Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:57    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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CARISSIMO BABBO

1
Carissimo Babbo,
Comincio a scriverti seduto nella saletta d'aspetto al binario 4, della stazione di Bologna. Sono in attesa del treno per Firenze e Roma.
Rivado col pensiero e col cuore al giorno in cui partii per la prima volta. Ricordo ancora la data: era il 28 luglio del 1970. Andavo a Roma col treno e portavo con me due valigioni. Il destino finale non era Roma, ma il Mozambico.
Ecco, il treno parte. Mi affaccio al finestrino ed agito il braccio a salutare te, la mamma, Andrea ed un gruppetto di amici di S. Carlo. Sotto il ponte di porta Galliera il treno fa una curva e scompari, con gli altri, dalla mia vista.
Era quella la prima vera partenza. Un viaggio che mi doveva tenere lontano un anno. Era l'antifona d'un salmo, le cui strofe avrei continuato a cantare per il resto della vita. Mentre il treno curvava, una pagina della mia storia stava girando. La nostra comunione di padre con figlio e di figlio con padre, pur rimanendo quella d sempre, entrava in una nuova dimensione, come l'acqua di un fiume che, quando forma un grande lago, continua ad essere la stessa, tuttavia cessa di essere fiume per diventare lago. Le dimensioni della nostra vita familiare lasciavano la misura di una città come Bologna e dei paesi dove d'estate ci portavi a passare le ferie, per allargarsi non tanto a quelle di un continente (come ad esempio l'Africa), quanto a quelle della vita missionaria, cioè quelle del mondo intero. Anche se ciascuno dei dodici apostoli andò, di fatto, in una o poche regioni lontane, ognuno di loro, credo, obbedì fino in fondo recandosi, per quanto stava in lui, sino agli estremi confini della terra: un po' come se ognuno avesse annunciato il vangelo dappertutto. Da allora ciò continua ad accadere, fino ai nostri giorni, anche ai più piccoli e sconosciuti, proprio come ero e sono io. Forse né io né tu ce ne rendevamo conto in quel momento, ma non avremmo tardato ad accorgercene.

2
Sono arrivato a Firenze ed ho preso un taxi. Passiamo lungo l'Arno, sulla riva destra. Mi vengono in mente le tue parole, di quando ci raccontavi dei tuoi anni di università in questa città, alla facoltà di Economia e Commercio di Villa Favard. Nei tempi liberi frequentavi la "Canottieri Firenze", allenandoti nel "due senza". È lo stesso Arno dei primi anni trenta. Lo guardo coi miei occhi e lo vedo con i tuoi. Io sono sul margine e ti scorgo dalla riva. Tu sei impegnato nello sforzo, guardi la schiena del tuo compagno, davanti a te nel canotto, ma dietro a te nella traiettoria. Ad un certo punto alzi gli occhi e ti giri verso la sponda. I nostri occhi s'incrociano e ci riconosciamo! Alzo la mano per salutarti, come un'ora fa, al finestrino e tu mi fai un cenno col remo di sinistra, quello dalla mia parte. Il tuo compagno neppure se ne accorge. Per lui è troppo grande la distanza che ci separa: misurata in tempo è di quasi settant'anni! Siamo a fine agosto ed è ancora presto per gli esami. La fine dell'estate è favorevole per fare qualche ora di remate, ma ben presto dovrai cominciare a stringere i tempi e riprendere l'orario di cui sempre ti sei vantato con noi, tuoi figli: studiare tutta la notte, fino all'alba. È quella l'ora in cui "inciôn at ramp i quaión" e si può studiare con la massima concentrazione, in totale silenzio. Ti consentiva di fare anche un po' il gradasso con gli amici, mostrandoti in giro nei pomeriggi e restando fuori a bighellonare, magari andando al cinema, fino all'ora di cena. Avevi una fotografia nell'album di casa, coi tuoi tre compagni di studi, giovani e sorridenti, un mezzobusto di un color pastello, un po' sbiadito dal tempo. Vi tenevate stretti, con le teste inclinate verso il centro, come a cercare d'entrare tutti e quattro dentro l'obiettivo. Eravate giovani, belli, sorridenti, con le pettinature di moda all'epoca del fascio, senza giacca, in maniche (lunghe) di camicia, ma col colletto abbottonato e la cravatta, com'era l'etichetta di quei tempi. Ce la mostravi con nostalgia e con un velo di tristezza.
"Vê ch'bí zuven! I ên bèl e tôt murt! Ai san avanzè só me. Chi l'arêv mai pensè?" E poi concludevi: "Acsé l'è la vetta!"

