questa attività fu ostacolata dall'apparire della pandemia del Covid-19, tuttavia in Mozambico ci sono già almeno una ventina di chirurghi capaci di operare una fistola vescico vaginale, sparsi nelle varie provincie.
All'inizio di quest'anno anch'io sono stato infettato dal covid in modo serio, e mi ha lasciato molto indebolito, ma sto recuperando un po' alla volta coll'aiuto della fisioterapia.

Guardando indietro negli anni ringrazio il Signore che mi ha messo in una posizione di dover praticare, per necessità, molti campi della medicina, dalla chirugia alla maternità, alla ortopedia, alla pediatria alla ginecologia e così via.
Ho potuto constatare che nella vita c'è molta più soddisfazione e felicità nel poter aiutare che nell'essere aiutato, la qual cosa permette ad entrambi, aiutante ed aiutato, di volersi sinceramente bene!




11-7-2021
Lunedì 12-7 ore 9
Lezione magistrale di Padre Aldo all'Università Licungo di Quelimane




Aldo comunica che la lezione sarà visibile in tutto il mondo sui seguenti links:
Youtube
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24-6-2021
Un nuovo racconto di Aldo appena ricevuto

Clicca sul link seguente per scaricare il racconto in formato PDF

La difficile esperienza di Padre Aldo nella sua malattia coronavirus

24-6-2021
Un nuovo racconto di Aldo appena ricevuto

Clicca sul link seguente per scaricare il racconto in formato PDF

La difficile esperienza di Padre Aldo nella sua malattia coronavirus

21-5-2021
Un nuovo racconto di Aldo
Quelimane quotidiana 4

L'incontenibile Martinho

Sono ancora convalescente del covid-19 ed esco solo per passeggiare tranquillamente nel giardinetto attorno a casa. Sto scrivendo al computer in camera mia, situata a pianterreno, quando sento battere alla finestra e chiamare: "Dottor Marchesini, Dottor Marchesini".
"Ahimé! È Martinho!"- penso tra me. "Dottor Marchesini, per favore sono qui nel vostro terreno. Faccia il favore di uscire per parlare con me." So già che, se non esco, resterà a battere alla finestra e a chiamarmi per almeno mezz'ora. Lo trovo a discutere col signor Donato, piuttosto animatamente. Appena mi vede mi corre incontro.
"Dottor Marchesini io sono malato" - e tira fuori la scatola per il trattamento dell'HIV- "Faccio la medicazione ma quella pastiglia è molto forte. Senza mangiare non si può resistere. Poi sono stato anche operato all'idrocele"- e ,se non lo fermo in tempo, si tira giù i calzoni!- "Poi ho anche questa tumefazione qui nel polso. Questa è stata la polizia, quella volta che mi accusarono di aver rubato" "Va bene , Martinho, ma sono cose tutte antiche. Cosa vieni a fare oggi?"
"Così malato come sono , adesso che sta cominciando il tempo fresco, non posso restare solo con la camicia. Ho bisogno di un maglione."
"Un maglione? Uhm, chissà se ne avremo uno in casa? Aspetta qui. Vado a vedere. Se ne trovo uno te lo porto, ma se non lo trovo non lo porto."
Mentre mi avvio per entrare, mi viene in mente che l'anno scorso un'anziana signora, rimasta vedova, era venuta a portarci una valigia con molti vestiti, restati nell'armadio dopo la morte del marito, dicendo: " Li consegno a voi, che potrete sempre trovare chi ne ha bisogno."
Avevo già aperto la valigia una volta o due ed avevo distribuito un paio di calzoni, una camicia ed una giacca. Ritrovo la valigia e la apro. Comincio a tirar fuori i vestiti e sono fortunato: trovo una casacca pesante, di color verde con la lampo davanti ed il bavero che si può tirar su fino al mento. "Questa gli piacerà di sicuro. Potrà fare l'elegantone!"
