Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:57    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
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Racconti di Padre Aldo
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Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
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titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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PA CITATU
Il mercoledì di un medico in missione
di Aldo Marchesini


Introduzione
"Pa citatu" significa mercoledì, nella lingua parlata dalla tribù che vive nella provincia di Tete, in Mozambico.
È un’espressione che è diventata famosa tra i pazienti dell’ospedale di Songo e tra quelli che, nella pianura ai suoi piedi, attendono questo giorno con ansia.
È al mercoledì che il dottore di Songo passa a visitare i malati dei due dispensari di Marara e di Estima e quelli che si raccolgono lungo la strada.
I più gravi sono portati all’ospedale, e quelli che già stanno meglio, approfittano dell’ambulanza per ritornare a casa.
"Pa citatu" evoca perciò non solo un giorno della settimana, ma anche, e molto più, tutto ciò che il mercoledì significa per tante persone: speranza, lunghi viaggi a piedi col figlioletto malato dietro la schiena, soste pazienti per ore al riparo delle esili ombre delle acacie nel caldo implacabile della pianura, incontri con persone nuove, fatti e dicerie che circolano, ritorni a casa, saluti e separazioni tra amicizie nate nelle corsie dell’ospedale.
E per il dottore e gli infermieri è diventato un punto di riferimento nella divisione del tempo: mese dopo mese, anno dopo anno.
È proprio questo piccolo mondo ciò che il racconto vuole svelare, nella sua dimensione umana, filtrato attraverso gli occhi e il cuore del dottore, che scrive in prima persona.
Il teatro degli avvenimenti narrati è situato nella provincia di Tete in Mozambico, sul lato destro del grande fiume Zambesi.
In un punto in cui il fiume corre impetuoso tra le rocce, in una ripida gola, sono state costruite una diga e una grande centrale elettrica.
Entrambe prendono il nome di Cabora Bassa, dal luogo dello sbarramento.
Songo è invece il nome del villaggio dove si insediarono i cantieri e dove risiedono ora i lavoratori dell’Impresa H.C.B. (Hidroelectrica Cabora Bassa), che gestisce l’opera.
Vi è un ospedale di poco più di cento letti, con una sala operatoria, un laboratorio e una farmacia.
Il suo dottore è il padre Aldo Marchesini, dehoniano, arrivato lì nel 1976, trentacinquenne, trasferito da Mocuba, qualche centinaio di chilometri più a nord.
Era il secondo anno dell’indipendenza del Mozambico.
Le località citate nel racconto si trovano nella pianura lungo un circuito di circa centocinquanta chilometri.
Da allora, parecchi anni sono passati.
È arrivata la guerra, con tantissimi morti e molti danni.
Poi è ritornata la pace e si è ripreso a circolare sulle strade.
Il dottore, p. Aldo Marchesini, attualmente lavora in un’altra provincia, all’ospedale di Quelimane; a Songo ci sono nuovi medici.
La situazione, tuttavia, è rimasta fondamentalmente la stessa: le malattie sono sempre quelle, i malati vivono nelle stesse condizioni, le medicine continuano a scarseggiare, il sole continua il suo dominio implacabile sulla pianura, le acacie continuano a dare il loro esile riparo alle mamme che sostano col loro bambino malato sulle spalle, la speranza è ancora capace di far percorrere a piedi chilometri e chilometri per arrivare ai dispensari, ed è ancora intatto il bisogno di qualcuno che dedichi la vita per rispondere a tale speranza, e in mille modi continua ancora a manifestarsi la riconoscenza della povera gente quando incontra qualcuno che si ferma e si mostra disposto a darle una mano per guarire!



1. "Pa citatu"
I fiori a ciocche delle acacie, fittissimi, fanno come una tettoia incredibile sopra l’ambulanza, mentre percorro il vialetto che dal Centro Sanitario di Estima immette sulla strada che va a Songo.
Il cielo, proprio in faccia a me, è rosso come il fuoco per il sole appena tramontato.
A destra i monti, e a sinistra la grande distesa di bosco, che arriva fino al confine con lo Zimbabwe.
Questo è il momento più intimo e di pace del mercoledì, il giorno dedicato ai malati del "mato".
Sono stanco morto dopo una giornata intensa di visite, e come me sono stanchi anche i due infermieri che mi accompagnano sempre, e la suora che è venuta ad aiutarmi per la prima volta.
Nell’ambulanza c’è già buio, e dal posto di guida accendo le luci del cruscotto.
Siamo tutti in silenzio; per sentirci a vicenda bisognerebbe gridare, perché il motore della Land-Rover fa un rumore assordante.
L’ambulanza è senza barelle e i due sedili lungo le pareti sono strapieni di ammalati.
Qualcuno è seduto o accoccolato anche nel mezzo, sopra o sotto o di lato alle innumerevoli cose che ingombrano ogni buco.
Ci sono i vecchi scatoloni strapieni di medicine, pomate, colliri, garze, bottigliette, sacchetti, cotone, ecc.
che ci servono nelle visite.
Ci sono i fagotti degli ammalati con dentro una vecchia coperta (striminzita, lisa, sudicia, perché ci si avvolgono per dormire sulla nuda terra), il piatto di ferro smaltato, due o tre latte con un po’ di farina di miglio o arachidi, e una più piccola che serve da bicchiere.
Una cosa che non manca mai è la "capulana", un pezzo di stoffa colorata che serve per tutti gli usi: da sottanina o da sopra sottana per le donne, oppure per avvolgere e fissare il bambino sulla schiena, o anche per servire da mantello per quando è freddo o piove, e infine per cento altri usi.
Per quanto l’ambulanza possa essere stracarica, si trova sempre il modo di infilarci dentro l’ultima donna che è rimasta lì ad aspettarci fin dal mattino, col figlioletto disidratato per diarrea o in fin di vita per l’anemia.
Tutti sanno che oggi è "pa citatu", cioè mercoledì, e che il dottore passa con l’ambulanza.
Ci sono mamme che fanno più di venti chilometri con il bambino sulle spalle e il fagotto in testa, per arrivare sulla strada dove passerà l’ambulanza.
Quando in famiglia qualcuno si ammala, i parenti dicono fra loro: "pa citatu" (mercoledì).
E i malati ricoverati in ospedale, quando stanno meglio, mi sussurrano "pa citatu", per tornare a casa senza pagare la corriera.
È "pa citatu", penso tra me, mentre guido in silenzio l’ambulanza stracarica, che ansima sotto il peso eccessivo.
È vero, "pa citatu" è più di un giorno qualunque della settimana.
"Pa citatu" è un mondo a sé: è stanchezza, è incontri, è malati, è bambini; è caldo asfissiante, sudore, polvere, ritardi imprevisti, arrabbiature, pace, silenzio, rumore assordante del motore, ore sul ciglio della strada per avarie e soliloqui; è, secondo i tempi dell’anno, boschi verdi o sterpaglie secche che bruciano; infine è lavoro che sfinisce, è sonno, è contemplazione.
"Pa citatu" comincia a correre sulle bocche dei malati il lunedì, durante la visita ai reparti dell’ospedale.
Quelli che stanno meglio o che vogliono tornare a casa per un loro motivo particolare, dicono subito: "Sto già bene; "pa citatu" vado a casa con te".
Lì incomincia la schermaglia a trabocchetto, per capire se sta veramente bene o se finge.
Alla fine, a quelli che dicono la verità, do il foglio di dimissione da presentarmi al mercoledì, quando si riempie l’ambulanza.
Il biglietto serve per distinguere i malati guariti dagli approfittatori, che si intrufolano per fare il viaggio gratis.
C’è poi un’altra categoria da vigilare: sono quelle mamme incoscienti che, se non do loro il permesso, cercano di fuggire con il figlio non ancora guarito.
Spesso, per evitare mali maggiori, devo scendere al compromesso, cioè dimettere il bambino, obbligando la mamma a portare con sé le medicine per ultimare la cura.
C’è un’altra persona che al lunedì comincia i preparativi per il "pa citatu".
È Damiano, il fedelissimo infermiere che da più di tre anni fa coppia fissa con me al mercoledì.
È incaricato della distribuzione delle medicine ai malati che visitiamo lungo la strada, e specializzato nell’estrarre i denti.
Con due giorni di anticipo comincia a vedere cosa manca nella cassa di legno dove, con un disordine sovrano, vengono messe le medicine più necessarie.
La cassa di legno è un’innovazione recente, e in un certo senso radicale.
Succedeva che gli scatoloni di cartone cominciavano a rompersi sugli angoli per il continuo maneggio per trovare la scatola o la pomata giusta, e il fondo a poco a poco si apriva a furia di venire strisciato sul pavimento della Land-Rover.
Già da qualche mese, ogni mercoledì si stabiliva che per la prossima settimana era necessario cambiare lo scatolone.
Ma il mercoledì mattina, alla partenza, non si era ancora potuto trovarne uno nuovo.
Finché un giorno capitò il fattaccio: un ammalato che tornava a casa, invece di strisciarlo sul fondo dell’ambulanza, sollevò lo scatolone di peso, e tutto il contenuto uscì dal fondo come una valanga, sparpagliandosi nella macchina.
E così venne presa la decisione di usare una cassa.
Dopo aver fatto la lista delle medicine che ci abbisognano per ricostituire lo stock essenziale, e dopo averle scritte su un altro foglietto con davanti il numero di codice del formulario nazionale, Damiano entra da me nell’ambulatorio, e con un’ineffabile sorriso sulle labbra aspetta che lo legga e lo firmi, per poterlo portare in farmacia perché venga inoltrato al centro di smistamento diretto dallo Stato.
Tutte le volte ho sempre qualche osservazione o domanda da fare, come la seguente: "Perché, Damiano, hai chiesto tanta clorochina? Tremila pastiglie sono troppe.
E perché hai scritto cinquanta bottigliette di sciroppo di cloramfenicolo?".
"Eh, Padre, la farmacia dà sempre la metà di quello che si chiede, perché c’è scarsezza. Perciò adesso ho imparato a domandare il doppio, per poterne avere a sufficienza. A volte aggiungo qualche altra richiesta di cose nuove, di cui abbiamo notato la mancanza l’ultimo mercoledì.
Così, di mese in mese e di anno in anno, la varietà delle medicine che portiamo con noi cresce e si specializza sempre di più.
Passa mezz’ora, e Damiano batte di nuovo alla porta.
Questa volta non sorride, ma con aria desolata mi annuncia: "È finito anche questo, e quest’altro. Di quell’altra medicina ce n’è solo per dieci malati.
La farmacista chiede con che cosa si può sostituire".
Allora cominciano i salti mortali per escogitare terapie alternative.
Non vorrei alzarmi per abbandonare le visite ambulatoriali: la sala d’aspetto è sempre strapiena di ammalati, che non riuscirò a smaltire prima dell’una.
Se vado un quarto d’ora o mezz’ora a rovistare tra i campioni gratuiti che tante anime buone mi inviano, significherà che l’intervallo per mangiare e "riposare", prima di iniziare le operazioni chirurgiche alle due del pomeriggio, sarà di quarantacinque minuti o di mezz’ora, invece che di un’ora.
D’altra parte, se rimango seduto a pensare con quali altre medicine si possano sostituire quelle esaurite, anche questo tempo mi verrà sottratto all’oretta di riposo che mi è necessaria prima di incominciare le operazioni chirurgiche.
Che fare? Così adesso, edotto dall’esperienza, appena Damiano bussa alla porta dell’ambulatorio, mi alzo in piedi e, senza aspettare che mi faccia una faccia da funerale, vado con lui in farmacia.
Lungo il cammino mi faccio spiegare ciò che manca, e subito si costituiscono nel mio cervello una serie di circuiti nervosi che propongono ipotesi alternative.
È il modo più spiccio e più sicuro.
Perciò, quando vado a controllare la cassa dei medicinali da portare nel viaggio del "pa citatu", verifico solo se ci sono le medicine sostitutive.
Infatti il più delle volte la fortuna si intenerisce e mi fa trovare soluzioni geniali e impreviste.

2. Strategie terapeutiche
Però questo problema non c’è solo al mercoledì.
Tutti i giorni della settimana devo escogitare nuove strategie terapeutiche con farmaci alternativi o adattamenti più o meno geniali e proporzionati alla soluzione concreta.
A volte capita anche di fare qualche scoperta interessante.
Per esempio, un giorno finì l’anestetico locale in gocce per gli occhi.
È incredibile il numero di persone che arriva in ospedale con corpi estranei piantati nella cornea.
Senza anestetizzare la superficie dell’occhio è tempo perso mettersi lì con la punta di un ago per cercare di tirar via il corpuscolo.
Nessuno resiste a tener l’occhio aperto.
Passando in rivista i campioni gratuiti ne avevo sempre trovato.
Ma un giorno capitò che non ce n’era proprio più.
Era rimasto solo l’anestetico iniettabile per infiltrazioni locali.
Ne aspirai un po’ con una siringa e ne feci cadere alcune gocce nell’occhio.
Passò un minuto e poi ne misi altre tre o quattro.
Di lì a poco chiesi se gli faceva ancora male.
"No, rispose.
Sto già bene, grazie"; e fece il gesto di alzarsi e partire.
"Aspetti, gli dissi; la cosa che è entrata nell’occhio è ancora lì.
Adesso gliela tolgo.
Guardi fisso in quel punto".
L’occhio non si mosse sotto la punta dell’ago, che scalzò dalla cornea con molta facilità il pezzettino di paglia che s’era piantato.
Altre volte invece ho scoperto e divulgato soluzioni già trovate da vecchi infermieri dei tempi eroici.
Due soprattutto si sono rivelate di larga applicazione.
Per le ferite e le ulceri infette è utilissimo il "violetto di genziana".
È una soluzione color viola, come dice il nome, indelebile, che macchia tutto e non viene via con l’acqua.
Disinfetta la ferita e la secca un po’.
E, dato che la macchia rimane più di un giorno, ha anche un vantaggio di tipo psicologico: è una medicina che "si vede" e che "resta lì" tutto il giorno.
Col suo uso "su scala industriale" - ci sono dei periodi dell’anno in cui arrivano all’ambulatorio più di cento persone al giorno, con feritine e feritone, ulcerine e ulcerone - ho scoperto che molte volte non c’è bisogno di fasciature (aiutato dal fatto che, per un certo periodo, rimanemmo anche senza bende).
Da un altro infermiere appresi che l’euclorina o soluto di Dakin, come la chiamano in Mozambico, ha la stessa efficacia anche se fatta con una formula molto semplificata.
Basta diluire 10 centimetri cubici di ipoclorito di sodio (la normale varechina in commercio) in un litro d’acqua, per ottenere un equivalente indistinguibile dal celebre soluto di Dakin.
Questo liquido ha un impiego enorme ai tropici.
Applicato come impacchi da tenere sempre bagnati, è formidabile nelle bruciature e nelle ulceri tropicali, per detergere e far granuleggiare l’area disepitelizzata.
Se poi al primo o secondo giorno di ricovero si fa una bella pulizia chirurgica della regione, allora è il massimo che si possa ottenere.
Nella mia attività pratica, finora, nessun metodo si è rivelato tanto efficace, rapido ed economico.
Tuttavia l’"arrangiamento" più bello è quello di fabbricarci artigianalmente i reagenti per determinare i gruppi sanguigni del sistema A, B, 0.
Da noi, in Africa, le anemie sono purtroppo comuni, e molte volte gravissime.
È frequente trovare delle persone, soprattutto bambini piccoli, con meno di cinque grammi di emoglobina per 100 ml.
di sangue (la norma dovrebbe essere circa 14 grammi).
Ed ogni settimana si presentano all’ospedale almeno due o tre casi.
Questo metodo non è certo una mia scoperta.
Serbavo nella memoria, tra i ricordi dell’Università, che era possibile poter fabbricarsi i reagenti, partendo dal sangue dei donatori il cui gruppo fosse già noto.
Col sangue dei donatori del gruppo A, si poteva fare il reagente anti-B; con quello del gruppo B, il reagente anti-A; e con quello del gruppo 0, il reagente anti-AB.
Quando i reagenti in commercio stavano per finire e i bambini anemici continuavano ad arrivare con lo stesso ritmo, compresi che dovevo mettere in pratica queste cognizioni piuttosto sommarie.
Cercai, su tutti i libri che avevo, la tecnica per fabbricare questi reagenti, ma non trovai nulla.
Forse era una delle tante invenzioni geniali del tempo pionieristico, che gli autori dei moderni libri di medicina citano per curiosità.
Perciò decisi di fare un po’ di esperimenti, prima di sbilanciarmi.
Provai ad usare il semplice siero, cioè quel liquido giallastro che si forma in una provetta piena di sangue lasciato coagulare spontaneamente.
Con l’ultima mezza bottiglietta di reagente feci fare dal laboratorista una serie di controlli accurati per la determinazione del gruppo di molti campioni di sangue.
Il gruppo determinato col nostro siero corrispondeva nel 100% dei casi con quello dei reagenti in commercio.
Allora sperimentai il nostro siero su alcune decine di volontari, e tutti gli esami fatti corrispondevano esattamente a quelli di controllo.
Solo il siero anti-A si rivelava in alcuni casi un po’ debole; ma bastava attendere qualche minuto in più per vedere la reazione.
Per evitare possibili rischi si controllava il vetrino al microscopio, e poi si faceva la trasfusione solo dopo aver fatto la prova incrociata tra il siero del ricevente e i globuli rossi lavati del donatore.
Con questo duplice controllo che ci copriva le spalle da ogni incertezza, incominciammo le prime trasfusioni con sangue preparato con il nostro siero.
Avevamo solo poche centinaia di controlli, ma tutti al cento per cento corrispondevano con il siero del commercio.
Più avanti, quando arrivarono di nuovo gli altri reagenti, continuammo i controlli del nostro siero, fino ad avere alcune migliaia di casi.
Tutto bene.
Anche nelle trasfusioni non ci fu nessun incidente.
Facemmo pure prove per sapere quanti giorni il nostro siero restava attivo, e notammo che incominciava a diventare debole verso la fine della seconda settimana.
Così decidemmo di usarlo solo per otto giorni, e se ne avanzava, lo buttavamo via.
Un secondo passo fu di aggiungere un colorante per dare colore azzurro all’anti-A e giallo rosato all’anti-B, come sono quelli in commercio, per evitare possibili confusioni.


