Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
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Aldo, cugino mio!8.2
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Dove finisce il tempo12.8
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Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
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Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
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Ricordi di ospedale35.9
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Sapore d'africa8.0
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Seconda vertebra cervicale136.9
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Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
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Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
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Foglie secche, sollevate dal vento1.6
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Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
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Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
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O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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Aldo Marchesini

La montagna

Quelimane - Nampula
(Mozambico)
2011

La montagna

A mio fratello Andrea,
per ringraziarlo
di avermene
suggerito la composizione.


1


Comincio col presentare il primo personaggio. Lo chiamerò io, sì proprio io, con la lettera iniziale minuscola. Dovete sapere che io visse molti anni, prima dell'avventura che sto per raccontarvi. Era una persona attiva, sempre in movimento. Quando gli accadde di fermarsi e guardare indietro, fece una scoperta inaspettata: gli pareva di essere vivo da un'eternità! Vivere era una cosa bella. Gli sarebbe piaciuto continuare ancora a lungo, ma scopriva con soddisfazione che aveva raggiunto la sazietà e, se avesse dovuto terminare il suo mandato sulla terra, non gli sarebbe pesato troppo. Forse è meglio spiegare sùbito come fu che arrivò a questa conclusione.
Gli capitarono tre cose inaspettate, che lo misero di fronte al problema della morte.
Fino ad allora io aveva creduto di pensare alla morte come fa una persona matura, che non la esclude dai suoi pensieri e che, anzi, la considera con pace interiore. Il suo rapporto con lei era, nella sua coscienza, totalmente pacifico e razionale. Quando, però, si trovò improvvisamente al capolinea della vita, si rese conto che una cosa è pensare alla morte in generale, un'altra cosa, invece, è pensare alla propria morte, specialmente quando la si ha di fronte. Fu, tuttavia, un'esperienza fulminea, passeggera, perché il pericolo reale di morire durò poche ore. Si sentiva come una persona che aveva "toccato" la morte, ma l'esperienza era stata troppo breve, per poter far tesoro di quell'episodio.
La seconda volta fu quella decisiva. Scoprì per tempo che il vagone della sua vita aveva deviato dal binario principale e correva, ormai, verso il capolinea. Non sapeva a che distanza si trovasse. Sapeva, però, che non c'erano più scambi fino all'arrivo in stazione.
Io cominciò a pensare sistematicamente alla sua morte. Gli diventava chiaro d'avere, fino ad allora, pensato alla morte come a una cosa che accade agli altri. Ora invece si trattava della sua, e ormai egli le era davanti, la poteva guardare negli occhi. Solo allora si rese conto che il morire era umiliante. Dover abbandonare tutto, non soltanto le proprie cose, ma il proprio essere nel mondo come cittadino del mondo... Io doveva restituire la vita, uscendo dal mondo, da quel mondo che aveva contribuito a formare. Doveva deporre tutte le sue opere, tutto ciò che aveva costruito con le sue mani, tutto il bene che aveva fatto. Sì, anche il bene. Era stato abituato a pensare che le proprie opere buone, per lo meno queste, lo avrebbero seguìto nella morte. Non lo diceva anche Gesù nel vangelo? Accumulate tesori nel regno dei cieli, dove i ladri non rubano e le tignole non consumano. Ora capiva, dolorosamente, che quella frase non era da intendersi alla lettera. Come lasciava nel mondo il male che aveva commesso, gli errori e le mancanze di cui si vergognava, così doveva consegnare il bene da lui compiuto alla morte che, con un gesto silenzioso ma inesorabile, gli tendeva la mano per reclamarlo.
Un profondo silenzio lo avvolse: era duro davvero! La morte non gli metteva fretta. Aspettava paziente con la mano tesa. Io sorrise alla morte. Comprese che era gentile con lui. Gli dava l'opportunità di consegnarle tutto il bene spontaneamente e gli dava tempo per pensare e fare una scelta meditata. Consegnare liberamente era molto meglio che essere derubato senza difese possibili, nel momento estremo. Io chiedeva alla morte solo un poco di pazienza, per poter raccogliersi in silenzio e prendere nelle mani la sua libertà. In fondo non chiedeva che di sentirsi sicuro d'esser libero. La morte ora gli sorrideva. Io le consegnò tutto.
Una luce interiore lo investì: aveva raggiunto la libertà che gli consentiva di accettare l'estrema umiliazione del morire. Ora che lo aveva fatto, aveva compreso che, solo dopo aver accettato, era diventato veramente libero. La libertà, che ora regnava in lui dopo la consegna di sé all'umiliazione del morire, era fatta della stessa pasta di cui era fatto l'essere, l'essere in sé stesso, l'essere che abbracciava tutto il mondo. Era un'esperienza cosmica. Il morire, anch'esso, faceva parte dell'essere.
A questo punto, umile e libero, io guardò indietro alla sua vita. Aveva vissuto per un tempo che gli pareva interminabile. Aveva vissuto con tutta la forza del suo cuore, non vedeva vuoti. Era contento di aver vissuto pienamente e senza alcuna restrizione. Era sazio di vita. Non aveva rimpianti. Sarebbe stato bello vivere ancora, ma era intervenuta la sazietà e non sarebbe più stato triste, per lui, smettere di vivere.
La terza cosa che gli capitò fu un incidente di percorso nel viaggio verso il capolinea. Il tempo stava scorrendo, con il suo lento pulsare. Io sentì una brusca frenata. Si affacciò al finestrino: era caduto un ponte. Bisognava fermarsi. Io scese per vedere con i suoi occhi la gravità della cosa. C'era un gran via vai e nessuno sapeva dare informazioni sicure. Per aggiustare il ponte ci sarebbe voluto parecchio tempo. Bisognava prendere in considerazione la possibilità di fermarsi e finire la corsa lì. Era necessario attendere qualche tempo, per vedere come le cose si sarebbero messe. Se la corsa non poteva riprendere, il viaggio doveva per forza finire lì.
Io girò lo sguardo tutt'intorno: quello era, tutto sommato, un bel posto. Io si guardò dentro: non era cambiato nulla. L'umiliazione del morire era stata accettata una volta per sempre e la sazietà del vivere era la stessa. Per quanto stava in lui, il viaggio poteva finire lì.
Tuttavia i lavori si conclusero abbastanza in fretta e il viaggio riprese. Io si sentiva contento, per aver compreso il messaggio. Aveva capito che non era necessario arrivare a un capolinea perché il viaggio finisse.


