Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Giovedí  23-11-2017   ore  23:20    Buona Notte   IP 54.80.146.251
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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O FIORE NOTTE!

Autore: Aldo Marchesini


1

Carissimo babbo e carissima mamma,

da poco vi siete riuniti nell’altra vita e m’è venuta la voglia di far parte con voi di pensieri, sensazioni, comprensioni ed episodi che hanno attraversato la mia coscienza e la mia vita. M’è venuta voglia di narrare queste cose. Non so a chi farlo, perché penso che non possano interessare se non a qualcuno che mi voglia particolarmente bene e per il quale anche le cose da nulla che vorrei raccontare saranno oggetto d’attenzione e d’interesse. Con chi potrei farlo, se non con voi e col Signore?

Vorrei raccontarvi del mio amore per una creatura, in certo modo, minore, tra quelle uscite dalle mani di Dio, ma per me, tra le più care e delicate.
Vorrei raccontarvi a proposito della notte.
La considero quasi come una fata, la quint’essenza della delicatezza e dell’amore, una personificazione umile e casta della femminilità.

Per iniziare, a mo’ d’antifona del canto che seguirà, vi voglio copiare alcuni stralci d’una poesia che le dedicai molti anni fa.


O Fiore Notte


Notte,
perché sei tanto breve?

Quando il sole si posa
e tu compari,
la brezza
mi trasporta i suoi profumi.
Forse son loro,
o forse è la tua pace,
o il tuo silenzio,
che, il profumo
del fiore che tu sei,
mi danno.

O fiore notte,
eternità
si chiama il tuo profumo.

Perché,
quando l’eternità che tu ci porti
quasi ci ha presi,
perché, notte, finisci?

Perché sei tanto breve?

O fiore notte,
perché anche tu appassisci?


La prima “notte magica” dei miei ricordi risale a quando avevo quattordici o quindici anni. C’era un incontro per delegati aspiranti dell’Azione Cattolica, una specie di ritiro di fine settimana al collegio san Luigi, a Bologna.
Era la prima volta che dormivo fuori casa e tu, mamma, mi accompagnasti, quasi per incoraggiarmi. Io mi sentivo a metà, fra timoroso ed eccitato per il primo boccone “da grande” che la vita mi faceva assaporare.

M’era toccata una cameretta minuscola, col pavimento di mattoni rossi, di terra cotta, leggermente irregolari. Il letto era di ferro, ed i quattro angoli erano adornati da pomelli d’ottone.
Si era alla fine delle vacanze estive. Dovevano essere i primi di settembre e la città era ancora accalorata.
Mi ricordo di quando risalii in camera dopo la cena e le preghiere. La finestra era aperta e, nel suo vano, si intravedeva, splendente e silenziosa, la luna piena. La sua vista mi affascinò. Richiusi la porta dietro di me, senza accendere la luce. Mi avvicinai e mi sporsi dalla finestra. Era di quelle grandi come una porta, con una ringhiera al posto del davanzale. Era al livello dei tetti e davanti a me il cielo era libero, riempito per intero – questa fu la mia percezione – dalla regale presenza della luna. Avevo l’impressione che mi sorridesse, contenta d’essere oggetto della mia riverente ammirazione. I coppi rossicci, della distesa dei tetti, emanavano ancora il calore del giorno.
La temperatura dell’aria, la bellezza della luna, il silenzio maestoso che ammantava ogni cosa, mi rapirono il cuore. Rimasi incantato, a contemplare quello spettacolo. Il giorno dopo era domenica: non c’era fretta. Potevo restare lì fino a saziarmi.
Mi sentivo invadere l’animo da un sentimento di felicità. Guardavo ora la luna, ora ascoltavo il silenzio, ora godevo della brezza calda che saliva dai coppi. Sensazioni distinte, ma che sentivo come espressione di un’unità, come rivelazione d’una presenza. Era per questa presenza, che sentivo nascere in me un sentimento d’amore, d’attrazione, di simpatia. Rimasi a rallegrarmene, finché fui sazio. Quando mi ritirai dalla finestra per andare a letto, sentii che, pur essendomi allontanato da quella presenza, il suo effetto di felicità persisteva. Me n’ero imbevuto, ne avevo goduto, ma senza aver voluto impadronirmene. L’amavo, ma senza desiderio di possesso. Ora che me n’ero separato, continuavo felice, contento del solo suo ricordo. Mi mancava una sola cosa: sapere il suo nome.
Da sotto i lenzuoli, guardai un’ultima volta verso il chiarore che entrava dalla finestra aperta. Mi stava salutando silenziosamente, amichevolmente, colei che avevo incontrato per la prima volta in modo vero nella mia vita e che, ora, cominciava ad avere chiaramente un nome: notte!



2

Per passare una notte intera a vegliare dovetti aspettare quand’ero alunno di medicina e vivevo allo Studentato delle Missioni. Il vecchio padre Torresani, uno dei più venerandi membri della comunità, fu internato all’ospedale S.Orsola e operato di appendicite acuta in un pomeriggio d’inverno. Il superiore mi chiese di assisterlo in quella notte.
Ero studente del quinto corso, ma avevo poca dimestichezza coi reparti perché stavo cercando di recuperare gli anni, in tutto tre, passati al noviziato e poi a Monza per studiare greco e filosofia. Ero riuscito a mantenermi in pari con l’iscrizione, ma ero indietro di un anno con gli esami e non mi era possibile fare l’interno in un reparto, come tanti miei colleghi. Avevo bisogno di tutto il tempo per seguire le lezioni e soprattutto per studiare a più non posso. Quel servizio notturno fu perciò un’occasione d’oro per conoscere meglio la vita di corsia in prima persona..

Mi presentai alla capo sala di turno, che mi accompagnò gentilmente accanto al padre, in una corsia di sei pazienti. Era ancora assopito dall’anestesia, ma mi salutò con un sorriso.
“Come va?” gli chiesi.
Mi rispose con un cenno del capo, come per dire:”Ce la faccio.”
Rimasi seduto accanto a lui in silenzio. L’infermiera aveva spento le luci del soffitto, ma quelle che filtravano dal corridoio erano più che sufficienti per orientarsi.
Rimasi a guardare i vari malati nei loro letti. Tutti stavano dormendo o, per lo meno, così mi pareva.
Quell’inattività forzata era un’esperienza un poco nuova per me. Fin da ragazzo avevo avuto sempre una vita in movimento. Non mi ricordavo di aver passato qualche tempo fermo senza fare niente, ad aspettare semplicemente che il tempo passasse o ad ascoltare il silenzio. Ero stato, sì, inattivo, a fare code agli sportelli delle poste o del comune, ad aspettare l’autobus, o nella sala d’attesa degli ambulatori, o a riposarmi in un prato con le gambe stanche dopo una lunga salita in qualche passeggiata durante le vacanze. Mi stavo rendendo conto che s’era trattato in realtà appena di intervalli. Quegli spazi vuoti erano stati vissuti come inesistenti, per la mia coscienza, tutta occupata dal prima e dal poi. Erano semplicemente trascorsi, senza scalfire in nulla la mia consapevolezza.
Ora, invece, seduto accanto al mio confratello operato, che stava dormendo, quel mio non far nulla aveva un senso ed un scopo: vegliarlo. La vigilanza mi faceva apprezzare quell’esperienza apparentemente vuota, mi conduceva a prenderne coscienza e ad esplorarla.

Mi misi a considerarne le varie componenti.
Innanzitutto il silenzio. Non un silenzio assoluto ma un silenzio che rendeva possibile l’apparire di rumori altrimenti inosservati ed impercettibili. Rimasi ad ascoltare. Sentivo il respiro profondo e regolare del padre Torresani accanto a me, il rigirarsi nel letto d’un malato nella fila di fronte. Dal corridoio, ogni tanto, giungeva la presenza dell’infermiera che muoveva qualcosa nel carrello delle medicine. Questi piccoli rumori mi parevano come foglie galleggianti su un ruscello tranquillo. Era il silenzio che ascoltavo, o i piccoli rumori? Erano le foglie adagiate sul ruscello o l’acqua che li portava, ciò che m’incantavo a guardare?

Poi il tempo. La sua presenza diventa evidente quando ci sono avvenimenti che lo fanno scorrere. Il rimanere fermo nella sedia, in una stanza di malati che dormivano, mi faceva sentire il tempo come un qualcosa che avesse consistenza per se stesso, un’entità impalpabile e indefinibile che “stava lì”, fermo, eppure reale. Mi chiedevo con quali organi di senso lo riuscissi ad avvertire. Non sapevo rispondere. Era una dimensione della coscienza, una realtà immateriale, eppure evidente, che in certo modo riempiva di sé, insieme al silenzio ed alla semi oscurità, quella notte d’ospedale. Lo comparavo al silenzio, che percepivo col senso dell’udito, alla semi oscurità, colta dalla vista. Era la mia coscienza, sì, nella sua globalità, che lo percepiva presente e che si sentiva contenta ad assaporarlo e a viverlo.

L’infermiera entrò. Controllò le flebo, svegliò un malato per fargli prendere una medicina, registrò alcune cose nel suo quaderno, lo richiuse, infilò la penna nel taschino, afferrò il carrello per spostarlo nella stanza accanto, spense di nuovo le luci ed uscì.

Il padre Torresani si svegliò, si aggiustò nel letto e mi batté con la mano sul braccio, in segno di riconoscenza per la mia presenza. Dopo un po’, capii dal nuovo ritmo del respiro, che si era riaddormentato.
Sentii una voce sussurrata che mi diceva: “Scusi… scusi. Per favore…” e con la mano mi faceva cenno di andargli accanto. Era un uomo anziano, pesante, col respiro rumoroso. “Se fosse così gentile da darmi un po’ d’acqua da bere…” e mi fece cenno ad una bottiglia sul comodino con un bicchiere accanto, su un piattino. Gli versai l’acqua e l’aiutai a bere con una cannuccia che mi indicò.
“Grazie!...Questa notte non riesco a prendere sonno.” Mi parlava con un fil di voce, sussurrando, per non disturbare i vicini. Capii che gradiva che restassi un po’ di tempo a fargli compagnia.
“Sono stato operato all’intestino cinque giorni fa, ma sento ancora molti dolori. Non è la ferita che mi duole, ma il mio male. Me l’ha detto il dottore. Devo avere pazienza; ci vuole il suo tempo.”
Respirò due o tre volte e poi soggiunse: “Sono i pensieri, che non mi fanno dormire. Mia moglie mi ha lasciato due mesi fa. È morta per un tumore. L’ho accompagnata per mesi, avanti e indietro tutti i giorni, da casa all’ospedale. Senza di lei la vita non vale più nulla per me. L’unico figlio che ho, emigrò in Argentina dopo la guerra, con una ditta. L’ha ha conosciuto una brava ragazza e s’è sposato. Ha tre figli già grandi e non torna più. L’ho rivisto solo per la malattia della mamma. Vivo da solo, adesso. Ho la fortuna di avere una nipote che abita nella stessa via e che mi viene a trovare tutti i giorni, qui in ospedale…”
“La capisco”, gli dissi e gli battei colla mano sulla sua. Mi sentivo imbarazzato, senza saper cos’altro dire, ma capii che l’importante non era che io parlassi: ciò che desiderava era qualcuno che lo ascoltasse e lo capisse. Mi trattenei a lungo sulla sedia accanto al suo letto. Ogni tanto mi raccontava qualche piccolo stralcio della sua vita e della sua malattia.