3. I preparativi del martedì
Il martedì è il giorno del controllo dei mezzi di trasporto.
L’ospedale dispone, di per sé, di un’ambulanza Land-Rover chiusa, di una seconda Land-Rover aperta e di una vettura da turismo Peugeot 404.
Ho detto "di per sé", perché devo fare uno sforzo non piccolo per ricordarmi qual è il giorno in cui tutti e tre i "carri" - come normalmente sono chiamati qui - sono contemporaneamente in uso.
Per uscire al mercoledì, il più adatto è naturalmente l’ambulanza chiusa.
Il martedì, di buon mattino, Damiano va a fare un giro per controllare quale sia il superstite di turno.
Poi viene a riferirmi i dati riscontrati e le previsioni per il "pa citatu".
Purtroppo, molto spesso sono solo previsioni, perché a volte succede che il mercoledì mattina la situazione sia completamente capovolta.
La lunga esperienza pluriennale mi ha messo in grado di standardizzare una tattica discretamente valida.
Quando le due Land-Rover sono in efficienza, faccio un atto di fiducia nella buona stella dell’ospedale e soprassediamo: quasi mai è successo che il giorno dopo entrambe fossero in avaria.
Solo da alcuni mesi in qua, cioè da quando l’area sanitaria che dipende dal nostro ospedale venne accresciuta anche della zona di Chipera, che si trova dall’altra parte del lago artificiale formato dalla diga di Cabora Bassa, abbiamo iniziato ad informarci presso la segreteria dell’ospedale, che è la struttura responsabile dei trasporti, per sapere se ci siano in previsione viaggi di appoggio per quell’area durante le prossime quarantotto ore.
Infatti i viaggi per Chipera devono essere tenuti in grande considerazione per gli eventuali imprevisti.
Per arrivarci ci sono 45 chilometri da Estima, il nostro Centro Sanitario più importante in quella direzione, il quale si trova a 25 chilometri di asfalto da Songo.
Bisogna aver fatto il pezzo di strada che da Estima conduce a Chipera, per averne un’idea! In portoghese quel tipo di strada si chiama "picada", e mi pare che il richiamo, per assonanza, dell’immagine del piccone indichi bene il modo in cui venne tracciato, e permetta anche a chi non ha mai percorso simili strade di farsene una certa idea.
Ci sono fiumiciattoli da guadare, coste ripidissime da salire e da scendere, buche e sassi da scansare, e quando piove, c’è in soprappiù l’insidia del "matope", quel fango viscido su cui qualunque macchina slitta o s’impunta come un somarello bizzoso.
La strada finisce all’imbarcadero del lago, e Chipera si trova dall’altra parte.
All’imbarcadero, "di per sé" ci dovrebbe essere sempre una lancia a motore a disposizione dei vari servizi pubblici che devono attraversare il lago: Sanità, Amministrazione, Partito, Commercio interno, ecc.
Chi vuole servirsene, deve portare con sé una latta di benzina di venti litri, perché non esistono distributori sul posto.
Le condizioni avverse del clima, la mancanza di pezzi di ricambio e di meccanici fanno sì che abbastanza spesso la lancia sia inutilizzabile e che ci si debba servire di una piroga scavata in un tronco d’albero.
Per attraversare il lago a remi ci vogliono almeno tre ore.
Se poi c’è stato un disguido sull’orario di appuntamento con chi deve ritornare da Chipera, allora si può passare più di mezza giornata ad attendere il proprio turno.
Per tutti questi motivi, quando è preventivato un viaggio per Chipera, al martedì bisogna studiare la situazione e seguirla da vicino per essere pronti a soluzioni di emergenza.
Quando invece soltanto una delle Land-Rover funziona, è d’obbligo un colloquio con l’autista di servizio per sapere in quali condizioni si trova il "carro" che useremo per il "pa citatu".
Se c’è qualche inconveniente, anche piccolo, è meglio passare dall’officina della H.C.B. (abbreviazione di Hidroelectrica Cabora Bassa), l’impresa che gestisce la centrale elettrica della diga, per vedere se si può rimediarvi in tempo per il giorno dopo.
In tal caso l’autista mi chiede di precederlo con una telefonatina al capo dell’officina meccanica, il signor Horàcio, perché "del medico hanno tutti bisogno", e se il "carro" si rompesse nel "mato", e il dottore dovesse restare fuori per tutta la notte, le complicazioni sarebbero parecchie.
I miei rapporti con l’H.C.B. in generale, e col signor Horàcio in particolare, sono buoni, per cui si può dire che sia una vera fortuna che il mercoledì mi offra l’occasione per far compiere una revisione sommaria alle macchine (e senza far coda), con una frequenza poco più che settimanale.
La mia telefonata ha anche un altro vantaggio: mi dà l’opportunità di chiedere a che punto sono i lavori di riparazione della Land-Rover di turno, e di sollecitarli senza apparire troppo seccante.
C’è poi una terza eventualità, che è anche quella più ansiogena, quando entrambe le Land-Rover sono in officina.
È vero che ho sempre la Peugeot 404, ma non si presta molto per il servizio del mercoledì, perché non c’è il posto per caricare i malati che hanno bisogno di essere trasportati con urgenza all’ospedale.
In questo caso, il primo passo è quello di telefonare al signor Horàcio per sapere quali speranze ci siano perché almeno una delle Land-Rover sia pronta per la sera.
Se la risposta è un po’ vaga, tipo: "Faremo il possibile per riuscirci", allora bisogna iniziare i contatti con la sezione trasporti dell’impresa, per sapere se ci possono prestare una vettura per il giorno dopo.
Le cose sono abbastanza complicate, perché entra in gioco la burocrazia.
Ci vuole l’approvazione dell’ingegnere responsabile, la designazione di un autista particolare, oltre che una certa dose di fortuna per capitare in un giorno in cui ci sia una Land-Rover disponibile, ecc. ecc.
Ad ogni buon conto, alle tre del pomeriggio, quando Damiano smette di lavorare (fa orario unico), passa dal signor Trindade, responsabile dei trasporti, per ribattere il chiodo o per ricordare all’autista, nei casi già risolti, di essere all’ospedale alle sette in punto per le operazioni di carico degli ammalati che tornano a casa.
Quando le due Land-Rover sono in officina per la revisione o per riparazioni, la Peugeot 404, che abitualmente è a disposizione del medico, resta nelle mani dell’autista per il servizio giornaliero dell’ospedale.
Il martedì è giorno di grosse operazioni chirurgiche e quando finisco, due o tre ore dopo il tramonto, chiedo all’autista che mi porti a casa il "bollettino dei carri".
Se nessuna delle Land-Rover è pronta per il viaggio del mercoledì, lo avviso che il giorno dopo dovrò uscire con la Peugeot 404, e che perciò controlli l’acqua, l’olio, la ruota di scorta, i ferri, e che mi venga a prendere puntualmente alle sei e mezzo, con il pieno già fatto; e che infine solleciti il personale a cambiare le lenzuola degli ammalati per poterle portare alla lavanderia dell’H.C.B. prima delle sette e un quarto.
C’è un’ultima cosa di cui debbo occuparmi il martedì, anche quando tutte le auto siano in ordine: il problema del carburante.
Questo problema cominciò a preoccuparmi dall’inizio della guerra di liberazione dello Zimbabwe, quando la nostra provincia di Tete divenne teatro preferito degli attacchi e delle rappresaglie della Rhodesia di Smith.
Le vie di accesso furono interrotte più volte e fu necessario ricorrere al razionamento di molte cose, benzina e gasolio compresi.
All’inizio mi capitò per due volte di trovarmi il mercoledì mattina con tutto già pronto per la partenza, ma con il serbatoio del carburante vuoto, per mancanza di previdenza degli autisti che non avevano controllato i bidoni della benzina.
Per ottenere un supplemento di combustibile, ci vuole tempo e pazienza! Bisogna farne la richiesta per iscritto all’Amministratore delegato della Società, il quale deve rilasciare per iscritto l’autorizzazione.
Solo con un tale documento si può poi andare al distributore dell’autofficina a prelevare il carburante.
L’orario migliore per partire con i malati è alle sette e mezzo del mattino.
Ma quando succede che manca la benzina, si deve mettere in conto per lo meno un’ora di ritardo a partire dalle otto, quando entra in servizio l’Amministratore delegato.
Il disappunto di dover partire alle nove anziché alle sette e mezzo, la rabbia per l’imprevidenza degli autisti e tutte le corse avanti e indietro tra gli uffici e il distributore, che per giunta si trovano dalla parte opposta di Songo, sono sufficienti per rovinare una giornata.
Per questi svariati motivi, ora il gasolio è uno dei punti fissi del programma "conto alla rovescia" del martedì.
Ma, nonostante tutte le precauzioni, la realtà ha molte volte più fantasia di me.
Perciò ho finalmente imparato che soltanto quando spengo il motore e i fari nel buio del mercoledì sera di fronte alla porta dell’ospedale, e vedo l’infermiere di servizio venirmi incontro con la barella per caricarvi gli eventuali malati gravi che ho sulla macchina, posso dire tra me e me: "Anche oggi ce l’abbiamo fatta".
Ed un’altra preparazione più che necessaria Le operazioni chirurgiche del martedì sono abbastanza impegnative, e molto spesso finisco dopo le otto di sera.
La stanchezza si fa sentire, e anche se il giorno seguente è il più faticoso della settimana, tuttavia il pensiero di uscire da Songo per visitare il "mato", incontrarmi con gente semplice e buona, in una parola, vivere un giorno diverso dal solito, contribuisce non poco a infondermi un certo senso di euforia.
Però so bene che, il giorno dopo, il mio più grande nemico sarà il sonno.
Nulla costa così tanto, come il sentirsi all’improvviso chiudere gli occhi, e cadere in torpore, quando proprio quello che stai facendo esige da te il cento per cento di concentrazione.
Perciò il martedì sera cerco di andare a letto il più presto possibile, nella speranza di non dovermi alzare durante la notte perché richiesto d’urgenza all’ospedale.
A volte però capita che mi chiamino; e allora, quasi inconsciamente faccio del mio meglio per non svegliarmi del tutto, e cerco di trattenermi il sonno come sotto la cenere, lasciando a una frazione della mia psiche l’incarico di portare avanti il lavoro del dormire.
Naturalmente questo non è sempre possibile.
Capita a volte che arrivi un ferito per incidente stradale o a causa della guerriglia dello Zimbabwe, oppure che ci sia da fare un parto cesareo o anche che arrivi un bimbo con un’anemia gravissima, per cui sia necessario somministrargli una trasfusione urgente, e magari non ci sia nessun flacone di sangue pronto in frigorifero.
Anche dopo simili casi, quando mi ripongo a letto ho ancora una speranza, perché ho scoperto che il senso di sonno al risveglio non dipende dalle ore che sono riuscito a dormire.
Se, per esempio, mi riaddormento prima dell’una e mezza o delle due di notte, spesso al mattino mi sento in completa forma.
Più è lungo il periodo di sonno ininterrotto fra il riaddormentarmi e la levata, e più facilmente vengono neutralizzati gli effetti della chiamata notturna.
Questo è tanto più vero, quanto più tardi finisco il lavoro di chirurgia.
Perciò ho messo a punto una strategia, oserei dire, sofisticata.
Naturalmente metto sempre un po’ avanti l’appuntamento con la suoneria della sveglia, ma non posso mai oltrepassare le cinque e tre quarti, altrimenti il mercoledì diventa troppo corto.
Questo ritocco dell’ora è un po’ una cosa intuitiva.
Dove invece ci vuole dell’arte è nell’esatta interpretazione della percentuale del mio io che si è svegliata.
E questo esame interpretativo è molto importante, quando devo ritornare a letto verso le tre o anche più tardi.
Allora, anche cinque minuti di sonno dormiti in più per ritardare il risveglio, sono capaci di spostare l’ago dell’efficienza fisica del "giorno dopo" verso una migliore attività.
Se, al rientro dopo un intervento notturno, mi sento sveglio completamente o addirittura con mordente, mi ci vorrà un po’ di tempo per riprendere sonno.
Allora mi conviene fare la barba e, se del caso, anche la doccia, per dar modo al corpo di rilassarsi.
In tal modo sfrutto l’intervallo necessario per riaddormentarmi con atti che avrei dovuto fare alla levata.
Il che mi consente di spostare avanti la sveglia di altri buoni otto minuti.
Se invece sono riuscito a mantenere addormentata una percentuale apprezzabile di me, allora è più conveniente addormentarmi subito.
Infatti, anticipando le operazioni del mattino, potrei correre il rischio di svegliarmi completamente, e alla fine dei conti avrei di fatto diminuito il tempo totale del sonno, sia computato in termini di durata bruta, sia calcolato nel rapporto più raffinato di tempo di sonno e grado di ristoro delle forze fisiche.
Comunque sia, appena esco dal letto e poggio i piedi per terra, uno dei tanti sensi che abbiamo in più dei cinque classici, che si imparano alle elementari, mi dice subito, e con grande precisione, su quale forza di volontà potrò contare quel giorno e che tipo di sonnolenza dovrò affrontare.
Quando tutto va bene, cioè quando di notte non mi hanno svegliato e sono riuscito ad andare a letto presto, alle cinque e mezzo del mattino celebro l’ufficio delle letture, le lodi e la messa con il padre Antonio Losappio che vive con me.
Infatti alla sera del mercoledì, al ritorno dal giro fatto nel "mato", con tutta quella stanchezza che si ha addosso, si prega molto male.
A noi si unisce anche la suora infermiera che è di turno nell’equipaggio del "pa citatu".
È meno di un anno che a Songo sono arrivate, per lavorare nell’ospedale, tre suore spagnole.
Sono alla loro prima esperienza africana e sono per tutti una vera benedizione.
Con la loro discreta premura e il loro sorriso, sono diventate ben presto le beniamine di tutta la comunità di Songo.
Ora una di loro, a turno, il mercoledì viene con me nel "mato" per aiutarmi nella distribuzione delle medicine e nella cura dei malati: un’attività piuttosto pesante e frenetica, se si tien conto che quasi sempre ci sono oltre duecento ricette da consegnare ai malati con le debite spiegazioni sul tempo e sul modo di usarle.


4. Assado
A Songo ho un "cuciniere", come si usa dire alla maniera portoghese, che si chiama Assado.
Il nome significa "arrostito", e non sono mai riuscito a capire se è quello che gli hanno dato i genitori o se è un nome d’arte.
Ma questo poco importa.
È un uomo eccezionale, fedelissimo, premuroso, fa da mangiare bene e si ricorda di tutto.
Non ha l’orologio, ma arriva puntuale tutte le mattine alle sei, sia che piova, sia che faccia bel tempo.
Non ho mai capito come faccia, anche se lui mi ha spiegato che si basa sul canto del gallo di un suo vicino; questo gallo canta sempre con un anticipo regolare sullo spuntare del sole.
Assado poi fa a mente la correzione dovuta alla variazione che dipende dalla posizione della terra lungo l’eclittica o, in altre parole più semplici, dall’epoca dell’anno in cui ci troviamo.
Qui l’orario della levata del sole varia circa di un’ora secondo le varie stagioni dell’anno.
Però, al mercoledì, Assado arriva dieci minuti prima delle sei, perché sa che quel giorno ho più fretta del solito, e poi deve prepararmi la colazione al sacco che devo portarmi via.
L’ultima tappa del viaggio è Marara, un villaggio a 75 chilometri da Songo.
Assado è nato lì e lì vive una sua sorella che gli bada il figlio più grande, alunno delle elementari di quella scuola.
Spesso mi dà un biglietto per suo figlio, piegato sempre in modo originale.
Praticamente a Songo non si trovano in vendita buste da lettera; ma la necessità aguzza l’ingegno, e Assado ha inventato un sistema particolare di pieghettature, angoli e linguette che, se chi inventò la busta l’avesse conosciuto, si sarebbe risparmiato la sua fatica di inventore.
A volte mi dà un po’ di soldi da portare a suo figlio per comprarsi un quaderno o una biro; altre volte invece mi dà un sacchetto con un po’ di pane di Songo, perché a Marara non ce n’è.
A Songo manca la frutta, mentre a Marara se ne trova con facilità, specie arance e manghi.
Quando è l’epoca, Assado non si dimentica mai di consegnarmi un sacco vuoto, ben piegato e legato con una cordicella, perché venga riempito di frutta per la casa.
Una volta capitò che non mi mise in mano il sacco con le raccomandazioni necessarie, perché sono uno smemorato di prima qualità.
Stavo già uscendo dal fondo del giardinetto quando mi ricordai di non aver avuto il sacco per la frutta.
Tornai indietro tutto contento per far vedere ad Assado che quel giorno avevo più memoria di lui, e ci rimasi un po’ male quando egli, con il suo ineffabile sorriso, mi spiegò che quella mattina aveva messo direttamente il sacco dentro la mia borsa da viaggio.


5. Il mattino del mercoledì
Prima di partire con la Land-Rover debbo fare il giro di tutti gli ammalati degenti nell’ospedale e lasciare le disposizioni di ciò che si deve fare in quella mia giornata di assenza e delle terapie da usare: tutto dettato nel modo più chiaro e dettagliato possibile alla suora di turno che prende nota, per evitare che sorgano dubbi di interpretazione.
Di solito, negli altri giorni della settimana incomincio questa attività alle sei e mezzo in punto.
Ma il mercoledì, se posso anticipare di qualche minuto, lo faccio volentieri.
Devo confessare qui una mia debolezza.
Quest’ora, che va dal mio arrivo in ospedale fino alle sette e trenta, mette a dura prova la mia capacità di autodominio e di pazienza.
Dentro di me c’è un assillo, una specie di imperativo categorico: finire la visita agli ammalati entro le sette e mezzo.
Se ci riuscirò, potrò partire prima delle otto, e allora avrò davanti a me il tempo sufficiente per arrivare a Marara, il posto più lontano, prima delle due, come fissa la tabella del "pa citatu".
Però, per riuscire a far tutto in un’ora sola, bisogna "volare".
I letti dell’ospedale sono 116, ma i malati sono sempre una decina o due in più.
In ogni camera mi fermo solo per chiedere se ci sono novità, e per dare una soluzione agli eventuali nuovi casi.
Di problemi nuovi ce n’è sempre a sufficienza da riempire pari pari tutta l’ora.
Così, l’imperativo categorico che mi comanda come un radar invisibile colora di allarme e di disappunto tutti gli imprevisti e i possibili pericoli di interruzione che appaiono nelle vicinanze della mia sfera d’azione.
Per esempio, scopro che un malato è entrato il giorno prima, ma gli infermieri si erano dimenticati (?) di presentarmelo per la prima visita.
Perciò devo esaminarlo sommariamente e riempire la cartella di ricovero, scrivere la diagnosi più probabile e prescrivere la terapia.
A volte sono più di uno, e ad ogni nuova scoperta mi sento sempre più irritato e amareggiato per il "tradimento" dei miei collaboratori, i quali sanno che al mercoledì non voglio perder tempo a fare cose che dovevano già essere state fatte prima.
Altre volte mi chiamano d’urgenza al pronto soccorso per visitare un malato grave appena arrivato, oppure viene una persona che ha assoluto bisogno di un certificato da presentare quello stesso giorno al lavoro per essere assunto, e gliel’hanno comunicato solo il giorno prima a tarda sera.
Non è raro anche il fatto che Damiano, l’infermiere che mi seguirà nel "mato", mi venga a dire con la solita faccia funerea che la farmacista non gli ha dato tutte le medicine richieste, perché il giorno prima era stata troppo impegnata e non aveva avuto il tempo di confezionare tutto.
Allora bisogna aspettare fino a quando la farmacista avrà finito di preparare le pillole e le pomate di cui abbiamo bisogno.
Tuttavia la cosa che temo di più è l’arrivo dell’inserviente della maternità, perché mi porta sempre un annuncio sibillino dell’ostetrica, che mi chiede se, prima di uscire, posso passare un momento dalla sala parto.
Questo modo misterioso di chiamarmi mi innervosisce, perché mi lascia nell’incertezza circa l’entità del problema: vorrà solo un consiglio oppure ci sarà bisogno di fare un intervento che esige del tempo? È meglio finire la visita agli ammalati e sistemare tutto il resto per poi recarmi alla maternità o è preferibile andar subito a vedere di che cosa si tratta, per poter così rendermi conto della realtà? Di solito scelgo quest’ultima soluzione e vado a passo di corsa a vedere cosa c’è.
Non vi sto a dire come sia nervoso, mentre percorro quel breve tragitto.
Tuttavia, ad onor del vero, raccontando la storia passata, che si estende per un arco di tre anni abbondanti, devo confessare che non ci furono più di due o tre casi in cui dovetti fermarmi per fare un parto cesareo o una sinfisiotomia.
E anche queste poche volte non ritardai la partenza per il "mato" molto più di un’ora.
È accaduto invece con maggior frequenza che casi di parto complicati si siano presentati dopo la mia partenza dall’ospedale.
Ma il personale rimasto è stato sempre capace di risolverli da solo.