2

A questo punto entra in scena il secondo personaggio. Il nome migliore che mi viene in mente è lei, non tanto perché sia stata di fatto una donna, ma perché l'universo interiore che incarna si colora, almeno ai miei occhi, del genio della femminilità. In una cosa lei differiva radicalmente da io: lei era morta davvero... A pensarci bene, però, io si convinceva sempre più che tale differenza non era radicale. La morte reale non era importante: entrambi, io e lei, l'avevano già conosciuta. Lungamente si erano parlati mentre entrambi erano in vita, e ora che la morte li aveva separati, si accorgevano che, invece, proprio lei li aveva uniti di più. Lei era morta, sì, però avevano vissuto molti anni in amicizia e si erano parlati infinite volte. I segreti che si erano rivelati li avevano accomunati. Ora ognuno portava in sé quei colloqui. Lei di là e io di qua continuavano a parlarsi. Erano parole entrate nell'eternità e potevano essere ridette e rivissute in qualunque momento, nel presente, nel passato e nel futuro. Pronunciate nel passato, erano vive nel presente e valevano ormai per sempre. La loro verità poteva essere rappresentata dal simbolo della montagna, a cui spesso entrambi facevano allusione. Era la montagna del mondo futuro, su cui era costruita la Gerusalemme celeste e dove stava il punto d'arrivo tanto desiderato. Chi cominciò per la prima volta a parlare della montagna fu lei.
" M'immagino - gli diceva - di stare a contemplare il nostro orizzonte. Per quanti anni l'abbiamo scrutato e quanto a lungo gli siamo corsi incontro! L'orizzonte era il nostro futuro. Ti ricordi i sogni della nostra gioventù, le aspirazioni, i desideri, la preghiera fatta a Dio di capire, di essere illuminati e guidati a non fare errori nello scegliere? Ti ricordi che correvamo insieme, una davanti e l'altro dietro, poi viceversa? Sempre nuovi orizzonti s'aprivano davanti a noi. Ebbene, io, ora mi pare che oltre la linea dell'orizzonte si cominci a vedere qualcosa di nuovo. Una specie di sagoma azzurra si va definendo sempre più. Credo che sia una montagna, verso la quale dobbiamo camminare con desiderio e speranza, perché è la montagna di Dio, dove egli ci aspetta da sempre ". Seguì un silenzio.
" Credo che il suo sorgere all'orizzonte sia bellissimo e che riempia di gioia il nostro cammino verso di essa. Ormai non è più l'orizzonte che ci fa correre con il suo misterioso e indefinito contenuto. Ora è la montagna che ci anima con la sua concretezza, la sua imponente mole, la sua altezza, la sua affascinante e segreta bellezza. Mi pare che ci chiami, ci sorrida e inviti a salire da lei. La nostra meta comincia a farsi vedere! ".


3

Squillò il telefono. Era lei. " Io, ti prego, vieni da me. Sono in ospedale. Sto male! ".
Io scese dal taxi che aveva chiamato, chiese dov'era la stanza e salì le scale. Bussò ed entrò. Lei era appoggiata su tre cuscini, sudata. Respirava a fatica. Io le andò accanto e le prese la mano. Si guardarono in silenzio, quel silenzio che, in virtù della lunga amicizia, era più eloquente delle parole.
" Volevo salutarti, prima di andarmene. Sono ai piedi della montagna. Aspettavo questo momento da tempo. Volevo cominciare a salire con il conforto di Gesù, in sua compagnia. Ti prego, fa' venire qui un sacerdote che mi dia l'unzione degli infermi ".
Quando io tornò in compagnia del cappellano dell'ospedale, questi salutò affabilmente lei e le spiegò che esistevano varie formule di orazione finale, alcune per chiedere la presenza del Signore nel momento estremo, altre per chiedere la guarigione e la forza per vivere ancora, se questo fosse nella volontà di Dio. Senza aspettare risposta, disse: " Sarebbe mia intenzione chiedere per lei la guarigione, per continuare a vivere per Lui, ancora un po', sulla terra. Cosa ne dice? ". " In questo momento il mio unico desiderio è quello di saper accettare qualunque Sua decisione. Mi sono ormai spogliata di tutto ".
Tutti e tre celebrarono il sacramento con molta fede. Il cappellano concluse con l'orazione finale che aveva consigliato. Dopo un silenzio prolungato, s'alzò, salutò e uscì.
Lei raccontò a io di come la sua salute fosse precipitata all'improvviso tanto da costringerla a un ricovero d'urgenza. Ringraziò io per essere venuto sùbito: " Sono contenta che tu sia qui. Ora hai visto con i tuoi occhi che il mio piede ha toccato le falde della montagna in compagnia di Gesù ".
La forza dell'unzione e la parola dell'orazione ebbero il sopravvento e lei cominciò a migliorare, poi guarì.


