Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
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(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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CARISSIMA CHIARA, CARISSIMO EMME

Prefazione

Quando terminai il libro di “Padre Emme”, mi accorsi che la storia non si concludeva lì. Era necessario continuare, in qualche modo, a raccontare il seguito della vicenda. Vi pensai a lungo, ed alla fine mi parve bene proseguire il racconto non con la narrazione di un seguito, ma aprendo a tutti l’accesso a quella amicizia spirituale che, anche dopo la partenza di Emme per il noviziato, continuò e si approfondì cogli anni. Quale forma migliore di poter leggere lettere che lungo gli anni via via si scrivevano?

Cominciai con le prime, ma poi, come spesso mi accade, non riuscivo più ad averne il tempo, e- perché no? –forse anche l’ispirazione,soffocata, momentaneamente, da esigenze più urgenti di raccontare altre cose.
Tenni sempre segrete queste lettere, tranne una o due, inviate per conoscenza a qualche persona particolarmente amica.
Ora sono arrivato a quindici, ancora troppo poche, ma già sufficienti per farne parte a chi le volesse cominciare a leggere.
Come appare evidente dalla lettura, anche Chiara, dopo aver terminato l’università, poté soddisfare la sua vocazione e partire, finalmente - e con la benedizione dei suoi – per la vita contemplativa. Nel frattempo Emme, dopo il noviziato, concluse gli studi di teologia, e fu ordinato sacerdote. Subito dopo, com’era sempre stato suo ardente desiderio, ottenne dai superiori il permesso di partire missionario, e se ne andò in Africa, a sud dell’equatore.

Le lettere qui riportate non seguono un ordine cronologico, ma sono come il polline dei fiori, che il vento di primavera trasporta e mescola, con quella libertà che tutti gli riconoscono, di poter soffiare dove vuole.

Aldo, novembre 2009




La preghiera del crocifisso

Carissima Chiara,
Venticinque anni fa, come stanotte, ero in viaggio per la mia ultima destinazione in terra di missione. Ci ho ripensato a lungo, da tanti giorni.

Stamani sono riuscito a pregare un po’ da solo, in silenzio in cappella, mentre ancora nessuno era in giro.
Ho ricevuto una grazia: ho scoperto la preghiera del crocifisso.
C’è, sulla parete della nostra cappella, dietro l’altare, un crocifisso di legno.Non avevo mai notato che rimane sempre lì, inchiodato, senza potersi muovere, impotente in assoluto. È lì dal venerdì santo e vi resterà fino al suo ritorno nell’ultimo giorno.
Non fa nulla, non può più fare assolutamente nulla, così inchiodato.

Tuttavia, Chiara, la preghiera del crocifisso mi ha fatto capire che è nella croce che Gesù salva il mondo. L’opera più grande della storia è quella, e dura, contemporaneamente ad essa, fino alla fine dei tempi...
La storia è accompagnata in tutto il suo corso, giorno dopo giorno, anno dopo anno, millenmnio dopo millennio dalla preghiera di Gesù in croce.
“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me.”


Sia santificato il tuo nome

Carissima Chiara,
Ti voglio raccontare una piacevole sorpresa spirituale che m’è capitata stamani.

Mi trovo in città per qualche giorno ed al mattino devo uscire colla macchina dalla casa. È a diesel ed il superiore mi raccomanda spesso di lasciar scaldare il motore per un minuto o due prima di partire.
M’è venuta l’ispirazione di riempire questa sosta con la recita del primo mistero del rosario del giorno. Medito un istante il mistero che si contempla e poi passo alla prima invocazione del Padre nostro. Mi pare di averti già raccontato varie volte di come non riesco più a recitare il rosario al modo classico, con il Padre nostro, le dieci ave Maria ed i gloria. Il mio modo è quello di pregare una sola invocazione alla volta. Ti faccio l’esempio di oggi, lunedì.

Infilo la chiave e mentre aspetto che il filamento dell’accensione si riscaldi, penso: ”Primo mistero gaudioso: contempliamo l’annunciazione dell’angelo a Maria.” Rimango a pensare all’angelo e a Maria che si parlano e, quando il filamento è caldo, completo il giro della chiave e sento il motore dell’avviamento che parte. A questo punto invoco: “Padre, sia santificato il tuo nome!”
Quando sono da solo preferisco usare la formula breve di S.Luca che non quella solenne di Matteo: «Padre nostro che sei nei cieli».
Padre! Così, semplice, diretto, come credo che usasse Gesù (Abbà!).
Sia santificato il tuo nome! Mi fermo qui. Lo ripeto, lo rimugino nel cuore, l’assaporo, lo desidero.
Quando il motore s’è scaldato, esco a marcia indietro e faccio la manovra per uscire.

Dico allora: “Ave Maria, piena di grazia. Il Signore è con te!”
Mi rallegro con lei, in unione con l’angelo, e ripeto più volte, una per una, quelle parole.
In prossimità del cancello dico: “Gloria al Padre e al Figlio ed allo Spirito Santo!” Non aggiungo altro. La menzione dell’eternità non l’esprimo più in parole (com’era nel principio ed ora e sempre, nei secoli dei secoli). Trovo più bello sentirmela dentro, lasciarmi dilatare da lei, fino ad essere io stesso l’eternità!

Quando esco fuori e giro per la città, tento di andare avanti cogli altri misteri, ma l’attenzione al traffico, anche se fatto quasi solamente di pedoni e biciclette, m’impedisce di pensare realmente all’enunciazione dei misteri ed alle seguenti invocazioni del Padre nostro (venga il tuo regno!) e dell’ave Maria (benedetta tu fra le donne). Se non riesco a pensarvi, direttamente, ed a gustarne il senso, non vado avanti. Ne sono impedito. Allora mi trovo in un’alternanza di tentativi e distrazioni che mi stancano e lascio tutto per un altro momento.