Sentii l’infermiera che era entrata nella stanza accanto.
“La saluto e le faccio i miei auguri. Ora devo tornare dal mio malato.” Ci salutammo con una stretta di mano. “La ringrazio molto per la compagnia. Auguri anche per il suo assistito”

Mi tornai a sedere accanto al padre Torresani. Nel frattempo s’era svegliato e gli raccontai della visita fatta al suo compagno di stanza.
Cominciai anch’io a sentire sonno e mi appisolai sulla sedia. La notte scorreva lenta e silenziosa.
Tentai di scrollarmi il sonno di dosso, alzandomi a fare due passi nel corridoio. Chiesi permesso all’infermiera per andare un momento nel bagno. Ne approfittai per lavarmi la faccia con l’acqua fredda. All’uscita scambiai qualche parola con lei e ritornai al mio posto.
Rimasi a considerare le qualità della notte, in modo speciale la sensazione particolare del tempo fermo, di cui capivo la consistenza autonoma, anche senza avvenimenti che lo facciano scorrere. Tante notti erano trascorse nella mia vita, migliaia e migliaia, e mi accorgevo che non ne avevo vissuta veramente neppure una. Era un’occasione da non perdere e ringraziai il Signore per avermi dato quell’opportunità.
Mentre le ore passavano, avevo la sensazione che la notte fosse interminabile.
Ad un certo punto cominciò del movimento nel corridoio. Erano venute le donne delle pulizie per mettere in ordine l’infermeria prima del mattino.
Ormai si era vicini all’alba.
Entrarono un’infermiera ed una inserviente per pulire i malati, rifare i letti, riassettare la stanza. Io uscii e mi fecero sedere nel refettorio. Passò il medico di ronda per sapere se c’era qualche paziente che avesse bisogno del suo intervento. Si fermò un poco a parlare con me, chiedendomi che anno di facoltà facevo e cosa pensavo di questo o quel professore. Lui era contento della scelta fatta d’essere medico e cominciava ad avere le prime soddisfazioni professionali. La vita però era dura per gli assistenti di primo pelo come lui: molto da sgobbare e poco da guadagnare. Tutto sommato, però, mi disse che ne valeva la pena. “Lo vedrai anche tu, a suo tempo!”

Erano cominciate le attività del mattino presto, prelievi del sangue per gli esami, iniezioni, pillole, raccomandazioni.
In un attimo la notte finì; le prime luci del giorno stavano entrando dalle finestre. M’era sembrata tanto lunga, ed ora che finiva, capivo che non era poi così vero. Era lunga e corta, al tempo stesso, misteriosa e semplice, difficile da descrivere e definirla, ma viva e bella da essere vissuta.

Mentre tornavo a casa in bicicletta, nell’aria gelida del mattino d’inverno, incrociavo la folla numerosa e variopinta di coloro che andavano al lavoro. Non li invidiavo per le ore di sonno di cui avevano potuto godere; mi sentivo invece un privilegiato per l’occasione che avevo appena ricevuto e mi sarebbe piaciuto poter fermarmi per dire loro che non sapevano cos’avessero perso!



3


Stavo per cominciare l’ultimo anno di teologia ed a Bologna si celebrava il congresso eucaristico nazionale. Mi ricordo ancora, dopo tanti anni. l’impressione che mi facesti tu, mamma, quando mi dicesti in confidenza che aspettavi quell’avvenimento con gioia, non solo perché eri devota dell’eucaristia, ma anche perché ti riaccendeva un bel ricordo della tua gioventù: quando ti sposasti e venisti ad abitare con babbo a Bologna si celebrò pure in quell’anno, nella nostra città, il congresso eucaristico nazionale.

Si era nella seconda metà di settembre e per un sabato sera era prevista una veglia di preghiera a San Michele in Bosco. Il pomeriggio precedente era dedicato ad incontri e festa coi ragazzi dell’Azione Cattolica a Villa Revedin, il seminario diocesano, che disponeva di un piccolo parco, molto adatto allo scopo. Partecipai anche a questa parte e mi piacque molto, perché mi diede l’occasione di rivedere molte persone dell’ambiente giovanile, colle quali avevo lavorato negli anni della mia adolescenza. Al tramonto ci fu una cena all’aperto sotto gli alberi e con falò, molto suggestiva, che fece da cerniera tra il pomeriggio di giochi e la notte di preghiera.

La veglia aveva inizio alle 21,30 ed era presieduta da Don Giuseppe Dossetti e dai suoi confratelli.
I ragazzi tornarono a casa e noi più grandi andammo in chiesa. Era già quasi piena, ben illuminata e con molte sedie accanto ai banchi.
Il programma era di vegliare tutta la notte e mi parve di cogliere questa determinazione come un tacito impegno da parte di ognuno dei presenti. Si cominciò con il canto della compieta in latino con la melodia gregoriana, che tanto mi aveva affascinato nei miei primi anni di vita religiosa. Mi par di sentire ancor adesso l’intonazione dell’ebdomadario rivolto al celebrante con un profondo inchino: “Iube, Domne, benedicere!” ed il celebrante rispondere col canto, mentre faceva il segno della croce: “Noctem quietam et finem perfectum, concedat nobis Dominus Omnipotens”.
Divisi in due cori cantammo la compieta dopo i primi vespri della domenica. Un canto pacato, sommesso, che invitava all’intimità con Dio, celebrato come presente.

La veglia mi pareva che fosse cominciata alla grande. Ci sedemmo per ascoltare l’introduzione alla celebrazione della vigilia. Si sarebbe seguito lo schema dell’ufficio delle letture “more antiquo”, secondo lo schema prolungato che per secoli era stato celebrato dalla chiesa in tutto il mondo.
Di nuovo, tutti in piedi si ricominciò col canto, questa volta però in italiano, con melodie più orecchiabili, accompagnate dall’organo.
Furono cantati tre salmi e poi ci fu una lettura dell’Antico Testamento. Si alzò un confratello di Don Dossetti, della comunità di Monteveglio, per farne il commento. Fu un commento profondo ed in certo senso minuzioso, senza nessuna preoccupazione di essere succinto: si stava o no facendo una veglia di tutta la notte?
Seguì un tempo consistente di silenzio, di riflessione e di interiorizzazione. Ci fu poi una seconda lettura di un padre della chiesa dei primi secoli. Ci si alzò in piedi per cantare dei responsorii e poi fu intonata una nuova serie di tre salmi, seguiti da una lettura dell’Antico Testamento e da un’altra omelia, fatta da un altro sacerdote. Anche questa volta fu un commento approfondito e senza fretta della parola di Dio.
Lo schema continuava allo stesso modo: di nuovo un silenzio, poi lettura patristica, responsorii, salmi, nuovo brano della scrittura, omelia, silenzio, lettura patristica responsorii e così via.

Mi accorgevo che il momento delicato veniva nel tempo di silenzio. La stanchezza della giornata prolungata e ed il sonno cominciavano ad avere il sopravvento sulla decisione, che all’inizio della veglia mi pareva di aver colto in tutti i partecipanti, di fare una veglia di tutta la notte.

Eravamo entrati ormai nelle prime ore della domenica e quando ci fu la terza o quarta omelia non riuscii più a seguire il filo del pensiero e cominciai a sentire la voce sempre più suono e sempre meno parola.
Mi svegliai quando sentii i miei vicini alzarsi in piedi per i responsorii. Approfittai del movimento per cercare di scacciare il sonno e recuperare la decisione di fare una veglia per tutta la notte. Durante il canto degli altri salmi mi appisolai di nuovo e questa volta mi accorsi che non ero l’unico a cedere alla stanchezza ed al sonno.
Guardai l’orologio: erano si e no appena le due. Presi coscienza che un fatto nuovo era accaduto: il sonno ormai aveva bisogno di essere lasciato agire. Ben pochi riuscivano a sottrarsi alla sua vittoria. Nella mia logica di giovane che non aveva mai fatto una veglia, cominciai a pensare che don Dossetti avrebbe dovuto avere il coraggio di prendere atto che ormai non aveva più senso stare lì a combattere col sonno, senza devozione e senza attenzione. Come poteva far piacere al Signore quella nostra strana forma di preghiera di lotta?
Don Dossetti però, ed ora lo posso anche capire, dopo tanti anni, non alterò il programma ufficiale del congresso eucaristico nazionale che aveva deciso ufficialmente una veglia di preghiera fino all’alba.
Erano secoli che la chiesa faceva così e penso che anche nel primo millennio i cristiani fossero vinti dal sonno come lo eravamo noi. Nella sua - imperscrutabile per me – sapienza millenaria, la chiesa riteneva che avesse un senso vegliare e pregare “nonostante tutto”, fino all’alba. C’era, mi par di capire adesso, da tener presente la considerazione che la veglia non era appena un atto interiore, che aveva senso solo nella misura in cui la coscienza si manteneva vigile e attiva, ma un atto di testimonianza pubblica, una prova di fede oggettiva, collettiva, della sposa che attende il suo sposo “finché non arrivi”e che crede che sia reale la beatitudine per quei servi che saranno trovati vigilanti se il padrone tornerà nel mezzo della notte, o sul finire dell’ultima vigilia, prima dell’alba, come accadde quando si avvicinò alla barca degli apostoli camminando sulle onde come un fantasma.

A quel tempo però non capii queste considerazioni e mi dispiace ricordare che non seppi vincere la delusione verso Don Dossetti che non aveva avuto l’onestà di riconoscere che se tutti dormivamo, era meglio finire per aver raggiunto il limite estremo e tornare a casa.

Debbo però vantarmi che, nonostante tutto, non volli seguir l’esempio di alcuni onesti e coraggiosi fedeli, che si alzarono ed uscirono.
Mi chiedo ancora se fu rispetto umano restare fino alla fine oppure se fu un’adesione, anche se oscura e poco cosciente, alla decisione della sposa di restare ad attendere, nonostante il crollare dal sonno.

Mi svegliai del tutto solo al ritorno in bicicletta, scendendo per la strada di San Michele in Bosco nell’aria fresca delle cinque del mattino.
Quando varcai il cancello dello Studentato, il cielo si stava schiarendo e mi accorsi che la notte si stava congratulando con me per averla accompagnata fino alla fine. Avvertii una gioia profonda e sentii nascere la consapevolezza che l’amicizia tra la notte e me sarebbe stata destinata a non finire più…


4

Il 28 luglio 1970 è una data indimenticabile per me. In quel giorno partii per l’Africa per la prima volta, anzi, più esattamente, fu in quella notte!
Arrivai a Roma in treno, nel primo pomeriggio, da solo, dopo avervi salutato alla stazione di Bologna. Mi sono restate negli occhi le vostre figure sulla banchina della stazione, colle mani alzate a salutare fin quando la prima curva dei binari ci sottrasse alla vista reciproca.
Alla stazione Termini andai all’ufficio dell’Alitalia, dove mi avvisarono che il volo era stato anticipato di alcune ore. Avevo fatto bene a seguire il tuo consiglio, babbo, di arrivare con un buon anticipo, com’era nella tradizione della nostra famiglia. Ebbi tutto il tempo di godermi la strada per arrivare in corriera a Fiumicino. Mi presentai al banco della Compagnia, dove ricevetti un’accoglienza simpatica e mi sentii incoraggiato, poiché quello era il mio primo volo all’estero, e non sapevo nulla di “come si fa”. Avevo allora ventott’anni e la mia palese giovinezza doveva generare benevolenza nel personale di terra. In quegli anni non era ancora cominciata la moda dei giovani che volavano in tutto il mondo.
Feci il check-in delle valigie con calma e cercai un telefono pubblico per darvi mie notizie e rassicurarvi che ero arrivato a Fiumicino ed avevo già consegnato i bagagli. Foste molto contenti di sentire la mia voce e colsi la vena d’emozione per il figlio che partiva per la prima volta per una meta così lontana.

