Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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LETTERE

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Padre Aldo
Qui sono archiviate le raccolte delle lettere di Padre Aldo a partire dalla data di origine del presente sito.
Qui è contenuta una importante storia di alta professionalità, di grande altruismo, una cronaca quasi quotidiana degli enormi problemi di un popolo senza colpa e della silenziosa ed eroica lotta di un piccolo grande medico che, incurante delle difficoltà, riesce a curare persone malate grazie all'aiuto di molti benefattori.
Una storia da rileggere e da non dimenticare.


LETTERE

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dal 20-01-04 al 14-04-04
Scelta dalle lettere di Padre Aldo
dal 20-1-04 al 14-4-04
Quelimane, 20-1-2004
Carissimi,
oggi sono cominciate le prime visite al day hospital. Dopodomani invieremo i primi prelievi di sangue a Maputo [la capitale], per misurare i CD4 e la carica virale. Dunque il programma DREAM della Comunità di sant'Egidio si sta concretando... è arrivata qui a Quelimane la nuova direttrice amministrativa dell'ospedale. Ha 38 anni e sembra molto gentile. Quando era studentessa di liceo fu operata da me, ma non la ricordo.


Quelimane, 24-2-2004

Ho già ripreso le mie attività e mi sento bene. Il passaggio ai +32ºC e all'82% di umidità è stato faticoso il primo giorno. Ma ora sono di nuovo perfettamente acclimatato. Tra tre ore arriverà il dr Boriani, che resterà fino al 19 marzo. In ospedale ho trovato tutto normale. I malati in lista non erano molti. Al day hospital il lavoro procede bene e con grande soddisfazione sia delle dottoresse sia degl'infermieri. In questa prima settimana ho tralasciato le visite non prenotate, per una ripresa più graduale. Il nuovo direttore clinico, che prima dirigeva l'ospedale di Mocuba, dovrebbe arrivare in settimana, dopo di che gli passerò l'incarico. Si chiama Satish ed è di razza indiana. Siamo amici da vari anni. Penso che ci troveremo bene insieme. Gli ho comprato il nuovo Merk Manual. Deve avere sui 32-33 anni, è sposato con due figli piccoli.


Quelimane, 28-2-2004

Grazie per i mille cuscini che prevengono la formazione di piaghe da decubito. Grazie anche per i set sovrapubici della Rusch che mi avete spedito in due pacchetti voluminosi, ma leggeri. La prossima settimana dovrebbe arrivare il nuovo direttore clinico; così sarò sollevato da alcune incombenze. [...] Ho con me i bei ricordi dei giorni passati in Italia con voi, ricordi che mi accompagnano e mi rallegrano. Spero che anche per mamma sia la stessa cosa: ricordi di cui godere senza soffermarsi sul fatto che appartengono al passato. Mentre li riviviamo, il passato si rende di nuovo presente.


Quelimane, 5-3-2004

Mercoledì scorso ho aiutato il dr Boriani, che è qui a Quelimane con un suo allievo, a fare una lezione sul polifratturato, traducendo in portoghese le sue 84 diapositive di Power Point. Ha portato con sé una video-camera digitale che registra su DVD direttamente. Le riprese possono essere scaricate sul computer ed editate tagliando e cucendo a piacere. Si è offerto di riprendere tre mie operazioni:
1) una fistola super-difficile,
2) una lacerazione vagino-rettale in cui ho ricostruito il setto e lo sfintere,
3) una sospensione dell'uretra con striscia di fascia lata per correggere l'incontinenza urinaria post chiusura di fistola vescico-vaginale.
Questo materiale dovrebbe servirmi a supporto del mio intervento sulle fistole vescico-vaginali che farò al seminario su "Aggiornamenti in urologia in tema di fistole, stenosi dell'uretra e cistoscopia". A questo fine sarò a Maputo dal 22 al 31 marzo 2004. La ripresa delle mie attività cliniche con i pazienti non è stata particolarmente faticosa. Mi sono affaticato molto a lavorare all'edizione dei filmati, e sono ancora indietro. In questa settimana dovrei avere l'energia necessaria per preparare il mio intervento.