Oggi, invece, ho sentito il desiderio di soffermarmi sulla prima invocazione del Padre nostro.
Padre! Sia santificato il tuo nome...
Sia santificato il tuo nome...
Sono uscito dal cancello con quest’invocazione sulle labbra del cuore ed ho continuato a ripeterla per le vie della città. Andavo quasi a passo d’uomo, per via dei pedoni, che camminano praticamente in mezzo alla strada, e delle biciclette, che procedono in continue evoluzioni per schivarli, uno dietro l’altro.
Guardavo tutta questa gente e ripetevo: “Sia santificato il tuo nome! Sia santificato il tuo nome...”
Lo dicevo a nome di tutti i pedoni, desiderando d’essere, io, appena la loro voce, perché la preghiera potesse uscire dal loro cuore.
Cos’accadrebbe alla città se, in un momento di questa mattina, uscisse all’unisono, dal profondo del cuore della moltitudine che l’abita, questa preghiera, questo desiderio, questo fuoco: “Sia santificato il tuo nome!”?
Che la tua persona sia riconosciuta come il Santo, il Creatore, come Iddio, come Padre! Il sospiro e grido “Abbà!, Padre!”, non dice forse la stessa cosa che “sia santificato il tuo nome”?
Gridare, allora “Sia santificato il tuo nome!” coincide con gridare, sospirare, sussurrare “Abbà!, Padre!”

Ho passto la mattina in città così, Chiara. Sono tornato consolato, confortato, pieno di gratitudine per questa grazia di preghiera, arrivata improvvisa, imprevista.
Sono andato subito in cappella a ringraziare e, appena ho avuto un momento di libertà, ho preso la penna per scrivertelo!
Ora che te l’ho raccontato, mi sento come se questa grazia non la possa più perdere né dimenticare. Scrivertela è stato come metterla al sicuro in uno dei cassetti che tu ed io possediamo insieme, nell’eternità!..

Emme


Cosa vuol dire risorgere dai morti?

Carissimo Emme,
che bello per me è stato leggere il tuo racconto sulla grazia di aver girato per la città una mattinata intera pregando, respirando, assaporando: “Padre, sia santificato il tuo nome!” M’è venuta subito la voglia di ripetere anch’io la tua esperienza.
Ho voluto cominciare annunciando il primo mistero glorioso: contempliamo, Signore, la tua risurrezione. Mi ci sono fermata un momento. Ero di servizio nel guardaroba a stirare. Ho pensato: mediterò la risurrezione per tutto il tempo che ci metterò a stirare questa tovaglia dell’altare, poi passerò al Padre nostro.
Ho cercato di immaginare cosa voleva dire risuscitare dai morti.Stiravo e pensavo “contempliamo Signore la tua risurrezione”. La risurrezione di Gesù! Cosa c’è di più bello e gioioso? Mi lasciavo trasportare dalla contentezza, mentre passavo il ferro su tutta l’estensione della tovaglia. Poi interruppi per preparare la prima piega. Mentre passavo la palma delle mani su quella stoffa di lino, mi pareva di avere lì davanti la Sindone dov’era stato avvolto il corpo di Gesù.
Gesù morto non era più lì, era risorto! Sentivo nascere in me, sempre più forte e sempre più insistente il desiderio di capire cosa voleva dire risuscitare dai morti.

Continuavo a chiedermi, come se fosse il ritornello di un canto:”cosa vuol dire risuscitare dai morti? Cosa vuol dire risuscitare dai morti?”
Ripensai a Paolo quando stava scrivendo ai Tessalonicesi ed ai Corinti che gli avevano chiesto chiarimenti. Mi pareva di vederlo rigirarsi la penna tra le dita, mentre pensava: ”Come posso fare per spiegare cosa vuol dire risorgere dai morti?” Doveva essersi sentito imbarazzato pure lui a cercare di far capire un mistero così grande!

Ripresi il ferro tra le mani e, mentre lo passavo sulla tovaglia, nel mio cuore stavo stirando la sindone di Gesù. Le dicevo: “Sindone, tu che hai custodito Gesù morto nel sepolcro, sei stata l’unica creatura che ha assistito alla sua risurrezione! Ti prego, raccontami qualcosa …”

Non mi disse nulla, ma mi parve d’essere come attraversata da Gesù che usciva da lei, risorto. Fu un attimo, Emme, ma fu un attimo straordinario! Non posso dire che capii il mistero della risurrezione, ma intesi che Gesù risorto era la primizia di una nuova creazione, colui che inaugurava il mondo nuovo e perenne della gloria. Non m’importava capire, non era importante distinguere e spiegare. Contava soltanto, per me, sentirmi abitata da Lui, risorto.
Né lingua disse, né orecchio udì, né mente immaginò mai ciò che il Padre aveva preparato per coloro che lo amano!..

Sentii spegnersi in me il desiderio di sapere cosa voleva dire risuscitare dai morti. Volevo soltanto restare lì, ad assaporare a lasciarmi inebriare da quella comunione con Gesù risorto. Ah, Emme, avrei voluto che non cessasse mai! Avrei voluto gettarmi ai suoi piedi ed abbracciarli, come aveva cercato di fare Maddalena al mattino di Pasqua, quando riconobbe Gesù che l’aveva chiamata per nome. Ma Gesù le disse: “non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre.”
Lasciai subito anch’io la stretta: mi rendevo conto che abbracciargli i piedi per trattenerlo aveva per movente la mia gioia e non la sua persona.
Restò ancora un po’ in me, quasi a ringraziarmi per aver capito che non era bene fermarlo. Poi, lentamente, sparì.

Mi accorsi che ero rimasta col ferro da stiro fermo nello stesso punto della tovaglia. Per fortuna non aveva bruciato il tessuto. Gesù risorto non lo sentivo più, ma il ricordo di averlo incontrato da risuscitato, faceva ormai parte di me, per sempre!

Finii di stirare la tovaglia e per tutto quel tempo non mi ricordai più che avevo cominciato la meditazione del primo mistero glorioso del rosario. La persona di Gesù risorto era il centro della mia coscienza.

Quando misi la tovaglia stirata al suo posto, mi chiesi finalmente: “Dov’ero rimasta?… Nel primo mistero glorioso contempliamo, Signore, la tua risurrezione.”
Quella parola: “contempliamo” mi riempì il cuore. Cancellava il mio desiderio di voler capire, per sostituirlo con quello di voler lasciarmene riempire.

Continuai a stirare fino all’ora dei vespri. Come fu bello stirare, alla presenza di Gesù risorto, pensando, silenziosamente, senza pensieri …

Chiara


La preghiera ultima

Caríssima Chiara,
oggi sono arrivato di nuovo in città, proveniente dalle missioni dell’interno. Ho guidato per sei ore, senza contare la sosta che mi sono concessa, a metà viaggio, per dormire un po’, appoggiato al volante, fermo sotto l’ombra d’un albero. M’era sopraggiunta una sonnolenza che non riuscivo a scacciare. È una sofferenza molto grande guidare assonnato, con tutte le fibre tese per non cadere addormentato. Ricordo l’esperienza d’un anno fa, quando, cercando di resistere, ho ceduto di colpo, senza darmene conto, e mi sono svegliato, dopo un secondo, per i sobbalzi che la jeep faceva in mezzo alle erbacce, fuori dal ciglio della strada. È stato uno spavento così forte, che non lo dimenticherò mai più! Da allora, quando m’attacca la sonnolenza, non cerco più di resistere. Mi accosto e mi fermo.