4

Lei e io avevano un'amica, una suora, missionaria in estremo oriente. La chiamerò con il nome di Anna. Si erano conosciuti da giovani: erano coetanei. Li legava una sincera amicizia. Quando Anna tornava (ciò avveniva a intervalli di parecchi anni), facevano di tutto per vedersi tutti e tre e restare un po' insieme. Lei era molto curiosa e ad Anna faceva sempre tante domande, cui la suora rispondeva con evidente allegria. Era bello per suor Anna, al ritorno, trovare qualcuno che si mostrasse interessato alle vicende della missione. L'Asia era veramente un altro mondo, e le conversazioni si allungavano. La voglia di vedersi era grande e così c'era sempre un incontro sùbito, e poi almeno un altro, prima del rientro di Anna in missione.
Ogni tanto si scrivevano; in tal modo il rapporto si rinforzava e si aggiornava. Un giorno giunse a io una lettera, in cui suor Anna annunciava un ritorno forzato, quasi di corsa. Era passato poco più di un anno dal loro ultimo incontro. Comunicava di avere un probabile tumore maligno e di ritornare per accertamenti e cure. Io mostrò la lettera a lei e decisero di farle una sorpresa, andando a riceverla all'aeroporto.
Trovarono là il papà, il fratello e la sorella di Anna. Da loro seppero che la cosa era seria e già abbastanza avanzata. Lei e io si misero in seconda linea. Appena si aprirono le porte scorrevoli della sala degli arrivi, suor Anna li scorse sùbito dietro ai suoi e sorrise di gioia a tutti, con un largo gesto della mano. Il sorriso e gli occhi erano sempre quelli di quando erano stati giovani insieme, ma la malattia traspariva dal volto smagrito e dai gesti misurati per contenere un dolore che non poteva rimanere nascosto. Si scambiarono saluti e un abbraccio, poi lei e io si ritirarono per lasciarla con i suoi cari.
Alcuni giorni più tardi suor Anna si fece viva per telefono, comunicando che era stata sùbito ricoverata e gli esami avevano confermato che si trattava d'un tumore maligno. Non era possibile operarlo, ma avevano già iniziato la chemioterapia. Non voleva arrendersi, voleva fare tutto il possibile per continuare a vivere e tornare in missione. Sarebbe stata assistita in una casa della sua congregazione, in un'altra città. Dette loro l'indirizzo: " Venite a trovarmi, appena potete! ".
Vi andarono in treno la domenica seguente. Partirono presto per aver tempo di parlare insieme prima di pranzo.
Suor Anna era a letto, pallida e bianca come la neve. Era sempre stata magra, e ora, sotto le lenzuola, si poteva chiaramente intravvedere un aumento considerevole di volume dell'addome. Fu molto contenta di vederli e raccontò nei dettagli la storia della malattia. Era stata una cosa aggressiva e rapidissima: non erano passati neppure due mesi dai primi sintomi che l'avevano allarmata. " Ho promesso al Signore che farò tutte le cure necessarie per cercare di guarire. Lo sento come un dovere. Devo collaborare con lui per mantenere il dono della vita ".
Continuarono a parlarsi a lungo, ma appena notarono che cominciava a stancarsi, si alzarono per salutarla, promettendo di ritornare più avanti.
Suor Anna si accorse della loro delicatezza e sorrise loro ancora una volta. " Vi ringrazio con tutto il cuore per essere venuti a trovarmi. Ci tenevo tantissimo e ora sono contenta che ci siamo potuti parlare. Ma è anche vero che sono un po' stanca e che ho bisogno di restare con gli occhi chiusi. Vi aspetto un'altra volta, se vi sarà possibile... ".
Poche settimane dopo io ricevette una telefonata. Era la consorella di suor Anna, che l'assisteva nella loro casa, alla quale io aveva dato il numero del suo telefono per essere avvisato in caso di novità.
" Suor Anna è peggiorata e l'hanno ricoverata alla clinica universitaria ". Per coincidenza provvidenziale io era di passaggio in quella città e si recò da lei. Era in un reparto di stanze a due letti. Nel corridoio c'erano il papà e la sorella. Si guardarono senza scambiare parole: non ce n'era bisogno. " Entri. Suor Anna sarà contenta di vederla ".
Ella stava nel primo letto vicino alla porta. La paziente del letto accanto chiese se dovesse uscire per lasciarli soli. Ma a io parve una mancanza di rispetto accettare quella proposta.
" Io, ho fatto di tutto per poter guarire. Sto ancora lottando ".
Forse suor Anna non si rendeva conto che era sul punto di morire. La presenza dell'altra malata toglieva a io la libertà di esprimersi. La loro amicizia era abbastanza profonda per poter parlare direttamente del prossimo abbraccio con Dio, ma capì che non poteva dire parole simili in quella precisa circostanza, tanto più che probabilmente suor Anna non era del tutto cosciente di essere alla fine. Io le disse soltanto che l'avrebbe portata sempre con sé, dovunque fosse andato. Si trattenne un poco in silenzio, tenendole la mano. Un silenzio pieno di parole non dette e di mute intuizioni, dovute all'amicizia che li legava. Come sperava che lo capisse! Le strinse la mano con forza: sapeva che era l'addio. Poi si chinò, la baciò e le disse " Ciao! ".
La medesima suora telefonò a io tre giorni dopo.
" Suor Anna è morta stanotte. I funerali saranno domani l'altro ".
Che amarezza! In quello stesso giorno io doveva partire per un lungo viaggio di lavoro all'estero. "Non potrò partecipare alle esequie perché parto, ma ci sarò lo stesso, in un modo o nell'altro".
Il giorno del funerale, io partiva in volo. L'aereo era pieno. C'era solo un posto libero, quello accanto al suo. Si sedette e guardò il sedile vuoto. "Allora, suor Anna, hai accettato che ti porti con me?".


5

"Caro io - diceva la lettera - la figlia di mia sorella sta morendo e ha chiesto che vada a salutarla. Come sai, mia nipote e la sua famiglia vivono in una città lontana. Mi tratterrò là il tempo necessario. Con affetto. Lei".
Di tempo ne passò un po' troppo. Io avrebbe voluto sapere notizie, ma lei non aveva dato né l'indirizzo né il telefono. Dovette per forza aspettare.
Passarono mesi, finché un giorno una conoscente gli consegnò una lettera. " Lei mi ha chiesto di portarle questa lettera ".
"Caro io, sto salendo la montagna. Quel tumore che ha portato mia nipote alla morte, l'ho anch'io. L'accompagnarla nella sua malattia mi ha aperto gli occhi. È stata mia nipote a spingermi perché mi facessi esaminare, quando le confidai i miei dubbi. Esami di tutti i tipi, TAC compresa. Poi la risposta. Stadio inoperabile. Chemio e radioterapia. Vivo in casa di mia sorella, nella stanza che fu di sua figlia. Mi ha insistentemente pregato di rimanere da lei. Vuole prendersi cura di me fino alla fine. Anche suo marito, così caro, ha insistito e io ho accettato. Devo restare sempre a letto, perché si è manifestata una metastasi nel collo del femore. Il primo ciclo di radioterapia è finito e ora mi portano in ambulanza all'ospedale solo nei giorni della chemio. Scusami, io, per non averti scritto prima. Se perdoni questo mio silenzio eccessivo, fammelo capire venendo a trovarmi. Anche mia sorella e mio cognato ne sarebbero contenti. Io, ti ricordi quante volte abbiamo parlato insieme della morte? Mi accompagnasti, quella volta, alle falde della montagna, quando ricevetti l'unzione degli infermi. Ora sono già salita abbastanza in alto e posso vedere un orizzonte più ampio da quassù. Come vorrei parlartene! E come vorrei confidarmi con te sulle tante cose che si capiscono salendo questo monte, sui dubbi e sulle ansie che si provano nel procedere verso la cima! Verrai? Ti scrivo, qui sotto, l'indirizzo e il telefono di casa. Con affetto. Lei".


