Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Giovedí  23-11-2017   ore  23:20    Buona Notte   IP 54.80.146.251
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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L’angelo
Racconto interiore

1
Era notte solo da un’ora, ma Venere brillava così intensamente nel cielo nero che rimasi estasiato a contemplarla. Brillava, regnava, e taceva. Il suo silenzio mi colpì più del suo splendore. Capii che voleva parlarmi, ma non con parole. Entrai in macchina e misi in moto. Mi avevano chiamato dall’ospedale per un’urgenza. Le vie di Quelimane erano piene di buche e scelsi di percorrere la strada che costeggia il cimitero, la meglio conservata di tutte.
La mia città, Quelimane, può dirsi costruita in mezzo agli alberi. Ce ne sono dappertutto. Mentre guido, ogni tanto guardo sulla mia destra, con la speranza che Venere si mostri ancora, tutta luce. Si mostra difatti, sbucando qua e là da dietro una sagoma nera, quasi che voglia giocare a rimpiattino con me. La strada gira ad angolo retto ed ora la vedo di fronte, splendente.
“Sì, dimmi…” le dico. Non risponde, ma brilla soltanto, in silenzio. Non mi dice parola, è vero, eppure mi vede, mi guarda. È venuta per me!

Sono giorni duri, questi. In chirurgia siamo rimasti solo due medici e dobbiamo fare turni d’urgenza di ventiquatt’ore a giorni alterni.
Lavoriamo ogni giorno in ospedale, come sempre: visite ai degenti, operazioni programmate, ambulatorio, ricette, prescrizioni, attestati, relatori. Per chi è nella scala di turno alle urgenze ci sono in più tutte le chiamate al pronto soccorso per i malati che arrivano da casa con problemi acuti o per quelli trasferiti dai distretti in ambulanza, perché oltrepassano le risorse locali.

Non so cosa mi aspetta stasera.
“Qui, dottore! Ci sono tre casi di chirurgia.”
C’è un bambino di un anno con i braccini ed il petto ustionati. Gli è caduta addosso dell’acqua bollente. Sta cercando di piangere, ma la mamma gli mette a forza il capezzolo in bocca. Dà due o tre succhiate e poi si stacca per gridare.
Il secondo caso è un giovane che è stato investito da una bicicletta ed è caduto battendo la testa. L’hanno portato all’ospedale incosciente, ma ora sta cominciando a recuperare. Ha già fatto la radiografia. La porto con me al negatoscopio: niente di rotto. Per questi due casi basta aprire la cartella per ricoverarli, scrivere la medicazione e la condotta terapeutica.
Il terzo invece è complicato: un ragazzo di diciassette anni che il giorno prima, giocando a pallacanestro nella scuola, è inciampato ed ha battuto con forza la pancia contro la ringhiera. Ha il viso affilato, è disidratato, febbrile. Si vede che sta male. Appoggio la mano sull’addome e basta quel tocco per farmi capire che si tratta di una peritonite da operare al più presto. Con tutta probabilità la botta della ringhiera gli ha provocato una perforazione dell’intestino. Il personale del pronto soccorso ha già inviato il sangue per le analisi, ha canalizzato la vena ed ha collocato una flebo a goccia rapida. Manca il catetere vescicale e la sonda naso-gastrica. Ci pensa l’infermiere, mentre spiego al paziente e ai familiari la situazione clinica e l’operazione di cui ha bisogno. Tutti accettano e ringraziano. Scrivo la cartella e mando il ragazzo in barella alla sala operatoria. Mentre camminiamo sotto la veranda calcolo quanto tempo ci vorrà per operare, supposto che si tratti di una semplice perforazione intestinale. Sono adesso le ore venti. Fra una cosa e l’altra potrò cominciare a tagliare verso le ventuno. Un’ora, un’ora e mezzo d’intervento, più il registro, la cartella, il cambiamento degli indumenti, il ritorno a casa, eccetera, potrò andare a dormire a mezzanotte. Domani è martedì, giorno di visita al reparto al mattino e poi ambulatorio al Centro de Saúde “17 de Setembro”, dalle 13,30 fin verso le 18,30. Sarà quasi impossibile fare la visita senza che il sonno mi venga a tormentare e quindi sarò più lento e finirò più tardi. Domani sera dovrò cercare di andare a letto presto, perché il giorno dopo, mercoledì, sarò di nuovo di turno con le urgenze.

Arrivo al Blocco Operatorio e trovo un certo movimento: c’è una partoriente sulla barella, che deve fare un taglio cesareo. Quella vista mi crea un certo disappunto: tutto dovrà essere rinviato di almeno un’ora.
“Ahi, questa non ci voleva!” penso fra me, schiacciato dalla prospettiva di dover perdere non due, ma tre ore di sonno notturno.
“Chissà come potrò fare domani?” Mi affido alle mani di Dio e mi avvio allo spogliatoio per cambiarmi e indossare gli indumenti verdi per entrare nella sala operatoria. Il collega ginecologo è già seduto al tavolo del gabinetto medico, pronto per entrare, appena la paziente sia anestetizzata. Ci salutiamo e gli dico che dopo il cesareo ho una peritonite da operare. Mi risponde che il suo è un caso semplice di sproporzione fra testa del feto e bacino. “Non ci dovrei mettere più di mezz’ora. Le prometto che sarò rapido, dottore!”
Lo ringrazio e mi sdraio sul divano, dopo aver chiesto il suo permesso. Voglio dormire un po’ per diminuire le ore di sonno che dovrò perdere stanotte. Di sonno accumulato ne ho da vendere, con le urgenze a giorni alterni.
Mi stendo sul divano e, appena sdraiato, il sonno mi vince. Lo sento arrivare a tuffo e me ne rallegro. In meno di un minuto so che sarò già addormentato. Il collega mi augura buon riposo ed esce per andare ad operare. Piombo in un sonno pesante e ristoratore.

“Dottore, dottore!”. Mi sveglio di soprassalto ancora assonnato. È l’inserviente della sala operatoria. “Può lavarsi. Il suo paziente lo stanno già anestetizzando.” Non vedo nessun altro. Il ginecologo se n’è andato. Ha scritto il registro dell’operazione e la cartella senza far rumore. “Molto gentile!” penso fra me.

Il ragazzo aveva di fatto una perforazione del colon trasverso. Tutto sommato una cosa semplice. Finisco in meno d’un’ora. Guardo l’orologio alla parete: non sono ancora le ventitre. Me ne rallegro, pensando che potrò andare a letto prima del previsto e per di più con un’ora buona di sonno già dormita!
Scrivo in fretta la cartella, il rapporto dell’operazione, poi mi cambio ed esco. La porta del blocco operatorio è a pianterreno e si apre direttamente sotto il cielo. Guardo d’istinto verso occidente: Venere è già tramontata da un pezzo. Il suo ricordo mi ravviva la gioia della sua visita. Sento che quello di oggi è stato solo il primo passo.
Quando però arrivo al corridoio del Pronto Soccorso, un’altra sorpresa mi attende. Stanno entrando feriti, qualcuno a piedi, aiutato da un familiare o un inserviente, altri in barella o in sedia a rotelle.
I letti, nove in tutto, sono già occupati. Gli ultimi arrivati, se non sono gravi, sono fatti sedere sui banchi, altrimenti sono sistemati su materassi per terra.
Mi informano che una vettura aperta che trasportava passeggeri s’è capotata alcune ore fa a quaranta chilometri da Quelimane. La polizia ha avvisato la direzione dell’ospedale, che ha inviato due ambulanze e un camioncino per raccogliere i feriti.
Mi passano di colpo tutta la stanchezza ed il sonno e mi metto al lavoro. La prima cosa da fare è il “censimento” dei feriti, passandoli rapidamente in rivista e scrivendo le diagnosi sul foglio di internamento, cominciando da quelli che mi sembrano i più gravi. In tutto sono diciassette e nessuno mi pare in pericolo di vita. Tre di loro hanno fratture. Prescrivo un’iniezione di morfina, immobilizzo come si può il braccio o la gamba rotti con cartone e fasciatura e richiedo una radiografia. Nel frattempo mando a chiamare l’ortopedico.
Altri due hanno battuto la testa e sono semicoscienti. Tutti hanno contusioni ed escoriazioni multiple e parecchi hanno delle ferite che devono essere suturate. Nessuno ha bisogno di essere operato.
Gli infermieri di servizio sono due, più l’infermiere della ronda notturna ed un inserviente. Dalla sala di trattamento intensivo, lì accanto, vengono un’infermiera ed un inserviente. Apriamo le due sale della piccola chirurgia e la sala gessi e cominciamo il lavoro di disinfettare, suturare, fasciare, fare l’antitetanica, canalizzare una vena a chi è più malconcio e distribuire paracetamolo o morfina secondo il bisogno. Lavoriamo in silenzio, a due a due, per aiutarci a vicenda. Per ognuno completo il foglio di ricovero, aggiungendo alla diagnosi la medicazione fatta e quella da fare, decidendo se sono da ricoverare in reparto o possono restare nel pronto soccorso fino al mattino. Per fortuna sono in gran parte residenti a Quelimane. Il tempo scorre veloce e sono le due passate, quando finiamo.
L’ortopedico è già arrivato ed ha fatto delle stecche di gesso ai fratturati e li ha ricoverati. Io ne ho internati quattro, mentre gli altri dieci andranno a casa domani, anzi, stamani, quando sarà giorno.
Mentre guido la macchina lentamente, verso casa, nella città deserta, cerco di programmare al meglio le cose, per ridurre al minimo le conseguenze negative. Bisogna che dorma per lo meno altre cinque ore. Arriverò con tre ore di ritardo all’ospedale. Farò la visita al reparto piuttosto sommaria e quindi dovrò vedere i malati da operare il giorno dopo: controllare la diagnosi, scrivere le cartelle e stilare il programma operatorio. Poi correre subito a casa, mangiare un boccone e dormire almeno tre quarti d’ora, prima dell’ambulatorio. Comincerò in ritardo di oltre un’ora, ma spero che il sonno non mi assalti durante le visite. È questa, per me, la sofferenza più dolorosa. Se tutto va bene finirò forse per l’ora di cena. Se avrò forza, celebrerò la messa dopo cena, se no la salterò. Che farci?


2
È già notte un’altra volta da oltre un’ora, quando rientro a casa dopo l’ambulatorio. Venere è di nuovo lì, silenziosa, ad attendermi, ancora alta e splendente nel cielo nero.
Scendo dalla macchina e mi fermo nel prato a guardarla.
“Sono venuta per parlarti – mi dice – ma oggi sei troppo stanco. Resterò alta nel cielo, per te, ancora a lungo. Avremo modo di parlare senza fretta. Non preoccuparti. Sono venuta apposta. Ti aspetterò. Buon riposo!”
Rimango senza parole, sorpreso, con un giubilo sottile in fondo al cuore, quasi incredulo.
Entro in casa.
“Oh, ben tornato! Finalmente! Siediti e mangia, è tutto pronto. Raccontaci com’è andata questo pomeriggio.” Mi fanno i miei confratelli.
“Dei trentadue malati in lista, ne sono mancati cinque, per mia fortuna. Così ho fatto prima. Il sonno mi ha tormentato solo per un’ora, poi se n’è andato.”
Racconto qualcosa ancora e do altri particolari della notte dei feriti. Ma non ho il coraggio di raccontare ai miei confratelli la storia di Venere. È troppo incredibile. “Macché Venere! – mi par di sentirli dire – è tutto sonno arretrato. Vai subito a dormire, che ne hai bisogno e domani sei di nuovo d’urgenza.”
Queste parole me le immagino da solo, ma, mentre le dico a me stesso, mi sento sorgere il dubbio che potrebbero forse aver ragione. Che Venere sia stato tutto un effetto della mia stanchezza?