Le ultime due ore le ho passate bene, senza sonno. I miei compagni di viaggio, invece, si sono tutti appisolati. Ne ho approfittato per godermi, in santa pace, quel silenzio alla presenza del Signore.
Le nostre strade, in Africa, sono assai poco frequentate. Si percorrono decine di chilometri senza incontrare nessuno.
Silenzio e solitudine: due amici sinceri, che fanno volentieri da intermediari per creare un’occasione alla Presenza, di manifestarsi. Alla presenza, intendo, del Signore.
Non ci sono parole, non ci sono contenuti, non ci sono pensieri che vanno e vengono tra noi due. C’è lui presente, e basta. È la preghiera che mi riempie di più, che sento come quella che scende più nel fondo del mio essere e dà riposo.

Ad un certo punto m’è venuto il desiderio di aprire il mio cuore per entrare in comunione esplicita con tutti quelli che, sparsi per il mondo, stavano vivendo la stessa preghiera di presenza.
Che bello! Penso che sia stato un anticipo del paradiso, quando Dio sarà tutto in tutti e ci scambieremo l’uno l’altro il giubilo d’essere e permanere in Lui!

Penso che non ci sarà bisogno di dirti che la prima persona che si fece viva fosti proprio tu. Ciò mi rallegrò e, in certo senso, mi fece distrarre.
Chissà perché, mi venne in mente quella domanda che tante volte ci facevamo, quand’eravamo al liceo insieme: ”Se Dio ci dicesse, come a Salomone, quella notte, sul monte Gàbaon: chiedimi ciò che io devo concederti, cosa chiederemmo?”.
Ti ricordi come ci turbava questa domanda? Non sapevamo scegliere quale fosse la cosa più bella da chiedere, la più desiderabile, la più essenziale, la più vera.
In fondo, sai, questa scelta, vale a dire lo sciegliere cosa chiedere, quell’unico supremo in cui c’è tutto, è un po’ il simbolo e l’immagine della nostra vita interiore. Mai soddisfatti, mai sicuri, di aver trovato veramente il centro.
Finché vivremo, io penso che continueremo sempre a cercare ciò che esaurisce e riassume il nostro desiderio.

Ero in questi pensieri, quando mi venne in mente: e Gesù, che chiese?
A questo proposito ricordai che Luca, nel suo vangelo, racconta che un giorno in cui Gesù s’era appartato a pregare, i discepoli, che lo stavano guardando da lontano, si sentirono riempire del desiderio di saper pregare come Gesù. Aspettarono con rispetto che finisse e poi gli chiesero: “Signore, insegna anche a noi a pregare!”
Non ti sembra che queste parole potrebbero tradurre il nostro desiderio? Dicci tu, Signore: cosa dobbiamo chiedere?
Gesù, ancora intriso di preghiera, rispose subito, senza neppure una pausa per riflettere. A me piace pensare che la prima parola che gli uscì dalla bocca dovesse essere quella che gli riempiva ancora il cuore.
“Quando pregate, dite: Padre, sia santificatto il tuo nome!”
Poi continuò:
“Venga il tuo Regno.”
“Il nostro pane quotidiano dacci oggi.”
“Perdonaci, che anche noi perdoniamo!”
“Liberaci dal male.”

Di tutte queste richieste, era la prima: “Sia santificato il tuo nome!”, quella che mi riempiva per intero il cuore.
Mi chiedevo il perché.

Innanzi tutto era stata la prima invocazione, quella che gli era uscita d’istinto, quella che stava in cima a tutto.
Esaminandola in relazione alle seguenti, mi accorgevo che queste ultime erano come sue spiegazioni ed applicazioni.
Sia santificato il tuo nome, diceva tutto: aveva come oggetto centrale la persona del Padre, il principio di tutto, l’autore d’ogni bene. Esprimeva la compiacenza, la voglia di esultare in Lui, fonte d’ogni gioia. Esprimeva il desiderio che quest’esultanza riempisse il cuore di tutti in piena spontaneità e libertà, che tutte le creature completassero per amore al Padre, il ritorno spontaneo, all’unità con Lui! Che il Padre fosse adorato e amato!

Il suo regno s’instaurava di conseguenza, il nostro pane quotidiano era assicurato perché il nostro pane vero era Lui.
Il suo perdono a noi ed il nostro agli altri era indispensabile per togliere ogni ostacolo intrinseco.
La liberazione dal male era il dono della pace, la libertà da tutti i nemici.

Che bello, Chiara! Cominciai a ripetere, sussurrando: “Sia santificato il tuo nome!|” Lo esprimevo con tutto il mio essere e poi lo circondavo di silenzio. Rimanevo alla sua presenza, ed ogni tanto la preghiera si ravvivava, esplicita: “Sia santificato il tuo nome!...sia santificato il tuo nome...”
Avrei voluto che il viaggio continuasse ancora a lungo, per non finire mai. La città, però, era vicina. Quando riconobbi le prime capanne tra le palme, ne fui contento perché m’ero accorto che il desiderio della santificazione del suo nome si stava mescolando col desiderio di far continuare per sempre il mio goderne e che, perciò, il mio io stava prendendo il Suo posto.

Ed allora soggiunsi:”Perdona le nostre colpe e liberaci dal male!”
Eravamo arrivati!