Ritorno da Martinho, che appena la vede fa un grande sorriso e se la infila immediatamente. Anche la misura è giusta. "Grazie dottore, questa va proprio bene! Ma ho anche un'altra malattia. Ho perso la vista di un occhio dopo l'operazione di cataratta e la dottoressa mi ha raccomandato di proteggere l'altro occhio. Le chiedo un paio di occhiali da sole."
A dire il vero, Martinho aveva ricevuto una ricetta per un occhiale con graduazione di +1,0. Dopo molte insistenze aveva convinto il padre Sandro a pagargli il paio d'occhiali dall'ottico. Li aveva usati per un mese o due e poi erano spariti. Secondo i giorni, diceva che li aveva persi, oppure che glieli avevano rubati.
Cominciò allora a chiedermi occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla polvere e dal vento. Me ne avevano mandati alcuni dall'Italia e gliene detti un esemplare. Tornò dopo due mesi , per chiederne un altro paio perché erano molto belli e nel mercato glieli avevano rubati. Ogni tanto tornava con una scusa nuova per farsene dare un altro paio. In meno di un anno esaurii la scorta. Cessò così quest'abitudine.
"Martinho, ricominciamo con la storia degli occhiali da sole?"
"Come le ho detto, ho molte malattie e adesso, coll'arrivo del freddo, devo protegge almeno l'unico occhio buono."
"Vado a vedere se ce ne fosse rimasto uno."
Difatti uno ce n'era senz'altro perché avevo fatto un po' di pulizia nel ripostiglio della farmacia ed erano comparsi due o tre molto vecchi e impolverati. Li avevo portati nel bagno e lavati e asciugati. Ce n'era uno ancora presentabile, anzi, direi, piuttosto bello. Aveva le lenti marron chiaro e la montatura colorata. Come li vide mi corse incontro e se li infilò.
"Questi sì che valgono la pena! Grazie, dottore!"
Mi mostra una sporta al margine di un'aiuola.
"L'ho riempita di bottiglie vecchie per andare a venderle al mercato. Sono proprio contento. Ho deciso di cambiar vita. Voglio ritirare il certificato di battesimo che feci in prigione due anni fa col dottore. Sono già stato nella parrocchia della cattedrale, ma là mi hanno detto che ci vogliono venti meticais per pagare il certificato e devo tornare con la data del battesimo, per poter trovare il mio nome facilmente. Il dottore non si ricorda la data?"
"Non mi ricordo il giorno, ma nella prigione devono avere il registro. Siamo fortunati che il direttore del carcere ha ricominciato ad autorizzare le messe domenicali dopo un anno di sospensione per il covid-19.
Telefono a Timoteo che accompagna il padre Sandro, che mi sostituisce durante la mia convalescenza, per sapere se hanno il registro dei battesimi."
Detto, fatto. Timoteo risponde che hanno il registro e che Martinho può venire alla prigione per le otto di domenica per ricevere un bigliettino con la data.
Riferisco a Martinho che rimane contento e mi saluta per aver esaudite tutte le sue richieste. Ci salutiamo ed esce dal cancello.
Passa mezz'ora e la cuoca viene a chiamarmi. C'era Martinho ancora una volta nel prato di casa. Aveva in mano un sacchetto di nailon nero, che usano al mercato.
"Mi scusi, dottore, ma non ho più farina. Sto prendendo molte medicine e a digiuno non ci riesco. Potrebbe mettermi nel sacchetto qualcosa da mangiare?"

Quelimane, 21 maggio 2021







Alcune foto con i poveri che ricevono 1000 meticais/mese. Sono 290 e tutti volevano salutarmi dopo il mio ritorno a casa dall'ospedale
Aldo


20-1-2021
Due nuovi racconti di Aldo
Quelimane quotidiana (3)