3
Tre giorni di fila di tempo brutto e cielo coperto. Niente da fare. Poi viene il sabato: cielo sereno. Al pomeriggio arrivano ospiti di passaggio, che andranno a fare un mese di volontariato a Gurúè. Padre Francesco, l’economo, ha un’idea brillante.
“Su andiamo tutti alla spiaggia, a Zalala. È qui a trenta chilometri. Portiamo con noi padre Aldo, che ha bisogno di un po’ di relax, se no diventa matto, a lavorare sempre così! Se partiamo subito, arriveremo là che sarà appena notte. Vedrete che stelle! È uno spettacolo indimenticabile. E poi, per le nove, potremmo essere già di ritorno e cenare con calma, prima di andare a dormire.”
Detto, fatto. In pochi minuti saliamo in macchina. Gli ospiti, due giovani di Brescia, poco più che ragazzi, ne sono entusiasti.
“Si potrà fare il bagno?” ci chiedono.
“Ma certamente! Ci sarà forse un po’ di vento, ma alla vostra età non vi può spaventare.”
Aspettiamo cinque minuti e ritornano con l’asciugamano e il costume da bagno in un sacchetto. Per strada parliamo e scherziamo. Padre Francesco, che è bergamasco conosce i loro paesi e la conversazione non si ferma più.
Quando, però, la macchina sbuca dal bosco di casuerine e mette il muso sulla sabbia della grande spiaggia deserta, si spengono i fari ed il motore ed usciamo, siamo abbracciati dal fascino del grande silenzio, rotto solo dal rumore delle onde, lontanissime, a causa della bassa marea. Dalla luce dei fari piombiamo nel buio della notte, mentre poco a poco gli occhi si vanno abituando e si cominciano a vedere le stelle più grosse, poi, adagio adagio, appaiono tutte, fino alle più piccole e tenui. La via lattea, appena percettibile all’inizio, diventa in breve la padrona del cielo, che attraversa da un orizzonte all’altro. Di fronte a questo spettacolo nessuno osa più aprire bocca. Dire parole parrebbe quasi di fare un sacrilegio, in questo sconfinato tempio della natura.
Ci incamminiamo lentamente verso le onde, là in fondo. Incontriamo delle barche di pescatori arenate sul fianco, per il retrarsi del mare con la bassa marea. I ragazzi lasciano gli asciugamani sulle barche e vanno a tuffarsi. Padre Francesco li segue fin verso l’acqua. Io mi siedo sul bordo di una barca e mi giro verso occidente, colle spalle al mare.
Venere è lì, splendente come una regina.
“Ti aspettavo – mi dice – finalmente possiamo parlarci!”
“ Ti ascolto. Dimmi, ti prego.”
“Sono un angelo che il Signore ha mandato in tuo aiuto. Da molte parti giungono preghiere per te, davanti al trono di Dio. La fatica ti uccide, le cose da fare ti travolgono, non ti puoi fermare mai un minuto. Ci sono sempre persone che ti cercano, ti aspettano, ti bloccano, ti vogliono assolutamente parlare. Quante volte ti sei lamentato con chi ti è accanto, che non puoi mai terminare un’azione senza che qualcuno ti chieda il favore di interrompere un momento!”
“Sì, hai ragione. Sono affaticato e, della vita, ne sento più il peso che la bellezza.”
“Al Signore questo dispiace. Mi ha mandato per insegnarti qualche piccolo segreto. Cerca la verità profonda che si nasconde in te. Prendine coscienza e sarà la verità stessa che ti libererà”
“Come sarebbe a dire, la verità profonda che si nasconde in me?”
“Il sovraccarico e la tensione ti fanno restare alla superficie di te stesso. L’attimo presente è per te come un trampolino per tuffarti nel futuro. Sei sempre in volo. I tuoi piedi non si appoggiano più sul trampolino e nel futuro non ci arrivi mai. Non sei né qui né là. C’è una verità nel presente, c’è una verità nel futuro, e c’è una verità nel passato. Ma per te è come se non esistessero. Non ci sei nel presente, non ci sei nel futuro e non visiti mai il passato. La verità non ha occasioni per sedersi accanto a te!”

Rimasi in silenzio. Ci guardavamo negli occhi, tacendo. Le sue parole avevano sul mio cuore la forza che viene dalla verità.
“Sì, credo che tu abbia ragione. Le tue parole mi convincono, … Venere. Posso chiamarti così, angelo santo? Non visito mai il passato, perché non ne ho il tempo, sono sempre proiettato nel futuro, che anticipo costantemente nel mio pensiero e, così, finisco per perdermi l’unica occasione che ho, quella di vivere consapevolmente e con tranquillità il presente.”
“Sì, puoi chiamarmi Venere, se vuoi. Tu porti con te tesori grandi di verità, che sono i tuoi ricordi, il tuo passato. Li hai vissuti, e quindi sono tuoi, ma è come se non lo fossero, perché non li rivisiti mai nella memoria, non li rivivi nelle emozioni, non li svisceri per coglierne la loro ultima verità. I ricordi li porti con te, ma chiusi, ed incapaci di riscaldarti ed illuminarti con la loro verità. Ti vorrei stimolare ad andare alla loro ricerca e metterteli sulle spalle come verità ritrovate, come pecorelle che si erano perdute. Vedrai che la loro verità ti si rivelerà e ti farà crescere nella libertà. Se ti rimpossesserai del tuo passato, ti sarà molto più facile diventare cosciente possessore del tuo presente.”
“Hai ragione, Venere. Aiutami ti prego, a dare i primi passi alla ricerca del passato.”
“Prova a ripensare a qualche situazione di liberazione. Di qualche volta in cui ti sentivi vivere da oppresso e hai intravisto libertà.”
“Lasciami pensare, Venere cara. Mi sdraio sulla sabbia, per lasciare che i ricordi si possano sciogliere e bussare alla mia memoria.”
Scorgo nella semioscurità la sagoma di un tronco di palma lasciato dalle onde. Lo uso come guanciale e mi ci stendo davanti appoggiandovi il capo. Ascolto il silenzio e guardo il buio. Il silenzio fa emergere il lontano rumore delle onde ed il leggero soffio della brezza marina sulla sabbia. Il buio accoglie fra le sue braccia l’innumerevole moltitudine delle stelle. Le onde ed il vento danno corpo al silenzio, mentre gli astri riempiono di vita e di gioia il buio. Il mio cuore si allarga. Il mio spirito si pacifica. Non sono più un uomo disteso sulla sabbia, sono io, al centro dell’universo. Sono io … sono io. Me lo ripeto, senza usare parole formate. Ma capisco che non è l’ultima verità. Non mi ripeto più nulla. L’io scompare. Resta appena: sono.
Una libertà improvvisa mi bacia: non più io, contenuto ed abbracciato dalla creazione, ora è l’universo intero che penetra in me e chiede al mio “sono” di farlo cosciente di essere …
Non ho più confini, guardo il cielo infinito, ma ha perso la categoria di spazio, la voce del vento e del mare non hanno più suono, la mia mente non pensa più con parole. Tutto è fermo, tutto tace, eppure tutto vive!
Sì, è bello restare qui, sdraiato, col capo sul tronco di palma, ed essere l’intero universo!

…… Silenzio …………

Sento voci che si avvicinano. I miei compagni stanno tornando. Venere è più bassa sull’orizzonte, ma è sempre lì, nell’angolo occidentale del cielo. Ci guardiamo ancora una volta. Il nostro reciproco segreto è diventato grande e sta cominciando a riempire di sé la vita.

4
In quattro e quattr’otto finiamo la cena. La gita al mare ci ha fatto venire fame e siamo rapidi. Sono le 21,30 e ci diamo la buona notte l’un l’altro.
Io vado in cappella per recitare la compieta. Sono solo. Prendo in mano il breviario e lo apro al segnalibro.
Un ricordo lontano si affaccia improvviso alla memoria.
Sto seduto su un banco dell’aeroporto di Tete, più di trent’anni fa. È una costruzione poco più grande di una tettoia, circondata dall’arida savana, punteggiata di maestosi baobab. Ho appena tolto il breviario dalla borsa. Sono in attesa dell’aereo, che ha un ritardo di un’ora. Sono, da un anno, medico a Songo, il villaggio della diga di Cahora Bassa. Sono l’unico medico e devo occuparmi di chirurgia, maternità, pediatria e medicina. Tutte le urgenze e gli imprevisti sono per forza sotto la mia responsabilità. Non posso dire di essere continuamente sollecitato all’ospedale, ma il fatto essere sempre esposto, giorno e notte, sabato e domenica, a chiamate improvvise che mi fanno lasciare a metà qualunque cosa stia facendo, mantiene il mio spirito costantemente sotto tensione. La mia preghiera non può mai cominciare colla tranquillità e la sicurezza di poterla portare a termine in pace. Inevitabilmente mi sento sospinto per arrivare rapidamente alla fine. Ogni preghiera è in certo modo incrinata da un’impercettibile ansia che non mi lascia mai. Questa sera, invece, sul banco dell’aeroporto di Tete, mi sento libero. Nessuno mi verrà a chiamare per andare all’ospedale. I miei accompagnatori son già tornati a casa e dei pochi passeggeri presenti, non conosco nessuno. Voglio assaporare questa libertà a cui non sono più abituato. Con che gioia sottile mi accingo a recitare i vespri! Come vorrei poter pregare sempre con questa leggerezza interiore ... Ma subito me ne pento, in certo modo. La mia condizione vitale di “essere sempre a rischio” è la mia verità. La sottile ansietà non la debbo vedere come un impedimento che turba la mia preghiera, ma come il contesto in cui il beneplacito di Dio mi ha posto. Quello stare sul chi va là, è la mia verità di orante. Il prender coscienza di questa verità mi fa sentire libero. È vero: la verità accettata porta con sé il premio della libertà!
Rimango col breviario aperto ad assaporare questi pensieri. Sono doppiamente felice, felice per gustare il sapore nuovo della libertà dalle chiamate e il sapore appena scoperto della libertà che viene dall’accettare dalle mani di Dio la condizione di essere esposto sempre, senza interruzioni, alle urgenze dei malati. Sono ancora immerso in questo mondo di pensieri e di emozioni, quando l’altoparlante ci avvisa che l’aereo sta scendendo sulla pista ed i passeggeri devono presentarsi alla porta d’imbarco. I vespri, ormai, li reciterò all’arrivo.
Quanto a me, ora, trent’anni dopo, mi accorgo di avere il breviario in mano e di trovarmi in cappella per recitare la compieta. Come sempre, faccio l’esame di coscienza di “gradevole odore”. Lo chiamo così perché non vado alla ricerca dei peccati commessi, ma delle azioni che hanno bisogno di un ritocco per poter diventare un sacrificio di gradevole odore, accetto a Dio. Rivisito, colla memoria, andando a ritroso, le azioni, le situazioni, gli incontri, tutto quello che m’è capitato durante il giorno. Scopro quanto bene mi è stato offerto da tante parti, a cui non ho prestato sufficiente attenzione e che non ho contraccambiato con gratitudine. Scopro quanto bene ho fatto, senza riempirlo di intenzione d’amore e di simpatia. Scopro le occasioni perdute, le freddezze, gli egoismi, le negligenze. Man mano che la memoria va indietro, vivo per la seconda volta ciò che ho già vissuto. Lo posso fermare, considerarlo, abbellirlo, colmandolo di intenzione e di coscienza; completarlo, insomma, e renderlo bello, perche il suo significato diventi di gradevole odore agli occhi di Dio. Che giornata, oggi! La visita dell’angelo l’ha resa indimenticabile … Già così com’è, mi pare che possa essere di gradevole odore!

