Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
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(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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LA MIA MISSIONE IN MOZAMBICO

(Conferenza per la Onlus Amici di Albino . 25.05.08)

1- Introduzione
Ho dato questo titolo, la mia missione in Mozambico, perché mi piacerebbe parlarvi di cose che restano chiuse nel cuore, aspetti interiori e segreti, sempre taciuti, ma sempre ricordati e vivi nella memoria. Per parlarne ci vuole qualcuno cui parlarne e occorre un’occasione propizia, che permetta di tirar fuori dal proprio tesoro cose vecchie e cose nuove.
Il cuore ha ragioni che la ragione non può comprendere, scrisse tre o quattro secoli fa Pascal e da allora questa verità divenne patrimonio della sapienza universale.

2- Ragioni del cuore
Ebbene, vorrei cercare di raccontarvi qualcosa non tanto della missione, ma della mia missione in Mozambico e per far ciò vorrei tirar fuori dal mio tesoro soprattutto ragioni del cuore.
La prima ragione del cuore di cui voglio parlarvi è un ricordo del mio venticinquesimo di sacerdozio. A Bologna, per una settimana l’anno, l’immagine della madonna di San Luca scende dal colle della Guardia e rimane nella cattedrale. Alle diciotto della sera c’è la messa più solenne, con la chiesa strapiena di fedeli. Il giovedì è dedicato alle missioni e si prega per tutti i missionari bolognesi. Quell’anno fui invitato io a presiedere la concelebrazione. Ero emozionato e concentrato. Fin da bambino ogni anno andavo con la famiglia a “trovare la Madonna”, come si dice a Bologna, e assistere alla messa, confuso nel mezzo di una folla numerosissima. Dopo venticinque anni di assenza mi era capitato di tornare a Bologna proprio in quella settimana ed essere invitato a presiedere la messa solenne sotto gli occhi della Madonna e davanti a un mare immenso di teste di fedeli. Mi pareva di essere passato in un attimo solo dall’esperienza di bambino confuso tra la folla a quella di sacerdote che celebrava le sue nozze d’argento al centro dell’altare maggiore della cattedrale. Non potevo nascondere a me stesso l’emozione e la commozione di quel momento.
Il vangelo del giorno era quello della visita a Santa Elisabetta. Di tutto il racconto, la cosa che più mi colpì fu il particolare di Maria che si era messa in viaggio in fretta. Quell’espressione “in fretta”come mi diventava trasparente! Compresi il segreto del cuore di Maria: non poteva più restare a casa sua, era diventata una necessità premente quella di bruciare i tempi e partire al più presto. Come la capivo! La stessa impazienza l’avevo vissuta anch’io quando mi preparavo a realizzare il mio desiderio di partire per la missione. E ora in quel contesto così sacro e solenne avevo l’impressione che la Madonna mi fosse venuta vicino a dirmi: “Come sono contenta, figlio mio, che tu ed io abbiamo provato gli stessi sentimenti per partire. Ora tu puoi capire la mia fretta come io capivo bene la tua, venticinque anni fa.”
Proprio così: la fretta di partire! L’abbiamo provata in tanti missionari: non se ne vedeva l’ora.

Il venticinquesimo mi dà l’occasione per tirar fuori, tra le cose vecchie, una seconda ragione del cuore. Nel viaggio dal Mozambico all’Italia, passai dal Portogallo e andai in pellegrinaggio a Fatima per ringraziare la Madonna per i primi venticinque anni e chiedere la sua protezione per il futuro. Mentre mi dirigevo a piedi nella grande spianata verso la cappella delle apparizioni, pensavo tra me come avrei potuto fare per riuscire a celebrarvi la messa. Quando entrai in sacrestia per informazioni, trovai una decina di vescovi portoghesi già paramentati, che aspettavano l’ora per uscire sull’altare. Tra di loro ce n’era uno molto anziano, seduto. Era mons. Francisco Teixeira, che era stato il mio primo vescovo di Quelimane, il quale, appena mi vide, mi fece cenno di andare da lui e mi disse: “Che bella occasione, padre Marchesini! Si vesta in fretta e venga sull’altare accanto a me. Uscii con lui, solennemente, insieme a dieci vescovi. Al momento del canone vidi il cerimoniere dirigersi verso di me per pregarmi di salire e mettermi alla destra del celebrante principale per fargli da assistente. Fu così che nella mia messa giubilare tenni sollevato il calice alla conclusione della prece eucaristica per cantare insieme a dieci vescovi: “Por Cristo, com Cristo e em Cristo, a Vós, Deus Pai todo poderoso, na unidade do Espírito Santo, toda a honra e toda a glória, agora e para sempre!” Lo ritenni un segno di benevolenza della Madonna.

