Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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21 Gennaio 2018

Carissimi, in questi tempi di vacche super magre in Mozambico, mi è venuta l’idea di scrivere qualche flash di vita reale, per far conoscere il "sapore" di questa vita.
Ho intitolato questa raccolta di piccoli episodi "La vedova di Elia", la vedova da cui Elia fu accolto per sopravvivere negli anni della siccità e della carestia (Libro 1° Re, capitolo 17 , versetti 2-16).
Naturalmente mi auguro di scriverne uno ogni tanto, di questi racconti. Se no che raccolta è?


Aldo



La vedova di Elia

1. Primo episodio

(…) Nella veranda davanti alla casa dove abito c’è una giovane donna poveramente vestita e grassoccia, seduta per terra con un lattante in collo. Si alza per fermarmi. "Papà aiutami! Non ho casa, non ho da mangiare, non ho nulla con me. Mio marito mi ha abbandonata”
"Da dove vieni?”. "Da Pebane. Questo bambino è nato due settimane fa. Mio marito mi ha detto: andiamo a Quelimane da una mia zia."
Siamo arrivati ieri, mi ha fatta scendere davanti al mercato e mi ha detto che andava a prendere qualcosa da un parente li vicino. Non è più tornato.
Io sono rimata da sola col bambino, senza niente. Delle donne che mi hanno visto piangere mi hanno dato questo panno per difendere il piccolo dalle zanzare. Abbiamo dormito per strada. Non abbiamo mangiato. Ieri volevo lasciare il bambino abbandonato sul marciapiede e scappare. Ero disperata. Vengo a chiedere l’aiuto di papà per andare a casa dai miei."
"Dove vivono?"
"A Maputo"
"Ma è troppo lontano e ci vogliono troppi soldi. Sono rimasto senza niente".
"No, posso andare fino a Nicoadala, al bivio colla strada che va a Maputo. Da lì riesco a farmi caricare da un camion che passa. Chiedono solo mille meticais per il viaggio." "E per andare a Nicoadala quanto ci vuole?" "Solo cinquanta meticais. Papà aiutami, ti prego. Non mi abbandonare!"
Mille e cinquanta meticais, penso fra me. Ne ho solo quattrocento. Come fare? Devo darle anche qualcosa da mangiare e da bere per il viaggio. Apro il frigorifero: solo margarina, acqua e qualche fetta di pane in cassetta. Sulla dispensa ci dev’essere un po’ di frutta. Sì, ci sono dei cespi di banane. Faccio due involti con carta di giornale: banane e pane e prendo una bottiglia piena d’acqua dal frigorifero. E per i soldi? Vado su in camera a vedere se fosse rimasto qualche soldo in uno dei pacchettini che avevo preparato, per pagare le tasse scolastiche di novembre alla figlia di Stefania.
E’ l’ultimo pacchetto. Ci sono 3.700 meticais. Ne tiro fuori mille e trecento e richiudo il pacchetto. Prendo un sacchetto di plastica trasparente di quelli che si usano per proteggere indumenti o cibo. Me li aveva regalati mia sorella Maria Teresa alla partenza per tornare in Mozambico. Ci metto dentro il pane e le banane. Ritorno giù coi mille e trecento meticais e do’ il cibo e l’acqua alla mamma. Le chiedo come li porterà.
"Metto il bambino sulla schiena nel panno che mi hanno regalato. Posso portare il resto in mano. "
Ma non è per niente facile.
"Aspetta, vado a vedere se trovo un sacchetto."
Torno in camera e prendo uno di quei sacchetti di panno, mandati colle medicina dalla sorella del padre Leone cappuccino di Trento. Lo porto giù ed infilo dentro banane, pane e la bottiglia d’acqua. Chissà se potrá servire per metterci dentro qualcos’altro durante il viaggio, donato da qualche viaggiatore di buon cuore?
La mamma, appena finito di sistemare il piccolo dietro la schiena, prende il sacchetto.
L’unico suo bagaglio: una sportina colla tracolla, grande meno della metà del mio sacchetto.
"Grazie, papà!" e sia avvia verso la fermata delle corriere.
La guardo allontanarsi..povera donna…