Santo Stefano in ospedale


Mi chiedono in comunità se anche domani, festa di Santo Stefano, andrò in ospedale.
"Certo – rispondo – abbiamo alcune malate operate di recente che devono essere osservate tutti i giorni. E poi ci sono sempre persone che vengono a chiedere di essere visitate per «favore speciale»".
Anche se Santo Stefano è fra Natale e domenica, in comunità celebriamo le lodi e la messa al mattino presto
Mi alzo con la speranza che all'uscita dal cancello non ci sia la solita ressa delle persone che vengono a presentare richieste di ogni tipo. Oggi devo mettere il diesel nel serbatoio e vorrei avere il campo libero. Non incontro ressa, ma una coppia di genitori insiste perché li lasci salire in macchina colla loro ultima figlia di un anno e mezzo. Il motivo è che piange molto per il mal di pancia e la frequente diarrea.
Arrivo al distributore di benzina e l'unica pompa libera da lavori in corso è occupata da un signore che sta riempiendo e firmando documenti.
Mentre aspetto che il cliente davanti finisca, i due coniugi mi vogliono convincere che la figlioletta sta male e che deve fare l'ecografia per scoprire la malattia che l'affligge. Penso che è meglio accontentarli subito, per poter cominciare al più presto ad osservare i pazienti internati. L'ecografia è vicino all'entrata dell'ospedale e, quando apro la porta, scopro con un certo piacere, che l'apparecchio di aria condizionata era rimasto acceso tutta la notte. Passare dal caldo torrido esterno al fresco dei 18 gradi della sala di ecografia dà un senso di benessere che oltre che al corpo, fa bene anche allo spirito!
Quando la piccola capisce che deve stendersi sul letto e vede la sonda dell'ecografo, comincia a gridare e ad agitarsi con urla di paura. Impossibile ottenere collaborazione. Allora la mamma si stende lei sul lettino e adagia la figlia sul suo addome in posizione supina, identica a quella sua. Questo messaggio è inteso dalla figlia che si calma sufficientemente. Continuano le grida altissime ma cessano quasi del tutto il tirare calci e il divincolarsi. Anche il papà collabora per tenerla ferma. Mi colpisce la pazienza con cui i genitori trovano la soluzione per permettere di fare la ecografia. L'esame corre abbastanza facilmente e riesco a controllare gli organi essenziali: fegato, vie biliari, vena porta, ilo epatico, aorta, vena cava, reni , milza, vescica e accertare l'assenza di patologia come tumori o ascite. I genitori assistono estatici e l'ecografia si conclude con l'assicurazione che la figlia ha tutti gli organi addominali in perfetto stato e quindi le loro paure sono scoperte infondate. Ancora una volta mi rendo conto del grande potere psicosomatico di questo esame, che poi completo, come è mio costume, con una relazione scritta dei risultati dell'ecografia. Mestre scrivo leggo ad alta voce le parole della relazione, che poi firmo; alla fine mi alzo per cercare il timbro nella tasca dei calzoni e timbro sotto i loro occhi il documento. Sembra poco, ma un timbro ben dato offre una garanzia che toglie ogni dubbio o discussione.
Arrivo con mezz'ora di ritardo al reparto di chirurgia e subito vado ad osservare le pazienti recentemente operate, insieme ai miei colleghi.
Subito dopo, l'inserviente che sostituisce il portiere mi presenta sua cugina che sanguina per il retto ed è preoccupatissima. La faccio aspettare alcuni minuti, finché si liberi la sala di osservazione. Mentre aspettiamo, arriva una coppia che porta una bimba di due mesi con un ascesso delle parti molli del collo. La osservo e noto che l'ascesso presenta una buona fluttuazione ed è pronto per essere drenato. Informo il papà che lo possiamo aprire nel reparto.