Quelimane, 6-3-2004

Di cateteri venosi c'è sempre bisogno. Ne consumiamo varie decine ogni giorno. Ora che qui imperversa il colera dovremmo riceverne un po' di più dallo Stato. [...] Gli occhiali vanno benissimo. Avreste dovuto vedere il sorriso del vecchio portoghese nullatenente, miope di 4 diottrie, quando s'è messo gli occhiali da lontano! [...] Sono già arrivati gli sfigmomanometri e i fonendoscopi. Grazie. Una richiesta: 1 paio di occhiali per Jorge Romão; diottrie +4,00 bilaterali; distanza pupillare: 68 mm.


Quelimane, 14-3-2003

Ho ricevuto da Maria Teresa la lista delle adozioni a distanza fatte dagli "Amici" che ringrazio di cuore. Oggi ho in programma di andare all'Aldeia da Paz [Villaggio della Pace] con il dr Boriani e il suo allievo. Là celebrerò la messa e farò vedere ai due ospiti i risultati ottenuti da suor Elisa Alexandre nell'allevare e istruire le bambine abbandonate, grazie alle offerte giunte tramite le adozioni a distanza. Con il dr Boriani, che conosce molto bene il software Power Point, sto preparando il mio intervento al prossimo seminario di Maputo sulle fistole. Ciò esige una cospicua quantità di tempo. I giorni della settimana sono stati pieni di sedute al computer per riuscire a produrre le cose necessarie. Il dr Boriani rientrerà in Italia venerdì 19 marzo; io andrò a Maputo lunedì 22, per restarci fino al 31. Spero che sia un'esperienza utile. [...] Sono arrivati in grande quantità pacchetti con molti antibiotici, grembiuli di plastica, sfigmomanometri, agende e bloc-notes. Grazie di tutto.


Quelimane, 20-3-2004

Oggi sono partiti per l'Italia il dr Stefano Boriani e il dr Marco, suo specializzando. Sono rimasti qui quasi un mese e hanno fatto un ottimo lavoro. Hanno eseguito alcune operazioni difficili, tra cui una osteosintesi di frattura-lussazione di C2 su C3 (uguale alla mia lesione), fatta all'ospedale di Nampula, dove lavora il neurochirurgo mozambicano João Carlos, che era stato suo ospite all'ospedale Maggiore di Bologna due anni fa, per far pratica di chirurgia della colonna vertebrale. Ne è rimasto molto soddisfatto. Il dr Boriani, inoltre, ha filmato alcune mie operazioni di fistole, di incontinenza e di elefantiasi dello scroto. Mi ha aiutato a preparare la presentazione in Power Point del mio intervento sulle fistole al seminario di Maputo. [...] Mi ha scritto l'Ambasciatore italiano a Maputo per comunicarmi ufficialmente l'attribuzione della nomina a Cavaliere dell'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana (OSSI). Mi consegnerà il diploma e le insegne nella sua residenza, il prossimo mercoledì 24 marzo alle 18:30, approfittando del mio viaggio a Maputo per il seminario sulle fistole. Partirò lunedì 22 marzo nel primo pomeriggio e ritornerò a Quelimane il 31 marzo.