3- La prima notte
Ricordo molto bene la mia prima notte di missione. Atterrai a Blantyre, in Malawi, alle due del pomeriggio. C’era là ad attendermi il padre Emilio Bertuletti, accanto al suo maggiolino Volkswagen, di color rosso Maranello. Entrammo in Mozambico per via terrestre dalla frontiera di Milange e sostammo, per passarvi la notte, nella missione di Molumbo, a oltre 100 km dal confine. Era quella la mia prima notte d’Africa. Arrivammo che i padri Giovannino Bonalumi e Onorino Venturini erano già a dormire. Si accavallavano nel mio cuore due sentimenti: uno di felicità, per essere davvero già in terra di missione e uno di attenta curiosità per cercare di carpire e di capire ogni particolare di quella nuova vita.
I padri ci avevano aspettato fino a notte fatta, poi, convinti che ci fossimo fermati a dormire nella missione dei cappuccini di Milange, andarono a letto. Ci accolsero molto calorosamente, con grandi abbracci e ci fecero entrare. Ebbi subito modo di assistere, estasiato, al rito dell’accensione del “petromax”, la grossa lanterna a petrolio che fa una luce bianca intensissima, prodotta da una retina, resa incandescente dalla fiamma del petrolio. C’era annessa una pompa a stantuffo, per far uscire il petrolio a pressione, di modo che la luce era sempre accompagnata da una specie di sibilo continuo.
Per farla risplendere bisognava prima accendere uno stoppino circolare, posto alla base e poi pompare con forza il petrolio a pressione con lo stantuffo.
Il frigorifero a petrolio aveva smesso di funzionare giorni prima. Non potendo conservare i cibi, i due padri avevano deciso di fare una cena più abbondante e di mangiare anche le nostre porzioni. Padre Giovannino ne era tutto preoccupato. “Chissà che fame avrete, a quest’ora! – ci disse – Ho già mandato il guardiano notturno a prepararvi da mangiare. Nel frattempo, ecco qui, vi apro due scatolette” Così dicendo ce le aprì e versò nel piatto, insieme con una fetta di pane. “Sono lumache in scatola che ci hanno regalato i soldati portoghesi della guarnigione qua nei pressi.” Erano buone, anche se ebbi l’impressione di sentire tra i denti qualche granellino di sabbia.
“Padre Aldo – mi disse p. Giovannino dopo la cena – ti accompagno a dormire nella mia stanza. Ti ho preparato il letto. Io dormo qui nel refettorio, su questa brandina. Ti lascio la candela e una scatola di fiammiferi.”. Ci salutammo e mi preparai a dormire. Mi sedetti sul letto - un materasso su un ripiano di assi di legno - e recitai la compieta alla luce della candela. Poi mi stesi e, al buio, offrii al Signore, in spirito di amore e di riparazione, come ci aveva raccomandato di fare il padre Dehon, quella notte benedetta, così lungamente attesa e sognata.

