Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Mercoledí  19-9-2018   ore  17:35    Buon Pomeriggio   IP 54.80.58.121
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
La vedova di Elia33.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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La vedova di Elia


1. Primo episodio: La vedova di Elia

(…) Nella veranda davanti alla casa dove abito c’è una giovane donna poveramente vestita e grassoccia, seduta per terra con un lattante in collo. Si alza per fermarmi. "Papà aiutami! Non ho casa, non ho da mangiare, non ho nulla con me. Mio marito mi ha abbandonata”
"Da dove vieni?”. "Da Pebane. Questo bambino è nato due settimane fa. Mio marito mi ha detto: andiamo a Quelimane da una mia zia."
Siamo arrivati ieri, mi ha fatta scendere davanti al mercato e mi ha detto che andava a prendere qualcosa da un parente li vicino. Non è più tornato.
Io sono rimata da sola col bambino, senza niente. Delle donne che mi hanno visto piangere mi hanno dato questo panno per difendere il piccolo dalle zanzare. Abbiamo dormito per strada. Non abbiamo mangiato. Ieri volevo lasciare il bambino abbandonato sul marciapiede e scappare. Ero disperata. Vengo a chiedere l’aiuto di papà per andare a casa dai miei."
"Dove vivono?"
"A Maputo"
"Ma è troppo lontano e ci vogliono troppi soldi. Sono rimasto senza niente".
"No, posso andare fino a Nicoadala, al bivio colla strada che va a Maputo. Da lì riesco a farmi caricare da un camion che passa. Chiedono solo mille meticais per il viaggio." "E per andare a Nicoadala quanto ci vuole?" "Solo cinquanta meticais. Papà aiutami, ti prego. Non mi abbandonare!"
Mille e cinquanta meticais, penso fra me. Ne ho solo quattrocento. Come fare? Devo darle anche qualcosa da mangiare e da bere per il viaggio. Apro il frigorifero: solo margarina, acqua e qualche fetta di pane in cassetta. Sulla dispensa ci dev’essere un po’ di frutta. Sì, ci sono dei cespi di banane. Faccio due involti con carta di giornale: banane e pane e prendo una bottiglia piena d’acqua dal frigorifero. E per i soldi? Vado su in camera a vedere se fosse rimasto qualche soldo in uno dei pacchettini che avevo preparato, per pagare le tasse scolastiche di novembre alla figlia di Stefania.
E’ l’ultimo pacchetto. Ci sono 3.700 meticais. Ne tiro fuori mille e trecento e richiudo il pacchetto. Prendo un sacchetto di plastica trasparente di quelli che si usano per proteggere indumenti o cibo. Me li aveva regalati mia sorella Maria Teresa alla partenza per tornare in Mozambico. Ci metto dentro il pane e le banane. Ritorno giù coi mille e trecento meticais e do’ il cibo e l’acqua alla mamma. Le chiedo come li porterà.
"Metto il bambino sulla schiena nel panno che mi hanno regalato. Posso portare il resto in mano. "
Ma non è per niente facile.
"Aspetta, vado a vedere se trovo un sacchetto."
Torno in camera e prendo uno di quei sacchetti di panno, mandati colle medicina dalla sorella del padre Leone cappuccino di Trento. Lo porto giù ed infilo dentro banane, pane e la bottiglia d’acqua. Chissà se potrá servire per metterci dentro qualcos’altro durante il viaggio, donato da qualche viaggiatore di buon cuore?
La mamma, appena finito di sistemare il piccolo dietro la schiena, prende il sacchetto.
L’unico suo bagaglio: una sportina colla tracolla, grande meno della metà del mio sacchetto.
"Grazie, papà!" e sia avvia verso la fermata delle corriere.
La guardo allontanarsi..povera donna…