Maputo, 26-3-2004

Vi scrivo per chiedere di mandare un ciclo completo di chemioterapia per il cancro della mammella. Abbiamo una paziente che ha subìto l'asportazione del tumore, ma i cui linfonodi sono interessati dalle metastasi. è imperativo fare la chemioterapia. In data 22 gennaio abbiamo richiesto i farmaci al ministero, che però ha detto di non averli. Ormai la speranza che li comprino per mandarceli è svanita.
Questa nostra paziente vive fuori Quelimane, al di là del fiume. Suo marito viene tutte le settimane a sentire se sono riuscito a trovare tutte le medicine previste dai cicli. Si sa che la chemioterapia prevede l'uso di medicinali dosati secondo il peso e la statura della paziente. Appena ritornerò a Quelimane, dirò al marito di portare la moglie in ospedale per pesarla e misurarne l'altezza. Quando sarò in possesso di questi dati, scriverò una ricetta con i medicinali necessari:
1) CICLOFOSFAMIDE orale, compresse da 50 mg = 260 cpr.;
2) 5-FLUORO-URACILE 250 mg/5ml = 50 fiale;
3) METHOTREXATE 5mg/amp. = 150 amp.
e ve la manderò via e-mail. Tale ricetta con il nome della signora dovrà essere allegata ai farmaci, in modo che la dogana, se controllerà il pacchetto della DHL e troverà la ricetta, non sequestri i medicinali.
Grazie per l'attenzione. Un caro saluto a tutti.


Maputo, 27-3-2004

Mercoledì l'ambasciatore mi ha consegnato la Stella dell'Ordine della Solidarietà Italiana. C'erano il cardinale emerito di Maputo, l'arcivescovo in carica, il nunzio apostolico, il governatore della Zambézia, appena rientrato da Londra, oltre a molti padri, suore, amici e colleghi.
Il ritmo del seminario sulle fistole è senza respiro. In sala operatoria dalle 8 alle 15, poi pranzo nel refettorio annesso e quindi sessione di lezioni con diapositive, films, Power Point ecc. Ho presentato il mio lavoro, che ha suscitato interesse. Sono molto grato al dr Boriani per il suo aiuto. Il giorno seguente mi ha avvicinato l'inserviente che lavora nell'aula magna, sede delle conferenze. è venuto a farmi le congratulazioni per la presentazione: " La sua presentazione m'è piaciuta molto, dottore. Per quanto non sia medico, ho capito tutto molto bene ". M'è venuto in mente il salmo che dice: " Dalla bocca dei bambini e dei lattanti, ti sei, o Signore, procurata una lode? " (Sal 8, 3 citato da Mt 21, 16). Al seminario era presente la dr Ambaye, etiope, del celeberrimo "Fistula Hospital" di Addis Abeba. Mi ha invitato ad andare nel suo ospedale per uno stage di qualche settimana. L'idea mi attrae. Il costo dello stage è di 20 dollari al giorno, vitto e alloggio compresi, più il viaggio. Una spesa che si può affrontare. Mi ha lasciato il suo indirizzo di e-mail per tenerci in contatto. In effetti lei e io siamo i due docenti più in vista di questo corso pratico-dimostrativo. Lei usa una tecnica frutto di un'esperienza di 25 anni al ritmo di 1200 operazioni all'anno. Io uso una tecnica elaborata da me, studiando sui libri. Al "Fistula Hospital" usano solo cromico 2/0 con aghi montati fatti come un amo da pesca, che permettono di mordere i tessuti con grande efficacia. Io avevo risolto il problema modellando con le dita gli aghi atraumatici. Loro usano sempre e solo punti staccati per la prima sutura. Spesso ne fanno un secondo strato, questa volta di sutura continua. Quanto al lembo adiposo del grande labbro di Martius, lo fanno spessissimo, anche in casi in cui io non lo farei mai, perché la sutura già fatta è ultrasicura. La dr Ambaye opera con suprema calma, impiegando circa due ore per intervento, scollando e mobilizzando, assai più di quanto non faccia io, i margini del piano vescicale. Un'altra cosa nuova per me, e molto utile, è l'uso corrente di un catetere metallico rigido con il quale riesce a evidenziare molto meglio di me il percorso dell'uretra, il suo sbocco in vagina e sollevare il labbro inferiore della fistola. Insomma, in tre giorni, ho captato alcuni spunti che mi aiuteranno a Quelimane. Il corso finirà martedì sera. Mercoledì mattina ripartirò per Quelimane. Vi saluto tutti con affetto.