Emme



Se io fossi stata Salomone

Caríssimo Emme,
pensa che bella coincidenza! Ieri sera ho aperto la tua lettera in cui mi parli della preghiera ultima e stamani, alla messa, abbiamo letto proprio il brano del Libro dei Re, che parla del sogno di Salomone in Gabaon!(sabato 4ª settimana anni pari)
Mi piace scrivertelo qui:
“In quei giorni Salomone andò a Gabaon per offrirvi sacrifici, perché ivi sorgeva la più grande altura. Su quell’altare Salomone offrì mille olocausti. In Gabaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: «Chiedimi ciò che io devo concederti».
Salomone disse: «Tu hai trattato Davide mio padre con grande benevolenza e gli hai dato un figlio che sedesse sul suo trono, come avviene oggi. Ebbene io sono un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che ti sei scelto, popolo così numeroso che non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?».
Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare. Dio gli disse: «Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco io faccio come tu hai detto. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria come nessuno ne ebbe mai».(1 Re 3, 4- 13)

Come avrei potuto dimenticare quel nostro discorrere attorno alla parola del Signore:”Chiedimi ciò che io devo concederti.”?
A quel tempo eravamo troppo giovani per saper dare una risposta. Credo che la cosa più bella sia stata quel non riuscire a scegliere la richiesta capace di esaurire tutto. Ti ricordi, Emme, i nostri discorsi? Pensavamo di chiedere la bontà, o la fede, o la comprensione della Verità, poi la salvezza di tutti gli uomini, poi la capacità di fare la volontà di Dio. Quando leggemmo la visione di Isaia nel Tempio e la sua esclamazione:”Ecco,manda me!”, ci parve che la preghiera ultima fosse chiedere la capacità di compiere la sua volontà, di fare l’Obbedienza con la “O” maiuscola. Dopo un po’ di tempo, tuttavia, ci rendevamo conto che nessuno dei nostri tentativi di formulare la preghiera totale, era capace di darci quella pienezza che immaginavamo ci avrebbe dovuto pervadere, qualora l’avessimo scoperta.

Devo dirti che in questi anni di convento ho continuato a pensarci ed ho quasi raggiunto la soluzione. La preghiera ultima la sento dentro, l’intuisco, ma non la so formulare. Mi accontento allora di esprimerla col silenzio. Chiedo la cosa ultima col silenzio. Io non riesco a scioglierlo, questo silenzio, ma il Signore lo capisce ed io ho la sensazione che lui abbia compreso ciò che io non so e me lo abbia concesso. Mi viene sempre in mente la frase di S.Paolo: «Lo Spirito prega in noi con gemiti ineffabili». Il mio silenzio vuole essere l’atto con cui faccio mio il suo gemito inesprimibile.
Mi viene da pensare come sia un po’ strano che un contenuto che non riesco a specificare possa darmi tanta pace e soddisfazione. Veramente la verità oltrepassa la nostra capacità di esprimerla e definirla! Come mi piacerebbe se tu potessi essere qui a sviscerare questi pensieri come facevamo da ragazzi!

Caro Emme, concludo qui. Aspetto con una certa impazienza di sapere cosa pensi al riguardo.

Ti saluto nel Signore.
Chiara

Chiara


Tu!

Carissima Chiara,
a leggere la tua lettera m’è ritornato alla mente il colloquio che dette il via alla nostra amicizia, seduti sui gradini della fontana nella piazza del Palio a Siena, sotto la torre del Mangia, con le nuvole che scorrevano lente nel cielo azzurro. Fu allora che mi confidasti il tuo segreto riguardo alla vocazione e che la tua incertezza ed il desiderio di parlarmene mi fecero entrare in una dimensione del mondo dello spirito che mi era nuova.
Ora mi confidi che hai quasi trovato la via della preghiera ultima, che la senti dentro di te, ma non la riesci ad esprimere che col silenzio. Lo Spirito Santo lo specifica coi suoi gemiti inesprimibili.
Come allora mi sento preso dalle tue parole, ma con difficoltà a venirti in aiuto.

Ho la convinzione che Gesù l’aveva scoperta ed il suo cuore si lasciava perdere nel mare della sua preghiera ultima. Ma noi, come gli apostoli, che lo vedevano pregare da lontano, non abbiamo il coraggio di interromperlo per farcela conoscere dal vivo.
Come loro sentiamo che dobbiamo attendere che finisca per poi a avvicinarci e chiedergli di insegnarci. La mia domanda a lui non è quella degli apostoli, insegnaci a pregare, ma: cosa dici, tu, al Padre?
Gli faccio spesso questa domanda, e poi resto come te, in silenzio, cercando di decifrare la sua risposta.
Mi sono convinto che la sua preghiera di uomo non può essere che la versione esistenziale, stretta nei limiti e nelle contingenze della vita terrena, di quello stare davanti al Padre, rivolto verso di lui, che S. Giovanni ci rivela nel prologo del suo vangelo. Il Figlio riceve dal Padre il tutto che il Padre è e, traboccante di amore di ritorno, lo guarda e lo abbraccia, ardendo dal desiderio di fare la sua volontà.

Ormai ne sono convinto che è così e cerco di decifrare il silenzio di Gesù, per coglierne il contenuto. Col tempo m’è parso di capire che non si limita a contemplare estatico il volto del Padre, ma che, pure lui, il Figlio fatto uomo, formuli una richiesta, la sua preghiera ultima.
Mi sto convincendo che questa preghiera non possa avere che un solo contenuto: Gesù non può chiedere cose o doni, può solo chiedere la persona del Padre.

Chiara, io credo che la preghiera ultima di Gesù non sia che questa: “Tu!”.

Ho cominciato a farla anch’io, con un certo tremore - non ti nascondo – quasi con paura di usurpare ciò che è proprio di Gesù.
Ho provato allora a restare in silenzio, ripetendo silenziosamente solo questa parola rivolta al Padre: “Tu!”.
Il timore è svanito! La sua preghiera ultima è aperta a tutti: siamo o non siamo diventati figli nel Figlio?

Aspetto, Chiara di sapere cosa ne pensi.
Ti saluto caramente nel Signore.

Emme



È domenica sera

Carissima Chiara,
è domenica sera. Una giornata lunga che ha minacciato di diventare scontenta. Oggi avevo la messa alla sera, in parrocchia; al mattino solo due o tre malati da visitare.
Mi sono alzato pregustando un giorno con parecchie ore libere per poter leggere e scrivere, dare uno sguardo alle riviste e rispondere a qualche lettera..
La visita a malati s’è prolungata per l’arrivo inatteso di ospiti coi quali ho dovuto trattenermi.
Sono ritornato già dopo le dieci. Alla porta di casa c’erano ad aspettarmi due o tre diminuiti fisici in carrozzella, che volevano parlarmi per esporre i loro problemi.
Devi sapere, Chiara, che abbiamo avvisato tutti, ripetutamente, di non venire a presentare difficoltà e richieste di aiuto nelle domeniche e giorni festivi, sia perché noi padri siamo impegnati nel ministero, sia per avere almeno qualche ora alla settimana per aggiornare le nostre faccende private.

