Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:58    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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PICCOLO COME UN SEME DI SENAPE
(Raccolta di racconti di vita vissuta e di spiritualità)
di Aldo Marchesini

INDICE
Piccolo come un seme di senape
Buon compleanno, mamma!
Pasqua a Inhassunge (1989)
Abramo e il suo Dio
Quando si dice depressi
Più felice di Dio
Convalescenza
Trappa nel mondo
Marta e Maria
La mia esperienza di missionario
Signore, vieni!
Colloquio interiore
A padre Antonio
Quando spunta la luna dal mare
Ricordi d’ospedale
Ritorno a casa
Il servo inutile



PICCOLO COME UN SEME DI SENAPE
Cosa faccio tutto il giorno? Posso riassumere la risposta con un solo verbo: corro. Le cose da fare, le interruzioni cui sono sottoposto, le persone con cui tratto sono tante; non mancano poi gl’imprevisti. Il tempo invece, su cui posso contare, è limitato. La conclusione allora è questa: debbo correre. Però non mi piace correre; mi sono chiesto tante volte se è cominciato a non piacermi dopo che la vita m’ha messo nella condizione di dover correre, o se proprio sono nato così, fatto per stare fermo e meditare. Quale che sia la risposta, ho raggiunto una conclusione provvisoria: la vita che faccio m’immerge nel molteplice e a lungo andare crea in me una disgregazione: mi sollecita a spezzettarmi, a perdermi nel labirinto del far questo, far quello, farlo adesso, farlo in fretta. Sento che il molteplice mi disperde. Mi pare di vivere l’esperienza di un pugno di sale gettato nell’acqua: contro tutte le mie forze e intenzioni, l’acqua a poco a poco mi scioglie. Ma io non voglio farmi sciogliere. Voglio trovare la via che mi faccia restare con i piedi sulla terraferma dell’unità. Dell’unità di me stesso, innanzitutto. Un’unità, però, che non è solo del mio io. Quando ci penso, immagino quest’unità come qualcosa che è in me, e che pure esce fuori di me, come una specie di alone fatto di spirito che penetra, scalda e illumina tutte le cose, le persone, le azioni che mi circondano e in cui sono immerso.
Adesso puoi capire, Signore, il perché della mia preghiera, che ti ho rivolto lungo tutto questo mio giorno passato a correre. Ti chiedevo di farmi fermare un po’, di portarmi da qualche parte dove potessi stare un po’ in solitudine. Non però da solo: volevo una solitudine a due, con te. O – per essere ancor più preciso – volevo che il luogo della mia solitudine fosse il tuo Tu.
Da qualunque parte mi girassi, non vedrei che te, da qualunque parte m’incamminassi, non camminerei che in te, qualunque suono potessi ascoltare, non sarebbe altro che il suono della tua parola o del tuo silenzio.
Adesso il giorno è finito e tu mi hai chiamato perché venissi a spiegarti il motivo della mia preghiera. Voglio essere concreto: non ti ho mai visto con i miei occhi, né ho mai sentito con le mie orecchie una tua parola. Cioè non mi è mai capitata l’esperienza di certi santi, cui tu hai pensato bene di apparire in qualche modo e di rivelarti apertamente. Però se dicessi che non mi hai mai detto o fatto vedere nulla, mentirei.
Tu hai molti modi di parlare e mostrarti. Lo si capisce da una cosa: si sente una specie di tocco nell’anima, che dà un’impressione impercettibile, ma inconfondibile. Quella parola detta da qualcuno, quell’avvenimento, quell’incontro, quel pensiero che m’ha attraversato la mente, quel sentimento che m’è nato nel cuore, quel gesto che ho compiuto spinto da chissà che, tutto ciò era usato da te per parlarmi in modo che potessi intendere, anche se un lungo tempo separava la comprensione dall’arrivo del messaggio.
Nessuna meraviglia di ciò: non dice forse il Vangelo che Maria santissima in diverse occasioni non comprese ciò che aveva visto e udito, ma che conservava tutto nel suo cuore, dove lo riesaminava, lo considerava, lo faceva oggetto della sua pazienza contemplativa, finché non venisse il tempo d’intenderlo con pienezza? Ecco: questa è in fondo la risposta che attendo da te. Non ti voglio chiedere nulla di straordinario o che faccia eccezione al tuo modo di fare abituale. Parlami, come a Maria, in maniera misteriosa, ma assieme alla tua parola devi darmi anche la capacità di saper meditare e conservare nel mio cuore tutto, senza perdere o dimenticare nulla, fino a quando il tempo sarà maturo perché anch’io, come Maria, possa capire. Vorrei che tu mi parlassi, o meglio ti manifestassi a me, in un modo che non fossi eccezionale, ma che mi mettesse in grado di riconoscerti, che mi aiutasse a mantenere l’attenzione costante a te in tutti gli avvenimenti, incontri, lavori, contrattempi e delusioni. Vorrei insistere in questa mia preghiera: fatti riconoscere, possa io riuscire a crederti presente, soprattutto in quelle circostanze in cui vederti m’è difficile, come quando le cose vanno per il verso sbagliato e sento quanto sia ruvido e irritante spingere avanti il giorno che sto vivendo.
Se tu facessi sì che, quando mi trovo in tali situazioni, invece d’arrabbiarmi, sapessi scorgerti presente non solo a guardare, ma anche a fare – insieme con me e in me – ciò che in quel momento appare faticoso ed affliggente, mi sentirei libero e felice e mi troverei in uno stato d’animo tale che il dover correre, remare contro corrente e sopportare non mi peserebbero più, non mi farebbero sentire lontano da te, non susciterebbero in me il desiderio che ciò finisse, per poter sedere e riposarmi in te, fuggire in un luogo deserto per una solitudine a due, tranquilla e paciosa.
Mi pare di sentirti rispondere: «Non è piccola cosa ciò che mi chiedi».
È vero, Signore; per me è cosa grandissima, ma, a guardarci bene, è al tempo stesso piccolissima. Non devi cambiare nulla al corso degli avvenimenti; devi dare solo un piccolo tocco al mio cuore, perché io veda ciò che già esiste, perché mi diventi visibile ciò che è già realtà: tu presente, e presente a fare con me. E cosa grande per le conseguenze in me, ma piccola in relazione a ciò che è la tua parte. Si tratta in fondo di una questione di fede: sarà in virtù della fede che riuscirò a conoscerti e sentirò in me la tua forza, la tua pazienza, la tua simpatia incrollabile verso tutti. Tu stesso hai detto che basta una fede piccola come un seme di senape, per spostare una montagna. Ebbene io ti chiedo questa quantità di fede: non più di fede: non più di un seme di senape. E’ tanta la sua potenza, che ne basta una quantità piccola così, per provocare effetti immensi. Ciò che io desidero, a pensarci bene, è spostare la montagna che m’impedisce di vederti.
Anzi – so che questo ti farà piacere – voglio impegnarmi a scoprire, notare, meditare e custodire tutto ciò che può essere un tuo messaggio volto a farmi capire di più i segreti della fede. So, per quel che ti conosco, che tu ami molto non solo dare, ma anche far capire ciò che dai. Tu stesso vuoi che tutti gli uomini si salvino, ma che giungano pure alla conoscenza della verità. Per questo ci hai inviato il tuo Spirito: perché ci possa condurre alla verità intera.
Mi piace pensare che tu sparga messaggi e luci nascosti sotto forma di circostanze, incontri e persone, non sempre comprensibili a prima vista. lo vorrei, per cominciare, saper captare e riconoscere ciò che tu mi vuoi comunicare sulla fede, che è al centro di questa mia preghiera che oggi umilmente ti rivolgo. A Samuele chiedo in prestito le parole: «Parla, Signore; il tuo servo t’ascolta». E a Maria, madre comune, mia e del tuo Figlio, chiedo che m’insegni come si fa non solo ad ascoltare, ma anche a conservare nel cuore.
Qualche tempo fa mi capitò un episodio che mi toccò nel profondo dell’anima. Ero a Roma; stavo aspettando l’autobus alla fermata che è quasi di fronte alla chiesa di S. Giovanni in Laterano. C’era con me mia madre. Mi s’avvicinò una signora molto anziana, vestita di un cappottino nero, lucido per l’uso inveterato. Camminava a piccoli passi, con la tipica rigidezza senile del tronco, della testa e delle mani. Mi chiese se volevo comprare una presina di filo di cotone colorato fatta all’uncinetto, di quelle che servono per afferrare pentole e tegami senza scottarsi. Còlto così all’improvviso, risposi che non m’interessavano. La vecchietta allora s’allontanò senza ribattere, non rivolgendosi ad altri. Mi pentii subito, perché capii che ciò che importava non era il fatto che io avessi bisogno di quelle presine, bensì che lei avesse necessità di venderle, per poter guadagnare qualcosa. Scambiai uno sguardo con mia madre, che subito la raggiunse e chiese quanto costavano.
«Mille lire l’una, signora» rispose; «le ho fatte io a mano. Ho novantadue anni ...».
«Le compro tutte e cinque» disse mia madre, aprendo il portamonete.
Una signora giovane, che leggeva un rotocalco a pochi metri di distanza e che aveva sollevato lo sguardo, s’avvicinò alla vecchietta e le diede mille lire, dicendo: «Prenda anche queste».
La vecchietta guardò mia madre e l’altra signora con un sorriso stanco e appena accennato; senza dir nulla s’allontanò con la sua andatura tranquilla, che lasciava immobili le braccia, le spalle e la testa.
Questa scena l’ho ripensata, meditata, contemplata dentro di me tante volte, non saprei dire quante. Un istinto mi suggeriva che c’era qualcosa d’importante in questo episodio. Tuttavia non riuscivo a spiegarne in concetti il significato. Ma quanto più ci pensavo, tanto più ne avvertivo un effetto benefico su di me . Mi dava l’impressione di qualcosa di teso che s’allentava.
Alcuni giorni più tardi mi trovavo ad Assisi, la patria di s. Francesco così pervasa ancora dal suo spirito, ospite di una comunità femminile di persone di diversa nazionalità. Durante la conversazione si venne a parlare del seme di senape.
«Alcune di noi sono state in Palestina e ne hanno portati un po’».
Una di loro andò a prendere un quadretto da scrivania, formato da un cartoncino bianco, al cui centro era stato incollato un seme di senape minuscolo, più piccolo di un granello di sabbia. Sotto erano state ricopiate le parole del Vangelo di s. Matteo (17,20): «Se avrete fede pari ad un granellino di senape, potrete dire a questo monte: spòstati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile». La piccolezza del seme m’impressionò molto; le parole di Gesù m’apparvero per la prima volta in tutto il loro peso. Molte sensazioni e immagini mi si affollarono nell’anima: la piccolezza assoluta del seme, la relazione della mia fede con quel seme, la grandezza e il peso del monte, l’indeterminatezza e la vastità della conclusione «e niente vi sarà impossibile». In quel momento non c’era tempo né modo d’analizzare, assaporare e sviscerare le risonanze che quel seme e quelle parole avevano suscitato in me. Ma quella dimensione meritava d’essere esplorata, anche se fossero stati necessari anni per coglierne tutte le sfumature. Sul momento non fui capace di fare commenti, ma penso che il mio silenzio commosso sia stato compreso, e la prova di ciò fu che il cartoncino con il seme incollato e le parole di Gesù mi fu offerto in regalo. Fin dal primo momento quel quadretto evocò in me il ricordo della vecchietta che m’aveva offerto le presine. Che connessione c’era tra le due cose? Non sapevo specificare. Ma che ci fosse non potevo dubitare. Che pena non poter lasciare lì il mio corpo a continuare la conversazione, e allontanarmi con l’anima per fare un po’ d’ordine nelle sensazioni che mi s’affollavano nell’intimo! Un terzo episodio venne ad aggiungersi agli altri due, in certo modo chiarendoli. Ero stato invitato, nella mia qualità di missionario che vive tra i poveri, a presiedere una concelebrazione e a commentare le scritture del giorno. Il Vangelo era stato scelto di proposito, ed era quello del giovane ricco, cui Gesù suggerisce di vendere quello che ha e darlo ai poveri, per poi seguirlo. Ma prima che io leggessi il Vangelo, il versetto dell’alleluia mi colpì. Diceva: «Cristo, da ricco che era, si fece povero, per arricchirci con la sua povertà». Non avevo mai pensato che la nostra ricchezza non ci veniva dalle infinite ricchezze del Figlio di Dio, bensì dalla povertà della sua incarnazione. «Si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce; per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra d’ogni altro nome». Dalla sua piccolezza e dal suo annientamento siamo stati arricchiti: la nostra ricchezza consiste nel fatto che il Figlio è diventato uno di noi, povero e soggetto all’ingiustizia e al disprezzo come ognuno di noi, esposto alle tentazioni e senza scappatoie di fronte alla morte come tutti noi.
Ho molto riflettuto su questi tre episodi, abbandonandomi alla loro contemplazione e cullandomi ora nell’uno, ora nell’altro. Non sono mai riuscito a pensarvi con la ragione, ma solo con il cuore. Ne è venuto fuori non una conclusione, ma un atteggiamento interiore: Gesù ci arricchisce con la sua povertà, la vecchietta mi spinge a comprarle le presine con il suo non insistere, il seme di senape sposta la montagna con la forza della sua piccolezza. Mi viene in mente una parola del Signore, la cui verità prende consistenza alla luce di questi pensieri: «I miti possederanno la terra». Non la strapperanno con la forza a coloro che ora la dominano, ma sarà un possesso che si evidenzierà a poco a poco per lo sbocciare lento, ma inesorabile e irreversibile, di una verità che sta dentro la natura delle cose. Non è la mitezza in sé, ma qualcosa che la mitezza ha in sé, che conquisterà la terra. Non è la povertà in sé di Gesù che m’arricchisce, ma qualcosa che la povertà di Gesù ha in sé. E’ il seme di senape? O meglio, la mia fede piccola come un seme di senape? Sposta il monte, senza sapere come. Dice al monte «spòstati» e assiste all’obbedienza del monte. Non è la fede che lo sposta, bensì è lui che da solo si sposta. La vecchietta s’era già allontanata: qualcos’altro – o qualcun altro – ci ha convinti a comprare non una, ma tutte le presine.
Ecco il punto: c’è una forza nell’essere piccolo, povero, mite e remissivo; una forza però che non è propria, una forza che viene da fuori. Qualcuno gliel’ha messa dentro; qualcuno che questa forza ce l’ha.
Non c’è da perdersi in molte ricerche, Signore, perché uno solo può possedere tale forza, uno solo può aver pensato di fare tutto ciò: tu.
Adesso che ho trovato l’autore, mi sembra anche di capire in che cosa consista quella forza così poderosa. E’ la stessa, unica forza che ha creato il mondo e che tutto pervade. Hai messo questa forza nella fede – anche la più insignificante –, ma l’hai messa pure nel monte, rendendolo obbediente; l’hai messa nella povertà estrema del tuo figlio Gesù, ma l’hai messa pure in chi accetta di diventare ricco per mezzo di questa povertà; l’hai messa nell’umiltà di quella vecchietta, ma l’hai messa pure nel cuore di chi ha visto e sentito. E l’unica forza che esiste, che è sempre esistita e sempre esisterà, l’unica forza che fa una sola cosa con te, che fa di te Padre, Figlio e Spirito Santo un unico Dio: la forza del tuo amore, o meglio la forza dell’amore che tu sei! Com’è profonda la ricchezza, la sapienza e la scienza di Dio! Come sono insondabili i suoi giudizi e incomprensibili le sue vie! Chi ha conosciuto i pensieri del Signore? Chi è stato suo consigliere? Chi gli ha dato per primo, così che debba ricevere in contraccambio? Da lui, per lui, in lui sono tutte le cose. Gloria a Dio per sempre ...
Sei talmente perfetto nell’amore, Signore, che quando dico un «no» a chi mi domanda qualcosa, oppure mi mostro irritato e brusco, mi sento incapace di continuare a guardarti negli occhi. Questa impossibilità non si manifesta subito, ma solo dopo che sono rientrato in me e mi rendo conto della mancanza commessa. Il mio comportamento mi rattrista, mi sento incapace di restare con te in un’intimità senza barriere: un senso d’indegnità me l’impedisce. Ripenso a Pietro che, dopo la pesca miracolosa, si gettò al tuoi piedi e disse: «Allontànati da me, Signore, perché sono peccatore». Com’è vero quest’episodio! Penso che tutti coloro che dicono un «no» di egoismo possano testimoniarne la verità. Ho cercato più volte la soluzione, Signore, meditando la tua risposta a Pietro: «Non avere paura: d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Non solo non t’allontani dall’uomo, ma lo unisci a te più profondamente, facendolo collaboratore della tua missione di salvezza.
Questa considerazione mi rasserena, ma non è capace di restituirmi la spontaneità di tornare subito a guardarti negli occhi. Solo il tempo, con il suo scorrere lento e con il suo misurare il digiuno di te, me ne ridà il coraggio.
Tale è la storia di sempre.
Ma ultimamente qualcosa è cambiato. Stavo gemendo al di qua della barriera che mi separava da te. «Mi sembra che una montagna m’impedisca di vederti» pensavo. «Come fare per spostarla?». Ci sarebbe voluto un granello di senape di fede, e quanto più piccolo, tanto più efficace. Pensavo come fare per dargli lo spazio necessario per agire... Probabilmente anch’io sarei dovuto diventare come lui: piccolo. Infatti, a ben pensarci, gran parte di quel monte era costituito da me stesso. Il mio pensiero era occupato dalla considerazione della mia mancanza, il mio slancio era frenato dal peso del mio rimorso; ciò che si riferiva a me era diventato il centro. Come avrei potuto guardarti negli occhi, se una trave m’impediva di vedere? Ecco il punto. Sarei dovuto svanire all’orizzonte della mia coscienza: dimenticarmi.
Allora provai a pensare a te, senza più nessun riferimento a me. Mi sentii sparito e mi sorpresi a navigare in te. Era un’esperienza nuova. Non c’era più nessuna foschia provocata dai filtri del mio essere. Potevo lasciarmi andare alla gioia di godere della tua gioia, all’ammirazione per la tua grandezza, per la tua sapienza, per la tua fedeltà. Dimentico di me e del mio peccato, ero attraversato dal tuo amore. Io non c’ero più: al mio posto era rimasta soltanto la mia fede, tanto piccola e tanto sola, che tu la potevi abbracciare per intero, penetrare e riempire di te, senza alcuna resistenza da parte mia.
Da tempo sto pensando come sarebbe bello conoscerti. Ma la parola «conoscere» non rende bene l’idea di ciò che vorrei sapere di te. Forse sarebbe più giusto dire «comprenderti» o «capirti», oppure ricorrere a espressioni più complesse come: intuire il tuo intimo, penetrare il tuo segreto. Ma più ci penso, meno mi diventa chiaro ciò che veramente desidero da te. Forse la parola «silenzio» potrebbe meglio definire tutto. Il silenzio però ha un difetto: difficilmente può esser reso a parole. Ma per comunicare con te, è efficace... Mi concentro allora in questo mio desiderio, che non so dire, ma che tu capisci molto bene. Un desiderio puro, intenso, radicale, senza troppe determinazioni, che solo lo limiterebbero. Un desiderio pieno, che lo stare di fronte a te non riesce ad esaurire.
Non è una relazione con te che io cerco, non è capire qualcosa di te. Il mio desiderio s’estinguerebbe solo quando finisse il nostro esser due, per annullarsi nell’unità.
Essere uno con te e in te. Non essere più due, ma uno.
Questa parola di silenzio mi scoppia tra le mani, è fuoco: non ha bisogno di voce per essere detta, non passa e non finisce, come invece fa il suono di ogni parola pronunciata. Non ho più bisogno di tempo per esprimerla, anche se capisco che tutta l’estensione del tempo non basterebbe per contenerla: non ne vedo la fine, semplicemente perché fine non può avere, per sua natura.
Sono passate ormai due settimane con questa preghiera di silenzio nel cuore. Nel frattempo sono vissuto. Gli uomini hanno occupato le mie ore, i miei pensieri, le mie forze. Attraversato dal desiderio di te e dalla pressione della gente, io mi dicevo: queste due presenze non sono in contrasto, non possono esserlo; anzi, non devo lasciare neppure che possano apparire come tali al mio spirito.
Signore, – ti dicevo – dammi una briciola di fede, ed io vedrò. Me ne basterebbe poca – un solo granellino – e la mia preghiera sarebbe esaudita.
I giorni passavano e la preghiera tu già stavi esaudendola, ma io non riuscivo ancora a capire. Intuivo soltanto che tu mi stavi rispondendo attraverso il vivere stesso. Non era un ritardo nel rispondermi: la risposta era la vita, e la vita, per esser vissuta, aveva bisogno di tempo.
Dall’epoca in cui venisti sulla terra, sappiamo che sei presente nel fratello, specialmente in quello che ha bisogno, e che in lui e per mezzo di lui riempi la nostra vita della tua continua presenza. Ma ciò che mi volevi dire non era questo. Non lo poteva essere, perché ciò che ti chiedevo non era di vederti davanti a me, ma di diventare una cosa sola con te: conoscerti e vederti dal di dentro, diventare – se il desiderio non fosse troppo ardito – te. Anche solo per un attimo, per un tempuscolo ancora più piccolo di un granello di senape, ma diventare te.