6

Io riuscì a sistemare le cose in modo da arrivare là qualche giorno dopo. La sorella lo informò brevemente sullo stato avanzato della malattia e sulla terapia, che ormai era solo palliativa per controllare il dolore cronico da cancro. L'accompagnò da lei e li lasciò soli per farli sentire a proprio agio.
Si baciarono in silenzio, poi io si sedette accanto al letto.
" Come sei stato gentile, io, a venire sùbito a trovarmi, anche se lontana! Ho atteso questo incontro con molto desiderio. So che mi sto avvicinando, ogni giorno più in fretta, alla mia morte. L'abbiamo analizzata, quando era ancora lontana, ed entrambi abbiamo pensato a lei quasi come a un'amica, dopo che era entrata, seppure di passaggio, nelle nostre vite. Ora è qui, la sento come se mi stesse accanto. Come ti scrissi, l'immagine della montagna mi appare sempre più indovinata, sia perché salire le sue pendici è faticoso, sia perché mi fa capire che vado verso la meta, la sua cima, dove è Dio. Trovare un senso alle cose è di straordinaria importanza e dà forza per accogliere qualunque sacrificio e sofferenza, perché si è capito che ne vale la pena. C'è un'altra cosa bella, io: a salire i suoi pendii, l'orizzonte s'allarga sempre più! ".
" Lei, dimmi qualcosa di quest'orizzonte più ampio! ".
" Ti ricordi come da giovani l'orizzonte era qualcosa che stava davanti e lontano e che ci attirava facendoci correre incontro a lui? Più correvamo, più esso si allontanava, seducendoci con il suo fascino di novità ulteriori e di misteri da scoprire. Mi pare che ora l'orizzonte stia allargando il suo significato. Non è più soltanto ciò verso cui corriamo. Sta diventando ciò verso cui abbiamo corso e abbraccia non solo il nostro futuro, ma anche il nostro passato. La salita verso la sommità della montagna allarga la coscienza della nostra vita come un tutto. Passato, futuro, presente si uniscono inscindibilmente. La stessa verità si offre agli occhi del nostro spirito, mio e tuo. Vorrei aprirti il cuore, io, per chiedere di aiutarmi a capire il significato delle cose ".
" Ben volentieri, lei. Mi sento, tuttavia, molto piccolo. Chiederò in prestito a Dio i suoi orecchi ".
" Come hai ragione! Questa è la montagna di Dio, ed è in lui che tutto rivela il suo significato ".
Lei tacque. Aveva bisogno di un momento di silenzio; anche quando erano giovani, era il silenzio ciò che entrambi si comunicavano per prima cosa. Era necessario per unire le loro anime. Solo dopo, le parole avrebbero avuto l'energia di trasportare la verità che avevano in sé.
" Ciò che vedo da quassù è il mio vissuto. Lo abbraccio con un unico sguardo e posso al tempo stesso distinguerlo nei particolari. Vedo molte cose che adesso vorrei non aver fatto. Mi rendo conto di innumerevoli errori che ho commesso, di tanti cattivi esempi che ho dato e che temo abbiano costituito un inciampo per chi vi ha assistito. Ciò mi pesa sulla coscienza, anche se so di essere stata perdonata da Dio. La cosa che vorrei dirti, io, è che il perdono di Dio non mi basta. Vorrei una liberazione più profonda... ".
" Perché non approfitti della memoria che riporta il passato nel presente, per poterlo trattare da presente e non solo da passato? E per modificarlo? ".
" Lasciami provare. Per esempio, mi tornano alla mente le innumerevoli volte che ho perso la pazienza. Cominciavo con buona volontà, poi, quando l'insistenza o la sfacciataggine superavano la mia soglia di sopportazione, scoppiavo e parlavo duramente, con voce alterata. Quante volte ho anche voltato le spalle all'improvviso e mi sono allontanata, perché non sopportavo più! ".
" Quando mi confidi questi comportamenti di cui ti vergogni (e io ti capisco e non ti giudico male, anzi ti ammiro per l'umiltà con cui me li racconti), ti senti alleggerita? ".
" Sì, io, mi fa bene che tu stia dalla mia parte ".
" Immagina di avere di fronte le persone a cui hai mancato di rispetto perdendo la pazienza. Se tu chiedessi loro scusa, non ti perdonerebbero? ".
" Credo di sì ".
" Ciò ti darebbe pace? ".
" Sì, è ciò che vorrei ".
" Ti stanno di fronte, lei. Chiedi loro scusa, umilmente ".
" Come vorrei che mi perdonaste! ".
" Lascia che dia loro voce, con la mia. Non rammaricarti più, lei. Facciamo pace ".
Lei gli prese la mano e la trattenne nelle sue...


7

" C'è un'altra cosa, io, che ora vedo nel mio passato e che mi fa soffrire. Sono le cose che avrei avuto occasione di fare e che ho lasciato perdere. Ti ricordi il vecchio Confiteor? "Riconosciamo di aver molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni". Ti dirò il vero: delle omissioni non mi sono mai veramente preoccupata. Ora siedo sui fianchi della montagna e guardo giù: quante sono le mie omissioni, io! Ne scopro sempre di nuove. Non mi appaiono come colpa o peccato. No, mi danno un senso di pena, di occasione perduta per sempre, il cui vuoto mi è doloroso. È un'esperienza di incapacità, di impedimento, di impossibilità a rimediare. Io, la mia vita sta finendo, non mi restano più occasioni, e ciò mi dà impotenza e sconforto. Possibile, mi chiedo, che non ci sia un rimedio? ".
" Ci dev'essere, sì! Non ci ho mai pensato, ma credo che, se ci mettiamo a parlarne, qualche luce si accenderà. Tanto per cominciare, cita qualche esempio di omissione che ti dà sconforto al solo pensiero ".