Quelimane, 1-4-2004

Sono rientrato a Quelimane da poche ore, ma domani dovrò ritornare a Maputo per essere visitato nel reparto di pneumologia. Dalla notte prima del rientro a Quelimane ho febbre e forte dolore toracico destro, che cede, tuttavia, con paracetamol. Lucia De Franceschi ha trovato con l'ecografia un ispessimento della pleura destra. Nell'ospedale di Quelimane l'apparecchio dei raggi X è rotto da 4 mesi e non si riesce ad aggiustarlo. Ho iniziato una cura con due antibiotici: claritromicina e moxifloxacina. Penso che a Maputo si potrà fare una diagnosi precisa in pochi giorni. Vi mando i miei saluti e i primi auguri di Buona Pasqua.


Quelimane, 2-4-2004

Vi scrivo mentre aspetto di andare all'aeroporto, per trasferirmi a Maputo. Stanotte il dolore è diminuito molto e spero che là si possa sistemare tutto in breve tempo.


Quelimane, 2-4-2004

Sono arrivato a Maputo bene. Il dolore opprimente dei primi tre giorni è quasi scomparso e comincio a pensare alla commedia di Shakespeare Molto rumore per nulla. La febbrìcola (37, 5°) però c'è ancora, ma con paracetamol scompare per qualche ora. Domattina alle ore 8 mi visiterà la pneumologa. Poi vi informerò.


Maputo, 3-4-2004

Stamattina alle 8 la pneumologa, dr Elisabete Nunes, mi ha fatto sùbito fare i raggi x. Si è visto un addensamento nella parte anteriore del polmone destro, insieme con un modesto versamento localizzato attorno all'addensamento. Ha detto che i due antibiotici che prendo vanno molto bene. Mi ha aggiunto ½ compressa di codeina al mattino e al pomeriggio, per sedare la tosse. La sua efficacia è modesta, per ora. Lunedì mattina mi farà fare l'ecografia toracica per guidare una toracocentesi diagnostica, per fare poi l'esame microscopico. Mi ha dato un foglio per registrare la curva termica durante tutto il giorno. Stanotte ho dormito bene. Il dolore toracico è ormai modesto e se sto seduto o in piedi non lo sento nemmeno. Si manifesta solo in posizione orizzontale. Ieri sera avevo 37, 4° e stamani 36, 6°. Mi sento meglio di ieri. Gli antibiotici hanno cominciato a fare effetto. Sembra quindi che ci si avvii a una soluzione abbastanza veloce.


Maputo, 6-4-2004

Sto meglio. Sono senza febbre da ieri l'altro. Il dolore toracico è controllato dalla codeina. Ieri, lunedì, sono stato in pneumologia e mi hanno fatto l'ecografia come guida per la toracocentesi. Sono usciti 100 ml di liquido torbido, di color ocra-rosaceo. L'hanno inviato in laboratorio per le analisi morfologiche, citochimiche e la coltura. I primi risultati saranno pronti giovedì 8 aprile. Mi hanno fatto l'emogramma e le analisi di routine della biochimica. Ho fatto fare pure la misurazione dei CD4, il cui risultato sarà pronto in settimana. Mi sento già molto meglio: da due giorni non ho febbre né tosse. A tutti auguro Buona Pasqua.


Maputo, 8-4-2004

Oggi sono stato alla visita di controllo e ho ricevuto il risultato dello studio del liquido estratto dalla pleura: sono tutti leucociti neutrofili, senza linfociti. Questo risultato conferma la diagnosi di polmonite basale con versamento pleurale reattivo. La tubercolosi sembra esclusa; quindi ciò che è accaduto è un episodio passeggero senza influenze sul trattamento. Il problema si avvia alla soluzione. Saluto tutti e vi auguro ancora Buona Pasqua.