Quelimane, 4 Novembre 2017

2. Secondo episodio: Primi vespri di Cristo Re

Sabato 25 novembre. Domani è la festa di Cristo Re. Sto scrivendo in un unico quaderno tutte le richieste di aiuto da cui sono bombardato. Ogni dieci secondi mi telefona il giovane Jeremias. Non rispondo prima di aver annotato le ultime richieste. Finalmente, dopo circa mezz’ora, sono in grado di rispondere.
"Sono senza credito nel telefono. Ho bisogno di parlarle. Mi trovo alla porta di ferro verde che apre sul sagrato della Sagrada Família. Per favore mi riceva!"
Vado giù e lo faccio entrare.
"La mia situazione è disperata: dei ladri sono etrati in casa mentre dormivo e mi hanno rubato il computer portatile, il portafoglio coi documenti e i soldi per pagare la mensalità, più alcuni vestiti. Gi esami cominciano lunedì prossimo e, se non pago la mensalità, non sono ammesso. Ho chiesto di poter fare gli esami lo stesso per non perdere l’anno .Forse me lo concederanno, ma non mi comunicheranno il risultato prima che abbia saldato il debito. Ho finito la riserva di riso, fagioli e carbonella. Ieri sera non ho mangiato e sono digiuno da allora. Ho molta fame. Non potrebbe darmi quacosa da mangiare?"
Lo faccio entrare in cucina e gli preparo un piatto con riso, fagioli e un po’ di carne in umido. Gli dò una bottiglia d’acqua e se la scola in tre o quattro bicchierate! Non era solo fame, ma anche sete!
Jeremias sa che sono rimasto senza soldi nel fondo di aiuto e non insiste a chiedere che paghi qualcosa.
Lo riaccompagno al cancello verde del sagrato.

Appena apre il cancello, ci sono tre o quattro donne che si spingono per poter entrare per prime. Ha la meglio donna Antónia.
È magra come un chiodo ed ha gli occhi di pianto. Non è riuscita ad avere figli, in compenso si è fatta carico di sette orfani di entrambi i genitori, della sua famiglia allargata. Una delle" figlie" (leggermente disabile) ha rotto il computer di un vicino, che le ha dato 10 giorni di tempo per risarcirlo. In caso contrario la farà uscire di casa e vi metterà inquilini che paghino l’affitto fino a saldare il debito.
"Sono due giorni che non prendo sonno e non riesco a mangiare nulla per la preoccupazione e la paura." Cerco di incoraggiarla dicendo che la casa dove vive cogli orfani è di sua proprietà e così pure il terreno. Come può un vicino mandarla fuori di casa e affittarla? Sono cose che si discutono con la polizia e con il segretario del quartiere. Si può giungere ad un compromesso, pagare a rate…
"Coraggio donna Antónia, non si lasci vincere dallo sconforto!" Sa bene che non ho soldi per poterla aiutare ora. Mi guarda e mi dice:
"Non potrebbe darmi 20 meticais per comprare qualcosa da mangiare per stasera?". Sí, ho tre banconote da venti meticais nel taschino. Gliene do due. Le prende ringraziando e se ne va.

Dopo di lei entra donna Guida. È estremamente preoccupata:
"Dottore, sa che sono malata: ho l’AIDS e sono tubercolosa. In più ho l’infezione a questo dito, che mi hanno drenato nel pronto soccorso. Ho sei figli in casa e sono vedova. Non posso lavorare, malata come sono. Ma devo pagare l’affitto di un campo per coltivare il riso e chiedere a qualcuno che lo lavori per me. Non abbiamo in casa cibo da mangiare. Io alla sera devo prendere la pillola dell’AIDS e alla mattina le pastiglie della tubercolosi. Quando non mangio è molto difficile. So che il dottore è rimasto senza soldi, ma chiedo per lo meno che mi dia un biglietto in cui mi promette un aiuto, quando ne avrà la possibilità."
Le dico che non posso impegnarmi per iscritto a darle soldi, quando ancora non ne ho.
"Le chiedo un favore: mi dia il biglietto, perché lo conservi con me come sicurezza che lei conosce la mia situazione." Mi costa molto, ma alla fine cedo alle sue suppliche. Mi ringrazia contenta e chiede se ho venti meticais per comprare quacosa da mangiare a cena. Glieli dò ed esce.