Non ho saputo trattenermi dal fare la faccia truce e chiedere se non sapevano che di domenica non dovevano venire. Mi sono mostrato volutamente indisposto e li ho trattati con freddezza e distacco, illudendomi, così di “voler educare”. Loro si mostravano umili e pieni di scuse, ma io ho persistito nel mostrarmi irritato. È pur vero che li ho poi accontentati tutti, ma di malo modo.

Alla fine se ne sono andati, mentre li accompagnavo mentalmente con uno sbuffante: «Oh, finalmente!»

Ormai la mattina volgeva al termine ed avevo soltanto poco tempo prima del pranzo. È stato qui che mi è venuto da lagnarmi e rammaricarmi, considerandomi una vittima dei contrattempi. “Sempre qualcuno che viene a disturbare!”, pensavo tra me, innervosito e scontento.

Mentre mi stavo commiserando, assaporando il gusto amaro di un giorno al contrario, m’è tornato in mente l’atto di oblazione della domenica, che io stesso avevo composto anni fa: “Padre Santo, che al settimo giorno ti sei riposato per assaporare la gioia di aver creato il mondo, insegnaci ad esultare in te e ad essere il cuore del mondo che a te si offre in oblazione e ringraziamento”.
Questo pensiero mi ha fatto fermare nei miei pensieri di sconforto e commiserazione. Mi sono chiesto perché mai dovevo prendermela, quando, alla fin fine, avevo solo utilizzato per far contente alcune persone un po’ di quel tempo che era libero da impegni prefissati e stava lì a disposizione per usarlo a mio piacimento.
Perché non averlo usato con buona disposizione ed accoglienza per far allegro il cuore di persone sfortunate e discriminate?
Che grande occasione avevo perso!
Tornai a ripetere le parole dell’atto di oblazione, questa volta con un senso di conversione interiore, pensando che Dio esultante di giubilo per aver completato la creazione, probabilmente si sarebbe messo bonariamente a ridere a vedere la cocciutaggine e la determinazione di quei poveri a difendere i loro diritti anche in giorno di festa, «violando così il sabato».
“É lecito o no fare il bene in giorno di sabato?”, mi stava chiedendo Gesù.

Compresi che avevo sbagliato e mi prese un senso di rimorso, per essere stato brusco con quelle persone. Il dispiacere di aver fatto male stava prendendo il posto delle rimostranze per la sfortuna e le avversità di questa domenica. Una tristezza dava il cambio allo scontentamento.

Era arrivata l’ora sesta, prima del pranzo. Andai in cappella per la recita del breviario in coro e mi resi conto che ero io stesso la causa della mia afflizione, per aver voluto applicare interpretazioni arbitrarie a cose che non avevano nessuna colorazione negativa.
Per fortuna c’era ancora mezza giornata davantI, mezza domenica, metà ancora di quel giorno che il Padre si era riservato per rallegrarsi!

Gli chiesi aiuto perché mi insegnasse ad esultare e rallegrarmi. Mi rispose subito: mi liberò il cuore dall’oppressione.
Mi sembrava che stesse ridendo mentre mi ripeteva le parole “E’lecito o no fare il bene in giorno di sabato?” “Sì, è lecito” risposi. “Allora lo voglio, sii risanato dalla tua tristezza!”. E mi trovai libero!

Ti saluto nel Signore.

P. Emme


Sulle orme di San Francesco

Carissima Chiara,
finalmente posso fare qualche giorno di ferie. Sono riuscito a trovare un angolo appartato, non distante dalla missione. Degli amici mi hanno invitato a rimanere in una casetta di legno costruita tra il verde, dove loro vanno ogni tanto. Il mare è a meno di cento metri e mentre ti scrivo ne sento il suo rumore e lo contemplo con occhio di compiacenza.
Non c’è nessuno, qui attorno, tranne qualche pescatore colla sua famiglia, nascosti tra il verde. Nessuna voce umana, nessun rumore artificiale. Questo posto è popolato da molti passeri tropicali. Non ne ho visto ancora nessuno, ma, da quando sono arrivato, non hanno mai cessato di cinguettare. I loro canti sono tutti differenti tra di loro, ed uno più bello dell’altro.

Mentre ti scrivo, ringrazio il Signore con tutto il cuore per questo bellissimo dono. Mi sento invitato alla preghiera e quando ho cominciato a rendermi conto di questo convito, ho cercato istintivamente compagni e maestri.
Sono andato indietro di tantissimi anni, per rivivere un viaggio sulle orme di San Francesco, fatto da soli, mia mamma ed io, in macchina, durante una vacanza in Italia,. Mi ricordo che si era in Umbria, nei pressi di Terni. Ci fermammo a visitare il convento di Greccio, abbarbicato sulla roccia, con quelle stanzine ed il coro, minuscoli e strapieni di preghiera, rimasta incrostata sui muri e su quegli scranni medioevali. Lì Francesco aveva “inventato” il presepio.

La visione del coro mi rimase scolpita nel cuore con un invito duraturo alla preghiera di unione, lieta e salmeggiante.
Più avanti, non saprei ora precisare il luogo, entrammo per una specie di viottolo in una costa boscosa, scoscesa, con rientranze naturali, in una stretta valle solitaria. C’era una targa, scritta su metallo, che indicava come in quel luogo Francesco fosse solito rifugiarsi per giorni e giorni, alla ricerca dell’unione con Dio.

Quel posto era simile a questo. Non dico come aspetto fisico, ma come identità essenziale. Quello spirito che lì vi colsi, tanti anni fa, è all’improvviso risbocciato qui, tra la vegetazione, il silenzio, la vista del mare ed il canto dei passeri.
“San Francesco – ho detto – vieni, per favore, a farmi compagnia e ad insegnarmi!”

Ed eccomi qui, Chiara, semplicemente, seduto a scriverti e a guardare il mare, l’intero mio spirito con le mani alzate verso il Padre, in compagnia d Francesco. Senza parole, senza richieste, soltanto contento, desideroso che lo Spirito di Dio mi attraversi e mi consacri.
Sono solo,in un piccolo posto, ma sento il mondo intero dentro di me.
Con tutta la creazione, ti ringraziamo, Padre, per il dono dell’esistenza! Avvolti dal soffio dello Spirito, che a tutto dà vita, vogliamo offrirti, Francesco ed io, in unione a Gesù, il Figlio incarnato, il mondo intero in spirito di amore e di lode!

Chiara, manchi solo tu! Ma fai ancora in tempo a correre qui. Ne sono sicuro: per questo è che ti scrivo

Emme


Emme, sto correndo!