Feci un giro di riconoscimento dell’aeroporto e entrai alla tavola calda per mangiare qualcosa, secondo la vostra raccomandazione.
Mi sistemai poi sulle poltroncine in attesa di essere chiamato per la sala d’imbarco.

Ad un certo punto mi sentii chiamare per nome. Mi girai sorpreso. Era il nostro antico parroco di San Carlo, don Eugenio, che ora viveva con la vecchia sorella a Roma. Aveva saputo della data e dell’ora del volo ed aveva pensato di farmi una sorpresa. Ne fui molto contento. Rimase con me circa un’ora e poi, quando chiamarono i passeggeri per Nairobi, dove facevo il primo scalo, mi salutò commosso e mi diede la sua benedizione. Era stato lui a battezzarmi appena nato, ed ora voleva darmene quasi un prolungamento che mi servisse di viatico nella vita di missione.

Ci fecero salire subito sull’aereo e mi toccò un posto vicino al finestrino. Ne rimasi contento, emozionato per poter vedere dall’alto un po’ d’Africa per la prima volta.
Osservavo e gustavo i preparativi con attenzione, assaporando la gioia della primizia.
Tutto era sistemato, gli sportelli sulla testa, chiusi, le cinture allacciate, ma l’aereo non si decideva a partire. I passeggeri più anziani cominciarono a girarsi e rigirarsi, ed io mi resi conto che un’attesa così prolungata non era normale.
“Attenzione! Qui è il comandante che vi parla. Sono spiacente di informarvi che si sono riscontrate anomalie e dobbiamo fare alcuni controlli per la sicurezza del volo. Debbo chiedervi di scendere dall’aereo ed attendere a terra. Siete pregati di portare con voi i vostri bagagli a mano”.

Ci fu un mormorio di disappunto, ma tutti ci alzammo ed ognuno riprese le sue borse e sacchetti e scendemmo dall’aereo.
A terra ci misero in una sala d’attesa riservata. Dopo un po’ un’hostess ci informò che la Compagnia aveva deciso di cambiare aereo e che lo stavano conducendo sulla pista. Ci voleva appena ancora qualche minuto di pazienza. Debbo dire che questi imprevisti contribuivano a farmi sentire una certa euforia, per aver potuto provare subito, al primo volo, l’emozione di imprevisti e contrattempi.
Aspettammo fin dopo la mezzanotte. Ad un certo punto si sparse la voce che stavano togliendo il cellophane dai sedili e che l’operazione richiedeva abbastanza tempo. Un aereo più nuovo di così!...

Il secondo imbarco fu più rapido, perché ognuno già sapeva in che punto dell’aereo era il suo posto.
Ormai il sonno stava avendo il sopravvento e mi accorsi che la curiosità di vedermi il film annunciato era sparita. Apprezzai, invece, in modo speciale la cena. Il rituale del carrello con le hostess che porgono il vassoio e poi che chiedono cosa si vuole da bere mi aveva affascinato. A riviverlo ora, nel ricordo, mi par di capire che una componente importante del mio entusiasmo era stimolata da un appetito che, sopito da tutte quelle ore di attesa, s’era improvvisamente ringalluzzito alla vista dei preparativi della cena in aereo. La disposizione del cibo nei vari tipi di vaschette e poi i pacchettini del burro, dei crackers, le confezioni di marmellata, le posate di metallo avvolte in un tovagliolo, la salvietta profumata per pulirsi le mani prima di cominciare, tutte queste cose me le ricordo ancora una per una, con la gioia della novità e l’entusiasmo del primo volo.

La cena mi fece passare il sonno. Aprii timidamente lo scuretto del finestrino per cercare di vedere il cielo stellato. La luce all’interno non permetteva di vedere nulla. Richiusi con una certa delusione.
L’appetito mi aveva fatto terminare in fretta e così mi rilassai sul sedile per lasciarmi penetrare dall’atmosfera del volo, come se stessi ascoltando un concerto. Mi lasciavo invadere da tutte le sensazione, dai suoni, dal morbido della poltroncina, dalle luci, dai movimenti delle hostess e dei passeggeri. Poi scesi più in fondo a me stesso, per prendere possesso con tutta la consapevolezza che quella era la mia partenza per le missioni. Il momento tanto atteso e sognato era arrivato.
Mi trovavo nel mezzo della notte, nel mezzo del cielo, in un punto imprecisato sopra il suolo africano, nel mezzo di un viaggio che non avevo mai assaporato prima.
Era come se fosse la notte antecedente all’alba del primo giorno della creazione. Il giorno che stava per cominciare non lo sapevo immaginare: stava per essere creato in quel momento!

Mi venne voglia di pregare. Era giusto l’ora della compieta.
Cercai a tatto, colle mani, nel sacchetto che avevo sotto il sedile, finché riconobbi il mio breviario. Se quello era il primo giorno della creazione dovevo recitare la compieta del primo giorno, vale a dire, della domenica.
Consegnai il vassoio della cena alla hostess, che stava passando ed aprii il breviario sul tavolinetto dello schienale davanti a me. Trovai la pagina e misi il capo fra le mani, per concentrarmi. Ero cosciente che quello era un momento supremo, simile alla notte di Salomone a Gabaon, quando consacrò nella preghiera l’inizio del suo regno e Dio gli apparve per suggerirgli di chiedere ciò che volesse in dono. Salomone chiese la sapienza e la ebbe in abbondanza. Io non avevo nulla da chiedere, ma solo il desiderio di offrire nella preghiera la primizia della mia vita.
Cominciai la recita del salmo 90 e dalle prime parole compresi che stavo leggendo come un oracolo di Dio su di me:

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
E dimori all’ombra dell’Onnipotente,
di’ al Signore: «Mio rifugio mia fortezza,
mio Dio, in cui confido».

Questa era esattamente la mia preghiera. Non una richiesta, ma un affidamento.
I versetti seguenti erano come la risposta, o la promessa, che Dio mi faceva per l’avventura che in quella note aveva il suo inizio.

Non temerai i terrori della notte,
né la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

Mi piaceva il simbolismo usato per elencare pericoli e paure: quella lista poetica mi pareva che non lasciasse fuori nulla.

Darò ordine ai miei angeli
Di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno
Perché non inciampi nella pietra il tuo piede.

Camminerai su aspidi e vipere,
schiaccerai leoni e draghi.

La sollecitudine di Dio! L’avevo già conosciuta e sperimentata molte volte. Mi piaceva particolarmente l’attenzione degli angeli perché non inciampassi: non avrebbero ritirato le pietre dal cammino, avrebbero fatto in modo che non ferissero il mio piede. Il realismo continuava ancor più drammatico e senza veli: aspidi e vipere, leoni e draghi li avrei potuto incontrare, ma non mi potevano nuocere.

Lo salverò perché a me si è affidato.
Mi invocherà e gli darò risposta;
presso di lui sarò nella sventura,
lo salverò e lo renderò glorioso.

Bella, questa finale in terza persona, come se Dio si rivolgesse all’assemblea, per proclamare a tutti le sue intenzioni su di me.

Tornai a leggere il salmo e poi ancora, versetto per versetto. Ero consapevole che era come una promessa che Dio mi faceva. Era l’abbraccio con cui mi consacrava a questa vita.
Mi addormentai senza accorgermene, sul breviario aperto.

Ancor oggi non posso non rivivere il contesto indimenticabile in cui ricevetti quell’abbraccio: mi fu dato nel cuore della prima notte della creazione, in mezzo ad un cielo che, nonostante tutto, era pieno do stelle, anche se non mi era stato possibile vederle…


5

Carissimi babbo e mamma,
in quel primo anno d’Africa arrivò ben presto la notte di Natale.
Mi trovavo a Kalongo, in Uganda, nell’ospedale del padre Ambrosoli. Ero arrivato lì a suo invito, per imparare da lui le basi della chirurgia. Alloggiavo in una delle due o tre casette degli ospiti, in cima al prato, nella parte più alta della missione.
Kalongo era una località in mezzo alla savana, in una sconfinata distesa di prateria punteggiata da acacie e da molti altri alberi piuttosto bassi colle fronde disposte ad ombrello. C’era una grande roccia, alta forse un centocinquanta metri, che sovrastava la missione e l’ospedale. Alle sue basi nasceva una sorgente, che assicurava la vita a tutte le creature che vivevano nei dintorni.

Il padre Ambrosoli aveva fondato e costruito materialmente l’ospedale a cominciare da sedici anni prima. Nel periodo che vi restai, erano in cantiere ancora ampliamenti e ammodernamenti.
I letti erano circa trecento e vi era pure una scuola per ostetriche, riconosciuta dal Governo e molto stimata nel paese.

I medici fissi erano il padre Ambrosoli e don Donini, che si dedicava ai malati di lebbra ed alla pediatria. Lungo tutto l’anno passavano per qualche settimana vari medici amici che sollevavano un po’ dal lavoro i due veterani.
Per Natale eravamo in cinque ad essere presenti nelle casette degli ospiti. C’era un pediatra veronese, un chirurgo plastico milanese e due studenti di medicina di Napoli, oltre a me. Eravamo tutti lì per la prima volta e, tranne il pediatra, debbo dire che non eravamo di molto aiuto. Io ero l’unico presente con l’intento dichiarato di essere venuto per imparare. Avevo a disposizione un anno, per apprendere tutto quello che fosse possibile di chirurgia.

Per tutti noi quello era il primo Natale d’Africa ed il primo Natale fuori del nostro ambiente. I padri e le suore furono molto simpatici nel farci sentire il calore della festa, anche se così differente dall’usuale. Ci fu la cena di Natale in casa dei padri e poi la messa di mezzanotte nella chiesa della missione.
Per l’occasione ci vestimmo con solennità: io col clergyman ed i miei collegi con giacca e cravatta.

Dopo la cena passammo un tempo prolungato a passeggiare nel vialetto tra le case della missione e l’ospedale.
Il buio della notte era quasi assoluto. Il cielo era senza luna e le stelle dell’equatore brillavano di una luce straordinaria sulle nostre teste. Dopo i primi scambi di parole, regnò ben presto il silenzio: l’attenzione era attirata, potentemente, dalle stelle e dalla meraviglia che la loro contemplazione suscitava in noi. Non erano solo stelle del cielo, erano le stelle dell’equatore e della notte di Natale. Colsi acutamente la mia posizione in quel cantuccio di terra sperduta, lontana da ogni contatto. Forse quel cielo non era molto dissimile da quello che doveva brillare su Betlemme duemila anni fa.