Maputo, 12-4-2004

Ho celebrato la messa del mattino di Pasqua in una casa di suore, dove una delle più anziane, una portoghese, allettata in séguito a un ictus, aveva cominciato a fare piaghe da decubito. Così dopo la messa l'ho visitata e ho spiegato l'uso dei cuscini antidecubito, che avevo fatto spedire urgentemente da Quelimane. Ho consumato il pranzo di Pasqua a Matola, dove c'è il nostro seminario. Eravamo in cinque padri e sei studenti.
Per la chemioterapia del cancro alla mammella, non ci sono possibilità di accelerare la ricerca della paziente. La donna e suo marito vivono di là dal braccio di mare di Quelimane. Ogni settimana il marito attraversa quel braccio e viene da me a sapere della chemioterapia. Se io non ci sono, non si rivolge ad altri. Resterò qui a Maputo ancora alcuni giorni.


Maputo, 14-4-2004

Oggi sono stato alla visita di controllo. La dottoressa mi ha dichiarato fuori dalla fase acuta e mi ha prescritto due settimane di convalescenza. Penso di restare a Maputo.


P. Aldo Marchesini, s.c.I.


APPENDICE

Questo è uno degli ultimi scritti di p. Aldo. è un significativo spaccato di vita mozambicana con le sue miserie e i suoi eroismi. Il protagonista, Rapete, ci ripropone il misterioso tema della grazia.