Entra donna Lourdes. "Oggi è morta mia figlia, che era vedova e lascia tre bambini. Sono vedova anch’io ed ora devo portarli a casa mia, dove ho già tre altri orfani…" parla a lungo, ma non ho maniera di poterla aiutare. Capisce e se ne va.

Domani è la festa di Cristo Re. Leggeremo il vangelo:
"Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere."
"Ma quando?"
"Tutte le volte che l’avete fatto ad uno di questi miei fratelli, l’avete fatto a me."
Spero solo, Signore, che possa valere anche per quando avrei voluto darti da mangiare e da bere, ma non ci sono riuscito …

Quelimane 25 novembre 2017. Primi vespri della festa di Cristo Re


3. Terzo episodio: Il ragazzo perforato

3 gennaio 2018. Mi trovo a Gurúè per partecipare agli esercizi spirituali di quattro giorni e all’Assemblea di inizio d’anno, di tre giorni. Siamo arrivati ieri pomeriggio in macchna da Quelimane. Ho portato un grande bagaglio con me: il sonno arretrato! Le prime due ore di viaggio, fino a Mocuba, le ho dormite di fila. Per fortuna abbiamo a disposizione l’auto da sette posti, tipo mini bus, molto comoda. È la stessa con cui abbiamo viaggiato per la Zambesia e dintorni, l’anno scorso, quando venne a trovarmi Maria Teresa , con i coniugi americani, suor Cacilda e l’amico di sempre, Franchini.
Noi siamo tre padri di Quelimne e tre studenti di teologia, venuti per vacanze dal Sudafrica.
Oggi, primo giorno del ritiro, l’orario è molto leggero. Inizio delle lodi alle sette, poi intervallo e colazione alle otto. La prima meditazione è alle nove. Quando finisce, mi trattengo a riflettere sul tema una mezz’ora, poi vado in camera per organizzare il tempo fino all’adorazione delle 11,30. Avrei voluto leggere, ma, appena mi siedo alla scrivania mi viene addosso lo stesso sonno che mi flagella durante le visite mediche, all’inizio del pomeriggio, a Quelimane. Oggi sono a Gurúè e non ho visite mediche, né malati in fila. Invece di mettere l’avambraccio sinistro sulla cattedra e appoggiarci la testa, per cedere ad un sonno impertinente e prepotente, ma, debbo riconoscerlo, ristoratore, dico a me stesso che posso concedermi di sdraiarmi sul letto e mettere la sveglia del telefonino per le undici. Quando sono in casa a Quelimane ed ho a disposizione appena venti minuti scarsi per sdraiarmi, mi butto sul letto senza togliermi le scarpe, che sono bianche, della Reebock, e non sporcano il copriletto. Ma oggi ho le scarpe nere e ho più di un’ora a disposizione. Mi posso togliere le scarpe e puntare la sveglia. Chiudo gli occhi ringraziando la Provvidenza . Prima che il sonno si impossessi di me, sento battere alla porta e chiamare: ..Padre Marchesini!.. La prima reazione è quella di sentirmi in colpa per essermi messo a dormire fuori orario.
..Sì, un momento, per favore... Le scarpe sono lì pronte e le infilo senza allacciarle, per dare l’impressione di arrivare dalla scrivania invece che dal letto. È la signora Elisa, che prepara il refettorio e serve in tavola, durante le grandi riunioni. Mi mostra un gonfiore sotto la mandibola, a sinistra. Mi dice che è cominciato due giorni fa e le duole molto. La esamino e si sente bene una tumefazione arrotondata, con fluttuazione. ..È un piccolo ascesso... Le dico. L’unica soluzione è andare all’ospedale e trovare il modo di drenare l’ascesso. Guardo l’ora. Non sono ancora le dieci e per l’inizio dell’adorazione alle undici e mezzo c’è tempo più che sufficiente. ..Andiamo adesso!.. le dico. Lei corre ad informare la collega e ritorna subito. La Provvidenza che avevo appena ringraziato, quando mi ero sdraiato, debbo dire che non s’era allontanata.
Scopro che il padre Stefano, il guidatore del nostro minibus, ha la stanza sulla veranda, accanto alla mia e la sua porta è aperta! Gli spiego la situazione ed immediatamente si alza per accompagnarci. Arriviamo all’Ospedale in meno di dieci minuti e, nel frattempo, la Provvidenza si era già piazzata strategicamente. Mi fa imbattere subito nel Dr. Oscar, uno dei due chirurghi dell’ospedale. Gli mostro la paziente e con un sorriso mi dice ..Non c’è problema. La dreniamo adesso... Poi chiama un inserviente per farci accompagnare alla piccola chirurgia, nel pronto soccorso. ..Arrivo subito, vado un istante qui nel reparto, per decidere un caso urgente...