3
Il treno è arrivato a Roma puntualissimo. Cammino sul marciapiedi, lungo i binari, quasi trasportato dal fiume di passeggeri frettolosi verso l'uscita. Io, invece, non ho fretta. Sto cercandoti qui a Roma. Ma di ricordi in comune con te non ne trovo: non ci siamo mai venuti insieme. Però, a Roma, tu ci hai vissuto qualche anno da bambino, quando il nonno fu trasferito qui dalle Ferrovie dello Stato. Di Roma non ci hai quasi mai parlato: forse perché eri solo un bambino. Ho chiaro però il ricordo del nonno che diceva, ogni volta che il discorso cadeva su quegli anni: "Ramma, l'è la citè piò bela dal mand!" Poi aggiungeva che lui non si sarebbe più mosso da lì. Eppure fece domanda di ritornare a Bologna per accontentare i suoi genitori e sua moglie, la nonna Teresa, che soffrivano di nostalgia della città d'origine. Questo è un ricordo che custodisco con affetto, perché è una bella testimonianza della grandezza d'animo del nonno e del rispetto che aveva del modo di pensare e dei desideri degli altri.

4
Oggi ritorno a Bologna. Ho finito gli impegni ed ho qualche ora libera. È un giorno di fine estate, ma piove a dirotto e fa un po' freddo. Il cielo è ci si vede poco. Mi siedo alla scrivania con la luce da tavolo accesa e mi metto a cercarti nei miei ricordi. L'ultimo, quello cioè dell'ultima volta che ci siamo visti, non l'ho chiaro. Era fine luglio dell'anno scorso. Ti salutai e ti baciai, in casa, prima di uscire per andare all'aeroporto. Tu non volevi venire mai fino all'aereo, perché dicevi: "A san dvintè d' picaia tandra." Ti saresti commosso troppo a vedermi sparire dietro l'angolo della sala d'imbarco. Anch'io, dopo l'incidente, ero diventato come te: bastava un niente per farmi commuovere e rimanere col nodo alla gola senza poter più articolare parola. Così, quell'ultima volta, non ci dicemmo nulla, né tu, né io. Solo un gesto con la mano, dopo il bacio, e gli occhi lucidi. Questo lo ricordo, ma sono quasi sicuro che ti affacciasti, dopo, alla finestra per l'ultimo ciao con la mano, mentre io guardavo in su, prima di chiudere lo sportello della macchina. Tuttavia, questa immagine, che sarebbe proprio l'estrema, della nostra vicinanza sulla terra, non la trovo, davanti agli occhi della memoria. In quest'ultimo anno della tua vita ci siamo sentiti due o tre volte per telefono. Poche volte, infatti, perché prima rimanesti impedito per causa della frattura della gamba e poi perché, alla fine, eri costretto in carrozzella. Anche nelle missive ti limitavi ai saluti, un po' per amor di brevità – sempre da te coltivata - ed un po' perché la mano ti scappava e non riuscivi a scrivere con lettere più alte di un millimetro.
C'è, però, un altro ricordo di te, che di per sé è indiretto, ma, per via del suo contenuto e per il fatto di essere l'ultimissimo, qui sulla terra, mi accompagnerà sempre. Me lo confidò, pochi giorni prima che tu morissi, Maria Teresa, che l'aveva saputo da un amico di villeggiatura. Nella pensione delle suore, a Levanto, durante il mese di luglio, quando dovevi salire in camera con l'ascensore, era necessario che tu scendessi dalla carrozzella e che entrassi con l'aiuto delle stampelle. La sedia a rotelle doveva essere ripiegata, per poter passare dalla porta. Una volta ti aiutò un signore, ospite pure lui della pensione. Mentre salivate, ti disse: "Una bella fatica, eh, signor Marchesini!". "Sì, ha ragione. Ma non mi costa, perché la offro al Signore affinché aiuti mio figlio Aldo in Mozambico, nella fatica del suo lavoro".