Visito la signora del sanguinamento rettale, ma non presenta nessun segnale di allarme; il retto è libero, senza tumori, ragadi o fistole perianali. Il dito che ha esplorato il retto esce col guanto pulito, senza sangue.
Tranquillizzo la paziente spiegando che per il momento non presenta allarme. Se l'emorragia si ripetesse, vedremo quali indagini si potranno fare a Quelimane.
Entra la piccola dell'ascesso e mentre prepariamo il necessario, il papà mi dice che ci siamo già conosciuti quando lui aveva 19 anni e l'operai di appendicite. Lo ringrazio per avermi ricordato il fatto: è sempre bello ricordare il motivo che ci fece conoscere.
Un po' di anestesia locale e un colpo di bisturi e subito l'ascesso si svuota, con soddisfazione di tutti! Un'altra signora vuole entrare per essere visitata, perché le duole il muscolo pettorale sinistro quando alza il braccio o solleva un peso. La osservo e le faccio compiere movimenti opportuni. Mi sembra una semplice mialgia. Le dico che abbiamo a disposizione solo ibuprofene e paracetamolo. "ibuprofene l'ho già usato ma non mi ha guarito".
"Se vuole, le potrei prescrivere diclofenac, ma deve comprarlo nella farmacia privata."
"Non ho i soldi necessari".
"Mi scusi, quando ha preso ibuprofene?"
"Tre o quattro mesi fa."
"Non c'è altra scelta che riprovare. Le aggiungo anche paracetamolo insieme."
Si convince a mala pena, ma accetta la ricetta.
Subito dopo entra un'altra signora con micosi interdigitale nei piedi. Le dico che il farmaco che si usa è clotrimazolo crema. L'informo che non so se ce n'è in farmacia dell'ospedale.
"Mi aspetti qui che vado a sentire in farmacia." Torno con la notizia che è finita. Le dico che lo può comprare nella farmacia privata, ma che costa molto più dei cinque meticais delle ricette della farmacia dell'ospedale. Alla fine accetta: è meglio avere in mano la ricetta, perché i soldi potranno apparire. Questa fila che non finisce mai comincia a stancarmi, ma cerco di usare la pazienza fino alla fine. Ne arrivano altre tre e poi mi cambio in fretta, perché vorrei arrivare a casa per mangiare con i confratelli, cosa che durante la settimana non avviene mai.
Vado alla macchina con la solita fila delle donne sedute alla sua ombra, per chiedere sempre qualcosa.
Per fortuna riesco a limitare a brevi parole il discorso e monto in macchina, facendo cenno di non salire per evitare che mi riempiano le orecchie di lamentele e di richieste durante il tragitto verso casa.
Inaspettatamente non insistono e mi lasciano chiudere la porta, senza che loro aprano le altre tre.
Mi incammino verso casa, soddisfatto, per essere riuscito ad accontentare tutte le persone in tempo per arrivare per il pranzo. Giro l'angolo e un vigile mi fa fermare per mostrare la patente ed il libretto. Esco dalla macchina. "La patente ce l'ho nella tasca dei pantaloni e gliela mostro subito, ma devo aprire l'altra porta per il libretto. Esamina la patente. Tutto a posto. Mi raggiunge dall'altro lato e mi dice "Non occorre che mi mostri il libretto. Ho visto il suo nome e le dico che anch'io mi chiamo come lei: Marquezinho. Fu lei a darmi il nome, perché il parto di mia mamma era complicato e lei la operò e nascemmo due gemelli: io e mia sorella. Mia mamma volle che io mi chiamassi come lei, Marquezinho, per riconoscenza per il felice esito del parto. Sono passati più di vent'anni ed oggi sono contento, per aver finalmente incontrato la persona che mi ha dato il nome che porto!"

Quelimane, 26/12/2020



Quelimane quotidiana (2)

Arriva Natale


Mi trovo a Nampula a operare pazienti con fistole vescico vaginali post parto. Molti casi sono difficili: spesso occorrono alcune ore per una sola. Lascio sempre il telefono in silenzio senza vibrazioni: non mi va di avere distrazioni, da gente che mi chiama, mentre sono concentrato nei micro particolari di una fistola difficile. Ho la lampada frontale accesa, che mi illumina il ristretto campo operatorio. Ci vedo che è una meraviglia, ma il campo visivo è ristretto a soli dieci centimetri e spesso anche meno. Operare una fistola difficile ha un effetto singolare su di me: i dieci centimetri del campo visivo restringono l'attenzione a quella dimensione e riducono anche la coscienza, intesa come consapevolezza del mio io, a quella stessa dimensione. Non mi sento ristretto o diminuito, mi sento che in quel piccolo spazio c'è il mio io tutto intero!
Alla fine delle operazioni apro la memoria delle chiamate non attese e i messaggi inviati. Ce n'è uno insistente che viene dalla "vedova di Jovito". Jovito era un ragazzo che avevamo aiutato per parecchi anni, sempre perseguitato da varie sventure, finché un pomeriggio tornò a casa di corsa dall'ombrellone dove vendeva ricariche del telefono.
"Sto male!- disse alla moglie- prendo un taxi di bicicletta per l'ospedale". Un'ora dopo il ricovero morì di malaria. La moglie stava ancora allattando il secondo figlio. Dopo il funerale la vedova ricevette piccoli aiuti per riuscire ad andare avanti. Il contenuto dei molti sms dice: "Per Natale voglio battezzare l'ultimo figlio. Chiedo aiuto per comprare stoffa bianca per il vestito del battesimo."
A causa del covid-19 i battesimi dei figli più piccoli saranno anticipati quest'anno alla domenica 20 dicembre. Come faccio ad aiutarla qui da Nampula? Mando copia dell'sms a padre Sandro che gestisce gli aiuti ai poveri. Mi risponde dicendo di informarla di andare da lui all'inizio della settimana per ritirare un aiuto.
Appena torno a Quelimane un'altra famiglia viene a chiedere soccorso per comprare panno bianco. Non c'è nessuna raccomandazione nelle parrocchie per portare i bambini vestiti di bianco. Ho un bel da dire ai genitori che per il battesimo non ci vuole nessun vestito speciale, ma nessuno riesce a capirlo, neppure i più poveri.
Il lunedì riprendo il lavoro in ospedale a Quelimane. Ho in programma una grande operazione. Cerco di non lasciarmi fermare da nessuno nel breve percorso dal reparto di chirurgia alla sala operatoria. Ma appena volto l'angolo vedo una vecchia conoscenza, in piedi davanti alla porta d'ingresso. È un uomo del circondario di Quelimane, in lista di attesa per una bicicletta, per poter fare il tassista di bici. Mi dice di essere stato invitato per andare alla celebrazione del battesimo di un suo nipote.
"Vede padre, ho solo questi vestiti che indosso e sono rammendati e vecchi. Potrebbe vedere se mi trova un paio di calzoni e una camicia? Non posso andare vestito così ad un battesimo."
"Lei è molto magro. Ho ricevuto abiti da una signora a cui morì il marito. Bisogna che vada a vedere se ci sono calzoni non troppo larghi. Per la camicia non c'è problema. Ne ricevetti una in regalo, tempo fa, ma per me era troppo stretta. È ancora nuova e le andrà bene."
"Posso venire con lei a casa sua quando esce dall'ospedale?"
"Non è possibile, bisogna che cerchi e prepari e mi occorre tempo. Faccio un sacchetto e lo porto domani con me nella borsa.