RAPETE

Oggi è morto Rapete. Per spiegare chi era Rapete mi servirò della presentazione che Gesù fece di san Giovanni Battista: nessuno dei nati da donna è stato più grande di lui. Di Rapete si dovrebbe, invece, dire l'opposto: nessuno dei nati da donna è stato più piccolo di lui.
Lo conobbi poco dopo essere arrivato a Quelimane. Era uno degli orfani che vivevano alla periferia della città. L'orfanotrofio era gestito delle suore. Poi, durante la Rivoluzione, era stato nazionalizzato ed era passato allo Stato, che lo amministrava attraverso l'Azione Sociale. Alla fine, cessò di funzionare. Rapete aveva circa otto o nove anni. Veniva spesso a giocare o gironzolare in missione o in ospedale. Era solo al mondo. Era come Melchisedek: senza genealogia. Cercava affetto e attenzione, come tutti gli orfani. Andava sempre in giro con un compagno della stessa età, di nome Carlitos. Questi era storpio a una gamba; camminava, correva e saltava, sempre zoppicando e ridendo. Morì molti anni fa, mentre ero in vacanza. Lo seppi al ritorno: era stato investito da una macchina su un marciapiede. L'infermiera che venne a informarmi aveva pagato la bara e il funerale.
Rapete, già da bambino, aveva un corpo vigoroso, anche se si capiva che sarebbe rimasto di bassa statura. Attirava l'attenzione la sua testa, più piccola e sfuggente del normale, mentre il volto era come quello di tutti. Aveva una voce grossa e parlava in fretta, accavallando le parole, ma senza nessun errore di grammatica, nonostante non fosse mai andato a scuola e non sapesse né leggere né scrivere.
Quando l'orfanotrofio finì per chiudere, Rapete aveva tredici o forse quattordici anni. Entrò nel giro degli sbandati e dei marginali che affollavano la città, in quegli anni di guerra. Agile e furbo com'era, cominciò a rubacchiare, finché fu scoperto e messo in prigione.
Fu condannato a dodici anni. Non seppi mai bene il perché d'una pena così sproporzionata. Probabilmente anche lui fu vittima del giudice dal cuore cattivo, che regnò a lungo nel tribunale della città. A tutti gl'imputati dava il massimo della pena che il codice prevedeva.
Fu Rapete a farsi vivo dalla prigione. Chiedeva a qualcuno di scrivere un biglietto su un foglio di quaderno strappato, poi me lo faceva recapitare da qualche persona che andava a visitare un parente in carcere. Fu quindi merito suo se io cominciai a mettere in pratica per la prima volta la sesta opera di misericordia corporale: visitare i carcerati.
Mi si aprì un mondo che non conoscevo, con tutti i suoi grossi problemi, a cominciare da quelli fisici. Primo: lo spazio insufficiente. Una prigione costruita cinquant'anni prima per novanta carcerati ne albergava ormai più di quattrocento. Secondo: l'acqua arrivava solo da tre rubinetti. Uno era nel cortile grande, uno in un baraccone, in fondo al quale era stata aperta una latrina, e uno in un chiostro dove, all'aria aperta, i carcerati si spogliavano e facevano il bagno.
Bisogna sapere che l'acqua, nella nostra città, arriva solo al mattino e alla sera.
Le visite a Rapete mi dettero l'occasione di conoscere il direttore, che mi portò a visitare le installazioni e mi fece notare che le deficienze principali erano la scarsità dell'acqua e l'insufficienza dei gabinetti: solo quattro, uno per ogni cento persone. Promisi d'interessarmi e cercai benefattori comprensivi. Fu possibile riattivare una vecchia cisterna, farci arrivare l'acqua attraverso una condotta e mettervi una pompa a mano, per averla a disposizione a qualsiasi ora del giorno. Si fecero poi altri due gabinetti e si purificarono le tubazioni di scolo.
Crebbe, nell'àmbito dei reclusi, la reputazione di Rapete, che cominciò a essere chiamato "figlio del dottor Marchesini". Altri carcerati cominciarono a chiedere aiuti: qualche camicia, una stuoia, imbucare una lettera per la famiglia distante, comprare qualche medicina o pagare una multa. Scoprii così che esisteva una legge secondo la quale un detenuto, dopo aver compiuto metà della pena, poteva ottenere la libertà condizionale, pagando una specie di tassa che, a quanto capii, serviva a rimborsare le spese per le pratiche processuali.
Mancava ancora un anno per arrivare alla metà della pena, quando Rapete cominciò a chiedermi che gli pagassi la multa e l'aiutassi a fare le pratiche per uscire. A quel tempo stava attraversando un momento difficile: era irrequieto e litigava spesso con i compagni di prigione. Una volta provocò una rissa e fu messo in cella di rigore per un mese. Mi fu concesso di visitarlo. Era una stanza di quattro metri per quattro, con una dozzina di reclusi, tutti molto giovani. C'era un angolo che serviva da latrina, con un secchio d'acqua, che doveva servire per tutti. Mi chiese di comprarne un secondo e il direttore acconsentì. La stanza era chiusa da una grossa porta di ferro e aveva come apertura solo due finestrelle lunghe e strette in alto, vicino al soffitto. Nei mesi più caldi era un forno.