Mi tornò in mente la tua preghiera, quella che tu spesso facesti al Padre nell’ultima notte: «Io in essi e tu in me». Tu da secoli stavi aspettando che anch’io facessi la tua stessa preghiera, perché la tua al Padre potesse essere esaudita. A poco a poco mi diventava chiaro che il mio prossimo era l’occasione che tu mi mettevi davanti, perché io lo trattassi come lo trattavi tu. L’esaudimento della mia preghiera di diventare te si realizzava proporzionalmente al mio diventare te nel modo di trattare il mio prossimo. Amandolo con il tuo amore, guardandolo con i tuoi occhi, toccandolo con le tue mani, parlandogli con la tua bocca, ascoltandolo con i tuoi orecchi, facendo tutto questo io facevo esperienza del tuo modo di essere, diventavo te. E quanto più il mio fratello era scorretto, importuno, insensibile, detestabile, tanto più profondo e radicale era il tuo esaudimento, perché mi faceva accedere al centro segreto, misterioso, esclusivo, incomprensibile di te, a ciò che mai occhio d’uomo vide, orecchio udì, fantasia immaginò: alla tua misericordia! «Verità»... «Verità»... Mi rigira nella mente questa parola. M’invade lo spirito come una realtà troppo grande da abbracciare e al tempo stesso troppo simile a me, perché io non desideri comprenderla per intero. Stavo per dire «possederla», ma qualcosa in me s’è scandalizzato a pensare in questi termini. È troppo pura, perché io possa desiderare di possederla. L’unico rapporto possibile con lei non è di possesso, ma d’amore. Io bramo cercarla e lei farsi trovare, lei cercarmi e io farmi trovare. E una volta insieme, restare sempre uniti, solo per amore. Io so che non l’abbandonerò e so pure che lei resterà con me, perché non mentisce: fa parte della sua verità l’esser fedele.
Anche la parola «comprendere» però non mi soddisfa. È troppo vasta la verità, perché possa essere compresa; soprattutto quest’espressione mi dà l’idea che io sia più grande di lei. Comprendere significa circondare completamente dall’esterno con un abbraccio, e ciò è un’assurdità. Tuttavia capisco, per quanto mi possa sembrare eccessivo, che, se è vero che io non sono più grande di lei, non sono neppure più piccolo di lei. Il confronto è in termini non d’estensione, bensì d’affinità. Io sono fatto per la verità e la verità è fatta per me. Ciò che ci muove reciprocamente non è arrivare a stare uno di fronte all’altra per contemplarci, ma per compenetrarci, fino a formare un’unità.
Com’è bello farmi attraversare da questi pensieri! Mi danno l’impressione di pensieri non pensati, di una realtà che raggiungo ed assaporo direttamente, in cui m’immergo con il mio essere, piuttosto che con il mio pensiero.
In questa comunione d’amore m’accorgo che la verità non ha dimensioni infinite, non è trascendente, non sta cioè al di là delle cose. È umile, piccola, semplicissima. Sta dentro ogni persona, ogni avvenimento, ogni più piccolo e umile essere. Al pari di te, Signore, che sei così grande, s’è incarnata e, incarnandosi, s’è fatta piccola. Anzi, mi par di capire che è proprio lei, la verità, che comunica la sua piccolezza a tutte le cose. Anche le più complesse, pervase e attraversate da lei, diventano semplici e chiare.
Chi ha immesso la verità in ogni cosa che è? Chi, se non tu, l’autore di tutto? E quale verità ogni cosa ha in sé, se non quella che ha ricevuto direttamente da te? Da te, infinitamente semplice, ha avuto il dono della semplicità.
In questo mondo la verità d’ogni cosa, Signore, è fatta della stessa qualità della tua verità. E la tua verità – mi par di capire – coincide con il tuo desiderio di comunicarti, d’essere conosciuto e amato. La tua verità è essere aperto, è donarti, è, insomma, amore.
Tutte le cose, quindi, m’appaiono davanti come esseri che, in quanto espressione della verità che hai loro comunicato, si offrono a me con amore per essere intesi. Non devo cercarne la verità nella loro struttura fisica, storica, fenomenologica e così via, ma nella loro disponibilità a essere conosciute, nel loro atteggiamento di dono. In modo molto più semplice, la loro verità sta nel loro amore verso di me. «Vieni, – mi dicono – penetraci, indagaci, scopri le nostre leggi, capiscici, fa’ tutto fino all’estremo confine del possibile. Tutto ti è aperto, tutto ti è dato in dono. Il nostro Dio è il tuo stesso Dio e la nostra gioia sta, per lui e per te, nel comunicarci senza limiti, come prova dell’amore di cui siamo fatte. Desideriamo essere riamate con lo stesso amore».
Eccomi da te, Signore. Dal viaggio tra le cose, sono ritornato qui, di fronte a te, in te. Come sei grande, Signore! Pur infinitamente incomprensibile, sei allo stesso tempo infinitamente conoscibile. Sei conoscibile in virtù della verità di cui sei fatto, o, meglio, della verità che tu stesso sei. Verità d’amore e come tale accessibile e conoscibile attraverso l’amore, la cosa più semplice e umile che ci sia; amore che, pur piccolo, redento da te che sei infinitamente grande, diventa tanto potente nella sua umiltà, da permettere a me, piccola e imperfetta creatura, di fare una cosa sola con te, per appagare il desiderio della verità che tu sei: «Io in te, figlio mio, e tu in me».
Quelimane (Mozambico) 20 ottobre 1985
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BUON COMPLEANNO, MAMMA!
Guardo l’orologio nero con i numeri bianchi sulla parete della sala operatoria. Mancano sette minuti a mezzanotte. Fra sette minuti sarà il 21 marzo, il compleanno di mamma. A quest’ora lei starà dormendo e forse non immagina nemmeno che le mando gli auguri proprio allo scoccare della mezzanotte. Già dovrebbe aver visto la videocassetta che le ho mandato. L’ho registrata qui a Quelimane, per farle vedere un po’ l’ambiente dove vivo. Potrebbe darsi che ora mi stia sognando. Sarebbe proprio bello se fosse così: una maniera originale per incontrarci sulla porta della mezzanotte.
E’ un compleanno importante questo: ottant’anni.
Voglio sbrigarmi ad andare a letto. Bisogna che domattina mi alzi presto per celebrare la messa, poiché sono d’urgenza. Quando la programmo per il pomeriggio, c’è il rischio che nascano degl’imprevisti. Come stasera per esempio. Oggi è lunedì e in questo giorno la nostra comunità si raduna: concelebriamo tutti in cappella, poi ceniamo e dopo c’è -- secondo un calendario mensile – un incontro su un tema della nostra congregazione o il consiglio di famiglia o la riunione dell’équipe parrocchiale. Come dicevo, sono d’urgenza, oggi e domani. A mezzogiorno non ho avuto il tempo di tornare a casa per mangiare. Ci sono stati dei feriti e ho lavorato fino alle 17. Dopo un salto in maternità e la visita al pronto soccorso, sono venute le 18. In sala parto ho trovato una paziente con parto anteriore e bacino stretto. Bisognava farle il taglio cesareo. Ormai il personale della sala operatoria era partito; così ho mandato l’ambulanza a prenderlo. Ho lasciato detto al pronto soccorso di telefonarmi, appena tutti fossero arrivati. Ne ho approfittato per fare un salto a casa, mangiare e concelebrare con gli altri. Per fortuna il telefono è squillato dopo la Comunione.
Al pronto soccorso era arrivato un altro malato, con un’ernia strozzata. Ho fatto mandare in sala operatoria pure lui. Aveva l’intestino necrosato; così ho dovuto procedere a una resezione. Ora sono alla pelle. Uso nylon. Non abbiamo più seta. Fortunatamente c’è arrivato uno scatolone di fili di nylon con l’ago atraumatico: un vero lusso. Nella miseria capitano di frequente cose come questa. Manca tutto, ma l’unico articolo che c’è è rarissimo.
Appena finito d’annodare l’ultimo punto della pelle, mi sfilo i guanti e tolgo il camice, per poter scrivere in fretta la registrazione dell’intervento chirurgico. Bisogna farlo tre volte: nel registro della sala operatoria, nel foglio proprio di anestesia e chirurgia, di cui una copia resta nell’archivio degli anestesisti e una va nella cartella del malato, e infine nel foglio del diario clinico e terapeutico.
A volte ci vuole tanto tempo a scrivere tutto, quanto a fare l’operazione.
Mentre sono nello sgabuzzino che funziona da spogliatoio, arriva l’infermiere con l’inserviente della sala di rianimazione, per prendere in consegna il malato. Quando esco li trovo nella veranda: stanno passando il paziente dalla barella della sala a quella del reparto. Nel blocco operatorio ci sono grandi lavori in corso, per cui siamo «sfollati» in tre stanze e una veranda di una costruzione antica, che cinquant’anni fa era il nucleo dell’ospedale di Quelimane. Delle tre stanze quella interna funziona da sala operatoria, quella intermedia da lavatoio delle mani e da risveglio, quella esterna da sterilizzazione e piccolo magazzino.
La veranda, dove un tempo la gente aspettava per entrare, conserva ancora una panca di cemento contro il muro. Lì stanno seduti gl’inservienti, quando piegano le compresse di garza; lì si fa il passaggio da una barella all’altra; lì i malati aspettano prima d’entrare in sala operatoria e, dopo l’intervento, prima di tornare al loro letto.
Fuori della veranda c’è buio, perché questa zona dell’ospedale è un po’ decentrata. Ma è una fortuna di notte, perché si possono vedere meglio le stelle silenziose e brillanti di questo cielo africano.
Stasera c’è la luna; brilla con notevole intensità; s’avvia ad essere luna piena. Oggi è lunedì santo. Anzi, da pochi minuti è già cominciato il martedì santo. In questo chiarore guardo l’orologio da tasca: si vedono bene le ore: mezzanotte e dieci. Buon compleanno, mamma! C’è un tratto di duecento metri da fare sotto la luna e le stelle. L’aria è calda. La lunga estate di queste latitudini abbellisce la notte con una gradevole sensazione di calore. Un altro motivo per ringraziare il Signore di avermi mandato quaggiù.
Per uscire dall’ospedale, bisogna passare dal pronto soccorso, dove questa notte è di servizio, per i casi non chirurgici, Felizbela, la Tecnica di medicina. È alle prese con un giovane paziente in coma. Ha la febbre alta. Dev’essere malaria cerebrale o meningite: tutt’e due sono molto frequenti a Quelimane e ne appaiono quattro o cinque casi ogni settimana. Scambio qualche parola con lei. Sa molto bene cosa deve fare. Ha appena finito di canalizzare una vena e s’appresta a fare una puntura lombare, per vedere se si tratta di meningite. Vedo che ha già fatto prelevare il sangue per l’esame dell’emoglobina, del plasmodio della malaria e dell’uremia, glicemia e creatinina. È la nostra routine.
Chiedo se c’è qualche caso di chirurgia da vedere.
«Di chirurgia non c’è nulla» mi risponde l’infermiere–capo dell’équipe della notte.
Esco. L’orologio sopra la porta d’uscita segna mezzanotte e venti. Non è molto tardi. L’autista di servizio sta sonnecchiando appoggiato al volante dell’ambulanza. Fra poco dovrà portare a casa il personale della sala operatoria, che sta pulendo e mettendo in ordine le cose.
Mi sente passare e mi saluta con un gesto della mano: «Boa noite, senhor doutor!» Entro in macchina. Per arrivare a casa, debbo percorrere tre chilometri e quattrocento metri. Ci metto circa cinque minuti. Sui gradini laterali della chiesa c’è il guardiano notturno che mi saluta con la mano. Passo dal refettorio; a volte sul mobile dove si conservano i piatti e le posate c’è qualche lettera o messaggio per me.
Stanotte non c’è nulla.
Passo dalla cappella al piano superiore. Prendo il breviario per portarmelo in camera. Ho preso l’abitudine di dire a letto, prima d’alzarmi, l’ufficio delle letture. Stasera dirò anche compieta. Quando sono molto stanco, dico a letto anche quella.
Mi corico in fretta. Apro il breviario, ma sento che il sonno m’assale. M’addormento, prima di finire il salmo. È solo un tuffo nel sonno. Subito mi scuoto, ma capisco che non vale la pena lottare contro chi è più forte.
Penso a mamma che starà dormendo: ci vedremo in spirito domattina per la messa. Punto la sveglia per le cinque. È il più tardi possibile, per avere il tempo di celebrarla prima delle lodi con la comunità, alle sei e dieci. Mi riaddormento in un istante.
All’improvviso sento squillare il telefono. Dall’altra parte c’è Felizbela con voce singhiozzante: «Dottore, venga di corsa; una mia cugina sta morendo; è arrivata in coma adesso al pronto soccorso. Ha ingoiato molte pastiglie di clorochina in un colpo solo».
Mi alzo in tutta fretta e cerco negli scaffali un libro che parli di intossicazioni medicamentose e dei loro antidoti. Forse c’è qualcosa nel piccolo «Roversi», un vademecum che era in voga quand’ero studente, più di vent’anni fa. L’ho sempre tenuto con me. Lo sfoglio rapidamente. Non parla di clorochina, ma solo di chinino. Apro il «Merck», un altro compendio di tutto lo scibile medico. Questo è recente, di quattro anni fa. Ma anche qui non c’è nulla che serva.
Beh, mi pare di ricordare che la clorochina dà alterazioni della conduzione intracardiaca con quadro finale di fibrillazione ventricolare. Ma come si potrà contrastarne l’effetto? Per quello che ne so, non c’è nulla da fare, una volta che la dose letale è entrata in circolo. Comunque tenteremo il tutto per tutto.
Arrivo al pronto soccorso. Felizbela è molto nervosa e ansiosa. Le tremano le mani, ma non ha perso la testa. Ha già canalizzato una vena e collocato una flebo di soluzione glucosata al 5%. Un infermiere ha già preparato la sonda per la lavanda gastrica. Osservo la cugina: è una ragazzina sui diciassette anni. Non mi sembra ancora gravissima. È incosciente, ma reagisce agli stimoli dolorosi. Le pupille sono di diametro normale e reagiscono alla luce della lampadina.
È flaccida e ha una respirazione accelerata. Ascolto il cuore, la cosa essenziale: ha un ritmo galoppante, sui 140–160 battiti al minuto. Non abbiamo l’elettrocardiogramma, per poter avere un’idea di come sia la conduzione intracardiaca. La speranza è che non abbia assorbito ancora tutta la clorochina.
Chiedo a Felizbela se sa quando sua cugina ha preso le pastiglie.
Non lo sa, ma deve essere già più d’un’ora, perché in casa se ne sono accorti quando è caduta dal letto. La clorochina probabilmente è già in circolo: se ne stanno vedendo gli effetti farmacologici. Ad ogni modo facciamo subito la lavanda gastrica. La prima acqua che esce è un po’ torbida; il resto esce tale quale entra.
«Non si sa se ha vomitato in casa?».
Felizbela lo ignora.
Improvvisamente la ragazzina smette di respirare.
«Portate l’Ambu!» grido.
Cominciamo la respirazione artificiale con il pallone di Ambu. Quasi subito riprende a respirare spontaneamente. Il cuore è velocissimo. Le somministriamo una dose di digoxina endovenosa. Non so fino a che punto potrà essere efficace, ma in teoria dovrebbe contrastare l’eccitazione cardiaca. Sarebbe meglio darle ossigeno. Al pronto soccorso non ce n’è. Tutte le bombole sono finite da un pezzo. Do ordine di trasportarla in sala di rianimazione, dove ci sono i terminali dell’impianto di produzione d’ossigeno. in pochi minuti la paziente è sistemata in un letto, con ossigeno. Il ritmo del cuore è ancora galoppante.
Arriva anche il dottor Matteo, che ha saputo del caso. Ci consultiamo sulle possibilità di contrastare l’effetto farmacologico della clorochina sul cuore. Mi ricordo che il giorno prima con sua moglie avevamo letto il foglietto che accompagna la confezione della Resochina Bayer. Parlava a lungo degli effetti tossici. Ma ci eravamo soffermati solo su quelli cronici, dopo prolungata assunzione.
Matteo esce, per fare una corsa a casa a prendere quel foglietto. Ritorna dopo dieci minuti: il foglietto non si trova. Ci ricordiamo che in sala operatoria c’è il testo di farmacologia di Goodmann – Guilman: il trattato più autorevole esistente. Vado a prenderlo, ma – delusione suprema – non parla degli effetti tossici acuti da sopradosaggio.
Non ci rimane che attendere, pronti a fare il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. Vado a vedere come sta la paziente: il galoppo è cessato. Il ritmo cardiaco è normale, attorno ai 100 battiti al minuto. Mentre ascolto il cuore, apre gli occhi e mi guarda.
«Come ti chiami?» le chiedo. «Beatriz ...».
Chiamo Felizbela al capezzale, per mostrarle che Beatriz sta recuperando. La tensione s’allenta. L’effetto farmacologico sta passando. Aspettiamo un’altra mezz’ora, per essere sicuri che il miglioramento non sia passeggero.
«Beh, – dico – io torno a dormire. Grazie a Dio, penso che ormai non ci sia più pericolo».
Sono quasi le quattro e un quarto. Fuori dalla sala di rianimazione la luna non c’è più: è appena tramontata. Ormai non è più possibile celebrare la messa di mattina. Prima di ritornare a letto, mi rado la barba: una cosa in meno da fare quanto mi alzerò. Punto la sveglia per le sette e mezzo. Vorrà dire che dirò la messa di buon compleanno alla sera, dopo le visite ambulatoriali; se no, dopo cena. Guardo l’orologio, prima di spegnere la luce. Sono le quattro e quaranta. Le mie finestre danno verso oriente. Il cielo comincia già a schiarirsi un poco.
Ho l’impressione che sia passato solo un minuto, quando il telefono di nuovo squilla. La mano va da sola al ricevitore: è un movimento con misurazione automatica che ha bisogno solo di un 25% di coscienza. Ma il mio cuore ha sempre una scarica di tachicardia vertiginosa, che dura circa un minuto.
Mi chiedo se la stazione di partenza dell’impulso sia l’ipotalamo o la surrenale.
E la caposala della maternità che mi telefona, afflitta, da casa sua: ha la figlia di dodici anni con 40’ di febbre; ha già preso le tre dosi di clorochina per la malaria. Mi chiede cosa deve fare e se può restare a casa finché la ragazzina non migliora.
Le consiglio di portarla all’ospedale, per fare la ricerca del plasmodio nel sangue, per avere la certezza che sia malaria e anche perché io possa vederla e valutarla clinicamente. Le dico di portarla alle otto, senza stare a precisare che sono appena tornato a casa, per non darle un’amarezza in più: oltre al dispiacere per la figlia, anche il rimprovero d’essere stata importuna.
Non ho ancora aperto gli occhi. Ora ne apro uno solo, per guardare che ora è nella sveglia accanto al letto. Senza occhiali non ci vedo. Devo portarla a dieci centimetri dall’occhio aperto; anche questo è un gesto automatico, le cui misure sono registrate da anni nel cervello. Sono le sei in punto.
Meno male: c’è ancora un’ora e mezza per dormire.
Alle sette e mezzo la sveglia suona e mi alzo. Devo solo fare la doccia e vestirmi. Mi fa una certa impressione alzarmi a giorno fatto. Sento i rumori della casa e quelli fuori sulla strada che passa a 50 metri. Sta nascendo in me il complesso di essere oggi ritardatario, ma il ricordo della notte passata in piedi mi riconcilia subito con la verità. Anzi, si fa strada un senso di festa: stamani non c’è fretta e posso prendermela con più calma. Vado in cappella per recitare in pace le lodi. Poi scendo a fare colazione. Incrocio padre Agostino, che mi chiede: «Come stai? hai lavorato tutta la notte?».
Gli rispondo che mi sento bene e che sono riuscito a dormire un po’ di ore. In realtà provo una sensazione sgradevole, che è sempre la stessa, quando dormo poco di notte: una specie di malessere muscolare, quasi una debolezza, nella metà inferiore delle cosce e nella base del torace, ai due lati. La mente invece è libera. Ma so già che al pomeriggio dopo pranzo sentirò una necessità imperiosa di dormire profondamente per un’ora almeno. Quindi comincio già a fare i calcoli, per riuscire a trovare il tempo necessario.
Mentre finisco la colazione, padre Agostino viene ad avvisarmi: «Aldo, c’è una signora che ti sta aspettando seduta nella veranda fin dalle cinque e mezzo».
Vado a vedere cosa vuole. C’era da aspettarselo: vuole un biglietto per andare a prenotare una mia visita. Tutte le mattine c’è sempre qualcuno che viene con questo scopo. Di solito esco di casa alle sei. Dato che quasi nessuno ha l’orologio, cominciano ad arrivare molto presto e restano lì seduti, finché non esco. In Mozambico, a causa della penuria di medici, è difficile essere visitati da uno di loro. La maggioranza è visitata da infermieri e agenti di medicina. Loro fanno da filtro, selezionando solo i casi più complicati per i medici. Ma c’è una scappatoia: cercare un dottore benevolo, che dia un suo biglietto per la prenotazione di una visita.
Arrivo all’ospedale verso le otto e mezzo.
Oggi, come ieri, sono di turno per le emergenze; devo quindi passare per il pronto soccorso, onde avvisare che sono rientrato e sapere se c’è qualche caso che attende.
Sì, c’è un giovane con una lussazione alla spalla. caduto da una palma da cocco. Lo esamino per accertarmi che non abbia rotto il fegato o la milza.
No, s’è fatto male solo alla spalla. Lo mando alla «piccola chirurgia», dove si trattano casi minori di urgenze chirurgiche. Là un anestesista e uno strumentista sanno fare molte cose da soli.
Sono le nove passate, quando giungo alla maternità.
Muzinga, il tecnico di chirurgia, è già al lavoro nella sala di dilatazione e il dottor Matteo ha cominciato il giro delle sale di degenza. C’è la figlia della caposala che mi aspetta. La visito e concludo che ha un’infezione urinaria ascendente. Come sempre, durante la visita, sono interrotto molte volte: documenti da firmare, piccoli incontri con l’infermiere capo, con l’elettricista, con questa o quella caposala ecc. All’inizio tali interruzioni m’irritavano, ma ora ci ho già fatto l’abitudine e mi rassegno ad accettarle come parte integrante del programma giornaliero.