6. La sinfisiotomia
A questo punto mi sia consentito di presentare una piccola operazione, relativamente facile da eseguire, che mi ha permesso di superare tante difficoltà: la sinfisiotomia.
È un intervento che si fa in anestesia locale, usando un grosso e solido bisturi a lama fissa.
Consiste nella resezione della cartilagine della sinfisi del pube.
Tagliandola, il bacino si allarga di circa un centimetro, per cui la testa del feto che era bloccata scende rapidamente, e il parto si espleta in pochi minuti.
Naturalmente bisogna che la dilatazione del collo dell’utero sia sufficiente, cioè di almeno otto centimetri, e che la testa o le natiche del nascituro siano già impegnate.
Dopo l’intervento la mamma deve restare a letto, senza caricare il peso del corpo, per almeno dieci giorni, per dar modo alla sinfisi di saldarsi di nuovo.
Ne ho fatte a decine, e sempre con buoni risultati.
In più c’è il vantaggio che il bacino rimane più largo, e quindi i parti successivi vengono facilitati; senza calcolare poi che si risparmia un taglio cesareo, con tutte le conseguenze di rischio che nelle successive gravidanze porta con sé una cicatrice nell’utero.
Data la relativa facilità dell’esecuzione, ho cercato di insegnarla ai miei collaboratori più capaci e di provata esperienza, in modo particolare agli strumentisti che mi aiutano ad operare e che hanno già, come si suol dire, un po’ le mani in pasta, e a due ostetriche di buone capacità.
Quando sono a Songo le faccio operare sempre sotto il mio controllo diretto, pronto ad intervenire, correggere e spiegare.
Ma quando non ci sono, come al mercoledì, allora, se il bambino è in pericolo, il personale rimasto si assume la responsabilità e fa l’operazione.
La prima volta che avvenne questa operazione in mia assenza, la strumentista rimase in ospedale ad attendermi, per pregarmi di esaminare subito la donna che aveva operato, nel timore di complicazioni o di errori commessi.
Corsi a vederla, e tutto era stato fatto alla perfezione.
Perciò mi congratulai con la strumentista.
E vi assicuro che quella volta non so chi dei tre fu più contento: se la madre che stringeva fra le braccia il figlio vivo, la strumentista che aveva fatto da sola e bene l’operazione o io che costatavo che ciò che avevo insegnato era stato appreso e utilizzato senza sbagli.

7. Si parte
Ritornando agli imprevisti che possono succedere durante il tempo che passo all’ospedale per la visita ai degenti prima di partire per il "mato", debbo dire con lealtà che solo pochissime volte sono riuscito a finire per le sette e mezzo.
Le complicazioni che possono sorgere formano una lista senza fine, e per di più sono spesso inevitabili, perché non dipendono dalla nostra volontà.
Tranne però quest’ultima, che è anche la più indisponente, e che io chiamo la "beffa".
È quando ho finito tutto per le sette e mezzo o anche qualche minuto prima, e sto pregustando la soddisfazione di poter partire in perfetto orario, ma proprio mentre esco dall’edificio con la borsa in mano per salire sull’ambulanza, la vedo uscire di volata dal cancello perché l’autista si era dimenticato di portare, a suo tempo, le lenzuola alla lavanderia o di andare a comperare il pane, ecc.
Dico la verità, questo contrattempo è per me una delusione cocente, e devo fare uno sforzo non comune per dominare l’aggressività che sento ribollire dentro di me.
Quest’ora che precede la partenza del mercoledì, e che dovrebbe essere un’ora di sessanta minuti, ma che è sempre molto più lunga, diventa per me una scuola di vita.
Quando le cose vanno storte, o almeno più storte del previsto, sento nascere in me un sentimento cupo di delusione e di disappunto che mi amareggia e mi intristisce sino al punto di rovinarmi la giornata e di farmi immusonire per diverse ore.
Ma il ripetersi delle complicazioni ad ogni mercoledì mi ha fatto capire a poco a poco che, per liberarmi dalla tristezza, dovevo riuscire ad accettare gli imprevisti antipatici come una qualsiasi cosa da mettere in conto e da accogliere con pace e tranquillità: cosa facile a dirsi, ma terribilmente difficile a farsi.
Però, aiutato dall’esempio della grandezza d’animo che Damiano - e gli altri africani in genere - hanno in queste situazioni, qualcosa in me è migliorato.
Anzi, quanto più il miglioramento diviene profondo, tanto più mi accorgo che anche alle radici della mia personalità avviene un buon cambiamento, e vado scoprendo sempre più dei campi ancora inesplorati nelle zone della libertà e del rapporto intimo io-mondo.
La prima operazione del viaggio è caricare l’ambulanza.
Bisogna farci entrare le medicine da usarsi nelle visite, e spesso anche uno scatolone o due da lasciare agli ambulatori di Marara o di Estima; i malati che devono tornare a casa con i loro fagotti, pentole e sacchi; e, se possibile, anche un certo numero di familiari, che li hanno assistiti durante la degenza.
Di questa delicata operazione è incaricato Damiano.
Ci vuole un certo senso di inventiva e di diplomazia per far entrare nell’ambulanza un volume di persone e di fagotti che a vederlo lì fuori, messo in fila per terra, si giurerebbe che è per lo meno tre volte la cubatura disponibile.
Anzitutto si devono separare dagli abusivi - che si fingono ex malati, per scroccare un viaggio gratis - quelli che hanno diritto di tornare a casa, perché muniti del mio regolare foglietto di dimissione dall’ospedale, che i privilegiati sventolano come se fosse il biglietto vincente della lotteria di capodanno.
Una volta individuati gli "aventi diritto", si comincia con lo stabilire le varie precedenze.
Per prime salgono le mamme che hanno i bambini piccoli, poi i vecchi che fanno fatica a camminare.
In seguito è il turno di coloro che devono smontare nel tratto di strada dove non passa la corriera.
Se c’è ancora posto, entrano quelli che abitano lungo la strada asfaltata principale, a cominciare dai più lontani.
Così se qualcuno rimane a terra può andare con la corriera per un tragitto di strada relativamente corto e poco costoso.
Nei casi disperati, in cui il malato non abbia un centesimo per prendere la corriera, e anche con la migliore volontà proprio non ci stia nell’ambulanza, gli do un foglietto da presentare alla segreteria dell’ospedale, con l’autorizzazione a prelevare i soldi del viaggio dal "Fondo sociale", costituito con le offerte e i contributi volontari di qualche ammalato benestante o di tecnici della centrale di Cabora Bassa, che hanno voluto dimostrare riconoscenza per il servizio ricevuto dall’ospedale, e soprattutto dei benefattori d’Italia.
Quando l’ultimo passeggero è salito, viene chiusa la portiera e tutto sembra risolto, dobbiamo salire noi dell’equipaggio: io, Damiano, la suora di turno (Teresa o Teresina, che però sono di egual volume), e l’infermiere che viene lasciato a Chirodzi.
Tre c’entrano nei sedili davanti, ma il quarto deve infilarsi, in maniera che di solito è altamente acrobatica, tra le gambe e le masserizie, nel reparto di dietro.
Per fortuna, se così si può dire, la portiera posteriore è incompleta.
C’è solo la metà in basso, che è molto solida e flessibile, con tutta sicurezza.
Quella di sopra è rimasta l’anno scorso nel "mato", durante la stagione delle piogge.
L’ambulanza era andata in servizio per una strada impervia, e nel risalire la sponda di un torrente era slittata all’indietro andando a sbattere contro un albero, che rese inservibile la parte superiore della porta posteriore, e la si lasciò lì ad perpetuam rei memoriam.
Questa "mutilazione" presenta per il "pa citatu" un insospettato vantaggio: infatti c’è sempre qualcuno che può star seduto su quella specie di parapetto posteriore e così fare il viaggio gratis.
Finalmente si parte! O meglio, si dovrebbe partire.
Non so dire quante volte mi è capitato che la chiave dell’accensione non funzionasse o che la retromarcia, necessaria per girare l’ambulanza e partire, non ingranasse.
Allora l’autista accorreva e mi spiegava il trucco che bisognava fare per poter partire.
"Dia tre colpi di frizione", oppure: "Passi dalla prima alla seconda per due volte, e poi senza fermarsi metta la retro", o ancora: "Faccia un metro avanti in prima, e vedrà che entra".
Finché si è ancora nel recinto dell’ospedale, tutto può essere rimandato.
Però, quando questo capita in una stradaccia del "mato", i guai sono seri, specie se a fare i capricci sono la prima o la seconda marcia.
Se poi si è in salita (ce ne sono due molto ripide, e lunghe alcuni chilometri) c’è proprio da farsi venire il sudor freddo della morte.
Se invece è il motorino di avviamento che non funziona, allora c’è festa per tutti i bambini, che sono sempre la maggioranza del pubblico che assiste alla partenza dell’ambulanza per il "pa citatu".
Quando questa riesce subito a partire, è un agitare entusiastico di manine e un coro gioioso di voci e strilli che ci accompagna per un po’ di metri.
Però, quando non si avvia, la festa sembra ancora più grande.
Gli adulti si mettono dietro all’ambulanza per spingerla, mentre i piccini fanno a gara per riuscire a toccare almeno con una mano la Land-Rover e provare l’eccitante esperienza di far partire l’ambulanza.

8. Verso Maroeira
La strada che scende a Maroeira, dove ha inizio il falsopiano, è molto ripida e piena di curve pericolose.
All’uscita da Songo, prima di cominciare la discesa, c’è una fermata che ormai è entrata nella tradizione.
Le prime volte succedeva questo.
Appena usciti dall’ospedale, Damiano esclamava, battendosi una mano sulla fronte: "Mi sono dimenticato di prendere l’acqua per il radiatore.
Però possiamo fermarci a casa mia, all’inizio della discesa, per riempire una tanica".
Quando usciva di casa con l’acqua, uno dei suoi figli immancabilmente lo seguiva trotterellando con un fagotto in testa, che conteneva parecchie cose da lasciare lungo la strada: in genere acquisti che aveva fatto nelle botteghe di Songo per conto di amici e conoscenti.
Compresi e l’accontentai.
Così, col tempo, il rito dell’acqua finì, mentre entrò nell’uso la fermata per i fagotti, che tendevano ad aumentare di numero e di volume.
La discesa verso Maroeira è piena di curve insidiose; la so fare ormai a occhi chiusi, ma in due o tre punti provo sempre un po’ di ansia: con l’ambulanza che spesso pesa il doppio del carico consentito, devo frenare fin quasi a fermarmi, altrimenti la seconda non ingrana.
E se non entrasse, i guai sarebbero molto seri.
Purtroppo tutti gli anni capita che almeno due o tre volte un camion o una corriera non abbiano i freni buoni e non riescano a rallentare abbastanza per poter scalare di marcia in tempo utile.
Ciò che avviene in simili casi lo conosco assai bene, perché devo passare ore e ore in sala operatoria per curare i feriti che a volte arrivano a decine.
L’anno scorso, due corriere uscirono di strada nello stesso punto alla distanza di pochi giorni e andarono a fermarsi l’una accanto all’altra.
Alcuni anni fa, nel giorno della visita ufficiale del Presidente dell’Angola a Songo, uscì di strada addirittura un carro armato.
In fondo alla discesa c’è Maroeira, un posto di blocco della polizia, con tanto di catena che sbarra tutta la strada.
C’è il controllo dei documenti e il rilascio dei permessi scritti di transito per i visitatori che vogliono salire a Songo.
Ma quando dall’ultima curva appare l’ambulanza, il poliziotto di turno abbassa la catena e ci fa cenno di proseguire.

9. Prima tappa: Chirodzi
Dopo alcuni chilometri di falsopiano, si attraversa una piccola catena di alture e poi si scende nella sconfinata distesa ondulata che per centinaia di chilometri procede verso il mare.
Questo orizzonte, che quasi d’improvviso si apre senza limiti, dà un senso di libertà e di pienezza.
Si corre così tra campi e boschi per un’altra trentina di chilometri, fino alla nostra prima fermata, una località che si chiama Chirodzi (si pronuncia Sciròzi).
Al tempo dei portoghesi c’era qui una grossa base militare, con accanto un cosiddetto "aldeamento", cioè una specie di villaggio fatto di capanne allineate, dove veniva concentrata la popolazione dei dintorni per "proteggerla" dalle insidie dei guerriglieri.
Oggi della base restano solo dei mozziconi di case, diventate cave di blocchi di cemento e di mattoni, e il tracciato di una vecchia pista di atterraggio in terra battuta, ora ingombra di erbacce e di sassi.
Anche l’"aldeamento" è semidistrutto.
La maggior parte della gente è ritornata dove stava prima.
È un’area molto abitata, resa fertile dal pigro passaggio del torrente Chirodzi, anche se nel tempo del gran secco è soltanto una pista di sabbia infuocata.
Chirodzi è l’ultimo, in ordine di tempo, degli "ambulatori" del "mato"; in compenso, però, è il meglio attrezzato.
Ora abbiamo un posto fisso: una stanza in una vecchia bottega abbandonata dal padrone.
Rimane un po’ fuori della strada asfaltata, in uno spazio erboso dal fondo irregolare, dove affiorano grossi massi di roccia.
Due giganteschi baobab, uno a sinistra e uno proprio di fronte, dominano con la loro mole tutto l’ambiente.
Quando, dopo un’ora di rumore assordante della Land-Rover, spengo il motore e scendo, mi avvolge subito, come un manto, un silenzio tranquillo, interrotto solo dal canto degli uccelli.
Verrebbe voglia di fermarsi lì un’ora o due all’ombra del baobab, in assoluta solitudine e tranquillità, per gustare quella pace che traspira da tutto l’insieme del paesaggio.
Invece il mercoledì è proprio impossibile.
Oggi è "pa citatu", e tutta la gente che abita in una fascia di trenta chilometri dalla strada asfaltata lo sa e ci attende con fiducia.
All’ora in cui arriviamo, verso le nove, non c’è ancora molta gente; ma da tutte le direzioni ci sono ammalati in cammino verso Chirodzi.
Da qualche tempo arrivano fin da oltre il fiume Zambesi.
Lo attraversano in canoa e poi camminano quattro o cinque ore a piedi.
Di solito arrivano dopo mezzogiorno.
Però non c’è fretta, perché lascio qui un infermiere per tutta la giornata.
Lo riprenderò alla sera, al ritorno, insieme ai malati più gravi, che hanno bisogno di essere ricoverati.
Credo che valga la pena di narrare come è nato questo ambulatorio del "mato": è una storia interessante e simpatica.
"Dovete dunque sapere", dirò col Manzoni, che nei primi mesi ci passavo sempre davanti, senza fermarmi.
Anzi, mi ci fermavo spesso, ma solo per far scendere i malati della zona che facevano ritorno a casa.
Proprio sul ciglio della strada asfaltata c’era, e c’è tuttora, una botteguccia; però quell’"uccia" è un diminutivo ancora troppo grosso per le sue dimensioni.
Sono quattro mura coperte da pezzi di lamiera arrugginita, che sul davanti sporgono fino ad appoggiarsi a due rozzi tronchi che fungono da pilastri della cosiddetta veranda.
Un giorno, tra la gente che doveva scendere a Chirodzi, ci fu un simpatico vecchietto, dai capelli bianchi, molto gentile e minuto, accompagnato dalla moglie, anche lei piccola e amabile.
L’avevo operato di cancro alla prostata e ora doveva continuare a fare delle iniezioni di estrogeni-ritardo ogni quindici giorni, per molto tempo.
Andammo insieme dal padrone del negozietto per chiedere se accettava che ogni due settimane potessimo entrare da lui a fare l’iniezione.
Naturalmente diede il permesso con molto entusiasmo, ben contento che il suo locale diventasse in un certo qual modo un centro medico ufficiale: la clientela sarebbe diventata più numerosa.
Perciò, un mercoledì sì e uno no, il vecchietto era seduto ad aspettare sul ciglio della strada, stringendo fra le mani il suo sacchettino di plastica nel quale conservava con cura le fiale.
Mi veniva incontro sorridendo col cappello in mano.
E anch’io lo salutavo sempre togliendomi il cappello in segno di amicizia.
Il padrone della bottega era già lì in piedi sulla soglia, insieme ai pochi avventori presenti, e tutti mi salutavano con un inchino a cui rispondevo con un sorriso.
Poi attendevano fuori, in rispettoso silenzio, che io facessi l’iniezione al vecchietto.
In seguito, Chirodzi diventò a poco a poco un villaggio e incominciò a imporsi alla mia attenzione.
Mi accorsi che il numero di coloro che scendevano lì era sempre consistente, segno evidente che da quell’area provenivano molti malati.
Perciò sarebbe stato un gran servizio per quella gente aprirvi un "Centro" di visite.
Però lungo la strada ne avevo già quattro che mi impegnavano tutta la giornata, senza tener conto dei due ospedaletti di Marara e di Estima.
Mi mancava il tempo necessario.
Che fare? Fu Giuseppe Meoni, il fratello infermiere che viveva con me, a suggerirmi di lasciare a Chirodzi per tutto il giorno un infermiere patentato per la cura dei diversi ammalati che si presentavano.
Avrebbe fatto le medicazioni delle piaghe e delle varie ferite, e avrebbe indicato quelli da ricoverare con urgenza.
Alla sera, al nostro rientro a Songo, sarebbe stato ripreso.
Ne parlammo con le autorità locali, che furono più che contente dell’idea, e ci offrirono una stanza-ambulatorio in una vecchia bottega abbandonata.
Una delle condizioni che ponemmo per fermarci tutte le settimane fu che la gente del posto costruisse una latrina a secco, secondo il modello nazionale propagandato dalla vasta campagna di risanamento dell’ambiente.
Ci premeva anzitutto l’igiene.
Parlammo con il segretario del circolo e con i maggiorenti del popolo.
La settimana seguente la fossa era pronta, e dopo quindici giorni anche la capannuccia che doveva accogliere l’ambulatorio era pronta.
Avevano strappato tutte le erbacce che invadevano il luogo, e davanti al locale, fino al grande baobab, c’era un ampio spiazzo pulito.
Il gran cespo di bougainvillea lilla e rosse che si appoggiava a un pilastro della veranda era in fiore, e pareva messo lì apposta per festeggiare l’inaugurazione del nuovo ambulatorio.
La notizia si era sparsa per molti chilometri, e il mercoledì dell’apertura c’era un mare di gente.
Il primo giorno utilizzammo il vano principale della bottega, mettendo il materiale medico sul banco di vendita e disponendo la gente in fila davanti ad esso.
Ci volevano pure due sedie e un tavolino.
I ragazzi della scuola corsero a prenderle dalla baracca di lamiera che fungeva da aula, e così tutto fu attrezzato.
La maggior parte dei pazienti avevano ferite e ulceri tropicali alle gambe.
Quindi si doveva potenziare lo stock di garze, disinfettante, bende, antibiotici in polvere, cerotti, ecc.

