Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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Newsletter Novembre 2010
Newsletter di Padre Aldo Marchesini
Medico missionario in Mozambico
Novembre 2010


Beira, 2 novembre 2010
La mancanza di tempo si traduce in mancanza di energie. Con l'età sono più lento. Le cose da fare sono sempre in aumento, perché la popolazione cresce e i malati da curare si moltiplicano.
Tutto ciò aggrava i ritardi. Finito il lavoro, quando arrivo a casa sono stanco.
Alle 18:30 abbiamo l'adorazione e i vespri. Finiamo alle 19:15 e subito abbiamo la cena. In genere restiamo a vedere il telegiornale fino alle 20:30, poi vado in cappella per recitare il breviario. Arrivo in camera poco dopo le 21.
Ora che fa un gran caldo c'è bisogno di fare una doccia fredda prima di andare a letto. Poi apro il computer per leggere le e-mail arrivate. Ad alcune riesco a rispondere, ma quando arrivano le 22 devo smettere, perché gli occhi mi si chiudono.
Potete capire quindi che gl'impegni slittano a quando avrò più tempo.
[...]
Vi scrivo da Beira, dove sono arrivato sabato, dopo un viaggio in corriera della ditta Trasporti Pubblici di Beira, che collega ogni giorno Quelimane a Beira e viceversa.
Alle 5,30 check in, in cui si controllano i bagagli, si pesano e si paga se si superano i 20 kg. Il mio biglietto aveva il numero 14, ma, una volta a bordo, ho scoperto che nessun posto è numerato e ognuno si siede dove vuole. Da un lato ci sono due sedili e dall'altro tre. In mezzo c'è uno stretto corridoio.
Ho adocchiato un posto sul corridoio per avere una certa libertà di movimento e uno spazio eventuale per allungare una gamba. Poco dopo sono saliti due giovani che mi hanno gentilmente salutato: " Bom dia, dr Marchesini " e mi hanno chiesto se potevano occupare i due posti all'interno. Avevano ognuno una chitarra, che hanno sistemato tra le gambe. Non ci sono portapacchi sopra le teste e tutto va messo sotto il sedile, che, sostenuto da tubi di ferro, ha ampi spazi in basso. Non ci sono braccioli.
Alle sei in punto siamo partiti. La strada è tutta buona fino a Beira, ma sono 645 km e ci vogliono 10 ore. È stato un viaggio, di immersione totale con l'ambiente popolare. Io mi ero portato qualcosa da mangiare e una bottiglia d'acqua.
Le fermate per rifornirsi lungo la strada erano per comprare da mangiare e da bere con i venditori ambulanti che si assembrano sotto i vetri della corriera. Per evitare lungaggini, l'autista non faceva scendere.
Ho letto quasi per intero il libro regalato da Maria Teresa per il mio compleanno: Il cammino della santa presenza di Pasquale Chiaro, direttore della rivista Appunti di viaggio. È fatto molto bene e dice cose che sono frutto dell'esperienza di varie tradizioni spirituali.
A Beira è venuto a prendermi il dott. Miranda, che mi ha portato dai Gesuiti, come al solito. Da un giorno Beira era senza luce, a causa di un grave guasto in una sottostazione elettrica. Siamo rimasti senza luce fino a ieri sera, lunedì.
Domenica siamo andati all'ospedale per esaminare le pazienti, classificarle e cominciare a fare le liste operatorie. Sfortunatamente anche il generatore elettrico dell'ospedale era rotto. Abbiamo usato una sala che aveva una grande vetrata e abbiamo comprato due lanterne con le pile, per aiutare la visione. Abbiamo esaminato 65 pazienti, finendo alle 17.
Ieri è stato messo in funzione un generatore elettrico sussidiario, per dare energia a tutto l'ospedale, ma è saltato varie volte per sovraccarico. Per consumare meno abbiamo operato senza aria condizionata. Le numerose interruzioni hanno prolungato il nostro lavoro fino alle 17.
Quando ci sono queste mancanze prolungate di energia, ci si accorge quanto l'elettricità sia la base della vita. Il computer non può essere caricato, ad internet non ci si può collegare, i telefonini non funzionano, nella casa dei Gesuiti l'acqua non arriva nella doccia, i frigoriferi si scongelano. [...] Siamo in nove chirurghi a operare.
Questa volta disponiamo di tre sale operatorie contemporaneamente e quindi possiamo operare più persone con più calma. Noi speriamo di riuscire a finirle tutte e 65, anche se ci sono casi complessi come 6 deviazioni degli ureteri nel sigmoide, 4 fistole retto-vaginali, 5 da operare per via addominale, perché inaccessibili per via vaginale, 5 che richiedono la sospensione del collo vescicale dietro il pube con una striscia di fascia lata, tolta da una coscia.
Il tempo è buono, sui 32-34oC, senza molta umidità. Di notte fa fresco e si dorme senza sudare. Avevo sperato di poter avere qualche ora libera, qui a Beira. La cosa sembra difficile, ma non impossibile.
Solo ora, martedì, di ritorno dalla sala operatoria, ho trovato le condizioni di energia, computer con internet e un po' di tempo.
Dovrei fare il programma dei primi tre mesi del 2011. In concreto dovrei concordare con voi le date della mia permanenza di tre settimane in Italia, tenendo conto che vorrei anche partecipare alla traslazione delle ossa di mio padre.
Dal 17 al 29 gennaio 2011 dovrò andare a Nampula. Febbraio e marzo, per ora, li posso ancora adattare, cioè posso fissare gl'impegni partendo dai giorni in cui verrei in Italia. Sappiatemi dire qualcosa.
Ritornata la luce, ho trovato una fila di e-mail che mi richiederà - per il disbrigo - due o tre ore dopo cena.