Dopo l'operazione torno in reparto e mi viene incontro il tecnico di amministrazione Mulaleia con il foglio degli stipendi per tre inservienti che la congregazione paga da molti anni, perché non avevano certi requisiti necessari per poter rimanere nel Servizio nazionale di salute ed avrebbero dovuto essere licenziati. Il foglio in questo mese è uscito in anticipo perché devono ricevere i soldi per tempo, prima della settimana che precede il Natale.
Il Natale è molto sentito, anche da chi non è cristiano. Negli altri anni c'era il "Natale dei malati", "il Natale dei carcerati", "il Natale degli scolari", e così via. Quest'anno, con le restrizioni per il Covid-19, tutte le aggregazioni e le celebrazioni sono sospese. La celebrazione del battesimo nella parrocchia della Sagrada Família, tuttavia è permessa, perché avviene all'aperto, con maschera per tutti, misurazione della temperatura a tutti, prima di accedere alla grande tettoia della messa. Le mani sono igienizzate con alcool ed i posti nei banchi sono segnalati con un metro e mezzo d'intervallo. Ogni partecipante deve lasciare il suo nome, indirizzo e numero di telefono, per poter essere rintracciato e testato col tampone nasale, nel caso che uno de partecipanti diventi positivo nei giorni seguenti.
Nessuna luminaria per le strade, nessun addobbo nei negozi , nessun segno di festa sociale visibile, quest'anno. Però, per lo meno i battesimi dei bimbi nati nell'ultimo anno, questo sì, lo si può e lo si vuole celebrare! E celebrare con tutta la solennità che il vero Natale di Gesù esige!


Quelimane, 19 dicembre 2020



17-11-2020
Nuovo racconto di Padre Aldo

Quelimane quotidiana . 1

Torno a casa dall’ospedale abbastanza presto, verso le tre del pomeriggio. È un po' tardi se si vuole, ma in compenso ho pranzato nella mensa del blocco operatorio. Oggi c'era una "minestra di legumi", che è un nome generico, usato anche quando non ci sono legumi. Lo si dà a tutte le minestre in cui non ci sono fagioli, ma un fondo di varie verdure più o meno amalgamate e triturate. È una minestra pastosa, non brodosa, che, di fatto, non è un gran che, specie quando non è ben calda. Tuttavia gode di un gran prestigio tra i lavoratori del blocco operatorio. Io, più di un terzo non riesco a mangiarne, e offro i due terzi sempre come un dono molto gradito a chi è al punto giusto per poterla mangiare. La pietanza, invece, era proprio buona, riso bianco più una tigella di fagioli caldi e saporiti, impreziositi da foglie di cavolo ed altre verdure con un "molho" a base di fagioli borlotti, cotti al punto giusto con un po di cipolla e aglio.