" Ah, di esempi ne ho a bizzeffe. Penso alle persone che ho cercato di evitare per timore che mi facessero perdere tempo; alle telefonate non fatte, alle lettere non scritte, agli aiuti non dati, alle conversazioni evitate per non dover affrontare temi dolorosi o imbarazzanti, alle spiegazioni non fornite, ai silenzi egoistici o superbi o imbronciati, ai tentativi di non lasciarmi coinvolgere in impegni che mi avrebbero occupato troppo. Sai, in quei momenti si dice: non ti do un dito, perché altrimenti mi chiedi una mano, poi un braccio e tutto il resto ".
" Lei, non è facile trovare un rimedio. Il non fatto resta non fatto, il tempo non torna indietro. Tuttavia il passato non è totalmente finito, perché vive nella nostra memoria. C'è un modo di rievocare che dà grande felicità. Per esempio è bello raccontare cose che ci sono capitate. Ci pare quasi di riviverle. Anzi, ti dirò, a volte cedo alla tentazione di abbellire la realtà vissuta aggiungendo qualche particolare che la completi. Lo faccio con tanto gusto da convincermi quasi che i miei ritocchi possano, se non cambiare i fatti, almeno "rieditarli" in modo più bello, poetico, gratificante ".
" Io, mi fa piacere questa tua osservazione, perché mi conferma quello che ho sempre pensato. La memoria ha il potere di far rivivere il passato al punto che possiamo cambiarlo o, come dici tu, abbellirlo. Rivivendo l'azione nella memoria, possiamo fermarla, farla ripartire dall'inizio e farla accadere di nuovo, con alcune correzioni per togliere sbagli, cattiverie, errori, mancanza di generosità e così via, o per arricchirla con un'iniezione di amore in più. A questo proposito, io, voglio confidarti un segreto. In una meditazione nel corso di esercizi spirituali sentii parlare dell'esame di coscienza non come la ricerca dei peccati commessi, ma come il riesame del vissuto di quel giorno, per potere correggerlo di fronte a Dio, aggiungendogli valenze caritatevoli e accettando con un sorriso ciò che s'era rifiutato con ripugnanza. L'idea mi piacque tanto che da allora cerco sempre di fare questo tipo di esame di coscienza tutte le sere nella preghiera di chiusura del giorno. Non mi è mai venuto in mente di poterlo fare anche per tutte le omissioni, che ora scopro come un peso ".
" Brava, lei! È una risorsa straordinaria quella di rieditare il vissuto, correggerlo, arricchirlo, renderlo pronto per offrirlo a Dio ".
" Devo evitare di purificarmi solo con risorse umane, con accorgimenti psicologici. È vero che guardo e cerco di interpretare ciò che vedo nella pianura della mia vita, ma posso farlo solo perché sto salendo la montagna, e il fine della salita sarà quello di vedere e abbracciare Dio, definitivamente. Sai, io, l'attesa e il desiderio di abbracciare il Padre mi rallegrano e danno senso a tutto. Credo nel suo perdono e nel suo amore, ma è proprio per un'esigenza di amore che desidero con tutto il cuore purificarmi. Da qui mi si aprono gli occhi su tante insufficienze, e vorrei, ogni giorno con più forza, mondarmi, per poter abbracciarlo nella verità, con cuore veramente puro! ".
" Queste tue parole, lei, mi fanno tornare alla mente quel versetto del Benedictus, il cantico delle lodi, che ci impegnammo tanti anni fa, quando eravamo giovani, a recitare ogni giorno in comunione, e a chiederne l'esaudimento l'uno per l'altro: Si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia, al suo cospetto, tutti i giorni della nostra vita ".
" Sì, io, è quello che desidero: poterlo servire senza timore, libera dalla mano dei miei nemici. In fondo questi fardelli che mi porto addosso li vedo come i miei nemici, dalla cui mano desidero essere liberata. Mi consola il giuramento del Signore di concedermi un giorno tale libertà. A questo punto della salita, il giorno in cui lo servirò senza timore, in santità e giustizia, al suo cospetto, non può essere che questo di oggi! Libera non mi sento ancora, io, e ciò mi fa soffrire, perché quei tutti i giorni della nostra vita ormai sono quei pochi che ancora mi restano da vivere ".
" D'accordo, lei, quei tutti i giorni della nostra vita sono appena quelli che ti restano da vivere, ma il cantico parla di tutti, non di molti né di pochi. Rallègrati, perché il giuramento si sta compiendo: i pochi giorni che ti restano sono, di fatto, tutti i giorni della tua vita. Che siano ormai scarsi non devi sentirlo come un limite, ma come la speranza di riuscire a "obbedire", vivendoli tutti, nessuno escluso, in santità e giustizia al suo cospetto! ".
" Bene, io, comincerò ora a riandare indietro. Sì, è più facile rivivere il passato riavvolgendolo come un filo di lana, cominciando dal capo libero che è il presente ".
Lei chiuse gli occhi, per concentrarsi più facilmente.
" Io, mi succede una cosa strana. Stavo cercando di evidenziare qualche omissione, preparandomi a fare ammenda rivolta a quel prossimo che era stato defraudato da me. Invece mi si impone con forza alla coscienza un peccato di omissione senza un prossimo defraudato. Ma forse questo è ancora più grave, perché il defraudato, in fondo, è il Padre. Ho davanti a me tutto il bene che mi è stato dato di vivere, non solo quello banale delle albe in silenzio, delle nuvole che vagano come navi taciturne nel cielo, del suono dei miei passi sui viottoli di terra battuta nella campagna senza rumori, dello spazzino che pulisce la strada sotto il mio sguardo indifferente mentre aspetto l'autobus, ma anche quello degli anni di studio e della professione. E che dire poi del bene delle correzioni dei miei genitori e degli insegnanti? Che dire infine degli esempi di bontà delle persone umili, come dell'erbivendola del mercato, del giornalaio che mi faceva cenno che era già in edicola l'ultima Settimana enigmistica, del postino che suonava due volte quando era arrivata la lettera che aspettavo, della sagrestana, che mi veniva incontro sorridente la prima volta che entravo in chiesa dopo le ferie estive? Ho davanti a me un panorama infinito che dalla montagna ora mi è concesso di scorgere e riconoscere. Ebbene, io, per tutto questo non solo non ho mai ringraziato Dio, ma non ci ho fatto neppure caso. Quanto bene non riconosciuto, quanti ringraziamenti trascurati, quanta felicità sprecata! ".
" È il momento benedetto di raccogliere nel presente tutto questo fascio immenso di bene che ti ha sfiorato e attraversato, lei, e di goderne, di assaporarlo, di riviverlo al rallentatore, di impadronirtene interiorizzandolo, fino a sentirtene sazia e, a quel punto, di offrire tutto al Padre con infinita gratitudine! ".
" Sei caro, io... ".
" Dammi la mano e fammi passare, attraverso di lei, la tua solidarietà e il tuo aiuto. Con la mia voglio aprirti il segreto che era rimasto nascosto agli occhi del mio cuore in tutti questi anni ".
……

8

Sentirono battere alla porta. Era la sorella di lei che portava un vassoio con tè e biscotti.
" Scusatemi se vi interrompo, ma è l'ora del tè, e bisogna approfittare di queste piccole gioie della vita, per rallegrarcene e ringraziare Dio, assieme a chi ci vive accanto... ".
La comparsa quasi improvvisa della sorella nel momento più giusto li rallegrò entrambi. Io e lei le dissero che stavano appunto parlando delle infinite occasioni per ringraziare Dio, occasioni che ci si presentano ogni giorno, ma che sono spesso lasciate cadere. In tal modo va perduta tanta ricchezza che ci arriva gratuitamente.
" Che gioia mi date! " disse la sorella. " Cercavo un modo per mostrare la contentezza che mi ha procurato la tua visita, caro io. Mi sono detta: "Perché non porto loro una tazza di tè e due biscotti, quando arriva l'ora tradizionale?". Detto fatto! Così ora siamo contenti di stare insieme e di conversare un po' ".
" Giovanna, hai fatto bene a entrare. Raccontiamoci un po' la nostra vita di questi ultimi anni ".~
……