Entriamo nella piccola chirurgia salutati da un coro di ..Buon giorno Dr. Marchesini!... L’infermiere sta finendo di mettere una fasciatura ad un bambinetto di sette od otto anni, che aveva appena suturato per una ferita sopra il gomito. Ha anche una frattura all’avambraccio e lo fa scendere dal lettino per mandarlo alla sala gessi. Penso che debba sentire molto male, ma nessun lamento o pianto esce dalla sua bocca!
Fa quindi accomodare la signora Elisa sul lettino e prepara il materiale per l’anestesia e il drenaggio, mettendo solo un guanto sterile nella sinistra per toccare il materiale sterile ed usando la destra senza guanto per spostare il carrello e sistemare le cose. Poi infila il guanto destro e in meno di cinque minuti fa tutto. Un vero maestro in questi tempi di mancanza di materiale.
Arriva il Dr. Oscar, insieme al secondo chirurgo dell’ospedale, il Dr. Inocente.
..Vorremmo approfittare della sua presenza, Dr. Marchesini, per aver un consiglio su un caso difficile...
Andiamo al reparto di chirurgia e mi mostrano un ragazzo sui diciotto anni, steso nel suo letto.
..Questo giovane - dice il Dr. Inocente – è entrato alcuni giorni fa con un quadro di peritonite, in pessime condizioni. Ha ricevuto due trasfusioni e l’abbiamo operato. Aveva la cavità intestinale ripiena di feci semi liquide, che erano uscite da numerose perforazioni. Abbiamo fatto una resezione intestinale ed altre perforazioni le abbiamo suturate. È stato bene tre o quattro giorni, ma ora esce materiale fecale dal tubo di drenaggio e pure tra due punti della sutura. Pensiamo che sia necessario riaprirlo, ma i due nuovi tecnici di anestesia, che hanno da poco finito il corso, non si sentono in grado di condurre una anestesia così difficlie, con l’apparecchio ed i farmaci che abbiamo a disposizione. Il nostro tecnico Gione, con vent’anni di esperienza, è partito per le ferie. L’unica soluzione è trasferirlo a Quelimane..
Esamino il paziente ed anch’io concordo con l’assoluta necessità di operare.
..La difficoltà, continua il dottore, è che la famiglia non è d’accordo. Lo vogliono portare a casa..
..Per quale motivo ?.. chiedo al papà.
..Non può viaggiare da solo fino a Quelimane. Lo devo accompagnarlo. Là avrà bisogno di aiuto...
Cerco di spiegargli in termini comprensibili la gravità della sua situazione. Con l’intestino perforato le feci continueranno ad uscire dentro la pancia e questo lo porterà a morte in un tempo molto breve, pochi giorni appena. L’unica soluzione è operare, ma l’operazione può essere fatta solo a Quelimane.
Mi risponde che non lo può accompagnare perché non ha soldi.
..Se avessi qualcosa, potrei andare. Ma così, senza niente non è possibile. Come potrò riuscire a vivere a Quelimane?.. Lo rassicuro che per il figlio non dovrà spendere nulla: il viaggio sarà in ambulanza e l’operazione, le medicine e l’alimentazione saranno fornite per completo dall’ospedale.
Penso tra me come potrei aiutarlo. Sono partito da Quelimane dopo aver finito tutti i soldi degli aiuti. Ho solo pochi soldi della comunità. Non so se basteranno. Gli chiedo dove abitano. ..Siamo arrivati da Namarrói in ambulanza. La famiglia è lontana, con me non ho più nulla...
Quello che ho è molto poco, ma per la loro povertà, veramente assoluta, qualcosa potrà servire.
Metto la mano in tasca e gli mostro i pochi soldi che ho: sono quattrocento meticais, in otto biglietti da cinquanta meticais. Visti così, fanno un certo effetto. Glieli offro dicendo che è tutto ciò che ho.
..Possono bastare?...
..Possono!.. dice, e allunga la mano soddisfatto.
Il Dr. Inocente gli chiede se allora è d’accordo e se può fare i documenti per ìl trasferimento.
..D’accordo...Il dottore va a fare i documenti ed io vado alla macchina.
Non m’ero accorto che, accanto alla porta della macchina, la Provvidenza si era trattenuta per aspettarci …