5
Il giorno dopo è domenica e vado a dire la messa in prigione. Arrivo alle otto, insieme alla mia fedele assistente, donna Francisca. La cappella, una tettoia di zinco chiusa su tre lati, si riempie in fretta dei cristiani presenti nel carcere, poco più di un centinaio. Si inizia con le preghiere del mattino, guidate da un animatore, recitate in coro, quasi gridando, con ritmo incalzante. Poi ci sediamo tutti per il cosiddetto “musselo”, cioè lo scambio d’informazioni sullo stato di salute dei presenti. Quello che conduce, comincia così: “
-Sia lodato nostro Signore Gesù Cristo! -
-Sempre sia lodato! - rispondono tutti in coro.
- Cominciando da me, io ho dormito bene e mi sono svegliato bene, grazie a Dio. Sentiamo come hanno dormito nel Padiglione, ala A. – Si alza uno che è internato là e dice:
- Sia lodato Nostro Signor Gesù Cristo! -
- Sempre sia lodato!-
- Nel Padiglione ala A la situazione è normale. Il fratello José Máquina, che era malato di malaria, ha completato il trattamento e oggi sta bene.- E si siede.
- Sentiamo il Padiglione ala B. –
- Sia lodato nostro Signore Gesù Cristo! Nel Padiglione ala B, abbiamo dormito tutti bene Grazie!-
Si prosegue così, facendo passare, uno per uno tutti i settori del carcere. Poi è la volta di donna Francisca e per ultimo, la mia.
Si può così cominciare la messa, accompagnata da molti canti col rullo travolgente di vari tamburi e di altri strumenti ritmici. Io commento le tre letture, una per una, per fare un po’ di catechesi. La messa dura quasi due ore, nella contentezza generale. Nessuno si stanca, tanto più che nel tempo della messa si resta all’aperto,fuori dai padiglioni.
Dopo la messa c’è sempre un assembramento di una trentina di persone che vogliono esporre il loro problema di salute. Visto che tutte le volte è così, ho cominciato a portare con me una buona quantità dei medicinali più richiesti: per il mal di testa, il mal di schiena, le micosi, la tosse, la diarrea e così via. Questa visita dura più di un’ora. Alla fine raccogliamo le cose e partiamo.
Accompagno donna Francisca e mi dirigo verso casa. Arrivo che è quasi mezzogiorno.
Mezzogiorno … mi rivedo, a mezzogiorno, quasi vent’anni fa. Ero in vacanza in Italia e mi trovavo a Levanto, al mare, in visita ai miei genitori. In una località non molto distante risiedeva una mia antica amica, un’anima consacrata a Dio nella preghiera e nel silenzio di una vita monastica vissuta, però, nel mondo di tutti i giorni. Ci eravamo telefonati per trovarci a parlare un po’insieme delle cose dello spirito ed aggiornarci reciprocamente sugli avvenimenti degli ultimi anni della nostra vita. Passammo insieme buona parte della mattinata ed ora l’avevo accompagnata alla stazione per prendere il treno e ritornare a casa. C’era ancora quasi mezz’ora e ci sedemmo in una panchina del giardinetto della stazione, all’ombra gentile di un albero. Guardavamo verso i monti che chiudono il golfo e, dalle chiese di alcuni paesi arrampicati là in cima, le campane cominciarono a suonare. Rintocchi smorzati per la distanza, ma nitidi e armoniosi.
– Che bello! – disse la mia amica – è l’ora della recita dell’angelus di mezzogiorno. Recitiamolo in coro, come negli anni in cui ero in convento, prima di ammalarmi. –
Era un’abitudine che io non avevo: lo recitavo solo al mattino, prima dell’inizio delle lodi. Mi pareva una cosa bellissima, recitarlo lì, nel mezzo di quella vallata che poteva considerarsi un magnifico chiostro, oppure il coro di un’immensa abbazia, di cui noi occupavamo lo scranno più laterale. In quanti conventi si stava recitando in quel preciso momento la stessa preghiera!
In tutto il nostro fuso orario, dalla Norvegia, dalla Danimarca, dai paesi del nord Europa, da quelli del Mediterraneo, dalle comunità copte dell’Egitto e dell’Etiopia, dalle cristianità dell’Africa Nera, dall’equatore fino a Città del Capo, saliva al cielo la stessa invocazione.
–Sì, sì, - dissi io – possiamo considerarci di essere quasi il cuore di tutta la chiesa. Diamo voce e coscienza a quanti attraversano con noi la metà di questo giorno benedetto. Comincia pure tu. –
-Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Amen! L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria -
- Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo. –
- Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te ….
Lo recitammo per completo, lentamente.
– Che bella preghiera! ci mette soavemente nel cuore del mistero dell’incarnazione. Ti ringrazio per averla recitata insieme a me!-
Ci alzammo per andare verso il binario dove arrivava il nostro treno. Ci salutammo e poi lei aspettò, affacciata al finestrino, finché il treno si mise in moto e rimanemmo a salutarci colla mano. Le nostre strade si dividevano di nuovo, ma il ricordo di quell’angelus ci avrebbe fatto compagnia assai a lungo.

Alla sera, alle diciotto e trenta, vado in parrocchia a celebrare la messa vespertina della domenica. Il viottolo del giardino, che costeggia il retro della casa e conduce alla chiesa, guarda verso occidente. Il sole è già tramontato da tempo e nel cielo scorgo Venere che mi sta aspettando. Siamo entrambi contenti di rivederci. La sua gioia di rivedermi me la fa sembrare più splendente e affascinante che mai.
“Venere, volevo dirti che ho cominciato a rivisitare i ricordi antichi, nascosti nelle pieghe della memoria. Di essi mi ero dimenticato, ma l’attenzione affettuosa al passato sta suscitando una disposizione d’animo favorevole, ed è con vera gioia che li rivivo e li riassaporo. Sai, quando termino la rievocazione, il ricordo rimane in qualche modo ancora presente, con il suo profumo e, quasi, con la sua grazia. Il suo benefico effetto continua e mi accompagna a lungo. Sento che qualcosa mi pare che guarisca, nel mio fondo, e per questo ti sono molto grato. Senza il tuo consiglio non avrei intrapreso questo cammino.”
“ Bene, mio caro, non potevi farmi più contenta, con queste tue parole. Continua, continua. Sono venuta per incoraggiarti. Durante la messa in parrocchia tramonterò, ma ci parleremo ancora. Ciao!”

Celebro la messa e poi esco per tornare a casa. È una notte serena , piena di stelle. Mi torna alla mente il cielo notturno della mia prima esperienza missionaria in Uganda, quasi quarant’anni fa.
Mentre al buio cerco di trovare a tatto la chiave del cancelletto della nostra casa, i ricordi si accavallano. Entro nell’atmosfera interiore di quei tempi di gioventù, pieni di entusiasmo e di gusto per assaporare le situazioni nuove, le persone, gli ambienti. Sentivo crescere in me un modo di essere, di intendere e di sentire che mi faceva bene, mi faceva crescere, essere contento e gioire di tutte le occasioni che si presentavano per imparare, conoscere, sapere, incontrare. Questo mondo interiore che mi si dischiudeva, mi affascinava e cominciai a sentire il desiderio di scrivere ciò che vivevo e provavo.

La prima volta che mi fu possibile mettere in pratica il desiderio di scrivere, fu all’ospedaletto di Matany, nella regione del Karamoja. Era, quella, una provincia differente da tutte le altre, abitata da una tribù nomade, di allevatori di bestiame, che vivevano ancora come nei secoli passati. Quando trovavano un pascolo, si costruivano un piccolo villaggio di capannucce minuscole nelle quali si poteva entrare solo ginocchioni, piccolissime, solo ed esclusivamente per dormirvi. C’erano capanne per genitori, per giovani, per bambine e per bambini. Il villaggetto era delimitato da una fitta siepe fatta di rami intrecciati di quegli alberi spinosi che crescono nelle regioni secche e semidesertiche degli altipiani.
Io ero andato a Matany nell’ambito di un programma di soccorso alla popolazione, colpita dall’epidemia del colera. Noi, medici degli ospedaletti missionari dei comboniani del nord Uganda, vi andavamo a turni di tre settimane ciascuno. La missione di Matany sorgeva a una quindicina di chilometri dalla capitale del distretto, di nome Moroto. La si vedeva in lontananza, sotto la catena di monti che fanno da confine col Kenya dei Turkana.
Ero partito dall’ospedale di Kalongo, distante due o trecento chilometri, sapendo appena, del colera, che questa malattia uccideva per disidratazione. Nemmeno potevo nascondere a me stesso un certo entusiasmo, dovuto all’eroicità che la parola colera evocava da sé. Quando si è giovani è facile sentirsi, anche se in piccolo grado, eroi. Devo ora confessare che tali impressioni erano indubbiamente gratificanti e contribuivano a fare della vita una cosa bella.
A Matany trovai già tutto ben organizzato. In pratica l’essenza dell’assistenza medica consisteva nel canalizzare una vena con ago di grosso calibro e lasciar andar giù lattato di Ringer e soluzione fisiologica a gran velocità. Era una cosa impressionante, che mi colpì moltissimo, vedere questi poveri malati in fin di vita, gelati, con gli occhi infossati, la respirazione difficile, ormai incoscienti, recuperare in un’ora soltanto o poco più, un aspetto quasi normale. Non saprei descrivere meglio questo fenomeno che con l’espressione «ritornare in vita». L’ospedaletto di Matany aveva poco personale, ed un secondo servizio per i colerosi era quello di andare a prenderli nei loro villaggi di rami spinosi. Fu così che fin dai primi giorni cominciai a solcare con una fragile Renault R4 le praterie del Karamoja attorno a Matany in compagnia di suor Laura, infermiera comboniana. I villaggi non avevano strade che arrivassero fino a loro. Bisognava percorrere parecchi chilometri fuori da qualsiasi via, “correndo per i prati”, nel silenzio incontaminato e sotto un sole brillante.
Orbene, tutte queste componenti si sommavano e si potenziavano nel mio spirito, ed, ogni giorno più, avvertivo il desiderio di mettere per iscritto ciò che vivevo. L’incubazione durò una quindicina di giorni, poi sentii nascere in me quella sensazione, meravigliosa e indimenticabile, di bisogno fisico di scrivere, che io pensai coincidesse con quella che tutti chiamano ispirazione. Quante volte, da lì in poi l’ho riprovata! Quando l’ispirazione arriva non vi si può resistere. Mi diventava chiaro perché gli antichi avessero avuto bisogno di inventare le Muse, per spiegare l’ineluttabilità dell’ispirazione.