9

" Ti ringrazio, io, per l'aiuto che mi hai dato a considerare il passato così come lo vedo dall'alto della montagna. La tua visita mi ha riacceso quell'aspirazione gioiosa a correre incontro all'orizzonte, come facevamo da ragazzi. Ti ho detto poco fa che, mentre da giovani l'orizzonte era solo ciò che ci stava davanti, ora che sto salendo la montagna l'orizzonte si è allargato per abbracciare anche il passato. Non dico che abbiamo esaurito la corsa all'indietro, ma ora vorrei rinnovare la gioia antica di correre verso il futuro! ".
" Sono d'accordo, lei. Comincia tu, che sei più in alto. Cosa attraversa il tuo cuore, quando guardi verso la cima? ".
" Fino a poco fa, prima che tu arrivassi, non ti nascondo che il pensiero del futuro era irrigidito dal ricordo del passato. Quei pesi, di cui ti ho confidato l'esistenza, mi frenavano ed esigevano una reinterpretazione e uno scioglimento. Ebbene, le tue parole hanno aperto un nodo che mi stringeva, ed ora mi sento disposta a guardare con semplicità verso l'orizzonte che rimane davanti. Per essere concreta, il peso del passato turbava la mia gioia di correre verso il Padre. Ora non più. Cosa attraversa il mio cuore quando guardo verso la cima? Il mio cuore è attraversato dal desiderio di Dio. Finché il centro del mio sguardo è sintonizzato sul desiderio, mi sento ancora a mio agio, perché so cosa vuol dire desiderare e come è bello poterlo fare. Se però faccio un passo avanti e considero il termine del mio desiderio, cioè il Padre, entro in una regione dello spirito che non ha i contorni netti. Se voglio concentrarmi sulla sua Presenza, sono cosciente che non posso confondere Dio, il Padre, con l'immagine che io ho di lui. Ho il grande desiderio di vederlo, però so che questo tempo non è quello della visione, ma quello dell'amore. Cerco perciò di amarlo ".
" Mi è piaciuta la tua affermazione che questo tempo è non già quello della visione, ma quello dell'amore; quindi il tuo desiderio di Dio si sposta dal voler vederlo, al voler amarlo ".
" È proprio così, io. Questa tensione d'amore che è il desiderio di Dio è ben rappresentata dalla montagna che sto scalando. La montagna mi invita silenziosamente verso la cima, e la cima coincide con Dio stesso. Non sono ancora in cima. So che solo lassù terminerà il mio viaggio. Il fatto stesso di salire alimenta il mio desiderio e ciò mi pare un'immagine appropriata della realtà che sto vivendo in questi giorni. Io, sai perché salgo? ".
" Per arrivare in cima ".
" Sì, è la cima che dà senso al salire. Desidero arrivare in cima, voglio incontrare il Padre, perché lo amo e l'amarlo assume la forma del salire. Non è facile creare un'immagine dell'amore. Come si fa a rendere con un'immagine sensibile l'amore? Invece mi viene spontaneo interpretare la realtà della salita come l'espressione naturale dell'amore. È molto più facile interpretare la salita come amore, che immaginare l'amore come salita ".
" Prima il fatto di salire, poi la comprensione che il salire coincide con l'amare ".
" Prima la Presenza, poi il capire che la Presenza alimenta il desiderio di vedere, poi la comprensione dolorosa che il vedere non è cosa del presente, poi la consolazione che, anche se il vedere non è cosa del presente, il desiderio di vedere fa però parte del presente. Questo desiderio, io, è per me fonte di gioia interiore. Il desiderio è qualcosa che permane e accompagna sempre. Tutto questo è per me una cosa sola con il salire la montagna. Il salire comprende in sé la constatazione amara non essere arrivata ancora in cima e la felicità che si assapora in forma di desiderio di arrivarvi ".
" Lei, hai detto poco fa: "non posso confondere Dio, il Padre, con la sua immagine". Questa tua affermazione mi richiama alla mente la testimonianza di tanti uomini e donne di preghiera, secondo i quali, per stare in compagnia del Padre nella verità, bisogna cancellare ogni tentativo di farcene un'immagine, di definirlo, di circoscriverlo, di imbrigliarlo in concetti, in pensieri umani. Farcene un'immagine vorrebbe dire non adorarlo in spirito e verità. Nessuna immagine divina può essere veritiera ".
" Io, è per questo che la descrizione della nube della non conoscenza, cioè di quell'oscurità che al tempo stesso rivela e nasconde Dio, si è così largamente diffusa nelle letture spirituali dei nostri giorni. Ti voglio confidare che, quando venni ad assistere mia nipote, avevo portato con me il famoso libretto La nube della non conoscenza di quell'anonimo monaco inglese del Trecento, per leggerlo finalmente con una certa pace, dopo che per tanto tempo era rimasto in un cassetto. Ebbene, sono riuscita a leggerlo con molta gioia. Mi ha rasserenato facendomi capire che per stare con il Padre non bisogna fare nessuno sforzo d'immaginazione, non c'è bisogno di studiare né di affaticarsi, perché in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, sia che ci pensiamo, sia che non ci pensiamo. Siamo sempre alla sua presenza! Quando ne ho coscienza, provo il vivo desiderio di tendere il mio arco e lanciargli una freccia d'amore ".
Lei tacque un momento, come per pensare meglio.
" Tutto questo mentre assistevo mia nipote nelle ultime settimane di vita. Stavo ancora bene e non avevo iniziato a salire la montagna. Ora che, dopo tanta salita, comincio a intravvedere la cima, mi chiedo se qualcosa non sia cambiato nel mio tirare frecce d'amore verso la nube della sua presenza ".
" Mi pare di capirti, lei. Una cosa è la sua presenza nel mezzo del viaggio, un'altra è la sua presenza ormai quasi all'arrivo. Credo che si potrebbe chiamarlo "effetto vicinanza". Non lo si vede ancora, ma l'approssimarsi fisico rende più acuta la percezione della sua presenza ".
" Hai ragione, io, è proprio così. Non lo vedo ancora, ma comincio a sentire il suo profumo. Sai, ho scoperto che nel mondo dello spirito esistono esperienze interiori equivalenti a quelle fisiche. Il profumo, per esempio. Delle sensazioni dei nostri cinque sensi, il profumo è quella che più tocca la sfera emozionale. Parla una lingua diretta, che non passa per la mente, ma va diritta al cuore. Quand'ero ragazzina, presi la mia prima cotta, che mi durò qualche settimana. Era giugno. In casa nostra ci fu una festa e ci regalarono dei mazzi di gigli, che riempirono le stanze del loro inebriante profumo. Ci furono in parrocchia le prime comunioni, e per parecchi giorni anche la chiesa profumava intensamente di gigli. Il mio cuore innamorato legò per sempre la dolcezza della prima esperienza d'amore con quella del profumo dei gigli. Ancora oggi, quando sento il loro profumo, mi ritornano potenti e gioiosi quei ricordi ".
" Ti sono grato, lei, per avermi confidato questo segreto. Il paragone con il profumo dei gigli mi apre un orizzonte di comprensione nuova nel cammino della nostra vita verso Dio ".
Rimasero in silenzio a lungo, come la loro antica amicizia li aveva abituati. Parlare ancora non poteva aggiunger più nulla. Il profumo esigeva d'essere goduto... Si era fatta sera e ormai era l'ora di cena. La sorella, Giovanna, bussò alla porta per far accomodare io nella sala da pranzo, mentre preparava lei per metterla in carrozzella e venire a tavola con tutti.