10. Le ulcere tropicali
Questo è il problema numero uno di Chirodzi.
La gente cammina a piedi nudi e con le gambe scoperte.
Solo una minoranza porta i calzoni lunghi e le scarpe.
Ci vuol poco a farsi una ferita nei piedi, alle caviglie o poco sopra.
Se non si disinfetta la ferita, o almeno non la si lava con acqua e sapone e la si protegge con qualche cosa, foss’anche una foglia trattenuta da un legaccio di scorza d’albero, è facile che si infetti.
Se poi le difese organiche generali sono scadenti per malnutrizione, anemia, infestazione di vermi intestinali, ecc. , allora il gioco è fatto: in pochissimo tempo la ferita si allarga, si arrotonda, i margini si ispessiscono, assume un aspetto granuloso ricoperto di una secrezione puruloide, maleodorante, destinata a non più rimarginarsi per settimane, mesi, e usualmente per anni.
Insomma, diventa un’ulcera tropicale.
Se non si interviene con un trattamento appropriato, è molto raro guarire spontaneamente.
La percentuale di malati di ulceri tropicali è la prova più chiara dello stato di abbandono sanitario in cui si trova una popolazione.
E Chirodzi era veramente abbandonata.
Il posto sanitario più vicino era Marara, a venticinque chilometri, verso Tete.
Nell’altra direzione, il primo e unico ospedale era quello di Songo, a cinquanta chilometri di distanza.
Tra questi due poli si estendeva un’area enorme senza nessuna assistenza e senza nessun trasporto per arrivare sulla strada asfaltata.
Si poteva ben capire, allora, perché tanti di questi pazienti affollavano la bottega-ambulatorio.
I problemi pratici da risolvere si evidenziarono fin dalla prima volta, quando, ripassando alla sera per riprendere l’infermiere, trovai nove ammalati, con grossissime ulceri maleodoranti, che mi aspettavano con gli occhi pieni di speranza di poter andare all’ospedale a "fare l’operazione".
Caricare nove persone in più sulla Land-Rover era impossibile.
Perciò salirono solo i tre più gravi, e per gli altri combinammo che sarebbero venuti a Songo con la corriera del giorno dopo.
E, per facilitare loro il passaggio al posto di blocco di Maroeira, rilasciai a ciascuno un biglietto per l’ospedale.
Appena si sparse la notizia che il dottore portava all’ospedale i pazienti affetti da ulceri tropicali, questi incominciarono a sbucare in così gran numero da tutti i villaggi, che non era possibile ricoverarli tutti insieme.
Perciò si rese necessario escogitare un modo per superare la situazione.
La maggior parte dei pazienti meno gravi doveva restare in famiglia, attendendo che il primo gruppo di ricoverati guarisse.
Non si poteva però lasciarli senza nessuna cura.
Fino ad allora usavamo fare le medicazioni tutti i giorni con il nostro soluto di Dakin, fabbricato in casa diluendo la varechina in acqua al dieci per mille.
Ma a Chirodzi questo non si poteva fare, perché l’infermiere rimaneva lì soltanto un giorno alla settimana.
Ci venne l’idea di provare con la polvere degli antibiotici scaduti.
Dopo aver ben pulito l’ulcera, vi si versava sopra il contenuto di un flaconcino, poi la si copriva con una garza e la si fasciava bene, assicurando il tutto con un cerotto.
Il paziente doveva aver cura di trattare bene la medicazione, cioè non aprirla né insudiciarla fino al mercoledì successivo.
Dopo qualche settimana di questo tentativo, l’infermiere che si recava a Chirodzi mi riferì che le ulceri si pulivano in fretta e cominciavano a restringersi da sole.
Un certo numero di malati stava guarendo tanto in fretta, che non valeva più la pena di portarli a Songo.
Per circa due anni, questa malattia costituì una delle attività di massa del nostro ospedale.
Perciò dovetti preparare una "équipe delle ulceri", che sapesse fare la pulizia chirurgica e i trapianti di pelle.
Io mi limitavo a passare in rivista, al lunedì pomeriggio, tutti i pazienti, avendo al mio fianco gli incaricati.
Facevo osservazioni, approvavo o criticavo il loro operato, e a volte prendevo in mano il bisturi e le forbici, in modo che gli interventi fossero fatti secondo criteri uniformi e, per quanto ne potevo capire, corretti.
Poi, a un certo punto, il serbatoio delle ulceri tropicali di Chirodzi si asciugò.
Erano state curate praticamente quasi tutte.
Rimanevano solo i casi che insorgevano in modo acuto, non più di sette o otto al mese.
Il lavoro di Chirodzi è piuttosto duro, per cui pensai di far ruotare un po’ gli infermieri, cambiandoli ogni tanto.
Sento il dovere di citarne i nomi, che tra l’altro sono bellissimi: Manhiça, Zuerica, Njenge, N’tsede.
Sono sempre i più sacrificati del viaggio: ultimi a salire a Songo, e ultimi anche a Chirodzi.
Devono viaggiare nelle posizioni più strane, aggrappati alla carrozzeria con le mani per non cadere.

11. Il mercatino di Chirodzi
Dopo tanto tempo che ci fermiamo nei vari posti, in ogni località si è creata una specie di tradizione caratteristica.
A Chirodzi, dove la strada di terra battuta che va alla bottega-dispensario incrocia quella asfaltata, c’è la fermata della corriera.
Verso le otto e mezzo-nove del mattino, quando arriviamo noi, c’è già un brulichio di persone che attendono il passaggio dell’autobus.
In questi posti fissi dove la gente si incontra, nasce spontaneo un piccolo commercio.
C’è chi offre galline, chi uova, chi papaie o altra frutta di stagione, chi stuoie o cesti o altre cose di consumo ordinario.
Damiano ha sempre una fitta lista di cose da comperare per qualcuno di Songo.
Il più delle volte sono galline, che qui sulla strada costano un terzo in meno che nei centri abitati.
Allora mi fa fermare l’ambulanza e chiama questo o quello, che corrono subito verso di noi nella speranza di fare qualche vendita.
Se le trattative sono un po’ complicate, scende a terra per poter parlare con calma e a suo agio, mentre io proseguo fino all’ambulatorio.
La stradicciola passa davanti alla scuola fatta di lamiere zincate.
I maestri hanno piantato tutt’intorno un bel giardinetto ricco di fiori e protetto da siepi.
Dalle finestre aperte si sente spesso uscire la voce degli scolari che ripetono in coro la lezione o cantano qualche inno locale.
Poi, più in là, la stradicciola diventa viottolo, e gli ultimi metri prima del dispensario sono invasi dall’erba che, quando viene la stagione delle piogge, oltrepassa l’altezza di un uomo.
Ci fermiamo davanti alla veranda e faccio scendere i malati della zona.
A quell’ora, all’ombra del baobab, c’è sempre poca gente. Tanto, sanno che l’infermiere rimarrà con loro tutto il giorno; quindi non c’è fretta.
I più puntuali sono quelli che hanno male ai denti, perché Damiano, il dentista patentato, li estrae solo di mattina.
Se per caso è sceso a contrattare galline, lo vado a prendere.
Di solito lo incontro che si sta dirigendo a passo di marcia verso il dispensario, seguito dal venditore che gli trotterella dietro portando i polli, che resteranno in custodia dell’infermiere di turno fino al nostro ritorno.
Anch’io in genere faccio acquisti a Chirodzi.
Compro uova, che a Songo si trovano con difficoltà e costano molto care.
Qui invece si trovano facilmente.
Infatti c’è sempre qualche donna o qualche bambina che mi viene incontro con un piattino di latta smaltata (il piatto del "mato", che non si rompe mai), con alcune uova che ruzzolano da un bordo all’altro.
Quando penso che se lo sono portato in equilibrio sul capo per chilometri e chilometri, senza che se ne rompa una, mi verrebbe voglia di pagarle tre volte tanto, per rimunerare l’abilità della venditrice.
Ma succederebbe un putiferio.
Perciò, anche se non ne ho bisogno, le compro sempre tutte: non me la sento di rimandarle a casa con cinque o dieci uova che ruzzolano nel piatto tenuto in equilibrio sulla testa, sotto un sole implacabile.
Tanto non sono mai troppe: quasi sempre alcune sono da buttare perché già andate a male.
A volte c’è qualche bambino in fin di vita con l’anemia o la diarrea: allora scrivo subito la cartella clinica con le prescrizioni del caso e lo faccio accompagnare sulla strada perché vada a Songo con la corriera.
Spesso devo dare alla mamma i soldi del viaggio, dato che arrivano solo con i sette "meticais" e mezzo richiesti dalla legge per una visita clinica e relativo diritto a tutta l’assistenza medica necessaria per la guarigione.
Capita pure che ci sia un marito in apprensione per la moglie che ha i dolori del parto, e vuole a tutti i costi che vada a farle visita nella sua capanna.
Per fortuna non mi è mai successo che ci fossero complicazioni tali da dover correre a Songo per praticare un taglio cesareo, interrompendo in tal modo il viaggio del mercoledì.
L’ho già detto, mi piacerebbe restare a Chirodzi un’ora o due sotto il baobab a guardare la campagna che si domina da quell’altura.
Invece non mi posso concedere neppure un minuto, perché il sole è già alto nel cielo e surriscalda l’aria, mentre gli ammalati mi stanno aspettando altrove con ansia.
Perciò si fa tutto in pochi minuti.
Damiano è un fulmine nell’estrarre i denti.
Poi si rimonta in ambulanza e si parte: prossima fermata Nhantsanga.

12. Nhantsanga
Da Chirodzi a Nhantsanga ci sono meno di dieci minuti di Land-Rover.
Il posto dove si visita è sul ciglio della strada, su un piccolo rialzo di terreno all’ombra di due acacie.
Ad aspettarmi c’è un gruppo di mamme con i loro bambini di pochi mesi.
Si mettono in fila da sole e continuano a chiacchierare fra loro.
Il villaggetto di Nhantsanga è piccolissimo, e queste donne vengono chi da una parte e chi da un’altra, per cui non si conoscono tra loro.
Qui termina anche uno dei sentieri che arrivano dallo Zambesi, distante da qui oltre quattro ore di buon cammino.
Quasi tutte le settimane c’è qualcuno che arriva da quella zona, e persino da oltre il fiume.
Giungono a mattina inoltrata o addirittura nel pomeriggio, e allora li visito al ritorno, perché mi aspettano seduti pazientemente all’ombra delle acacie.
Chi viene da oltre il fiume, in genere, ha qualche malattia veramente grossa, per cui deve essere ricoverato.
Spesso si tratta di malati che hanno bisogno di un’operazione.
La fermata a Nhantsanga è particolarmente gradevole nella stagione più calda dell’anno, perché sotto le acacie c’è un’ombra accogliente e riposante, e, dato che si trovano leggermente più in alto della strada, c’è spesso un po’ di brezza che, anche se non si può pretendere che sia sempre fresca, tuttavia è sempre per lo meno rinfrescante con la sua carezza sul corpo accaldato e strasudato, appena uscito dai quaranta gradi e passa della cabina di lamiera della Land-Rover.
Mentre visito, arrivano a gruppetti gli abitanti delle poche capanne del villaggio, sempre curiosi di vedere quello che si fa.
Nhantsanga è una località un po’ isolata, per cui l’arrivo del dottore costituisce, in un certo modo, uno degli avvenimenti della settimana che non bisogna lasciarsi sfuggire.
Gli uomini stanno ad osservare un po’ in disparte, mentre le donne e i ragazzini fanno circolo attorno alla suora di turno e a Damiano, che costituiscono l’attrazione principale con lo spettacolo della distribuzione delle medicine.
I malati presentano il foglietto della ricetta che ho consegnato loro, e i miei due collaboratori cercano il barattolo giusto, contano le pillole, le mettono in un pezzetto di carta e le consegnano al malato spiegandogli come si devono prendere.
Se invece si tratta di pomata, dato che i tubetti sono sempre meno delle necessità, ne spremono un po’ in un foglietto di plastica e ne fanno un piccolo involucro.
Però lo spettacolo degli spettacoli è quando c’è da mettere un po’ di pomata negli occhi di un bimbetto che è ancora in età da stare in collo alla madre.
Questa cerca di tenergli ferme le manine e il tronco, mentre chi ha l’ingrato compito di applicare la pomata deve, con la mano sinistra, immobilizzare la testa del piccolo e nello stesso tempo mantenere aperte con due dita le palpebre di quel tanto che è necessario per spremere, con la destra, il contenuto del tubetto.
È un po’ un’arte indovinare il momento propizio, perché il bambino si muove in continuazione e cerca di divincolarsi.
Per vedere meglio l’operazione, la gente cerca di stringersi sempre più intorno al gruppetto.
Allora si vedono le teste spostarsi di qua e di là in cerca di uno spiraglio di visuale, mentre i più piccoli, tagliati fuori dalla loro statura, corrono dalla parte che a loro sembra più propizia per una migliore visione.
Tutti, per un istante, trattengono il respiro in silenzio assoluto, per poi ricominciare di colpo il vocìo, appena centrato il bersaglio.
Per ultimo, come esibizione fuori programma, se quel giorno gli spettatori sono "fortunati", potranno assistere all’estrazione di qualche dente.
Quando sono rimasti in fila soltanto uno o due ammalati in attesa di ricevere le medicine prescritte, Damiano lascia da sola la suora a finire la distribuzione e a riporre tutto dentro la cassa, prende il contenitore delle pinze per togliere i denti e chiama a raccolta chi è prenotato.
Li fa accoccolare per terra, accovacciati o seduti su un masso, e fa loro aprire la bocca per un’ispezione sommaria.
Spesso, non so se per la paura o per il dolore, il paziente si tiene le mani a palme aperte sulla faccia, incorniciando così in maniera assai efficace un volto già estremamente espressivo.
Frattanto Damiano ha già aperto la sua cassetta metallica sull’erba e ne ha estratto lo specchietto.
Chinato col busto a metà, sulle gambe ritte, esamina da sopra gli occhiali la bocca del paziente.
Individuato il dente da estrarre, ritorna agli strumenti e mette una fiala nella siringa da dentista, seguito dagli occhi preoccupati del malato e da quelli curiosi degli spettatori, che però si tengono a debita distanza, perché Damiano non lascia avvicinare gli intrusi.
Mentre l’anestesia comincia a fare effetto, Damiano sceglie la pinza adatta, e prima ancora che sia completa (c’è sempre fretta), in un attimo il dente è già fuori e viene presentato agli occhi rasserenati del paziente che, tra uno sputo sanguigno e l’altro, esprime la sua approvazione con un mugolìo indecifrabile.
Frattanto Damiano pulisce la pinza e lo specchietto con una garza e butta via l’aghetto mono-uso della siringa.
Questo buttar via l’ago è un privilegio che viene offerto dal magazzino dell’impresa che ha costruito la diga di Cabora Bassa.
Ce ne sono rimaste ancora diverse scatole da mille aghi ciascuna.
Poi, se c’è, sotto un altro! Così, in pochi minuti, il servizio di odontoiatria itinerante chiude i battenti e si riparte.
Ma quasi sempre c’è prima un altro servizio, tipico di Nhantsanga.
Un nutrito gruppo di bambini sugli otto-dieci anni viene a mostrarci le feritine che hanno sulle gambe e sulle braccia per avere in dono qualche cerotto asettico.
E anche di questi ce n’è sempre per tutti, grazie a quel pozzo di San Patrizio che è il magazzino della suddetta impresa.
A Nhantsanga non ci sono discese da sfruttare per ripartire quando il motorino d’avviamento non funziona.
Questo inconveniente capita molto spesso, e la gente lo sa.
Perciò non si allontana prima di vedere l’ambulanza ripartire salutata da tutti.
Se l’accensione fa cilecca, allora benevolmente si mette dietro alla Land-Rover e ci spinge quel tanto che serve per metterci in moto.
Nhandunduma La tappa seguente è a una decina di chilometri, dopo una grande curva.
Il posto si chiama Nhandunduma ed è privo di alberi sulla strada.
Qui abita una popolazione gentile e simpatica, discreta e sorridente.
Dopo le prime volte che ci fermavamo per le visite mediche, senza dirci nulla in antecedenza, di loro iniziativa un mercoledì ci fecero trovare una capannuccia bell’e pronta.
Era costruita con muri di fango e tetto di paglia, come si usa qui; ma era ben rifinita, con le pareti levigate e il pavimento in terra battuta.
Questo bel gesto ci colpì e rallegrò tutti.
Fu una sorpresa veramente geniale e molto gradita.
Questa capanna viene chiamata pomposamente col nome di ospedale, ed è adibita soltanto a visite mediche.
Vista da fuori, come tutte le altre capanne, sembra piccola piccola; ma una volta entrati, è sorprendentemente spaziosa.
La luce, rispetto al riverbero abbacinante che c’è fuori, è molto smorzata, e la temperatura è più fresca.
L’unica apertura vera e propria è la porta d’ingresso: per entrare bisogna chinarsi un po’.
Il ricambio dell’aria e la ventilazione avvengono attraverso lo spazio vuoto che c’è tra la cima delle pareti di fango e l’intelaiatura su cui poggia il tetto di paglia.
Il più delle volte visito seduto.
I vicini portano due sedie: una per me e una per il malato.
Mi metto vicino alla porta, con le spalle girate verso l’esterno, in modo da poter esaminare il paziente che mi sta seduto di fronte ed è illuminato dalla luce che entra dalla porta.
Se sono bambini, li lascio in braccio alla mamma, con il viso rivolto verso di me.
Un certo numero accetta di essere visitato senza difficoltà; altri invece sono impauriti e si rigirano, urlando e piangendo, verso la loro mamma, sforzandosi di abbracciarla e di tenerla stretta al collo.
Alcuni poi sono così socievoli e sorridenti che li prendo addirittura sulle mie ginocchia e li visito con maggior facilità, sotto lo sguardo compiaciuto della mamma.
I pazienti si mettono in fila lungo le pareti della capanna, in modo da procedere in ordine e con speditezza.
Non tutti riescono ad entrare in un turno solo.
Chi non ci sta, aspetta fuori, ed entrano a due o tre alla volta, man mano che escono quelli che ho già visitato.
In genere, in una mezz’oretta o anche meno sbrigo tutti.
Quando ho finito, esco e mi metto ad aiutare Damiano e la suora di turno nel distribuire le medicine, perché sotto quel sole e senza un briciolo d’ombra è una faticaccia lavorare.
La gente di qui scherza volentieri ed è facile fare, tutti insieme, una bella risata che ci fraternizza.
Quando tutto è finito e saliamo in macchina, non ci sono problemi di avviamento, perché a Nhandunduma "l’ospedale" è in cima a un rialzo di terreno, e io arrivo sempre a marcia indietro, in modo da fermare l’ambulanza col muso in basso.
Basta staccare i freni e mettere la seconda al momento giusto, e i quattro cilindri della Land-Rover cominciano a scoppiettare con il loro rumore assordante, prima ancora di giungere sulla strada asfaltata.