Beira, 3 novembre 2010
Cara signora Marina, le invio una breve descrizione del progetto " Ritorni a casa ", come lei mi aveva chiesto. Al mio rientro a Quelimane dopo il 14 novembre prossimo, farò qualche foto da unire al programma e arricchirlo con immagini eloquenti.

RITORNI A CASA

Ritornare a casa, alla casa del Padre, è il grande anelito di ogni creatura, credente o non credente. Per il credente è cosciente ed esplicito, per il non credente è un gemito che, anche se inespresso, riempie di sé tutto l'orizzonte.
Ritornare a casa! Si fa presto a dirlo. Per chi ha i mezzi è facile.
Ma chi si vede consegnare in mano un foglio su cui è scritto che la pena del carcere è stata scontata e che ora è libero di ritornare a casa, ma si trova solo con i calzoni e la camicia che ha addosso e non ha ancora idea di come farà a mangiare prima di arrivare a sera, come potrà fare per ritornare a casa?
Chi è stato trasportato all'ospedale provinciale in ambulanza, proveniente da un distretto lontano qualche centinaio di chilometri, e si ritrova sul marciapiedi fuori dell'ospedale, guarito sì, ma senza un soldo in tasca e molto spesso in compagnia di un parente che in quattro e quattr'otto era salito sull'ambulanza per non lasciarlo senza aiuto, e che ora è anch'egli fermo sul marciapiedi senza risorse per pagarsi il viaggio, come farà per ritornare a casa?
Queste sono le persone per cui è stato concepito il progetto "Ritorni a casa".
Per i carcerati la situazione è la seguente.
Chi è accusato di aver commesso un crimine è messo in prigione, processato in qualche mese e assolto o condannato. Nel primo caso riceve il documento di scarcerazione perché innocente; ma una volta fuori della prigione, non ha nessun appoggio, a meno che non abbia un familiare in città.Chi è condannato,
viene recluso in un carcere del Paese, il più delle volte situato a centinaia di chilometri dalla famiglia.
A Quelimane, per esempio, la città dove io vivo, la prigione provinciale accoglie circa 400 carcerati, quasi tutti uomini e quasi tutti giovani.
Io do assistenza spirituale ai cattolici, celebrando la messa alla domenica e curandoli se hanno problemi di salute.
C'è uno sforzo del ministero della Giustizia per la riabilitazione sociale dei reclusi. A Quelimane esiste una scuola interna con tutte le classi elementari, che in Mozambico sono sette. Si incoraggia la pratica della propria religione, garantendo che le diverse fedi possano avere le loro manifestazioni di culto ufficialmente.
La prigione ha un podere a 50 km da Quelimane, dove lavorano quindici prigionieri con buona condotta. Coltivano mais, ortaggi, patate dolci, fagioli e ananas. In parte servono per i pasti in prigione e in parte sono venduti. Tuttavia non è concesso nessun aiuto per il reinserimento nella società.
Una volta usciti di prigione tutti devono contare solo su sé stessi o sull'aiuto di qualche persona buona.
L'assistenza sanitaria ha quattro livelli: elementare nei posti sanitari più periferici, dove c'è solo un infermiere. Il secondo livello ha parecchie varianti: dal centro sanitario con infermieri e assistenti al parto, a veri ospedaletti distrettuali con medico e letti di internamento, laboratorio e farmacia. Il terzo livello è quello degli ospedali provinciali, come quello di Quelimane, mentre il quarto livello è quello degli ospedali centrali che sono tre, uno per ogni zona del Paese: Nord, Centro e Sud.

Quando un malato non può essere curato convenientemente in una struttura sanitaria, è trasferito a spese dello stato a un livello superiore. È assicurato però solo il ricovero del malato, non il suo rientro in famiglia. Tuttavia potrà approfittare di un passaggio, nel caso che si trovi in città l'ambulanza del suo distretto d'origine. I malati che arrivano e partono sono in media circa quindici alla settimana; quindi occorre un impegno notevole per riuscire a far tornare a casa i nostri ex-malati.
Quando non si trovano finanziamenti, i malati stazionano nel pronto soccorso o nei corridoi, in attesa che qualcuno li aiuti.
Il costo medio di una giornata di " ritorni a casa " è di circa 15 euro. Da qui il nostro appello: ci sarà qualche persona di buon cuore che vorrà coprire le spese di un giorno, offrendo quindici euro di solidarietà?