I trenta giorni passati in cella di rigore lo ammansirono. Quando uscì, mi confidò che aveva riflettuto e capìto: da lì in poi si sarebbe comportato bene. Gli spiegai che il problema vero, al momento d'uscire, non era pagare la tassa, ma avere un lavoro per poter vivere. Ne parlai con i miei confratelli di una missione che aveva un grande appezzamento di terra coltivata. L'accettarono come bracciante: così ebbe una capanna e un salario.
Temevo che l'impatto con la vita libera, sotto la dura legge del lavoro e del dovere, fosse insopportabile per lui, dopo sei anni di ozio in prigione, in condizioni precarie - è vero - ma dove aveva da mangiare e una stuoia su cui dormire.
Dopo due mesi lo trovai davanti al nostro cancello, al mattino presto. Mi spiegò che era scappato, perché non si trovava bene. Seppi poi che aveva avuto problemi con alcune famiglie e che gli uomini lo avevano minacciato, ingiungendogli di sparire dalla circolazione. Mi disse che aveva degli amici in città e che sarebbe andato da loro.
Non lo vidi più per qualche mese, poi seppi che aveva ripreso a rubacchiare. La polizia lo arrestò il giorno di capodanno, quando cercava di vendere al mercato il crick di una Toyota. Venimmo a saperlo perché il giorno dopo, p. Gabriele, il parroco, fu convocato nella sede della polizia per vedere se il crick che era stato recuperato era quello di cui aveva dichiarato il furto qualche giorno prima. Il crick ci fu restituito, ma Rapete restò in prigione. Doveva aspettare il processo per vari furti e per avere opposto resistenza a un poliziotto. Si prese due anni e questa volta dovette scontarli per intero.
La seconda prigionia fu più utile della prima. Divenne amico di tre saggi prigionieri. Questi erano gli animatori della comunità cristiana presente in carcere. Alla domenica si riunivano sotto la tettoia dai banchi di pietra, per celebrare la liturgia della parola. Spesso vi andava a celebrare la messa padre Leone, dei cappuccini, e anche lui influenzò Rapete a cambiare vita.
Sei mesi prima della liberazione, comiciò a chiedere che gli procurassi un posto dove poter vivere. All'inizio ero molto restio, dato l'insuccesso della prima volta. Poi, la sua eloquenza fu così insistente e forbita, che finii per prometterglielo. Mi assicurò che non avrebbe più rubato e che aveva capìto che nella vita non c'è posto per chi è attaccabrighe.
Con il padre Gabriele trovammo una capanna in vendita e l'acquistammo a nome della congregazione. La proprietà doveva restare nostra. Rapete ne poteva avere l'uso. Quando uscì, lo presentammo alle autorità del quartiere, specificando che la casa rimaneva nostra e che serviva a Rapete per viverci.
Bisognava trovargli una forma di sostentamento, ma lui ci prevenne, dicendo che aveva parlato con i fratelli di una chiesa della città (una delle tante sette) che gli assicuravano un lavoretto e il vitto. Padre Gabriele, dopo un po' di tempo, andò a vedere che non fossero sorti dei problemi. Trovò che nella capanna abitava un altro, il quale dichiarò che Rapete gliel'aveva venduta. Bisognò ricorrere alle autorità locali, per ristabilire l'ordine. La proprietà era nostra e demmo la capanna a una vedova con alcuni figli piccoli, che era rimasta senza tetto. Rapete aveva di nuovo imbrogliato. Non era possibile prenderlo e combinare con lui qualcosa. Voleva essere un uccello di bosco, libero di volare dove voleva e di beccare qua e là qualche chicco.
Viveva dove capitava, chiedendo un po' di cibo. Mi pregò che gli comprassi un paio di ciabatte, poi un secchio, poi una stuoia, poi una coperta e così via. Non ero solo io il suo punto d'appoggio. C'erano anche altre persone e padre Leone, l'amico dei derelitti, che l'aveva conosciuto in carcere. Dopo che andò a vendere i calzoni, la camicia e le ciabatte che gli avevo dato, gli dissi che non poteva più contare su di me per vestirsi.
Continuò a lasciarsi andare sempre più. Girava scalzo, sudicio, con gli stessi vestiti sporchi, senza mai lavarli. Andava avanti così, finché qualcuno non si commuoveva e gli regalava calzoni e camicia. Per l'occasione si lavava e appariva lucido ed elegante, tutto sorridente.
" Buon giorno, dottor Marchesini, come va la salute? "
" Bene, e tu come stai? "
" Molto bene anch'io, grazie. Dottor Marchesini, non mi potrebbe dare qualcosa per comprarmi una latta di farina, per non stare sempre a importunare le persone? "