Gurúè, 4 gennaio 2018


4. Quarto episodio: Fânia e i suoi fratelli

11 gennaio 2018. Oggi, dopo gli esercizi spirituali e l’assemblea di tutti i confratelli del Mozambico, torniamo ciascuno a casa sua. Siamo stati a Gurúè nella grande casa dalle molte stanze e dove, tra giorni si insiederà anche il noviziato della nostra congregazione.
In questi giorni ero riuscito a trovare al telefono Fânia, di vent’anni, la sorella più grande di quattro fratelli, più due orfani. Vivono lungo strada che unisce Gurúè a Ile, nei primi novanta chilometri tra Gurúè e Quelimane. La località si chiama Muliquela, dal nome del fiume che passa sotto il ponte della strada. Sono gli orfani della donna Gracinda, una vedova di poco più di 40 anni, a cui quasi tutte le cose andavano di traverso. La loro capanna è sul margine della strada, un po’ isolata e quindi esposta agli abusi di qualche prepotente che viene per rubare e minacciare. Già varie volte sono state derubate ed una volta donna Gracinda è stata picchiata. Hanno un po’ di terra lì nei pressi, dove piantano mais, manioca, fagioli, banane, arachidi e poco altro. È una terra poco fertile e donna Gracinda mi convinse, alcuni anni fa, ad aiutarla a trasferirsi verso Mocuba, dove c’è più gente e la terra è fertile.
L’aiutai e si spostarono tutti in una zona sulle rive del fiume Lugela, alle porte di Mocuba.
Il trasferimento non dette il frutto desiderato. Diventarono ancora più povere e, per ultimo, il fiume straripò ed inondò la capanna. Le autorità vennero e fecero evacuare tutte le famiglie della zona bassa verso una zona più alta, ma con tutto da ricominciare da capo.
Il figlio maschio dopo Fânia, José, di quatro anni più giovane, doveva per forza studiare, ma, lì a Muliquela, non c’è nessuna scuola nelle vicinanze. Mi chiese di pagargli il convitto della scuola secondaria a Quelimane. Sono istituzioni dello Stato ed i prezzi sono modesti. Si spostò a Quelimane, ma donna Gracinda sentiva il bisogno di venirlo a trovare ogni tanto e passava da me per chiedermi di dargli qualche aiuto, come sapone, dentifricio, scarpe, una camicia, un paio di calzoni, un chilo di zucchero, un po’ di soldi per cucinarsi un mucchietto di pesce secco, per ravvivare la dieta sempre uguale del convitto: polenta e fagioli. Donna Gracinda arrivava d’improvviso e veniva subito a chiedermi aiuto, ma spesso accadeva che era un periodo in cui i soldi del fondo dei poveri era a secco.
Veniva, allora, tutti i giorni a insistere perché trovassi maniera di aiutarla. Nel frattempo andava a dormire nel pronto soccorso dell’ospedale sopra una delle sedie del corridoio d’attesa e, se aveva fortuna, riusciva anche a mangiare qualcosa, dalla dieta che le coppiere distribuivano ai degenti.
L’anno seguente si sentì male e fu operata d’urgenza da un mio collega chirurgo cubano, che aprí e chiuse.
Aveva un tumore retroperitoneale a lato del colon ascendente.
La trattenni in ospedale più a lungo che potei per tentare di rinforzarla un po’.
Riusciva ad alimentarsi e a andare di corpo normalmente. Quando uscì, aveva bisogno di prendere una dose di morfina due volte al giorno. Mi disse che avevano deciso di tornare a Muliquela, perché la casa ed il terreno era ancora loro e se doveva morire era meglio che morisse in casa sua.
Andò avanti poco più di un anno e poi morì. Quando la figlia maggiore, Fânia, venne a Quelimane per informarmi, mi disse che la mamma, prima di morire le aveva raccomandato di venirmi a chiedere che continuassi ad aiutarli a vivere anche senza di lei.