Carissimo Emme!
Lasciami cominciare così, per una volta, con un punto esclamativo.
Sto correndo, come mi avete scritto, tu e San Francesco, per venire a unirmi alla vostra preghiera.
Di luoghi, sulla terra, ce ne sono dovunque, quando sono come il tuo di ora e quello antico di Francesco. Ce n’è uno anche qui, nel nostro convento, anzi, direi, più d’uno. Sono molti gli angoli del chiostro, molte le pietre dell’altare, molti gli squarci del cielo che si vede in alto, incrostati di preghiera, allo stesso modo degli scranni del minuscolo coro di Greccio.

Una sola cosa, scusami la semplicità, mi riempie di un desiderio insoddisfatto. Come vorrei poter udire i gorgheggi tropicali dei tuoi passerotti! Non riesco ad immaginarmeli, ma ti credo sulla parola quanto siano deliziosi.

Sì, Padre, anch’io ci sono, con tutta la creazione, per ringraziarti e lodarti del dono dell’esistenza!
Ah, Emme, come si allarga il mio spirito a tutta l’immensità dell’universo! Mi si riaccende dentro quella notte magica, da ragazzi, al campo scuola in montagna, quando restammo sul prato tutti insieme, a contemplare e a contare le stelle del cielo.

Spazi infiniti, galassie incontabili, abissi interminabili di tempo… Eppure, Emme, c’è qualcosa di più bello di quest’infinita grandezza. Penso al cuore del mondo, che si offre al Padre in ispirito di oblazione e di ringraziamento.
Questi spazi infiniti, questi sterminati eserciti di galassie, queste infinite varianti di bellezza della moltitudine degli esseri viventi che coprono la terra hanno bisogno della mediazione sacerdotale di chi ama Dio con tutto il cuore, per poter raggiungere la perfezione dell’offerta di se stessi in ringraziamento.
Ti confesso, Emme, che quando questi pensieri di preghiera mi attraversano il cuore, rimango colpita di come sia struggente il desiderio di fare comunione con le anime di tutti coloro che sulla terra, coscientemente, si offrono in dono al Padre, lievitando in un solo pane, la creazione intera.
Che impazienza dolorante sento in me, perché si compia il tempo necessario affinché il mondo raggiunga l’età matura di Cristo ed il Figlio offra, finalmente, il Regno al Padre e così egli, il Padre, possa essere tutto in tutti!

Quando, Emme e Francesco, ci saranno, con noi, veramente tutti?

Chiara



Il Castello Interiore

Carissimo Emme,
ti voglio comunicare una coincidenza che mi ha riempito di gioia. Oggi è il 30 novembre, la festa di Sant’Andrea e, proprio ieri, nella sua vigilia, ho finito di rileggere “Il Castello Interiore” di Santa Teresa d’Avila.
Sai come finisce il libro? “Questo scritto è stato terminato nel monastero di S.Giuseppe d’Avila l’anno1577, nella vigilia di S.Andrea , a gloria di Dio, che vive e regna per tutti i secoli dei secoli! Amen».”
La mia gioia è dovuta al fatto che questa lettura ha ridestato in me il mondo interiore di santa Teresa, colla quale ho un’amicizia particolare. Parla delle «mansioni» del castello interiore, che è una metafora per dire l’anima orante. La mansione, o appartamento, più interiore, il centro da cui promana la luce che riempie di sé il Castello, è quella dove risiede il Signore, che lei descrive con singolare libertà come “la santissima Trinità e la sacratissima Umanità”.

Questa mansione, che è la settima, è dove è ammessa l’anima su invito di Dio, per celebrare il loro matrimonio spirituale, cioè l’unione compenetrante, stabile, continua, perfetta. Un anticipo del paradiso in terra.

Sai, Emme, io trovo molto suggestivo che la traduzione abbia mantenuto il termine cinquecentesco e spagnoleggiante di mansioni. Dà un senso di nobiltà e quasi di mistero, che non stona per nulla.

Santa Teresa c’è entrata, e ne parla a lungo. Dice cose affascinanti, e ciò che più mi ha colpito, è che ne parla come di un’esperienza che è aperta a tutti quelli che si incamminano e rispondono all’invito della grazia. Il libro è stato scritto in una forma semplice e familiare, per essere letto dalle sue suore nei conventi della riforma da lei iniziata.

Ho sentito il bisogno di scrivertelo, perché mi pare che la coincidenza della data porti un bell’augurio con sé e sia, al tempo stesso, un invito a proseguire sul cammino.
La settima mansione ci attende tutti e due, insieme ad uno stuolo di altre anime.

Mi sembra che questa lettera possa essere intesa anche come una risposta alla tua sull’impegno di noi oranti di vita contemplativa per intercedere e portare a compimento l’impegno della chiesa nell’educare nella fede lo stuolo infinito di bambini che, specialmente nei paesi del Sud del mondo, chiedono di conoscere e di ubbidire a Gesù.

Quanto più ci apprestiamo a entrare nella settima mansione, tanto più, la chiesa missionaria potrà far conoscere la verità della persona di Gesù ai piccoli della terra.

Ti saluto con affetto.

Chiara



Ottobre missionario

Carissima Chiara,
comincia il mese d’ottobre, il mese delle missioni e ti voglio fare una confidenza infantile.

Stamattina, domenica, ero a celebrare la messa in una delle cappelle periferiche della nostra parrocchia, ben oltre i limiti della città. È una comunità che comincia adesso la sua vita autonoma. Faceva parte di un’altra, già troppo numerosa per poter radunare la domenica tutti i cristiani per la liturgia della parola, e troppo grande per poter permettere relazioni umane personalizzate e l’esecuzione dei ministeri in modo più partecipativo tra i membri della comunità.

Si vive qui l’entusiasmo degli inizi. Per il momento la cappella è ancora fatta di pali e di fango, coperta di foglie di cocco, come si usa da noi, sulla costa.
Siamo ancora in aperta campagna e lo sguardo spazia senza ostacoli fino all’orizzonte di quest’immensa pianura. Le famiglie si spostano qui dalla città per coltivare il loro campo di riso. La maggioranza ne ha mezzo ettaro, che esige tuttavia abbastanza lavoro, per dare a questa coltivazione così bisognosa di cure, tutte le attenzioni necessarie.