Prendeva consistenza in me la qualità spirituale di quel cielo, il suo significato, in relazione a me ed alla mia vita. Era il cielo sotto il quale il Verbo s’era fatto carne, il cielo della sua prima notte sulla terra, era il cielo del primo Natale della mia vita missionaria. Mi sentivo vicino a voi, babbo e mamma, per i legami dell’affetto e dello spirito, ed al tempo stesso mi sentivo lontano, solo, anche se in certo modo inviato da voi, ma, fondamentalmente, solo. Una solitudine singolare, non di abbandono ed isolamento, ma di protagonista. Per la prima volta mi accorgevo che quello non era il luogo del mondo dove io mi trovavo, non ero io ad essere in un luogo del mondo, era il mondo che quella notte si trovava dove ero io, e quelle stelle erano venute per farmi visita!


6

Ed ora, carissimi, lasciate che vi parli della luna…
La luna sta nel cielo e, pur occupandone solo un punto, lo riempie di sé. La sua presenza non è appena fisica o, come dire, geografica. La luna riempie di sé anche la notte, che è ben di più di un semplice spazio, come lo è il cielo. La notte ha una dimensione spirituale, ha una consistenza propria, si impone allo spirito, la notte è una presenza, anzi, più di una presenza. La notte è una creatura, dotata di una sua personalità e di un suo fascino caratteristico.

Fu proprio a Kalongo che cominciai a frequentare la notte, come si frequenta una persona amica. I pomeriggi erano corti e subito si faceva buio. La vita in ospedale continuava ancora un poco e poi si concludeva rapidamente, perché Kalongo era in mezzo alla savana e la luce del generatore durava solo due o tre ore. La maggior parte dei malati non aveva mai visto la luce elettrica prima del loro ricovero e per loro la notte, quando arrivava, poneva fine al giorno, com’era sempre stato da che mondo è mondo e com’era naturale che continuasse ad essere. Si accendevano fuochi di bivacco nei dintorni dell’ospedale, dove si erano sistemati i parenti dei malati, ma ben presto si spegnevano, perché la legna, nella savana, è un bene troppo prezioso per sprecarlo a far fuoco solo per rimanere a conversare.
La cena terminava alle sette e mezzo e poco dopo ci separavamo dai padri per andare subito a sederci davanti alla nostra casetta in cima al prato. La facciata era rivolta ad oriente e nelle ultime fasi della luna crescente, essa era già accesa e silenziosa di fronte a noi, sempre più bassa sull’orizzonte, fino a quando il suo spuntare dalla savana, avveniva in quell’ora in cui stavamo seduti a guardare il cielo.
La luna, col suo continuo trasformarsi, scandiva lo scorrere del tempo, mentre la notte ne sottolineava la continuità. La luna a volte c’era e a volte non c’era, mentre la notte non mancava mai!
Dopo la fine d’anno i miei colleghi partirono ed io rimasi solo ad abitare nella casetta. Ero entrato nella fase attiva dell’apprendimento della chirurgia e quando c’erano delle urgenze in ospedale, il padre Ambrosoli mandava a chiamare anche me, per non farmi perdere nessuna occasione per imparare.
L’infermiera veniva a battere alla finestra, colla lanterna a petrolio in mano, mi diceva dove ero chiamato e poi mi precedeva. Mi alzavo in un battibaleno, tutto eccitato e contento per l’evento inatteso. Quando aprivo la porta mi aspettava lo straordinario spettacolo della notte africana davanti a me! Il prato della casa era in discesa, e l’uscio si apriva su una specie di marciapiede rialzato che si proiettava in avanti e situava la casa in una posizione elevata, rispetto a ciò che c’era d’intorno. La prima cosa che lo sguardo abbracciava era il cielo stellato, che sembrava salire direttamente dall’orizzonte, non ostacolato da nulla, fino a perdita d’occhio.
Tutto era cielo, tutto era orizzonte, tutto era silenzio, tutto sembrava aspettarmi per dare il ben tornato, dopo il saluto della buona notte. Ogni volta era una sorpresa differente: le stelle si erano spostate nelle ore di sonno ed ora appariva un cielo inatteso, nuovo, mai sospettato, che mi mandava un messaggio di allegria, vestito di buio, di aria frizzante e di silenzio, mentre in fretta mi dirigevo verso il recinto dell’ospedale. Camminavo da solo, senza fare rumore, ma solo non ero. Mi faceva compagnia una gioia impalpabile, sottile, che nasceva da una presenza d’amicizia. Era la notte, che col suo amore di dilezione mi rallegrava, come sa fare un fiore, che anche senza essere visto, col suo profumo sa farsi presente nel buio più fitto.



7

C’è nella mia memoria un altro ricordo indelebile del primo anno passato in Uganda. È quello della mia prima notte in Karamoja. È questa una provincia al confine col Kenya, abitata da una tribù di allevatori di bestiame, seminomadi, che si accampano in villaggetti di meno di cinquanta metri di diametro, totalmente delimitati da una barriera di rami spinosi intrecciati. Vi si può entrare solo attraverso un’apertura bassa che si deve varcare camminando sulle mani e sui ginocchi.

Era la prima Pasqua in Africa ed il padre Ambrosoli aveva invitato a passare tre giorni di vacanza in quella regione così differente dalla nostra, me ed il padre Manolo Grau, più vecchio di due anni, spagnolo e medico pure lui. Era arrivato da due mesi ed era destinato a Kitgum, un ospedaletto a metà strada fra Kalongo e Gulu. Aveva già una certa esperienza a operare ed era con noi per una introduzione integrale al modo di trattare i malati negli ospedali di missione in Uganda.
Partimmo il sabato santo al mattino presto con la 124 fiat del padre Ambrosoli. A quel tempo le strade di terra erano ben tenute e si poteva viaggiare tranquillamente con una vettura da città. La missione a cui eravamo diretti distava poco più di 250 km.
Il viaggio fu buono ed interessante: era bello viaggiare sotto il cielo sereno in quelle strade deserte, in mezzo alla savana, essa pure deserta. L’orizzonte si manteneva visibile in tutte le direzioni, accompagnato da violacei profili di monti lontanissimi.
Era la stagione secca e l’erba sul ciglio della strada era avvizzita. Quando entrammo nel Karamoja notammo il cambiamento del panorama. L’erba era di un altro tipo e non c’erano più le acacie ed altri alberi ad ombrello. Si vedevano solo dei bassi gruppi di rovi ed altre piante spinose, molto basse, sparse qua e là nella pianura leggermente ondulata.

Arrivammo nel tardo pomeriggio, dopo varie soste per salutare padri e suore delle varie missioni incrociate lungo il cammino. Le casette bianche erano visibili già da grande distanza in quell’immensa pianura. Fummo ricevuti con molta cordialità e, subito, la suora che dirigeva il dispensario ci portò a vedere un ragazzino, dalla pancia grossa e colle gambe gonfie, che respirava a fatica, seduto rannicchiato su una stuoia colla testa appoggiata sui ginocchi. Aveva un forte soffio cardiaco e si vedeva che stava lottando per la vita. Non avevamo portato con noi nessuna medicina e chiedemmo di poter visitare il ripostiglio dei farmaci del dispensario. Per fortuna c’era qualche scatola di furosemide e di digossina.
In un istante era scesa la notte. Non c’era generatore d’elettricità. La suora andò a prendere due lampade a petrolio. In quella tenue luce preparammo un’iniezione di quei due farmaci da fare in vena e praticammo l’iniezione. Restammo accanto al malato, seduti tutti e tre sulla stuoia, scambiando qualche impressione di speranza perché il cuore ce la facesse a riprendersi. Il padre del ragazzo ci osservava in silenzio, seduto su una specie di seggiolino piccolissimo, che gli uomini Karimojong portano sempre con sé.

Era la notte di Pasqua e nella chiesetta della missione si sarebbe celebrata la veglia. I cristiani erano appena un gruppetto ed erano già tutti seduti in attesa.
Sopra le teste splendeva la luna piena di Pasqua. La liturgia cominciò poco dopo la cena. Non era necessario aspettare oltre: la notte era già piena.
Assistetti all’accensione del fuoco senza fiammiferi, ottenuto facendo girare tra le palme delle mani un bastoncino dentro un foro in una canna secca. Guardai estasiato quella meraviglia. Per me era una grande novità, mentre invece era forse il più antico dei riti della terra, trasmesso di generazione in generazione dagli albori dell’umanità. Una scintilla o due sulla paglia secca, qualche soffiata colla bocca tra le mani, e poi la prima lingua di fiamma prese corpo sotto i miei occhi.
Si andò avanti ancora per un pezzo, finché i rami secchi non cominciarono ad ardere con forza fino a formare braci da mettere nel turibolo e con una pagliuzza fu acceso il cero pasquale.
Anche P. Manolo ed io ci eravamo preparati con alba e stola, per concelebrare. Naturalmente la liturgia era in lingua locale, per entrambi sconosciuta. Avevamo in mano un opuscolo ciclostilato col rito della veglia in karimojong, preparato dai missionari comboniani negli anni precedenti. Ci sarebbe servito per pronunciare le parole della consacrazione insieme al celebrante principale. Ci eravamo esercitati prima dell’inizio, per dieci minuti, per riuscire a pronunciare in modo accettabile quelle parole di una lingua sconosciuta.

La chiesa era piccola e non c’era altra luce che quella delle candele e della luna piena, che si infiltrava attraverso le finestre aperte e la porta del fondo.
Celebrare la veglia di pasqua era sempre stato per me un avvenimento importante, anno dopo anno, fin da quando vi andavamo tutti insieme, nella nostra parrocchia di san Carlo. Quel contesto così diverso e insperato mi riempiva di contentezza. Mi sentivo fortunato a celebrare la prima pasqua d’Africa in quel modo.

Quando uscimmo di chiesa la luna era già alta nel cielo. Con padre Manolo e la suora andammo al dispensario, per vedere come stava il nostro malato. Aveva urinato molto ed ora sembrava respirare meglio. S’era sdraiato e dormiva su un fianco. Un’altra contentezza si univa alla prima: quella notte era destinata ad essere da me ricordata per sempre!

Prima dell’alba cominciò a piovere ed al mattino presto il cielo era gonfio di nubi. Avevamo combinato con la suora di trovarci alle sei al dispensario per la seconda iniezione di furosemide e di digossina. La suora era già là ed aveva lavato il ragazzino. Era sveglio e negli occhi c’era un sorriso di soddisfazione. Non erano necessarie parole per spiegarsi.
Tutto era pronto e trovammo la vena con facilità. Quel miglioramento si adattava bene con la resurrezione di Gesù e ci fece passare una pasqua di gioia speciale.

Partimmo la mattina seguente: ormai il piccolo paziente sembrava aver superato definitivamente la crisi. Il tempo s’era rischiarato e le nuvole correvano in un cielo senza ostacoli. Eravamo soddisfatti e prendemmo la via del ritorno allegramente. Anche la natura sembrava sorridere nell’aria scintillante del mattino. Con sorpresa notammo che l’erba lungo il ciglio della strada era, nel frattempo, diventata tutta verde!


