Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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31-1-2020
Nuovo racconto di Padre Aldo

Cronache minori


Carcere

L'altra domenica, dopo la fine della messa in prigione, sono andato come al solito all'ambulatorio per visitare qualche malato.
Jeremias, il prigioniero che aiuta l'infermiere che fa servizio nel carcere, mi dice: "Dottore, finalmente abbiamo raccolto tutti gli esami del sangue dei nostri malati che devono essere operati. Sono sette".
Li controllo uno ad uno. A tutti ho fatto chiedere l'emoglobina e i globuli bianchi, il test dell'HIV e l'esame della malaria.

Sono gli esami di base che si richiedono a tutti, per poter operare con una conoscenza essenziale dello stato di salute. Vedo che tutti hanno l'emoglobina sopra i dieci grammi e che i due che avevano accusato malaria hanno già  completato il trattamento di tre giorni con il Coartem.

Guardo il risultato dell'HIV: metà  sono siero positivi e fanno già  il trattamento antiretrovirale. Uno solo è un caso nuovo, ed è già  stata chiesta la carica virale. L'infermiere mi dice che deve andare a ritirarla durante la settimana.

Faccio chiamare tutti i pazienti per il controllo. Da operare ci sono tre idroceli, due ernie inguinali e due casi di pulizia chirurgica.

Mi fermo a discutere con i malati e l'infermiere come fare per operare rapidamente questo numero rilevante di pazienti. Concordiamo che la cosa più semplice sarebbe operarli tutti nella stessa mattina. Questa era anche la proposta dei miei colleghi del reparto di chirurgia. Il problema principale è l'accompagnamento dei prigionieri all'ospedale. Dovrà parlare col direttore perchè autorizzi l'uscita di tutto il gruppo insieme ed assicuri che le guardie ricevano ordini precisi dall'alto. Il secondo problema è come fare per organizzare la visita anestesiologica in tempo utile.

Ci salutiamo colla promessa di dar loro le informazioni necessarie per tempo.


Il direttore si dichiara subito d'accordo di operare il gruppo intero nello stesso giorno e mi assicura che darà  ordini ai responsabili per l'accompagnamento all'ospedale.

Coi miei colleghi della chirurgia concordiamo di fare un solo programma operatorio per il prossimo venerdì. Potremo usare tre letti operatori contemporaneamente, in modo da finire le operazioni nell'orario normale di lavoro. Resta la parte burocratica: riempire le cartelle di ricovero per ciascuno, a partire dalla diagnosi e dagli esami fatti, includendo il consenso informato, documento legale necessario per operare ogni paziente. Si deve poi contattare l'infermiere responsabile del reparto perchè prepari i letti per il ricovero.

Il mattino della vigilia dobbiamo risolvere il problema della visita anestesiologica. La cosa più semplice sarebbe che il nostro anestesista potesse andare in carcere colle cartelle e gli esami e visitare i pazienti nell'ambulatorio. è necessario che il direttore autorizzi l'entrata dell'anestesista e dia le disposizioni del caso. Gli telefono e subito acconsente e mi dà  il nome del capo turno a cui l'anestesista dovrà  rivolgersi quando arriverà  in portineria.

Per fortuna la prigione è molto vicina all'ospedale e si può andare a piedi.

A mezzogiorno l'anestesista ritorna per darmi la relazione: tutti approvati meno il paziente col caso nuovo di sieropositività  per l'HIV. La risposta della carica virale, che era stata già  consegnata dal laboratorio, aveva dato 137 mila copie virali. Avevano già  cominciato il trattamento antiretrovirale, ma si deve aspettare sei mesi e dopo ripetere l'esame per controllare il potere immunitario.

Tutto pronto per il giorno dopo! I pazienti sono attesi per le sette e mezzo nel blocco operatorio.

Alle otto di venerdì¬ mi vengono ad avvisare che i pazienti non sono ancora arrivati.

"Dottore, lei deve telefonare al direttore! Se no non riusciamo ad operarli tutti!
Chiamo il direttore ed informo che i pazienti non sono ancora arrivati.