Quelimane, 4 Novembre 2017

2. Secondo episodio: Primi vespri di Cristo Re

Sabato 25 novembre. Domani è la festa di Cristo Re. Sto scrivendo in un unico quaderno tutte le richieste di aiuto da cui sono bombardato. Ogni dieci secondi mi telefona il giovane Jeremias. Non rispondo prima di aver annotato le ultime richieste. Finalmente, dopo circa mezz’ora, sono in grado di rispondere.
"Sono senza credito nel telefono. Ho bisogno di parlarle. Mi trovo alla porta di ferro verde che apre sul sagrato della Sagrada Família. Per favore mi riceva!"
Vado giù e lo faccio entrare.
"La mia situazione è disperata: dei ladri sono etrati in casa mentre dormivo e mi hanno rubato il computer portatile, il portafoglio coi documenti e i soldi per pagare la mensalità, più alcuni vestiti. Gi esami cominciano lunedì prossimo e, se non pago la mensalità, non sono ammesso. Ho chiesto di poter fare gli esami lo stesso per non perdere l’anno .Forse me lo concederanno, ma non mi comunicheranno il risultato prima che abbia saldato il debito. Ho finito la riserva di riso, fagioli e carbonella. Ieri sera non ho mangiato e sono digiuno da allora. Ho molta fame. Non potrebbe darmi quacosa da mangiare?"
Lo faccio entrare in cucina e gli preparo un piatto con riso, fagioli e un po’ di carne in umido. Gli dò una bottiglia d’acqua e se la scola in tre o quattro bicchierate! Non era solo fame, ma anche sete!
Jeremias sa che sono rimasto senza soldi nel fondo di aiuto e non insiste a chiedere che paghi qualcosa.
Lo riaccompagno al cancello verde del sagrato.

Appena apre il cancello, ci sono tre o quattro donne che si spingono per poter entrare per prime. Ha la meglio donna Antónia.
È magra come un chiodo ed ha gli occhi di pianto. Non è riuscita ad avere figli, in compenso si è fatta carico di sette orfani di entrambi i genitori, della sua famiglia allargata. Una delle" figlie" (leggermente disabile) ha rotto il computer di un vicino, che le ha dato 10 giorni di tempo per risarcirlo. In caso contrario la farà uscire di casa e vi metterà inquilini che paghino l’affitto fino a saldare il debito.
"Sono due giorni che non prendo sonno e non riesco a mangiare nulla per la preoccupazione e la paura." Cerco di incoraggiarla dicendo che la casa dove vive cogli orfani è di sua proprietà e così pure il terreno. Come può un vicino mandarla fuori di casa e affittarla? Sono cose che si discutono con la polizia e con il segretario del quartiere. Si può giungere ad un compromesso, pagare a rate…
"Coraggio donna Antónia, non si lasci vincere dallo sconforto!" Sa bene che non ho soldi per poterla aiutare ora. Mi guarda e mi dice:
"Non potrebbe darmi 20 meticais per comprare qualcosa da mangiare per stasera?". Sí, ho tre banconote da venti meticais nel taschino. Gliene do due. Le prende ringraziando e se ne va.

Dopo di lei entra donna Guida. È estremamente preoccupata:
"Dottore, sa che sono malata: ho l’AIDS e sono tubercolosa. In più ho l’infezione a questo dito, che mi hanno drenato nel pronto soccorso. Ho sei figli in casa e sono vedova. Non posso lavorare, malata come sono. Ma devo pagare l’affitto di un campo per coltivare il riso e chiedere a qualcuno che lo lavori per me. Non abbiamo in casa cibo da mangiare. Io alla sera devo prendere la pillola dell’AIDS e alla mattina le pastiglie della tubercolosi. Quando non mangio è molto difficile. So che il dottore è rimasto senza soldi, ma chiedo per lo meno che mi dia un biglietto in cui mi promette un aiuto, quando ne avrà la possibilità."
Le dico che non posso impegnarmi per iscritto a darle soldi, quando ancora non ne ho.
"Le chiedo un favore: mi dia il biglietto, perché lo conservi con me come sicurezza che lei conosce la mia situazione." Mi costa molto, ma alla fine cedo alle sue suppliche. Mi ringrazia contenta e chiede se ho venti meticais per comprare quacosa da mangiare a cena. Glieli dò ed esce.

Entra donna Lourdes. "Oggi è morta mia figlia, che era vedova e lascia tre bambini. Sono vedova anch’io ed ora devo portarli a casa mia, dove ho già tre altri orfani…" parla a lungo, ma non ho maniera di poterla aiutare. Capisce e se ne va.

Domani è la festa di Cristo Re. Leggeremo il vangelo:
"Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere."
"Ma quando?"
"Tutte le volte che l’avete fatto ad uno di questi miei fratelli, l’avete fatto a me."
Spero solo, Signore, che possa valere anche per quando avrei voluto darti da mangiare e da bere, ma non ci sono riuscito …