8

Nel Karamoja, carissimi, vi tornai ripetutamente. Una di queste volte fu in occasione dell’epidemia di colera, e vi restai alcune settimane, a prestare servizio nell’ospedaletto di Matany. Ve ne parlo perché questa provincia m’è restata nel cuore, indimenticabile per il suo panorama aperto e senza ostacoli, che mi trasmetteva un sentimento impalpabile di libertà e di felicità, per la sua gente così singolare, dai costumi ancestrali, e così nobile nel portamento. Il ricordo più bello è che, durante il mio servizio al tempo del colera, nacque in me l’attrattiva per lo scrivere. Fu lì a Matany che sentii la prima ispirazione e chiesi a fratel Pedralli, impegnato come architetto e capo mastro nella costruzione dell’ospedale, se poteva regalarmi un quaderno, perché volevo cominciare a scrivere. Mi diede un quadernino delle elementari, con la copertina appena più spessa delle pagine, con la dicitura School, Name, Class.
Il suo aspetto mi piacque e fu con molto gusto che cominciai a scrivere “I Racconti del Colera”, i miei primi ricordi.

In uno di questi viaggi per andare là, dovetti fermarmi una notte in una missione sul cammino. Aveva un nome bellissimo: Morulém. Arrivai che era già buio. Mi dettero una stanza e mi avvisarono che mancava ancora più d’una ora per la cena. Presi la lampada a petrolio ed andai a sedermi in chiesa. Era deserta e buia. Accanto al banco dove mi sedetti c’era una bibbia. L’aprii a caso al libro di Ruth. Sistemai la candela sull’inginocchiatoio del banco davanti e cominciai a leggere. Il racconto era particolarmente bello e poetico. Un inno alla grazia ed alla semplicità dell’amore di Ruth per la sua suocera Noemi, rimasta senza i due figli. Come nuora, anch’essa senza figli, non aveva voluto abbandonarla ed erano tornate insieme in Giudea, a Betlemme, da dove erano emigrate al tempo della carestia.
Povera com’era, s’era messa a spigolare in un campo di orzo, dietro i mietitori, col diritto che la Thorà assicurava ai poveri che non avevano altro sostentamento. La vede il padrone Booz, suo lontano parente, che l’invita a trattenersi fino alla fine della mietitura. Nel frattempo si fa raccontare la sua storia e scopre di avere il diritto di prenderla in moglie come parente più prossimo, per dare una discendenza al defunto suo marito. Fra i due nasce l’amore, si sposano ed il bambino che viene al mondo sarà chiamato Obed, il nonno paterno di Davide e quindi Ruth diventa antenata del Messia.
Storia incantevole, bella come una fiaba. La leggevo adagio, gustandola e fermandomi ad assaporarla, qua e là. Nelle soste la coscienza si allargava, mi lasciavo invadere dalla sensazione della notte intorno. La missione pareva deserta, un silenzio assoluto regnava nel buio senza luna che avvolgeva ogni cosa. La notte s’infilava in chiesa, tra i banchi. Nel suo seno c’erano appena due piccole isole: la mia lampada ed il cero rosso che ardeva davanti al tabernacolo. Mi sembrava che il tempo si fosse fermato e che il mondo fosse sparito. Esistevo appena io, nella notte, ed il Signore, dentro il tabernacolo. Il mondo era tutto lì, ed il prima e il poi non li sentivo più. Una sensazione di assoluto, che mi affascinava e che avrei voluto non finisse più.
E difatti nella mia memoria non è rimasta traccia della fine. Il suo ricordo si ferma lì, ed ho l’impressione che quella notte non sia finita mai, che continui ancora adesso, nascosta nelle pieghe del mio spirito, capace ancora di darmi pace e felicità, ogni volta che si rifà cosciente alla memoria!


9

Carissimi babbo e mamma, i primi anni d’Africa cominciavano a lasciare traccia nel mio spirito.
Avevo cominciato a scrivere racconti di vita vissuta, col desiderio di ricordare e di far parte del mio mondo interiore a chi volesse avvicinarvisi. Ogni tanto mi sentivo ispirato a scrivere una poesia, e molto spesso chi me l’ispirava era la notte.

La prima di tutte nacque senza parole sul terrazzo dei cappuccini a Mocuba. Ero loro ospite nei due mesi che vi passai per introdurre il gruppo di medici coreani del nord al mio posto in ospedale. Io ero stato trasferito a Songo ed avevo ceduto loro la casa, dove avevo vissuto per un anno e mezzo con Fr. Giuseppe Meoni. La loro venuta mi aveva sollevato da un peso che stava diventando eccessivo per me. Essere l’unico medico nell’ospedale di Mocuba esigeva una dedicazione senza pause, giorno e notte, sempre. In quei due mesi, con l’alleggerimento dell’orario, cominciai a poter dare i primi piccoli morsi al tempo libero. Quando ritornavo alla sera mi piaceva salire sul terrazzo della casa dei cappuccini. Dall’alto si poteva godere un grande giro d’orizzonte ed era particolarmente bello assistere al passaggio dalla sera alla notte. Non era necessario avere a disposizione molto tempo: una volta tramontato il sole, veniva buio in fretta. Era uno spettacolo sempre differente: dipendeva dal punto del cielo in cui si trovava la luna, ogni sera più ad oriente ed ogni sera più rotonda. C’era un silenzio sovrano, là in cima al terrazzo. Non circolavano macchine in quella zona e gli uccelli smettevano di cantare dopo il tramonto del sole. In genere mi trattenevo poco, fino all’ora dei vespri in cappella, prima della cena.
Una sera mi chiamarono all’ospedale per un’urgenza e ritornai che era già notte. In casa nessuno era più alzato. Mangiai un boccone in fretta perché mi aveva preso un desiderio improvviso, quasi un bisogno fisico, di salire sul terrazzo per godere, senza fretta, del cielo stellato ed ascoltare da solo, indisturbato, il silenzio e la pace della notte africana. Il motore del generatore della cittadina era già spento e la notte era piena.
Mi pareva che le stelle si potessero toccare ed ebbi l’impressione che mi stessero ad aspettare. Le salutai con amicizia e percepii la causa della loro gioia al vedermi: se nessun essere pensante le guardava e se ne rallegrava, a che serviva il loro brillare nel cielo tutta la notte? Quando mi sembrò d’essere rimasto lì abbastanza perché ne fossero più che contente, mi accinsi a discendere. Se non ché, mi accorsi che sopra i boschi che chiudevano l’orizzonte ad oriente, il cielo si stava schiarendo: stava per nascere la luna. Eravamo già all’ultimo quarto e non ero mai stato alzato fino a tardi per vedere il sorgere della luna calante. Mi fermai in piedi, presso il parapetto, in attesa. Era un’occasione storica, che non potevo lasciar passare. Poco dopo, nel più assoluto silenzio spuntò dall’orizzonte la luna! Era una sottile linea rossa, orizzontale che si irrobustiva sempre più. Che sorpresa vedere una cosa piatta sbucare dal limite fra cielo e terra! A queste latitudini la mezza luna nasce parallela all’orizzonte ed essendo esattamente all’ultimo quarto, la prima cosa che spunta è la linea retta che divide in due la luna. In breve uscì del tutto dal suo nascondiglio ed assunse l’aspetto di una caravella rossa che navigava nelle acque della notte! Che spettacolo incredibile…mi pareva di aver assistito ad una scoperta memorabile, d’aver avuto la rivelazione d’un segreto sconosciuto alla gran parte degli uomini.
Rimanevo estatico a lasciarmi penetrare da quelle sensazioni di novità e di sacralità. Cercavo d’immaginare lo stato d’animo di qualche antico sacerdote pagano e mi sentivo solidale con la reverenza con cui gli uomini della preistoria dovevano aver assistito millenni e millenni fa a questo stesso ineffabile spettacolo.

Quella visione, col suo mistero emotivo, rimase intatta in me a lungo e mi piaceva richiamarla alla coscienza, ripensandoci. Partii da Mocuba e, prima di arrivare a Songo, dovetti sostare nella città di Tete per qualche mese. Quell’ospedale era rimasto senza chirurgo ed io non potevo partire prima che ne arrivasse un altro. L’ospedale era ubicato su un’altura ed una notte, ritornando a casa dopo un’operazione d’urgenza, girai il dosso e mi si aprì la vista che si perdeva in fondo alla pianura, oltre le pigre anse del fiume Zambesi. Una linea rossa stava salendo da dietro l’orizzonte: era l’ultimo quarto di luna che stava nascendo!
Mi dovetti fermare, emozionato, per assistere in silenzio, immobile finché la luna uscì completamente e cominciò a salire nel cielo. Era troppo bella quella coincidenza, per poterla lasciare scivolare via in sordina. Appena entrai in casa mi sedetti e cominciai a scrivere una poesia, per potermene ricordare per sempre!


O quarto di luna calante!


A sedici gradi di latitudine sud
la mezzaluna d’agosto
spunta dall’orizzonte alle dieci e un quarto di notte.
È rossa, quando appare,
e tagliata a metà:
si vede soltanto il mezzo cerchio di sotto.

Dal terrazzo,
nel gran silenzio, la stavo a contemplare!
Mi faceva un’impressione strana,
esotica,
inattesa,
l’apparire, per prima cosa, sopra le cime degli alberi lontani,
di quel sottile tratto rossiccio,
orizzontale.
Provavo un sentimento singolare,
che mi piaceva immaginare somigliante
a quello di un remoto, antichissimo, sacerdote pagano,
che, agli inizi del mondo,
si apprestava a rendere il suo preistorico omaggio
alla luna.

Quell’antico mi affascinava,
adesso,
ancor più della luna.

Perché?

Avrei voluto fermarla,
là, all’inizio del suo apparire,
per aver tempo di assaporare
quello stranissimo sorgere
di una cosa piatta nel cielo.

E l’antico, al mio lato…

La luna, in silenzio, saliva.
Un avvenimento così meraviglioso
senza il minimo suono!
E la valle, cogli alberi scuri
ed i monti lontani,
a tacere…
Anche il vento si era posato.

Io avrei voluto gridare,
o dire qualcosa,
svegliare chi stava a dormire.

Ma l’antico al mio fianco,
immobile,
mi attirò l’attenzione.

Stava in silenzio,
come il cielo,
nel quale la luna continuava a salire,
come il bosco ed il vento
ed i monti lontano.
Sì,
celebrava la sua liturgia.
Abbracciava la luna e il silenzio,
i monti, la valle ed il cielo,
mentre, senza parole,
stava a offrire
in silenzio,
il silenzio…



10

Ah, quegli anni passati a Tete e Songo!...
Quando partii da Mocuba mi pareva quasi d’essere inviato in esilio. Ed in certo modo un esilio lo fu, ma benefico e fruttuoso. A Tete non conoscevo nessuno e non c‘ero mai stato. Mi faceva compagnia, però, Fr.Giuseppe. Trovammo l’accoglienza cordiale e protettrice delle cinque suore infermiere spagnole dell’ospedale provinciale. Erano lì da parecchi anni e con la loro efficienza e dedicazione facevano funzionare i reparti al meglio delle loro possibilità. Avevano l’abitazione dentro l’ospedale ed in un primo momento ci ospitarono in una loro dipendenza. Pochi giorni dopo ricevemmo anche noi una residenza dello stato, abbastanza nei pressi.
Attraverso di loro conoscemmo i padri e le suore della città e, poco a poco, tutto il mondo della salute.