Con il dottor Matteo, dopo la visita, faccio un salto al blocco operatorio per vedere a che punto sono i lavori. S’avviano alla conclusione, ma si sa che gli ultimi particolari portano via più tempo che le opere pesanti, come abbattere un muro di divisione, chiudere o aprire una porta. Non mi trattengo, perché alle 14 oggi ho le visite ambulatoriali e devo essere puntuale, se voglio finire prima di cena.
Oggi ho un motivo in più: voglio finire presto, per poter celebrare la messa di buon compleanno per mamma.
Al pronto soccorso trovo, prima d’uscire, un bambino molto grave con convulsioni. t un caso di medicina, ma il medico di servizio della sezione pediatrica non è presente; bisogna andare a chiamarlo a casa sua, ma l’ambulanza è uscita a soccorrere un malato.
Così decido di prendermene cura io. Il personale ha appena finito di prelevare un campione di sangue per la ricerca del plasmodio. Si deve fare ora la puntura lombare, per indagare se il piccolo ha o no la meningite. Mi faccio portare il necessario. Quando apro la cassetta sterile, vedo che non ci sono aghi adatti per un bambino. Aspetto che ne trovino uno; dato che di pronti non ce n’è, faccio aprire un sacchetto sterile con il deflussore per le fleboclisi e toglierne l’ago: per bambini è l’ideale.
Fortunatamente trovo subito lo spazio intervertebrale e l’ago non fora alcun vaso sanguigno, per cui non occorre ripetere il prelievo come quando il sangue di un vaso attraversato viene ad alterare il contenuto del liquor spinale. Ho fatto tutto tenendo d’occhio l’orologio sopra la porta.
Sono già le 12.30 passate. Il programma del pomeriggio comincia a scricchiolare. Ma non posso rinunciare all’ora di sonno.
Tuttavia questo bambino è più importante del mio sonno. Difatti il liquore esce torbido: ha proprio la meningite. Vedremo il risultato del laboratorio, ma possiamo già cominciare il trattamento senza ulteriori ritardi.
Debbo riempire la cartella medica, per internarlo e far cominciare la cura.
In questo momento arriva il medico di servizio, molto grato per il mio aiuto. Gli spiego in due parole il caso; si mette a scrivere lui la storia clinica e la terapeutica. Prendo la mia borsa e in un istante sono in auto, a volare verso casa e verso il letto. Mangio in un battibaleno e m’addormento come un sasso, dopo aver puntato la sveglia per un’ora dopo.
Sono le 13.15.
Il suono della sveglia mi provoca un piccolo attacco di tachicardia, come il telefono di notte. Mi alzo intontito. Al pomeriggio è così. Ma so anche che il malessere durerà solo mezz’ora. In refettorio prendo il caffè; il thermos ne è sempre pieno. E’ caffè prodotto nella missione del Malone. Come sapore non è gran cosa, ma come effetto è una bomba.
Sono già in ritardo di mezz’ora nell’orario d’inizio dell’ambulatorio. Spero che nel pronto soccorso non ci sia niente.
Invece c’è un paziente...
Mentre dormivo, è arrivato un aereo dal distretto del Gilé con un ferito: un tiro di fucile gli ha attraversato la faccia, è entrato in corrispondenza del ramo verticale della mandibola frantumandolo, ha distrutto il palato duro, il mascellare, la base dell’orbita sinistra, l’osso zigomatico e anche l’altro ramo ascendente della mandibola. Non può parlare, non può inghiottire. Emana un odore fetido quasi irresistibile. È stato ferito tre giorni fa. Non riesco a capire come sia ancora vivo. Oltre all’infezione, come avrà fatto a sopravvivere alla sete con il caldo che fa? Do ordine di lavarlo, reidratarlo convenientemente, trasfondergli un flacone di sangue e procurarne un secondo da somministrare durante l’operazione. Frattanto faccio chiamare il tecnico di chirurgia di prima linea e il personale della sala. Vorrei correre in ambulatorio, per fare qualche visita prima di dover operare.
Ma ci sono due persone che mi bloccano sulla porta. Una è un’infermiera di pediatria che non si sente bene e chiede che le dia qualcosa; la seconda è una paziente che ho operato a un piede equino e che ora ha un problema nella scarpa ortopedica. Dico a quest’ultima che non è né il momento né il luogo per queste cose e le do un bigliettino per prenotare una visita medica.
L’infermiere del pronto soccorso mi dice, tra mille scuse, che c’è ancora una paziente da vedere, di cui s’era dimenticato, preso dal caso del ferito del Gilé. E’ una donna con dolori pelvici. Occorre fare l’esame ginecologico. Faccio portare i guanti e preparare la paziente. Per fortuna è solo un dolore infiammatorio, senza necessità chirurgica. Altri dieci minuti per riempire il foglio di degenza del pronto soccorso e stendere la breve relazione di dimissione con la ricetta.
Finalmente mi siedo alla scrivania dell’ambulatorio. Oggi ci sono 22 pazienti in lista. Comincio con foga. Ormai le surrenali, stimolate dallo stress, hanno fatto piazza pulita del sonno residuo e della stanchezza. Volo da un malato all’altro.
Ogni tanto guardo l’orologio a muro; non è poi tanto tardi. Forse avrò il tempo di dire la messa di mamma prima della cena che è alle 20. Mi sorprende come ritardino a chiamarmi dalla sala operatoria. Ma non voglio interrompere, pensando che devo visitare il maggior numero possibile di malati prima di operare. Alla fine mando all’anestesista un inserviente con un mio biglietto, per sapere se ci sono complicazioni.
Nel frattempo entra in ambulatorio Gabriele, un tecnico di chirurgia, dicendomi che al pronto soccorso è appena arrivato un uomo con addome acuto, in stato tossico, gravemente disidratato, occhi infossati nelle orbite, respiro affannoso, anemia. Mi chiede se non sia il caso che io cominci da quest’ultimo paziente: ha già ricevuto quasi due litri di flebo polielettrolitica e di espansore plasmatico; ora è in trasfusione. Penso che questo caso sia più urgente. Probabilmente Gabriele può operarlo da solo; l’esperienza che ha è sufficiente. Se incontra qualche difficoltà, mi deve chiamare subito.
Ciò significa che per un’altra ora posso andare avanti.
Due o tre malati della lista non si sono presentati, per cui riesco a finire le visite prima di entrare in sala operatoria.
Sono le 19.
Mentre indosso il camice, il tecnico Gabriele mi dice che ha trovato un ascesso epatico aperto nella cavità addominale. Ha già aspirato quasi due litri di pus ed ora sta lavando gl’intestini e i recessi dell’addome. Mi mostra il fegato: è in pessimo stato. C’è un’ampia zona di necrosi nella parete dell’ascesso; lo spessore della faccia anteriore del fegato in quel punto è di due o tre millimetri; è di colore verdenerastro. Gli suggerisco di resecare il tessuto necrotico. Rimane un’apertura di più di dieci centimetri di diametro. Sorge il problema di come chiudere la parete. Bisogna lasciare aperta una breccia in corrispondenza della ferita epatica. Chiedo a Gabriele com’è il resto del fegato. Dice che non ha ancora finito di esplorare. M’avvicino, mentre va alla ricerca di altre possibili lesioni. Mette una mano tra fegato e diaframma, posteriormente, e sgorga all’improvviso un fiotto di pus denso, maleodorante. Ci guardiamo scuotendo la testa: la prognosi è molto brutta per questo paziente. Lava tutto bene di nuovo e decidiamo di aprire una seconda breccia nel fianco destro, posteriormente, per permettere il drenaggio all’esterno. Mentre Gabriele esegue il resto dell’operazione, io vado a scrivere il protocollo operatorio sul libro di registro, nel foglio dell’operazione e nel diario clinico.
Poi vado a vedere il nostro uomo di Gilé. Ora è ben reidratato e le mucose sono più rosee dopo la trasfusione. Il livello di coscienza è piuttosto basso e il paziente è irrequieto sulla barella. Hanno dovuto fissargli il braccio con una benda di garza, per non perdere la vena. Esamino con più calma gli squarci della ferita e con la torcia elettrica cerco di vedere meglio il palato e la faringe. Tutto ha un aspetto necrotico e infetto. Occorre fare una tracheotomia preliminare, per poter anestetizzarlo con sicurezza e lavorare senza intralci nella cavità orale e faringea.
Sono le 22 passate, quando comincio a tracheotomizzare. Anzi, è Gabriele che procede. Io l’aiuto. Ancora non si sente sicuro in quest’operazione, che, pur piccola, presenta delle difficoltà chirurgiche per chi ha poca esperienza. L’anestesista connette l’apparecchio con la cannula della tracheotomia e possiamo dedicarci con sicurezza a un debridamento accurato di tutti i tessuti devitalizzati e infettati. Le ossa sono sbriciolate; il pus e l’infezione si sono infiltrati lungo i piani di clivaggio delle inserzioni dei muscoli e delle fasce.
Facciamo più presto del previsto, anche se procediamo con piedi di piombo, per evitare di lesionare qualche vaso profondo, che poi sarebbe molto difficile da chiudere.
Sono le 23 e pochi minuti, quando finisco di scrivere i vari protocolli e la terapeutica.
Questa sera non sono ancora passato per la sala di rianimazione. Ci passo ora, per avvisare che riceveranno un nuovo paziente con tracheotomia e in cattive condizioni generali. La visita della sera, a quest’ora, non può che essere veloce.
Ma trovo un malato nuovo, un caso trasferito dal reparto di Medicina I. E’ un paziente in coma epatico, con itterizia, gravissimo. C’è ben poco da fare per salvarlo dalla morte. L’unica cosa è prendersi cura di lui nelle sue ultime ore di vita. Controllo che tutto sia in ordine. E’ cateterizzato, lavato, pulito, con la sonda nasogastrica per l’alimentazione, una vena canalizzata con soluzione glucosata in corso.
Manca la penultima tappa: la maternità.
Trovo una delle infermiere con la febbre e il mal di testa. Le prescrivo clorochina e aspirina; la faccio stendere in un letto vuoto, nella sala d’osservazione, perché dorma un po’. La sua collega mi dice che è stato bene che io sia passato ora, perché è appena arrivata una signora con inizio di travaglio di parto, di statura inferiore al metro e mezzo. La faccio preparare per esaminarla; ha il bacino stretto. Si sente il promontorio del sacro molto vicino. La testa è alta e penso che non riuscirà a impegnarsi. Si deve ricorrere per forza al taglio cesareo. Spero solo che il personale non sia già uscito dal blocco operatorio. Mando un’inserviente di corsa, per avvisarli di non uscire. Frattanto riempio il modulo di richiesta di un flacone di sangue e faccio preparare la paziente. Manca solo il catetere in vescica; è già stata lavata e rasata. Per fortuna i tecnici di chirurgia sanno fare molto bene i tagli cesarei da soli. Ne hanno già fatti parecchie decine ciascuno. Passo dalla sala operatoria, per spiegare il caso. Penso che non siano molto stanchi: loro non hanno lavorato anche stamattina. In effetti mi dicono di sentirsi ancora in forze, pur non avendo cenato.
All’improvviso m’accorgo che anch’io non ho cenato! Me ne ero completamente dimenticato.
L’occhio corre all’orologio a muro: mancano sette minuti alla mezzanotte...
Ecco sotto le stelle: tutto è uguale a ieri sera; soltanto la luna è di alcuni gradi più bassa nel cielo.
Cara mamma, mi dispiace molto, ma non ce l’ho proprio fatta a celebrare la messa per te. Credo però che per il Signore non ci sia molta differenza. E penso che anche per te e per me sia quasi lo stesso.
Sai, mamma, sarebbe bello raccontarti per iscritto questa messa detta in modo differente. Sarà il mio regalo per il tuo compleanno. Arriverà un po’ in ritardo, ma avrà il sapore della sorpresa lo stesso.
Uscendo, passo per il pronto soccorso; c’è un bambino caduto da una palma da cocco qualche ora prima.
È appena arrivato. Lo esamino attentamente; il pericolo è soprattutto il trauma addominale. La milza e il fegato possono rompersi e dare segno di sé solo più tardi. Bisogna ricercare di proposito tutti i sintomi iniziali. Per fortuna non s’è fatto proprio niente. Per fortuna per lui, soprattutto, e per la sua mamma, che sta lì seduta accanto al lettino. Per fortuna un po’ anche per me, perché il tecnico in turno d’urgenza non sa ancora fare le splenectomie da solo; dover restare altre due o tre ore per operare il bambino stanotte mi costerebbe un po’. Debbo ammetterlo: mi sento stanco.
Ma c’è un’altra donna da vedere; diagnostico una pelviperitonite. In questi casi si tenta prima il trattamento medico con antibiotici endovena e si controlla attentamente. Scrivo la cartella e do indicazioni d’internarla in Chirurgia II.
Arrivo a casa; quasi quasi vado diritto a letto. Attraverso il refettorio, per vedere se c’è qualche lettera o messaggio per me. Nulla.
Ma ricevo un altro tipo di messaggio: la tavola è rimasta imbandita per me. Ci sono dei piatti e alcune stoviglie coperte con un tovagliolo.
Immediatamente l’appetito prende il sopravvento sul sonno e mi siedo a tavola. La cena è fredda, ma è di una bontà squisita. Mangio con calma. Mi sento contento. E’ stato un giorno memorabile, ma m’è stato concesso di viverlo senza ansietà, e sono arrivato alla fine quasi senza accorgermene. Immergo i piatti sporchi nel catino di plastica, nel lavello. Passo in cappella. Capisco che non vale la pena celebrare la messa a quest’ora, senza più alcuna capacità di concentrazione. Recito compieta.
Come hai passato il tuo compleanno, mamma? Un presentimento mi ha fatto portare il telefono portatile in cappella. Infatti suona a metà compieta. L’infermiere del pronto soccorso mi comunica che per la paziente che ho ricoverato in Chirurgia Il non c’è un letto disponibile. Gli dico di portarla in sala di rianimazione e di trasferire Beatriz (che sta già bene e potrà ritornare a casa domattina) in Medicina I. Potrà occupare la camera di Beatriz.
Finisco compieta, metto il telefono portatile al suo posto e giro il commutatore per passare la linea al telefono sul mio comodino. Faccio una doccia ristoratrice e m’addormento di colpo.
Suona il telefono. È ancora l’infermiere del pronto soccorso. Anche Medicina I è senza letti liberi. Gli dico di trasferire un altro malato con una frattura esposta, ormai fuori pericolo, dalla sala di rianimazione in ortopedia. So con certezza che li ci sono letti liberi.
Non ho aperto gli occhi, non ho acceso la luce. Ma mi viene voglia di vedere che ore sono. Macchinalmente allungo il braccio destro e afferro la sveglia; me la porto a dieci centimetri dal viso. Poi apro l’occhio sinistro, quello che ci vede meglio: è l’una e mezzo in punto.
Buona notte! Quelimane (Mozambico) 21 marzo 1989
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PASQUA A INHASSUNGE (1989)
Che bellezza il tramonto in questo giorno sereno sul Rio dos Bons Sinais! Il cielo e l’acqua sono chiari. C’è una brezza impercettibile che smorza appena il sudore di una lunga giornata di calore. La distesa d’acqua è molto ampia: sembra più un lago che un braccio di fiume.
C’è un’aria di pace e di tranquillità che incanta.
Il silenzio è quasi assoluto. Eppure il lungomare è pieno di gente. È questo silenzio di tante persone insieme, che cambia di significato alla pace e serenità dell’ambiente.
E’ una pace e serenità di dolore.
Siamo qui in tanti per sapere le notizie che vengono di là dal fiume.
Il gruppetto di padri, con alcuni del Comitato internazionale della Croce rossa e un medico, che erano partiti stamani in cerca di notizie e di tracce dei due cappuccini dispersi, avevano comunicato via radio alle due del pomeriggio che avevano ritrovato il corpo di fra’ Oreste e che lo stavano riportando a Quelimane.
Ora la gente, in piedi, silenziosa guarda l’altra sponda per vedere quando si staccherà dal pontile il gommone a motore.
Fra’ Oreste è il terzo che ritorna a Quelimane, dopo la tragedia del lunedì di Pasqua nella missione di Inhassunge.
Ieri l’altro, un po’ prima del tramonto erano tornati padre Camillo e padre Francesco, uccisi appena fuori dalla loro casa.
Del quarto, padre Giocondo, il più anziano del gruppo, ancora nessuna traccia. Ma da ieri le voci sono insistenti nel dire che lui pure è stato ucciso.
Attraverso la strada e incrocio padre Emilio. Gli chiedo cosa si sa. Mi dice che saranno qui fra poco più di mezz’ora.
Il corpo di fra’ Oreste è già nell’imbarcadero di fronte, in una cassa, ma ce n’è bisogno di un’altra per mettercelo dentro, perché la prima è fragile e il cattivo odore è forte.
Decido di ritornare in ospedale, che è a meno di duecento metri dal fiume.
Mi si avvicina la mamma di Fabito, per dirmi che il suo bambino, nato cinque mesi fa senza ano e che ho operato ieri l’altro per ritoccare la colostomia, ha cominciato oggi a tossire.
Gli chiedo se ha la febbre e mi risponde di no. La invito a venire con me in pediatria per visitarlo.
Guardo Fabito che mi sorride sporgendosi fuori dal panno che lo sostiene sulla schiena della mamma. Mi pare che abbia un buon aspetto: non dev’essere ancora una cosa grave.
Anche la sua mamma è venuta sul lungomare per aspettare il corpo di fra’ Oreste.
Nella pediatria c’è molto più caldo che fuori. Lo noto appena entro dalla porta. Ascolto i polmoni di Fabito. Ci sono dei rumori umidi e prescrivo un po’ di penicillina.
Ormai è quasi buio. Ritorno sul lungo mare. La gente è aumentata.
La notizia del ritrovamento di fra’ Oreste ha già fatto il giro della città. Chiedo a qualcuno se si vede venire il battello. Ancora no, ma posso andare fino sul molo, dove c’è già la vettura pronta per trasportare la bara.
Ci sono molti padri e suore. C’è anche il vescovo dom Bernardo e parecchie altre persone. Mi siedo su un muretto accanto a padre Basilio.
Ci stringiamo la mano in silenzio. Nessuno parla.
Da qui si può vedere la folla che si accalca lungo il parapetto per un buon tratto. Alcuni hanno fiori in mano. Qualche donna piange sommessamente.
All’estremità del pontile, dove il piano inclinato entra nel fiume, c’è un assembramento.
Ogni tanto sento la voce della radio portatile che dice qualcosa che non capisco, seguita da quella dell’operatore che grida sul microfono. Devono essere scambi di messaggi che preannunciano l’attracco.
Da dove siamo non si vede l’altra riva. Ci sono due pescherecci attraccati al molo dei pescatori distante venti metri. Ci coprono la visuale per completo.
Ci si vede appena. Ecco il rumore di un fuoribordo che si avvicina rapido. Sulla prua ha una grande bandiera bianca con la croce rossa. È l’imbarcazione della delegazione del Comitato internazionale della Croce rossa. Trasporta le motociclette usate per perlustrare la zona.
Dopo pochi minuti sbuca dall’oscurità quasi completa il gommone con il corpo.
Vado anch’io a vedere. Con l’imbarcazione sono arrivati anche il dottor Matteo, padre Guido e padre Francesco che hanno ritrovato i resti di fra’ Oreste e li hanno ricomposti nella bara.
Il dottor Matteo è rimasto sulla punta estrema bloccato dall’assembramento. Si sentono le voci di chi sta infilando la bara, che ha passato il fiume, in quella più robusta e grande che aspettava sul pontile.
Si sentono battere i chiodi.
Padre Francesco esce dal gruppo di assembramento e sale verso l’uscita. Gli chiedo di raccontare come l’hanno trovato. Subito si forma un crocchio. Racconta che la zona è a qualche chilometro dalla missione. Dice il nome, ma subito lo dimentico perché non l’avevo mai sentito prima.
Un abitante, ritornato a casa dopo la fuga di questi giorni ha notato presso la sua abitazione un mucchio d’erba tagliata. L’ha rimossa e ha visto che era una sepoltura.
Ha avvisato i padri che erano nei dintorni e hanno scavato.
Sotto un piccolo strato di terra c’era fra’ Oreste. Era avvolto in una coperta e sul corpo era stato posto un camice da messa.
Aveva il tronco nudo e una ferita sotto un’ascella.
La cosa strana era che aveva un bendaggio sulla ferita e il corpo giaceva su un materasso.
Chi l’avrà sepolto così? Padre Giocondo? O qualcuno della popolazione dopo che i guerriglieri s’erano allontanati? Nessuno per ora può saperlo.
Frattanto il dottor Matteo mi passa vicino. Gli chiedo, da collega, notizie su come era il corpo. Mi dice che era già molto decomposto con un odore terribile. Aveva una ferita da squarcio sotto l’ascella destra con frattura delle costole. Un colpo da arma bianca che aveva aperto il torace e forse anche lesionato l’arteria e la vena ascellare.
C’era pure una ferita nella schiena, ma non aveva forato la pleura.
La cosa strana era che non aveva macchie di sangue addosso e neppure sulle bende. Segno che qualcuno l’aveva lavato e messo la fasciatura quando era già morto.
Con una certa difficoltà avevano tirato fuori il corpo e infilato in due sacchi di plastica bianchi che avevano prelevato dall’obitorio dell’ospedale prima di partire, e poi nella bara. Il furgoncino col corpo, pieno di fiori e con la croce in cima è già in moto sulla marginale e la gente ha cominciato i canti funebri. Vanno alla chiesa dei cappuccini di Coalane a due o tre chilometri dal fiume. Lì si farà la veglia funebre, poi domattina alle sette e mezzo ci sarà la messa, e subito dopo la sepoltura nel cimitero di fronte alla chiesa, dove ieri sono stati sotterrati padre Camillo e padre Francesco.