In casa mi sta aspettando il tecnico Antonio, per accompagnarmi a visitare una paziente in condizioni preoccupanti, "con la pancia molto grossa e le gambe gonfie". Mi chiedo cosa potrà essere e, immaginando una causa di insufficienza cardiaca, prendo con me lo stetoscopio e l'apparecchio automatico della pressione.
"La paziente vive dentro la città, abbastanza vicino alla Sagrada, nel quartiere Brandão. Arriviamo in dieci minuti, dottore." Dice il tecnico Antonio.
Il quartiere Brandão inizia con una strada di mercato, con andirivieni in tutte le direzioni e macchine che tentano di procedere con estrema prudenza in mezzo a quella confusione. Dopo tre o quattrocento metri cominciano tre vie sterrate che si infilano tra palme da cocco e capanne. Il fondo è di terra con avvallamenti continui, a volte nella direzione del cammino, a volte in senso trasversale. L'abitazione a cui siamo diretti ha un'entrata accogliente, con una piccola spianata e poi si devia verso la parte più privata dell'abitazione, con verande più lunghe e chiuse fino all'altezza de fianchi.
Girato l'angolo ci attende una specie di sorpresa architettonica: una stanza di circa tre metri di lato e tre di altezza: un elegante cubo dalle pareti completamente costituite da stuoie nuove, di un giallo brillante, che danno l'impressione di un salotto destinato alle visite, eretta, o meglio, appoggiata su uno spiazzo tra le capanne. La nostra malata vi passa la maggior parte del giorno, perché è un luogo fresco e luminoso.

La signora sta seduta con le gambe distese su stuoie, appoggiata con la schiena contro la parete del salotto. Il marito ci mostra alcuni fogli, ricevuti nei quattro giorni passati nellospedale centrale di Quelimane, dopo i quali lhanno rimandata a casa, perché stazionaria. Tra i fogli trovo la relazione dell'ecografia che descrive la presenza di una grande ascite e di alcune masse nel contesto del fegato, dal significato di tumore maligno. L'addome è molto voluminoso e le gambe sono gonfie. Riferisce che le hanno fatto una paracentesi ed hanno tolto tre litri di liquido, ed ora respira meglio. Ormai la diagnosi è fatta, come pure una prima terapia palliativa. Mi pare che non sia il caso di farla distendere per esaminare l'addome. Restiamo a parlare ed io spiego con parole semplici la dolorosa verità, ma senza drammatizzare. Le chiedo come va con i dolori. Ci sono, ma ancora sopportabili e non continui.
Può andare ancora avanti con l'aiuto del paracetamolo.
Non posso fare gran che, per la malata ed i familiari. Tuttavia sono ora informati della reale condizione della malattia e ne sono grati. Quante volte ho constatato che lo spiegare la verità della malattia è forse l'aiuto più desiderato, perché libera dall'angoscia che l'incomprensibile porta sempre con sé per lo spirito umano.

Salutiamo la malata, il marito ed i familiari e ritorniamo a casa, riattraversando la confusione del mercato del Brandão. Arrivati a casa, alla Sagrada Família, saluto il tecnico Antonio e gli dico che l'indomani suo suocero sarà dimesso dallospedale, dove l'ho operato per due fistole perianali. Come sarà possibile fare per portarlo a casa? Combiniamo che verrà in bicicletta, ad aspettarmi in casa per quando tornerò dallospedale. Poi andremo a prenderlo con la mia macchina per portarlo fino alla casa del tecnico Antonio. Il suocero vive a Marrongane, di là da un piccolo fiume che bisogna attraversare in barca. È necessario perciò che si fermi alcuni giorni in casa sua. È un po imbarazzato.
"Ormai ho finito il mio salario, perché ogni mese devo restituire mille meticais per pagare il prestito avuto per ricomprare la bicicletta che mi hanno rubata, del valore di seimila meticais. In casa c'è rimasta solo la farina. Devo comprare pesce e fagioli, ed ora avrò ospite anche il mio suocero. Chiedo al dottore un aiuto, per favore. Per lo meno 500 meticais. Sono molto alle strette. Se potesse prepararli per domani le sarei molto grato!" ( n.b. attualmente 1 euro= 79,9 meticais quindi 500 meticais = circa 6 euro )


Quelimane 10/11/2020

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ad oggi le adozioni confermate negli orfanotrofi di Quelimane, Gurue e Lioma, sono
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