4- Il capitolo dell’Uganda
Io faccio parte di quei missionari che hanno avuto la fortuna di lavorare in più di un paese. Dopo aver visitato tutte le nostre missioni del Mozambico per scegliere il luogo dove costruire il nuovo ospedale della diocesi di Quelimane, proseguii direttamente per l’Uganda, per andare dal padre Ambrosoli, comboniano. La finalità era di imparare le basi della chirurgia nel suo ospedale di Kalongo, in mezzo alla savana. Era il 1970. Ebbi così l’occasione di conoscere il vecchio stile missionario iniziato alla fine dell’ottocento e consolidato nei decenni seguenti. Le missioni sorgevano sempre alcuni chilometri fuori delle città ed erano costituite dalla chiesa, dalle case dei padri e delle suore, da edifici scolastici, con relativi internati per i ragazzi e le ragazze e, spesso, anche un dispensario. La missione era un’entità complessa, che polarizzava la vita di tutta la regione attorno.
In Uganda ero ospite dei comboniani. Vi rimasi, in due riprese, più di un anno e mezzo. Fu per me un periodo molto bello. È vero che là v’imparai le basi della chirurgia, tuttavia, ancora forse più importante, fu la tacita lezione della vita in comune. Anche se di congregazioni differenti, con regole e tradizioni proprie di ciascuno, toccai con mano un aspetto essenziale della Chiesa: l’unione, o meglio l’unità, che è il dono di essere tutti al servizio dell’unico Signore ed animati dall’unico Spirito.
Differenti età, diverse nazionalità, chi si occupava dell’animazione delle comunità, passando la maggior parte del tempo a visitarle, in safari, come si usava dire laggiù, chi lavorava all’ospedale, come me e padre Ambrosoli, chi si occupava della manutenzione, chi della meccanica, chi della cucina. C’era una suora piccolina, incartapecorita, che tutti chiamavano col suo nome africano di Ciumil. Aveva la cura dell’orto e vi lavorava tutte le mattine. Aveva più di ottant’anni ed era arrivata in Uganda, scendendo dal Sudan, prima della prima Guerra mondiale, nel 1911.
Era sbarcata ad Alessandria d’Egitto, aveva risalito il Nilo fino al Sudan e poi in carovana a dorso di cammello.
Il sentimento di unità della Chiesa e la comunione di tutti i missionari delle varie famiglie religiose, che straordinaria esperienza! Là cominciai a pregustarla e poi ebbi modo di approfondirla, quando andai in Etiopia per dei corsi sulla lebbra e poi in Portogallo dove vissi per un anno e, quindi, in Mozambico. Quante volte ho benedetto il Signore per avermi dato questa vocazione e avermi offerto tante occasioni di universalità e di comunione!

5- In Mozambico, definitivamente: i primi anni
Al mio arrivo definitivo in Mozambico, nel periodo di transizione tra lo statuto di colonia e quello di paese indipendente, nel 1974, fu subito chiaro che non sarebbe stato permesso costruire un ospedale missionario della diocesi. Fui invece invitato a lavorare in un ospedale dello Stato. Firmai il contratto, ma fissammo la data d’inizio per dieci giorni dopo. Prima di ciò volevo fare una settimana di preghiera, per iniziare la mia missione nel nome del Signore. Andai dai cappuccini a Namacurra, a 70 km da Quelimane. Mi ricordo ancora il caldo soffocante di quei giorni di dicembre.

Il mio modo di essere missionario aveva un taglio differente dall’usuale. La mia forma di predicazione doveva essere quella di prendermi cura dei malati. Ben presto fu chiaro che mi avrebbe occupato dalla mattina alla sera, senza contare le chiamate di notte. I miei primi anni li passai da solo, unico medico di ospedali rurali con poco più di 100 letti. Rimasi un anno e mezzo a Mocuba, poi fui trasferito a Tete e quindi a Songo, dove mi trattenni quattro anni. A Quelimane, invece, dove vivo da ventisette anni, trovai un ospedale più grande e complesso, con vari altri colleghi.
Quale fu il frutto di questi primi anni? Furono molti e vari. Il primo fu quello di sentirmi in “completa immersione”. Il mondo dei malati mi fece toccare con mano la tanta ignoranza che scoprivo in me di fronte ad una così grande varietà di casi complessi e difficili. Sentivo il bisogno di stare continuamente a studiare, per cercare luci nei molti libri che mi ero portato e che continuamente aumentavo di numero e di qualità ad ogni vacanza in Italia. Quando il caso è difficile, bisogna avere vari autori da consultare per cercare di comprendere dove sta il nocciolo del problema e qual è il trattamento più efficace e al tempo stesso il meno complicato possibile.