13. Cataxa
Meno di cinque chilometri più avanti c’è una bottega sulla sinistra della strada, con tutt’attorno un discreto spiazzo.
È un centro di ritrovo e di scambio di notizie, oltre che di affari.
Di fronte al negozio c’è pure la fermata della corriera che collega Tete a Songo, e che negli ultimi tempi passa due volte al giorno, sia nell’andata che nel ritorno.
Poco distante scorre un fiumiciattolo di nome Cataxa (pronuncia Catàscia) che si può guadare a piedi; di là dal torrente c’è il viottolo che conduce a un villaggio che porta appunto il nome di Cataxa.
Come avviene quasi sempre qui, i fiumi danno il nome ai villaggi che sorgono nelle vicinanze e a tutti i dintorni.
La bottega di Cataxa è un posto importante, un vero crocicchio di tutta la zona.
Per meglio comprendere la sua importanza basta sapere che lo spaccio più vicino, degno di questo nome, si trova a più di trenta chilometri.
Questa breve premessa serve per far capire il perché qui a Cataxa ci siano sempre tra le sessanta e le cento persone sedute ad aspettarmi per le visite del "pa citatu".
Sono sedute un po’ qui e un po’ là, sotto le esigue ombre dei dintorni.
Alcuni malati sono ammucchiati (è proprio il caso di dire così) tanto sono stretti gli uni agli altri nella sottile fascia d’ombra proiettata dal muro della bottega.
Gli altri invece trovano qualche riparo sotto i pochi alberelli spinosi di quest’arida terra.
Appena l’ambulanza sbuca sul lungo rettilineo che precede il posto di Cataxa, c’è un corri corri generale per mettersi in fila in modo da occupare i primi posti.
Quando arrivo e faccio manovre per sfruttare anche qui la piccola pendenza del terreno fra la bottega e la strada asfaltata, ho sempre l’impressione che gli ammalati quella volta non siano poi così tanti, e che potrò finire abbastanza presto per arrivare alla prossima fermata - che è sempre affollatissima - a un’ora decente, cioè almeno mezz’ora prima di mezzogiorno.
Ma in seguito, quando sono seduto a visitare i pazienti nella bottega, la fila che sta fuori si rifornisce sempre di nuovi arrivati.
Per molto tempo ebbi dapprima l’abitudine di incominciare subito la visita dei malati seguendo l’ordine della fila che si erano fatta.
Ora però, spinto dall’esigenza di far giungere al più presto a Songo gli ammalati più gravi, e specialmente i bambini con anemia pre-mortale o diarrea intensa o broncopolmonite diffusa (per i quali anche le poche ore di attesa del mio ritorno al pomeriggio potrebbero significare la morte), passo per prima cosa in rassegna veloce tutti i pazienti in attesa, ripetendo a più riprese, sia io stesso che Damiano, che chi sta molto male ce lo dica subito.
Io poi, mentre li passo in rassegna, li guardo bene in faccia, perché non di rado c’è qualcuno che è veramente grave e cerca di occultare il suo stato per timidezza.
Questa visita presommaria mi fa scoprire ogni volta quattro o cinque casi urgenti, che faccio passare avanti agli altri e visito per primi.
Se sono da ricoverare, riempio immediatamente la cartella clinica di internamento, aggiungendovi le debite istruzioni per gli infermieri e la terapia necessaria.
Poi li faccio sedere fuori della stanza dove visito, ma in un posto all’ombra, e raccomando ai parenti di stare ben attenti all’avvicinarsi di un’auto diretta a Songo.
Appena la vedono sbucare in lontananza, devono venire ad avvisarmi.
La provvidenza ci aiuta sempre, e fa in modo che proprio nel tempo in cui visito passi qualche macchina diretta a Songo.
Quando i parenti mi chiamano, afferro le cartelle cliniche e salto fuori di corsa.
Mi piazzo in mezzo alla strada, facendo larghi segni con le braccia distese e le cartelle in mano.
È molto raro che al volante si trovi qualche pirata che non rallenta neppure e che mi prenderebbe sotto se non mi scansassi prontamente.
In genere, è facile convincere il guidatore a portare il malato fino all’ospedale: da queste parti, tutti o quasi mi conoscono, e volentieri mi fanno un piacere.
Una volta combinato il trasporto, chiamo chi deve salire, e che era rimasto un po’ in disparte con il cuore sospeso, seguendo i gesti e l’intonazione delle voci per intuire l’esito della richiesta.
Appena vede che gli faccio cenno di venire - in genere è una mamma con il bimbo in braccio - raccoglie il fagotto delle cose che ha portato con sé e viene di corsa.
Qualche volontario l’aiuta a sistemare la sua roba, mentre io consegno la cartella medica all’autista con la raccomandazione di consegnarla all’infermiere del pronto soccorso, il quale provvederà poi a tutto il resto.
Così me ne torno a continuare le visite, felice di aver sistemato un caso urgente.
A volte però i malati gravi sono più di uno, e mi può capitare che, durante il mio soggiorno a Cataxa, debba fermare due o tre auto per smaltirli tutti.


14. L’ambulatorio di Cataxa
Appena scendiamo dall’ambulanza, mentre io mi accingo a vedere se ci sono degli ammalati gravi, la suora e Damiano portano nella stanza che funge da ambulatorio la cassa dei medicinali, che va sempre più alleggerendosi.
Intanto due garzoni della bottega si affrettano ad aprire la porta e le finestre del locale, liberano il banco dalla merce che vi è sopra e cercano di fare un po’ d’ordine e di pulizie.
Anche questo locale potrebbe servire da bottega di vendite, ma viene utilizzato solo come magazzino.
Ci sono sempre sacchi pieni di qualche merce, sia in piedi contro il muro, sia ammonticchiati in qualche angolo.
Quando si tratta di pesce secco, c’è un bell’aprire porte e finestre: l’odore acuto e caratteristico dello stoccafisso ha ormai così impregnato i muri, le sedie e il pavimento da rendere inutile ogni aerazione.
Però non è spiacevole, perché nessuno di noi è schizzinoso.
L’unico inconveniente, se così si può dire, sta nel fatto che quell’odore stimola l’appetito, che è già piuttosto sveglio per l’ora avanzata, e quindi ci fa deglutire più spesso la saliva divenuta troppo abbondante.
Il pavimento e i sacchi brulicano di ogni tipo di formichine microscopiche: si vede che sono le uniche a cui piace il pesce.
Può fare impressione per la prima volta vederne tante tutte insieme, ma quando si nota che non si arrampicano su per le gambe e che a loro interessa solo il pesce, non ci si fa più caso.
A Cataxa visito sempre stando seduto, con il malato di fronte a me, anch’egli seduto su un’altra sedia, a lato della finestra (che, come nelle capanne, è piccola e dai battenti di legno), in modo che io possa vederlo discretamente in faccia.
Nonostante le due porte spalancate, la luce nella stanza è molto smorzata.
Colpisce veramente il contrasto fra la luce accecante di fuori e la penombra nelle case.
Se però la luce se ne rimane cortesemente fuori, non fa altrettanto il caldo.
Il tetto è di lamiera e non c’è intercapedine né alcun’altra apertura per la ventilazione in alto nel muro.
Un po’ perché fa troppo caldo dentro, un po’ perché non c’è posto, i malati aspettano fuori in fila indiana.
Entrano uno alla volta, siedono davanti a me, e poi vanno con la ricetta al banco, dove la suora e Damiano consegnano le medicine prescritte.
Bisogna ammettere che c’è sempre un po’ di confusione, perché la distribuzione dei farmaci va più a rilento della visita, per cui si accumulano parecchie persone nel poco spazio disponibile.
Generalmente ci vuole un’ora e mezza abbondante per completare il lavoro della tappa di Cataxa.
Per forza di cose, la visita di ogni malato è estremamente veloce e semplice.
Il più delle volte, per fare una diagnosi abbastanza certa, è sufficiente la descrizione del disturbo, con in più l’osservazione e l’eventuale palpazione.
Talvolta è necessario auscultare il cuore e i polmoni, ma più per farmi un’idea della gravità che della qualità della malattia.
Appena ho capito di che cosa si tratta, scrivo la ricetta sul retro del tagliando che serve da ricevuta del pagamento della visita allo Stato mozambicano.
Sono sette meticais e mezzo, una piccola cifra che praticamente tutti pagano, anche se chi non ha soldi viene visitato ugualmente.
Le medicine invece sono gratuite, come tutto il resto dell’assistenza, incluso il ricovero, gli esami clinici e le operazioni.
Se c’è un paziente da operare, concordo la data dell’operazione e lo annoto nell’agenda che ho sempre con me, combinando anche per il suo trasporto in ospedale.
Molte volte me lo porto a Songo quando la sera ripasso per il ritorno.
Con questo sistema di visite me la sbrigo rapidamente e con sufficiente serietà, nonostante le apparenze.
Le difficoltà sorgono quando ci sono pazienti con problemi di gravidanza o di ginecologia, perché in tali casi la visita accurata è indispensabile.
Se da quanto afferma l’ammalata risulta che la cosa è piuttosto complessa, allora la porto a Songo con me al mio rientro.
Se invece mi pare che sia una semplice malattia, che però ha bisogno di un più accurato esame, combino in modo che la donna venga con me fino al Centro sanitario di Marara, dove ci sono il lettino, i guanti di gomma e lo stetoscopio ostetrico.
Nel ritorno la riporterò in ambulanza di nuovo a Cataxa; e, se è da ricoverare in ospedale, proseguirà con me fino a Songo.


15. Riflessioni salutari
È a Cataxa che il mercoledì, se così mi posso esprimere, "scoppia" in pieno.
Fino a qui si sarebbe potuto confondere con una passeggiata di un medico turista, ma in quell’ora e mezzo trascorsa dentro a quello stambugio (con il caldo che sembra palpabile tanto è massiccio e "corporeo", con il sudore che ti fa appiccicare gli abiti a tutto il corpo, con la stanchezza che comincia ad affiorare, e con tutta quella fila di malati, che quando sbircio fuori non la vedo mai diminuire, per l’arrivo a stillicidio di pazienti che vengono da lontano) il mercoledì assume in pieno la sua fisionomia caratteristica.
In questa bottega si decide il resto della giornata per quanto concerne il mio intimo.
Non si tratta solo dell’umore tranquillo e sereno oppure - mi si perdoni la parola - scocciato e nervoso.
Si tratta, credo, proprio di una specie di filosofia nell’interpretare la realtà.
Nasce qui la tendenza - stavo per dire la tentazione - a considerare ogni prolungamento o contrattempo come una pena o una piccola disgrazia, che mi impedisce di mantenere il passo e gli orari prestabiliti.
Così facendo, però, oltre che rattristarmi e diventare di cattivo umore, mi sono accorto che si veniva a spostare l’ago della bilancia: il programma, l’orario, il terminare per la data ora diventavano, senza che me n’accorgessi, il mio padrone.
A me, invece, sembrava che l’offeso fossi io, e quindi, in caso di ritardi, che avrei dovuto faticare di più.
Ora, proprio stando qui seduto tutto inzuppato di sudore, in questo stambugio maleodorante dal tetto di lamiera, ho fatto la scoperta della vera libertà.
Ecco come.
Anche se i malati fossero più numerosi del previsto, se avessi dovuto rimanere lì un’ora di più, se fossi dovuto arrivare con grande ritardo in tutte le tappe successive, che cosa sarebbe avvenuto di grave? I pazienti mi avrebbero atteso con la calma imperturbabile di sempre, e io, al massimo, sarei andato a letto due ore dopo con un po’ di stanchezza in più.
Da qui a un anno, o anche solo a un mese o addirittura a una settimana, non me ne sarei neppure ricordato.
Scoprii così che di fatto era inutile perdere la calma e la serenità per qualche visita in più del preventivato.
Perciò cessava di avere peso ogni contrattempo.
Con questo ragionamento mi sentii liberato, e per sempre, dal mio nervosismo.
Anzi, quasi cominciavo a prenderci gusto; cominciavo ad accorgermi e ad assaporare la realtà che stavo vivendo tranquillamente, in pace con me stesso e con i contrattempi inevitabili della vita, quasi mi osservassi dal di fuori.
Mi accorgevo della gente che incontravo, del loro aspetto sereno, della loro storia spesso dolorosa, del bambino che dormiva beato dietro la schiena della mamma, dei denti bianchi che risaltavano sulla pelle scura, del vestito sbrindellato del povero malato, di Damiano e della suora, sempre pazienti dietro il banco dove avevano collocato le medicine da distribuire, sempre indaffarati nella ricerca di quella che io avevo prescritto; ed essi erano in piedi, mentre io stavo seduto.
Mi accorgevo della corrente che entrava quasi di nascosto dalla finestra, delle crepe sul pavimento in cemento percorso dalle infaticabili microscopiche formiche, del pianto dei bambini che le mamme lì fuori cercavano di calmare dondolandoli sulle loro schiene o mettendo loro in bocca il capezzolo di una mammella.
Mi accorgevo dei piccoli cigolii che ogni tanto facevano le lamiere del tetto, sotto il calore del sole e l’urto dell’aria calda che saliva dall’asfalto della strada, e che, quando guardavo fuori dalla finestra, mi faceva apparire tremolanti le figure delle persone e degli alberi.
Nessuno sospettava ciò che avveniva in me; né, d’altra parte, con chi potevo parlare durante quella ressa indaffarata, e così com’ero premuto da tutte le parti da tanta gente, tra voci, pianti e confusione? Certo quest’acquisto della mia libertà su tutto l’assillo impostomi dalla realtà non è avvenuto in un attimo né in un giorno, bensì mediante un’evoluzione graduale, simile allo spuntare delle foglie di un albero, dopo qualche tempo di pioggia e sotto il caldo del sole.

16. Ancora a Cataxa
La fine del lavoro a Cataxa avviene sempre per "lisi", come si dice in medicina.
Cioè non finisce di colpo con l’ultimo della fila; ma, mentre sto visitando l’ultimo, ne arriva un altro, e poi un altro ancora, e ancora un altro.
Infine non è infrequente il fatto di essere già tutti in macchina quando, mentre cerco di avviare il motore, scorgo una mamma che da lontano corre verso di noi e, mostrandoci il bambino, ci fa segno di attenderla.
Certo non parto prima di averle visitato il figlio e date le medicine necessarie al caso.
Però potete capire come in tali circostanze mi sia necessaria una certa pazienza per riaprire la portiera della Land-Rover, spostare la cassa delle medicine, rimestare fra i barattoli fino a trovare quello che serve.
Quando finisco l’"ultimo-ultimo", Damiano inizia il suo lavoro di cavadenti e la suora mette a posto le boccette e le lattine dei medicinali.
Io invece esco per una boccata d’aria che non sappia di stoccafisso, e vado dietro alla bottega a lavarmi le mani.
A venir fuori da quel forno surriscaldato e graveolente si prova subito un certo sollievo, sia per la sensazione di aperto, sia per il rilascio di tensione.
Però la vista deve riabituarsi al riverbero della luce accecante di mezzogiorno.
Sotto una tettoia di lamiera ci sono due bidoni da duecento litri, pieni a metà di acqua.
In portoghese li chiamano "tambores", una bella parola che dà subito l’idea della loro mole e della loro sonorità quando li si sposta.
All’improvviso un ragazzino sbuca da qualche parte per versarmi l’acqua sulle mani con un barattolo di latta che serve da mestolo.
Gli africani non si asciugano mai, perché il buon Dio ha inventato il sole prima che gli uomini potessero inventare gli asciugamani.
Ma spesso la forza dell’abitudine al modo di vivere della mia terra d’origine prende il sopravvento, e tiro fuori di tasca il fazzoletto per asciugarmele.
Questi pochi minuti passati dietro la bottega, in un ampio spiazzo, senza gente, tranquillo e silenzioso, un po’ più alto del terreno circostante in modo da permettermi di spaziare con lo sguardo fino all’orizzonte, sono per me una vera distensione psico-fisica, capace di scaricare la fatica di quell’ora e mezza di lavoro massacrante, con i muscoli e l’orecchio tesi verso i malati.
Ora le ultime persone visitate si stanno avviando con la loro cura verso casa; e Cataxa ritorna ad essere il posto di ristoro tranquillo e silenzioso di sempre.
Lungo la strada asfaltata che da Songo conduce a Tete, passa qualche rara macchina, mentre il vento porta pigramente le nubi verso i monti.

17. Elias
Non posso finire di parlare di questo posto senza accennare ad Elias, un uomo buono e sfortunato come ce ne sono pochi, che con la sua grandezza d’animo dà lustro a un villaggio sperduto e senza alcuna importanza come è Cataxa.
Elias, dunque, è un uomo sui quarantacinque anni, e quando era più giovane faceva il maestro elementare nel villaggio e il catechista.
A un certo momento, la vista cominciò ad annebbiarglisi fino a non vedere più che ombre, in modo che gli fu impossibile continuare l’insegnamento.
E dopo pochi anni divenne completamente cieco.
Quando arrivai a Songo, il buon padre Ferrero, parroco della missione cattolica, mi chiese di vedere se fosse possibile fare qualche cosa per ridargli un po’ di vista.
Quando però gli esaminai il fondo dell’occhio e vidi che la retina era degenerata a causa di quella malattia inesorabile che è la retinite pigmentosa, non mi rimase altro compito che quello veramente triste di dichiarare la sua cecità senza alcuna speranza di guarigione.
Elias ascoltò il verdetto in silenzio e mi ringraziò per avergli detto la verità, da uomo a uomo.
Poi, dopo avermi salutato, si alzò, pose una mano sulla spalla di uno dei suoi figli e uscì con rassegnazione dall’ambulatorio.
Rimasi a guardarlo con una stretta al cuore, cercando di immedesimarmi in lui per immaginare cosa potesse provare nel suo intimo.
Lo vidi pochi mesi dopo.
Mi chiamarono all’ospedale d’urgenza, e lo trovai sdraiato sul lettino del pronto soccorso, che aspettava in silenzio.
Aveva una caviglia molto gonfia, legata con un panno.
Mentre camminava per il villaggio con il suo inseparabile bastone, non si era accorto di una buca e vi era caduto in malo modo.
Gli presi il piede e subito risultò evidente che c’era una frattura molto seria.
Non si lamentò mai.
Gli chiesi se gli facesse male, e mi rispose: "Sì, molto", senza aggiungere altro.
Ai raggi X risultò che si era rotto i due malleoli.
Fu necessario operarlo.
Data la sua cecità completa, rimase in ospedale tutto il tempo necessario per lasciar consolidare l’osteosintesi e poter riprendere a camminare senza problemi.
Restò circa due mesi nella camerata grande degli uomini.
Di tutti i degenti, conosceva ogni malanno e necessità; e quando qualche malato non riusciva a spiegarsi, saltava su lui e mi chiariva i sintomi dell’interessato, secondo quanto quest’ultimo gli aveva confidato nei giorni passati assieme.
Quando c’era bisogno mi faceva da interprete, e molte volte mi fermavo da lui per farmi insegnare qualche parola o espressione chinyungwe.
Io non ho mai avuto una memoria brillante, per cui dovevo farmi ripetere per giorni e giorni le stesse cose.
Ma Elias, da uomo paziente e comprensivo, con la pratica dell’antico maestro di scuola, ripeteva sempre da capo, senza mai accennare al fatto che me le aveva spiegate già tante volte.
A poco a poco guarì e tornò a camminare con il suo bastone, che aveva un grosso nodo come impugnatura.
Ogni tanto compare a Cataxa per condurmi (facendosi accompagnare) qualcuno dei figli malati.
Credo che a volte sia il Signore a mandarmelo, in qualità di suo angelo, perché se arriva mentre comincio a innervosirmi, mi basta vederlo con la sua pazienza e serenità per recuperare d’incanto la pace e la gioia.