Beira, 7 novembre 2010
Caro Don Mario,
la ringrazio per l'invio del programma settimanale della parrocchia della Ss.ma Trinità, a Milano. Ho letto che martedì 9 novembre ci sarà un incontro sulle ultime notizie provenienti dalla missione di padre Aldo.
Ne sono contento e approfitto per inviare a tutti i presenti il mio cordiale saluto e i ringraziamenti per l'accompagnamento di cui sono oggetto in beni sia spirituali che materiali da tanti anni.
In questi giorni mi trovo a Beira per operare (e insegnare a operare) le pazienti di fistola vescico-vaginale, una terribile complicazione del parto ostruito, in cui in genere il bambino muore e la mamma rimane con un'ulcerazione nella vescia e vagina attraverso cui esce continuamente l'urina. La fistola vescico-vaginale da sola non guarisce mai, ma può essere operata con successo.
Resto due settimane. I chirurghi giovani che stanno imparando sono otto e le pazienti che finora sono arrivate per farsi operare sono 73.
Nella prima settimana ne abbiamo operate 50, aiutati dal fatto che questo grande ospedale ci ha messo a disposizione 3 sale operatorie con anestesista, strumentista e "circolante" senza limite di orario. Abbiamo potuto operare dalle 8 fino alle 17 e anche oltre. Tutti i casi trattati hanno un decorso postoperatorio per ora buono: nessuna delle pazienti perde più urina.
Questa seconda settimana è dedicata a operare i casi senza rimedio: non potendo chiudere la fistola per grandi perdite di tessuti o per cicatrici retrattili, stacchiamo gli ureteri dalla vescica e li impiantiamo nel retto, in modo che lo sfintere dell'ano riesca a controllare l'uscita dell'urina.
Ne abbiamo da operare sette. Siamo in due chirurghi capaci di fare questa operazione: ognuno ne opera una in sale contigue.
Non vorrei passare sotto silenzio la coincidenza di data: 9 novembre 1997. In quel giorno ebbi un terribile incidente d'auto: capottai con l'ambulanza e lussai e fratturai la seconda vertebra cervicale e fratturai la base del cranio.
Non posso passare per questa data senza ringraziare il Signore che mi ha lasciato in vita, contro ogni previsione teorica, perché la lussazione della seconda vertebra cervicale è sempre letale e chi sopravvive diviene tetraplegico, legato a un respiratore automatico, qualora ci sia un medico che intuba e ventila entro i primi tre minuti. Questa disavventura mi toccò profondamente.
Chiudo, mandando a tutti i miei saluti e auguri di fine anno liturgico e di Buon Natale!

Padre Aldo Marchesini.


[Su L'amico delle missioni di Genova è stata pubblicata una lettera di Aldo il quale ringrazia per le offerte ricevute e dice come le ha utilizzate. Eccovi alcuni stralci che ci danno un ulteriore spaccato della realtà mozambicana; n.d.r.]

Finalmente ho avuto tempo di recarmi nella prigione femminile alla periferia di Quelimane, dove con le vostre offerte abbiamo regalato un televisore.
La prigione è un pezzo di campagna recintata in cui risiedono alcune donne recluse, con i loro figli piccoli. Costituiscono una comunità familiare di una dozzina di persone e alcuni bambini. C'è sempre una sorvegliante, ma non sono mai avvenute fughe. La televisione le tiene in contatto con il mondo.
Ho poi comperato 14 ventilatori per il reparto di chirurgia, due per ognuna delle sette stanze. D'estate, durante il giorno, ci sono 36 gradi di media. Sono costati 200 euro in tutto, compresi i piedistalli di legno su cui li abbiamo fissati perché non cadano.
Ho regalato una bicicletta a Nando, che ora ha 17 anni e che circa 10 anni fa cadde su un palo appuntito che gli lacerò retto e uretra. Lo operai e ora, seppur con un ano artificiale e un catetere sovrapubico, ha ripreso a vivere. Poco tempo fa gli sono morti i genitori.
Con la bici Nando fa il "Taxista di bicicletta". Ce ne sono un centinaio a Quelimane. Portano i clienti sul sellino posteriore e chiedono 5 meticàis alla corsa, circa 0,125 euro. Se si fanno 8-10 corse al giorno, si può sopravvivere.
Ho acquistato una macchina da cucire a una vedova di Nicoadala, disabile fisica, che usa una stampella per sostituire la gamba che non arriva a terra. Cuce sottane, vestitini per neonati ecc. La sua vecchia macchina gliela avevano rubata e a mano il lavoro diventava infinito. È costata circa 125 euro.
Mi restano ancora i soldi per acquistare un po' di coperte per i prigionieri della prigione civile. Di notte, senza coperte, nei periodi freddi dell'anno, non si riesce a dormire.
Grazie a nome di tutti quelli che hanno ricevuto un aiuto per mezzo vostro.

P. Aldo Marchesini


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( modificato in data 30-3-2011)
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