10

Venne il momento di alzarsi e partire. Sia lei sia io erano coscienti che quella poteva essere l'ultima volta che si vedevano qui sulla terra. Non c'era velo di tristezza nella loro anima: da molto tempo avevano raggiunto la libertà interiore: la presenza reciproca era occasione di gioia, ma la fonte della gioia era un'altra: la comunione dell'amicizia, che unisce le persone e le libera dal possesso.
Giovanna, la sorella, aiutò come sempre lei a sistemarsi nel letto e le fece compagnia per un po' di tempo.
" Giovanna, la visita di io mi ha fatto bene. Ho potuto aprirgli il cuore sui pensieri che mi attraversano in questi giorni, gli ultimi qui sulla terra. Voglio confidarti che li vivo non nella tristezza, ma nel desiderio dell'incontro con Dio. Abbiamo parlato dei pesi con cui il passato opprimeva il mio cuore, e mi sono completamente rasserenata. La cosa più bella è stata il discorrere di ciò che m'aspetta, dell'incontro con il Padre alla fine della salita. Poi abbiamo finito le parole e abbiamo passato l'ultima ora a scambiare i nostri silenzi. Abbiamo goduto insieme, senza fretta, del profumo di questi silenzi, finché sei venuta per portarci a tavola ".
" Mi fa piacere, lei, che tu mi abbia confidato queste cose. Le tue parole aiutano molto anche me e mi spingono a vivere in comunione con te questi giorni in cui sei sotto il mio tetto e ad accettare il dolore con serenità e pace. Ti ringrazio! ".

Sul treno del ritorno io aveva la cuccetta di sopra e se ne rallegrò, perché ciò gli dava modo di sentirsi più libero di seguire i suoi pensieri e riandare alle ore passate insieme. Avevano sempre parlato con riferimento alla situazione di lei, com'era naturale e giusto. Ora, nell'oscurità del vagone letto, io si chiedeva in che modo quelle verità di cui avevano parlato fossero valide anche per lui. Fermò i pensieri e richiamò la sensazione di fondo, il sapore ultimo del loro parlarsi. Di tutto l'incontro, il ricordo che gli riempiva il cuore era senz'altro quello della montagna. La sua immagine dava concretezza alla vicenda del salire verso l'incontro con il Padre.
"A che punto sono della salita?" si chiese io. La cima gli sembrava ancora distante, sebbene avesse coscienza di salirne già i fianchi. Perché attendere ancora ad aprire l'ultimo capitolo, quello dell'effetto vicinanza? Le verità che si erano scambiate durante la visita lo avevano fatto salire all'altezza cui lei era già arrivata. Perché non servirsene? La sua comunione con lei era una verità così reale che da lì in avanti io poteva continuare a salire verso la cima, approfittando del cammino che lei aveva fatto anche per lui. Sì, quel viaggio gli aveva fatto fare un grande passo avanti. Sentiva che doveva ringraziare il Padre e chiedergli aiuto per continuare a salire da quel punto verso di lui.