5
Anche i primissimi ricordi di te sono indiretti. Ero un bambino di pochissimi anni ed eravamo sfollati a Lamporecchio, in provincia di Pistoia, il paese della mamma, durante la guerra. Io ero nato pochi mesi dopo la tua partenza per il fronte. Eri stato fatto prigioniero dagli inglesi in Libia ed eri stato portato in India, dove rimanesti cinque anni. Ricordo che sul comodino c'era la tua fotografia, attraverso la quale la mamma mi aveva insegnato a mandarti i saluti ed un bacino. Quante volte mi diceva: "Fai così e così, mi raccomando. Guarda che babbo ti vede!"
La guerra finì e ritornammo a Bologna. Andammo a vivere, insieme ai nonni, con la sorella della nonna, la zia Margherita, che a quel tempo lavorava come segretaria in una fabbrica di liquori. Era un appartamento ampio ed antico, dagli alti soffitti e dalle finestre che, invece degli scuri, avevano le tende di tela grossa, color mattone, che scorrevano su e giù, lungo due guide metalliche, tirando una cordicella. Questa poi veniva fissata su un ferro che sporgeva dal muro, in basso a destra, sopra il davanzale. La zia Margherita, che non s'era sposata, viveva con la sorella del nonno, la zia Maria. Era molto malata e passava lunghi periodi a letto. Morì poco dopo il nostro arrivo. La chiamavamo zia Maria la sarta, per distinguerla da un'altra zia, già anziana, che si chiamava, pure lei, Maria. Dato che si occupava del mangiare, della casa, era chiamata zia Maria la cuoca. C'era, infine, una quarta zia, la zia Gigia, sorella della zia Maria la cuoca, piccolina, molto vecchia, col mento appuntito, che quasi toccava la punta del naso, per via di aver perso tutti i denti.

Un giorno d'estate del '46 - avevo allora cinque anni - arrivò la grande notizia che eri sbarcato a Napoli, di ritorno dalla prigionia, e che saresti arrivato alla stazione di Bologna al pomeriggio. L'eccitazione in casa era altissima. La gioia per il tuo ritorno era come un suono di campane a festa che non smetteva mai.
Bisognava assolutamente preparare qualcosa d'eccezionale per darti il ben tornato. Fu deciso di comprare un secchio pieno di blocchi di ghiaccio, per farti bere un bicchiere d'acqua gelata con lo sciroppo di tamarindo fatto in casa. A quel tempo non erano ancora stati inventati i frigoriferi e nei giorni d'estate passavano dei carretti col triciclo, con colonne di ghiaccio, di sezione quadrata, lunghe più di un metro, avvolte in sacchi. Il venditore pedalava lentamente per le strade, gridando ogni poco: "Ghiaccio! Ai è al giàz, dôon!" Per spezzarlo aveva un ferro a mezza via tra un falcetto ed un uncino, col quale spaccava in pochi colpi la colonna di ghiaccio, facendone grossi blocchi, con una facilità che colpiva la mia attenzione di bambino. Il pezzo tagliato, ancorato con la punta dell'uncino, finiva nel secchio che le compratrici mettevano accanto al triciclo, per terra. Una volta in casa, il blocco veniva frantumato con un martello subito prima di metterlo nei bicchieri. Si spezzava solo all'ultimo momento, perché, intero, durava molto di più, prima di squagliarsi. Eravamo già tutti pronti, la mamma, i nonni e le zie, vestiti a festa, Maria Teresa con un gran fiocco rosso nei capelli ed io col vestito alla marinara, quando arrivò il contrordine. Il treno aveva un grave ritardo e sarebbe arrivato dopo la mezzanotte. L'entusiasmo si raffreddò un po', ma non più di tanto, perché il grande ritorno non era cancellato, ma solo differito e di poche ore appena.
Io, però, a quel tempo, ero solito addormentarmi a tavola, durante la cena. Le orecchie mi diventavano rosse come il fuoco ed il capo cominciava a ciondolare.
"Aldo, arrivano i Pisani!" mi dicevano i grandi che erano a tavola.
"Sbrigati a finire di mangiare, che la mamma ti porta a letto".
Ma il più delle volte la testa mi cadeva sulla tavola e la cena restava a metà. Accadde così anche quella sera e neppure ricordo se il ghiaccio riuscì a resistere, almeno in parte, fino al tuo arrivo a casa. Al mattino dopo, quando mi svegliai, la mamma, tutta contenta, mi annunciò: "È arrivato babbo! Vestiti in fretta, che andiamo a salutarlo!".
Tu eri nell'ingresso, dove c'era una porta a vetri, spalancata su una specie di finto balcone, dalle dimensioni così ridotte, che era costituito appena da una ringhiera. Eri a torso nudo, seduto su una sedia, coi calzoni corti, blu, in controluce sullo sfondo della finestra aperta. Non vidi bene, subito, il tuo volto, ma ricordo che rimasi colpito dal tuo petto pieno di peli. Non avevo in pratica mai visto un uomo a torso nudo col petto villoso come il tuo. Il nonno portava sempre una maglietta a mezze maniche ("per assorbire il sudore", diceva) sotto la camicia a maniche lunghe, mentre in casa, le altre erano tutte donne.
Mi sentii afferrare di peso da due braccia robuste e sollevare di colpo fino alla tua faccia. Devo aver mostrato un po' di paura, credo, per quell'irruzione improvvisa di forza e di mascolinità nella mia vita. Tu capisti subito e non volesti insistere nella prima dose di una cosa tanto nuova: anch'io, ora avevo un babbo! In quel volo verso di te, senza parole, mi facesti capire che la forza e la sicurezza erano arrivate, da lì in avanti, nella mia vita …