18. Moisés
Sei chilometri più in là, all’uscita della grande curva dopo il ponte sul fiume di sabbia, c’è, davanti al bivio per Marara, un ampio spiazzo.
Qui abita Moisés, "homen inteligente", come è scritto sulla porta.
Moisés è un uomo sui trentacinque anni, con un fisico d’atleta, rimasto cieco quando era bambino a causa del vaiolo.
Con l’aiuto dell’antico governo coloniale, che si compiaceva di fare gesti simili, aprì un posto di ristoro a metà strada fra Tete e Songo, in questo luogo desolato e secco, pieno di sassi, polvere e spini.
Ai camionisti e ai viaggiatori assetati non parve vero trovare lungo il cammino una buona birra fresca o una coca-cola, magari accompagnata da arachidi tostate o da qualche biscotto.
Così, a poco a poco, Moisés ha ingrandito la botteguccia: dapprima ha fatto una staccionata per le galline e le oche, poi vi ha aggiunto anche qualche maialetto di quella razza piccola, nera e setolosa che da queste parti cresce bene e senza tanti problemi di pulizia.
Due ragazzetti gli pascolano le capre, che riescono a trovare da mangiare anche in questa zona brulla.
Davanti a casa ha costruito una tettoia rotonda, fatta con paglia e altro materiale del posto; vi ha collocato un tavolo con alcune sedie.
È l’unica ombra della zona.
Perciò, quando si deve aspettare il passaggio della corriera, che ferma proprio lì davanti a motivo del bivio per Marara, non c’è tentazione più grande di quella di sedersi a bere una birra fresca.
A prima vista, si direbbe che Moisés sia un uomo felice.
Invece ha, oltre alla cecità, un altro cruccio molto grande, che gli rovina tutto il resto.
Dalla prima moglie, cieca pure lei, ha avuto cinque figli; ma uno dopo l’altro gli sono morti.
Allora ha preso altre mogli, e adesso ha otto bambini, tutti molto piccoli.
È evidente che, con otto figli in tenera età, l’uno o l’altro ha sempre qualche malanno, specialmente in Africa.
E quando non sono malati i figli, ci sono le mogli che hanno i loro problemi.
Perciò quasi ogni mercoledì, quando sbuco dalla curva, vedo una sentinella di Moisés farmi larghi segni con le braccia per indicarmi di fermarmi; e subito dopo esce di casa lui stesso, guidato per mano da un garzone, e si dirige a lunghi passi verso di me, con la faccia girata da una parte come fanno i ciechi, che invece di puntare gli occhi ti puntano le orecchie.
Moisés non è nobile e silenzioso come Elias: è un chiacchierone irriducibile, e per di più assai furbo.
Tenta quindi di appoggiarsi sul fatto di essere cieco per meritare compassione ed esigere privilegi.
Per esempio non si è mai sottomesso alla disciplina di mandare la moglie col figlio all’ambulatorio fisso di Cachembe (la nostra prossima tappa), che dista meno di due chilometri da casa sua.
Tutte le volte mi ferma perché gli visiti il bambino a domicilio.
Per una volta o due lo farei volentieri, ma per abitudine no, anche perché non voglio assolutamente aprire un altro posto di visita al bivio: sarebbe fisicamente impossibile.
Più volte c’è stato il tentativo di qualche ammalato che mi aspettava lì invece che al posto fisso di Cachembe; quasi sempre sono riuscito ad evitare la visita, facendolo salire sull’ambulanza e portandolo con me fino a Cachembe.
Per questo motivo, quando Moisés mi viene incontro, non scendo dalla macchina e gli parlo dal finestrino.
Se lui non vuole mandare a Cachembe il suo malato, deve almeno assoggettarsi a farmi vedere il figlio (a meno che non sia grave) quando sarò di ritorno dopo tre o quattro ore.
Allora avrò più tempo e non ci saranno pazienti che potrebbero aversela a male per il trattamento discriminatorio di concedere a Moisés il privilegio della visita a domicilio che a loro viene negata.


19. Cachembe
La strada che comincia al bivio per Marara non è più asfaltata, ma in terra battuta; perciò è sassosa, polverosa e piena di buche.
Per due chilometri non ci sono né abitazioni né campi coltivati, però il fondo è discreto.
Prima di arrivare a Cachembe ci si imbatte in un passaggio difficile.
La strada incrocia in quel punto un torrentello, o meglio un letto di torrente che si riempie d’acqua solo per poche ore, dopo i temporali più violenti della stagione delle piogge.
Come si usa fare per i piccoli corsi d’acqua, anche qui il rigagnolo è stato incanalato in un grosso tubo di cemento collocato sotto la strada, senza fare un vero ponte.
Questo modo di "risparmiare", però, spesso è fonte di infiniti guai.
Infatti la massicciata che riempie il letto del fiumiciattolo è instabile, e con le piogge e le piene, anno dopo anno, si sgretola, si affossa, diventa irregolare, mentre una parte viene portata via dalle acque.
Le fosse e le buche che si formano vengono di volta in volta riempite di terra.
Quando piove sul serio, la terra cede sotto il peso degli autocarri e delle macchine, e quando secca rimangono dei solchi profondi che la prossima pioggia trasformerà in pozzanghere di cui non si scorge il fondo.
Quando passo di lì durante il periodo delle piogge, i malati hanno un po’ di paura; ma io, che conosco la strada a memoria, so bene di quanto l’ambulanza sprofonda e si inclina.
Il mio unico timore è che, una volta o l’altra, quando si è senza avviamento, si spenga il motore proprio nel mezzo di quel pantano.
Purtroppo, a forza di passare su quella strada di fortuna, un giorno, ritornando da Marara, l’ambulanza si fermò proprio in quel punto critico.
La nostra fortuna fu di avere la macchina piuttosto leggera di merce e piena di gente.
Tutti quelli che ce la facevano a stare in piedi si misero a spingere, e in meno di un metro il motore riprese a marciare con forza, tra gli applausi dei passeggeri appiedati.



20. Gli incidenti di macchina
Poiché sono in argomento, mi viene la voglia di raccontare le volte in cui un’avaria mi bloccò il viaggio, facendomi sostare per diverse ore sul ciglio della strada.
Sempre, però, devo dire che in un modo o nell’altro la provvidenza si è preoccupata di noi, senza mai farci trascorrere tutta la notte all’addiaccio, anzi, spesso facendomi trarre profitto dalla fermata.
La prima volta che rimasi per strada fu ancora agli inizi del mio lavoro a Songo, quando non avevo ancora l’abitudine di fermarmi a visitare i malati lungo la strada.
A quei tempi usavo spesso la Peugeot, vettura tipo turismo, perché più veloce e più comoda.
Allora il "pa citatu" si riduceva a due ore di lavoro a Marara e a una o due ore a Estima: più simile a una scampagnata che a una sfacchinata.
Andavo quasi sempre da solo, perché nemmeno Damiano aveva cominciato il servizio del cavadenti.
Quella volta feci il viaggio in compagnia di un padre che abitava in un’altra provincia del Mozambico ed era venuto a Songo per farsi curare.
Nelle mie uscite, approfittavo per fargli vedere un po’ il nostro panorama e distrarlo.
Come è mia abitudine, mi portavo dietro un libro, perché "non si sa mai", potrebbe capitarmi di avere qualche intervallo libero che potrei utilizzare per studiare o leggere qualche cosa che mi sta a cuore.
In quella settimana mi stavo preparando a un’operazione molto grossa, che dovevo fare per la prima volta.
Si trattava di una donna, ancora abbastanza giovane, con un cancro alla vescica.
Pensavo che valesse la pena di operarla togliendole la vescica e deviando gli ureteri nell’intestino.
Il lavoro però era sempre così assillante che non riuscivo a trovare abbastanza tempo per studiare con calma un’ora o due di fila.
Ebbene, nel viaggio di andata, poco prima di Marara, mi si avariò il cambio, in modo che la marcia non usciva più dalla terza.
L’ospedaletto di Marara, prima della nazionalizzazione, apparteneva alla missione cattolica, per cui nei suoi pressi c’era ancora la casa dei padri, dove vive fr.
Paolo, meccanico di prima classe, che lavora sul filo del miracolo.
Mi rivolsi a lui, che si mise subito al lavoro.
Dopo poco tempo concluse che per aggiustare le marce era necessario un pezzo di ricambio nuovo per sostituire quello rotto.
Purtroppo non l’aveva, perché maneggiava solo Land-Rover.
Che fare? L’unica cosa che poteva fare era di mettere fissa la seconda marcia invece della terza.
Così sarei andato a trenta all’ora, ma avrei potuto superare la ripida salita di Maroeira, che in cinque chilometri porta in cima all’altopiano di Songo.
Con pazienza e rassegnazione ci mettemmo dunque sulla strada del ritorno, potendo ammirare nei minimi particolari il panorama.
Fu una lezione di vita che ci fece fare profonde riflessioni su ciò che si perde con la fretta e su quello che si può guadagnare ad adattarsi con semplicità agli imprevisti, cercando di rallegrarsi per ciò che gli imprevisti offrono di positivo.
Ero immerso in questi pensieri, quando la spia dell’olio cominciò a lampeggiare sulle salite, per poi rimanere sempre accesa dopo pochissimi chilometri.
Scesi a controllare l’olio: non c’era da fidarsi a continuare.
Perciò ci fermammo sul ciglio della strada ad aspettare che passasse qualche macchina.
Sapevamo che fr. Paolo doveva andare a Songo in serata per delle spese e che sarebbe passato più tardi con la Land-Rover della missione.
Quindi non ci preoccupammo.
Tirai fuori il mio libro e cominciai a studiare il caso che dovevo operare, allietato dal canto degli uccelli.
Passò più di un’ora prima di sentire, portato dal vento, il rumore lontano della macchina che attendevamo.
Il fratello non aveva olio con sé, per cui gli demmo un biglietto da consegnare all’ospedale, affinché ci procurassero cinque litri di olio all’officina dell’H.C.B. e ce lo portassero.
C’era solo da sperare che fr. Paolo arrivasse a Songo prima delle cinque di sera, cioè prima della chiusura dell’officina.
A dire il vero, non mi dispiacque troppo il dover rimanere lì altre due orette, perché ero giunto solo a metà dello studio sull’operazione alla vescica.
L’autista dell’ospedale arrivò quando il sole era calato e ormai diventava notte, e, anche se avessi voluto, non mi sarebbe stato possibile continuare il mio studio.
Altro incidente di macchina.
Per arrivare a Marara si devono guadare due torrentelli, passando su una placca di cemento gettata sul letto del fiumiciattolo.
Con tutte le volte che li ho attraversati, solo un giorno mi capitò di dovermi fermare sulla sponda per qualche ora.
Anche quella volta ero solo, senza malati e sulla via del ritorno.
C’era stato uno di quei temporali che si riscontrano solo in Africa.
Aspettai sulla strada fino al tramonto, ma l’acqua non calava molto in fretta.
In quelle ore che passai lì, oltre che studiare un caso di chirurgia urgente e nuovo, mi divertii pure ad osservare il comportamento della gente che si trovava sulle due sponde.
Verso sera, premuti dalla necessità, i primi coraggiosi tentarono il guado a piedi.
L’acqua arrivava quasi alla loro cintola.
Dopo che il primo ebbe successo, tra i battimani dei presenti, gli uomini presero per mano la moglie, misero sulle spalle il bambino che avevano con sé, e poi, un passo dietro l’altro, con prudenza, tastando il terreno con un bastone, guadarono il fiumiciattolo.
Di per sé non c’era grande rischio, perché il fondo era pareggiato e la larghezza del torrente non era più di dieci metri.
Anche questa volta la provvidenza mi venne in aiuto.
Al tramonto, quando non sapevo che pesci pigliare, sentii una Land-Rover in arrivo.
Una vera sorpresa, perché di solito nessuno passa di lì, dopo che è stata aperta la strada asfaltata da Tete a Songo.
Era Angelo, un tecnico italiano che abitava di fronte a casa mia.
A Tete aveva trovato un padre appena sbarcato dall’aereo, che, guarda caso, veniva proprio a passare qualche giorno a Songo da me.
Dato che questo padre era nuovo della zona, Angelo aveva pensato bene di fare la vecchia strada di terra battuta, per fargli vedere le due missioni di Boroma e di Marara.
L’acqua era troppo alta anche per la Land-Rover.
Quindi la mia Peugeot non poteva passare.
Dopo una breve discussione, decidemmo di tornare indietro assieme fino a Marara, cenare lì (nel frattempo era diventato buio), lasciare la Peugeot in custodia alla missione e unirmi a loro per fare una stradicciola secondaria che guadava un fiume più piccolo, che a quell’ora doveva certamente permetterci il passaggio.
Di fatti tutto funzionò come era stato previsto.
L’altro guado aveva sì e no due spanne d’acqua, e la Land-Rover passò senza difficoltà.
Arrivammo a Songo dopo le dieci di sera.
Trovammo tutti un po’ preoccupati, ma non troppo, perché il vecchio padre Ferrero aveva azzeccato la previsione, confidando agli altri che con le piogge di quella giornata avrei trovato il fiume Cachembe in piena.
E poiché tutti erano alzati ad aspettarmi, anche il padre mio ospite ricevette un’accoglienza ancora più calorosa dell’ordinario.
Abbiamo fatto molte volte il viaggio sotto l’acqua, però soltanto una volta ci capitò un’avaria durante un temporale da diluvio.
Anche in questa occasione ero uscito con la Peugeot, perché le altre macchine erano in officina per riparazioni.
Con me c’erano Damiano, una suora e quattro o cinque malati, stipati come sardine.
Non ricordo più di preciso che cosa capitò alla macchina, ma era certamente qualcosa di serio, perché non ci fu altra soluzione che farci trainare fino a Songo.
Anche quella volta il Signore ebbe compassione di noi.
Il guasto avvenne proprio all’incrocio della strada di terra di Marara con quella asfaltata Tete-Songo.
Se fosse avvenuto soltanto un paio di chilometri prima, avremmo dovuto rimanere lì tutta la notte.
Per caso, proprio davanti alla bottega di Moisés si trovavano in sosta alcune macchine della H.C.B., con alcuni posti vuoti.
Trasbordammo la suora e i malati, mentre io e Damiano saremmo rimasti sulla nostra macchina per farci trainare.
Ci bagnammo un po’ per fissare il cavo, ma per fortuna avevo portato una giacca a vento col cappuccio.
Anche la Land-Rover che ci rimorchiava non stava troppo bene in salute: faceva un fumo così nero come poche volte mi è capitato di vedere in vita mia.
Anche se avevamo i finestrini chiusi per la pioggia torrenziale, quel fumo riusciva a penetrare attraverso ogni fessura e a farci lacrimare come se stessimo tagliando cipolle a tutto spiano.
Da Moisés all’ospedale ci sono 64 chilometri, e prima di allora, a dire il vero, non avevo mai notato quanto fosse lunga la strada.
A metà percorso, sulla rampa di Chirodzi, il cavo si staccò, ma, contrariamente al prevedibile, Damiano ed io ce ne rallegrammo, e facemmo a gara a uscire dalla macchina, non tanto per evitare caritatevolmente all’altro una doccia fredda, quanto piuttosto per respirare a pieni polmoni un po’ di aria pura.
Non pensate che solo la Peugeot porti disgrazia.
Ho da raccontare avarie con ogni tipo di macchina.
Un’avventura che mi fece stare col cuore sospeso per più di un’ora, mi capitò con la vecchia Land-Rover aperta.
Questa macchina gloriosa, prima di essere nazionalizzata e passare alla Sanità, si era fatta tutta l’epopea della costruzione della diga di Cabora Bassa, percorrendo per anni su e giù il dislivello di 500 metri fra Songo e il fiume Zambesi.
Fra pezzi del motore, semiassi, ruote, giunti cardanici, portiere e tubi di scappamento sostituiti a più riprese, della Land-Rover originale credo che sia rimasto soltanto il colore verde, e anche quello tutto scrostato.
Viaggiando con lei mi è capitato veramente di tutto: dalla rottura delle valvole alla caduta a terra di un semiasse in una salita del 15%, dalle forature allo spegnimento irregolare e intermittente dei fari in piena notte, alla perdita per strada del tubo di scappamento al completo, ecc.
ecc.
Qui mi limiterò a narrare qualcosa avvenuto esclusivamente nei viaggi del mercoledì.
L’episodio a cui accennavo più sopra è il seguente.
Ero partito dal Centro sanitario di Estima, una sera che avevo fatto piuttosto tardi.
Era già buio pesto.
Mentre mi trovavo ancora lungo il vialetto delle acacie rosse, sento il pedale dell’acceleratore cadere all’improvviso e il motore andare giù di giri e fermarsi.
La Land-Rover era strapiena di malati, come al solito; perciò questo inconveniente proprio non ci voleva.
Per di più era notte, e la pila che porto sempre con me faceva meno luce di un cerino.
Assieme a Damiano aprii il cofano.
Per cercare di vederci un po’ meglio, mettemmo davanti ai fari abbaglianti un malato che aveva un vestito chiaro, e la luce che questo vestito rifletteva ci aiutava abbastanza.
Damiano, che da giovane aveva fatto anche il camionista, trovò subito il guasto.
Si era rotto un gancetto del tirante dell’acceleratore; piegando un pochino la piccola sbarra di metallo, si sarebbe riusciti a far funzionare tutto di nuovo.
"Se ci sta", disse Damiano, "riusciremo ad arrivare fino a Songo".
Cercando di non pensare all’altro corno del dilemma (cioè: "se non ci sta"), riprendemmo il viaggio.
Per prudenza, ci facemmo dare una torcia ben funzionante da fr.
André della missione di Estima, e non ci fermammo che un minuto.
Da Estima a Songo ci sono appena venticinque chilometri, ma due tratti di circa cinque chilometri ciascuno sono di durissima salita.
Se su quei tratti di strada saltasse l’acceleratore, sarebbero guai seri.
Ci raccomandammo alle preghiere di fr. André e ci avviammo verso Songo.
Prima dell’attacco della salita, il motore si spense due volte.
Alla base dei monti, inserii la marcia ridotta per salire con l’acceleratore spinto al minimo possibile.
Ed eccoci al tornante dove inizia il tratto più brutto.
Metro dopo metro, lentissimamente la Land-Rover arranca con ritmo regolare.
Giunti in cima alla salita, in un breve tratto di falsopiano, l’asta esce di nuovo e il motore si ferma di colpo.
Per fortuna i freni sono buoni e non si incomincia a slittare all’indietro.
Rimettiamo a posto e partiamo.
Tutto bene fino a Maroeira.
Qui incrociamo l’autista dell’ospedale che, preoccupato, veniva a cercarci con la Peugeot.
Trasbordiamo sulla sua macchina più malati che possiamo e poi, adagio adagio, noi davanti e lui dietro, arriviamo a Songo sani e salvi Il difetto di fondo della Land-Rover è che il motore si surriscalda facilmente nelle salite.
Per di più, per esigenze superiori, dobbiamo quasi sempre trasportare un peso che è ai limiti della resistenza.
Ecco perché, tutte le volte che si esce con questa macchina, bisogna prepararsi alla battaglia delle salite.
Damiano è incaricato di riempire d’acqua il radiatore tutte le volte che facciamo sosta a Estima per la visita dei malati.
Nella prima salita che affrontiamo dopo Estima, la Land-Rover si difende bene.
L’indicatore si arresta a un millimetro dal rosso.
Però, verso la metà del falsopiano che segue, spesso è necessario riempire di nuovo il radiatore.
Dal passo di Maroeira è quasi tutta una discesa, tranne un chilometro o due.
Perciò, appena in cima al valico, spengo il motore, e facciamo la discesa affidandoci alla forza di gravità.
Ci sono due o tre punti in cui quasi ci si ferma, ma la lunga esperienza mi ha insegnato a non temere.
Bisogna solo riaccendere il motore nella salitella intermedia, e quasi sempre arriviamo in cima senza raggiungere il livello di guardia che ci indica il surriscaldamento del motore.
Se invece l’indicatore segna il rosso, dobbiamo fermarci, vuotare il radiatore dell’acqua bollente e rifare il pieno.
Ecco perché dobbiamo avere di scorta almeno una tanica d’acqua fredda.
Al posto di controllo di Maroeira c’è un lungo tubo di gomma per innaffiare, e Damiano approfitta della fermata per infilarlo nel bocchettone del radiatore, lasciandolo aperto a tutta gittata, mentre io faccio andare il motore per facilitare il ricambio dell’acqua.
Così possiamo affrontare la salita finale con il termometro al minimo.
Però, pur con questo accorgimento, dobbiamo fermarci due o tre volte ancora prima di giungere a Songo.
L’ultima fermata, poi, è obbligatoria, anche se la pendenza va diminuendo.
A volte si dubita persino di poter arrivare fin lassù.
Per fortuna che lì vicino c’è un ruscelletto perenne, che sembra sia stato messo in quel punto dalla bontà del Signore per togliere dalle strette le vecchie Land-Rover, ansimanti perché costrette a portare carichi superiori alle loro possibilità.
Potrei raccontare anche di tutte le volte che ho dovuto interrompere il viaggio con l’ambulanza.
Con questa macchina, le avarie si sono verificate quasi tutte nell’andata.
Mi limiterò a narrare un solo episodio, che mi ha molto impressionato perché da questo incidente è dipesa la vita di una persona.
Una mattina di quelle in cui tutte le cose vanno a rovescio, stavo scendendo da Songo a Maroeira.
Era tardi, perché avevo perso tempo in complicazioni che non ricordo bene.
Appena iniziato il falsopiano, il motore cala di giri e si spegne.
Riaccendo, parte, fa cento metri e si spegne.
Riaccendo, parte e si spegne di nuovo.
Un fatto simile mi era già capitato in un viaggio precedente.
Allora eravamo a quindici chilometri da Marara, e andai avanti a duecento metri alla volta fino ad arrivare da fr. Paolo, impiegando circa due ore di martirio.
La causa era che il filtro del gasolio era sporco.
Egli ne mise uno nuovo, e tutto sparì.
Si trattava infatti di una Land-Rover e non della Peugeot come nell’incidente già raccontato.
Ora invece ero all’inizio del mio viaggio, perciò non valeva la pena di insistere.
Anche se avessimo mandato una staffetta a Songo con la prima macchina di passaggio per far venire un filtro nuovo, non sarebbe giunto in tempo utile da permetterci di continuare.
Quindi ci rassegnammo ad attendere.
E anche questa volta il buon Dio ci venne incontro.
L’angelo che ci mandò aveva la figura di un ingegnere dell’H.C.B., che doveva fare un lungo viaggio per strade poco sicure e perciò guidava una macchina con a bordo una radio ricetrasmittente.
Si prestò di buon grado a collegarsi con la stazione di ascolto e a trasmettere il nostro S.O.S.
In più, caricò sulla sua auto due o tre malati che tornavano a casa e che poteva lasciare lungo il suo percorso.
Eravamo poco lontani da Maroeira.
Ci sedemmo sul ciglio della strada ad attendere i soccorsi.
Arrivarono circa un’ora dopo.
Ci trascinarono fino all’ospedale e poi portarono l’ambulanza in officina.
Pensavo di passare la mattinata studiando, ma prima di nascondermi nel mio studio andai a vedere se c’erano novità.
Ce n’era una, e grande.
Una giovane signora indiana di 23 anni, mamma di due figli piccoli, era arrivata all’ospedale da poco tempo con un’imponente emorragia vaginale e quasi in fin di vita.
Le avevano fatto una trasfusione e posto una borsa di ghiaccio sulla pancia.
Appena entrai nella stanza e vidi chi era, compresi che era una cosa molto grave.
Da mesi soffriva di piccole perdite, al punto che avevo fatto un raschiamento e mandato ad esaminare i frustoli di mucosa uterina.
Aveva una storia di mola vescicolare nel suo passato, e c’era il pericolo che si fosse trasformata in corionepitelioma, cioè in tumore maligno.
Lo stato generale era senz’altro grave, l’anemia la stava uccidendo.
La portai subito in sala operatoria, e all’esame notai che aveva tre metastasi vaginali che sanguinavano a dirotto.
Tirai via il tessuto vegetante fino a vedere la base con i vasi che gettavano sangue e diedi dei punti di sutura.
Subito il sangue si fermò, e allora capii che non sarebbe più morta di emorragia.
Se l’ambulanza non avesse avuto l’avaria al motore e fossi tornato alla sera, l’avrei trovata cadavere.
Forse interesserà conoscere il seguito della storia.
Quella stessa sera giunse la risposta della biopsia, che confermava quello che avevo già capito con certezza fin dal mattino, e che cioè era un corionepitelioma.
Fra i tanti tumori maligni, questo è uno che risponde abbastanza bene alle medicine, anche quando è già con metastasi.
Su mia richiesta, il governo mozambicano autorizzò che l’ammalata venisse trasferita in Africa del Sud, a spese della compagnia H.C.B., di cui il marito era un dipendente.
Al momento in cui scrivo è ancora viva, e pare che la remissione che ha avuto possa continuare per molto.