Piena immersione nei libri e piena immersione nei malati. L’ospedale di Mocuba e quello di Songo scoppiavano per i malati. Arrivavano da lontano, accompagnati da un familiare, si accampavano sotto gli alberi del recinto. Riunivano i fagotti, le pentole ed il cibo – di solito farina di mais e fagioli – e si accampavano attorno ad un focolare costruito per l’occasione, fatto di tre pietre, su cui mettevano le pentole e sotto la legna per accendere il fuoco. Nelle stanze dei reparti molto spesso i letti non erano sufficienti e i malati dovevano usare materassi per terra oppure stuoie. Negli anni che passai a Songo, c’era il problema delle ulcere tropicali: piaghe rotonde nelle gambe e piedi, che senza chirurgia non guariscono. Per cercare di sradicarle ci furono date due tende da campo, ciascuna con dieci brande. Ma anche con questi venti letti in più continuò lo stesso il bisogno di usare materassi sul pavimento.

Un altro frutto fu quello che sentii nascere in me il bisogno di silenzio e di preghiera. La pressione del lavoro era diventata eccessiva e cominciai a sognare la vita contemplativa, ma era solo una tentazione di fuga. Cominciai allora a ricercare spazi e tempi per poter restare da solo a pregare.

Un terzo frutto fu il bisogno di scrivere ricordi e impressioni. Il tempo era poco, ma quando sentivo nascere l’ispirazione non era possibile fermarla. Scrivevo nei ritagli di tempo e portavo sempre con me un quaderno dalla cappa rigida per scrivere anche sulle ginocchia, senza necessità di avere un tavolino. Fissare per iscritto avvenimenti e ricordi diventò quasi una mia seconda natura.
Questo, tuttora, è un bisogno insopprimibile ed è di grande soddisfazione, anche quando non ci sarà nessuno che leggerà. È molto gratificante riuscire a fissare con parole scritte, che resteranno nel tempo, l’esperienza, le emozioni e le riflessioni che toccano il cuore ma che sono, purtroppo, altrimenti, tanto fugaci!

6- A Quelimane
Quando arrivai a Quelimane, nel 1981, stavo compiendo quarant’anni. Posso ben confermare il noto proverbio che dice che la vita comincia a quarant’anni.
Entravo in un nuovo modo di lavoro. L’ospedale era assai più grande e aveva medici propri per la medicina e la pediatria. Per la chirurgia, che abbracciava anche l’ortopedia e la maternità, eravamo in tre. Oltre a me c’era una coppia di medici indiani, marito e moglie, molto giovani e simpatici. Lui era chirurgo, mentre lei stava in maternità, ma era aiutata spesso dal marito. Stavano finendo il loro contratto e pochi mesi dopo partirono definitivamente. Nel frattempo era arrivato un medico giovane, di nazionalità mozambicana e di razza indiana, che voleva diventare chirurgo. Non esisteva ancora una vera scuola di specializzazione. Il ministro lo aveva mandato a Quelimane perché restasse con me e imparasse la chirurgia sul campo. Quando arrivò, mi confidò che non aveva mai usato un bisturi, ma l’afflusso dei malati era così grande e i casi così vari e spesso complicati, che lavorare a Quelimane era una scuola impareggiabile per imparare.
Rimase con me quattro anni e poi fu trasferito a Maputo per rifinire la preparazione nell’ospedale della capitale, che era di livello universitario. Ebbi l’onore e la soddisfazione d’essere chiamato a far parte dalla giuria nell’esame di specializzazione, due anni dopo. Il mio antico alunno passò con “Ottimo”.