A Matany viveva un fratello comboniano di nome fratel Pedralli. Doveva avere attorno ai sessant’anni ed era il responsabile delle costruzioni. Era bresciano , umile e gentile. Era impossibile non fare subito amicizia con lui. Andai da lui per chiedergli se avesse per caso un quaderno da regalarmi, perché m’era venuto il desiderio di scrivere dei ricordi di quello che stavamo vivendo.
“Ma certo, che ce l’ho! – mi rispose sorridendo, guardandomi da sopra degli occhiali che aveva sulla punta del naso – è uno di quelli della scuola dei ragazzi di qua. Spero che possa andar bene.”
Come lo ricordo ancora! Era un quadernetto striminzito, di carta sottile, opaca, con la copertina di un marroncino sbiadito. Recava stampata la dicitura “School Book” al centro di un disegno decorativo stile Liberty. Lo ricevetti con gratitudine e andai in camera, per cominciare subito a scrivere.
Prima pagina vuota, del primo quaderno, del primo racconto. Assaporavo con entusiasmo il sapore di quella primizia. Questo momento volevo ricordarmelo per sempre!
Presi la biro in mano e, senza esitare, scrissi per prima cosa il titolo: “ I racconti del colera”.
Bisognerà che cominci col dire qualcosa sulla gente di questa regione …
“La gente del Karamoja – cominciai - è molto pittoresca, almeno così appare a chi vi giunge senza saperne la lingua, come me, e senza conoscerne quasi nulla, se si eccettuano i racconti dei vecchi missionari. È un popolo di pastori, dalla calma olimpica, che vive nella zona nord-est dell’Uganda.
Abitano in villaggetti completamente circondati da una fittissima palizzata di rami, tutti contorti, alti poco meno di due metri, proprio come la statura media della gente di qui. Si dice che con questo sistema, a forza di tagliare alberi, abbiano "pelato" il Karamoja, dove una volta scorazzavano gli elefanti, che, si sa, vivono solo dove c’è molto verde. Al giorno d’oggi la regione, lunga duecento chilometri e larga un’ottantina, è piana come un tavolo e rivestita di alberelli alti un metro o poco più, con migliaia di spine ognuno, così che sembrano cespi di rovi più che piante. Praticamente non c’è ombra, tranne quella che proiettano i monti all’alba e al tramonto. Ma i monti sono solo ai confini; da tutte le parti l’orizzonte è interrotto, ogni tanto, dai loro profili seghettati, di un azzurro confuso, che spuntano da dietro la curva della terra …”

Chiudo il cancelletto dietro di me, per rientrare in casa. Il Karamoja m’è rimasto dentro, in un angolo di cuore privilegiato, ed il suo ricordo mi ha accompagnato indelebile per tutti questi anni. Mi chiedo se la sua memoria sarebbe altrettanto viva e gratificante, se non avessi messo per iscritto quei ricordi, allora recenti, destinati a diventare - per me - perenni, e se lo scrivere non avesse originato una delle esperienze più belle e appaganti della mia vita.
Mi viene nostalgia anche dell’angelo e delle sue parole. Guardo verso ponente, dove Venere m’era venuta a visitare, la prima notte. Nel cielo non la vedo, ma sento che il suo invito a ritrovare i miei ricordi e la loro verità, permane in me e comincia a dare i suoi frutti.

6
Mi rivedo all’improvviso a Lisbona, poco più che trentenne, mentre cammino sul ciglio della strada che da Alfragide, sulle colline dietro la città, conduce alla località di Buraca, dove c’è il capolinea degli autobus del servizio urbano. Era una strada poco frequentata a quell’epoca, quasi di campagna. Era possibile camminare e leggere al tempo stesso. Non era necessario che sollevassi lo sguardo per lunghi tratti di racconto dal libro che stavo leggendo. La strada nel primo pomeriggio era deserta e colla coda dell’occhio potevo facilmente mantenere la linea retta del cammino. Il libro era una vita di Ghandi. La leggevo con grande interesse e partecipazione. Erano i primi giorni che mi trovavo in Portogallo ed ero tutto impegnato per imparare la lingua il più in fretta possibile. Il libro era in portoghese e quando trovavo un’espressione che non intendevo bene, tiravo fuori una matita e la sottolineavo, per ritrovarla facilmente e farmela spiegare da qualcuno degli studenti di teologia del seminario dehoniano dove risiedevo. Avevo preso un’abitudine nuova, da quando ero in quel paese, di andare sempre in giro con un libro in mano, che tenevo ripiegato in due, colle copertine che si toccavano e quando arrivavo in fondo alla pagina, giravo il libro dall’altra facciata. L’avevo visto fare a Roma dal Padre Fiorino Gheza, mio confratello che era stato missionario in Congo e che non passava mai un minuto vuoto, senza approfittarne per andare avanti di una pagina o due nel libro di turno nelle sue mani. Me lo vedo ancora arrivare col libro al refettorio per la cena. Mentre si aspettava che arrivassero tutti, per fare la preghiera faceva in tempo a leggere altre due o tre pagine. Mi piaceva davvero quel modo di fare, ma solo quando arrivai in Portogallo mi venne in mente di metterlo in pratica anch’io. Lo continuai per un certo tempo, finché si mantennero le condizioni favorevoli per poterlo usare e debbo dire che ciò mi ha permesso di fare tante belle letture, che, altrimenti, non sarei mai riuscito a trovare il tempo per farle.

Sulla costa che continuava a salire, a sinistra della strada, si vedevano degli antichi mulini a vento, vecchi di secoli, in parte sgretolati, che davano all’ambiente un tocco di esotico e differente, che contribuiva a mantenere viva quella sensazione stimolante e impalpabile di trovarmi all’estero, in un paese diverso da quello dov’ero nato. Tutto ciò era bello per me e mi aiutava a farmi vivere contento delle situazioni nuove che via via incontravo. Viaggiavo per Lisbona coi mezzi pubblici. Mi piaceva il nome di “autocarro” con cui erano chiamati gli autobus cittadini e quello di “eléctrico”, dato ai tram. Mi piaceva l’abitudine del bigliettaio di chiedere i soldi del biglietto, che costava uno scudo. Ma non diceva “uno scudo”: sarebbe stata una stonatura incredibile anche per me – forestiero - già dopo i primi giorni! Diceva in effetti “dieci” senza specificare che cosa. Tutti sapevano che voleva dire dieci “tostões”, una suddivisione dello scudo in auge all’inizio del novecento. Si continuavano ad usare i tostões – senza mai nominarli - ma nessun tostão era più in circolazione da molto tempo. Così pure mi piaceva andare al bar e chiedere non un caffè, ma una “bica”, il nome della classica tazzina. “Quant’è?” chiedevo le prime volte. La risposta era anch’essa in certo modo in codice: “duemila e cinquecento”, senza dire che cosa. Erano i “reis”, i millesimi di scudo, che si dovevano usare, immagino io, al tempo del Marchese di Pombal, nel mille settecento. Duemila e cinquecento reis voleva dire quindi due scudi e mezzo, ma nessuno si sarebbe sognato di dirlo.
Mi piaceva girare per le strade della vecchia Lisbona, lastricate di cubetti di pietra, bianchi e lucidi, oppure neri, così differenti da quelli color marrone rossastro della mia città di Bologna, e disposti per terra con altre simmetrie, diverse da quelle che ero stato abituato a vedere da bambino. Mi piaceva vedere le formelle degli “azulejos”, le piastrelle decorative delle pareti, dipinte a due colori, azzurro e bianco, così tipiche e così belle, eppure sconosciute fino ad allora per me.
Mi piaceva sedermi sulla terrazza davanti all’entrata del nostro seminario di Alfragide, nei giorni di sole autunnale, e rimirare dall’alto la solenne entrata del fiume Tago nell’Atlantico. Era un posto elevato e lo sguardo poteva spaziare su tutto l’orizzonte. Restavo seduto a contemplare e a “respirare” il paesaggio. Ero all’inizio della mia vita missionaria e il sentimento di trovarmi fuori dal mio paese, mi apriva alla gioia di cominciare a vivere l’essere inviato fino ai confini della terra. Ero ancora in Europa, ma sarebbe arrivato il giorno di andare sotto l’equatore!
Quel giorno arrivò e fu proprio da quel terrazzo che vidi il tramonto ed accendersi la prima falce di luna crescente sopra l’orizzonte, mentre aspettavo il confratello colla macchina che mi doveva portare all’aeroporto. Il giorno dopo avrei visto il sole nascere in Africa!


7
La stagione delle piogge quest’anno è imbronciata ed il cielo si mantiene pieno di nuvole, che mi impediscono di vedere Venere. Oggi ho finito molto tardi le visite in ambulatorio e, prima di entrare in casa, mi lascio cadere su una delle sedie di vimini coi braccioli, che sono sotto la nostra veranda. Ho voglia di starmene qualche minuto da solo, in silenzio. Guardo il cielo notturno, fatto di nuvole nere. Là dietro, nel cielo sereno, sopra di loro, c’è Venere. Non la posso vedere, ma la sento. Sono passate parecchie settimane dal nostro colloquio alla spiaggia. Mi sono impegnato per seguirne i consigli e debbo riconoscere che l’andare alla ricerca dei ricordi nascosti ha dato i suoi frutti: ho ritrovato con gioia frammenti di me stesso e li ho riportati alla coscienza. Sto riprendendo possesso del mio vissuto, e ciò mi dà la sensazione di riappropriarmi via via più completamente di me stesso. Mi sento più soddisfatto ed, in certo modo, più completo. È come se stessi restaurando un quadro, il quadro che io sono, e, man mano che i ricordi riprendono coscienza, l’immagine si fa più nitida e a colori più vivi.
Rimango in silenzio e mi accorgo che la ricerca dei ricordi ha messo in evidenza l’esistenza di più livelli di coscienza o, addirittura di più stati di coscienza. Per ora me ne appaiono evidenti due: uno superficiale delle relazioni col mondo fuori di me e uno più interno o profondo, delle relazioni col mondo dentro di me. A ben pensarci i ricordi stanno più dentro che fuori, anche quando si riferiscono ad avvenimenti esterni. Sono loro che, in certo modo, mi fanno da guida in questa esplorazione. Che ne penserà Venere, cioè l’angelo?
“Hai fatto bene a dire: Venere, cioè l’angelo. Aspettavo un momento come questo, con le nubi che non ci lasciano vedere in faccia, per fare un salto di libertà, dal visibile all’invisibile, dal sentire all’essere. Non ci vediamo, eppure siamo presenti l’uno all’altro. Perché non provi ad andare alla ricerca non più di ricordi esterni, ma di ricordi interni? Cerca, non più azioni, ma stati di coscienza.”


8
Sono a Songo, di notte, ultimo venerdì dell’anno. A quei tempi vivevo col padre Antonio, già anziano, ed avevamo la tradizione di passare il dopo cena del venerdì in preghiera , fino a mezzanotte. Mettevamo una tovaglia bianca sul tavolino della sala, un cero da altare, un vasetto di fiori e poi portavamo lì il Santissimo dalla cappellina della veranda dalla tenda verde. Oggi mi sento invadere dal desiderio di pregare profondamente, quasi per consacrare l’anno che finirà fra giorni. Avverto un stato di pienezza, come se mi stesse per venire l’ispirazione. Ma non ho in mente nulla da scrivere. Ad ogni modo mi alzo e vado a prendere l’agenda nuova che mi è stata appena regalata: è bella, rilegata in pelle, coi bordi dei fogli dorati. Come la vidi, al momento di aprire il pacchetto inviato dalla mia mamma, ne colsi quasi il tacito invito ad usarla per scriverci un racconto. La prendo quindi in mano e me la tengo lì, mentre comincio l’adorazione. Passano pochi minuti ed ecco, mi pare di avvertire una presenza accanto a me, sul divano. La sento. Sì, è vera. C’è un personaggio accanto o, forse, dentro di me, che mi chiede di dargli spazio, per vivere attraverso di me un’avventura interiore. È un sacerdote anziano, che vive da solo in un santuario in cima ad un monte. È carico di simpatia e di umile sapienza. Decido di chiamarlo: “il vecchio abate”. Mi invita silenziosamente ad accompagnarlo. Lo seguo nel suo santuario. È l’ultima sera dell’anno. Ne colgo la contentezza che lo anima: si appresta a passare la serata in preghiera, per aspettare, in compagnia del Signore, la mezzanotte. Fa veramente freddo quassù, specie a quest’ora, e mi rallegro a vedere quanta legna porta nel camino della sacrestia per scaldarsi nelle ore di veglia. Ho sempre sognato di poter fare anch’io una vigilia di fine d’anno di solitudine e preghiera ed ora che il vecchio abate mi ha invitato ad accompagnarlo, ne sono felice. Scrivo quasi in cronaca diretta questa notte e ne provo un gran gusto, perché anch’io e padre Antonio vogliamo rimanere a pregare fino a mezzanotte e questo è l’ultimo venerdì di dicembre. Anticipo a stasera la veglia di fine d’anno.
Gli ultimi pellegrini se ne sono andati da un pezzo, nel primo pomeriggio, ed il vecchio abate è rimasto in compagnia del Signore. Vuole aspettare insieme a lui il passaggio dell’anno. In sacrestia c’è un grande camino di montagna, che lo si vede bene dal presbiterio e, con la porta aperta, il calore delle fiamme intiepidisce l’aria fino ai gradini dell’altare. Mi associo alla sua preghiera; mi sembra di avere il dono della bilocazione: sono contemporaneamente di fronte al Santissimo sul nostro tavolino che fa da altare a Songo e al Santissimo nel grande ostensorio secolare del santuario in cima al monte. Ad un certo punto noto con piacere che il vecchio abate si alza e va a prendere il libro “Usualis”, che riporta tutte le melodie gregoriane della liturgia. Lo apre e comincia a cantare sottovoce le litanie dei santi nella forma solenne. È una devozione che anche il padre Antonio ed io abbiamo: ci aiuta a sentire i santi come amici che ci sono vicini e ci accompagnano, loro di là e noi di qua.
Quando mancano due o tre ore alla mezzanotte il vecchio abate si ricorda di non aver mangiato e si alza per andare in cucina. In un pentolino c’erano alcune patate lesse colla buccia. Le tira fuori e le mette nel piatto. Vi aggiunge un pezzo di formaggio pecorino, condisce con sale e olio e comincia la cena con una preghiera di ringraziamento al Signore, che gli concede di finire l’anno con le patate con la buccia, il suo piatto preferito.
Ritorna in chiesa con rinnovata energia, riattizza il fuoco e colle braci si prepara uno scaldino che mette sotto il mantello per aiutarsi a vincere il freddo. L’orologio a pendolo in sacrestia fa sentire ogni quarto d’ora i suoi solenni rintocchi, che sembrano riempire il santuario nel grande silenzio della notte. Il sonno ed il freddo cominciano a pesare. Si alza di nuovo per aggiungere legna nel camino e riempire ancora di braci lo scaldino. Batte l’ultimo quarto d’ora dell’anno … Ancora poco e la grande preghiera si concluderà col canto del Te Deum in gregoriano, che il vecchio abate ha già aperto alla pagina giusta. Ma all’ultimo momento il sonno lo vince e i dodici lenti rintocchi della mezzanotte risuonano maestosi a fare da commento al capo chino sul petto del vecchio abate ed al sorriso compiaciuto di amicizia e tenerezza del Signore nell’ostensorio.