21. L’ambulatorio di Cachembe
Dopo tutte queste storie di avarie, riprendo il filo.
L’ambulatorio di Cachembe è ora in una casetta disabitata, subito dopo il fiumiciattolo che dà il nome al villaggio, e sulle cui sponde rimasi fermo anni fa per l’eccezionale piena.
Prima di trasferirci lì, andavamo in una baracca dal tetto di lamiera, in fondo a una vecchia caserma coloniale di cui costituisce uno dei pochi resti.
Data l’ora (da mezzogiorno alle due) e dato il numero degli ammalati, che sono sempre dai cento in su, era questa la sosta più dura, anche perché non c’era da sedersi.
La nuova sede ha invece alcune panche e il tetto di eternit.
Le visite si fanno in fondo a un corridoio, che serve per mantenere le persone in fila, e vicino a una porta aperta.
I malati vengono a sedersi accanto a me sulla panca e io li visito uno alla volta; poi entrano in una cucinetta attigua, dove la suora e Damiano distribuiscono le medicine.
Il numero dei malati è sempre molto grande, per cui la sosta è assai lunga.
La gente aspetta fuori, sotto gli alberi, e viene a mettersi in fila quando vede che il corridoio sta vuotandosi.
Perciò non riesco mai ad avere la sensazione del punto in cui mi trovo.
Pertanto, più che a Cataxa, era a Cachembe che mi sentivo stanco, assonnato e facilmente irritabile.
Ora invece, dopo la lunga lezione di pazienza che il mercoledì mi ha impartito, riesco persino a gustare la pace profondissima di questo posto, la carezza infuocata che l’aria di Cachembe mi fa sul corpo, scorrendo fra le due porte aperte del corridoio, il frinire continuo delle cicale e la luce accecante che, fuori dalla porta, batte sulla terra riarsa ed entra in casa come un riflesso che illumina le persone e le cose dal basso verso l’alto.
L’unica sensazione sgradevole è ora quella del sonno, che quasi invariabilmente mi assale dopo la prima cinquantina di malati.
A volte è così potente che mi addormento mentre scrivo una ricetta, e quando riapro gli occhi vedo lo scarabocchio e non ricordo più che cosa stavo scrivendo.
Allora devo interrogare di nuovo il paziente.
Non credo di dormire più di cinque secondi, ma è sufficiente per perdere il filo.
Come Dio vuole, anche Cachembe finisce, e appena concluse le visite mi vado a sedere al volante e dormo finché Damiano non ha tolto l’ultimo dente.
Quei cinque o dieci minuti mi bastano per ridarmi lucidità e vigore.
In genere, durante il viaggio non mangio e non bevo mai.
Può darsi che la suora pensi che lo faccia per penitenza, ma non è così.
Non sento davvero la minima sete, anche se ho sudato come una fontana.
Quando partiamo c’è un’aria di siesta; tutto l’ambiente si può riassumere in due parole: sole e silenzio.
Il "segretario" del gruppo dinamizzatore del villaggio (che corrisponde press’a poco al nostro sindaco) viene ogni mercoledì ad aiutare e a disciplinare l’afflusso, e al termine del lavoro ci accompagna all’ambulanza, chiude le porte, inforca la sua bicicletta e ci sta a guardare fino a quando partiamo.
Poi va a mangiare in famiglia.


22. Chipossi
Da Cachembe a Marara ci sono circa dieci chilometri.
La strada passa in un bosco fatto di alberelli smilzi e bassi, piuttosto radi e senza molta erba.
Questa zona è composta di tante collinette che la strada scala, discende e aggira con un percorso pieno di curve.
Quando gli alberi hanno le foglie è un paesaggio delizioso, specie dopo la fine delle piogge.
I colori delle foglie ingialliscono e assumono toni rossastri, come da noi in autunno.
A metà strada, proprio in cima a una collinetta, sulla sinistra, durante la stagione del lavoro dei campi, devo salutare la famigliola di Chipossi: quattro figlie e la moglie.
Appena sentono il rumore dell’ambulanza che arriva, escono fuori dalla capanna e ci aspettano agitando le mani.
Chipossi è un uomo di cinquant’anni, alto e robusto, tutto muscoli.
Un giorno cadde e si ruppe un ginocchio.
Era una pessima frattura che interessava i due condili del femore, e che si doveva operare se si voleva che guarisse bene.
Lo portarono a Songo dopo qualche giorno che era caduto, perché non avevano trovato un trasporto disponibile.
Lo operai e sudai un po’ per riuscire a fissare bene in posizione la rima della frattura.
Lo trattenni in ospedale per parecchio tempo, perché non mi fidavo a lasciarlo andare a casa: c’era pericolo che forzasse il ginocchio prima della completa guarigione.
Sapeva scrivere, e anche la moglie e la figlia più grande sapevano leggere e scrivere, avendo frequentato le scuole della missione.
Tutti i mercoledì, quando, prima di partire, passavo dal suo letto durante la visita mattutina, mi consegnava una lettera per la famiglia.
Nell’andata a Marara la consegnavo alla moglie, e al ritorno era già pronta la risposta con un fagottino di cose mangerecce: un po’ di arachidi o qualche pannocchia di granoturco fresco o dei fagioli, ecc.
Insomma, la famigliola continuava ad essere unita anche se Chipossi era lontano.
Alla fine lo dimisi con le stampelle, da usare per un buon mese.
Passato quel periodo, un mercoledì me lo vidi sulla strada ad attendermi con le due stampelle in mano, pieno di riconoscenza.
Ogni tanto lo incontravo ancora, e mi fermavo a chiedergli se la guarigione era completa.
Alla fine vidi che muoveva il ginocchio rotto come l’altro, e mi congratulai con lui.
Da allora non mi fermo più quando lo vedo per strada.
Ci salutiamo soltanto, agitando le mani; così come continuano a fare sua moglie e le figlie, quando passo davanti al loro granoturco nel periodo del lavoro dei campi.



23. Marara
Il villaggio di Marara è abbastanza grande: avrà un diametro di circa un chilometro.
Le case sono sparse irregolarmente su un terreno ondulato con degli alberi sparsi qua e là.
Tra essi domina la mole poderosa di qualche baobab plurisecolare.
La maggior parte delle abitazioni sono capanne, ma parecchie sono dignitose e con un recinto attorno.
L’ospedaletto è dentro il complesso di costruzioni dell’antica missione cattolica, che è stata nazionalizzata e ora funziona come centro scolastico con internato.
Esiste ancora una piccola comunità di missionari: due padri sono insegnanti e fr.
Paolo fa l’autista-meccanico del "Centro".
Per arrivarci bisogna attraversare un fiumiciattolo con acqua perenne, detto Marara.
Un piccolo ponte congiunge le due sponde, ed è sempre funzionante, anche quando, nelle piene eccezionali, l’acqua ci passa sopra per un buon metro.
Ha pure un nome: ponte Ferrero, perché fu costruito dall’attuale vecchio parroco di Songo, all’inizio della missione di Marara.
L’ospedaletto è classificato come "Centro sanitario", il che vuol dire che possiede qualche letto per degenze e una sala parto.
C’è pure un infermiere stabile; anzi, ultimamente è sede di un tecnico di medicina, che è un gradino più su; oltre a lui, ci sono quattro ausiliari e un agente di medicina preventiva.
I malati che visito qui sono già una selezione di quelli che il tecnico di medicina vede durante la settimana.
Sono circa una trentina, e mi aspettano con ansia.
Dato che sono casi un po’ più complicati, mi occorre un po’ di tempo per visitarli tutti.
Ci sono parecchi casi di ginecologia e di maternità, e un certo numero è da trasportare a Songo.
L’ambulatorio è una stanzina stretta, dove ci si muove a fatica.
Io siedo a un tavolino, con il registro delle visite aperto.
Scrivo la diagnosi e la terapia che poi il tecnico penserà ad effettuare.
Il malato siede alla mia destra, e quando deve essere osservato, lo faccio distendere su un lettino alla mia sinistra.
Il tecnico o una delle sue ausiliarie (quando devo fare l’esplorazione ginecologica) mi aiutano.
Chiamano dentro il paziente e fanno da interpreti quando non comprendo bene la sua lingua o quando lui non capisce le mie domande.
I nomi dei malati sono già scritti uno dopo l’altro nel registro, per cui so sempre a che punto mi trovo.
Questo mi fa piacere, perché posso sempre avere la cognizione della situazione.
Tuttavia non sono mai riuscito a ottenere dal responsabile in carica (e ne sono passati già quattro in questi anni) che li scrivesse proprio tutti.
Perciò, quando credo di aver finito e mi alzo per rimettere lo stetoscopio nella borsa, mi sento dire: "Scusi, signor dottore, avrei da mostrarle ancora due pazienti che ho ricoverato".
Oppure apro la porta per uscire a prendere una boccata d’aria e mi trovo davanti cinque o sei persone col bigliettino della ricetta in mano perché vogliono essere visitati dal dottore: l’infermiere non ha avuto il coraggio di scrivere i loro nomi sul registro per paura che i pazienti diventassero troppi, ma non ha avuto nemmeno il coraggio di dire loro di non aspettarmi all’uscita.
Finalmente anche Marara termina.
Durante le visite, quando vado giù di giri, penso fra me e me: "Tutti i mercoledì ho sempre finito; anche oggi finirò".
Non riesco a riferire con parole appropriate la gioia che provo nell’essere giunto ancora una volta in fondo al mio lavoro e nel potermi rilassare un pochino mentre percorro a piedi, sotto i baobab, il breve tratto che separa l’ospedaletto dalla casa dei padri.
In quei cento metri di strada, oltre alla contentezza, affiorano anche la fame e la sete, con un grande bisogno di lavarmi le mani e di rinfrescarmi un po’ con una buona doccia.
La prima porta della casa dei padri è quella della cappellina.
La apro un attimo per dare uno sguardo e un saluto a Gesù, per offrirgli il lavoro fatto nella mattinata e per ringraziarlo dell’aiuto che mi ha dato nel compierlo.
Sopra uno sgabello coperto da un drappo c’è un tabernacolo, a una parete è appeso un crocifisso e da un lato c’è una madonnina con gli occhi che guardano per terra.
Davanti al tabernacolo c’è una stuoia di canna con due cuscini.
Il tutto è inondato dal sole, che a quell’ora è già inclinato abbastanza da poter entrare da signore attraverso la finestra.
Il pranzo è un momento di famiglia.
Il refettorio è una stanza che si apre da due lati opposti sulle verande, chiuse da un muretto e una reticella.
Tutt’intorno ci sono alberi, per cui la luce, sul tavolo, è smorzata e assume una tonalità verde.
Questo contribuisce a dare una sensazione di fresco, che se non può essere tattile, perché il termometro è quasi sempre sopra i trentacinque gradi, è per lo meno visiva.
Qualunque sia la suora che mi accompagna, Teresa o Teresina, so che mi è stata ad aspettare per il pranzo.
È un gesto di delicatezza femminile che mi commuove sempre.
Non potendomi aiutare nelle visite di Marara, perché c’è già il personale locale, con questa attesa desiderano dimostrarmi che non sono ancora smontate dal servizio per non lasciarmi da solo a lavorare.
Anche Damiano mangia con noi, e spesso arriva con qualche minuto di ritardo, perché si è recato al frutteto a contrattare arance e manghi.
Dopo il pranzo è spesso molto tardi, e c’è fretta di ritornare.
Tuttavia quasi sempre mi concedo un riposino di un quarto d’ora.
Ho il dono di addormentarmi in pochissimi minuti, e dal momento che mi immergo nel sonno, anche se ci resto poco, cioè quanto basta a "bagnarmi" di fuori, al risveglio mi sento già un altro, come nuovo.
Frattanto l’infaticabile Damiano ha già cominciato a radunare i malati che devono venire a Songo con noi e a caricarli sull’ambulanza.
Quando arrivo, non ho che da mettermi al volante, salutare i buoni padri per l’ospitalità e partire.