Mentre usciamo dal molo si avvicina il sig. Pentrella, cancelliere dell’ambasciata italiana a Maputo.
E stato di là dal fiume col dottor Matteo. Ci dice che dovremo stendere il certificato dell’esame necroscopico delle salme.
Gli serve come documento ufficiale per l’ambasciata.
Ci accordiamo per trovarci insieme domattina dopo il funerale.
Il dottor Matteo è a piedi. Mi offro di accompagnarlo a casa. Accetta volentieri. È stanco.
È stata una giornata pesante. Sotto un sole implacabile e poi a tirar fuori il corpo di Oreste quasi da solo, in quello stato in cui era ridotto.
Nessuno dei presenti riusciva a resistere nei pressi. Per chi non è medico, la ripugnanza è forte. Poi s’è fatto avanti il delegato della Croce rossa, e col suo aiuto è stato possibile portare a termine l’opera.

Ritorno a casa.
A tavola si parla di Oreste e si parla di padre Giocondo, di cui non si sa nulla.
Le notizie di ieri lo davano per ucciso pure lui, ma si sa già che le voci si moltiplicano, si evolvono, distorcono la realtà e si danno per sicure cose che si sono solo supposte.
Finché non si troverà il corpo dobbiamo pensare che sia vivo. Questa ci pare la posizione più corretta.
Appena finita la cena vado con padre Agostino e padre José alla chiesa di Coalane per pregare un po’ davanti al corpo di Oreste, di fronte al Signore.
La notte è caldissima. Le porte sono spalancate e la parte superiore delle pareti sono di mattoni forati. La bara è sul catafalco con quattro candele ai lati. La bara è molto grande, perché sono in realtà due, una dentro l’altra.
Mentre ci avviamo all’entrata nel prato male illuminato, incrociamo padri e suore che escono e altri che stanno arrivando.
Ci salutiamo solo con un cenno del capo. La gente in chiesa a quest’ora non è molta, forse un centinaio di persone.
Quelli che hanno accompagnato il feretro sono già usciti, e quelli che vengono per restare a lungo stanno arrivando ora alla spicciolata.
In chiesa un piccolo gruppo di donne sta cantando in lingua locale e la gente risponde.
Ancora quattro o cinque strofe poi tutto ritorna in silenzio.
La realtà del silenzio mi impressiona: mi pare quasi un personaggio che ha riempito lo spazio con la sua presenza. C’è un’aria di socialità e di raccoglimento.
C’è il silenzio, c’è l’enorme bara con i ceri, c’è l’altare, c’è il solenne crocifisso sulla grande croce che occupa tutta la parete di fondo.
Le quattro cose sono unite, hanno una loro unità interna, ed è naturale che Oreste passi la notte in chiesa sotto il grande crocifisso, ai piedi dell’altare.
Ed è pure naturale che la comunità cristiana passi la notte a fargli compagnia.
Dalle porte spalancate entra il sottofondo continuo del canto dei grilli e del gracidio delle rane.
Dopo le grandi piogge degli ultimi mesi tutta la zona è piena di pozze e di pantani.
Padre Alfonso si avvicina all’altare e invita i presenti a recitare i misteri gloriosi, dopo aver finito poco fa quelli dolorosi.
La morte non è la fine delle cose; la fede ce lo dice chiaramente. Il fine di tutto è la risurrezione, per cui ha senso recitare i misteri gloriosi in una veglia funebre.
Si recita in lingua chuabo, e ci sono canti dopo ogni decina. Durante il quarto mistero vedo entrare in chiesa e dirigersi verso di me padre Guido.
Mi sussurra che dal pronto soccorso, in ospedale mi stanno chiamando.
Escono con me anche padre Agostino e padre José. Ma io non li posso accompagnare a casa. Ci penserà padre Guido.
All’ospedale trovo un bambino con una ferita sulla fronte, in coma. È caduto dal primo piano. Lo esamino rapidamente. Ha tutti i segni di avere un ematoma extradurale. Bisogna operarlo subito.
Questa notte sarà corta, perché domani mi dovrò alzare presto per finire la visita al malati della sala di rianimazione prima della messa.
Ritorno col pensiero a ieri l’altro.
Alle undici e mezzo fratel Gabriele arriva in ospedale, nella maternità, dove sto finendo la visita, per darmi la notizia che hanno ucciso padre Camillo e padre Francesco. Sono con me anche il dottor Matteo e il dottor Carlos, un giovane chirurgo appena arrivato: è il suo primo giorno di ospedale.
Gabriele ci racconta in fretta che padre Francesco Monticchio e padre Zaccaria avevano passato il fiume con le moto per andare a vedere come stavano i quattro confratelli restati in missione a Inhassunge, dopo l’attacco dei guerriglieri alla zona, cominciato la domenica di Pasqua.
Arrivati alla casa hanno trovato i due padri uccisi, bocconi, messi uno accanto all’altro.
Dall’altra parte della casa c’erano sparsi per terra altri diciassette cadaveri che dovevano essere di soldati della Frelimo.
Rimaniamo tutti senza parole.
Il dottore cubano è sconcertato: non sa ancora nulla di com’è fatta questa guerra. Mi chiede quando ci sarà il funerale, perché vuole parteciparvi. Oppure i corpi saranno trasportati in Italia? No, rispondo di no, quando noi missionari muoriamo, desideriamo essere sepolti sul posto. Questo è per noi un onore.
Ritorno a casa verso l’una. Padre Temporin e fratel Gabriele si siedono per farmi compagnia mentre mangio da solo.
Mi raccontano di come domenica notte tutta la comunità del Cappuccini era ancora tutta insieme.
C’erano i padri Camillo, Francesco, Giocondo, Chimoio, fra’ Oreste, più due postulanti. Mancava solo padre Zaccaria che era rimasto fuori in una cappella. Padre Chimoio, maestro dei novizi, s’era messo sulla canoa coi due ragazzi mozambicani al mattino presto ed era venuto a Quelimane.
Gli altri avevano preferito restare in casa.
Poco dopo la loro partenza s’era udito una intensa sparatoria nella zona della missione.
Per tutto il lunedì non s’era più saputo nulla.
I guerriglieri avevano attaccato la località di Inhassunge e l’antica missione, ora centro statale con ospedale e scuole, alla domenica mattina, giorno di Pasqua.
L’infermiera missionaria Maria Cannone era fuggita a piedi ed era arrivata a Quelimane poco dopo mezzogiorno portando la notizia dell’attacco.
Così al mattino presto padre Monticchio, superiore regionale e padre Zaccaria, che era ritornato direttamente a Quelimane senza passare dalla casa, erano andati in moto a Inhassunge per sapere notizie dei confratelli.
La casa era tutta sottosopra e con parecchi cadaveri intorno.
Nell’orto c’erano i corpi dei due padri, posti uno accanto all’altro a pancia in giù.
E di padre Giocondo e fra’ Oreste? Nessuna notizia. Devono averli portati via con sé.
Ritorno all’ospedale. Oggi è giorno di visite ambulatoriali. Devo essere là alle 14. Davanti al pronto soccorso incontro suor Emilia, che è infermiera e mi chiede se posso facilitare l’entrata dei corpi nell’obitorio per lavarli e comporli nelle bare. Pensa che arriveranno a Quelimane prima del tramonto. Faccio chiamare l’infermiere incaricato del settore perché prepari tutto e stia pronto.
Nel pronto soccorso trovo due soldati feriti provenienti da Inhassunge e un paziente con peritonite. Bisogna operarli al pomeriggio. Per fortuna oggi è di servizio con me il tecnico di chirurgia Muzinga che potrà cominciare a operare e mi chiamerà se avrà bisogno di aiuto.
Comincio le visite con un po’ di ritardo, ma riesco a tenere un buon ritmo.
Verso le quattro suor Maria e suor Pepita vengono a dirmi che stanno caricando i corpi sul battello sull’altra sponda e che entro un’ora saranno qui, che non mi preoccupi perché una di loro mi verrà a chiamare.
Poco dopo le cinque entra suor Maria a dirmi che sono già scesi dal battello e stanno arrivando all’ospedale, in obitorio.
Finisco la visita in corso e corro là.
Due Land Rovers stanno girando all’angolo in fondo alla strada, attorniate da una folla molto grande. Si sentono pianti e un canto sommesso.
Dentro è tutto pronto per lavare i corpi e rivestirli.
Molti vorrebbero entrare per curiosare, ma faccio uscire tutti. Può restare solo il vescovo e due o tre confratelli, oltre al personale dell’ospedale.
Suor Emilia, l’infermiera Lisetta della Compagnia missionaria e l’infermiera italiana Cristina lavano i corpi e li disinfettano mentre il dottor Matteo ed io li esaminiamo dal punto di vista anatomo–patologico.
Il primo a entrare è padre Francesco. Ha segni di violente contusioni sulla testa e sulla mano e avambraccio destro.
La ferita mortale è situata alla gola. Un colpo terribile, probabilmente di baionetta, che gli ha frantumato le vertebre cervicali. Deve essere stato trafitto mentr’era per terra, svenuto per i colpi al capo.
Il corpo emana già l’odore caratteristico della decomposizione. Bisogna affrettare la sepoltura. Ne parlo al vescovo, il quale decide di anticipare il funerale: sarà alle 8 invece che alle 16.
Padre Camillo è stato ucciso da un proiettile di arma da fuoco al petto. Dalla ferita, piccola come la punta d’una matita, escono fiotti di sangue scuro e aria. Ha lui pure segni di contusioni e una ferita profonda da tagli alla gamba e al piede destro.
Tutti noi che abbiamo partecipato a questo atto finale siamo profondamente impressionati. Giovedì santo, cinque giorni fa, padre Camillo, come economo della diocesi ci aveva fatto gli onori di casa in occasione del tradizionale pranzo offerto dal vescovo a tutti i sacerdoti della diocesi e ai fratelli religiosi. E con padre Francesco c’eravamo incontrati parecchie volte negli ultimi mesi.
I corpi nelle bare sono condotti ora alla cattedrale, per essere vegliati tutta la notte dai fedeli e dai missionari che si alterneranno in preghiera.
Siamo già a mercoledì mattina. La messa è alle otto, per cui c’è tempo per passare la visita al pronto soccorso e alla sala di rianimazione. Il dottor Matteo e il dottor Carlos vengono con me. Arriviamo alla cattedrale alle otto meno dieci. È già tutto pieno e c’è moltissima gente fuori.
Dico loro di venirmi dietro, dato che devo arrivare in sacrestia.
Mi dicono che ci sarà un piccolo ritardo perché aspettano quattro padri cappuccini che stanno arrivando da Mocuba in aereo.
Alle otto e cinque entrano per mettersi i paramenti.
Abbracciano e baciano i confratelli senza parole e con le lacrime agli occhi.
Prima della messa padre Monticchio presenta brevemente la biografia dei due padri e riassume i fatti della tragedia. Quando dice in che modo sono stati uccisi si leva spontaneo da tutta l’assemblea un pianto che dura alcuni minuti. Si ferma solo quando il padre riprende la parola, per dire che noi come discepoli del Signore perdoniamo agli uccisori, così come lui perdonò dalla croce ai suoi crocifissosi.
Che questo sacrificio estremo possa intercedere presso Dio per affrettare la pace! Dopo la messa andiamo in corteo al cimitero della parrocchia di Coalane. Riposano lì già alcuni missionari: padre Vincenzo e padre Luciano, cappuccini, padre Antonio Losappio e padre Vincenzo, dehoniani.
Il percorso è di tre chilometri abbondanti. Ci mettiamo quasi un’ora. Moltissimi vengono a piedi e un gran numero ha trovato posto sui dieci camion e su un numero imprecisato di jeeps, furgoni, camioncini e vetture.
Quando arrivo al cimitero colla macchina, quelli che erano corsi avanti a piedi hanno già occupato i posti vicini alle fosse e quelli all’ombra sotto gli alberi.
C’è con me il dottor Carlos. Ci mettiamo all’estremità del camposanto, dove la ressa è minore. Non si vede nulla, ma si sente bene la voce del vescovo che recita le esequie in lingua chuabo. I padri hanno preparato un altoparlante portatile. Dopo il Padre Nostro e l’orazione finale si fa un grande silenzio. Si sentono le foglie delle palme sussurrare nella brezza e gli uccelli chiamarsi tra i rami degli alberi.
Pochi secondi dopo arrivano fino a noi, smorzati dal muro di folla che ne attutisce il suono, i tonfi ripetuti e sordi delle zolle di terra che cadono sulle bare.
Ormai è tutto finito.
Mi infilo nella corrente di persone che si insinuano tra la ressa per andare a rendere omaggio fino sul ciglio delle fosse. Frattanto i fedeli hanno intonato un canto sommesso, di tristezza e di speranza.
Sono di nuovo qui al cimitero.
È venerdì mattina.
Stiamo seppellendo fra’ Oreste.
La messa nella chiesa di Coalane è appena finita e siamo venuti in processione: noi padri abbiamo i camici e la stola e siamo tutti attorno insieme al vescovo.
Un altro seme entra nella terra.
Una volta di più si realizza la parola di Dio: «Se il chicco muore, darà grande frutto: altri è chi semina e altri chi mieterà. Quanto poi a colui che perderà la sua vita per me, la troverà».
Quelimane (Mozambico) 30 marzo – 2 aprile 1989
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ABRAMO E IL SUO DIO
Era una notte afosa e Abramo non riusciva a prendere sonno. Si era dovuto accampare in pieno deserto per il terzo giorno consecutivo. L’indomani sarebbe arrivato al pozzo che aveva fatto scavare l’anno in cui era nato Isacco...
Abramo dormiva da solo nella tenda che suo nipote Lot aveva fatto tessere per lui, perché continuasse ad amarlo anche dopo che si erano separati.
Sara stava ancora con il bambino, finalmente serena e totalmente felice dopo la partenza di Agar con Ismaele.
Isacco già camminava, anzi addirittura correva, ed era la gioia di tutti nel clan.
Iddio aveva benedetto per la seconda volta Abramo con un figlio, e questa volta proprio da Sara, già avanti negli anni.
Se Iddio benediceva il capo del clan, tutti erano in lui benedetti. Abramo era amato dai suoi, per la sua bontà e saggezza, ma ora era oggetto di una devozione nuova, di un sentimento che abbracciava insieme Abramo e il suo Dio.
La notizia della nascita di Isacco s’era sparsa in tutti gli accampamenti dei beduini della regione e tutti ne erano rimasti colpiti e contenti: Iddio s’era manifestato in mezzo a loro.
Abramo rinunciò definitivamente al sonno. Era una notte che sembrava fatta perché gli uomini stessero svegli e pregassero.
Uscì dalla tenda e subito il suo spirito rimase colpito dalla presenza delle stelle nel cielo terso.
Abramo aveva fatto porre l’accampamento su una piccola altura e la sua tenda nel punto più elevato.
S’incamminò nel grande silenzio: sentiva il fruscio dei suoi passi sul terreno e i piccoli rumori che provenivano dal recinto degli animali.
Si sedette su un masso che affiorava dal terreno e rimase a guardare il cielo e l’orizzonte, libero in ogni direzione.
La notte era senza luna e le stelle non si contavano. Si vedevano perfino le più piccole, non solo nel mezzo del cielo, ma fino all’estremo dell’orizzonte, dove la foschia del calore di solito le faceva quasi sparire.
Alla mente di Abramo s’affacciò un’altra notte, di cui serbava un ricordo vivissimo, come se fosse stata quella appena passata. Eppure erano trascorsi più di venticinque anni. Allora era vecchio, molto vecchio, molto più vecchio di ora. Era ormai quasi senza speranza: non aveva figli e Sara gli aveva annunciato che la luna saliva e scendeva nel cielo senza più alcun effetto sul suo corpo.
Era partito dalla sua casa sulla promessa di Dio che gli era apparso e gli aveva annunciato una discendenza e una terra. Era partito con entusiasmo, confortato da questo grande segreto, che giorno dopo giorno diventava sempre più il centro della sua vita e la fonte della sua felicità.
Gli anni però passavano e il Dio che gli aveva parlato in Haran non s’era più manifestato. L’entusiasmo s’era a poco a poco raffreddato e ora restava solo un ricordo e una fedeltà a quel ricordo, che sempre più era frutto di una volontà destinata a trovare conforto solo in se stessa. Quante notti era uscito fuori a pensare e a rivivere quella volta! Faceva passare tutto al vaglio della memoria: i particolari della rivelazione, il tempo, il luogo e soprattutto la convinzione invincibilmente certa che Iddio in persona gli aveva parlato.
Non era un inganno: no. La promessa gli era stata fatta e chi gliel’aveva fatta era Dio in persona.
E Sara gli aveva dato quel terribile annuncio! Molte notti aveva trascorso, senza sonno, a meditare su questo grande interrogativo, guardando direttamente le stelle.
Finché, una notte, sentì di nuovo all’improvviso il suo essere avvolto dalla Presenza. Si prostrò a terra in adorazione. Iddio era venuto, ma non per giudicarlo. Era venuto, perché s’era commosso per l’amarezza del suo prediletto. Abramo capì che finalmente aveva di fronte a sé l’Unico che poteva ricevere lo sfogo del suo cuore.
Così lo disse a lui, a Dio in persona: aveva pensato di affidare al fido Eliezer tutti i suoi beni, dopo la morte che ormai gli pareva vicina. Iddio soltanto sapeva in che modo si sarebbe realizzata la promessa: le sue vie erano davvero differenti, molto differenti dalle vie degli uomini.
L’Altissimo non rispose nulla. Restava in silenzio, ma in un silenzio amoroso, di comprensione.
Abramo continuò prostrato. Non aveva più parole. La Presenza non si allontanava, anzi diventava sempre più intensa e confortatrice. Non gli spiegava nulla, ma solo gli faceva capire: io sono Iddio, il tuo Dio, l’Unico. Non ce n’è altri al di fuori di me.
Il Signore restò con Abramo fino a quando la luna non fu tramontata. La terra era diventata ancora più oscura quando Abramo si rizzò. Sentiva ora una gioia inesprimibile nel cuore, di cui non si dava ragione. In piedi, a braccia levate, volle pregare Dio. Alzò gli occhi e vide le stelle! C’erano tutte, anche le più piccole, anche quelle basse sull’orizzonte.
Abramo aprì la bocca, ma non fu la sua voce a parlare quella notte.
Dio gli stava dicendo: «Guarda le stelle del cielo. Contale, se puoi... Così sarà la tua discendenza».
Come avrebbe potuto ringraziare l’Altissimo adesso, venticinque anni dopo? Molto, ancora, aveva dovuto aspettare prima che Isacco nascesse, ma la notte della promessa aveva illuminato il buio interiore che a volte l’attesa provocava.
Ogni notte serena, quel cielo carico di stelle era il testimone, il segno, la prova che Dio avrebbe mantenuto la promessa.
Abramo benedisse in cuor suo il caldo, che gli aveva regalato quel cielo e soprattutto quei ricordi.
Guardava le stelle, guardava la sua discendenza. Quelle stelle erano come le figlie di Dio, del Dio altissimo, che conteneva il firmamento nel palmo della sua mano. E Dio, nella sua benevolenza, gliele dava tutte, perché fossero pegno al posto dei figli senza numero che sarebbero venuti dopo che Abramo si fosse riunito ai suoi padri.
Il cuore di Abramo ardeva di riconoscenza e felicità: i suoi occhi non si stancavano di guardare il firmamento, mentre il suo spirito adorava il Signore Dio, l’Onnipotente, il Fedele.
Oh, se avesse potuto conoscere il nome di Dio! Ringraziarlo per nome, adorarlo, ripetendone il nome, penetrando attraverso di esso nel suo ineffabile mistero, lasciandosi avvolgere dalla sua presenza...
Rimase a lungo in questo desiderio...
Era bello guardare le stelle, ma incomparabilmente più bello era intrattenersi con l’Altissimo, che quelle stelle aveva fatto con le sue dita e collocato nel firmamento, perché presiedessero delicatamente alla notte. Lui le chiamava per nome ed esse rispondevano palpitando di gioia.
Ormai l’alba era vicina. Abramo sentì un torpore entrargli nel corpo e, senza che quasi egli se ne accorgesse, un sonno misterioso s’impossessò di lui.
Nel sogno Iddio gli stava accanto e gli diceva: «Perché vuoi sapere il mio nome? Esso è misterioso. Scegli tu un nome con cui invocarmi. Lo riceverò da te come un sacrificio gradito, e ti risponderò, perché io ti ho amato e sono il tuo Dio».
Abramo si svegliò quando l’orizzonte era già chiaro. Il fido Eliezer era al suo fianco in rispettosa attesa. Avrebbe voluto chiedergli come stava, ma quando si chinò per aiutarlo ad alzarsi e da vicino, nel primo chiarore, riuscì a distinguerne il volto, capì che l’Altissimo aveva di nuovo visitato il suo signore. Si limitò a sussurrargli: «La pace sia con te, padre Abramo...».
Proseguirono in silenzio fino alla tenda.
«Padre Abramo – disse Eliezer – oggi arriveremo al pozzo che facesti scavare nell’anno in cui nacque il piccolo Isacco. Gli esploratori, che avevo mandato innanzi, sono tornati nell’ultima vigilia della notte. Abimelech, il filisteo, ti aspetta con un gruppo dei suoi per augurarti la pace».
«La pace sia con te, Eliezer, e con il nostro fratello Abimelech».
Eliezer s’inchinò e lasciò solo Abramo.
Abramo aveva bisogno di meditare. Avrebbe voluto rimanere a lungo in quel posto, dove il Signore gli aveva parlato in sogno, per riflettere e comprendere il significato di quelle parole. Ma la sua gente e i suoi greggi non potevano aspettare più a lungo l’incontro con l’acqua. Avrebbe meditato durante il cammino.
Il Signore non gli rivelava il suo nome, ma accettava d’essere invocato con il nome che lui gli avrebbe scelto. Anzi, quel nome sarebbe stato per l’Altissimo come un sacrificio di soave odore.