9
Sono molti anni, ormai, che al venerdì non ho più l’energia di restare in preghiera fino a mezzanotte per poi alzarmi presto e lavorare come se niente fosse. È proprio vero: c’è un tempo per tutte le cose. Un tempo per pregare al venerdì fino a mezzanotte ed un tempo per andare a letto presto per riuscire a lavorare a pieno ritmo il giorno dopo.
Il consiglio dell’Angelo di andare alla ricerca di stati di coscienza e di esperienze interiori, sento che mi fa bene.
La serata col vecchio abate me ne richiama un’altra, alla mente. Ero allora uno studente del primo anno di medicina, e stavo andando, in una domenica sera d’inverno, per le strade semi deserte della mia città di Bologna, verso l’antica chiesa di san Sigismondo. Avevo iniziato l’abitudine di andare alla messa vespertina che don Neri celebrava per gli studenti dell’università. La messa non era molto frequentata, ma in quella chiesa respiravo un clima di preghiera e di raccoglimento che mi attraeva, e poi don Neri era un’anima mistica che mi piaceva stare ad ascoltare. Il vangelo era quello del lebbroso che dice a Gesù: “Se vuoi, puoi guarirmi”. Gesù gli risponde: “Lo voglio! Sii guarito.” Due verbi: volere e guarire, sulle labbra e nel cuore del lebbroso, espressi con umile incertezza. Lo so che puoi guarirmi, basta che tu lo voglia. Gli stessi verbi nel cuore e sulla bocca di Gesù, con immediata prontezza e decisione. Non ci può essere nessun dubbio o incertezza: “Lo voglio, sì! Sii guarito!”
Non riesco a rievocare il commento di don Neri, ma da quella domenica questo botta e risposta, fra Gesù ed il lebbroso è sempre rimasto profondamente inciso nel mio cuore. Quante volte l’ho richiamato, meditato, gustato! Il suo fascino mi ha accompagnato, anche se non sono mai riuscito a esplicitarne fino in fondo il motivo. L’accento era posto sulla parola di Gesù, nell’immediatezza della sua risposta e nella sua istantanea efficacia. Rimaneva però qualcosa di inespresso, indecifrato. Anch’esso contribuiva a mantenerne il fascino.
Sono passati molti anni ormai, e solo ora ho capito un particolare, che ha cambiato la prospettiva e mi ha illuminato. Mi si sono chiarite le parole del lebbroso. Dice: ”Se vuoi, puoi guarirmi”. Puoi guarirmi … questo lo so, lo affermo, lo credo, lo professo. Il potere di guarirmi ce l’hai. Basta che tu lo voglia. Ma io non ti chiedo: guariscimi, come se fosse un ordine. No, non voglio forzarti. Rispetto la tua libertà, la tua indipendenza. A te sta a decidere, alla tua volontà. Anche se tu non mi guarissi, so che mi vorresti bene lo stesso.
Gesù capisce. È grato e ammirato per il grande rispetto, che non vuole forzare in nulla la sua libertà. Lasciandolo libero, il lebbroso mette Gesù nella condizione di agire in totale gratuità. “Sì, lo voglio!” Ti ringrazio perché mi dai l’occasione di guarirti, non in virtù di una richiesta, ma in qualità di dono spontaneo del mio amore. Con la tua grande umiltà mi permetti di essere, una volta di più, il primo a dare il passo nell’amare!”


10
La gratuità nell’amare mi richiama alla mente il crocifisso. Mi piace stare in preghiera davanti a lui, guardarlo in silenzio, desiderando e cercando di oltrepassare la soglia ed entrare nel suo mistero.
Ero stato inviato a Castiglione de’ Pepoli dalla comunità cristiana della cappella di San Paolo della Maddalena di Quelimane per portare un dono: un recipiente ricavato da una noce di cocco, da usarsi per versare l’acqua nel battesimo. Era un modo per ringraziare la parrocchia di Castigliane per aver offerto il tetto di lamiere di zinco per coprire la loro cappella. Dovevo celebrare la Messa domenicale delle 11, quella principale. Il parroco aveva preparato una liturgia più solenne del solito. Mentre ci vestiamo in sacrestia, si sente già il coro che intona il canto d’ingresso. In attesa di uscire, mi giro verso il grande crocifisso per fare la riverenza. Non mi dice nulla, ma “mi entra dentro”. È come se mi dicesse: “Andiamo insieme a celebrare la messa”. Si deve procedere, non posso fermarmi per interiorizzare quest’istante, ma ormai il crocifisso è entrato. Celebro la messa e parlo a lungo della cappella della Maddalena e del Mozambico.
Dopo l’orazione finale c’è la lettura d’un messaggio e poi di nuovo canti. Rientriamo in sacrestia. Il mio sguardo va spontaneamente, subito, verso il crocifisso alla parete. Incrocio il suo, anche se il capo è chino sul petto e gli occhi sono chiusi. Non mi dice nulla, non ci sono parole. Neppure ne sento il bisogno: perché parlare quando basta il silenzio, per comunicare tutto? Entrano le persone, c’è il parroco, entrano alcuni dei cantori, viene anche una coppia che avevo conosciuto tanti anni prima, quando venni a Castiglione per fare il ritiro nella settimana antecedente all’ordinazione sacerdotale. Si ravvivano tanti ricordi … Poi i saluti e tutti escono. Un ultimo sguardo, prolungato e al tempo stesso breve. Il parroco mi aspetta fuori, non posso trattenermi più di tanto. Perché più tempo, quando nell’istante c’è la totalità? Perché la parola, quando nel silenzio c’è già tutto?


12
Non sono ancora le cinque del mattino quando suona il telefono in camera. “Dottore, mia figlia sta male, respira a fatica. Si trova nella sala di cure intensive della pediatria”. Chi telefona è un amico di Quelimane. Mi sento fortemente imbarazzato, perché la sua figlia di 4 mesi è internata e ha già i suoi medici curanti: quelli della pediatria. “Venga almeno a vederla e darle la benedizione!”
Quando arrivo, mi rendo conto della gravità della situazione: ad ogni respiro c’è uno stridore ed il torace si infossa. Le vie respiratorie superiori sono evidentemente ostacolate da qualcosa che le comprime. La mamma mi mostra una tumefazione sotto l’orecchio destro. Sembra un ascesso che comprime la faringe ed ostacola il passaggio dell’aria. Tento di infilare un dito in bocca per sentire se c’è una tumefazione, ma la bambina si divincola per liberarsi da quella che sta vivendo come un’aggressione alla sua vita. Chiamo la tecnica di otorino e telefono al medico anestesista : bisogna andare in sala operatoria per far dormire la bambina ed esaminarla convenientemente. Meno di un’ora dopo siamo in sala operatoria. Una puntura della tumefazione permette di estrarre una siringa piena di pus denso e di cattivo odore. La tecnica di otorino mi dice che deve trattarsi d’un ascesso della tonsilla che ha infiltrato tutta la metà destra della gola e che è necessario drenarlo per via faringea.
La bambina viene intubata in anestesia generale e non senza difficoltà, la otorino ed io riusciamo a drenare altro pus abbondante. Alla fine, spremendo sulla tonsilla e contro la faringe non esce quasi più pus. Sembra tutto risolto. Il respiro si è normalizzato e la piccola ritorna in reparto. Io invece resto in sala operatoria per andare avanti col programma del giorno. Ho da operare un ematoma infettato sotto il cuoio capelluto di un bambino di sette anni e tre donne con fistola vescico vaginale.
Mentre sto operando la seconda fistola, alle 13,30, qualcuno mi chiama sul cellulare. Me lo accostano all’orecchio: ”Dottore, è per dirle che la bambina è morta”. Mi sembra incredibile. Cosa sarà accaduto? Quando è uscita dalla sala operatoria stava bene. Mi sento impotente. Se mi fosse stato possibile restarle accanto per le prime ore – chissà?- forse mi sarei accorto che stava complicandosi ed avrei potuto fare qualcosa per salvarle la vita …
Sono rimasto da solo ad operare e ne avrò fin dopo le 15. A quell’ora il corpicino sarà già nella casa mortuaria ed i genitori saranno a casa loro. All’uscita dal blocco operatorio troverò la cartella ed il certificato di morte da firmare.
“Qualcosa che non va?” mi chiede lo strumentista, vedendo come sono rimasto muto e immobile. “Sì, la bambina di stamani è appena morta” . Anche lui è colpito. Avevamo operato insieme. Continuiamo in silenzio. L’operazione finisce e poi cominciamo l’ultima, che si rivela molto impegnativa e prolungata. Nessuno di noi ha mangiato, nessuno ha bevuto. Finiamo in silenzio, scrivo il registro e la cartella. Mi cambio ed esco.
Sulla porta c’è l’inserviente della pediatria col certificato di morte, perché lo firmi …

Torno a casa triste. Non ho voglia di pranzare, ma poi mi metto lo stesso a tavola. Sono ormai le cinque e guardo con impazienza il cielo che si va scurendo: spero tanto che si possa vedere Venere, Ho bisogno di parlarle.
Vado in camera a cambiarmi e poi torno giù e mi siedo su una delle poltrone di vimini coi braccioli, sotto la veranda. E’ già notte e le stelle più luminose stanno accendendosi. Ecco, Venere è lì. Ci guardiamo in silenzio. Ho voglia di parlarle, ma, ora che siamo di fronte, non trovo parole per esprimere ciò che sento. E’ lei, quindi, che prende l’iniziativa. Non pronuncia parole; mi accende, però, un ricordo.