"Ah! Ci penso subito io!"
Dopo meno di mezz'ora ci sono già  tutti. Tutte le operazioni sono condotte a termine senza complicazioni.

Il giorno dopo passo visita coi colleghi. Gli operati, nella loro condizione di reclusi, sono legati alla spalliera del letto con una manetta. Per poter andare al gabinetto o lavarsi devono dipendere da una guardia del carcere che vada ad aprire la manetta mentre una seconda, deve restare fuori dalla porta del bagno per vigilare che il paziente non scappi.

Mi rendo conto che è meglio che tutti tornino in prigione in mattinata. Diamo loro un documento di dimissione ed una ricetta di analgesici perchè il capo delle guardie passi dalla farmacia a prenderli. Nella loro qualità  di reclusi, godono di trattamento gratuito, sia di ricovero, che di intervento e di medicinali.

Questa decisione li ha fai tutti contenti, i prigionieri che non sono più legati ad un letto con la manetta, i guardiani, che sono liberati da un servizio di vigilanza e di assistenza faticoso.

La domenica dopo li rivedo in prigione: si sentono bene e ringraziano per essere stati tutti operati senza lunghi tempi di attesa e per aver vissuto una piccola avventura comunitaria, fuori dai muri della prigione!




Aldo
30-12-2019
Nuovo racconto di Padre Aldo

Cronache minori

I miei cinquant'anni di sacerdote

Sto aspettando da un anno il 21 dicembre, perché in quel giorno fui consacrato sacerdote dal cardinal Poma, nella mia parrocchia di San Carlo a Bologna. Il 21 dicembre di quest'anno, 2019, si completeranno i cinquanta anni. È una data che aspetto e preparo. Mi sentii incoraggiato interiormente a farne una specie di anno santo personale e privato, per far convergere pensieri, letture, orazione e vita vissuta verso questa celebrazione.

Questa ispirazione mi fece bene e fu fonte per ricevere grazie, anche se piccole ai miei occhi interiori, addirittura quasi invisibili a me stesso. Però avevo coscienza che erano grazie reali.

Arrivammo così a questo dicembre. Fu un mese molto movimentato con numerosi viaggi, su e giù per il Mozambico, per partecipare alle campagne di riparazione di fistole ostetriche. Fino all'ultima settimana non ero sicuro di poter celebrare il cinquantesimo a Quelimane. Quando, dieci giorni prima della data, fu chiaro che mi sarei trovato a Quelimane, si fece una piccola riunione di famiglia nella mia comunità dehoniana, per decidere come celebrare il tanto atteso giorno. Una celebrazione piccola e in famiglia, con messa in casa nostra e con la presenza di alcuni invitati, confratelli, sacerdoti, alcune suore della nostra parrocchia e qualche persona amica. Il 21 dicembre sarebbe stato un sabato e ciò facilitava ogni cosa: sarei tornato presto dall'ospedale in modo che alle undici e trenta si potesse concelebrare la messa e dopo fare il pranzo di festa.

Io, però avevo un intimo desiderio: festeggiare l'anniversario anche in prigione, coi carcerati con i quali celebro l'eucarestia quasi tutte le domeniche dell'anno. Le date dei viaggi di lavoro si sistemarono da sole: avrei detto messa in prigione nella domenica precedente il 21 dicembre.

Avrei informato i prigionieri all'inizio della Messa. Volevo fare una piccola sorpresa, per mantenere il clima di una ricorrenza familiare, senza pompa. Anche la liturgia si adattava bene: era la terza domenica d'Avvento caratterizzata da letture di letizia che commentavano i segni della presenza del Messia tanto atteso: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto".

Mi svegliai molto presto e meditai le letture in camera, prima di scendere in cappella per le lodi. Portai giù la borsa con il necessario per la messa, ed ebbi tutto il tempo per preparare il vino e l'acqua nelle due boccette; poi controllai le ostie e ne aggiunsi due o tre di quelle grandi, che usa il celebrante, per poterne dare parte agli accoliti e ai lettori. Tutto bene. Chiusi la borsa e preparai il breviario per recitare le lodi col padre Toller. Un po' prima delle sette mezzo arrivarono i due giovani, Timoteo e Casimiro, che sempre mi accompagnano alla messa in prigione.