Come poteva Abramo, piccolo beduino, che passava la sua vita dietro i suoi greggi, dare un nome a Dio, a colui al quale i venti obbediscono, al Signore dei cieli e della terra, che fa nascere quando la vecchiaia è avanzata e il seno sterile? Dare un nome all’Altissimo...
Abramo non l’avrebbe mai osato. Ma ora era Iddio stesso che non solo glielo permetteva, ma addirittura glielo chiedeva.
Abramo si sentiva turbato da questa inaspettata vicinanza di Dio. Avrebbe voluto ricevere dal Signore una rivelazione: quella del suo Nome. Se Dio glielo avesse rivelato, egli non si sarebbe sentito così toccato. Dio sarebbe rimasto Dio, l’Altissimo, e lui Abramo, il suo fedele servo. Le distanze, in fondo, sarebbero rimaste le stesse.
Certo Abramo avrebbe conosciuto più profondamente Iddio, avrebbe potuto appagarsi nel ripeterne il Nome e nell’adorarlo, ma nulla di essenziale sarebbe cambiato nella relazione con Lui.
Ora, invece, Iddio l’aveva sorpreso, aveva fatto un passo totalmente inaspettato. Lui, l’Onnipotente, dava ad Abramo il diritto di scegliergli un nome. Non sarebbe mai potuto essere «il Nome», ma Dio gli prometteva che avrebbe risposto ugualmente a quel nome: l’avrebbe accettato. Anzi, più ancora, l’avrebbe gradito, come il soave odore di un olocausto.
Con quelle parole Iddio annullava le distanze. Accettando da Abramo il nome, si faceva prossimo a lui. Conoscendo il vero Nome, Abramo sarebbe in qualche modo salito in cielo. Ricevendolo da Abramo, invece, Dio – per così dire – sarebbe sceso sulla terra.
Com’era incomparabilmente meglio! Non era questo ciò che il cuore dell’uomo, senza saperlo, desiderava ardentemente? Questi erano i pensieri nei quali Abramo era assorto, mentre silenzioso e solenne assisteva dall’alto del suo cammello all’avviarsi dell’accampamento verso l’ultima tappa del viaggio all’acqua.
Il cuore di Abramo era ripieno di felicità. Dio era sceso per essere suo vicino. Perché mai l’aveva fatto? Lo stesso Iddio gliel’aveva rivelato: «Riceverò da te il nome come un sacrificio gradito e ti risponderò, perché io ti ho amato e sono il tuo Dio».
«lo ti ho amato e sono il tuo Dio». Abramo lo ripeteva silenziosamente sulle sue labbra e nel suo cuore. Aveva adattato la ripetizione al ritmo del passo del suo cammello. La ripetizione l’aiutava a comprenderne meglio il significato e il suo spirito adorava e ringraziava Iddio, che ormai procedeva con lui, senza fretta, al ritmo lento dei greggi verso l’acqua.
Il sole aveva passato da poco la metà del cielo, quando la carovana cominciò ad animarsi. Abramo alzò gli occhi e vide all’orizzonte il verdeggiare dell’oasi. Una volta ancora, all’inizio della siccità, Iddio gli concedeva il dono dell’acqua, che sgorga dalle profondità della terra. E mentre si chiedeva il perché di questa protezione dell’Altissimo, il passo del cammello gli ripeteva silenziosamente: «Perché io ti ho amato e sono il tuo Dio».
Ma non bastava l’amore di Dio per lui, per comprendere perché l’Altissimo avrebbe gradito il nome come se fosse stato un olocausto...
Dall’oasi era uscito un gruppetto di cammelli dall’andatura veloce. Doveva essere un’ambasceria di Abimelech, il filisteo. Abramo scese dal cammello, mentre alcuni servi – agli ordini di Eliezer -- rizzavano in fretta una tenda e srotolavano i tappeti sulla terra arida, secondo una consuetudine antica come il deserto, per accogliere degnamente l’ospite. Abramo si collocò tre passi avanti, in piedi, in segno di rispetto. Il capo dell’ambasceria era Picol, il luogotenente di Abimelech. Abramo li fece entrare sotto la tenda e sedere sui cuscini.
Picol si prostrò in un inchino e disse ad Abramo: «Abimelech, il mio signore, ti augura la pace e ti prega di accettare dalle sue mani come segno d’amicizia questo otre pieno d’acqua, la cosa più preziosa che l’Altissimo abbia dato all’uomo nel deserto».
«Caro, vecchio Abimelech, amico mio!», pensò Abramo. «L’acqua è davvero preziosa, ma più preziosa per me è l’amicizia con cui me la offri».
La conversazione s’avviò secondo gli schemi della cortesia e della tradizione. Alla fine tutti s’alzarono e Abramo e Picol procedettero insieme, uno accanto all’altro, sul loro cammello, per coprire l’ultimo tratto che li separava dall’oasi.
Il dono dell’acqua fatto da Abimelech aveva illuminato lo spirito di Abramo: Iddio avrebbe gradito il nome da Abramo, perché, scegliendolo, Abramo non avrebbe potuto fare a meno di amarlo. La verità nascosta nel sogno era ormai chiara per Abramo. Non gli restava che scegliere il nome. E, per sceglierlo, doveva lasciarsi condurre dall’amore con cui amava il suo Dio.
La lode saliva dal suo cuore. Lodava l’Altissimo, perché nel mezzo del deserto aveva posto le oasi, come questa che s’avvicinava sempre più. Lo lodava per il succedersi delle stagioni: alle piogge seguiva la siccità, alla siccità la pioggia, e così ogni anno.
Cominciò a risalire indietro negli anni. Siccità, pioggia, siccità, pioggia, siccità... Era tornato bambino nella memoria e sempre era stato così, anche nei racconti di suo padre Terach e di suo nonno Nacor. A quel tempo vivevano lungo il grande fiume. Le acque scorrevano continuamente, senza mai fermarsi, scorrevano da sempre, lente e maestose.
Suo padre Terach gli raccontava che arrivavano fino al mare. Anno dopo anno le acque si gettavano nel mare e il mare non si riempiva mai.
Abramo, al rivedersi bambino sulle sponde del grande fiume, rimase colpito di come la sua vita, che fino ad allora gli era parsa tanto lunga, fosse di fatto un piccolo spazio nell’immenso scorrere del tempo.
«Davvero, Signore – pensò – mille anni davanti a te sono come un giorno solo e un giorno solo come mille anni. Tutte le cose si consumano, e noi uomini siamo come loro: nasciamo, viviamo e moriamo, generazione dopo generazione. Tu solo rimani per sempre! Anche il firmamento un giorno diventerà logoro e allora lo arrotolerai, come si fa con un tappeto. Anche le stelle che tu mi hai mostrato si consumeranno. Ma anche quando non ci saranno più, la tua parola, che le ha paragonate alla discendenza che mi darai, continuerà. Tutto passerà, ma non la parola che esce dalla tua bocca. Tu solo, Signore, rimani per sempre».
Ripensò al tempo interminabile che era intercorso tra la promessa e la nascita di Isacco. Quanta pazienza, quanta fiducia, quanti dubbi, quanta lotta con se stesso...
Sentiva la sua vita consumarsi e aveva fretta che Iddio si decidesse. Ma l’Altissimo attendeva, attendeva e taceva. Un silenzio che nulla pareva scalfire.E ora che Isacco era nato, Abramo capiva e perfino amava quel silenzio – ormai passato – di Dio. Al ripensarci adesso, lo comprendeva come un messaggio che doveva essere capito alla fine. E ora che la fine era giunta, Abramo capiva: non era un ritardo nel mantenere la parola, ma l’assicurazione che il tempo non aveva potere su Dio. Era una prova dell’assoluta sovranità dell’Onnipotente, del suo perpetuo dominio su tutte le cose, del suo durare per sempre, del suo considerare mille anni come un giorno solo, una prova della sua fedeltà che neppure l’attesa poteva far venire meno.
Quando Isacco fosse stato in grado di capire, era necessario spiegarglielo: avrebbe dovuto imparare ad aspettare con solida certezza. La parola di Dio era superiore al tempo; avrebbe potuto aspettare fino a quando il tempo si fosse consumato: la potenza di Dio l’avrebbe fatta avverare lo stesso.
«Tu solo, Signore, duri per sempre, tu solo sei eterno... – pensava Abramo –. Sì, sei davvero l’Eterno!».
Sprofondato nella contemplazione dell’Altissimo, non s’era neppure accorto che ormai era giunto e che Abimelech lo attendeva in piedi di fronte alla sua tenda, distante da lui quanto l’ombra di una palma al tramonto.
L’incontro con Abimelech fu particolarmente caro al cuore di Abramo. Rimasero insieme fino a quando le stelle si sostituirono al sole. Molte furono le cose che si raccontarono. Isacco e Sara furono al centro di molte parole. Abimelech si rallegrava che il suo amico fosse stato benedetto dall’Altissimo in maniera così fuori del comune: il piccolo Isacco ne dava testimonianza da un canto all’altro della terra: dal grande fiume fino al mare tutti gli accampamenti raccontavano la storia della sua nascita.
Voleva stringere un’alleanza con il benedetto dall’Onnipotente. Per questo, contro tutte le regole delle convenienze, propose ad Abramo già in quel primo incontro la conclusione di un patto.
Abramo promise: il giorno seguente avrebbero stretto un’alleanza.
La notte fu notte di festa: l’acqua, finalmente raggiunta, aveva eccitato il cuore della gente di Abramo; fuochi e danze riempirono l’oasi fino all’alba.
Ma Abramo si ritirò nella sua tenda; dopo la notte precedente, passata quasi affatto insonne, aveva bisogno di riposare. Ora che sapeva con che nome invocare il Signore, poteva abbandonarsi al sonno.
Il giorno seguente fu ancora festa e Abramo concluse l’alleanza con Abimelech e la sigillò con un giuramento, come insisteva l’amico. Poi prese sette agnelle e le diede ad Abimelech a testimonianza che il pozzo era stato scavato da lui, perché non sorgessero conflitti tra i loro servi nell’uso di quell’acqua. Rimasero assieme fino a notte, poi, il giorno dopo all’alba, si separarono. Abramo accompagnò Abimelech per un buon tratto, insieme con Eliezer, poi si salutarono.
Abramo fece entrare Eliezer nella sua tenda e gli raccontò del sogno e di come intendeva offrire un sacrificio di lode all’Altissimo e invocarlo con il nome che gli aveva scelto.
Il desiderio di invocarlo e di adorarlo gli bruciava nel cuore come un fuoco: non poteva aspettare più a lungo. Chiese a Eliezer di preparare il sacrificio per il tramonto del sole.
Abramo si ritirò in solitudine. La vittima doveva essere perfetta, ma più perfetto doveva essere lui che la offriva.
Ormai aveva scelto il nome dell’Altissimo; l’avrebbe invocato con il nome di «Dio d’Eternità». Anche se non era «il Nome», tuttavia era un nome che rispondeva a verità.
«O Eterno, Dio dell’Eternità... – ripeteva incessantemente il suo cuore – Tu sei il mio Dio perché mi hai amato ...».
Venne l’ora del sacrificio. Abramo uscì; tutto il clan era presente, convocato da Eliezer. Sara e Isacco erano vicini. Abramo immolò la vittima e, aiutato da due giovani, la depose sull’altare e accese il fuoco. Alzò le braccia verso il cielo e pregò.
«Dio d’Eternità, che rimani per sempre, tuo è il cielo, tua è la terra, tuo è il tempo. Nella tua bontà mi hai chiamato, mi hai promesso una terra e una discendenza come le stelle del cielo. Nella vecchiaia mia e di mia moglie Sara, mi hai benedetto con la nascita di Isacco. Tutti gli accampamenti mi chiamano benedetto da te, e sono diventato per loro un segno. Mi hai promesso che avresti accettato da me un nome con cui invocarti, perché tu sei il mio Dio e mi hai amato. Ed ora ecco che io t’invoco con il nome di Dio d’Eternità. Tu sei fedele e so che non ti penti; mi amerai per sempre e, dopo di me, la mia discendenza, in eterno. Io t’invoco con questo nome; se gradisci il nome e il sacrificio, concedi a me d’amarti per sempre come ora ti amo invocandoti, e concedi alla mia discendenza di amarti anch’essa in eterno!».
Abramo tacque e rimase ancora a lungo in silenzio con le braccia alzate. Il fumo dell’olocausto saliva diritto verso il cielo, rosso per il tramonto.
Dio gli parlava dalla profondità del cielo, verso cui le braccia di Abramo erano tese. Il Signore, il suo Dio, che lo amava, gradiva il sacrificio e si compiaceva del nome di «Dio d’Eternità». Ma gli diceva che, a suo tempo, ben altro amore gli avrebbe richiesto e ben altra benedizione gli avrebbe concesso. L’amore, con cui Abramo lo amava ora, doveva essere messo alla prova. Abramo avrebbe scoperto che l’avrebbe potuto invocare con molti altri nomi, perché lui era l’Altissimo, colui che i cieli e la terra non possono contenere, le cui vie sono molto differenti dalle vie degli uomini. Ma Abramo non doveva temere, perché la Sua fedeltà e il Suo amore erano eterni. Abramo non s’era ingannato a scegliergli il nome: lui era veramente il Dio dell’Eternità! Quelimane (Mozambico) gennaio 1991
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QUANDO SI DICE DEPRESSI (ovvero a proposito di riconciliazione)
Da un po’ di tempo il vecchio abate si sentiva depresso. Forse era l’età che avanzava o forse era il freddo eccezionale di quell’inverno, che isolava il santuario in cima al monte da quasi due mesi. Qualunque fosse la causa, egli non poteva negare né a se stesso né al Signore, suo unico compagno lassù, di sentirsi depresso.
Fu nel bel mezzo di questo suo stato d’animo che riaprirono la strada e gli arrivò in un colpo solo la posta di due mesi.
C’era anche una lettera del vescovo, che gli chiedeva di appoggiarlo con la sua preghiera: doveva andare al convegno della Chiesa italiana sulla riconciliazione e, se non ci fosse stato il sostegno della preghiera, a Loreto si sarebbero udite solo voci e non parole.
Il vecchio abate rimase con quella lettera aperta davanti, senza dir nulla né a se stesso né al Signore: si sentiva così triste e scorato, che gli pareva di non poter far nulla. Solo ogni tanto ripeteva fra sé: riconciliazione... riconciliazione...
Non era solo al rapporto tra gli uomini che si riferiva quella parola. Prima di ricevere la lettera del vescovo, non ci aveva mai pensato; ma ora cominciava a vedere che anche lui aveva bisogno di riconciliazione: riconciliazione con se stesso, con la vita, e un po’ anche con il Signore. Quella depressione interiore non era forse una rottura dei rapporti di cordialità con se stesso? Come poteva pregare per la riconciliazione, se lui stesso non era riconciliato? Gli pareva che prima avrebbe dovuto vincere il suo stato d’abbattimento e solo dopo avrebbe potuto pregare per la riconciliazione.
Con questi pensieri, che non gli lasciavano via d’uscita, s’avviò verso il santuario. Non sapeva come fare per uscirne fuori e così si mise a pregare i suoi grandi amici, i santi, perché lo illuminassero e gli dicessero come avevano fatto loro: la maggior parte, per non dire tutti, erano passati per situazioni depressive.
Mentre, con la testa tra le mani, pregava nell’ultimo banco, gli pareva che i santi si fossero stretti in cerchio attorno a lui, per consolarlo e raccontargli la propria esperienza.
Il primo a parlare al suo spirito fu san Paolo. Gli disse di quando arrivò a Corinto, reduce dalla derisione di cui era stato oggetto all’Areòpago di Atene: non l’avevano neppure lasciato finire e gli avevano detto che sulla risurrezione dei morti e simili assurdità l’avrebbero sentito un’altra volta. Quando entrò in Corinto era pieno di timore e tremore: quella era una città difficile, piena d’orgoglio e di corruzione. Non aveva coraggio di cominciare, ma poi pensò che Gesù ci aveva salvati nella sua qualità di crocifisso, cioè in stato d’assoluta impotenza, scardinando così il potere delle tenebre.
Dunque Paolo s’appoggiò al Signore crocifisso e, consolato e sostenuto da lui, cominciò a predicare in Corinto parlando della stoltezza della croce. Il successo fu grande, la croce del Signore fu davvero forte, al punto che Paolo ne poté trarre un principio, una specie di legge dello spirito: «Quando sono debole, è allora che sono forte, perché è nella mia debolezza che si può manifestare appieno la forza del Signore».
Mentre san Paolo concludeva ricordando queste parole, al vecchio abate pareva di vedere molti santi far cenni di consenso con il capo e più d’uno appressarsi a parlare. Rendendosi conto che altri volevano parlare, ognuno cedeva agli amici la parola. Alla fine tutti fecero cenno a san Francesco di parlare del suo caso, perché si riferiva al ben noto Cantico di frate sole.
«Forse ti può rincuorare – cominciò Francesco sorridendo al vecchio abate – sapere che quel cantico, così pieno di lode e di gioia, lo composi in una notte in cui mi sentivo disperato. La malattia degli occhi m’aveva ormai reso cieco e non avrei mai più visto né frate sole, né sorella luna, né sorella acqua, né tantomeno le stelle, che ricordavo così «clarite et belle». Non riuscivo a dormire, nonostante il decotto che Chiara mi aveva mandato con tanta premura nella capanna di frasche sotto il suo convento. Mi ci ero ritirato in solitudine con frate Leone, spinto dal dolore delle ferite alle mani e ai piedi, che non s’alleviava mai e che s’irradiava fino all’ultima fibra del mio corpo. Gran parte dei miei frati s’era allontanata dallo spirito dei primi giorni e ciò mi rattristava sopra ogni cosa e avevo bisogno di stare solo. Dei topi erano entrati nella capanna e mi tormentavano i piedi. Nel buio della notte e nella cecità non riuscivo a difendermi. Il dolore fisico e morale era al culmine e la disperazione s’insinuava nel mio cuore. Pensai che neppure Gesù sulla croce poteva aver sofferto più di me. Quel pensiero fu la mia salvezza: Gesù crocifisso ed io eravamo ormai una cosa sola. Senza che la sofferenza s’allentasse, sentii la sua forza penetrare nel mio dolore: nulla poteva resistere alla sua potenza che dalla croce attirava tutto a sé. Chiamai frate Leone e gli chiesi d’ascoltarmi: dalla croce volevo chiamare a raccolta la creazione intera, perché lodasse come conveniva il Signore. «Prendi nota, frate Leone, di questo canto – gli dissi – per poi metterlo per iscritto. Vorrei farlo conoscere al mondo intero. Comincia così: Altissimu onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’onore – et omne benedictione...... Questa è la vera storia delle Laudi delle creature».
«Anche a me – disse san Giovanni della Croce è capitata un’esperienza simile. Il mio poema del Cantico Spirituale, in cui parlo dell’anima che giunge all’unione trasformante con Dio, fu da me composto in quei mesi di carcere che passai a Toledo, maltrattato e umiliato peggio di un animale».
Ancora molti avrebbero voluto parlare, ma s’era fatta avanti la Madonna.
«Caro figlio – disse – è proprio nelle situazioni in cui non si vede e non si capisce che si compiono gli atti di maggior coraggio: ricordati di ciò che accadde quando l’angelo m’annunciò che sarei diventata madre senza conoscere uomo. E di quell’altra volta a Cana, quando chi udì il nostro colloquio pensò che Gesù avesse rifiutato di collaborare. Fatti dunque coraggio, e prega per la riconciliazione. Non aspettare di essere riconciliato con te stesso per farlo. Mai come adesso, mentre tu stesso hai bisogno di riconciliazione, la tua intercessione sarà così efficace sul cuore di mio figlio. Da quando morì, gli è rimasto un debole per quanti provano, come lui, la croce».
Il vecchio abate alzò il capo dalle mani: i suoi occhi non vedevano nessuno accanto a lui. Si sentiva sempre triste, ma gli pareva che, pur restando tutto uguale, tutto fosse al tempo stesso cambiato.
Lo sguardo, vagando, si posò sul crocifisso dell’altar maggiore. Per la scarsa luce nella chiesa, da lontano non poteva distinguere bene; tuttavia gli parve che il crocifisso lo guardasse. Quello sguardo aveva una luce strana, stava cercando comprensione, qualcuno che lo confortasse e capisse. Nel profondo del suo cuore addolorato il vecchio abate si commosse.
«Se al mondo c’è qualcuno che ti possa capire, quello sono io» gli disse e s’alzò per andare a fargli compagnia un po’ più da vicino.
Camogli (Genova) 15 maggio 1985
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PIÙ FELICE DI DIO
Il vecchio abate passò quasi tutto il sabato pomeriggio a confessare i pellegrini che erano venuti al santuario in cima al monte. Il giorno dopo sarebbe cominciato in città il congresso eucaristico; un gruppo di padri di famiglia di una parrocchia aveva deciso di noleggiare una corriera e di prepararsi a quella settimana di meditazione celebrando il sacramento del perdono. Intuivano, nella semplicità della loro fede, che l’eucaristia era strettamente legata al perdono dei peccati. Il sacerdote sull’altare, alla consacrazione, non diceva forse «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi» e «Questo è il calice del mio sangue, sparso per voi e per tutti in remissione dei peccati»? Quando il vecchio abate era uscito dal santuario al rumore della corriera che s’era fermata sullo spiazzo, per salutare e dare il benvenuto ai pellegrini, s’era sentito dire dal presidente dell’Associazione dei padri di famiglia – un signore di mezz’età che faceva il macchinista sui treni – «Reverendo, abbiamo pensato di venire a confessarci in questo bel posto, nella convinzione che solo dopo essere stati perdonati avremmo potuto capire un po’ meglio le intenzioni di Gesù nel lasciarci l’eucaristia. Siamo trentacinque padri di famiglia, ma non si spaventi: non abbiamo molta fretta. Sono appena le tre del pomeriggio; possiamo restare fino alle otto, perché la messa della veglia comincerà solo stanotte alle dieci in cattedrale».