Mi sento trasportato a Milano, uno degli ultimi anni. C’è l’ora legale e le giornate sembrano non finire mai. Fra un’ora ho un incontro. Il sole è appena tramontato e sta iniziando un dolce crepuscolo in una piazzetta fuori dal traffico. Mi siedo su una panchina di pietra, al limite di una zona pedonale. Oggi ho sempre corso e mi ricordo che non ho avuto tempo per fare l’adorazione. Che magnifica occasione, questa: starmene qui, in silenzio, indisturbato, per trasformare in adorazione le cose che vedo, il cielo dal rosa sempre più pallido, i rari passanti che si avviano verso casa, il rumore che odo, smorzato, del traffico dell’isolato più in là. Da un albero alle mie spalle mi giungono i fitti cinguettii dei passeri sui rami. Unisco tutte queste sensazioni come le perle nel filo, il filo della invisibile e silenziosa presenza di Dio, che tutto sostiene col suo potere ed il suo amore di Padre. Me ne sto lì, a godermi questa presenza e questa pace, mentre il tempo scorre così lentamente da parermi fermo.

“Venere, angelo mio, ti ringrazio. Hai capito il mio cuore, senza che parlassi; ed io, senza tue parole, ho inteso che il filo di quella sera continua anche ora e che non è necessario che tutte le perle siano di dolcezza, di quiete e di pace. Anche la perla amara di oggi vuole essere infilata nella stessa collana.”

Continuo a guardare Venere, bellissima, splendente nel cielo già nero. Molti giorni sono passati dal nostro primo incontro. Mi rendo conto che qualcosa di nuovo è nato tra noi. Ci basta guardarci, reciprocamente, per essere contenti.
Sono contento non solo perché mi rallegro della sua bellezza, ma perché la sua bellezza è differente ai miei occhi. Nel mio sguardo c’è una pienezza che si va poco a poco rinsaldando, la pienezza di me stesso ritrovato, del mio passato che di nuovo è tornato a far parte di me.
“Sì, mio caro, anch’io sono contenta a guardarti, perché il tuo aspetto è migliore. Dico la verità, sembri un altro, non più frammentato e disperso, angustiato e col fiato grosso, sempre un passo indietro. Ti ricordi cosa ti dicevo la prima volta?
C’è una verità nel presente, c’è una verità nel futuro, e c’è una verità nel passato. Ma per te è come se non esistessero. Non ci sei nel presente, non ci sei nel futuro e non visiti mai il passato. La verità non ha occasioni per sedersi accanto a te!”
“Hai ragione, Venere. Ho seguito il tuo consiglio e sono andato alla ricerca del mio passato, per impadronirmene di nuovo. La sua verità mi ha riscaldato e, quanto più lo posseggo, tanto più la sua verità mi va liberando.”
“Devo dirti che sei stato un buon alunno. E’ ormai arrivato il momento di impossessarti del tuo presente. Il presente non è il tuo nemico, come tante volte ti credi di scoprire. Il presente non può che esserti amico: sei tu, inconsciamente, a farlo diventare nemico!”


13
Le parole di ieri sera dell’angelo mi hanno colpito. In fondo sono solo io a far sì che il presente diventi nemico. Gli avvenimenti mi vengono incontro spontaneamente, mossi da un’infinità di variabili che si vanno combinando e ricombinando continuamente. Oggi è giovedì, il giorno più duro all’ospedale, con una quantità di cose da fare che non può ammettere ritardi, se voglio arrivare a sera dopo aver fatto tutto ciò che dovrei.
E’ quindi l’occasione propizia per fare, di questo giovedì, quasi un esperimento di laboratorio.
Sempre - ma oggi, soprattutto - devo difendermi e neutralizzare tutto ciò che mi può far perdere tempo, che mi costringe cioè ad infilare nel programma un avvenimento o un compito non previsto.

Sto andando in macchina all'ospedale. Mi sono appena fermato per caricare l’infermiera anestesista Paulina, che tutte la mattine mi aspetta sul percorso. Siamo all’ultimo tratto di strada. Giro a sinistra e mi fermo davanti alla sbarra dell’ingresso. Mentre aspetto che il guardiano venga a sollevare la stanga, mi sorprendo a sbirciare preoccupato, se si stiano avvicinando persone che, appena aprirò la portiera, verranno a chiedermi che osservi un loro familiare al pronto soccorso, o a mostrarmi i risultati di qualche analisi, o a fare qualunque altra richiesta.
“Ecco il primo esperimento che sta per cominciare!”, dico fra me. So già, infatti, che se qualcuno mi viene a parlare mentre sono ancora accanto alla macchina, sarò tentato di dirgli, irritato, che l’ospedale comincia solo dietro quella porta lì davanti. Ecco, perciò, già individuato, il mio primo possibile “nemico” della giornata.
Mi chiedo: ”chi è che decide che il primo che correrà alla macchina per parlarmi, mentre apro la portiera, deve essere visto da me come nemico?” La risposta mi viene ovvia, seppure in certo modo dolorosa: chi altro mai può essere se non io? Sì, sono io. Ma oggi,no! Devo vincere questa prima battaglia.
Parcheggio sotto la tettoia e, appena mi fermo, vedo con la coda dell’occhio, qualcuno che corre per essere già in posizione quando scendo. Nonostante i buoni propositi e la preparazione per non lasciarmi irritare, mi sorprendo a lamentarmi tra me e me: “E’ mai possibile? Tutti i giorni, ma tutti i giorni, ci deve essere uno che mi assalta quando scendo dalla macchina?” Sto già per apostrofarlo bruscamente, prima che lui possa aprire bocca, ma riesco a controllarmi e, pensando alle parole di Venere, mi sforzo di essere cortese e dico soltanto, meglio che posso: “Buon giorno!” “Buon giorno, signor dottore. La Direttrice del Centro sanitario «24 di Luglio» le manda questa lettera.”
La apro e leggo. «Il Centro Sanitario 24 di luglio ha l’onore di invitare il Dr. Aldo Marchesini al rinfresco per celebrare il 25° anniversario della sua apertura, il prossimo sabato alle ore 20». Mi sento come trafiggere da questa lettura. Che figura avrei mai fatto, se avessi parlato bruscamente e irritato, senza aspettare di sapere il motivo del corrermi incontro?
Ringrazio in cuor mio il Signore, che mi ha tenuto una mano sulla testa.

Questa piccola vittoria mi incoraggia.
La mia tabella di marcia del giovedì è la seguente: Per prima cosa passo dal pronto soccorso e poi faccio la visita ai pazienti con patologia chirurgica della sala di rianimazione. Non posso perdere tempo, perché dopo c’è la visita al reparto di chirurgia, che dovrebbe finire per le dieci. Quella è l’ora d’inizio delle ecografie. Ho stabilito un tetto massimo di dieci pazienti, per la lista delle prenotazioni, perché ci sono sempre i casi urgenti, che a volte fanno raddoppiare, o quasi, il totale. Appena finiscono le ecografie, prendo la borsa e corro agli ambulatori, per iniziare le visite dei pazienti esterni. La mia aspirazione sarebbe: arrivare, dormire, col braccio sul tavolo, venti minuti, che è il tempo già collaudato, sufficiente per liberarmi dalla sonnolenza meridiana che mi tormenterebbe durante le visite. Liberatomi così dal sonno, mi lavo la faccia e comincio le visite. Più tardi arriva un vassoio dalla cucina, col pranzo. Interrompo per un quarto d’ora e poi, avanti fino al termine. In media sono una trentina di visite. Se riesco a mantenere un ritmo di cinque all’ora, mi ci vorranno sei ore.

Mi rendo conto che questo programma, così pieno e senza nessuna “fessura”, si presta molto a farmi innervosire quando sopravviene un imprevisto che mi faccia perdere tempo. Ho bisogno di un aiuto che mi dia forza. Ripenso alle parole di Venere : “E’ ormai arrivato il momento di impossessarti del tuo presente. Il presente non è il tuo nemico, come tante volte ti credi di scoprire. Il presente non può che esserti amico: sei tu, inconsciamente, a farlo diventare nemico!” .
Mi ripeto queste parole, mentre apro la porta del pronto soccorso. C’è già dentro l’infermiera Rabia, col suo camice verde della Piccola Chirurgia, annessa ai servizi di urgenza. “Dr. Marchesini, venga per favore a vedere un paziente che ho fatto venire stamani presto, per poterlo osservare prima di cominciare le visite. È un caso urgente!” Fendo la piccola folla di persone cogli esami da farmi vedere o con altre preoccupazioni da presentarmi. “Devo andare alla Piccola Chirurgia – dico loro – torno presto. Mi raccomando non fuggite!” Tutti ridono e si fanno da parte.
Il nostro uomo è un signore di circa 60 anni, con due dita del piede destro gangrenate, ma i tessuti sono in sofferenza fino a metà piede. “Lei è diabetico?” chiedo immediatamente. Risponde l’infermiera Rabia “ Gli ho fatto poco fa la glicemia con l’apparecchietto portatile: ha 375mg /dL. È la prima volta che la misura.” “Il suo caso è complicato –spiego al paziente – Il piede ha già due dita morte, che bisognerà togliere. Ma con la glicemia così elevata non è possibile farlo oggi. La ricovero in sala di rianimazione per fare l’insulina e controllare il diabete.” Ritengo infatti che dirgli subito la terribile verità che lo attende, lo spaventerebbe. La nostra esperienza di decenni ci ha mostrato che nessuno riesce a guarire con la semplice amputazione di mezzo piede. È sempre stato necessario amputare al terzo superiore della gamba, per poi permettere di fare una protesi comoda. Mi siedo al tavolo per aprire la cartella e mettere lo schema del trattamento. Richiedo le analisi e domando se ha con sé un parente. È venuto col figlio. Lo chiamo a parte e gli spiego brevemente la situazione in tutta la sua gravità.
Mi alzo, per uscire. In effetti ho allungato la giornata di oggi di un quarto d’ora, ma niente poteva essere più importante di assistere quel paziente. Sono grato a Rabia, perla sua efficienza e per avermi chiamato. Ha ragione l’angelo: il presente non può che essermi amico. Non posso lasciare che il mio io lo trasformi inconsciamente in nemico. Devo convincermene fino al più profondo della coscienza.