Due o tre mesi fa mi venne a trovare, preoccupata perché i due fratellini che erano stati portati da Chimoio, di 6 e 9 anni, orfani di un suo fratello, che erano mulatti,
riteneva che fossero a rischio di essere rapiti per essere venduti in Sudafrica. Purtroppo il commercio di esseri umani è una piaga in Mozambico.Mi chiese di intercedere perché potessero entrare nel convitto per orfani di suor Assucena, a Gurúè. Io telefonai alla suora e lei entrò in contatto diretto con Fânia. Era disposta a ricevere i due fratellini, ma c’era bisogno di un documento dell’autorità locale, il segretario della zona, con visto del gabinetto di Azione Sociale di Ile, che dava autorizzazione ad essere inviati al convitto per orfani. Prima di partire da Gurúè ero stato a parlare con suor Assucena, che era un po’ meravigliata perché Fâna non si era più fatta viva. Avevo allora chiamato Fânia per sapere perché non si era ancora messa in contatto con la suora.
"Padre, per andare dal segretario e mettere il visto dell’Azione Sociale nella villa di Ile ci vogliono dei soldi e noi non ne abbiamo."
Rimanemmo così d’accordo che mi sarei fermato da lei nel viaggio di ritorno. Pochi chilometri prima di arrivare a Muliquela, la chiamai al telefono e mi rispose che era già sul ciglio della strada aspettarmi.
Scesi dalla macchina per parlarle. Aveva già in mano una gallina per offrircela. Ma non me la consegnò. Chiese che la macchina si accostasse meglio all’abitazione perche aveva anche un cespo di banane da offirci.
Mentre facevano manovra corse verso casa per prendere un grande cespo di banane. Lo portò di corsa fino alla macchina, mentre una sorellina seguiva con la gallina. Ci consegnò il tutto con un grande sorriso per ringraziare di esserci fermati per passare da lei.
Le chiesi notizie riguardo alle pratiche per avere la dichiarazione del Segretario e il visto dell’Azione Sociale: "Non abbiamo ancor messo insieme i soldi per andare ad Ile pe trattare i documenti. Ma questa cosa non è più la principale. Siamo senza mezzi. Mangiamo polenta di mais e foglie che cogliamo attorno a casa. Non tutti i giorni riusciamo a mangiare. Stamani non abbbiamo ancora mangiato nulla."
"Non avete un po’ di terra da coltivare?"
"Sì, lá in basso" e mi invita a passare dietro la capanna. "Piantamo mais, sorgo, manioca, fagioli, arachidi e banane. Ma è ancora molto presto per cogliere i frutti della terra."
Prima di partire da Gurúè avrei desiderato poterle dare un po’ di soldi per mangiare e per andare a fare le pratiche per trasferire i fratellini da suor Assucena, ma con me avevo solo seicento meticais, dei soldi della comunità. Pensai così di poterglieli offrire, per lo meno per le spese dei documenti da fare. Quando,però, mi spiegò com’è che riuscivano a mangiare, mi mancó il coraggio di menzionare quelle spese.
"Ho qui in tasca solo seicento meicais. È poco, ma può servire per comprare qualcosa da mangiare".
Ringraziò contenta e mi sorrise. Strinsi la mano a lei e ai fratelini e risalii sulla macchina.
"Ciao!" "Ciao!" e ci salutammo con la mano.

Quelimane, 20 gennaio 2018




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