Il vecchio abate si sentì commuovere di fronte a quegli uomini – giovani, di mezz’età e già anziani che esprimevano con semplice schiettezza il loro desiderio.
Era forse il suo amore per il Signore che si rallegrava per vederlo amato o non era piuttosto la gioia del Signore stesso nel vedere alcuni suoi figli ritornare pentiti a lui che si comunicava al suo vecchio cuore sacerdotale? Non stette a sottilizzare e si lasciò riempire da quella letizia, qualunque fosse la sua origine.
Entrò in chiesa con i pellegrini e propose di usare, per la liturgia della celebrazione comunitaria, il testo del vangelo del giorno dopo: le tre parabole della pecorella perduta, della moneta smarrita e del figliol prodigo.
Il vecchio abate lesse e commentò il vangelo, facendo risaltare l’interesse che il Signore aveva a ritrovare ciò che era stato perduto e soprattutto la felicità che provava per un solo peccatore pentito. Sentiva che in quelle parabole c’era qualcosa di più profondo, che sul momento gli sfuggiva, ma gli dava la sensazione che era solito chiarire a se stesso con le parole dei discepoli di Emmaus «Non si riscaldava forse il nostro cuore, mentre nel cammino ci svelava le Scritture?». Il suo cuore avvertiva un messaggio indistinto; aveva bisogno di silenzio e preghiera per riuscire a decifrarlo.
Così concluse la preparazione e si mise in confessionale, tutto contento per la grazia di Dio che in virtù del suo ministero poteva dispensare. Ogni tanto ripensava al vangelo e alla buona cosa nascosta che avrebbe potuto ricercare con più calma, alla fine.
Il sole stava tramontando lentamente in quel sabato di fine estate, quando dette l’assoluzione all’ultimo papà di famiglia. Il vecchio abate uscì sul sagrato per salutare i pellegrini; rimase a lungo con la mano alzata, mentre la corriera imboccava i tornanti che scendevano a valle. Un grande silenzio pareva rimasto impigliato nell’aria calda di metà settembre, mentre la luce a poco a poco diminuiva e si cominciava a sentire il profumo dell’erba e del bosco nella leggera brezza che s’era alzata. Il vecchio abate rimase a gustare quella pace, finché ne fu sazio; con il cuore pieno di lode per il buon Dio, che gli dava tante gioie, si avviò a lenti passi verso il santuario.
Il suo cuore era ancora acceso da quell’invito che il vangelo gli aveva fatto: dal suo spirito era stato captato qualcosa di nascosto, cui egli voleva dar modo di manifestarsi. Pensò che la cena potesse aspettare, tanto più che tutta la diocesi stava preparandosi quella notte per cominciare il congresso eucaristico.
Espose solennemente il Santissimo sull’altare maggiore, accese tutti i ceri che c’erano e tutte le candele degli altari laterali. Il santuario risplendeva di quelle tenui luci. Il Signore era nel suo trono; il vecchio abate s’era sistemato davanti a lui in adorazione e lo pregava umilmente di aiutarlo a decifrare quella gioia nascosta che l’aveva fatto vibrare quando commentava le sue parabole. Prese in mano il messale e lo apri al vangelo di quella domenica, che era già iniziata. Lesse il testo con molta attenzione, parola per parola. Entrò nei panni di Gesù che parlava, per tentare di capire cosa volesse comunicare con quelle parabole. Il testo cominciava così: «Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo». Il vecchio abate intuì che, se voleva capire qualcosa, doveva anche lui avvicinarsi allo stesso modo, con la consapevolezza di essere, in fondo, un pubblicano e un peccatore, che aveva bisogno, estremo bisogno, della misericordia e del perdono del Signore.
Ripensò a tutto il male che aveva compiuto nella sua lunga vita, ne provò contrizione, e con fiducia e umiltà lo mise davanti al Signore lì presente tra i ceri luminosi, per essere ancora una volta abbracciato e riscaldato dalla sua misericordia.
Ora capiva bene il gusto che i pubblicani e i peccatori dovevano provare ad ascoltare il Signore, così diverso da tutti gli altri predicatori del tempo, intransigenti e superbi, come, per esempio, gli scribi e i farisei.
Il vangelo, neanche a farlo apposta, continuava: «I farisei e gli scribi mormoravano «costui riceve i peccatori e mangia con loro»». Il vecchio abate ora riusciva a immaginare cosa doveva provare l’animo di Gesù. L’ottusità e la durezza del cuore dei farisei e degli scribi stavano davanti a lui come una muraglia di pietra inscalfibile. In che modo spiegare loro che il Padre suo l’aveva inviato non per condannare il mondo, ma per salvarlo? Che lui non era venuto per gridare nelle piazze? Che mai e poi mai avrebbe finito di rompere la canna spezzata o avrebbe spento con un soffio il lucignolo fumigante? Non gli restava che inventare una parabola, per comunicare ciò che gli premeva di dire sull’amore del Padre, una parabola che fosse compresa dai peccatori e li incoraggiasse al ritorno, e che potesse essere ricevuta senza rigetto anche dai cuori induriti; gli scribi e i farisei non erano anche loro canne spezzate e lucignoli fumiganti? Non una sola parabola, ma tre uscirono dal cuore appassionato di Gesù.
Il vecchio abate le lesse e rilesse. Di che cosa voleva parlare veramente Gesù? Chi era il vero protagonista delle tre? Era ciò che era stato perduto e che dava il titolo alle parabole? Erano la pecora, la moneta, il figlio prodigo? O non era piuttosto il Padre, adombrato nel pastore, nella donna anziana, nel padre di famiglia? Sì, di tutti loro voleva parlare Gesù, ma al vecchio abate pareva che tutto fosse mezzo per comunicare una verità più profonda, la verità che bruciava nel cuore di Gesù e del Padre.
Era quella la cosa nascosta che lo aveva riscaldato quel pomeriggio. Ora lo capiva chiaramente.
Il vecchio abate chiuse il messale e restò a guardare il Signore nell’ostensorio. Gli pareva di vederlo mentre parlava, circondato dalla folla, tutta di peccatori, alcuni coscienti di esserlo, come i pubblicani e le meretrici, ed altri ben lungi dall’ammetterlo, come gli scribi e i farisei. Chiese al Signore di farlo entrare nel suo intimo, di fargli sentire ciò che provava. Fece silenzio interiore. Rimase senza pensieri, senza tempo, in uno stato di umile unione con il suo Signore.
Gli parve di essere il pastore quando ritrova la pecorella, la vecchietta che sente la scopa battere contro la moneta sotto il letto, il padre che corre verso il figlio e lo abbraccia. Sentì una gioia inesprimibile crescere dentro di sé, la stessa gioia traboccante che doveva provare il Padre quando un suo figlio perduto veniva ritrovato, morto tornava alla vita. Pensò alla gioia del Padre quando fece risuscitare alla vita il suo figlio Gesù, morto e sepolto.
La gioia che si provava in cielo per un peccatore che si pentiva era di quelle dimensioni, perché, per farlo ritornare a vivere, il Figlio vero, l’Unigenito, il molto amato, era morto e in lui – morto che gloriosamente tornava alla vita – tornava alla vita pure il peccatore perduto. Come non fare un’unica grande festa per tutti e due insieme? Come non uccidere il vitello grasso? Come non uscire incontro al figlio maggiore che non capiva, per spiegargli, per far entrare pure lui a mangiare e danzare? Come non raccontare questa parabola agli scribi e ai farisei, poveri figli maggiori scontenti, perché anche loro potessero tornare alla vita, risorti, con il Figlio risorto? Il vecchio abate stava con gli occhi chiusi, concentrato in quella letizia che lo invadeva, che Gesù gli aveva comunicato e che faceva sussultare di danze il cielo, ogni volta che un figlio perduto tornava alla vita. In lui un’altra felicità si sommava a questa, anch’essa molto grande: quella di aver decifrato il messaggio indistinto che gli aveva riscaldato il cuore.
Restò a contemplare tutto ciò, finché ne fu sazio. Poi si chiese se lui non fosse in quel momento più felice del Signore, per avere avuto una gioia in più di cui rallegrarsi. Apri gli occhi e lo guardò in mezzo alla luce dei ceri. Gli parve di vedere un sorriso di compiacenza sulle labbra del Signore per essere riuscito finalmente a far sì che il suo caro vecchio abate fosse – almeno una volta – più felice di Lui.
Zalala (Mozambico) settembre 1992
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CONVALESCENZA (cronaca di un avvenimento interiore)
Era un paese di mare, anzi, dirò meglio, era un paese sul mare, perché gli abitanti non erano pescatori. Lavoravano tutti nell’entroterra e col mare avevano a che fare solo poche famiglie, quelle che gestivano un’azienda di bagni.
Gli altri, al massimo, affittavano qualche stanza d’estate, o lavoravano negli alberghi; non molti, però, perché tantissime abitazioni erano di proprietà dei villeggianti.
Allora era inverno, e il paese appariva semideserto. La vita si era come ritirata nei singoli cuori, gruppetti di case abitate da chi restava, con un po’ di botteghe attorno, la chiesa, la posta, il giornalaio e il barbiere.
Dovunque c’era un gran silenzio che pareva disteso sui pini e sulle case, come quei panni che si usano per coprire poltrone delle stanze disabitate.
Silenzio profondo e molto verde, che contribuiva anch’esso a dare un’aria di attesa e sospensione.
Il paese sorgeva sul lembo di pianura, un po’ discosto dal mare; subito di là dalla grande strada cominciava il pendio dei monti, con le cime tutte bianche di neve.
Sulla costa alcuni abitati, di sera, con le loro luci, facevano pensare al presepio che fanno i bambini in famiglia.
Era venuto lì, d’inverno, per cercare, nella pace e nel silenzio la guarigione.
Si può dire che era fuggito in quel posto perché l’ansia e la malattia gli rendevano impossibile resistere alle tante sollecitazioni della vita di tutti i giorni. Benché fosse costretto a restare sempre in casa, il soggiorno in città era per lui troppo angoscioso: c’era sempre il «rischio» di ricevere qualche telefonata, o di dover andare in sala da pranzo, per parlare, in poltrona, con qualche amico.
Gli faceva piacere, certo, essere ricordato, ma il solo pensiero che di lì a poco sarebbe venuto qualcuno a trovarlo, lo metteva in uno stato di attesa logorante.
L’attenzione che il dialogo richiedeva lo stancava a tal punto, che dopo la visita, doveva buttarsi sul letto per un’ora o due.
Ogni volta che il telefono squillava, il cuore gli balzava in gola, galoppando velocissimo. Gli pareva di sentirne i colpi negli orecchi, mentre la forza gli fuggiva giù per le gambe, come fa l’acqua che esce da un recipiente spaccato.
Avrebbe dovuto lasciare ogni impegno personale, e l’avrebbe potuto, ma un tarlo interiore glielo impediva. Voleva sistemare alcune faccende, perché, una volta guarito, avrebbe avuto tanti altri doveri più urgenti e non sarebbe riuscito a trovare tempo per tutto.
Così la vita di ogni giorno era immersa nel futuro, nel finire questo, nel programmare quest’altro, con l’ansia e l’inquietudine conficcati come un coltello nel mezzo dello spirito.
E, quasi non bastasse, c’erano il sonno e la stanchezza, che con la loro inflessibile tirannia gli rubavano rudemente e all’improvviso, come padroni cattivi delle favole, quel mucchietto di tempo così faticosamente disponibile.
Si rendeva lucidamente conto di tutto questo: sapeva che non c’era motivo di vivere nell’ansietà, che tutte le cose che l’opprimevano non avevano nessun legittimo potere su di lui.
Sentiva, perfino, che dentro esisteva una regione intoccabile, uno spazio inaccessibile, in cui c’era pace. Ma tutte le considerazioni e convinzioni non erano sufficienti per liberarlo.
Si sentiva schiavo di un qualcosa che la mente poteva isolare ma che tuttavia restava amalgamato con lui, come nei sogni, quando si vuol tagliare una cosa con un coltello fatto di vento.
Era ospite nella casa d’estate di una zia, anche lei malata e bisognosa di riposo e silenzio. Li assisteva la madre, che si prestava volentieri a provvedere alle necessità della vita di ogni giorno, contenta di poter godere della loro compagnia.
Abitavano in una zona praticamente deserta del paese, un po’ fuori dalla via, in un pezzetto di terreno ricco di pini e altri alberi, in parte verdi, e in parte spogli e intirizziti.
Tra le piante si profilavano altre case, con le persiane chiuse, i camini senza fumo, i viottoli davanti l’uscio cosparsi di aghi di pino, di foglie e di altri ricordi del vento e della pioggia.
Dalla grande porta a vetri del soggiorno egli osservava ogni giorno quel piccolissimo angolo di mondo scompartito dalle siepi, immerso nel silenzio freddo dell’inverno, sotto il cielo imbronciato.
Vedeva le cose sempre uguali, con i muri chiazzati di umidità, vedeva gli aghi di pino sui vialetti, le basse lampade verdi incappucciate con la plastica. E ascoltava il silenzio.
Immobilità e incanto...
A volte aveva l’impressione che anche il tempo si fosse fermato e stesse ad aspettare, come le case, gli alberi, le lampade verdi e gli aghi di pino.
Il buio veniva presto, la sera, e con tutti quegli alberi poi...
Nel soggiorno si accendeva la lampada a stelo col grande coprilume e vividi colori.
La luce calda, dorata, faceva un tutt’uno, dentro di lui, col tepore confortevole del termosifone, con la sensazione del tappeto sotto i piedi, con la mamma e la zia che sferruzzavano nella stanza, parlando a bassa voce per non disturbarlo, mentre leggeva, e con le sagome degli alberi che si confondevano sempre più, nel buio della sera, di là dal vetro.
A volte gli tornavano in mente gl’inverni di quando era bambino e sorrideva, per la stranezza dei ricordi: disegni di castagne da colorare con le matite, un giorno di pioggia, e lui che tornava a casa dando la mano alla mamma, sotto i portici, con la mantellina e le calosce.
Si rivedeva sempre nello stesso punto, davanti alla bottega del cartolaio, piena di luce e di tante cose belle.
Poi c’era il viaggio in treno con la zia per andare al matrimonio di un cugino grande; il primo viaggio in treno dei suoi ricordi. Anche allora aveva la mantellina e pioveva, e appena salito in carrozza si era addormentato in piedi col capo appoggiato sulle ginocchia della zia.
Nel ricordo, l’inverno dell’infanzia era tutto qui, o forse c’era anche da aggiungere quando andava in cantina col nonno a prendere le bottiglie del vino nuovo, e lui teneva la candela... o quando andavano tutti insieme, con babbo, mamma, sorellina e fratellino, a vedere le bancarelle di Santa Lucia, con le statuine del presepio, i sacchetti di muschio, le stelle, le candeline e i ciondoli colorati per l’albero di Natale...
Tra poco sarebbe arrivata, coi suoi due bambini, la signora della casa di fronte, l’unica casa abitata della zona, le cui luci rimanevano però nascoste dalla siepe. Una vicina così era una vera fortuna: piena di vita e di allegria, aveva sempre delle novità da raccontare. Anche le cose più insignificanti sulla sua bocca acquistavano interesse e brio.
Conosceva tutto del paese, e piena di premure come era, ogni problema sull’andamento della casa, con il suo consiglio, trovava subito soluzione.
Sonava al cancelletto, che si apriva da solo, e s’incamminava verso la vetrata del soggiorno, mentre la zia si alzava, e, facendo con le mani schermo agli occhi, guardava fuori nel buio, dicendo: «deve essere la signora».
Il bambino più grande ancora con la cartella della scuola sulle spalle, si sedeva buono, in silenzio, sul divano, o restava in piedi accanto alla mamma.
Il più piccolo, invece, col cappuccio da nanetto di Biancaneve tirato indietro, si metteva a trotterellare per la stanza finché trovava l’interruttore della lampada a stelo, da accendere e spegnere, con piccole esclamazioni di trionfo.
Quando mancavano pochi minuti alle sei, la signora si alzava, rimetteva il cappuccio al piccolo e si accomiatava per andare a preparare la cena, mentre la zia accendeva le luci basse del giardino e non sapeva resistere alla tentazione di restare fuori della vetrata a salutare i bambini per nome, finché non fossero entrati nel loro cancello (ricevendo immancabili rimproveri, perché l’aria fredda le faceva male per la tosse).
La sua camera era al primo piano. Dormiva in uno dei due lettini verniciati di un bianco che pareva di panna, coi pannelli in arancione e la coperta di lana, azzurra e bianca, fatta ad uncinetto dalla zia.
Era la camera dei bambini di suo cugino, e, attaccati al muro, c’erano Paperino e un Angelo Custode.
Gli piaceva molto restare lì. Probabilmente era il silenzio, o il caldo del termosifone, o il sole, freddo e gentile, che qualche volta sbucava tra i rami. O era il letto morbido e accogliente.
Da quando si era ammalato, si era molto acuita la sua sensibilità in fatto di letti. Il letto non era più soltanto il luogo dove addormentarsi e svegliarsi: era un ambiente di vita, un amico fedele e discreto.
Quando era sfinito e faceva fatica, quasi, a respirare, ci si sdraiava sopra e pensava finché lentamente le forze ritornavano.
Il sonno del pomeriggio era spesso pesante e prolungato. Quando la coscienza cominciava a riaffiorare, gli accadeva molte volte un fatto strano ed angoscioso. Desiderava aprire gli occhi e muoversi, ma i comandi della volontà non riuscivano a raggiungere la periferia. Le mani e le braccia erano come paralizzate e le palpebre inchiodate.
Dentro quell’immobilità angosciosa la rappresentazione interiore di sé cominciava ad agitarsi nell’inutile tentativo di smuovere quel corpo di piombo, concentrandosi ora in un braccio, ora in una mano, ora in una gamba, come una persona che, prigioniera in una stanza, cominci a dare spallate ora a quella porta, ora a questa.
Avvertiva allora il bisogno di respirare più in fretta, con affanno, ma i suoi polmoni continuavano, inconsapevoli del dramma, a espandersi col ritmo preciso, inesorabile e automatico del sonno.
Le prime volte l’angoscia diventava violenta, ma infine aveva capito che ci voleva pazienza. Bisognava far conto di nulla e continuare a dormire in attesa che il sonno si consumasse un po’ di più, o che arrivasse, liberatore, qualche aiuto dall’esterno, come un rumore, o una luce, o un tocco.
Quando il risveglio era dolce, aveva scoperto quanto era bello rimanere a letto, accendere la luce sul comodino, addossare il cuscino alla spalliera e leggere un libro.
Il più delle volte il sole era già tramontato o quasi, e allora filtrava dalle persiane la luce pallida e fredda di una sera d’inverno. Si immaginava il cielo bianco sopra gli alberi del giardino, immobile come sempre nel silenzio. Allora era piacevole fermarsi di tanto in tanto, tra le righe, quasi ascoltando, e immaginarsi di galleggiare fuori dal tempo e dal mondo.
Alla mattina c’era da andare a fare la spesa. Le botteghe erano un po’ distanti dalla loro casa in mezzo al verde.
Così accompagnava sua madre in macchina: una automobile grande, che suo cugino gli aveva lasciato per le necessità di tutti i giorni. Un po’ vecchia, ma andava bene, a parte il fatto che saliva di giri in quarta e che il riscaldamento faceva i capricci.
Partivano verso le dieci e mezza, perché prima delle nove non riusciva proprio a svegliarsi. Lui ci soffriva per questa tirannia del sonno che gli tagliava con prepotenza una fetta di giorno. Aveva provato a mettere la sveglia verso le otto, ma quell’ora in meno gli pesava sulle spalle come un grosso sacco. Faceva fatica a restare in piedi con una strana sensazione che gli era diventata familiare in quei mesi: come una morsa fatta di vuoto, ma pesante dentro il torace, che lo obbligava a lunghi respiri e a sedersi.
Solo l’amico letto lentamente lo rimetteva in sesto. Cominciava a intravedere nell’esperienza della sua malattia una specie di lezione difficile da esprimere a parole, ma che prendeva corpo dentro di lui, giorno per giorno. La sua passività lo stava liberando dalla sua stessa passività. La libertà stava in fondo alla sua schiavitù. Accettando la sua debolezza, lasciava aprirsi uno spiraglio da dove cominciava una dimensione nuova, quella della contemplazione, dell’attesa, del non avere.
Queste riflessioni, tuttavia, non erano riuscite a dissipare ancora la sua ansietà.
Così, entrando in macchina, portava con sé un libro di studio, col proposito di non perdere nulla di quel poco tempo di cui disponeva nel giorno.
Aspettava in macchina, leggendo, mentre sua madre entrava nelle varie botteghe e gli portava, a intervalli, i vari acquisti.
Tra i primi c’era sempre il giornale e allora sorgeva in lui un conflitto: meglio leggerlo subito o rimandare a dopo, in un momento di stanchezza dello studio? L’ansia era ancora forte, ma gli dava sollievo l’abbassare un po’ il vetro del finestrino e respirare l’aria fresca che sapeva di mare e di pini.
Sua madre lo studiava in silenzio, cercando di capirlo, al di là del suo «Non ho niente». Ed era la verità.
Era proprio vero: «un niente» quello che aveva. Come definire le cose che non si toccano e non si riescono a dire? Allora lo invitava a camminare un po’ sulla spiaggia, quando non pioveva. Lui ci andava non troppo volentieri pensando a quell’altro po’ di tempo che gli scappava. Ma poi sentiva che gli faceva bene.
La spiaggia era molto vasta, e in riva al mare, sulla sabbia compatta, bagnata dalle onde, non si sentiva il rumore delle macchine sulla strada.