Vivere a Tete, dove rimanemmo più di tre mesi, e poi a Songo, dava la sensazione di essere fuori casa, anche se circondati da amici. Era un’impressione tutto sommato bella, stimolante, che valorizzava un aspetto particolare di libertà e di gusto del nuovo, mentre faceva appello ad una coscienza di “maggiore età”. I nostri superiori diretti ed i confratelli erano lontani ed i contatti erano ridotti ad una lettera ogni tanto. Telefonare era un’impresa in quegli anni. Ci rallegrò particolarmente la visita, ogni tanto, di qualche confratello che veniva a passare con noi una settimana delle sue vacanze.

Il lavoro, pur essendo anche lì unico chirurgo, con la responsabilità della chirurgia, della maternità e dell’ortopedia, non era neppure paragonabile a quello di Mocuba. La maggior parte delle notti potevo dormirle tutte di fila, senza ore in sala operatoria. La popolazione era molto minore rispetto alla Zambesia. Le ore libere al pomeriggio apparivano con più frequenza e i dopo cena erano senza quella fretta di andare subito a dormire per paura di chiamate che accorciassero il sonno.
Tutto ciò si assestò e si consolidò dopo il nostro arrivo a Songo. La prima bella differenza con Tete era che Songo era un piccolo centro, isolato, su un minuscolo altipiano circondato dai monti, senza traffico. Appena si usciva di casa ci si incontrava con spazi aperti: gruppetti di case, ciascuna con un po’ di terra attorno, sparsi qua e là. Dava un senso di respiro e di contatto diretto con la natura. Attorno verde e fiori, di sopra cielo, con sole e nuvole veloci di giorno e stelle e luna di notte. Se la lontananza dava a Songo un aspetto d’esilio, il contesto ambientale lo faceva assomigliare molto ad una villeggiatura. Il sentimento di libertà poteva essere coltivato con molta più facilità e consentiva allo spirito di aprirsi con spontaneità alla riflessione ed alla contemplazione. C’erano condizioni per poter gustare il silenzio e qualche ora di solitudine. La casa che ci assegnarono era molto bella, con un salone che aveva due pareti di ampie vetrate e sul prato di dietro una veranda silenziosa e riservata, che proteggemmo con reti e circondammo in parte di cortine verdi, lunghe fino al pavimento, per ricavarne una cappella, dove poter sostare in preghiera e celebrare l’eucaristia. Le demmo subito nome :la tenda verde.

La vita a Songo aveva un ritmo più blando e non era raro ricevere inviti a cena e poi a trattenersi a chiacchierare senza fretta. Quelle sere che si andava a dormire verso mezzanotte non incidevano molto sul ritmo sonno veglia. Al mattino seguente mi alzavo facilmente ben prima delle sei, per avere il tempo di recitare le lodi ed il breviario prima di andare all’ospedale. Il lavoro procedeva bene, senza stanchezza e senza sonnolenza. Mi resi conto, in breve, che avrei potuto restare su a pregare fino a mezzanotte, una volta alla settimana, senza molto affaticamento e senza strascichi di sonno. Scegliemmo il venerdì sera per consacrarlo alla veglia.
Debbo dire che questa fu una delle esperienze più belle che abbia mai fatto e che segnò profondamente la mia vita ed il mio spirito. Mi fece anche approfondire enormemente la mia amicizia con la notte e alimentò, pur se indirettamente, il gusto per fissare sentimenti, pensieri e sensazioni con poesie, che poi leggevo e rileggevo per assaporarle e compenetrarmene. È vero che ne mandavo sempre qualche copia a voi ed ad una persona o l’altra, particolarmente amica, ma il vero destinatario ero io e la mia memoria e, se mi è permesso confessarlo, il secondo era lo spirito della notte!


È verde la tua tenda,
o mio Signore.
E l’hai piantata vicino a casa mia.
Quando il sole si alza,
le pareti si bagnano di luce;
poi soffia il vento
e ondeggiano con lui.
Cantano il gallo,
gli uccelli e le cicale:
la loro voce è accolta nella tenda.
Dopo, lì intorno,
da mattino a sera
c’è l’uomo che lavora,
parla e vive.
E tutto
da te viene ascoltato,
o mio Signore.

Scende la notte,
e la tua tenda è trasparente al buio.

Qualcuno, infine,
entra per pregare.
Accende una fiammella
di candela
e questa lieve luce,
le tue tende,
al di fuori,
la lasciano passare…


11

La veglia del venerdì sera scandiva le settimane, come la nostra vecchia pendola sopra la tavola della cena, scandiva il passare delle sere e delle stagioni nella nostra famiglia. La ricordo quando eravamo piccoli e chi aveva il compito (e la responsabilità) di caricarla, era il nonno. Mi ricordo che saliva sulla sedia, apriva lo sportellino a vetri , cercava con la mano a tastoni la chiave e poi dava la carica alla molla dell’orologio e a quello del battito delle ore e delle mezze ore. Ogni due o tre mesi la tirava giù, ne puliva gli ingranaggi con lo spazzolino di setole e poi la finiva di sistemare lavandola con petrolio, che lasciava seccare all’aria. Quand’era tutto asciutto, la rimetteva al suo posto appesa al chiodo, lasciava la chiave sulla destra e poi chiudeva lo sportello di vetro, che si fissava con una specie di gancetto a falce. Era un rito, me lo ricordo, e ci ha accompagnati tutti fin da grandi.

All’inizio, la veglia del venerdì era nella tenda verde, ma poi i partecipanti aumentarono. In genere si univano gli ospiti di passaggio in casa nostra, che, per nostro conforto, erano frequenti. Il più delle volte erano confratelli che venivano per passare qualche giorno di vacanza e farci compagnia. Quando a Songo arrivarono le suore Figlie del Calvario, per lavorare in ospedale, anche loro cominciarono ad unirsi quasi sempre.
Fr. Giuseppe dovette ritornare in Italia per studiare e, dopo sei mesi di intervallo, venne a vivere con me P. Antonio Losappio, già anziano, col quale feci una comunità di profonda comunione spirituale.

Preparavamo per la veglia nella sala di soggiorno, molto grande, che aveva un angolo con sofà e poltrone, riservato per le visite e la conversazione.
Coprivamo il tavolinetto con una tovaglia bianca e col corporale, mettevamo un vasetto di fiori, portavamo il cero dalla tenda verde e per ultimo il Santissimo nel piccolo ostensorio.
La veglia era silenziosa. Una volta o l’altra si leggeva un brano del vangelo o qualche salmo. Spesso io scrivevo. Quell’ambiente era per me favorevole per farmi sentire il desiderio di fissare pensieri colla penna.

Non posso più dimenticare l’ultima veglia dell’anno del 1978. Ricevetti una visita che segnò un’amicizia indelebile. Mi venne a visitare in spirito il vecchio abate, un sacerdote anziano che viveva da solo in un santuario in cima ad un monte. Da giovane era stato missionario per vent’anni. Alla fine era stato espulso dal governo di quel paese ed era ritornato in patria. Il suo vescovo gli aveva affidato la cura d’un antico santuario e lì aveva avuto inizio una nuova vita per lui. La sua solitudine gli aveva fatto sviluppare una vita interiore molto ricca ed intensa di comunione col Signore e lui soleva dire che al santuario in cima al monte vivevano due persone, il Signore ed il vecchio abate
Quella notte eravamo soli, P. Antonio ed io. Mancavano pochi giorni alla fine dell’anno e sentii il desiderio di anticiparne lo spirito e l’attesa in quella veglia. Era bello stare in silenzio ed in solitudine ad aspettare la mezzanotte che chiudeva l’anno. Mi venne voglia di scrivere qualcosa al proposito. Presi il quaderno e la penna per cominciare. Mi sentivo indotto a scrivere in terza persona, per avere più libertà di espressione.
«Era l’ultima notte dell’anno. Nel santuario in cima al monte non era rimasto nessuno. Gli ultimi pellegrini erano partiti all’inizio del pomeriggio, perché stava scendendo la nebbia ed un vento gelido annunciava una nevicata imminente». Cominciai di getto con queste parole. L’ambiente era preparato. Era necessario andare avanti.
«Solo il vecchio abate era rimasto lassù. E il Signore, in chiesa, nel tabernacolo».
Queste parole mi uscirono dalla penna quasi senza accorgermene. Quando le finii di scrivere e rilessi la frase, mi accorsi che una presenza nuova si era come materializzata accanto a me. Il vecchio abate era arrivato e silenziosamente mi ispirava a continuare. Mi portò in spirito con sé sul monte, nel suo santuario ed a me non restava altro che raccontare.
«Il vecchio abate si era rallegrato di quella solitudine ed aveva progettato di passare la sera in preghiera e prolungarla fino a mezzanotte». Sentivo nascere per lui una grande amicizia: intuivo che molte cose ci univano e che avevamo in comune desideri e attrazioni. Senz’altro sarei rimasto con lui fino alle ventiquattro!
«Amava molto la solitudine per riempirla di preghiera. Tutto contento, stropicciandosi le mani per il freddo, aveva cominciato ad organizzarsi per trascorrere in chiesa, indisturbato, quella fine d’anno».
Continuai, senza quasi interrompermi, sino al termine: avevamo a disposizione entrambi la stessa misura di tempo, fino alla mezzanotte. La sua compagnia ed il suo esempio mi scaldarono il cuore. E mi diventò ancora più simpatico per il modo con cui finì quella memorabile veglia.
«Ormai mancava poco alla mezzanotte: nemmeno mezz’ora. Si rifornì bene di tizzoni e ritornò al posto della preghiera. Ma, poco dopo, il sonno, invisibilmente, lo vinse senza che se ne rendesse minimamente conto. I dodici rintocchi riempirono la chiesa, ma il vecchio abate non li sentì. Col capo reclinato sul petto entrava nel nuovo anno senza accorgersene».

Il primo nostro incontro finì così. Mi restò dentro una grande contentezza, che si prolungò per tutta quella notte e per qualche giorno ancora. Speravo che il vecchio abate sarebbe tornato ancora e, difatti la speranza non restò delusa. Anche lui, a quanto pare, era rimasto contento d’avermi visitato.



12


Gli anni passati a Songo furono caratterizzati da una certa intransigenza politica verso la religione. La rivoluzione sentiva il bisogno di rimanere l’unica interlocutrice con la coscienza delle persone e vedeva nella religione, specialmente nelle sue manifestazioni comunitarie, una concorrente da tenere a bada. Fu così che, dopo la nazionalizzazione delle scuole e dei dispensari, un po’ alla volta anche le chiese delle vecchie missioni vennero requisite e trasformate in sale di riunioni o magazzini. La chiesa parrocchiale di Songo aveva intorno due o tre edifici scolastici, oltre alla residenza dei padri. Arrivò ben presto l’ordine di consegnare la chiesa e l’abitazione. Il vecchio padre Ferrero, comboniano, ricevette una casetta dall’amministrazione della ditta Hidroelectrica Cahora Bassa, che aveva il pregio di essere relativamente vicino a casa nostra.