Arrivammo al carcere accolti con grande gentilezza e rispetto come sempre.
E, come sempre c'è una preparazione. Per prima cosa il rosario, guidato da un gruppo di prigionieri che lo recitano tre volte alla settimana in comune nella loro cella. Poi le preghiere del mattino, in comune, in piedi, cantate; alla fine il tradizionale “musselo", che si potrebbe tradurre come: “sediamoci per dirci come stiamo".

Dirige il responsabile della comunità, invitando a parlare i rappresentanti di ogni ala o dormitorio della prigione. Per ultimo: “Invitiamo il nostro Reverendo a parlare"

Cominciai subito dicendo che, il sabato dopo questa domenica, sarebbe stato per me un grande giorno, perché avrei celebrato il cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Tutti scoppiarono in un grande applauso di felicitazioni e di soddisfazione perché, in fondo era uno della loro comunità, che faceva i cinquant'anni di sacerdote.

Mi ritirai con gli accoliti e i lettori in una stanza accanto alla tettoia che funziona come cappella, per vestire i paramenti.

La Messa cominciò solenne con canti, come sempre.
Poi le letture e l'omelia, in cui cercai di manifestare la mia gratitudine a Dio che mi aveva chiamato. Poi il credo e la preghiera dei fedeli.

Era il momento dell'offertorio. Aprimmo la borsa per prendere il calice, col vino e l'acqua, poi l'accolito cercò nella borsa il recipiente delle ostie grandi e piccole.

Non c'era! Incredibile. Quando avevo riempito il recipiente con le ostie non l'avevo messo nella borsa. Un silenzio imbarazzato e doloroso percorse l'assemblea. Il calice e il vino c'erano. Mancavano le ostie, cioè il pane. Senza il pane non si sarebbe potuta celebrare l'eucarestia. Un accolito andò nel piccolo spaccio della prigione dove spesso vendono pani. Tornò desolato: il commesso non era venuto.

Che fare? Non mi era mai successo di presiedere una liturgia della parola senza celebrare l'eucarestia, dato che il sacerdote ero io e stavo presente. Ma senza il pane il mio sacerdozio non era sufficiente…
Questo accadeva proprio nella celebrazione festiva della mia ordinazione!

Non poteva essere successo per caso. Il Signore voleva che capissi forse qualcosa a cui non avevo mai pensato. Non potevo comprenderlo a caldo. Consolai i fedeli presenti, dicendo che avremmo continuato leggendo la preghiera eucaristica, ma senza poterla realizzare nel mistero. Solo in spirito! Al termine cantammo il Padre nostro e poi ci scambiammo il segno della pace. Feci sedere tutti per fare il ringraziamento con la preghiera di silenzio, come facciamo sempre dopo la comunione. Era stata una comunione spirituale, ma certamente era stata reale.

Poi canto di ringraziamento e benedizione finale.
Fu questa la mia celebrazione del cinquantesimo di sacerdozio. Accadde in prigione, forse l'unico posto dove i fedeli non avevano pretese di sentirsi protagonisti; davanti e in mezzo ad una comunità dove si era abituati a “rimanere senza" e a sottomettersi in silenzio alle contrarietà che frustrano le aspettative di possibili gioie della vita.

Ma anche l'unica comunità capace colla sua semplice fede senza pretese, di rendere possibile, con la sola sua presenza, la celebrazione di un cinquantesimo di messa senza il pane. Il mio essere sacerdote si era rivelato non sufficiente per celebrate il “Mistero". La mia persona era, in fondo, appena una componente, anche se piena di gratitudine e di contentezza per il dono ricevuto!
Sì questo è vero, ci sono cose che solo i poveri possono capire!

Quelimane, 27 dicembre, festa di San Giovani apostolo.


Aldo
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