Quelimane 25 novembre 2017. Primi vespri della festa di Cristo Re


3. Terzo episodio: Il ragazzo perforato

3 gennaio 2018. Mi trovo a Gurúè per partecipare agli esercizi spirituali di quattro giorni e all’Assemblea di inizio d’anno, di tre giorni. Siamo arrivati ieri pomeriggio in macchna da Quelimane. Ho portato un grande bagaglio con me: il sonno arretrato! Le prime due ore di viaggio, fino a Mocuba, le ho dormite di fila. Per fortuna abbiamo a disposizione l’auto da sette posti, tipo mini bus, molto comoda. È la stessa con cui abbiamo viaggiato per la Zambesia e dintorni, l’anno scorso, quando venne a trovarmi Maria Teresa , con i coniugi americani, suor Cacilda e l’amico di sempre, Franchini.
Noi siamo tre padri di Quelimne e tre studenti di teologia, venuti per vacanze dal Sudafrica.
Oggi, primo giorno del ritiro, l’orario è molto leggero. Inizio delle lodi alle sette, poi intervallo e colazione alle otto. La prima meditazione è alle nove. Quando finisce, mi trattengo a riflettere sul tema una mezz’ora, poi vado in camera per organizzare il tempo fino all’adorazione delle 11,30. Avrei voluto leggere, ma, appena mi siedo alla scrivania mi viene addosso lo stesso sonno che mi flagella durante le visite mediche, all’inizio del pomeriggio, a Quelimane. Oggi sono a Gurúè e non ho visite mediche, né malati in fila. Invece di mettere l’avambraccio sinistro sulla cattedra e appoggiarci la testa, per cedere ad un sonno impertinente e prepotente, ma, debbo riconoscerlo, ristoratore, dico a me stesso che posso concedermi di sdraiarmi sul letto e mettere la sveglia del telefonino per le undici. Quando sono in casa a Quelimane ed ho a disposizione appena venti minuti scarsi per sdraiarmi, mi butto sul letto senza togliermi le scarpe, che sono bianche, della Reebock, e non sporcano il copriletto. Ma oggi ho le scarpe nere e ho più di un’ora a disposizione. Mi posso togliere le scarpe e puntare la sveglia. Chiudo gli occhi ringraziando la Provvidenza . Prima che il sonno si impossessi di me, sento battere alla porta e chiamare: ..Padre Marchesini!.. La prima reazione è quella di sentirmi in colpa per essermi messo a dormire fuori orario.
..Sì, un momento, per favore... Le scarpe sono lì pronte e le infilo senza allacciarle, per dare l’impressione di arrivare dalla scrivania invece che dal letto. È la signora Elisa, che prepara il refettorio e serve in tavola, durante le grandi riunioni. Mi mostra un gonfiore sotto la mandibola, a sinistra. Mi dice che è cominciato due giorni fa e le duole molto. La esamino e si sente bene una tumefazione arrotondata, con fluttuazione. ..È un piccolo ascesso... Le dico. L’unica soluzione è andare all’ospedale e trovare il modo di drenare l’ascesso. Guardo l’ora. Non sono ancora le dieci e per l’inizio dell’adorazione alle undici e mezzo c’è tempo più che sufficiente. ..Andiamo adesso!.. le dico. Lei corre ad informare la collega e ritorna subito. La Provvidenza che avevo appena ringraziato, quando mi ero sdraiato, debbo dire che non s’era allontanata.
Scopro che il padre Stefano, il guidatore del nostro minibus, ha la stanza sulla veranda, accanto alla mia e la sua porta è aperta! Gli spiego la situazione ed immediatamente si alza per accompagnarci. Arriviamo all’Ospedale in meno di dieci minuti e, nel frattempo, la Provvidenza si era già piazzata strategicamente. Mi fa imbattere subito nel Dr. Oscar, uno dei due chirurghi dell’ospedale. Gli mostro la paziente e con un sorriso mi dice ..Non c’è problema. La dreniamo adesso... Poi chiama un inserviente per farci accompagnare alla piccola chirurgia, nel pronto soccorso. ..Arrivo subito, vado un istante qui nel reparto, per decidere un caso urgente...