11

Non passò molto tempo, che io seppe di un vecchio missionario suo amico ritornato dalla missione perché sofferente di un cancro avanzato. Io l'aveva visto l'anno prima e, dopo l'operazione, il missionario sembrava ristabilito. Quando ricevette la notizia che le cose non stavano così, io si meravigliò e decise di andare a trovarlo nella sua città. Era stato dimesso dall'ospedale e risiedeva nella casa-infermeria della sua congregazione.
Arrivò nel primo pomeriggio di una domenica assolata. Suonò il campanello del convento e sùbito gli vennero ad aprire. Si presentò come un amico di vecchia data di padre Rosario e chiese se era possibile fargli visita.
" La riceverà con piacere! L'accompagno sùbito ".
Padre Rosario stava seduto in una poltrona accanto al letto ed era visibilmente sofferente. Io lo salutò con un sorriso di vera amicizia e lo abbracciò.
" Non è tanto il dolore che mi disturba, caro io, quanto la nausea. Non riesco quasi più a mangiare nulla. Rimetto più della metà di ciò che con fatica riesco a inghiottire. È brutto dover mangiare controvoglia, per necessità e per di più con nausea ".
" Mi dispiace molto, padre Rosario. A che cosa è dovuto questo disturbo? ".
" Appena tornato dall'Africa, mi hanno ricoverato perché non riuscivo più a urinare e mi hanno messo questo tubo per far uscire direttamente l'urina dalla pancia. Nei primi giorni il sacchetto si riempiva in fretta, ma da due giorni non esce quasi niente. Stamattina il nostro fratello infermiere me ne ha messo uno nuovo, ma, come vedi, ci sono solo due dita di urina. Due giorni fa venne il nostro dottore e mi prescrisse di fare tutti i giorni un litro di flebo. Mi ha raccomandato di bere molto, ma, per quanto mi sforzi, non ci riesco. Solo il pensiero di mandar giù qualcosa mi dà pena ".
" Non ti hanno spiegato niente sul tuo stato reale di salute? Sull'evoluzione della malattia? ".
" So di avere un tumore maligno che ormai non si può più operare, ma tutti mi incoraggiano ad aver fiducia che il mio malessere, con le cure che faccio, si attenuerà ".
" Quando sei stato mandato a casa, non ti hanno dato una lettera di dimissioni con la spiegazione del tuo stato di salute? Nessuno ti ha informato su che cosa realmente sta succedendo nel tuo corpo? ".
" No. Ho chiesto anche al superiore di darmi notizie, ma sembra che non ne sappia molto. Se si stesse avvicinando la fine, mi farebbe piacere saperlo. Credo che vorrai saperlo anche tu, quando sarà il tuo momento. Ti dirò che sono arrivati ieri i risultati degli esami del sangue. Sono lì sul tavolo. Se sai capirli, dimmi qualcosa ".
Io guardò con affetto padre Rosario. Pensò: chissà quanti moribondi ha assistito tra la sua gente, in terra d'Africa! Si avvicinò al tavolo e lesse gli esami. A lato dei risultati erano riportati i valori normali. Il missionario aveva un'anemia grave; il resto era tutto molto sopra o molto sotto la norma. Io sapeva qualcosa di medicina. Vedendo il sacchetto dell'urina pressoché vuoto, capì che padre Rosario era ormai prossimo alla fine.
Io si ricordò dell'ultima visita che aveva fatto a suor Anna prima che ella morisse: era ancora addolorato per non essere stato capace di parlare con lei della sua morte imminente, impedito dalla presenza della sua compagna di camera: non aveva avuto il coraggio di accettare che quella persona li lasciasse soli. Padre Rosario era solo e per di più aveva desiderio di sapere la verità. Io depose sul tavolino gli esami che aveva preso in mano e si sedette accanto a lui.
" Padre Rosario, posso dirti la verità completa? ".
" Sì, io. Mi faresti un grande regalo ".
" Il tubo che ti hanno messo direttamente nella vescica attraverso la pancia non drena più urina: i reni stanno smettendo di funzionare. La nausea e il vomito sono una conseguenza di questa situazione. A causa del tipo di tumore che hai, questi fenomeni non possono più regredire. Padre Rosario, il Signore sta per venire a prenderti con sé. Te lo dico in spirito di amicizia. Il momento è vicino ".
Padre Rosario si commosse.
" Scusami, io, se piango. Non è per paura né per tristezza, ma per commozione. Voglio dire al Signore che sono pronto, che lascio tutto volentieri, perché so che andrò da lui. So che mi ha perdonato tutto, ma vorrei avere la gioia di ricevere per l'ultima volta il suo perdono, prima di morire. Senti, fra pochi minuti dovrebbe arrivare mio fratello. Avrei desiderio che tu gli ripetessi ciò che mi hai detto. Anch'egli ti sarà grato per essere stato sincero ".
Gli prese la mano e lo attirò a sé per abbracciarlo.
" Per l'ultima volta, qui sulla terra, io ".
" Sì, padre Rosario, questo abbraccio è sacro. Lo ricorderò per sempre! ".
Appena a casa, io prese un foglio e scrisse a lei, per raccontarle la sua visita a padre Rosario. Lo conosceva anche lei da parecchi anni. Erano molti i missionari, padri, suore e laici, che entrambi conoscevano. L'amicizia era davvero uno dei più grandi doni che Dio aveva elargito agli uomini, qui sulla terra.


12

L'incontro con il padre Rosario, dopo pochi giorni dalla visita a lei, riportò in prima linea quel pensiero che aveva riempito il viaggio notturno in cuccetta. "Effetto vicinanza" io l'aveva definito, parlandone con lei. Era veramente altra cosa tirare frecce d'amore dentro la nube di Dio, quando la cima della montagna era lontana. Ora la vetta era ormai prossima. La nube della non conoscenza non era più solo nube che nascondeva. Dio era così vicino che se ne poteva aspirare l'ineffabile profumo.
Io sapeva che, in virtù della loro amicizia spirituale, la fatica provata da lei nel salire era stata utile anche a lui e provava gratitudine per poter continuare a salire all'altezza raggiunta da lei.
Il suo vagone correva su un binario parallelo a quello della vita degli altri. Correva diritto verso il capolinea, di cui era ignota la distanza. Sarebbe stata sempre così serena e gratificante la salita verso la cima? Il desiderio e la gioia di amare avrebbero allontanato per sempre ogni turbamento, paura e lotta dall'incontro con la morte? L'abbraccio con Dio, che l'attendeva, avrebbe annullato ogni terrore, paura e solitudine che il morire genera nel cuore di chi muore?
"Effetto vicinanza...". Ripensava spesso a questa espressione. Gliel'aveva suggerita lei, quando aveva affermato che l'approssimarsi alla cima stimolava il desiderio dell'incontro con il Padre. E poiché questo era il tempo non già di vedere Dio ma di amarlo, la vicinanza alla vetta accelerava in lei le iniziative per moltiplicare le occasioni di amarlo. "Amarlo" come forma sostitutiva di quello che era - e restava - il suo desiderio ultimo: vederlo! Sapeva che il vederlo era riservato all'abbraccio finale, sulla sommità della montagna. Mentre saliva, mentre era ancora nella carne, la cosa più vicina alla visione continuava a essere l'amarlo.
Non erano passate ancora tre settimane dal loro incontro, quando arrivò una lettera: era lei.
"Caro io, ormai ci siamo! Le forze se ne sono andate. Ogni cosa, che prima mi dava gioia, ora oserei dire che mi annoia. Mi vengono in mente i resoconti degli scalatori che arrivarono per primi in vetta all'Everest e al K2. La mancanza di ossigeno a quelle quote rendeva penoso ogni passo. Dopo tre passi bisognava fermarsi per riprendere fiato. Poi altri tre passi... Non ce la faccio più a salire. Il mio arco, quello con cui scoccavo frecce d'amore verso la nube della non conoscenza, non riesco più, non dico a tenderlo, ma neppure a prenderlo in mano. Me ne sto quieta, senza più poter far nulla. Io, mio caro, sono ormai alla fine. M'è venuta solo la forza per scriverti queste due righe, che saranno le ultime. Voglio affidare a te l'ultima confidenza: non riusciremo mai a compiere i pochi passi che ci separano dalla cima. Una sola cosa mi è chiara: ho capito che devo accettare di fermarmi e di aspettarlo qui. Non sarò io ad arrivare alla cima: verrà lui a prendermi. Ho sentito la sua voce, senza suono, ma chiara: "Férmati e lascia tutto. Non fare più nulla: devi solo aspettarmi. Sarò io a venire da te!".
Addio. Avevi ragione tu quando dicevi che il morire era l'estrema umiliazione. Sì, io. Ora vedo che è così. Ma l'umiltà che mi è necessaria per accettarla è l'ultima grazia che lui mi sta facendo in questa vita!

Come vorrei che anche dopo la mia morte potessimo continuare a parlarci…
Ti abbraccio.
Lei".



Aldo Marchesini, scj



Finito a Nampula, Mozambico, domenica 3 luglio 2011, ore 15:59.







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( modificato in data 22-4-2013)
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