A Quelimane entrai nella fase della vita in cui si comincia a insegnare ai più giovani di noi. Annessa all’ospedale c’era, e c’è tuttora, una scuola per infermieri e altri paramedici. Cominciai a dar lezioni di patologia chirurgica. Era un impegno pesante, ma, tutto sommato, gratificante. Insegnare ai giovani è molto bello. A quel tempo anch’io ero abbastanza giovane ed esuberante di energia. Riuscivo a fare molte cose insieme, approfittando di ogni intervallo. Tuttavia l’inizio delle mie lezioni era sottomesso alla mia disponibilità in quel momento. Capitava spesso che nell’ora della lezione dovessi operare un malato d’urgenza. Quell’ora era poi recuperata o di sera o di sabato o perfino, a volte, di domenica.
A metà degli anni ottanta cominciò un’esperienza nuova in Mozambico: la preparazione dei tecnici di chirurgia. Erano paramedici che era necessario formare approfonditamente in chirurgia. Il corso comprendeva due anni iniziali nella scuola per Tecnici di Maputo e poi un anno di apprendimento sul campo, lavorando sotto la responsabilità di un chirurgo di esperienza. Il nostro ospedale di Quelimane fu scelto fin dall’inizio per questa formazione. Un anno sì e uno no, venivano due o tre alunni, che restavano undici mesi. Dopo di che andavano a Maputo per l’esame finale e poi, uno o l’altro, ritornava per lavorare nella nostra Provincia della Zambesia. Doveva però restare con noi ancora parecchio, prima di essere collocato in un ospedale rurale. Doveva consolidarsi e diventare sicuro. Questo impegno, che continua anche adesso, fu uno degli aspetti più belli e di soddisfazione del mio lavoro a Quelimane.

7- Le fistole vescico vaginali
C’è in Mozambico, e in tutta l’Africa, una patologia molto diffusa, dovuta a complicazioni che sorgono durante un parto ostruito. La testa del feto rimane incastrata nel passaggio attraverso lo stretto del bacino e comprime i tessuti molli della vagina e della vescica contro il pube e della vagina e del retto contro il sacro. La circolazione del sangue è interrotta dalla compressione e si forma un’area di necrosi. Essa dà origine a un orifizio che non chiude più spontaneamente: si tratta di una fistola vescico vaginale. È una condizione molto triste per quelle donne. In genere si tratta di persone molto giovani perché questa complicazione accade di solito al primo parto. La complicazione del parto provoca spesso come conseguenza anche la rottura dell’utero e quindi la conseguente isterectomia. Il più delle volte si tratta di donne non ancora sposate e quindi l’unione iniziale s’interrompe e lei ritorna a casa dai genitori. Rimangono abbandonate, senza figli e senza più utero. I mariti, anche se non le abbandonano, spesso le fanno passare a seconda moglie e la loro situazione diventa senza alcun valore. La perdita continua di urina le mette a disagio e le spinge a isolarsi. Per guarire occorre fare un’operazione che pochi chirurghi hanno imparato a fare. Fin dagli anni di Uganda mi ci sono dedicato con passione ed ho tentato spesse volte di insegnarla ad altri. Molti hanno iniziato, ma solo due o tre hanno imparato e vi si dedicano a tutt’oggi. Diventando vecchio sentivo come un cruccio, il dovermi ritirare senza lasciare un numero sufficiente di chirurghi capaci di operarle. Sono stato invitato spesso in ospedali di differenti provincie per operarne una ventina tutte di seguito in pochi giorni. Visto che i chirurghi non erano molto interessati, m’è venuto in mente, in occasione di queste campagne, di dirigermi ai tecnici di chirurgia ed ho trovato molta accettazione. Ho due gruppi: uno che si riunisce a Beira due volte all’anno e uno a Nampula. In tutto sono una decina. È mia grande speranza lasciare dopo di me un numero sufficiente di operatori in varie zone del paese, per alleviare la situazione avvilente di queste giovani pazienti. Occorre però una certa perseveranza, perché le varietà con cui si presentano le fistole sono moltissime e per i casi più complicati ci vuole la guida di uno più esperto.

8- I problemi sociali della gente
Col passare degli anni cominciai a rendermi conto che era necessario fare qualcosa per risolvere i numerosi problemi collaterali al servizio dei malati.
La prima realtà premente fu la scarsità di personale ausiliario in ospedale. I posti di lavoro non potevano essere aumentati per vincoli imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Essi non permettevano di sovraccaricare la spesa pubblica, aumentando i dipendenti. Si cercò di superare l’inconveniente ricorrendo all’aiuto di finanziamenti extra statali per contrattarli. Un po’ alla volta cominciammo anche noi dehoniani a contrattarne alcuni con i soldi del Fondo Salute delle offerte dei benefattori, rendendo possibile un’assistenza minima, ma decorosa per i malati e dando occasione a parecchie famiglie di avere un salario con cui vivere. Ora i contrattati sono una quarantina.