6
Il sole tramonta fuori del finestrino dell'aereo. Sto tornando in Mozambico. Oggi ho celebrato la messa del trigesimo per te. È stato un conforto per tutti noi poter concludere con questa messa familiare.
La mia partenza coincide con la chiusura del primo mese dalla tua morte. È come finire una frase, fare punto e andare a capo, lasciando una riga: può cominciare il secondo capoverso. Anche la mamma è stata forte. All'inizio piangeva, poi s'è rasserenata, e lo è rimasta per tutto il giorno. Perfino all'aeroporto è continuata la serenità.
Credo veramente che questa serenità derivi, almeno in parte, proprio dal fatto che la partenza è avvenuta quando doveva essere, neppure di un'ora troppo presto, né di un'ora troppo tardi. Tutto era pronto per ritornare in Mozambico: era il momento giusto.

Sai, babbo, credo che, riguardo a questa tempestività, anche tu abbia influito molto. Avevi questo dono, che si respirava nell'aria di casa nostra: fare subito le cose che, ad un certo punto, si capiva che si potevano o si dovevano fare. Ho al riguardo, un primo ricordo preciso. Ero ancora un bambino. Erano i primi anni cinquanta. Avevi cominciato a soffrire di sciatica e ti fu diagnosticata un'ernia al disco. In Italia s'era appena cominciato a fare quest'operazione. Mi ricordo che al Rizzoli c'era il professor Pais, antesignano di questa chirurgia, che era ancora alle prime esperienze. Appena lo sapesti, andasti da lui, ti facesti visitare e combinasti per essere operato nella prima seduta libera. Una settimana dopo entravi in ospedale. In meno di un mese avevi già fatto tutto: diagnosi, prenotazione, operazione e dimissione.
Venisti a casa col bastone ed il gesso da portare due mesi, ma non ti sentii mai lamentarti. Eri contento - ed anche un po' orgoglioso, forse - per aver risolto la questione senza aver perso tempo in sterili valutazioni e tentennamenti.
Non so se ti ricorderai ancora di quando anch'io dovetti condividere, non senza pianti, questa tua fulmineità nel decidere. Eravamo in villeggiatura a Miramare. Mi venne un forte mal di gola con febbre. Dopo una settimana senza miglioramenti, mi portasti con te in treno a Bologna per andare alla visita dal professor Malfatti, otorino di buona fama. Mi fece un certo piacere fare il viaggio, noi due soli, i due uomini di casa, se si escludeva il nonno, già anziano ed Andrea, ancora piccolino. Era la prima volta che andavamo via di casa da soli e ne assaporavo il gusto nuovo. Arrivammo a Bologna all'ora di cena. Al mattino dopo mi portasti fuori senza fare colazione " così, se ci sono delle analisi da fare, sei già a digiuno". L'ambulatorio del professor Malfatti, mi ricordo ancora, era in via S.Vitale, sotto il portico, a ridosso della porta delle mura della cerchia interna di Bologna antica.
"Queste tonsille sono proprio da togliere", disse il professore.
"Da cl'a ví chi san, non sarebbe possibile toglierle oggi? Così non ci pensiamo più!".
"Il bambino è in digiuno?".
"Sì, non gli ho fatto fare colazione per prudenza".
Beh, lascia che ti dica che quel "per prudenza", oggi non mi convince più! Penso di non sbagliare, se dicessi che l'avevi fatto proprio col proposito di cercare di farmi operare subito.
"Aldo, è meglio operarti oggi, così non ci pensiamo più. Non ti pare?".
Rimasi colto di sorpresa da questa prospettiva, a cui non pensavo neppure di lontano. Mi misi a piangere, più per l'impatto della notizia che per la paura dell'operazione. Tuttavia sapevo che di fronte alla tua decisione non c'era maniera di cambiare le cose.