Entriamo nella piccola chirurgia salutati da un coro di ..Buon giorno Dr. Marchesini!... L’infermiere sta finendo di mettere una fasciatura ad un bambinetto di sette od otto anni, che aveva appena suturato per una ferita sopra il gomito. Ha anche una frattura all’avambraccio e lo fa scendere dal lettino per mandarlo alla sala gessi. Penso che debba sentire molto male, ma nessun lamento o pianto esce dalla sua bocca!
Fa quindi accomodare la signora Elisa sul lettino e prepara il materiale per l’anestesia e il drenaggio, mettendo solo un guanto sterile nella sinistra per toccare il materiale sterile ed usando la destra senza guanto per spostare il carrello e sistemare le cose. Poi infila il guanto destro e in meno di cinque minuti fa tutto. Un vero maestro in questi tempi di mancanza di materiale.
Arriva il Dr. Oscar, insieme al secondo chirurgo dell’ospedale, il Dr. Inocente.
..Vorremmo approfittare della sua presenza, Dr. Marchesini, per aver un consiglio su un caso difficile...
Andiamo al reparto di chirurgia e mi mostrano un ragazzo sui diciotto anni, steso nel suo letto.
..Questo giovane - dice il Dr. Inocente – è entrato alcuni giorni fa con un quadro di peritonite, in pessime condizioni. Ha ricevuto due trasfusioni e l’abbiamo operato. Aveva la cavità intestinale ripiena di feci semi liquide, che erano uscite da numerose perforazioni. Abbiamo fatto una resezione intestinale ed altre perforazioni le abbiamo suturate. È stato bene tre o quattro giorni, ma ora esce materiale fecale dal tubo di drenaggio e pure tra due punti della sutura. Pensiamo che sia necessario riaprirlo, ma i due nuovi tecnici di anestesia, che hanno da poco finito il corso, non si sentono in grado di condurre una anestesia così difficlie, con l’apparecchio ed i farmaci che abbiamo a disposizione. Il nostro tecnico Gione, con vent’anni di esperienza, è partito per le ferie. L’unica soluzione è trasferirlo a Quelimane..
Esamino il paziente ed anch’io concordo con l’assoluta necessità di operare.
..La difficoltà, continua il dottore, è che la famiglia non è d’accordo. Lo vogliono portare a casa..
..Per quale motivo ?.. chiedo al papà.
..Non può viaggiare da solo fino a Quelimane. Lo devo accompagnarlo. Là avrà bisogno di aiuto...
Cerco di spiegargli in termini comprensibili la gravità della sua situazione. Con l’intestino perforato le feci continueranno ad uscire dentro la pancia e questo lo porterà a morte in un tempo molto breve, pochi giorni appena. L’unica soluzione è operare, ma l’operazione può essere fatta solo a Quelimane.
Mi risponde che non lo può accompagnare perché non ha soldi.
..Se avessi qualcosa, potrei andare. Ma così, senza niente non è possibile. Come potrò riuscire a vivere a Quelimane?.. Lo rassicuro che per il figlio non dovrà spendere nulla: il viaggio sarà in ambulanza e l’operazione, le medicine e l’alimentazione saranno fornite per completo dall’ospedale.
Penso tra me come potrei aiutarlo. Sono partito da Quelimane dopo aver finito tutti i soldi degli aiuti. Ho solo pochi soldi della comunità. Non so se basteranno. Gli chiedo dove abitano. ..Siamo arrivati da Namarrói in ambulanza. La famiglia è lontana, con me non ho più nulla...
Quello che ho è molto poco, ma per la loro povertà, veramente assoluta, qualcosa potrà servire.
Metto la mano in tasca e gli mostro i pochi soldi che ho: sono quattrocento meticais, in otto biglietti da cinquanta meticais. Visti così, fanno un certo effetto. Glieli offro dicendo che è tutto ciò che ho.
..Possono bastare?...
..Possono!.. dice, e allunga la mano soddisfatto.
Il Dr. Inocente gli chiede se allora è d’accordo e se può fare i documenti per ìl trasferimento.
..D’accordo...Il dottore va a fare i documenti ed io vado alla macchina.
Non m’ero accorto che, accanto alla porta della macchina, la Provvidenza si era trattenuta per aspettarci …