24. Il ritorno
La via del ritorno è più distensiva.
Il sole ha già perso molta della sua forza, e i colori del bosco e della campagna sono più dolci e limpidi.
L’unico inconveniente è che, per tutto il tragitto, viaggiamo col sole negli occhi.
Il rumore del motore impedisce la conversazione, per cui ognuno si raccoglie nei propri pensieri, che possono scorrere liberi, senza più l’assillo del programma incombente.
Da molto tempo a questa parte ho preso l’abitudine di recitare, in un modo non troppo canonico, l’ora di nona.
Questa parte del breviario, da recitarsi nel primo pomeriggio, è composta da un inno, tre salmi e una lettura breve, con una preghiera conclusiva.
Invece di aspettare e recitarla al ritorno, cioè in pratica dopo cena, forzando un po’ il suo compito originale di offrire a Dio quella parte del giorno in cui il sole è ancora alto sull’orizzonte, preferisco comporne una piuttosto originale, ma più legata alla situazione concreta.
Così incomincio, annunciando a me stesso, un "inno".
Fra le cose che mi circondano, ne cerco una che possa fare "testo" da essere recitato.
Il più delle volte scelgo qualcosa che sta in cielo, come le nubi bianche che migrano adagio adagio verso l’occidente, oppure il sole che mi batte negli occhi e che pare dominare la scena, o anche, nel periodo della siccità, il blu del cielo terso.
Mi metto a guardare il mio "inno", rimirandolo e contemplandolo, e me lo gusto e assaporo con gioia; in una parola, lo "recito".
Quando sono sazio, passo ai tre salmi.
Il più delle volte, per salmi scelgo qualche cosa che ha in sé un certo movimento, come per esempio il rumore del motore, quasi fosse il canto della creatura poderosa che, con la sua forza, ci porta tutti a casa, oppure la strada che, ubbidiente, ci viene incontro scorrendo velocemente sotto i nostri piedi.
Per salmi servono assai bene anche le persone e le situazioni della vita, quali il gruppo di malati che siedono dietro a me, con le loro sofferenze, le loro speranze di guarigione e la loro timidezza nell’andare incontro a un’esperienza nuova di vita, che per di più affrontano per la prima volta.
Molti, poi, non hanno mai viaggiato in macchina, ed è facile indovinare la loro paura anche dal modo in cui stanno seduti (rigidi come un bastone) e si guardano intorno.
Un testo di salmo può essere anche la stanchezza della suora, di Damiano e mia; i nostri pensieri e problemi.
Altre volte sono piccoli gruppi di capanne che si incontrano strada facendo, con la famiglia che vive in esse e i numerosi bambini che corrono sull’aia agitando le manine in segno di saluto, oppure gli alberi che sembrano soldati schierati lungo il nostro percorso, come una guardia d’onore.
E così via.
Ecco perché incontro testi di salmi da ogni parte.
Aspettano soltanto di essere "recitati".
Per ultimo c’è la lettura breve.
Sul breviario sono poche frasi della Scrittura.
La potremmo definire un pensiero della parola di Dio che ci eleva.
Scelgo sempre qualche cosa che possa essere "letto" in pochi secondi e che elevi il mio spirito verso l’alto: spesso è la catena di monti che chiude l’orizzonte dal lato verso cui ci dirigiamo.
A volte, nei giorni di cielo terso e di aria limpida, quei monti attirano davvero lo sguardo e l’attenzione di chi li guarda anche da una macchina che passa veloce.
Se poi mi trovo già oltre il bivio per Estima, sono proprio sotto una poderosa montagna, di cui la strada lambisce la base per circa quindici chilometri.
Più che una breve lettura, mi viene data allora la possibilità di fare una piccola meditazione.
Ne contemplo, con silenzio interiore, la possanza, la stabilità (la montagna non si muove), la solidità, l’attesa paziente nel tempo (i giorni e le notti si susseguono, le stagioni la vestono e la spogliano del suo verde, i secoli e i millenni passano e lei è sempre lì, uguale e allo stesso posto).
Poi concludo l’ora nona con l’orazione, cercando di dar voce e coscienza a tutte le persone viste e incontrate nel mio lavoro e a tutte le cose contemplate che mi hanno offerto l’occasione di elevarmi lo spirito durante il viaggio.


25. Estima
La campagna di Estima fa piacere a vederla: è terra fertile, senza sassi né spini.
I raccolti sono buoni, e nella stagione delle piogge è tutta un mare di verde.
Forse, tutto sommato, è terra normale, ma a vederla spuntare quasi all’improvviso dopo la vegetazione striminzita del resto della pianura, sembra la terra promessa, dove scorrono latte e miele.
Qui non c’è quasi mai siccità: anche negli anni di carestia, qualcosa viene sempre su.
L’ospedaletto, che prima apparteneva a una Compagnia governativa portoghese per lo sviluppo della regione, è classificato, come quello di Marara, con il titolo di "Centro sanitario".
Perciò drena una grande area che si estende per cento chilometri verso Màgoe, distretto di confine con lo Zimbabwe.
Ma anche Màgoe, come Estima, porta a Songo i propri malati più seri.
Il problema di queste zone sta nei trasporti.
Non c’è nessuna corriera che vada più in là di Songo.
Le uniche vetture che girano per queste strade (fatte tutte in terra battuta e piuttosto sconnesse, e durante gli anni di guerra quasi costantemente minate) sono quelle del governo.
A Màgoe, da sei mesi c’è un’ambulanza della "Sanità", una Land-Rover dell’Amministrazione e forse un camion dell’Esercito.
Ma la notizia non è completamente certa, dato che è coperta dal segreto militare.
Il mezzo di trasporto più comune è la barella fatta di frasche e portata a spalle.
Prima che ci fosse l’ambulanza, e in occasione di un’avaria della jeep dell’Amministrazione, la moglie dello stesso amministratore del distretto ebbe seri problemi di gravidanza e fu portata a spalla da staffette che camminarono due giorni e due notti di fila per scorciatoie attraverso il bosco.
Così pure, quanti sono arrivati all’ospedale di Songo portati a spalle da molto più lontano di Màgoe, sia feriti di guerra che civili incappati in mine anti-uomo, e in condizioni che vi lascio immaginare! Se poi erano guerriglieri, giungevano perfino dall’interno di quella che allora era la Rhodesia, a volte viaggiando solo di notte.
In tal modo riuscivano a raggiungere il nostro ospedale a distanza di otto, dieci e persino quindici giorni dall’incidente.
Eppure, tranne uno o due, che sono morti di tetano, si sono salvati tutti.
Si salvò anche una nonna con la nipotina, vittime di un bombardamento, raccolte in fin di vita da un camion di soldati mozambicani e giunte a Songo vestite solo del pus che usciva dalle ferite.
È incredibile per noi europei la capacità di sopportazione che hanno gli africani e, grazie a Dio, la forza di ripresa di questa gente semplice, abituata alle privazioni e all’isolamento.



26. L’ospedaletto di Estima
Si trova dentro un gran recinto, chiamato ancora oggi "l’accampamento", dove era insediato il quartier generale di quell’enorme e potentissima macchina che era lo Stato portoghese.
Qui c’era la Direzione del "Piano Zambesi", che doveva trasformare la desolata provincia di Tete in un verde giardino e in un vasto granaio.
Tutto questo progetto si sarebbe attuato mediante la costruzione della diga di Cabora Bassa e con il completamento di una potente centrale elettrica e di una rete di canalizzazione irrigua.
Erano a sua disposizione due elicotteri, aerei da turismo, un aeroporto dove potevano atterrare perfino i jet e una legione di jeep e di autocarri.
Di tanto splendore ora sono rimaste solo le costruzioni, il recinto e il nome di "accampamento", con tutto il corteo di immagini di vita di altri tempi che questo termine evoca.
Il fondo del vialetto delle acacie rosse è piuttosto sconnesso, e devo fare un percorso piuttosto complesso per evitare solchi e irregolarità, come se fossi il pilota di un rimorchiatore che traina una nave in un porto pieno di banchi di sabbia.
Fermo la Land-Rover davanti al Centro sanitario, sotto un enorme mango, la cui ombra è apprezzatissima nei mesi di gran caldo, perché qui il sole non scherza.
Sembra quasi una grossa gallina che protegga sotto le sue ali i pulcini.
Tutt’intorno al tronco c’è un largo e rotondo sedile di cemento ben levigato, dove i malati siedono ad aspettarmi.
Anche qui visito solo una selezione di pazienti, che non sono mai molti: in media una quindicina.
Data la vicinanza a Songo, molti possono venire trasferiti subito al loro arrivo, anche durante la settimana.
La maggior parte dei casi è rappresentata da donne con problemi di ginecologia o di gravidanza.
La stanza che io uso ha una cattedra dove mi siedo davanti al libro delle visite, mentre il malato si mette alla mia destra e l’infermiere mi assiste in piedi, di fronte a me.
A Estima c’è una caratteristica saliente: il sopraggiungere del crepuscolo che si infila nella stanza è subito seguito dalla notte.
L’infermiere accende un lume a petrolio di quelli che si usano nel "mato", cioè senza vetro, dalla fiammella molto tremula, e che fa un fumo denso con pochissima luce.
Bisogna avvicinarlo molto al libro e agli occhi per vederci a scrivere, e allora si sente sulla pelle il suo calore palpitante, reso più avvertibile dal caldo afoso della sera.
I malati che hanno bisogno di stendersi sul lettino li visito subito, dando loro la ricetta e congedandoli.
I casi di maternità e di ginecologia li faccio invece passare nell’altra stanza, e scrivo sul foglietto due righe in modo da ricordarmi che cosa devo osservare quando li visito.
La camera con il lettino è quella delle iniezioni.
C’è una tenda fatta con due vecchie lenzuola cucite assieme che la divide in due sezioni.
Di qua c’è Damiano che tira fuori un dente dopo l’altro.
Io vado dall’altra parte della tenda.
Per leggere quello che ho scritto, devo avvicinare il foglietto al lume.
Mi infilo un guanto, e nel contempo annuso con un respirone il buon odore aromatico del disinfettante rosso in cui vengono conservati i guanti dopo la sterilizzazione.
Ormai è quasi notte, e tutto intorno a me è calma e silenzio.
Dalla finestra con la reticella di protezione contro le zanzare si intravedono ancora i rami degli alberi.
A quest’ora sono fermi, come di solito avviene a Estima.
Dentro la stanza fa un caldo opprimente, e dietro la tenda non sento neppure un filo di corrente: il fumo nero del lume sale diritto verso le lastre di eternit del tetto.
Quando mi giro per visitare la paziente, vedo la mia ombra ingigantita sul muro, e spesso mi vien fatto di rimanere qualche attimo a contemplarmi, quasi mi fossi sdoppiato per osservarmi dal di fuori.
Allora, nella mia mente, l’ambiente si allarga e prendo coscienza non solo della stanza, ma anche dell’ospedaletto sotto il mango, con appena una finestra illuminata sul retro, in un vecchio accampamento in decadenza.
E poi, più fuori, la grande pianura di centinaia di chilometri che finisce proprio lì, ai piedi dei monti dello Zambesi.
Un piccolo posto nell’interno dell’Africa, una piccola goccia nel grande mare dei malati del "mato".
Quando tutto è finito, si fanno risalire i malati sull’ambulanza.
Ce ne sono sempre uno o due nuovi, che sembra non possano trovare posto; ma poi in qualche modo ci si adatta.



27. Fratel Andrea
Fuori dell’accampamento di Estima c’è una tappa obbligatoria, che amo sempre molto: è la sosta alla casa di fr. Andrè.
È un po’ fuori dalla strada asfaltata e, per arrivarci, si deve fare una specie di gimcana tra baobab e capanne.
Davanti alla casa c’è un bello spiazzo, con un recinto di paletti che proteggono i fiori.
Andrè è sempre sulla veranda, chiamato fuori dal rumore della Land-Rover.
Sul tavolo, dentro la casa, ci sono già preparate due tazze per il caffè, col thermos dell’acqua calda accanto, il vasetto di vetro con lo zucchero di canna non raffinato e quello con le arachidi tostate.
In casa c’è sempre una bella luce bianca, del Petromax o dell’Aladin, due perfezionamenti del vecchio lume a petrolio con lo stoppino.
Ci tratteniamo poco, solo alcuni minuti, perché i malati sono rimasti nell’ambulanza.
Mentre sgranocchiamo e beviamo, ci scambiamo notizie e commenti.
Un po’ perché siamo molto amici, un po’ perché finalmente il lavoro è finito e un po’ perché un buon caffè e una manciata di arachidi ci stanno proprio bene, questa sosta è veramente un dono del Signore.
Fr. Andrè ci accompagna fuori e ci fa segno per la marcia indietro.
Poi ci salutiamo con la mano, perché il motore ha già cominciato il suo fracasso che copre tutto il resto.



28. La fine del "pa citatu"
La prossima tappa è finalmente Songo, che è più di una tappa: è l’arrivo.
Entro dal cancello dietro l’ospedale, dalla grande curva della strada asfaltata.
Le stanze dell’ospedale sono ben illuminate e così posso vedere dentro, passando accanto alle finestre.
Il primo ad accogliermi è l’autista, che aspetta sullo spiazzo il nostro ritorno.
"Come è andato il viaggio? Tutto bene?", mi chiede premuroso.
Poi esce l’infermiere di servizio, con la barella a rotelle: si sa che c’è sempre qualche ammalato che non può camminare.
Poi tocca a me domandare a lui se tutto è andato bene durante il giorno o se ci sono novità urgenti.
I malati che possono camminare vengono tutti fuori per assistere allo spettacolo dell’arrivo dei nuovi ammalati.
Quando, tra due ali di folla, entro nell’ospedale, i degenti mi salutano e mi danno il ben tornato.
Mentre i nuovi arrivati prendono posto sulle panche davanti allo stanzino dell’infermiere per ricevere il primo trattamento ed essere smistati nei vari letti, io faccio il giro con il responsabile di turno per visitare quelli che sono entrati durante il giorno, e l’uno o l’altro che è peggiorato.
Quando ho finito il giro, l’ausiliare ha già sistemato tutti i nuovi venuti sulle panche, ciascuno con in mano la sua cartella, che avevo già riempito lungo la strada, e con il fagotto delle cose personali appoggiato sul pavimento.
Anche il cuoco non ha perso tempo e sta distribuendo loro la cena, che ha tenuto in caldo.
Do qualche istruzione a voce all’infermiere per chi è più grave e prendo la borsa che avevo lasciato sulla Land-Rover: è molto polverosa.
Io non ho fatto il minimo sforzo per evitare di insudiciarmi, ma anche la suora, Damiano e i malati che ho portato con me non si trovano in condizioni migliori.
Nessuno, vedendomi, potrebbe capire se la borsa sia stata trattata peggio di noi.
Però tutti lo sanno: oggi è il "pa citatu".



FINE



VOCABOLARIO
Chinyungwe: lingua parlata dalla tribù Nyungwe, che abita nella provincia di Tete.
Mato: bosco, foresta.
È usato in senso lato per indicare una zona rurale o sottosviluppata.
Metical: moneta mozambicana (plurale: meticais).




PERSONAGGI
p. Antonio Losappio: padre dehoniano, missionario in Mozambico dal 1948, nato ad Andria, nelle Puglie.
È stato l’iniziatore di alcune missioni.
Negli ultimi quattro anni della sua vita fece comunità con p. Aldo Marchesini.
Morì nel 1982 ed è sepolto a Quelimane, in Mozambico.


fr. Andrè: fratello religioso dei Missionari comboniani; risiedeva fisso a Estima, tenendo aperta la missione anche durante l’assenza periodica dei padri.
Molto bravo a costruire e aggiustare qualunque cosa.


fr. Paolo: fratello religioso dei Missionari comboniani, residente a Marara.
Meccanico e costruttore, sempre pronto per qualunque servizio.
Morì in Italia, dopo una lunga malattia, nella Pasqua del 1995.


P. Giorgio Ferrero: padre comboniano.
Fu uno degli iniziatori della presenza comboniana in Mozambico.
Vi giunse già con buona esperienza missionaria, acquisita in Sudan.
Era, all’epoca, il parroco di Songo, ed era considerato un po’ come il patriarca dei missionari della diocesi di Tete.
Ora si trova, già molto anziano, a Matola, nei pressi di Maputo, la capitale del Mozambico.


Angelo: giovane laico italiano, veneto, tecnico della ditta SAE, specializzato nella costruzione di grandi linee elettriche.
La sua casa era di fronte a quella di p. Aldo e di p. Antonio.


fr. Giuseppe Meoni: fratello religioso dehoniano, infermiere, laboratorista, tecnico di anestesia.
Ha lavorato a Songo nei primi anni.
Fu trasferito al Centro sanitario di Alto Molocuè, vicino a una missione affidata alla congregazione a cui appartiene.


NOMI GEOGRAFICI

Fiume Zambesi: uno dei quattro grandi fiumi africani (con il Nilo, lo Zaïre e il Niger), lungo più di 3.000 km.
Sul suo percorso ci sono due grandi dighe, che hanno formato due grandi laghi che alimentano due delle maggiori centrali idroelettriche del mondo: Cabora Bassa, in Mozambico, e Kariba, sul confine tra Zambia e Zimbabwe.


Zimbabwe: stato africano confinante col Mozambico.
All’epoca del racconto stava vivendo gli ultimi anni di guerriglia per ottenere la fine dell’apartheid e la piena indipendenza.
Si chiamava allora Rhodesia del Sud.
La pace avvenne il 18 aprile 1980.
In quell’occasione, il paese assunse il nome africano di Zimbabwe.


Tete: nome portoghese ufficiale della capitale della provincia omonima. Situata originariamente su un’isola in mezzo al fiume Zambesi.
Da quasi mezzo secolo uno dei bracci del fiume si è riempito di terra, per cui ora si trova sulla riva destra del fiume.
Il suo vanto è un bel ponte sospeso, sullo stile di quello di San Francisco.
Lungo quasi un chilometro, è l’unico ponte stradale del Mozambico sullo Zambesi.
In lingua locale, il nome della città è Nyungwe, lo stesso della tribù che vive nella regione.


Cabora Bassa: nome delle rapide dello Zambesi, da cui ha preso il nome la diga.
È una corruzione portoghese del termine originale Cahora Bassa, che significa: "Il lavoro è finito".
La sua origine viene dal fatto che le barche e le canoe che risalivano il fiume cariche di merci si dovevano fermare per causa delle rapide.
I vogatori scendevano e si riposavano.
Ma partivano poi le carovane per via di terra.
La meta era il favoloso regno di Monomotapa, situato sull’altipiano dello Zimbabwe.

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( modificato in data 22-4-2013)
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