"Però le chiedo, professore, di operarlo da addormentato e non solo con l'anestesia locale".
"Sì, sì, se è in digiuno gli possiamo fare la puntura americana".
Mi dettero un'iniezione e mi misero in una cameretta silenziosa e scura, dove c'era un letto e tu ti sedesti accanto a me, in attesa dell'ora d'essere operato. Dell'operazione non ricordo quasi nulla: la "puntura americana" era veramente poderosa!
Ricordo bene soltanto un gran mal di gola al risveglio. Ti vidi chino su di me, quando riaprii gli occhi. "Mi fa molto male", piagnucolai. "Pensa che ora hai già finito tutto. Le tonsille non ci sono più e sei guarito. Il male, ad ogni minuto che passa, ormai può solo diminuire. Stasera possiamo già ritornare a casa ed appena puoi inghiottire, ti vado a comprare un bel gelato. Il professore ha detto che oggi e domani puoi mangiare solo dei gelati".
Mi sorridesti ed anch'io risi fra le lacrime: quanto mi piacevano i gelati!
Due giorni dopo ritornammo a Miramare ed io feci in famiglia una figura quasi da eroe, per aver saputo risolvere le cose in modo definitivo con tanta rapidità. Di quella gloria ne godetti molto, è chiaro, ma ero troppo piccolo per darmi conto che il merito era soltanto tuo.
Ti dico ora - non è mai troppo tardi - che mi ha sempre affascinato la figura di Giulio Cesare, quando riassunse la storia vittoriosa della conquista della Gallia con quelle tre sole parole: "Venni, vidi, vinsi". Adesso capisco dov'è la radice profonda di quell'ammirazione: sotto la maniera di fare di Giulio Cesare, c'era uno spirito che avevo già conosciuto e respirato senza neppure rendermene conto: era il tuo stesso spirito. Ammiravo sì Giulio Cesare, ma in fondo non era altro che un modo inconscio di riconoscere che il termine ultimo della mia ammirazione eri tu!

7
Sono seduto nella sala d'aspetto dell'aeroporto di Johannesburg. Resterò qui sei ore ad aspettare il volo per Maputo. I posti per sedersi non sono molti e bisogna stare stretti come sardine. Nel giro iniziale di ispezione ho fatto la scoperta della sala per fumatori: enorme e semi deserta. Ma la cosa più importante è che c'erano decine di tavolini quadrati con comode seggiole dai braccioli. Ho titubato un po', perché non sono un fumatore. Ma poi mi son detto che non poteva essere che tutti i fumatori che entravano dovessero per forza fumare. Mi sentivo, è vero un intruso, ma alla fine sono entrato lo stesso: potevo benissimo passare, con tutta dignità, per un fumatore che si trovava nell'intervallo tra una sigaretta e l'altra. Mi sono sistemato ad un tavolino deserto, ho recitato il breviario e poi ho cominciato a scrivere.
Ho davanti a me un'attesa prolungata. Ciò mi fa venire in mente tutte le volte che dovevamo metterci in viaggio con te. Bisognava chiudere le valigie e stare tutti pronti per andare alla stazione con un buon margine d'anticipo. Si doveva rimanere ad aspettare sui binari a lungo, però - in compenso – non abbiamo mai perso un treno.
Ai tempi in cui si andava tutti a Levanto, d'estate, si arrivava ancora prima del solito alla stazione, perché il treno si formava a Bologna, al piazzale ovest. Quante volte siamo arrivati che non c'era ancora il treno! Ma abbiamo sempre trovato, ogni anno, il posto a sedere ed uno scompartimento vuoto tutto intero per la nostra famiglia!