Quell’atmosfera di letargo coi pali nudi piantati nell’arena, i rifiuti immobili respinti dal mare, le vecchie barche adagiate su un fianco presso le cabine, i monti vicini con le cime innevate, la foschia che chiudeva in un unico abbraccio terra, mare e cielo, ravvivavano discretamente quelle intuizioni che gli stavano sbocciando di dentro.
Si accorgeva che il tempo, in fondo, poteva restare fermo come quei pali piantati sulla sabbia, o come i monti che dominavano l’esile pianura, o come lui, quando doveva sdraiarsi...
Abituato a vivere sul ritmo dell’orologio, gli dava la sensazione di una scoperta affascinante l’immergersi in quella breve passeggiata temporale: fuori dalle raffiche del tempo, quello che gli pareva un non essere aveva modo di consolidarsi dentro di lui, facendogli gustare il sapore pacificante della libertà.
Il fine settimana era piuttosto movimentato. Arrivavano i cugini coi bambini piccoli e spesso anche suo padre e suo fratello.
Già il venerdì sera cominciava ad essere un giorno differente con l’attesa che si faceva più viva, tra gli abitatori della casa. Quando arrivavano, verso il mezzogiorno di sabato, era un soffio di vita nuova: energie fresche ed esuberanti entravano nella comunità, ed egli in un certo modo si sentiva come contagiato beneficamente.
Due colpi di clacson li annunciavano e lui andava ad aprire il cancello, intanto la mamma e la zia uscivano dalla porta a vetri del soggiorno, scambiando saluti, sorrisi e poi baci.
Mentre si portavano in casa i bagagli, c’era un breve resoconto: «ha telefonato questo; è arrivata la tal lettera», eccetera, eccetera. Poi seguivano i commenti sulla differenza tra l’aria e il rumore della città e la pace e l’aroma dei pini.
Se il tempo lo permetteva, si accendevano alcuni ciocchi resinosi sul focolare all’aperto, tra l’allegria dei presenti e l’entusiasmo dei bambini che volevano aiutare. Fumo e scoppiettii si mescolavano con ricordi di vita militare del «bei tempi andati».
Quando le «fiorentine» cominciavano ad arrostire sulla graticola, si entrava in casa, così da essere pronti a mangiarle ancora scottanti e impregnate di profumo di resina.
Al pomeriggio andava di solito a fare due passi sulla spiaggia col fratello più giovane. Verso sera era freddo per camminare sulla riva, ma lo spettacolo dei monti contro il cielo chiaro del tardo pomeriggio, illuminati da quella luce inafferrabile giallo rossastra riflessa dal mare era più forte del disagio.
Riparati dal vento, dietro qualche sporgenza dei «bagni», continuavano a guardare fino all’ultimo il fascino del tramonto.
Dopo questa meraviglia sapeva che un’altra cosa bella lo attendeva: il tepore confortante al momento di entrare nella macchina ferma al limite della sabbia, e l’improvviso cessare del vento al rinchiudersi della portiera.
Quasi contemporaneamente i due fratelli estraevano il fazzoletto per soffiarsi il naso, gelido e arrossato, e per pulire gli occhiali dalle minutissime gocce di acqua salmastra portate dal vento, mentre la radio riempiva di musica la macchina.
Restavano lì ancora un po’ a vedere il buio che insensibilmente prendeva corpo nell’aria. Poi accendevano i mezzi fari, e tornavano adagio, verso casa.
Le settimane passavano lente, ma, nonostante l’apparente immobilità del velo dell’inverno sulla casa tra i pini, l’aria incominciò ad intiepidirsi. Anche la zia, sensibile al freddo e alla fatica per via del cuore e dei bronchi, usciva più spesso con loro nelle ore tiepide del giorno. Camminavano un po’ sulla spiaggia, dove cominciavano ad apparire, sempre più frequenti le mamme coi bambini piccoli e i pensionati tranquilli col sigaro e il cappello.
Quanto a lui, avvertiva che la primavera imminente gli recava un messaggio senza parole. Non poteva continuare ad attendere passivamente, anche se aveva cominciato ad apprendere, o almeno gli sembrava, la lezione che la mancanza di forze e l’angoscia gli avevano silenziosamente suggerito.
Sentiva urgere la necessità di allungare la giornata, almeno apparentemente. L’occasione gli si presentò sotto forma di un invito da parte di alcuni colleghi a riprendere con loro un po’ di attività.
Il nuovo orario l’obbligava ad alzarsi presto al mattino.
Così per dormire a sufficienza decise di coricarsi molto presto, rinunciando al rito della televisione serale sulle poltrone dal telaio di legno rosso, con la mamma e la zia.
Usciva presto in macchina, quando ancora l’aria era fredda. Sulla strada incontrava tanta altra gente che andava al lavoro. Gente attiva, nel cui flusso s’inseriva. Gli pareva di essere accolto di nuovo come una persona normale, come uno a cui nessuno badava, come uno ormai guarito, o addirittura, come uno che non era mai stato ammalato.
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TRAPPA NEL MONDO
29 settembre 1979 – s. Michele arcangelo ... dieci minuti dopo la mezzanotte stavo preparandomi per andare a letto, quando mi «assalì» alla coscienza un pensiero: è giunto il momento di cominciare, sia pure nel segreto e con modalità eccezionali, la «trappa» tanto attesa e sospirata...
Mi si sovrappongono una dentro l’altra, ma nitidissime alla coscienza, alcune consapevolezze: * Quella strana profezia dello specchio a Mocuba, in cui la mia immagine riflessa in uno specchio mi annunciò che un giorno sarei stato contemplativo per davvero, stava entrando nella fase di realizzazione.
* Il tempo fissato era compiuto.
* Il monaco, che mi era stato inviato per vivere con me qualche tempo, per consolarmi nell’esilio e farmi capire tante cose, era tornato. Ma non per vivere con me fuori dal convento. Questa volta aveva avuto la missione di portarmi con sé nella sua trappa, perché fossi io a vivere con lui.
* In questa prima fase i membri della comunità, della mia comunità, sarebbero stati i Santi miei fratelli vivi che mi amavano. In loro compagnia dovevo vivere e dividere le ore del giorno. Tre facce, subito fra tutte, si distinguevano, come di tre fratelli, o meglio di due sorelle e un fratello: S. Teresa, S. Caterina e S. Giovanni della Croce.
Quest’ultima modalità di vita comune con i Santi era quella che più mi lasciava meravigliato e sorpreso. Ma mi riempiva di una gioia profonda.
C’era un abisso tra me e loro, ma tra chi si ama la differenza di virtù non crea un ostacolo. Avvertivo che loro non erano meno contenti di me di fare comunità insieme...
Mi chiedevo, sorpreso dall’improvviso prendere corpo nella coscienza di questi pensieri, come sarebbe stata in pratica la mia vita di lì in poi...
Apparentemente non sarebbe cambiato nulla. Il di fuori era lo stesso. Quello che cominciava nuovo era il di dentro.
Il giorno era diviso tra loro e il lavoro, entrambi vissuti come due facciate di uno stesso foglio, maniera diversa di esprimersi dell’unica realtà a cui si riduceva la mia vita: l’unione con Dio. Questo era il centro e doveva divenire progressivamente il tutto. In questa unione incontravo lì i Santi miei fratelli.
Mi dava l’impressione che tutto si fermasse, per raccogliermi in quest’unica realtà, che persisteva immobile, pienissima, traboccante di pace, di disponibilità e di cuore. Il coro e il lavoro sarebbero diventate due maniere di esprimersi esternamente in quest’ultima assoluta realtà. Intuivo estasiato la suprema libertà e pace che questo stato racchiudeva in sé, per comunicarsi traboccante su chi vi si sarebbe dedicato a corpo morto...
Era però necessario dedicarsi tutto intero: una scelta radicale e definitiva. E qui mi sentivo tremare, ma ormai era stato deciso così. Quello che più mi colpiva era l’assoluta gratuità di tutto questo mondo che mi era balenato all’improvviso alla coscienza, senza averlo preparato o meritato minimamente.
Cercai di riflettere per vedere che giorno era, per ricordarmi la data o scoprire di quale santo fosse la festa: era venerdì 28 settembre.... no! da dieci minuti era cominciato il 29 settembre, festa dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, il giorno della professione religiosa della mia congregazione, il giorno in cui avevo cominciato il postulandato.
Era davvero un giorno memorabile! Il Signore mi aveva inviato i suoi angeli per darmi questo messaggio, e dolcemente mi invitava a iniziare il noviziato di questa nuova vita contemplativa...
4 ottobre – s. francesco Oggi mi sono reso conto che anche S. Francesco fa parte della comunità del noviziato, e ho l’impressione che in questo mese di ottobre scoprirò che molti altri santi, la cui festa cade in questo periodo, sono miei fratelli di noviziato. Già il primo ottobre si è presentata S. Teresina ...
Mi è capitato di leggere il ricordo di padre Bulgari, nel Cor unum informazioni, nel quale si scopriva una interiorità profondissima e legata alla penetrazione interiore dello spirito della nostra congregazione. Ieri e oggi ho letto l’articolo di padre Franchini sulla «riparazione» alla luce della teologia dei Padri della chiesa: condivisione della redenzione, intercessione, lotta per la salvezza del mondo e dei «nemici», cioè di coloro che in pratica si oppongono allo spirito del Vangelo.
Da questi spunti letti mi sono accorto che questo noviziato potrebbe essere vissuto come avventura spirituale fantastica. Per essere «canonico» il noviziato deve restare, o meglio scavare profondissimamente nell’identità del carisma della mia congregazione. Solo in questo atteggiamento tutte le spinte dello Spirito saranno, al cento per cento, di poppa.
Ho provato a vivere, con questo diverso centro della coscienza, l’unione con Dio che sta a monte di qualunque manifestazione esterna, che riassumo in «coro e lavoro».
Anche nel lavoro, la «Presenza» è continua e affiora mille volte alla coscienza: il fare non importa più, nelle sue accidentalità, perché la realtà, quella vera dell’unione, permane immutabile e serena.
Anche la stanchezza fisica o psichica, il sospirare alla fine del lavoro estenuante perdono di molto il loro significato. Concentrandosi lo spirito nell’unione, il resto poco a poco sfuma, anche se mi trovo al centro dell’attenzione «fenomenica», al limite delle capacità professionali e di concentrazione...
Ieri, mercoledì, viaggio ai posti sanitari: la corsa a perdifiato s’è tramutata in una serena passeggiata: seduto nel calore asfissiante del mezzogiorno, nel corridoio della casa che fa da posto sanitario a Cachembre, mi è stato concesso di «osservarmi» nel silenzio del mezzogiorno, con la brezza infuocata che mi carezzava, di «godermi» questa scena di pace, gustando con acuta coscienza quel mio stare a fare «consulto» in quell’aridissima e assolata, secca, sperduta regione dell’Africa australe, quel ricevere, uno dopo l’altro, tanti fratelli febbricitanti, addolorati, sofferenti, che mi amavano e stimavano, che avevano camminato, alcuni più di venti chilometri, perché io li vedessi e li curassi... Ma a sera ho provato anche la fragilità di questo stato. Alcune contraddizioni e supposti abusi nel lavoro mi hanno tolto in certo modo l’unione, occupando per intero l’orizzonte della coscienza, arrovellandomi il cervello con ipotesi e controipotesi, risposte e prese di posizione e immaginari motivi, supposti o reali...
Le letture della messa non sono riuscito neppure ad afferrarle, per incapacità di attenzione (tutto il cervello era nel «caso» che mi era capitato!). Ho avuto perfino tre ore di batticuore, né sono riuscito a scrivere nulla sull’argomento, nonostante l’avessi meditato nel viaggio. Poi è venuto s. Francesco. Solo verso sera mi sono accorto in pieno che anche lui era dei «nostri»...
7 ottobre – 27ª domenica – e (fuori liturgia) Nostra Signora del rosario Stamattina presto, con s. Antonio, ho recitato l’Ufficio delle letture... Al momento dell’«Oremus» ho avvertito, prima di iniziarlo, un invito a pregarlo con attenzione, perché era importante. E di fatto mi ha riempito di gioia leggerlo e sentirlo vero: «Dio eterno e onnipotente, che nel tuo amore infinito colmi di beni coloro che ti implorano, molto al di là dei loro meriti e desideri: per la tua misericordia, libera la nostra coscienza di ogni inquietudine, e dacci ciò che neppure lontanamente osiamo sperare».
Me ne è rimasto il dolce in bocca. E durante il giorno lo vado assaporando. Mi domando cosa sarà che mi darai, Signore, che neppure da lontano oso sperare... Non ho il coraggio di ritenerla controllabile questa grazia, di accorgermene... Ma credo che me la darai. Le tue azioni non si concludono in un giorno. Hanno bisogno di tempo per svolgersi e concludersi, per dare frutti ed accorgermene. Ma che tu agisci al di là del meritato e dell’atteso lo so già, l’ho sperimentato. Anche questo noviziato ne è una prova.
Se non altro una prima realizzazione è questa gioia che sento nel rimuginare l’orazione di oggi, nel crederne la verità.
Ieri alla fine dell’ambulatorio ho perso la pazienza. Quando avevo già finito, sono arrivati tre ragazzi, che l’infermiera mi ha inviato senza trattarli, ed era cosa da niente. E si è aggiunta un’altra signora, arrivata di proposito all’una e mezza per non fare code.... dicendo che solo voleva parlare e non essere visitata. Poi entra ed era invece questione di malattia...
Questo episodio mi ha fatto arrabbiare, e poi per tutto il giorno sono rimasto irritato, e, passate alcune ore, rattristato per non essere stato capace di restare calmo e sereno. Avevo perso un’occasione per entrare più a fondo nel mondo nuovo della vita di noviziato. L’unione con Dio avrebbe dovuto assorbire l’urto, slegarmi dalle ripercussioni emotive e darmi libertà...
Se l’attività esterna fosse stata davvero accidentalità, avrei dovuto conservare la gioia dell’unione. E invece non solo avevo perso la pazienza, ma continuavo irritato per molte ore.
Al tramonto recitammo la messa con le suore, sempre continuando maldisposto interiormente. Ma nel Vangelo trovai una frase che mi consolò: «Non rallegratevi perché gli spiriti maligni si sottomettono a voi, ma piuttosto rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo» (Lc 10,20)...
Mi suonò come una risposta al mio cruccio; «non rallegratevi perché gli spiriti maligni si sottomettono a voi» voleva dirmi: «non rattristarti perché sei stato sconfitto dallo spirito maligno. L’esserti arrabbiato non deve alterare la ragione del tuo rallegrarti, motivata dal fatto che il tuo nome è scritto in cielo, cioè nella decisione proveniente di Dio di averti chiamato alla sua intimità, e che un’arrabbiatura non può annientare».
Era necessario credere senza vedere, restare unito senza più sentire nulla. S. Giovanni della Croce me lo diceva già da tempo nel suo libro: «Non dobbiamo far caso al sentimento, alle consolazioni: ciò che conta è la determinazione, la più violenta possibile, di essere di Dio».
Queste considerazioni mi fecero intendere che questa del noviziato era una cosa vera e, ancor più, seria...
Dopo i primi giorni di felicità cominciava il viaggio in salita, nella nebbia. Era necessario fidarsi e confidare tranquillamente, in questa prima iniziale libertà che dovevo conquistare: libertà di sentire o non sentire, avvertire, aver autocoscienza della presenza di Dio.
Stamani mi è capitato di sfogliare il libro Ho toccato il fondo, di un gruppo di carmelitane, sull’esperienza della contemplazione. Citava una frase che il Signore «disse» un giorno a s. Teresa d’Avila: «Quando vivevo sulla terra avevo Maria Maddalena come amica, ora che sono in cielo ho scelto te per amica».
Oggi il telefono non funzionava e così, non potendo farmi venire a prendere dall’autista per andare all’ospedale, sono andato a piedi. Il cielo era coperto e tirava un vento freddo, dopo il caldo torrido degli ultimi giorni. Mentre camminavo per la strada deserta mi è ritornata in mente la frase di Gesù a s. Teresa. Sentivo che valeva un po’ anche per me! Quante prove avevo già dell’amore speciale, fuori dal comune che il Signore aveva per me.
Quante volte mi ha detto parole senza voce, mi ha fatto capire cose, desiderare, esperimentare. Anche se mi sento terribilmente un povero diavolo, lui però non si dà mai per vinto! ... Ma io ci credo per davvero al suo amore di predilezione per me? Mi pare di avere grandi insufficienze su questo punto. E sì che questo credere è proprio dello spirito della mia congregazione! ...
Songo, provincia di Tete (Mozambico)
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MARTA E MARIA
Ci fu un tempo nella mia vita in cui il fare riempiva per intero la mia giornata.
Non era però frutto d’una scelta, bensì conseguenza d’una situazione di fatto: per attendere a tutte le persone che avevano bisogno della mia opera non mi bastavano le ore.
Ben presto mi resi conto che così non si poteva resistere. Non tanto per la stanchezza fisica, che pure aveva la sua parte, quanto per una percezione interiore che mi faceva accorgere che stavo diventando una macchina. Stavo perdendo la possibilità di fermarmi, di pensare, di riflettere, di pregare, cioè in una parola, di essere me stesso. Come si dice in linguaggio tecnico: il lavoro mi stava alienando.
Ma se da un lato la pressione del dovere mi portava verso la trasformazione in una macchina, lo spirito, con le sue esigenze, faceva nascere in me la nostalgia irresistibile di un tempo vuoto, per poterlo riempire di silenzio e di preghiera.
Cominciai ad alzarmi presto al mattino, quando ancora non si vedeva e quando ancora quasi tutti dormivano. Lì incontrai il Signore, che mi stava aspettando.
La sua presenza accese di gioia la mia vita. Al punto che cominciai a sognare di poter un giorno dedicarmi alla vita contemplativa. Era la trappa, che soprattutto mi attraeva.
Rimasi con questo sogno per molti anni: speravo che mi fosse concesso di consacrarmi non più al fare, ma al contemplare. Finché a un certo punto mi resi conto che forse l’abbandonare la vita attiva per la vita contemplativa poteva essere una fuga. Una parte di questo desiderio era probabilmente solo un’inconfessata ripulsa della fatica che il fare porta con sé e un’attrattiva verso una situazione di calma e di assenza di assillo e di preoccupazioni che mi immaginavo caratterizzasse la vita contemplativa e in special modo la trappa.
Si generò così una specie di conflitto interiore: da una parte il desiderio della vita contemplativa e dall’altra il non poter decidermi a fare il passo perché onestamente riconoscevo che, nel fondo, c’era davvero un desiderio di fuga.
Diventarono molto importanti per me le due figure di Marta e Maria assunte come simbolo delle due vocazioni, attiva e contemplativa. A leggere il Vangelo mi pareva che la distinzione e la divisione fosse estremamente netta: Marta era Marta e avrebbe sempre fatto il servizio di casa e Maria era sempre Maria e sarebbe stata sempre seduta ad ascoltare Gesù. Mi chiedevo chi ero io delle due e sempre mi rispondevo che ero nato Marta, anche se avrei desiderato di più essere nato Maria.
A poco a poco, a forza di cercare la contemplazione, questo tipo di preghiera cominciò a prendere forma e consistenza.
Se in principio era un dimenticarmi di tutto per abbracciare solo Dio, man mano che riuscivo a stringerlo fra le braccia capivo che il suo desiderio era che non allentassi la presa, quando cessava la preghiera, ma che anzi lo stringessi ancora di più, perché era nella mia vita che a lui interessava entrare.
lo andavo da lui nella contemplazione e lui voleva venire con me nell’azione.
La comprensione di queste realtà aumentava, mentre la distinzione tra contemplazione e azione sfumava sempre più.
Finché un giorno mi capitò di rileggere il vangelo di Marta e Maria. E quando arrivai in fondo capii che l’episodio non era finito dove s’interrompeva il racconto. Dopo aver proclamato che non sarebbe mai stata tolta a Maria la parte che aveva scelto, Gesù aveva continuato a parlare e le aveva chiesto se non volesse accettare di alzarsi ad aiutare sua sorella. Maria s’era subito alzata e aveva cominciato ad aiutare con grande contentezza interiore. E mentre l’aiutava si sentì riempire con impeto inaspettato dalla verità della parola di Gesù: anche se stava servendo, la sua parte, quella della contemplazione, non le sarebbe mai stata tolta! Rimasi a lungo a meditare il prolungamento del racconto: mi stavo rendendo conto che allora io non ero Marta, ma piuttosto Maria che si era alzata ad aiutarla, e mentre l’aiutava capiva che la sua parte non le sarebbe mai stata tolta.
Il mio cuore si pacificò, e da quel giorno non ho più tentato di entrare in una trappa, né credo che lo tenterò più, almeno fintanto che Marta avrà bisogno che continui a stare in piedi ad aiutarla.
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LA MIA ESPERIENZA DI MISSIONARIO
La cosa che più mi costava, quando decisi, dopo il primo anno di Medicina, di entrare in noviziato, era quella di dover rinunciare agli studi medici. Avevo frequentato appena l’inizio dei sei anni, tuttavia questo tipo di conoscenze mi aveva già conquistato.
A quei tempi il diritto canonico era abbastanza intransigente, e proibiva di associare l’esercizio della medicina al sacerdozio. E invece, inaspettatamente, fu deciso in alto che io continuassi gli studi. Questa fu per me una grande gioia, e ora che ripenso a questi avvenimenti, dopo sette anni di esperienza in Africa, mi par di vedere un avveramento, uno dei continui avveramenti della parola del Signore: «Il chicco che muore, dà gran frutto».
lo, che in un certo senso avevo rinunciato a essere medico, sono stato posto dal Signore in una situazione di essere medico in una maniera più profonda e globale di qualunque altro dei miei 315 compagni di corso.