Le attività di culto e catechesi si potevano svolgere solo nelle chiese autorizzate e, dove non ce n’erano più, bisognava per forza farne a meno. Per un certo tempo vennero alcuni cristiani a partecipare alla messa che celebravamo nella tenda verde, in forma privata. Poi anche questo tipo di culto pubblico fu proibito.
Arrivò la Pasqua ed a Songo eravamo presenti in quell’occasione solo p. Antonio ed io. Decidemmo di celebrare tutte le azioni della liturgia con solennità, anche se senza fedeli. Iniziammo la veglia pasquale nel prato dietro la nostra casa. Preparammo il fuoco di legna e con uno stoppino accendemmo il cero pasquale e poi entrammo solennemente in processione nella tenda verde col padre Antonio che intonava a voce spiegata l’annuncio solenne: “Lumen Christi!”.
Ci sedemmo e continuammo con il canto dell’Exultet, proclamato dal mio confratello. Leggemmo poi tutte e sette le letture con i salmi e responsorii cantati, anch’essi con le melodie gregoriane. Facemmo tutto con la massima solennità, come se fossimo in San Pietro a Roma.
Fu una notte indimenticabile: la solitudine esteriore non ci impedì di sentirci nel centro del cuore stesso della Chiesa.

Quando finimmo la notte era già avanzata. Guardai in alto. Sul nostro prato brillava la luna, la luna di Pasqua.
Quante volte l’avevo contemplata! La pasqua di Gesù, come la pasqua ebraica, coincideva col plenilunio, appunto il 14 del mese di Nisan, quando si immolarono gli agnelli e gli ebrei fuggirono dall’Egitto. Certamente Gesù guardava la luna di Nisan e sapeva che quando fosse stata piena sarebbe stata la sua Ora. Anch’io cercavo di accompagnare i pensieri di Gesù, mentre osservavo la luna, ogni notte sempre più grande e come lui ero cosciente che man mano che l’ombra si ritirava dalla sua faccia, la Passione si approssimava e nel suo cuore il desiderio e il timore si dovevano intrecciare sempre più drammaticamente, fino al culmine della notte nel giardino degli ulivi.
La luna era divenuta la mia interlocutrice a cui mi piaceva rivolgermi. Ero convinto che gli sguardi di Gesù erano carichi di un contenuto drammatico, eppure segreto. Solo la luna ne era stata testimone e, forse, immaginavo e speravo, sua depositaria e confidente. Chissà che non mi fosse possibile raccoglierne l’eco?


È luna piena
stanotte, Signore.
Luna piena di Pasqua.

Io la guardo,
e le chiedo
di raccontarmi
ciò che le dicevi
in quelle notti
in cui, mentre pregavi,
la vedevi,
inesorabile, aumentare.

Luna,
che notti intere
Gerusalemme passavi a contemplare,
dimmi, di che era carico
il silenzio,
con cui Gesù
ti stava ad osservare?
Quella tua parte
che restava oscura
e che ogni notte
sempre più calava,
era ormai come l’ultima barriera
che offriva pace alla sua preghiera.

Dimmi,
sentivi il timore
e il desiderio
incontrarsi nell’ombra al suo confine?

Ma tu, luna,
non parli.
In silenzio ripeti le tue notti,
testimone discreta
d’un segreto.

Io ti guardo,
e già più non ti chiedo
di rivelarmi
ciò che tu non dici.

Nel tuo silenzio
vorrei,
soltanto,
accogliere il suo,
che tu conservi.

No, non tradire il segreto!

Sigillato,
da lui l’hai ricevuto
ed io lo voglio rispettare:
intatto, in Lui,
attraverso di te,
lo voglio contemplare...


13

Carissimi babbo e mamma, la vita a Songo mi lasciava un certo margine di libertà ed io ne approfittavo per passare ore nella tenda verde, specialmente quando fuori era buio, indisturbato, a pregare e a pensare.
La notte era silenziosa ed il padre Antonio estremamente rispettoso: vivevamo vicini, insieme, senza interromperci. I giorni in Africa sono corti e la notte viene presto e dura a lungo. Potevo sedermi in pace col quaderno davanti e la penna in mano, senza timore d’essere interrotto. Scrivere e pensare, a volte pensare senza scrivere, perché non riuscivo a tradurre i miei pensieri in parole.
I sogni, anche loro avevano pieno diritto di cittadinanza, erano accolti e rispettati e la notte permetteva che si presentassero, prendessero corpo nella mente e poi si potessero lasciare raccontare…



Sognavo
che avevo le ali e volavo.
Partivo da terra
E correvo, correvo.
Poi, dopo tanto, alla fine,
cominciavo a salire.
Stavo in aria,
ma la terra, lì in basso,
nel sogno,
pareva tenermi legato
e non mi lasciava
fuggire.

Volavo e volavo,
sopra terre e terre
e frastuoni,
angosciato.

Poi, salendo più in alto,
lontana,
mi apparve
la linea azzurra del mare.

Volai al suo incontro
e quando
passai il confine,
mi parve nel sogno
che la terra m’avesse slegato:
volavo sull’acqua
e nell’aria,
da solo,
in un grande silenzio.

La terra di sotto sparì.
Solo mare,
in basso,
e cielo d’intorno.
Non c’erano limiti,
direzione o confini.

Sempre più
mi sentivo di essere io,
quanto più penetravo,
in quelle infinite
distese di spazi.

E, mentre sognavo,
mi sentivo felice:
libero
e senza più nulla.
Solo era mio
il mio stare nel cielo
e il mio io!

-----------------------

Mentre il cavallo,
lento, camminava
sulle foglie del bosco,
nella notte,
l’uomo che avevo
dietro, sulla sella,
mi disse:
“Ehi, parlami di Dio.”

Ci fu un silenzio
e si fermò il cavallo.
Girò la testa,
come ad ascoltare.
Ora le foglie
stavano in silenzio
e tutto il bosco
tratteneva il fiato.
Da una nube uscì
pure la luna.

Capii che tutti
volevano sapere.
Allora scesi,
accesi un focherello
e ci sedemmo.
“Adesso – dissi –
prima di parlare,
uniamoci un momento
per pregare.”

Pregammo tutti,
a lungo,
ed il Signore,
lo sentivamo,
era lì con noi.

All’inizio pensavo di parlare,
ma quando vidi
con che attenzione
e che amore
stavano a pregare,
mi chiesi se era bene,
chiedere al buon Dio
di tacere.

Così passò la notte
e venne l’alba.
Poi, quando
spuntò il sole,
io spensi il fuoco
e ripartimmo in viaggio.

Facemmo tutto
senza aprire bocca,
ma dopo un lungo spazio
di silenzio,
il mio compagno
disse:
”Ti ringrazio!”





14

Come avrete capito, carissimi, la notte, lì a Songo, aveva confini indistinti con la preghiera. Era il tempo più favorevole e tranquillo. Le chiamate dopo cena erano poco frequenti. Di solito si trattava di casi di malati internati che presentavano qualche complicazione, oppure di un parto prolungato. Si creava quel clima di pace che si prestava bene alla preghiera. La televisione non era ancora arrivata ed i notiziari radiofonici occupavano pochi minuti appena.
Forse è per questo che nel mio ricordo la preghiera si tinge quasi sempre di notte e la notte si ravviva nella preghiera.


Suonano i tamburi
e la gente, lontano,
nella notte danza.

Io sono qui, seduto,
da solo,
che ti ascolto.
Tu
mi guardi e taci.
Io ascolto,
ma non odo nessuna
tua parola.
Solo,
sento suonare tamburi,
lontano,
mentre la gente, nella notte danza.

No, non ho nostalgia
di quei tamburi,
né della danza.
La solitudine mi basta,
e lo stare in ascolto.

Vorrei captare ciò che tu mi dici,
ma non odo
nient’altro che tamburi.
Sono così lontani,
che a mala pena
si sentono suonare.
Non son loro, di certo,
a coprir la tua voce.

Tu,
stanotte non parli
e nel tuo tacere,
finalmente,
intendo che non vuoi coprire
la voce dei tamburi,
né della gente,
che lontano danza,
la cui gioia è cantata a piena gola.
Loro,
ho capito,
sono, oggi, per me,
la tua parola.


--------------------


Cero che brilli
sopra il mio altare,
quando scende la notte
e tutto è buio,
sembri un cuore
di luce
a palpitare.
La fiamma ti ha scavato
giù nel mezzo,
e più
non la si vede tremolare,
ma dal di dentro
in ogni direzione
t’attraversa,
trasformandoti
in globo luminoso.

Io ti guardo in silenzio,
trasparente alla fiamma
che ti brucia,
e mi chiedo
se per fare di te
un essere di luce
è più importante
la cera, che tu hai,
o quella che,
bruciando,
è consumata.

Questa più non esiste,
come cera,
ma lentamente
si cambiò in preghiera.
Ed ora,
al suo posto c’è la fiamma,
che t’è arrivata
già fin dentro il cuore.
Essa arde,
palpita
e ti brucia,
ma, mentre
in preghiera ti consuma,
rende te,
cero,
un essere di luce!


15

Carissimo babbo e carissima mamma,
il lavoro di medico, come sapete, è occasione di grandi soddisfazioni e di grandi dispiaceri. La notte, spesso, fa da compagna discreta e silenziosa che sa accogliere il dolore e al tempo stesso velarlo allo sguardo indesiderato dei curiosi.

Capitò un giorno, in ospedale, una mamma venuta da lontano con un bambino di poco più di un anno che presentava una grande massa nel fianco sinistro. Si chiamava Antonio. Lo visitai e lo studiai coi semplici mezzi a disposizione in quegli anni difficili. Mi convinsi che poteva trattarsi di un tumore maligno del rene, noto col nome di tumore di Wilms. Andai a studiare in tutti i libri che avevo in casa per cercare di radunare pareri e indicazioni, il più diverse e complete possibili. Alla fine, l’ipotesi che potesse essere quella la diagnosi giusta era molto vicina alla certezza e così mi decisi, non senza timore, ad operarlo. Studiai a fondo sugli atlanti tutto ciò che mi poteva servire per arrivare sino alla fine il più sicuramente possibile. Preparai il sangue per fare la trasfusione intraoperatoria e cominciai. In quegli anni operavo sempre al pomeriggio, perché mi piaceva visitare i malati internati e quelli ambulatoriali al mattino, così da avere davanti, tranquilla e prolungata, la seconda metà del giorno per le operazioni. Se qualcosa si fosse complicato, l’amica notte mi sarebbe venuta in soccorso con le sue lunghe e numerose ore.
Avevo spiegato alla mamma quello che lei poteva capire della malattia e non le avevo nascosto che l’operazione sarebbe stata lunga e difficile, ma che avrebbe potuto dare una speranza di vita al bambino.