A questo punto, visto che era chiaro che non avrebbe mai lavorato, fratel Antonio, dei cappuccini, che aveva organizzato la mensa dei poveri, lo invitò ad andare a mangiare da lui. C'era anche la possibilità d'avere una capanna nel terreno della mensa. Rapete vi andò una settimana e poi smise.
Quando veniva a chiedermi da mangiare, gli dicevo: " Rapete, non ti do nulla, perché il mangiare lo puoi ricevere da fratel Antonio ". E lo mandavo via.
Il giorno dopo tornava: " Dottor Marchesini, ieri non ho mangiato nulla. Ho fame! "
A questo punto, cedevo.
Negli ultimi mesi, con i soldi che riusciva a farsi dare, aveva cominciato a bere. Mi veniva incontro con un sorriso fino alle orecchie e le braccia aperte per abbracciarmi. Io lo bloccavo con un gesto.
" Rapete, hai bevuto, sei brillo. Non avvicinarti. Se vuoi parlare con me, ritorna dopo che ti è passata la sbornia. "
" No, non ho bevuto niente! "
" Non dire bugie, Rapete. Fammi annusare l'alito. " Ma non lasciava che mi avvicinassi. S'allontanava di un passo e faceva un inchino.
" Stia bene, dottor Marchesini. " E, senza più dire nulla, s'allontanava.
Una notte, mentre era ubriaco, fu investito da una macchina e si ruppe un femore. Lo portarono in ospedale e lo ricoverarono in ortopedia. Il trattamento che si fa qui da noi è quello di passare un chiodo nella tibia, sùbito sotto il ginocchio, e di mettere in trazione i due tronconi del femore fino ad allinearli. Bisogna, naturalmente, rimanere a letto per oltre un mese, fino a che si forma un callo. Era il tempo del gran caldo e restare fermi a letto era un tormento. Tutte le notti, mentre l'infermiere sonnecchiava, Rapete si toglieva il peso e, spostandosi sul sedere e sulle mani, usciva e si sdraiava al fresco nella veranda. Al mattino, grandi sgridate e minacce. Poi veniva rimesso a letto dagl'infermieri con sempre maggior difficoltà.
Una notte montò su una carozzella del reparto di ortopedia e fuggì dall'ospedale. Al mattino si trovò il letto vuoto e una carrozzella in meno. Nessuno riuscì a localizzarlo. Dopo tre giorni fu di nuovo investito da una macchina, che rovinò in modo non grave la carrozzella. La polizia sequestrò la carrozzella e portò Rapete in ospedale. Rimase internato, ma nessuno più insistette perché restasse a letto con la trazione. Gli tolsero il chiodo e cominciò a spostarsi sul sedere dentro l'ospedale. Restava nel recinto solo per approfittare dei pasti, però non entrò più in ortopedia. Dormiva sotto la veranda o sdraiato sul pavimento del pronto soccorso, dietro una porta semi aperta.
Passarono tre mesi e l'osso si saldò. La gamba restò girata in fuori e più corta di cinque centimetri. Appena in grado di camminare, sparì dall'ospedale. Vi ritornava solo quando la fame lo spingeva. Il personale non aveva più il coraggio di negargli i resti della refezione dei malati.
A un certo punto si aggregò a due mendicanti, che dormivano in una stanza laterale della sacrestia della cattedrale vecchia, costruita nel settecento. Era una chiesa di stile coloniale antico, dalle linee barocche molto ben proporzionate. Purtroppo stava sgretolandosi a poco a poco, per mancanza di fondi per il restauro. Nella stanza il tetto era di tegole antiche. Alcune erano rotte e pioveva dentro. A forza d'insistere, mi portò a vedere il posto. Contammo le tegole rotte: erano dodici. Gli diedi i soldi per sostituirle.
Non ebbi mai il tempo di andare a vedere se era vero che le aveva comprate e montate, ma forse quella fu una delle poche volte che non mi disse una bugia, perché insisté molto affinché andassi a vedere.
Mi dispiace di non averlo accontentato e di aver, forse, perso l'occasione per constatare che, almeno per una volta, aveva usato i soldi nel modo concordato.
Mi hanno avvisato per radio stamani che è stato trovato il cadavere di Rapete lungo il Rio dos Bons Sinais, vicino alla strada litoranea, affogato.
Ora mi trovo a Milevane, una missione a quattrocento chilometri da Quelimane, per una settimana. Mi spiace molto di non essere presente al suo funerale, ma i miei confratelli mi hanno assicurato che gli compreranno la bara e lo accompagneranno al cimitero.
Ho celebrato stasera la messa vespertina per lui.
Sono commosso, lo ammetto. Quando, al memento dei morti, ho pronunciato il suo nome, ho capito fino a che punto era vero il modo con cui la gente lo chiamava: Rapete, il figlio del dottor Marchesini.

Aldo Marchesini, s. c. I.

Milevane, domenica della Sacra Famiglia, 28 dicembre 2003.
( modificato in data 3-12-2012)
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