Gurúè, 4 gennaio 2018


4. Quarto episodio: Fânia e i suoi fratelli

11 gennaio 2018. Oggi, dopo gli esercizi spirituali e l’assemblea di tutti i confratelli del Mozambico, torniamo ciascuno a casa sua. Siamo stati a Gurúè nella grande casa dalle molte stanze e dove, tra giorni , si insiederà anche il noviziato della nostra congregazione.
In questi giorni ero riuscito a trovare al telefono Fânia, di vent’anni, la sorella più grande di quattro fratelli, più due orfani. Vivono lungo strada che unisce Gurúè a Ile, nei primi novanta chilometri tra Gurúè e Quelimane. La località si chiama Muliquela, dal nome del fiume che passa sotto il ponte della strada. Sono gli orfani di donna Gracinda, una vedova di poco più di 40 anni, a cui quasi tutte le cose andavano di traverso. La loro capanna è sul margine della strada, un po’ isolata e quindi esposta agli abusi di qualche prepotente che viene per rubare e minacciare. Già varie volte sono state derubate ed una volta donna Gracinda è stata picchiata. Hanno un po’ di terra lì nei pressi, dove piantano mais, manioca, fagioli, banane,arachidi e poco altro. È una terra poco fertile e donna Gracinda mi convinse, alcuni anni fa, ad aiutarla a trasferirsi verso Mocuba, dove c’è più gente e la terra è fertile.
L’aiutai e si spostarono tutti in una zona sulle rive del fiume Lugela, alle porte di Mocuba.
Il trasferimento non dette il frutto desiderato. Diventarono ancora più povere e, per ultimo, il fiume straripò ed inondò la capanna. Le autorità vennero e fecero evacuare tutte le famiglie della zona bassa verso una zona più alta, ma con tutto da ricominciare da capo.
Il figlio maschio dopo Fânia, José, di quattro anni più giovane, doveva per forza studiare, ma, lì a Muliquela, non c’è nessuna scuola nelle vicinanze. Mi chiese di pagargli il convitto della scuola secondaria a Quelimane.
Sono istituzioni dello Stato ed i prezzi sono modesti. Si spostò a Quelimane, ma donna Gracinda sentiva il bisogno di venirlo a trovare ogni tanto e passava da me per chiedermi di dargli qualche aiuto, come sapone, dentifricio, scarpe, una camicia, un paio di calzoni, un chilo di zucchero, un po’ di soldi per cucinarsi un mucchietto di pesce secco, per ravvivare la dieta sempre uguale del convitto: polenta e fagioli. Donna Gracinda arrivava d’improvviso e veniva subito a chiedermi aiuto, ma spesso accadeva che fosse un periodo in cui i soldi del fondo dei poveri era a secco.
Veniva, allora, tutti i giorni a insistere perché trovassi la maniera di aiutarla. Nel frattempo andava a dormire nel pronto soccorso dell’ospedale su una delle sedie del corridoio d’attesa e, se aveva fortuna, riusciva anche a mangiare qualcosa, dalla dieta che le coppiere distribuivano ai degenti.
L’anno seguente si sentì male e fu operata d’urgenza da un mio collega chirurgo cubano, che aprí e chiuse.
Aveva un tumore retroperitoneale a lato del colon ascendente.
La trattenni in ospedale più a lungo che potei per tentare di rinforzarla un po’.
Riusciva ad alimentarsi e a andare di corpo normalmente. Quando uscì, aveva bisogno di prendere una dose di morfina due volte al giorno. Mi disse che avevano deciso di tornare a Muliquela, perché la casa ed il terreno era ancora loro e se doveva morire era meglio che morisse in casa sua.
Andò avanti poco più di un anno e poi morì. Quando la figlia maggiore, Fânia, venne a Quelimane per informarmi, mi disse che la mamma, prima di morire le aveva raccomandato di venirmi a chiedere che continuassi ad aiutarli a vivere anche senza di lei.

Due o tre mesi fa mi venne a trovare, preoccupata perché i due fratellini che erano stati portati da Chimoio, di 6 e 9 anni, orfani di un suo fratello, e che erano mulatti, temeva fossero a rischio di essere rapiti per essere venduti in Sudafrica. Purtroppo il commercio di esseri umani è una piaga in Mozambico. Mi chiese di intercedere perché potessero entrare nel convitto per orfani di suor Assucena, a Gurúè. Io telefonai alla suora e lei entrò in contatto diretto con Fânia. Era disposta a ricevere i due fratellini, ma occoreva un documento dell’autorità locale, il segretario della zona, con visto del gabinetto di Azione Sociale di Ile, che ne autorizzava l’ingresso. Prima di partire da Gurúè ero stato a parlare con suor Assucena, che era un po’ meravigliata perché Fânia non si era più fatta viva. Avevo allora chiamato Fânia per sapere il perché.
"Padre, per andare dal segretario e mettere il visto dell’Azione Sociale nella villa di Ile ci vogliono dei soldi e noi non ne abbiamo."
Rimanemmo così d’accordo che mi sarei fermato da lei nel viaggio di ritorno. Pochi chilometri prima di arrivare a Muliquela, la chiamai al telefono e mi rispose che era già sul ciglio della strada ad aspettarmi.
Scesi dalla macchina per parlarle.
Le chiesi notizie riguardo alle pratiche. "Non abbiamo ancor messo insieme i soldi per andare ad Ile per fare i documenti. Ma questa cosa non è la più importante, adesso.
Siamo senza mezzi. Mangiamo polenta di mais e foglie che cogliamo attorno a casa. Non tutti i giorni riusciamo a mangiare. Stamani non abbbiamo ancora mangiato nulla."
"Non avete un po’ di terra da coltivare?"
"Sì, lá in basso" e mi invita a passare dietro la capanna. "Piantiamo mais, sorgo, manioca, fagioli, arachidi e banane. Ma è ancora molto presto per cogliere i frutti della terra."
Prima di partire da Gurúè avrei desiderato poterle dare un po’ di soldi per mangiare e per andare a fare le pratiche per trasferire i fratellini da suor Assucena, ma con me avevo solo seicento meticais, dei soldi della comunità. Pensavo di poterglieli offrire, per lo meno per le spese dei documenti da fare. Quando,però, mi spiegò com’è che riuscivano a mangiare, mi mancó il coraggio di menzionare quelle spese.
"Ho qui in tasca solo seicento meicais. È poco, ma può servire per comprare qualcosa da mangiare".
Ringraziò contenta e mi sorrise. Strinsi la mano a lei e ai fratelini e risalii sulla macchina.
"Ciao!" "Ciao!" e ci salutammo con la mano.