Questi pensieri mi sono salutari e, quando riapro la porta del Pronto Soccorso, mi sento con pazienza sufficiente per sostenere l’assalto (come sono solito chiamarlo) dei malati che mi attendono al varco, prima che mi immerga nelle profondità dell’ospedale.
Oggi sono solo quattro. Uno mi vuol mostrare le analisi per l’operazione, un altro ha portato un anziano parente che viene da lontano: gli hanno prenotato la visita medica per la fine del mese prossimo. Mi chiede lo “speciale favore” di poterlo visitare subito, perché deve restare a mangiare e dormire in casa sua e per lui è una spesa che non può sopportare. Capisco bene questo motivo, perché sono molti i poveri che vengono a chiedere aiuto per comprare una “latta” di mais. Avere una bocca in più da sfamare è un problema grave per la maggior parte della gente, già sovraccaricata dagli orfani dei fratelli e sorelle morti per l’Aids. “Venga qua,nell’ultimo letto della fila, dietro il paravento. Mi dica qual’è il problema.” Il malato viene da Angoche, una cittadina sul mare, nella Provincia di Nampula, distante sette od ottocento chilometri. Non sa il portoghese e parla una lingua parecchio differente da quella di Quelimane. “Ha molto mal di pancia e non riesce a frenare la pipì.”, dice il parente da dietro il paravento. Lo faccio stendere sul letto e abbassare i calzoni e le mutande fino alle caviglie. Credo bene che abbia mal di pancia! Ha un globo vescicale dovuto alla vescica strapiena che non riesce a svuotare. La pressione dell’urina dentro la vescica è talmente alta che gocciola continuamente. C’era da immaginarlo quando sentii che veniva da Angoche. C’è tutta una storia dietro: parecchi anni fa, quando non avevamo l’urologo ed operavo io le prostate per via endoscopica con l’elettrovaporizzazione, trattai due fratelli che venivano da Angoche. Guarirono e tornarono contenti al loro distretto. Un po’ alla volta, la maggioranza degli anziani di Angoche con problemi di prostata, cominciarono a venire a Quelimane per farsi operare. A maggior ragione ora, che abbiamo lo specialista urologo, i malati continuano a venire. Faccio un’esplorazione rettale e difatti ha una prostata grossa come un mandarino di Maganja. I mandarini di Maganja, buonissimi e grandissimi, sono proverbiali qui a Quelimane, e sono diventati un termine di paragone molto espressivo per far capire quanto grande è una parte del corpo non visibile cogli occhi. Per la seconda volta benedico chi mi ha “fatto perdere tempo”. Come avrebbe potuto resistere un mese in casa con un globo vescicale così grande? Chiamo l’infermiere perché gli metta il catetere e telefono sul cellulare al Dr. Ronaldo, l’urologo cubano, perché venga al pronto soccorso per ricoverare il paziente nella sua sezione in chirurgia.
Gli altri due sono parenti di malati cronici che vengono per farsi rinnovare la ricetta dei medicamenti che prendono. Uno è un papà di famiglia che viene ogni due mesi da Inhassunge, di là dal braccio di mare su cui è cresciuta Quelimane. Ha due figlioletti, una bambina ed un ragazzino, entrambi epilettici. Lo guardo in faccia con aria interrogativa, come per dire “Quante volte sono caduti?”. Non ho bisogno di aprir bocca e comincio a copiare le ricette: ormai siamo vecchi amici. Lui capisce al volo e mi dice:“Grazie a Dio non sono mai caduti, dall’ultima ricetta.”
Il secondo è un iperteso che sarebbe dovuto venire alla consulta la settimana passata, ma era a letto con la malaria e solo oggi è riuscito a venire, spinto anche dal fatto che le pillole sono finite.
Guardo l’orologio sulla parete: sono già le otto! La prima ora è à passata e sono ancora fermo al pronto soccorso. Invece di rammaricarmi, mi pare di sentire Venere che mi dice: “Beh, non è poi così tardi!..”

Quando apro la porta della sala di rianimazione, sento la voce dell’infermiere Hélder che mi dice: “I malati sono già stati visti dagli altri chirurghi. Non ci sono novità”. Ma, siccome sa che mi piace conoscere i dettagli, mi dice due parole di ragguaglio per ognuno di essi.
Bene, si stanno pareggiando i conti, dico tra me. Alle otto e un quarto entro in reparto, dove mi accoglie una pioggia di “Buon giorno, signor dottore!” Rispondo cordialmente a tutti e comincio la visita dalla sala dei casi più delicati. Esamino i pazienti e voglio vedere come stanno le ferite, controllare se le pance sono molli, se gli operati sono già canalizzati e così via, come si fa in ogni reparto di chirurgia. A metà visita entra l’infermiera Mariazinha, la caposala, di ritorno dalle “occorrenze”, l’incontro di tutti i responsabili dei reparti col direttore e l’amministratore. Mi avvisa che dalla farmacia hanno informato che è finita la penicillina di uso endovenoso e che non arriverà prima della prossima settimana. Bisogna quindi rivedere il trattamento a quelli che la stanno facendo.

Passiamo alla sala 1, dove si trovano le altre mie pazienti. La prima occhiata mi scoraggia. Oltre alle nove nei letti, ce ne sono altre quattro su materassi per terra. “Abbiamo avuto vari ingressi ieri pomeriggio”, mi dice con la massima naturalezza Mariazinha. Il sovraffollamento di questa sala è una cosa abituale e lei non si preoccupa più. La sua serenità mi aiuta abbastanza e mi “contagia”.
La visita richiede tempo: a me piace scrivere tutto e controllare la terapia, parlare con le malate, rendermi conto di ogni cosa. L’infermiera è molto pratica: apre le medicazioni, mi prepara i fogli delle richieste di analisi, mi mette davanti i registri da riempire quando si fa una dimissione. Stamani sembra che si vada avanti senza remore. Entra l’assistente sociale Adelina. Mi porta dei fogli della LAM (le linee aeree mozambicane) che devo riempire per dei pazienti che abbiamo trasferito a Maputo. Interrompo la dimissione che stavo riempiendo e completo i fogli. Alzo la testa per consegnare la pratica ed un inserviente viene a chiamarmi per rispondere al telefono davanti all’ufficio della caposala. È il Direttore clinico che vuole alcune informazioni. Mentre gli rispondo mi si accosta una signora che stava seduta sulla panca di fronte e mi presenta dei fogli. Sto per rimandarla indietro un po’ bruscamente perché abbia pazienza e aspetti la fine della visita, quando la riconosco. È una paziente di AIDS con un sarcoma di Kaposi nel palato che ha fatto la prima chemioterapia e ritorna per fare gli esami del sangue necessari per il secondo ciclo. “Come sta?” le chiedo.
“Un po’meglio” e apre la bocca per farmi vedere che il sarcoma s’è un po’ ridotto. Prendo un foglio per le analisi e le richiedo l’emocromo. “Faccia gli esami del sangue e poi torni domattina in digiuno. Se vanno bene, facciamo subito la seconda dose.”
Ritorno di corsa alla sala 1. A che punto eravamo? Ah, già! Stavo facendo una dimissione.
La finisco e riprendo il lavoro. Delle quattro donne entrate ieri sera, tre sono pazienti con fistola vescico vaginale. Faccio loro un esame sommario per rendermi conto del tipo e grado di difficoltà delle fistole. Due sono facili e cerco nella grande agenda delle operazioni un giorno dove infilarle, in modo che non occupino un posto letto (più esattamente un posto materasso) per molto tempo. La terza è complicata e non so se sarà possibile chiuderla per via vaginale. La metto in lista per esaminarla nella sala operatoria il giorno dopo. La quarta malata è una giovane che ha un grande tumore addominale. Mi pare una ciste ovarica gigante. C’è bisogno di vederla con l’ecografia. Lo dico a Mariazinha, perché me la mandi più tardi da aggiungere a quelle già in lista.
Mentre parlo, quasi attratta per lettura nel pensiero, entra suor Inês, una infermiera portoghese, che lavora nel reparto di medicina, piccolina, di una certa età, tutta cortesia e bei modi. Quando la vedo mi sento venir meno: le sue visite alla chirurgia il giovedì mattina sono sempre per chiedere il grande favore di aggiungere alcuni casi alle ecografia del mattino.
Vorrei fingere di non vederla, per finire di osservare la paziente che sto visitando. Ma poi mi ricordo che oggi è il giorno della prova del fuoco per cambiare colore a tutti gli imprevisti che mi allungano i tempi.
“Dica, suor Inês! Quanti me ne porta oggi?”. “Sono tre, quelli molto urgenti, più altri due, che però potrebbero aspettare domani o sabato.” “Mi può portare i tre. Per gli altri le saprò dire solo quando saremo verso la fine delle ecografie.”
La mattinata va avanti così. Quando finisco sono già le dieci e mezzo. Trenta minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Ma l’infermiera Mariazinha mi ferma. “Dottor Marchesini, c’è un bambino da vedere, che il Dr. Hilário ha lasciato perché decida il da farsi.” “Mariazinha, son già le dieci e mezzo!” “Solo un minuto, dottore!”
È un neonato con un onfalocele, una malformazione congenita che consiste in pratica in una enorme ernia ombelicale, che, al posto della pelle, ha solo le membrane amniotiche ispessite. Il difetto è troppo grande, per poterlo operare. Bisogna scegliere il metodo conservativo, quello che di solito applichiamo in casi simili, che non sono poi così rari. Bisogna ricoprire le membrane con una pomata antibiotica tipo unguento e fare ogni giorno una medicazione sterile. Quasi sempre le membrane non si rompono e la pelle ricopre un po’ alla volta, seppur con grande lentezza, tutto il difetto. “Sta bene. Ho già capito”, dice Mariazinha. Che fortuna, avere un’infermiera così!

Prendo la borsa e corro verso la saletta delle ecografie.
Manca poco alle undici, quando comincio. Nel lettino c’è già una paziente, accompagnata dal Dr. Roberto, collega chirurgo cubano. “È venuta questa paziente alla mia consulta, stamani, con una massa strana a sinistra, ma non ha l’aspetto di una milza.” “Sarà un rene?”domando io. “È quello che ho pensato anch’io, però vorrei controllare con l’eco.”Accendo l’apparecchio e cominciamo a guardare. Come sempre, inizio dal fegato, che in questo esame è una specie di stella polare. Quando lo si è visto e calibrato il contrasto e la luminosità su di lui, ci si orienta meglio ad osservare poi tutti gli altri organi. A sinistra, in effetti, si vede un’immagine, che, subito a prima vista, si capisce che non è la milza. Ha l’aspetto di una formazione di parete sottile, piena di liquido. Fa pensare subito ad un rene policistico o con una forte dilatazione idronefrotica. Guardiamo attentamente tutti e due, commentando tra noi. Alla fine concordiamo che deve trattarsi di un rene policistico molto grande. “Andiamo a vedere l’altro rene. Se è policistico, quasi sempre lo sono tutti e due.” Vado con la sonda a destra ed anche lì c’è un’immagine simile, seppure di dimensioni più ridotte. “Sì, sì, la paziente ha due reni policistici”. Il Dr. Roberto ringrazia, raccoglie i documenti e fa alzare la malata, mentre io scrivo rapidamente il referto e glielo consegno.

“Coraggio, Zefa – dico all’aiutante – siamo in grave ritardo ed abbiamo molti malati da esaminare.

Cominciamo a chiamare i malati uno dopo l’altro. Prima leggo la richiesta, per vedere qual è il problema da indagare e poi comincio a osservare con la sonda il paziente.
Faccio entrare i bambini. I più piccoli sono molto difficili, perché cominciano a piangere e a divincolarsi per la paura. A volte dico alla mamma di chinarsi per dare il seno da succhiare, nel tentativo di farli calmare.
Quindi i casi urgenti. Entra la donna della chirurgia, che ho mandato io, dal grande tumore addominale. L’osservo accuratamente e concludo che si tratta di una ciste ovarica gigante. “Un’altra paziente da far entrare nella lista operatoria quanto prima, per non occupare un letto per molti giorni” commento fra me.
I casi della medicina sono tutti dei cardiopatici, per accertare se il vistoso ingrossamento del fegato è dovuto solo a una insufficienza congestizia del cuore, oppure ad un’altra causa. L’ultimo, però è più complicato, perché viene per via di una ascite severa, complicata anche da edemi delle gambe. L’osservo con attenzione e mi ci vuole un certo tempo per essere sicuro che, oltre all’insufficienza cardiaca abbia anche una cirrosi epatica.
Per fortuna gli altri casi sono abbastanza rapidi: confermare o escludere gravidanze iniziali o fibromiomi dell’utero.
È quasi l’una quando entra l’ultimo caso. Guardo l’orologio della parete: le 13,10. Siamo in ritardo di almeno un’ora. Non mi deprimo troppo, perché in realtà siamo riusciti a contenerlo entro limiti non molto gravi. Sto cercando di consolarmi con questi pensieri, quando bussano alla porta. Dico alla aiutante Zefa di vedere chi è. Entra l’infermiere Estêvão. “Signor dottore, è venuta la polizia a portare un cadavere, colla richiesta di un’autopsia. C’è il timbro «Molto urgente». Il poliziotto mi ha spiegato che si tratta di un Direttore Nazionale del Ministero dell’Agricoltura, trovato morto nella sua camera di albergo tre ore fa. Era venuto ieri da Maputo in missione di servizio. Dopo l’autopsia vogliono inviare subito il corpo a Maputo.”
La notizia mi prostra totalmente. “Ahi, ahi, ahi! Proprio di giovedì doveva morire!”