Una seconda necessità fu quella dei neonati orfani di madre o con mamme senza latte perché malnutrite o malate, con tubercolosi o AIDS o altre gravi patologie. Si sa che lo stomaco del neonato riesce a digerire solo il latte materno o un altro latte opportunamente modificato per acquisire caratteristiche simili. Era necessario creare una catena di solidarietà tra benefattori per avere sempre un fondo capace di comprare nel commercio locale le quantità necessarie di latte in polvere. Ogni barattolo ne ha 450 grammi e costa circa 4 €. Nei primi quattro mesi di vita ne occorrono in media due barattoli la settimana. I bambini assistiti sono una cinquantina. Alcuni di loro escono dalla lista perché raggiungono i quattro mesi e altri ne occupano subito il posto. Occorrono circa 1200 € il mese.

Esistono a Quelimane molti malati incapaci di camminare con i loro piedi: poliomielitici gravi, bi amputati, fratturati della colonna con conseguente paralisi delle due gambe, emiplegici per conseguenza di trombosi ecc. Era necessario fare qualcosa. Nei primi anni si trovavano carrozzelle nel commercio locale, prodotte da una fabbrica di biciclette di Maputo, ma poi questa fallì e fu necessario cominciare a costruirle in proprio. Inviai due tecnici di protesi all’ospedale di Nampula, dove un ingegnere italiano aveva disegnato un modello di carrozzella tipo triciclo, fornita di manovelle per muoversi autonomamente. In quindici giorni impararono tutti i segreti e quando tornarono, proposero l’acquisto di macchine per piegare i tubi, per saldare, per fare i sedili e gli schienali e così via. Anche in questo caso la provvidenza ci inviò benefattori che finanziarono il progetto e da lì in poi continuò un flusso permanente di offerte fino ad oggi. Non abbiamo mai smesso. Se ne producono all’anno tra quaranta e cinquanta e se ne aggiustano suppergiù 150. Il costo di una carrozzella si aggira sui 230 €.

Negli ultimi anni i nostri padri della parrocchia scoprirono la realtà di numerose persone anziane, rimaste sole al mondo, che vivevano in uno stato d’indigenza totale. Mangiavano quello che era loro offerto da vicini di buon cuore e dormivano e si riparavano dalla pioggia chiedendo di poter rannicchiarsi sotto la veranda.
La nostra parrocchia della Sagrada Família si organizzò un po’ alla volta, costituendo una piccola commissione che andava sul posto, vedeva la situazione reale e cercava un luogo, dove poter costruire una capanna. Nei primi tempi ci si serviva di volontari che costruivano, poi fu necessario assoldare alcuni operai che avevano più pratica e abilità.
Per prima cosa si deve andare al mercato del materiale di costruzione per le capanne per comprare pali, pertiche, chiodi ecc. Poi si trasporta il tutto su carretti presi a noleggio e si costruisce la capanna. Occorre una settimana per edificarne una. Bisogna comprare anche la porta e il materiale di copertura del tetto, in genere foglie di palma seccate chiamate “macubar” oppure fasci di erba alta due metri, seccata, chiamata “capim”. Le pareti sono costituite da un’intelaiatura di pali e di rami dritti, piantati nel terreno e fissati da pertiche e rami orizzontali legati con fibre vegetali. Sopra l’intelaiatura si applica uno strato di fango di argilla, che, seccando, dà consistenza e impermeabilità alle pareti.

Il più recente dei programmi di aiuto ai malati indigenti è il pagamento del biglietto per ritornare a casa. Le ambulanze quasi ogni giorno scaricano nel pronto soccorso malati trasferiti dagli ospedaletti periferici, distanti fino a 450 km. Vengono da casa loro solo con i vestiti che indossano e quando guariscono e sono dimessi dall’ospedale non sanno come fare per ritornare al loro distretto.
Rimangono nei corridoi o sul marciapiede fuori dall’ospedale in attesa che ripassi la loro ambulanza. Passerebbero anche settimane in questa forzata inattività. Abbiamo degli assistenti sociali dell’ospedale che raccolgono la lista di quelli che non riescono a ritornare, specificando la residenza e il prezzo del biglietto, che costa circa 1€ ogni 35 km. In un mese occorrono circa 750 €.