Ero dunque già paramentato ed aspettavo l’inizio dei canti e dei tamburi per incamminarmi, cogli accoliti e le bambine che aprono danzando il corteo d’ingresso, verso la cappella. Avevano preparato il camice ed i paramenti sotto una giovane acacia dai rami teneri, da cui cominciavano a spuntare i primi fiori rossi della stagione.
Alzai lo sguardo verso il cielo e vidi i rami fioriti brillare nel sole del primo mattino, contro l’azzurro del cielo, mentre delle piccole nuvole scorrevano come sfondo, lentamente e silenziosamente.
Questa visione me ne aprì un’altra, nella memoria, della mia prima gioventù. Ero allora novizio ed era primavera.. Stavo guardando il cielo da sotto un albero di ciliegio, e vedevo piccole nuvole banche scorrere lentamente sullo sfondo dei rami fioriti. Colla fantasia mi immaginavo d’essere in Cina, missionario già di molti anni. Il desiderio d’essere missionario era grande e nella mia fantasia rivivevo le vicende del romanzo di Cronin “Le chiavi del Regno”, ambientato in Cina. Quella storia mi aveva affascinato ed ero andato anche a vedere il film che ne era stato tratto.
Anzi, Chiara, ti dirò di più: quella vista del cielo azzurro colle nuvole dietro i rami fioriti d’un ciliegio, non era soltanto un girovagare della fantasia. Quella visione la vissi, nel segreto del mio intimo, come una profezia o, per lo meno, come una promessa formale che Dio mi faceva: potrai veramente, un giorno, alzare gli occhi da sotto un albero in fiore e vedere, sullo sfondo, scorrere lente le nubi sull’azzurro del cielo di missione.
Non ho mai raccontato a nessuno questo segreto, perché lo ritenevo troppo infantile e al tempo stesso, scusa la parola, troppo divino. Voglio dire che l’ho sempre considerato una profezia e, da qui, puoi capirne il pudore a parlarne.
Ebbene, Chiara, oggi si è ridestato in me quel ricordo e - a te sola lo posso confidare – attraverso questi rami di acacia in fiore, quelle nuvole bianche sono per me come un angelo che percorre il cielo per annunciarmi che la profezia si è avverata!

Sarei rimasto lì un’ora, ad assaporare questa verità, ma all’improvviso cominciarono a rullare i tamburi e le bambine a passo di danza, aprirono il corteo d’ingresso, mentre la giovane comunità intonava un canto di gioia e batteva le mani, invitando proprio me, padre Emme, a celebrare la morte e la resurrezione di Gesù in questa terra di missione.

Emme



Il segreto del ramo fiorito

Carissimo Emme,
ti ringrazio per aver scelto me come depositaria del tuo delicatissimo segreto. Lo posso chiamare «il segreto del ramo fiorito»? Rimarrà fra noi quest’espressione in codice, per parlare di quell’avvenimento. Sei d’accordo?

Ebbene, Emme, lascia che adesso sia io a svelarti un mio segreto. M’è venuto in mente per associazione di idee. Infatti lo potremmo chiamare con lo stesso nome in codice: «il segreto del ramo fiorito».
Di cosa si tratta? È un segreto che nasce in un contesto di monache contemplative. Noi tutte ci sentiamo consacrate a Gesù col vincolo del matrimonio spirituale. Quindi c’è un’esigenza intrinseca a coltivare l’unione e la preghiera continua.

Ci sono periodi in cui mi è facile vivere la preghiera come presenza. Anni fa mi sentivo impegnata a rappresentarmi Gesù presente in me, usando l’immaginazione. Vedevo, tuttavia, che il lavoro dell’immaginazione era faticoso.
Seguii le confidenze di Santa Teresa d’Avila, che rivela d’aver cominciato ad invitare ad entrare da lei il Gesù di certi momenti della sua vita, in cui era particolarmente addolorato, amareggiato o stanco. Trovandosi in una condizione psicologica di prova e solitudine, pensava che avrebbe accettato più facilmente l’invito. Gesù tradito da Giuda, Gesù di fronte a Pilato, Gesù nel Getsemani, sulla croce…
Devo dire, Emme,che questo stratagemma funzionava abbastanza bene anche con me anche con me. Tuttavia restava la fatica dell’immaginazione.
Il passo seguente fu quello di concentrarmi, non tanto sull’aspetto e sulla situazione specifica di Gesù, quanto di considerare appena la sua presenza.

Avvertire Gesù presente, rivolgermi a lui, parlargli o semplicemente stargli accanto. Vidi che era molto più riposante e meno esigente psicologicamente. L’accento si spostava, così mi pareva, più decisamente sulla fede.

Ci sono periodi, Emme, che tu pure devi saper bene, di aridità e secchezza interiore, in cui, per coltivare la presenza anche se senza immagini, ci vuole un dispendio di energie interiori molto notevole.
Fu in una di queste occasioni che entrai in cappella per pregare, cercando la sua presenza, pensando di usare l’eucaristia nel tabernacolo come sostegno alla mia aridità. Eravamo nel tempo pasquale, in primavera, e davanti al tabernacolo c’era un ramo di mandorlo fiorito, preso dal nostro giardino.

Vederlo e capire, fu tutt’uno. Quel ramo, era esso che stava alla presenza di Gesù, per presentargli i suoi fiori, la sua bellezza, il suo profumo. Non pretendeva che Gesù si facesse presente a lui. Non aveva neppure bisogno di pensare esplicitamente a lui. Gli bastava appena offrire i suoi fiori ed offrire se stesso.
Capii che c’era un passo ulteriore, dopo la presenza. Era l’oblazione di sé, la disposizione interiore ad offrirsi. Questo è uno stato, una decisione permanente, che continua anche senza pensarci. Mi sembrò molto confacente al mio stato di sposa. Lo sono sempre, so di esserlo sempre, è l’essenza di me e continua sempre, anche quando non ci faccio mente locale.

Con l’oblazione, l’accento si spostava ancora un po’: questa volta dalla fede verso la carità. La fatica di credere era minore della fatica di immaginare, ma la fatica di amare era ulteriormente inferiore a quella di credere,

Emme, come rimasi felice di questa scoperta!!

Da allora è iniziata una nuova stagione spirituale. La preghiera è diventata più bella e più facile. Mi piace molto poterti raccontare queste mie piccole scoperte. Era tanto tempo che ci pensavo: come posso raccontare queste cose ad Emme? Mi parevano così personali ed insignificanti!
Poi, la tua lettera del cielo che fa capolino dietro il ramo d’acacia in fiore, mi ha fatto venire in mente di dare lo stesso nome in codice anche alla mia scoperta: «il segreto del ramo fiorito».