Sento montare in me lo sconforto e una sentimento di rivolta: “Eh, cara Venere, come faccio a non considerare nemico il presente, quando mi aggredisce in questo modo?” Sento che la pazienza se n’è andata e, appena finita l’ultima ecografia, fatta ribollendo, mi avvio verso la sala mortuaria.

14
È l’una e mezzo di un giorno assolato e silenzioso. Le verande dell’ospedale sono vuote ed il lavoro della mattinata s’è quasi concluso nella maggior parte dei settori. L’entrata della sala mortuaria è sistemata in una zona appartata e all’ombra. I fiori di una grande Bougainville rossa, si affacciano dal muro di cinta che la separa dal giardino dell’ospedale. Fuori c’è una cattedra ampia, con una sedia a braccioli, un po’ logora, ma comoda.
“Si sieda un momento, dottore! “ mi dice l’infermiere Estêvão, con fare premuroso e sorridente, per nulla afflitto di dover cominciare un’autopsia a quell’ora.
“Ma, sì, sediamoci!” dico fra me. Perché devo rovinarmi la pace e la tranquillità di quest’angolo di paradiso, col pensiero delle visite che mi aspettano? Se da qui dovessi andare a casa, non sarebbe un momento piacevole, da assaporare con pace?” Sento che una volta di più le parole di Venere sono inesorabilmente vere: il presente non può che essermi amico. E difatti sento che lo è. È solo la mia fretta ed il pensiero di essere in ritardo, che me lo trascolora in nemico.
Mi siedo e mi rilasso. Guardo con piacere tutte le cose belle che ho intorno e mi godo nella pace il momento di silenzio e di tranquillità.

Mi torna alla mente una frase che mi colpì due settimane fa, quand’ero a Nampula a operare le fistole. Stavo leggendo la lettera ai Colossesi, nella calma e serenità di un fine pomeriggio in cui ero riuscito a tornare a casa un po’ prima dall’ospedale, dove avevamo operato a lungo. Ero seduto nella cappella luminosa per il sole obliquo, e si udivano in lontananza i bambini giocare sotto i grandi alberi. Era una bibbia in portoghese e riportava una frase di Paolo, tradotta in un modo inusuale,che mi colpì per la sua efficacia. “Lasciatevi rafforzare pienamente dal potere della sua gloria, per raggiungere una costanza e pazienza totale, con gioia” (Col, 1,11)
Il potere della sua gloria … mi richiama la visione di Ezechiele che assiste estatico al ritorno trionfale della Gloria di Dio, nel tempio di Gerusalemme, dopo la distruzione di Nabucodonosor. Un potere grandioso, incommensurabile. È da questo potere che mi devo lasciar fortificare, è questo potere che porta con sé la promessa di farmi raggiungere costanza e pazienza totale nelle situazioni avverse e per di più nella contentezza.
Questa frase mi colpì e mi dette animo e forza. La copiai in un foglietto e la misi nel breviario, per poterla imparare a memoria e ripetermela nei momenti di difficoltà. Ed ecco che ora, già imparata a memoria, affiora e mi rincuora.
SÌ, come può il presente soverchiare il poter della gloria di Dio e diventarmi nemico? Ci voleva questa sosta prima dell’autopsia, in questo angolo di pace, per farmela comprendere fino in fondo.

L’autopsia si preannuncia facile. Il cadavere ha i segni caratteristici di un attacco di cuore: lingua cianotica, palmo delle mani ed unghie quasi blu. Mi basta aprire solo il torace per cercare i segni di conferma. Di fatti trovo cuore dilatato, piccolo versamento pericardico e i polmoni pieni di liquido e spuma. Tutto conferma che sia stato un edema polmonare acuto a provocare la morte.
Lascio l’infermiere Estêvão a richiudere il cadavere. Scrivo il resoconto dell’autopsia e riempio il certificato di morte. Finalmente posso andare alle visite ambulatoriali.


15
Sono le due passate, quando arrivo in ambulatorio. Trovo l’agente di servizio Jofresse che mi aspetta sorridente davanti alla porta e mi corre incontro per prendermi la borsa. “Oggi finiremo alle venti, Jofresse!” “Non c’è problema, signor dottore. Un malato dopo l’altro, arriveremo alla fine. La cucina ha già mandato il pranzo” Il vassoio è sulla scrivania, coperto da un panno ricamato nei bordi. Oggi c’è polenta bianca di mais con pesce: sono due «carapaus» fritti, della famiglia delle sardine, in un sugo al pomodoro e cipolle dal buon profumo. Mi siedo, pieno di appetito. Il sugo è ancora tiepido e molto saporito. È un pranzo gustoso, che contribuisce a fare di questo momento presente un amico apprezzato!
In dieci minuti finisco tutto e dico a Jofresse di chiamare il primo malato. “Oggi non fa il sonnellino, dottore?” “Per ora non ho sonno. Spero che non mi venga, vista l’ora avanzata. Abbiamo dei carcerati oggi?” “Sì, i soliti due di tutti i giovedì. “
Entrano e scambiamo qualche parola colla guardia che li accompagna. Sono due con ernia inguinale. Faccio loro la richiesta degli esami del sangue e li mando al laboratorio. Quando torneranno col risultato, dopo mezz’ora, li metterò già in lista e darò il giorno dell’operazione. I malati della prigione li faccio sempre per primi, perché devono rientrare presto, prima della conta del pomeriggio.
Le visite procedono abbastanza speditamente e nella prima ora ne riesco a fare cinque, oltre ai due carcerati. Meno male che mi sento in forma. Nella seconda ora, però, la stanchezza mi appesantisce il pensiero e mi sorprendo colla biro in mano fermo sul foglio a seguire un pensiero di sogno. Mi sto addormentando. Devo arrendermi! Dico a Jofresse di non fare entrare nessuno e metto la sveglietta puntata per venti minuti più tardi. Allontano indietro la sedia, metto il braccio sinistro sul tavolo. Tolgo gli occhiali e metto la fronte sull’avambraccio. Sento la meravigliosa sensazione del corpo che si può rilasciare totalmente. Prima che finisca un minuto sono già profondamente addormentato.
La sveglia mi richiama al lavoro, ma ora mi sento ben vigile e posso dare il tutto per tutto. Mi si accende il pensiero che forse potremmo terminare prima delle venti. Sento una nuova energia che mi stimola a non avere nessuna sosta o distrazione. I malati, però, sono più di trenta e nonostante il ritmo forzato, l’orologio sembra avere le ali. Le ore scivolano via una dietro l’altra. Finiamo alle 20,10.
Accompagno Jofresse vicino alla sua casa: l’ultimo tratto, fra le capanne della periferia, lo fa sempre a piedi.


16
Il cielo è nero. In questi mesi Venere s’accende più vicino all’orizzonte e, quando esco dall’ambulatorio non la vedo. Arriviamo all’incrocio che va verso l’aeroporto, la zona dove scenderà Jofresse. Gli ultimi duecento metri li percorriamo verso occidente, ed ecco, là in fondo, due dita sopra la linea che separa (o unisce?) terra e cielo, c’è Venere. “Ti aspettavo, mio caro. Non potevo tramontare senza rivederti ed incoraggiarti. Hai visto che anche il presente è ora a tua portata, per impossessartene e viverlo in pienezza di coscienza? Continua così!”
“Grazie, Venere, angelo mio!”

“Buona notte, Jofresse, e molte grazie per l’aiuto!”
“Buona notte, dottore, a domani!” “
Ci manca poco più di un chilometro per arrivare a casa. Mi sento contento, anzi – direi - molto contento. La giornata di oggi è stata un grande regalo per me. I consigli dell’angelo mi hanno liberato già parecchio, facendomi sentire più a mio agio in relazione al mio passato, che,ora, mi accompagna con soddisfazione. Anche il presente, la parte più difficile da saper vivere, sembra promettere bene. Per tutto il giorno sono riuscito a accogliere come amico il presente che mi veniva incontro
Arrivo al cancello di casa, già chiuso. Scendo per aprirlo e scopro, sedute lì dietro, nascoste al buio, tre donne che mi vengono incontro per chiedere che dia loro i soldi per comprare una latta di mais. Due hanno un bambino dietro la schiena. La loro vista, così imprevista, mi coglie di sorpresa e mi sento aggredito. Abbiamo aperto un centro di ascolto per i poveri, dietro la chiesa parrocchiale, che funziona tutte le mattine. Perché devono venire di notte, nascoste dietro il cancello? Non riesco a frenarmi e rivolgo loro la parola molto irritato: che vadano domattina dietro la parrocchia! Le due donne col bambino si girano ed escono, senza parlare. La terza, invece, non ne vuol sapere e si rifiuta di uscire. Lascio il cancello aperto e le dico irritato, che stasera non è il momento per ascoltarla e che vada là anche lei, domattina. Niente da fare. Monto in macchina per parcheggiare sotto la tettoia che fa da garage. Vedo che il refettorio, che dà sul prato, ha le luci spente. “Ho fatto troppo tardi e sono già andati a letto o stanno vedendo il telegiornale”, penso fra me.
Scendo dalla macchina e dall’ombra esce la terza donna che, con voce piagnucolosa insiste ancora: vuole i soldi per comprare la porta per la capanna, perché sono entrati già due volte i ladri. Perdo davvero la pazienza e le grido di uscire, che non è l’ora né il posto per risolvere i problemi sociali della gente. Che torni domattina! Il guardiano notturno della casa sente le mie grida e si avvicina. Prende la donna per mano e la porta al cancello.
Questo finale del giorno, proprio non ci voleva! Mi ha rovinato la giornata ed ha fatto naufragare quella che ai miei occhi appariva come una vittoria memorabile nei rispetti di imparare a vivere il presente. Cerco Venere nel cielo, per sfogarmi e farmi consolare, ma è già tramontata.
Triste e a capo basso, sconfitto e amareggiato per aver trattato male l’ultima delle tre donne, entro nella casa buia.
Spingo la porta di rete a battente del refettorio: si accende d’improvviso la luce, mentre sento intonare festosamente il canto “Tanti auguri a te, tanti auguri a te!..” Sono una decina di bambine dell’orfanotrofio «Aldeia da paz», accompagnate da due suore. Sono venute per farmi gli auguri e portarmi il dolce: oggi è il mio compleanno!
Mi avvicino alla tavola, mentre le bambine continuano a intonare un canto dietro l’altro e a battere le mani: ci sono almeno dieci torte. Mi spiegano che all’ora di cena sono venute molte persone a portarmi dolci e biglietti di Buon Compleanno. Sono rimaste sedute a conversare per più di un’ora, poi poco a poco se ne sono tornate a casa. Solo le bambine non hanno accettato di andarsene ed hanno voluto rimanere ad aspettarmi fino alla fine.
Mi sento commosso e confuso, per il contrasto tra la mia sfuriata colle donne e il garbo e la delicatezza delle orfanelle.

Forse, senza saperlo, sono, al pari di Venere, anche loro il mio angelo, venuto per darmi un ultimo insegnamento al momento giusto: devo capire che non finirò mai di sbagliare, anche quando sarò convinto d’aver imparato tutto e che, pur cosÌ, ci sarà sempre qualcuno, che non smetterà di volermi bene, nonostante tutti i miei difetti!

FINE

Aldo

Finito a Bologna alle 12,15 del 20 Ottobre 2009 (Santa Irene)

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( modificato in data 22-4-2013)
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