Nel portare avanti tutti questi programmi abbiamo imparato come la Provvidenza sia la grande protagonista di ogni opera di solidarietà. Silenziosamente, senza rumore, non ci ha mai fatto interrompere nessun aiuto per mancanza di fondi. Naturalmente si serve di tante persone generose e la vostra Associazione è senz’altro in prima linea.

9- I carcerati
L’ultimo capitolo della mia missione si è aperto pochi anni fa e si riferisce al mondo dei carcerati. A Quelimane cui sono due prigioni, una di lunga reclusione chiamata “Cadeia” e una della polizia, detta “Calabouços”, dove vanno per un tempo dopo gli arresti. Prima di me li assisteva un padre cappuccino, che fu trasferito. Aveva creato una tradizione di comunità cristiana, con celebrazione ogni domenica della liturgia della parola e della messa, quando poteva essere presente. Io ho ereditato questa pastorale e cerco di portarla avanti nella misura del tempo che posso avere. Oltre alla celebrazione della messa c’è da ascoltare le mille necessità dei carcerati. La grande maggioranza non ha familiari a Quelimane e perciò non può contare su nessun aiuto esterno. Le cose per cui chiedono aiuto sono soprattutto calzoni e camicie, perché al momento dell’arresto non hanno nulla con loro, quindi non hanno di che cambiarsi. Quelli senza scarpe chiedono con speciale insistenza che compri loro delle ciabatte, perché è molto ripugnante entrare scalzi nei cessi della prigione, imbrattati di ogni sudiciume. Nel tempo del freddo di notte la temperatura scende a 14 o 15 gradi durante quasi due mesi e vi assicuro che dormire senza coperta è impossibile. Ogni anno bisogna comprare due o trecento coperte. Anche per questi suoi poveri figli che hanno sbagliato nella vita, la provvidenza non lascia mancare il suo sostegno.

Si cerca pure di migliorare le condizioni umane di vita, stimolando attività lavorative e di studio. I cappuccini hanno costruito alcune aule di scuola, mentre lo stato fornisce gli insegnanti. Ci sono centocinquanta iscritti e frequentano dalla prima alla settima classe (cioè tutta la scuola dell’obbligo). La direzione ha inoltre stimolato alcune attività lavorative per dare un interesse e un’occupazione che riempia il tempo. Non c’è nulla di più fastidioso dell’ozio forzato. Ci sono alcuni che fanno lavori colla paglia, come cesti, cestini, borse, portamonete e così via. Da pochi mesi è iniziata la lavorazione di tappeti. Comprano dei sacchi di iuta e delle matasse di fili sintetici simili alla lana grossa per i maglioni. Con l’aiuto di appositi aghi vi ricamano disegni ornamentali di vari colori. La Cadeia ha pure un podere fuori città, molto grande, dove sono mandati a lavorare una ventina di carcerati a turno, scelti fra i più disciplinati e fra i colpevoli di reati minori.
Per riempire il tempo libero, molti di quelli che restano chiusi nelle celle mi chiedevano libri o giornali da leggere, tavole per la dama e carte da gioco. Si presentò l’occasione propizia quando la nostra missione di Alto Molócuè ricevette dai nostri confratelli portoghesi un container di libri usati e nuovi, resti di magazzini. Riuscii a farmene regalare un centinaio e in questo modo costituimmo il primo nucleo di una biblioteca della prigione. La soddisfazione di tutti fu molto grande.

10- Conclusione
Concludendo, penso di aver dato un quadro della mia missione in Mozambico, che come avete ascoltato è resa possibile, in molti dei suoi aspetti, grazie alla collaborazione di tanti benefattori e amici, tra i quali voi tutti siete in prima fila.

GRAZIE DI CUORE!

Albino, 25 maggio 2008


P. Aldo Marchesini s.c.j.


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( modificato in data 22-4-2013)
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