Quelimane, 20 gennaio 2018


5. Quinto episodio: È tornata Letizia

15 gennaio 2018. Torno a casa dall’ospedale, dopo aver finito le operazioni. Mangio in fretta e vado a dormire i tradizionali venti minuti. Mi sono appena lavato la faccia, quando sento battere alla porta. È Antonio, che lavora nel giardino: « È arrivata da Gurúè una signora che la cerca. Vuole parlare con lei. È in giardino ».
Scendo e trovo Letizia, una paziente dalla lunga storia. Ha 24 anni. È stata ricoverata nel nostro ospedale all’inizio del 2017. L’ho incontrata a Gurúè, durante la campagna delle fistole vescico-vaginali di fine dicembre 2016. Non la operai sùbito, perché aveva un’ascite gigante 1 ed era anemica. La portai con me a Quelimane per chiarire, innanzitutto, la causa della ascìte. Le feci l’ecografia addominale, ma non aveva cirrosi epatica né ipertensione portale. Da poco tempo era stato assegnato un cardiologo all’ospedale di Quelimane. La condussi da lui, che diagnosticò una fibrosi endomiocardica del ventricolo sinistro. Inoltre il mio collega disse che si trattava di una patologia costituzionale, senza speranza di cura. Era appena possibile mantenere un equilibrio usando diuretici a piene dosi. Corressi l’anemia e iniziai i diuretici. A poco a poco Letizia cominciò a migliorare e finalmente potei operarla per riparare la fistola vescica-vaginale. Grazie a Dio, la fistola si chiuse e rimase chiusa. Quella grande sofferenza era finita!
La paziente rimase con noi ancora un paio di mesi, perché volevamo cercare soluzioni per aiutarla a vivere a Gurúè. Era orfana di entrambi i genitori. Aveva uno zio, ma la sua sposa non accettava che Letizia vivesse in casa con loro. Perciò era tornata a vivere nella capanna della mamma (morta da un anno), perché là aveva un campo e poteva coltivare mais, fagioli, arachidi e manioca. La capanna era in cattive condizioni e aveva bisogno di essere rimessa in sesto. Si trovava a Invinha, a 15 km da Gurúè. Là viveva aiutata da alcuni vicini e lei riusciva ancora a lavorare nel campo, per produrre qualcosa.
Con i diuretici ad alte dosi l’ascite diminuì di molto. Letizia si sentiva più in forze e respirava meglio. Capii che, se fosse ritornata a vivere nella capanna in piena zona rurale, si sarebbe di nuovo scompensata e la sua salute sarebbe precipitata. Con l’aiuto di alcuni benefattori fu possibile comprarle in città (Gurúè) una casetta di mattoni. Vivendo lì, avrebbe potuto frequentare l’ospedale locale e ricevere i medicinali necessari per tenere sotto controllo l’ascite.
Letizia ritornò così a Gurúè. Passarono i mesi. Ogni tanto avevo sue notizie da padre Bellini e padre Claudino, che vigilavano su di lei e la sostenevano nelle sue necessità. Poco fa, all’inizio di gennaio, andai a Gurúè, dove rimasi una decina di giorni. La cercai, ma non era in città. Era tornata a vivere nella capanna rabberciata della mamma, perché là l’aria era pura, e lei poteva lavoricchiare nel campo e mangiare qualcosa, con l’aiuto dei vicini benevoli. Partii senza essere riuscito a parlare con lei con il cellulare. Il problema di chi vive e lavora in aperta campagna (come Letizia) è la mancanza di soldi e di energia elettrica per ricaricare il cellulare.
L’ascìte è una raccolta patologica di liquido trasudatizio nella cavità peritoneale.