8
Sono arrivato finalmente a Quelimane, nel mio viaggio di ritorno in Mozambico. La prima settimana è già passata, ma solo oggi ho avuto il tempo di dedicarmi ad aprire e cominciare a leggere il mucchio della posta, lettere e cartoline, accumulate in questo mese abbondante di assenza. Ho cominciato dalle cartoline e, fra le tante ricevute da mamma da Levanto e da Premia, quest'estate, ho trovato, proprio nell'ultima, scritta dalla montagna il 5 agosto, anche la tua firma "Babbo". Che emozione! È probabilmente l'ultima cosa che hai scritto sulla terra, cinque giorni prima di morire. Ormai ti era diventato penoso scrivere: la mano si rifiutava di eseguire gli ordini della testa e scriveva sempre più in piccolo e sempre più in modo disobbediente.
Le lettere degli ultimi due anni, tuttavia, portavano quasi sempre, alla fine, alcune righe scritte da te, traboccanti d'affetto e di vicinanza, anche se sempre molto contenute.

Per anni ed anni eri stato il generale delle mie retrovie: mi cercavi gli strumenti ed i medicinali, mi tenevi i conti delle offerte, sempre impeccabili per precisione ed ordine, mi facevi e spedivi i pacchi, mai uguagliati, per solidità ed eleganza, da nessun altro, né prima né poi. A proposito dei pacchi, mi chiedo chi potrà mai saperne il numero. Per circa venticinque anni me ne hai spedito in continuazione. Grazie a te, uno stuolo innumerevole di malati ha ricevuto sollievo nella sua sofferenza. Alle Poste eri diventato un personaggio popolare. Arrivavi col carriolino, di quelli che servivano anni fa per caricare le valigie, coi pacchetti tenuti fermi dalle cinghie elastiche ed altri due o tre nella mano sinistra.
Quando venivo a casa, in ferie, restavo ammirato della tua organizzazione. Dietro l'uscio di camera dove dormivamo una volta noi ragazzi, c'era il rotolo di carta catramata alta un metro, rinforzata da una filigrana di sottilissimo filo d'acciaio. Negli scaffali della libreria e nel primo cassetto del comò di sinistra c'erano varie scatole con il necessario: bollettini di spedizione, etichette, spago, forbici, aggraffatrice, righello, colla, quaderno con la nota del numero dei pacchi, il contenuto e la data. Quella camera era il tuo regno, dove passavi ore ed ore, ma quando ritornavo io, me la cedevi per completo, perché avessi un posto indisturbato per fare le mie cose, per scrivere e studiare. Questo era quello che mi dicevi, ma io so d'indovinare che il vero motivo era un po' differente: era il modo tuo per farmi festa, perché il figlio lontano era ritornato a visitarti, e, da grande ed adulto, era ridiventato di nuovo in certo modo ragazzo, come quando viveva, dormiva e mangiava nella casa dei genitori. E quando viveva, mangiava e dormiva nella casa dei genitori, quando era ancora un ragazzo, quella era la stanza dove studiava, dove passava le ore, dove poco a poco aveva cessato d'essere un ragazzo e s'era fatto un uomo. E quando s'era fatto un uomo, era partito, lasciando quella stanza terribilmente vuota …
Quando, perciò, tornava a visitarvi non poteva non riprendere a possedere quella stanza, che non aveva mai cessato di essere la sua, perché nulla di ciò che era passato, cessava di rimanere per sempre presente, nel tuo cuore di padre!


Aldo

Quelimane, 1999

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( modificato in data 22-4-2013)
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