Aprii l’addome con un taglio dal pube fino a sotto le costole, per avere tutta la visione possibile. Era di fatto un tumore di Wilms: il rene aveva dimensioni enormi, come di un pallone, ma non pareva avere infiltrazioni negli organi vicini. Tutto sommato l’operazione fu più facile di quello che avevo immaginato e temuto ed il rene uscì tutto intero, senza lacerarsi.
Ringraziai il Signore e mi accinsi a chiudere. Tutto era andato bene, fino al termine. Ero molto contento! Aspettammo in sala operatoria che il bambino cominciasse a reagire, dopo l’anestesia e lo consegnammo alla mamma. C’era ancora la luce del giorno, quando uscii per andare a casa.
Appena finito di cenare tornai all’ospedale per vedere come stava. Il drenaggio non aveva sangue. Il sacchetto dell’urina ne conteneva a sufficienza, segno che l’altro rene funzionava. I riflessi erano presenti. Respirava bene, senza difficoltà e gli tolsi dalla bocca il tubo di Guedel che serve per mantenere la lingua in posizione. Ormai mi pareva non ne avesse più bisogno. Tornai a casa soddisfatto e andai a dormire.
Nella notte il telefono suona. Rispondo subito, angustiato: “Corra, dottore, Antonio sembra che non respiri più”.
Entrai di corsa nella stanza. L’infermiera stava cercando di rianimarlo, la mamma era seduta per terra, nel corridoio, di lato alla porta, trattenendo il fiato. Auscultai i polmoni ed il cuore. Nessun segno di vita. Cominciai il massaggio cardiaco e la ventilazione artificiale, ma senza più speranza nel cuore. Troppo tempo era già passato. Insistetti per dieci minuti. Tornai ad auscultare: nulla. Osservai le pupille colla lampadina: erano dilatate e non reagivano. Antonio era morto davvero.

Uscii per dirlo alla mamma, che scoppiò in pianto e lamenti di lutto. Le altre mamme, nei letti vicini si alzarono per vedere. Da tutte le stanze qualcuno uscì per osservare in silenzio l’accaduto. Non aprii bocca.
Cosa poteva essere capitato? – pensavo tra me. Forse avevo fatto male a togliere il tubo di Guedel e ciò aveva diminuito l’entrata dell’aria nei polmoni, provocando un’ipossia cerebrale alla quale non aveva potuto opporsi per l’effetto ancora non smaltito dell’anestesia. Oltre al dolore per la sua morte si aggiungeva il rimorso per poter essere stato io a causarne involontariamente la fine.
Sentivo gli occhi su di me di tutte le mamme, silenziose. Non c’era nessuno a cui avrei potuto parlare. E poi, cosa avrei potuto dire? Confidare forse il mio terribile dubbio a qualcuno?



A distanza di tanti anni, nella mia memoria, il ricordo di Antonio mi appare sempre insieme a quello di Mateus, un ragazzo di diciassette o diciotto anni, tubercoloso all’ultimo stadio, abbandonato dalla famiglia.
Arrivò all’ospedale non so in che modo, visto che era solo e non si reggeva quasi più in piedi. I raggi X e l’esame dell’escreato non lasciavano dubbi sulla gravità della sua tubercolosi. Anche lui se lo immaginava. Parlava con un filo di voce, totalmente afona, separando le parole. Mi disse che la famiglia l’aveva abbandonato e che ormai era solo al mondo e non sapeva come avrebbe fatto a vivere. Lo rincuorai come potei. Ora era in ospedale e noi avevamo preso cura di lui e non l’avremmo abbandonato. Iniziai subito la terapia e lo passavo a visitare e a parlare con lui mattino e sera. Le cose non andavano bene. Se ne rese conto e con un sospiro mi chiese, con una parola sola “Vivrò?”. Gli risposi che facevamo tutto quello che era in nostro potere per farlo guarire. Mi prese la mano senza dire nulla e restò così un tempo. Alla fine soggiunse “Mi piacerebbe fare la comunione”.
Andai a casa e tornai con l’eucaristia, che sapevo essere ormai il suo viatico. Gli detti il Signore, pregammo un po’ insieme e poi lo salutai, senza dire nulla, stringendogli la mano.
Ne parlai con padre Antonio, al mio rientro.
Verso mezzanotte l’infermiera di turno mi telefona. “Dottore, Mateus è già morto.”
Non serviva più a nulla andare in ospedale, ma mi vestii in fretta e corsi là. Dovevo assolutamente salutarlo e rendergli omaggio. Anche se non ero presente quando spirò, doveva sapere che non era morto da solo, abbandonato da tutti.

-------------


Corri, dottore, il tuo malato è morto.
Senti? La madre già là fuori piange.
Vieni. Tutti lo sanno ormai.
Non puoi spiegare nulla.
Nessuno capirebbe,

Hai perso e basta. Vieni a vedere il morto
e non parlare.

Non piangere, dottore, perché ti senti solo.
Il tuo malato, adesso, è ancor più solo.
Non rattristarti, perché anche tu un po’ muori.
Di te più triste, è quella madre, fuori…



16

La vita, durante il giorno, è piena di impegni, ma, più ancora, è piena di imprevisti, di mille piccole cose urgenti, contrattempi, interruzioni. Le persone mi cercano, mi aspettano al varco, si mettono in fila per potermi parlare appena ha finito quello davanti a loro, che a sua volta mi aveva interrotto in ciò che stavo facendo.
Ciò è particolarmente intenso nelle prime ore del giorno, specialmente da quando lavoro all’ospedale di Quelimane. All’uscita dal cancello di casa ci sono persone in attesa che mi fermano, di solito per chiedermi un biglietto per prenotare una visita medica. Quando scendo dalla macchina nel parcheggio interno, ci sono già due o tre ferme a cercare di parlarmi prima che entri in ospedale. Le faccio entrare dietro di me, fino al pronto soccorso e lì le ascolto ed il più delle volte bisogna fare un’osservazione urgente, o dare una ricetta di analgesici per un loro parente con un cancro doloroso, che ogni mese rinnova la prescrizione, o fare un’ecografia di corsa o far aprire una medicazione per vedere una ferita che non cura, e così via.

Ci sono poi da vedere i malati della sala di rianimazione: spesso presentano sorprese o imprevisti che esigono misure immediate.
Prima di poter arrivare al blocco operatorio devo sostare nel reparto di chirurgia, per vedere qualche malato urgente. Il più delle volte ci sono persone sedute davanti al gabinetto medico con vari fogli in mano, con le complicazioni più varie ed impensate: c’è chi è ritornato da Maputo dov’era stato trasferito dalla giunta medica provinciale e vuole farmi vedere il foglio di dimissione con le raccomandazioni; un altro è un paziente che ha fatto una biopsia due o tre settimane prima ed è già stato a ritirare il risultato, ma il suo non è arrivato ancora da Beira; un altro è stato dimesso dopo l’operazione e non ha chiesto l’attestato medico per fare i giorni di convalescenza in casa. Se non glielo faccio avrà problemi al lavoro, ma nel frattempo sono passati i giorni regolamentari per presentare l’attestato in segreteria e se glielo passo adesso, non potrebbe essere omologato dal direttore clinico. Devo quindi telefonargli per informarlo di questa irregolarità. E così via, la lista potrebbe continuare.

Finalmente tutto finisce e posso dirigermi alla sala operatoria. Com’è comprensibile sono in ritardo e quindi faccio scontenti coloro che sono di turno nella mia equipe perché finiremo oltre il tempo limite e bisognerà chiedere favori al personale d’urgenza, oppure cancellare l’ultima operazione.
Ormai è una cosa purtroppo assai frequente e quindi le lamentele, che però non mancano mai di essere esteriorizzate, fanno più parte di un copione fisso che di una reale verità interiore.

Finalmente posso “cominciare”! Si andrà avanti fino a sera, ma senza più l’assalto dei fuori regola.
Tutto lavoro regolare e programmato.

Poi, finalmente tramonta il sole e arriva la notte. Essa è ancora, all’inizio, di solito, quando posso chiudere e ritornare a casa.

Finalmente, notte, amica mia, anche oggi sei arrivata!

Molti anni fa scrissi una poesia, che voi, babbo e mamma, conoscete bene, perché ve la mandai con dedica. Parla di una piazza che di giorno è calpestata, ma di notte!.. di notte, no. Di notte diventa veramente lei, quando, vuota, si può osservare e prendere atto d’esistere in pienezza. Quella piazza, carissimi, in fondo, senza saperlo, ero io.


Stanotte c’è luna
sulla piazza.
È deserta e in silenzio.
Le case si guardano
ed il selciato,
finalmente, tace.

Ci sono solo io,
nel mezzo, ad ascoltarla.
Sento il respiro
e il battito del cuore.
Non ha più voglia di parole,
ma mi parla.
Mi dice che di notte
è il suo ristoro,
che le pare
che solo quando è vuota
si veda com’è fatta
e senta di essere una piazza,
anzi una piazza
di palazzi antichi.

Poi tace…

E dopo un po’
mi chiede
cos’è però alla fine
che più conta:
che lei si senta piazza,
o che la gente,
che tutto il giorno l’attraversa,
e s’incontra, e parla,
e grida, ride,
e la calpesta,
sia contenta
che ci sia lei, piazza?

In fondo è piazza
perché è aperta per la gente
e perché non ha porte,
né barriere,
o perché ha un selciato
e bei palazzi,
e di notte
dimora in lei la pace?

Piazza, di giorno tu sei grande,
rumorosa, affollata, sei usata,
sei aperta,
e per questo noi ti amiamo.
Ma di notte,
deserta e silenziosa,
con quell’aspetto tuo quasi di cella,
piazza, per noi,
sei soprattutto bella!


17

Carissimi, quanti ricordi mi fa evocare il pensiero della notte! Ne voglio ricordare un ultimo, che ha una speciale tonalità affettiva. È di notte che di solito le persone si incontrano per salutarsi, prima di una separazione prolungata o addirittura definitiva.
Penso alla prima volta che partii da casa, e poi alle tante altre, numerose, ormai, che seguirono. Partii da Kalongo, partii dal Portogallo, e poi da Quelimane, da Mocuba. Partii da Tete, partii da Songo. E chissà quante altre partenze mi attendono…


Addio,
domani, amici vado via.
C’è solo un giorno ancora,
per partire,
un giorno ancora, intero,
per restare.
Un giorno per vederci
e per parlare.

Son triste,amici miei,
e lo sapete.
Son triste, sì,
eppure vi sorrido.
Non sciupiamo col pianto
ciò che resta
per stare ancora insieme.

Domani parto,
ma non son convinto
che, questo tempo
che vivemmo insieme,
non lasci in noi
qualcosa come un seme.

L’amicizia che voi mi avete dato,
è questa il seme
che con me rimane.
Se sono un po’ più grande,
ora che parto,
amici,
è perché voi mi avete amato.
Io me ne vado,
ma di voi qualcosa
mai più mi lascerà,
per tutto il resto
della vita mia.

Allora, addio,
domani, amici miei
io vado via!


18

Notte, ti chiedo, lasciati pregare!

Sono in cappella,
nella tenda verde,
ma non riesco a pensare
né a pregare.

Ondeggia,
alla tua brezza,
la mia tenda,
quasi che tu mi voglia
un po’ parlare.

Notte, ti ascolto,
dimmi…
Sei una preghiera
in cerca
solo d’essere pregata.

Notte,
tu che profumi come un fiore,
lascia, o mia notte,
che io sia il tuo cuore!



Finito a Milevane, 14 Dicembre 2007
festa di San Giovanni della Croce


Aldo

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( modificato in data 22-4-2013)
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