Era seduta sull’erba del giardino, accanto a uno zaino con le sue cose e a un grosso fagotto, fatto di una coperta leggera, annodata ai quattro capi. Ci salutammo con effusione, contenti entrambi di rivederci. Mi rallegrai, perché era ancora magra e l’ascite di cui soffriva era modesta.
« Letizia, hai ancora le medicine contro l’ascite? »
« Sì, ma sono quasi finite. È per questo che ho chiesto a padre Claudino di farmi venire a Quelimane. Sono arrivata alle tre e mezzo e l’autista del minibus mi ha fatto scendere davanti al cancello della vostra casa ».
« Come hai fatto a caricare lo zaino e quel fagotto così pesante? »
« I passeggeri mi hanno aiutata ».
« Hai mangiato durante il viaggio? »
« No, avevo solo questa bottiglia d’acqua, che sta per finire ».
« Entra in casa a mangiare qualcosa ».
Le preparo un piatto con riso, fagioli e un po’ di gallina in umido. Metto tutto nel forno a micro-onde e la faccio sedere a tavola. Si vede bene che ha fame, ma lascia quasi tutto il riso nel piatto.
« Basta così, grazie ».
« Vieni. Ti accompagno in ospedale ».
« Nel fagotto ho portato qualcosa per i padri ».
L’aiuto ad aprirlo e mi rendo conto di quanto sia pesante. Tira fuori un sacchetto con manioca, di almeno due chili, e me lo offre. Ha pure due ananassi e altre cose.
In reparto tutti la ricordano ancora e le fanno festa. La porto nella sala delle fistole e apro la cartella per il ricovero.
In un letto giace una paziente, arrivata mesi fa, quando Letizia era internata. Costei era stata operata per una fistola retto-vaginale, con colostomia, riparazione della fistola e, dopo un mese, chiusura della colostomia.
Entrambe sono contente di ritrovarsi nella stessa stanza.
Per Letizia programmo una serie d’esami e un’ecografia, nonché la ricerca del plasmodio della malaria. L’indagine è positiva e così le faccio cominciare la terapia antimalarica. Lo stato nutrizionale è molto povero; perciò chiamo la nutrizionista perché le prepari una dieta rinforzata per recuperare il peso.
« Chiedo di avere un sacchetto di farina di mais, perché non riesco a mangiare il riso ».
“È vero!” — penso fra me — “Anche l’altra volta fu necessario comprarle un sacchetto di farina con la quale le infermiere le facevano la polenta, nei giorni in cui la cucina preparava riso per i malati”.
La dieta rinforzata era molto elaborata. La direzione dell’ospedale diede i soldi alla caposala per comprare uova, patate, pesce, pomodori e così via, per confezionare i pasti fuori orario apposta per lei.
Passarono i giorni. Letizia stava recuperando.
« Dottor Marchesini, qui non riesco a restare. Nei servizi igienici c’è cattivo odore. Le malate non si comportano bene. Sudiciano tutto e io mi sento male quando entro nel bagno. Ora sto meglio e ho voglia di tornare a Gurúè, nella capannna di Invinha, perché là l’aria è pura e c’è tanto spazio libero.».

Insistette molto. Il giorno dopo arrivò a Quelimane padre Bellini, di ritorno dalle ferie in Italia. Con lui organizzammo un viaggio in macchina per accompagnare Letizia a casa sua. Ma io ero preoccupato, perché a Invinha lei era troppo fuori mano e senza assistenza. Le procurai una quantità di medicine per due mesi e scrissi nella mia agenda un pro-memoria per mandarle per altri due mesi quando mancassero quindici giorni per finirle.
Quando furono arrivati a destinazione, padre Bellini mi telefonò per dirmi che aveva riportata Letizia nella casetta di Gurúè; poi l’aveva presentata ai medici dell’ospedale locale, affinché l’assistenza fosse proseguita.
Dopo tre giorni, p. Bellini mi telefona di nuovo da Gurúè.
« Letizia non sta bene. L’ascite sta crescendo e le gambe sono gonfie. Mi ha chiesto di riportarla a Quelimane ».
« Sì, ripòrtala qui a Quelimane. La ricovereremo di nuovo e l’assisteremo in tutto ».
La mattina dopo informo il personale di chirurgia che Letizia è peggiorata e sta per ritornare.
Fino a sera però non era ancora arrivata.
All’ora di cena mi chiama p. Bellini. “Ho detto a Letizia che non è in grado di fare un viaggio così faticoso di 350 km, stretta tra i passeggeri di un minibus.
Una signora amica è rimasta con lei e a mezzogiorno mi telefona, perché Letizia ha fame e in casa non c’è niente. Le faccio preparare una minestra e gliela porto.
Quando arrivo, Letizia è appena spirata.”

Quelimane, 10 febbraio 2018.