Sei d’accordo di usare lo stesso nome per i nostri due segreti?
Spero di sì!

Vorrei poterti mandare la felicità che sento dentro nello scriverti queste cose. Ma so che ci riuscirò, perché tu sei riuscito a farmi arrivare quella che provasti sotto il ramo fiorito. In fondo, mi pare di capire, sono due felicità quasi uguali!

Chiara.


Il carcere

Carissima Chiara,
oggi è venuta in parrocchia la vedova di un uomo ancor giovane, di meno di quarant’anni, per far celebrare una messa in suffragio del marito, morto giorni prima. Non lo conoscevo, ed ho chiesto alla signora se era morto in ospedale ed in che reparto. Senza dire nulla, ha tolto dalla borsa un foglio del certificato di morte del Registro Civile. Era firmato dal chirurgo di servizio dell’ospedale e la causa di morte diceva: “Emorragia acuta per ferita di arma da fuoco nella faccia mediale della coscia sinistra, con lacerazione dei grandi vasi e sfacelo dei muscoli.”
Ho guardato la data: era di pochi giorni prima e lei chiedeva la messa del settimo giorno.

Non ho avuto coraggio di chiedere ulteriori dettagli, perché ieri ero andato a celebrare la messa in prigione e mi avevano informato che nella cella di rigore c’era un recluso, ferito in un assalto a mano armata. Dopo la messa, chiesi all’ufficiale di servizio di poter vedere il ferito. Mi ha aperto la porta ed ho potuto constatare che l’uomo non stava molto male. Aveva una medicazione sul torace e mi disse che era stato un tiro della polizia, mentre stava rubando in una casa, insieme ad un altro. L’altro era stato ferito ad una gamba, ma non s’era più rialzato, mentre lui era stato catturato.
Mi mostrò il referto dell’ospedale: «Proiettile di arma da fuoco nei tessuti molli del torace, senza lesioni polmonari. Estrazione del proiettile». La messa di suffragio era quindi per l’assaltante ucciso durante il furto.
Come vedi, Chiara, anche in Africa c’è la criminalità organizzata ed io, che visito le due prigioni della città, me ne posso rendere conto. I carcerati sono centinaia e le condizioni di vita sono, per forza di cose, abbastanza precarie. È un’umanità ferita dalla miseria, dall’ignoranza, dalla disoccupazione, dalla violenza, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Ma è l’umanità di questa terra, ed è quella a cui siamo inviati.
La stragrande maggioranza sono dentro per furto e oserei dire che la quasi totalità sono giovani. È la cosa più dolorosa. Ragazzi che, al primo impatto con la durezza della vita, sono stati travolti dalle circostanze.

Noi della chiesa cattolica cerchiamo di dare assistenza spirituale ai nostri e di fare molti servizi di carità a chiunque ne abbia bisogno.
Le chiese evangeliche hanno organizzato una scuola di Bibbia, con una lezione settimanale. Con la collaborazione dello stato abbiamo aperto una scuola di alfabetizzazione ed anche di classi elementari. Ci sono più di duecento iscritti. Gli insegnanti sono forniti dal ministero della Pubblica Istruzione e sono pagati dal governo. Anche i mussulmani hanno il loro luogo di preghiera: una tettoia con base di cemento, col nome ufficiale di moschea.

I reclusi sono persone che hanno sbagliato, ma la prigione può diventare il luogo di ripresa del coraggio di ricominciare a vivere bene.

Una di queste domeniche, il responsabile della comunità cristiana della prigione, quello che dirige la liturgia della parola alla domenica, mi ha portato a vedere un vecchio che dorme nella «moschea». Le stanze della prigione sono strapene e così molti dormono all’aperto sotto ripari, verande e tettoie. Mi chiedeva di interessarmi per sollecitare alle autorità competenti che gli fossero concessi gli arresti domiciliari. Praticamente non si muove dalla coperta ripiegata su cui siede e dorme. Non riesce quasi a camminare e si fa tutta dosso.. Eppure anche lì in prigione ci sono cuori sensibili che lo aiutano, lo puliscono, gli fanno il bagno e gli lavano i vestiti,. La bontà si riesce a mescolare sempre alla sofferenza e agli sbagli.
Le tre realtà: bontà, sofferenza e peccato sono proprie di tutta l’umanità ed è per questo, Chiara, che ti scrivo. Sono situazioni che hanno bisogna della tua preghiera e dell’intercessione di tutti coloro che, come te, pregano, avendo a cuore il mondo intero.
Ti saluto, Chiara, e conto su di te!

Emme



Immersi nel mondo

Carrissimo Emme,
ho tra le mani al tua lettera in cui mi parli della prigione.
Mi ha molto colpito, nella mia sensibilità di donna, il racconto della vedova che viene a far celebrare la messa del settimo giorno per il marito ucciso dalla polizia, mentre rubava.
Ho capito, e vissuto con commozione, il silenzio con cui ha risposto alla tua domanda riguardo alla sua morte. Ho sentito in me i suoi pensieri ed i suoi sentimenti mentre cercava un modo per darti una risposta senza dover parlare. Era un segreto doloroso, ma che era importante far conoscere al sacerdote che celebrava la messa per l’anima di suo marito, morto così tragicamente ed improvvisamente. Con certezza la tua messa è stata marcata a fondo da quella verità.

Ti ringrazio, Emme, per farmi conoscere, ogni tanto, situazioni di vita che danno occasione e coinvolgimento alla nostra preghiera di contemplative.
Dici bene che queste tre realtà: bontà, sofferenza e peccato sono proprie di tutta l’umanità.
Sono la farina con cui è impastato il mondo degli uomini sulla terra.. Il nostro compito di oranti è quello di impastarla col lievito di Gesù, per darle un nuovo significato e nuova vita.

Ti metto qui, Emme, un’orazione che ho ritagliato da un vecchio libro di preghiere e che ho messo nel breviario. La recito spesso, ed ora con la tua lettera, ha per me un sapore veramente concreto e vivo, che me la farà amare molto di più:::

“Padre Santo,
immersi nel mondo,
ti offriamo l’umanità intera
con la sua bontà,
le sue sofferenze,
i suoi peccati.

Lavaci nel sangue
Del tuo agnello
E versa su di noi
La tua infinita misericordia!
Amen”.

Chiara

(continua)

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( modificato in data 22-4-2013)
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