6. Sesto episodio: Finché c’è vita c’è speranza

Febbraio 2018.
Ho già oltrepassato la metà della lista delle visite mediche del martedì. Mi sento affaticato. Ho già dovuto fare il primo intervallo di un quarto d’ora, dormendo con la testa appoggiata sull’avambraccio sinistro, al margine del tavolo delle visite ambulatoriali, abbandonandomi a un sonno ristoratore. Il cellulare, che fa da orologio e da sveglia, vigila su di me per quindici lunghi minuti.
Jofresse, il tecnico che mi aiuta nelle visite, mi presenta un foglio sgualcito: « Dottore, c’è fuori una signora, seduta nel corridoio da più di un’ora. Sta molto male. Non ha prenotato la visita ed aspetta che si apra uno spiraglio fra chi ha la prenotazione per entrare ».
« La faccia entrare, appena esce questa paziente ».
Entra Mariana, una vecchia conoscente, che non vedevo da molto tempo. Entra camminando a fatica e si siede tutta storta. Non ha ancora trent’anni.
« Si sieda comoda, dona Mariana ».
« Non posso, dottore. Sono piena di ferite nel sedere. Mi fanno molto male ».
La faccio sdraiare nel lettino e osservo l’ano, il perineo e le natiche. Sono ridotti in uno stato lacrimevole. I tessuti sono infiammati, edematosi e producono una secrezione umida.
« Perché ha aspettato tanto tempo, dona Mariana? Questa è l’infezione dell’HIV che sta ulcerando tutto. Sta prendendo le pillole degli antiretrovirali? » « Sì, dottore. Non ho mai smesso un giorno ».
« Ha la febbre? »
« Sì, quasi tutti i giorni ».
« Il suo stato è grave. Dà l’impressione che gli antiretrovirali abbiano perso la loro forza. Bisogna fare sùbito un controllo dei CD4. Sarebbe bene che lei fosse ricoverata sùbito qui in ospedale ».
« No, non posso. In casa ho due figli piccoli e sono vedova. Non ho nessun altro familiare con me.”
Le dico di presentarsi la mattina dopo per fare gli esami. Mi chiede di tornare a casa con me in macchina e di darle i soldi per tornare in bici-taxi il giorno dopo. Due giorni dopo mi viene a cercare per farmi leggere i risultati dei CD4. Resto allibito: i CD4 sono 14 e la percentuale sui linfociti è del 4%. Non so come abbia fatto a restare in vita, ad avere la forza di andare avanti e indietro e di badare due figli piccoli.
« Dona Mariana, andiamo sùbito insieme a presentare i risultati alla dott.sa Fausta, incaricata di seguire i fallimenti terapeutici ». La dott.sa Fausta è giovane e ben organizzata. Prende nota dell’andamento della terapia e si fa dare il codice per poter ricercare tutti i dati sui CD4 degli ultimi anni, registrati nel Centro sanitario dove fa il trattamento.
« Torni fra due giorni, per sapere il risultato della ricerca e per fare l’esame della carica virale ».
Passa una settimana: niente. Dona Mariana non torna. Riappare dopo 15 giorni.
« Mi scusi, dottore. Sono stata a letto per due settimane. La dottoressa Fausta non mi ha ancora telefonato. Eppure me lo aveva promesso... ».
Andiamo insieme al pronto soccorso di pediatria, dove la dottoressa lavora.
Mi dicono: « La dottoressa Fausta? È a casa. Ha avuto un parto prematuro l’altro fine settimana ».
E adesso? Chi la sostituirà? La porto con me dalla Direttrice clinica. Le spiego la situazione. La direttrice si attiva sùbito. Bisogna fare presto, finché dona Mariana è viva.
“Telefono sùbito al Centro sanitario per avere una risposta immediata. Chiamo anche il laboratorista Daúdo della biologia molecolare, perché domattina le faccia la carica virale. Appena ho i dati del Centro sanitario, presento per e-mail la richiesta di autorizzazione a cambiare Linea Terapeutica alla Direzione Nazionale dei fallimenti terapeutici. Stia tranquillo, dottore. Ho preso il caso direttamente nelle mie mani”.
Dona Mariana mi guarda con speranza. Forse ce la facciamo... Ha bisogno che la accompagni a casa in macchina. Inoltre mi chiede qualche soldo per pagare il solito bici-taxi. L’accontento sùbito.
Tre giorni dopo mi telefona la Direttrice clinica.
“ Dottore, Daúdo ha fatto la carica virale: 145.000 copie virali. I CD4 sono scesi a 10 e la percentuale è 2%. Ho già mandato Dona Mariana al centro sanitario e stamani comincia la nuova linea terapeutica. Siamo arrivati ancora in tempo!”
“La ringrazio, dottoressa Dulce. Sì, siamo arrivati appena in tempo, grazie a Dio. È proprio vero che la speranza è l’ultima a morire. Finché c’è vita, c’è speranza! “

Padre Aldo Marchesini
Quelimane, 12 marzo 2018.
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( modificato in data 22-4-2013)
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