Dopo un primo anno passato in Uganda a imparare soprattutto la chirurgia, sotto la guida e l’amicizia di due altri missionari, entrambi medici e sacerdoti: padre Ambrosoli, comboniano, e don Donini, diocesano, mi sono trovato sempre, o quasi, ad essere l’unico medico di una vasta area.
L’essere medici solitari, e come me ce ne sono tanti nei tropici, porta con sé grandi paure, problemi tecnici, dubbi su molti casi, certe volte angoscia. Ma al tempo stesso stimola allo studio, alla serietà professionale, e genera una visione molto larga e globale della medicina e del malato. Anche da soli, aiutati da molti buoni libri, utilizzando al massimo i rari contatti con altri colleghi, si può imparare molto, e non necessariamente sulla pelle dei malati.
Soprattutto mette nell’occasione di praticare due grandi virtù: il coraggio, stimolato dalle decisioni e dai rischi che bisogna affrontare, e la pazienza, per mantenersi sereni e calmi nel ritmo a volte caotico e senza pause della giornata (e talora della nottata) di lavoro.
Nessun settore della medicina, e quindi delle sofferenze dell’uomo, resta privo d’interesse, e questa credo che sia una grazia di Dio.
La cosa più bella di questa attività è l’incontro umano coi malati. Anche se so dire solo quattro parole nella lingua locale, e per il resto mi servo di un interprete, s’instaura subito un rapporto di fiducia e di simpatia. Non parliamo poi di quelli che sono ricoverati e, tra questi, degli operati. La fiducia che dimostrano è grande e stimola, a volte, a prendere decisioni coraggiose: quando sarebbe tanto più facile e comodo lavarsene le mani.
Come scorre la giornata di lavoro? Dalle 7 alle 8 visito i malati ricoverati che oscillano sui 100–150. Poi ho le visite ambulatoriali fin verso le 12,30–13. Al pomeriggio si ritorna alle 14 quasi sempre. Al lunedì e giovedì si opera, e quando c’è necessità, anche al martedì e venerdì. Operare al pomeriggio costa un po’, specie se si devono affrontare operazioni impegnative. Sei ore di lavoro pesano sulle spalle, quando si ricomincia dopo pranzo. D’altra parte, in uno schema di ospedale con un solo medico, non c’è altra soluzione.
Nei giorni senza operazioni ci sono riunioni, e il disbrigo delle pratiche burocratiche e amministrative dell’ospedale.
Una volta alla settimana c’è una lezione di un’ora e mezza su un argomento sanitario di aggiornamento per gli infermieri, che tengo io. Alla sera si ritorna a casa tra le sei e le sette, di solito.
Vive con me fratel Giuseppe Meoni, scj, che è infermiere di una esperienza vastissima. Sa fare l’infermiere, il laboratorista, l’anestesista, le visite–filtro ambulatoriali, sa aggiustare tutto, dai raggi X ai lavandini e alle serrature.
Divide con me la giornata di lavoro e la vita in comune.
Alla mattina presto facciamo l’adorazione nella cappellina che abbiamo ricavato nella veranda della casa. Durante l’adorazione recitiamo le lodi.
La messa la celebriamo alla sera, in un orario molto elastico. Spesso capita di dirla dopo cena, o perché s’è fatto tardi, o perché appena tornati a casa richiamano dall’ospedale per vedere un malato, o perché si arriva stanchi morti e si sente il bisogno impellente di un po’ di relax e di cibo.
Da noi in Mozambico l’eucaristia si celebra quasi dappertutto seduti attorno a un tavolino, commentando più o meno tutti le letture, partecipando nella preghiera dei fedeli, facendo la comunione sotto le due specie. Questo è lo stile delle messe feriali, celebrate fra pochi intimi, nelle cappelle domestiche.
Nell’ultimo anno il Signore ci ha benedetti inviandoci molti ospiti, fratelli e suore che si trattenevano alcuni giorni o settimane per riposo o cure mediche.
La loro presenza ci ha arricchito molto, rendendo piacevole e variato lo stare insieme e la vita, un po’ monotona altrimenti, del lavoro.
Anche l’autocoscienza di essere missionari è stata arricchita dalla vita sotto lo stesso tetto con questi amici.
Soprattutto il partecipare insieme all’eucaristia, il commento giornaliero delle letture e il pregare uniti anche in altre occasioni: adorazione, ora santa ecc., ci ha arricchiti molto. Con alcuni si è approfondita un’amicizia spirituale più intensa, fino a costituire una specie di «comunità in spirito e verità», sparsa in centinaia di chilometri di raggio, «il cui convento è il mondo».
Condividiamo un comune desiderio base di contemplazione, e ci sentiamo in comunione profonda reciproca. Ci scriviamo abbastanza spesso e ci riuniamo in spirito una volta alla settimana, al venerdì dopo cena, di fronte all’eucaristia in un’ora santa.
Non posso passare in silenzio questa esperienza di amicizia spirituale perché la sento come parte integrante del mio essere missionario ed è fonte di una delle numerose gioie che questa vita porta con sé.
La mia attività di padre la svolgo in maniera esplicita alla domenica. Celebro una delle due messe della nostra parrocchia e confesso.
Il parroco è un anziano missionario italiano dei comboniani. Ha quarantun’anni di missione ed è molto ricca la sua amicizia. Viviamo separati, lui nella parrocchia, noi nella casa del medico, tuttavia ci vediamo spesso e concelebriamo molte sere alla settimana.
Al sabato pomeriggio, per molti mesi dell’anno, si fanno degli incontri coi cristiani sulla sacra Scrittura.
Ma tutti sanno, dal ministro della salute fino all’ultimo paziente, che io sono padre e quindi la mia testimonianza può fare molto bene o molto male, a seconda del mio stile di vita.
Anche se l’esercizio pubblico del ministero sacerdotale occupa solo una frazione del mio tempo, tuttavia mi sento innanzi tutto padre e missionario, non solo per l’attività di orazione e intercessione, ma proprio anche per quella di medico.
In fondo sto pienamente dentro le parole del Vangelo riferite ai Dodici: «E Lui li mandò a predicare il Regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,2).
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SIGNORE, VIENI!
Fin da quando mi sveglio, il mio primo pensiero è: Padre, donami il tuo Spirito; Figlio, donami il tuo Spirito; Spirito Santo, vieni! Al mattino, vieni! Al pomeriggio, vieni! A cena, vieni! Di notte, vieni! Quando lavoro, vieni! Quando m’interrompono cento volte, vieni! Quando studio, vieni! Quando sono stanco morto e mi chiamano, vieni! Quando sono irritato e sto per scoppiare, vieni! Quando sto già voltando le spalle, vieni! E anche quando ho ceduto e rinunciato alla tua sapienza, vieni! Ho bisogno della tua forza, ho bisogno dei tuoi pensieri, ho bisogno del tuo modo di amare, ho bisogno di accorgermi di essere amato da te, ho bisogno di essere libero come sei libero tu, ho bisogno di te: vieni! Io, temporale, ho bisogno di te, eterno, per vivere nel tempo con la libertà di chi appartiene più all’eternità che al tempo: vieni! Spirito Santo, sapienza del Padre e del Figlio, vieni, abita in me, comùnicati a me, fammi vivere alla tua maniera, in modo che, quando m’accade, minuto per minuto, ciò che la tua sapienza ha misteriosamente scelto per me, io non abbia incertezze, ti sappia riconoscere, ti sappia accogliere e ringraziare, perché dal mattino alla sera non fai che esaudire la mia preghiera e, nascosto in cento modi diversi e sempre nuovi, continuamente vieni.
Quelimane (Mozambico) dicembre 1985
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COLLOQUIO INTERIORE
Tutte le volte che offro una cena a storpi, ciechi o poveri, che non potranno contraccambiarmi, sarò beato proprio per questo, perché avrò fatto un gesto che è entrato nell’eternità, che rimarrà per sempre davanti a te e sarà rimunerato da te alla fine.
Quante cene ogni giorno posso offrire! Quanti servizi che non potranno mai essere ricambiati! Che meraviglia e che beatitudine essere inviati per servire i più poveri della terra! E quando offro un bicchier d’acqua per amor tuo? Non hai forse detto tu stesso che questo gesto rimarrà per sempre e riceverà una ricompensa eterna? Così pure quando facciamo l’elemosina, tutte le volte che diamo qualcosa che è nostro a chi ne ha bisogno – fosse anche solo il nostro tempo o la nostra attenzione o la nostra capacità professionale, tu ci hai insegnato che ciò equivale ad accumulare tesori nel regno dei cieli, che né la tignola consuma né i ladri possono rubare.
Tutte le volte che tu in qualche modo entri in una mia azione o pensiero o altra manifestazione della mia vita, tutto ciò si colora d’eterno ed è destinato a restare.
Quelimane (Mozambico) dicembre 1985
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A PADRE ANTONIO
Antonio, sono seduto sull’ultimo banco vicino alla porta laterale della chiesa della Sagrada Família, perché potrebbero richiamarmi dall’ospedale come hanno fatto appena adesso.
Mi ero messo prima nel banco più vicino a te, a lato del catafalco, dove tu riposi nella bara, perché volevo continuare a restarti vicino, a vederti bene fino all’ultimo.
Appena seduto mi hanno chiamato e così ora sono qui. Non ti vedo proprio bene, ma tra le teste che ho davanti posso scorgere in un unico sguardo il tuo volto e le tue mani incrociate che reggono la corona del rosario, mentre un poco più alto c’è il crocifisso di legno, infilato sotto il cingolo che cinge l’alba e la stola sacerdotale.
Quanti rosari avrai detto, Antonio, in questi mesi? Avevi fatto della poltrona la tua residenza, perché disteso a letto non potevi resistere al dolore e non riuscivi a respirare.
Volevi il rosario sempre vicino sui piedi del letto lì accanto, o sul comodino dall’altro lato, insieme al crocifisso. Io te li rimettevo vicino se per caso nei preparativi per disporti per la notte si fossero allontanati. E tu facevi sempre la prova, con la mano; li toccavi, per essere certo che di notte li avresti potuto afferrare e portarteli sulle ginocchia.
Io stavo lì, sorridendo, in piedi a guardarti, mentre controllavi se avevo misurato giusto la distanza, incorreggibile, ché non ti fidavi mai una volta di me. Tutte le volte però, mi chiedevi scusa a tuo modo della poca fiducia, lanciandomi uno sguardo di approvazione da sopra gli occhiali, e augurandomi la buona notte.
Durante i lunghi pomeriggi del sabato e della domenica passati assieme, specie nell’ultimo periodo, quando ormai ti costava molto parlare e i dolori erano più forti, ogni tanto prendevi il crocifisso e Gli davi un bacio. Non dicevamo nulla, nessuno dei due. Ma non era necessario parlare per capirci: non c’era bisogno che tu ti lamentassi né che io ti compatissi. Sapevamo già tutto tutti e due.
Me lo avevi scritto alcuni mesi prima, quando dovetti restare parecchie settimane a Mocuba per sostituire il chirurgo ammalato.
«Caro Aldo – mi dicevi – stamane ho tossito molto e col catarro è uscita una grossa boccata di sangue. Ho avuto la certezza che sono nel rettilineo finale della corsa, e ho baciato il crocifisso del mio tavolino; accetto tutto, anche la solitudine che ha voluto per me in questo tempo».
Ed ora, Antonio, che la corsa s’è conclusa, il crocifisso è lì con te, per restare a farti compagnia nella tomba, fino al giorno della risurrezione.
Per Lui è stato pure il tuo ultimo sguardo, prima di morire. In camera avevi un altro crocifisso, fosforescente, che era appeso sulla parete laterale dell’armadio, ai piedi del letto. Ma a letto non ci potevi più stare; allora mi chiedesti di metterlo sulla parete di fronte alla tua poltrona, per poterlo avere sempre davanti agli occhi. Bastava alzare lo sguardo per contemplarlo e riceverne la Sua silenziosa risposta.
Negli ultimi tre giorni che passasti con noi, la debolezza era tanta che non riuscivi più a sollevare la testa dal petto. Anche in questo particolare il Signore ti aveva voluto associare alla sua passione.
L’ultima notte restò a vegliarti padre Renato. Eri senza conoscenza da parecchie ore, respiravi a fatica, quando due o tre minuti prima delle undici di notte, all’improvviso sollevasti la testa e guardasti alcuni secondi davanti a te, proprio nella direzione del crocifisso, poi desti un gran respiro, reclinasti di nuovo il capo sul petto e moristi.
Io non lo so di sicuro, ma sento dentro di me che è vero: quello che vedesti con l’ultimo sguardo quaggiù sulla terra non era più il crocifisso di plastica fosforescente, ma lui, il Signore in persona, che era venuto a prenderti per mano per portarti nel suo Regno. Solo per guardare lui, mi posso spiegare come trovasti le forze per sollevare il capo, quando neppure riuscivo a drizzartelo per farti bere un po’ di acqua! Questo non l’ho ancora detto a nessuno, Antonio, ma a te lo posso confidare, ora che sei qui in chiesa, in mezzo ai ceri e ai fiori, per la veglia funebre.
Sono le otto e mezzo di sera, e la chiesa si sta riempiendo. Dalle due del pomeriggio gruppi di cristiani si alternano per pregare attorno a te, per te, «baba Antonio» che fondasti questa missione e che ora sei tornato per morire in mezzo a loro. Recitano il rosario in lingua locale e a ogni decina cantano uno dei tantissimi inni dei morti. Un canto lento, in minore, appena sussurrato, che solo a sentirlo è una supplica irresistibile.
Ora c’è un gruppo di donne che prega e Alvaro, il ragazzo che fa da sagrestano sta rinnovando le candele dentro i ceri grandi.
Dalla città stanno arrivando un po’ alla volta tutti i missionari, padri, fratelli e suore.
Non è certo stato un caso che tu sia morto proprio tra il primo e il secondo giorno della riunione semestrale di tutti i missionari della Zambesia, e tra i padri, fratelli e suore saremo su per giù centocinquanta.
Tu facesti la scelta di tornare in Africa per morire tra la tua gente e i tuoi fratelli, rinunciando a migliori condizioni di assistenza che avresti potuto ricevere in Italia.
Hai voluto concludere la tua vita offrendo per questa Chiesa locale l’ultima e più costosa di tutte le fatiche della tua opera di missionario In questi mesi non sei mai praticamente uscito di casa, eppure la tua pazienza, l’umiltà con cui hai vissuto la prova, l’abbandono con cui ti sei messo nelle mani del Signore hanno fatto della tua poltrona una cattedra di sapienza, e tutti ne abbiamo attinto! Il Signore ha voluto anche lui dare un segno che sei stato un servo fedele: hai accettato dalle sue mani la prova dell’abbandono interiore e dell’angoscia della solitudine, seppure circondato dal nostro affetto di fratelli, e ora ha scelto di chiamarti a sé alla presenza di tutti, come per darti gloria: da morto dovrai ricevere l’omaggio di una moltitudine! E non solo l’omaggio di un numero grande di persone, ma anche quello, ugualmente significativo, dell’autorità, che per noi religiosi fa le veci della presenza del Signore.
Sei stato assistito, nel momento della tua morte, da padre Renato, che è il nostro superiore regionale e in casa ci sono pure, di passaggio, il superiore provinciale d’Italia, padre Benini, e il segretario generale delle missioni di tutta la Congregazione, padre Bogaart. Anche loro sono qui stasera, con tutti noi, non solo per pregare per te, ma per renderti omaggio, per ringraziarti, per celebrarti, di fronte a Dio, perché nella prova della tua passione e della tua morte tutti sappiamo che hai vinto.
Ormai ci siamo tutti, e la chiesa è piena. Recitiamo il rosario, intervallando le decine con il canto e la lettura di un brano della Scrittura.
Guida la preghiera padre Damiano, il parroco della Sagrada.
Pochi minuti fa è arrivato da Maputo padre Bernardo, il più anziano del nostro gruppo di missionari, per partecipare al tuo funerale. E’ venuto fino accanto a te nella bara, tra i ceri e i fiori, ed è restato a lungo per guardarti, in silenzio. Io da qui sono un po’ lontano e lo vedevo solo di spalle, ma so che ha pianto mentre si chinava per baciarti! Sono più delle dieci ormai mentre cantiamo l’ultimo inno. Un po’ alla volta la maggioranza andrà a casa. Ma per tutta la notte resterà gente per pregare e farti compagnia. E’ già arrivato un gruppo di donne, avvolte in capulane e si è seduto in mezzo alla chiesa. Alcune si stenderanno per dormire sul pavimento, a turno, e le altre pregheranno, secondo il costume di qua. Questa è la seconda notte di veglia. Oggi è il popolo, ieri siamo stati noi della famiglia.
Appena spirasti, padre Renato mandò padre Leali, che ti vegliava con lui, a svegliarmi. Venni giù di corsa e tutti e tre ti lavammo e ti vestimmo, mentre un po’ alla volta tutti i padri presenti in casa scendevano giù.
Ti mettemmo sul letto e disponemmo la stanza in modo da poter sistemare molte sedie intorno.
Quando tutti fummo presenti, una quindicina, recitammo il rosario, guidati da padre Giovannino. Tu avevi un mazzo di corone in camera, di riserva, per i cristiani che venivano a chiederle alla parrocchia. Ne distribuii uno a ciascuno e alla fine rimasero con i presenti, a ricordo di te.
Poi il padre provinciale lesse e commentò alcuni brani del Vangelo di Giovanni. Rimanemmo su fin verso l’una. Era la notte fra l’11 e il 12 maggio.
Padre Renato continuò a vegliarti! Era la sua notte e non volle rinunciarvi.
Stamani, Antonio, è il 13 maggio, festa della Madonna di Fatima. È arrivata una lettera di padre Braga, da Lisbona, che ti saluta e dice che ti ricorderanno in modo speciale nella veglia di preghiera del 12 e nelle celebrazioni del 13 insieme alla moltitudine dei pellegrini uniti al papa. Non sa ancora della tua morte, e penso che dal cielo starai a sentire la sua preghiera per te.
Stamani sono andato presto all’ospedale per essere libero di arrivare in tempo per la solenne messa funebre presieduta dal vescovo. Povero dom Bernardo! Lo sai che nello stesso giorno in cui sei morto tu, moriva anche il suo fratello maggiore, annegato mentre attraversava in canoa un fiume? Viene per il tuo funerale e poi ripartirà subito per Macuse, dove all’una ci sarà la sepoltura del fratello.
Arrivo adesso, dieci minuti prima dell’inizio della messa. La chiesa è già piena e mentre tornavo dall’ospedale ho superato colonne di persone che si dirigevano alla parrocchia.
Il presbiterio è già gremito di padri: saranno una cinquantina, già tutti con l’alba e la stola.
In sagrestia non ci sono più camici, per cui dovrò rinunciare a concelebrare paramentato. Mi metterò al primo banco. Me ne dispiace molto, ma la nostra amicizia non bada a queste esteriorità. Poi invece viene padre Damiano e mi dà la sua alba! Lui metterà la veste talare bianca con su cotta e stola. Anzi, il cerimoniere viene a convitarmi a stare a fianco dei tre concelebranti principali, vescovo, padre Bogaart e padre Comi, in virtù di essere stato il tuo amico più intimo negli ultimi anni.
La tua bara, Antonio, è già chiusa e non incrocerò più il tuo sguardo fino al giorno della risurrezione. Manca ancora qualche minuto all’inizio della messa, e resto in silenzio, un po’ appartato a prendere coscienza del ruolo ufficiale che mi è stato assegnato: di esprimere in questa celebrazione eucaristica la nostra intima comunione degli ultimi anni.
Ti avevo incontrato per la prima volta da studente, in teologia, in uno dei tuoi passaggi per l’Italia. Pensavo già di venire in missione e subito sorse una simpatia reciproca.
Poi ti visitai a Pebane, nel ‘70, quando venni per la prima volta in Mozambico. Ero con mio fratello, ricordo, e tu ci accogliesti con quella ospitalità generosa e premurosa che ti aveva reso famoso dappertutto. Ci facesti mangiare aragoste e granchio di mare, ci portasti alla spiaggia lì vicino, ci facesti visitare le miniere di Morrua, ospiti del tuo grande amico Cabral. Andammo pure a fare una «battuta» di caccia notturna nella quale prendemmo non so più quante gazzelle. Ma quello che più impressionava in te, non erano le cose che offrivi ai tuoi ospiti, o le sorprese che facevi loro; era la sensazione di essere oggetto della tua simpatia compiaciuta. Per ultimo ci portasti personalmente in macchina fino alla nostra prossima tappa, a Mulevala. Avevi una Volkswagen, ricordo, e ti vantavi che con quella riuscivi a passare dappertutto come se fosse una jeep.
Nel ‘74 venni in Mozambico definitivamente e ci vedemmo parecchie volte. Ma l’incontro determinante per il nostro futuro fu quando venisti a passare la lunga convalescenza di una flebite a Songo, dove mi trovavo da quasi due anni, un posto molto fuori mano, in un’altra provincia, tagliato fuori dalla vita comunitaria della nostra congregazione. Quella della convalescenza penso oggi che fosse una scusa; il vero motivo era di venire a trovare un confratello isolato, anzi due, perché con me a quel tempo c’era anche fratel Giuseppe. Rimanesti circa un mese e furono giorni belli.
Poi rimasi solo soletto, per la partenza del fratello, e ritornasti di nuovo con padre Michele, questa volta senza più cercare motivi collaterali. Era solo per farmi un po’ compagnia.
Fu in quei giorni passati assieme che la nostra amicizia diventò comunione. Ci aprimmo l’animo a vicenda tutti e tre, nelle concelebrazioni, nella cappellina della «tenda verde», per mettere in comune il nostro desiderio di contemplazione.
A Songo di giorno la mia vita era movimentata, ma alla sera e di notte c’era modo di raccogliersi in pace e tranquillità. Combinammo perciò di fare una settimana di «esercizi spirituali serali».
Così come c’erano le scuole serali, per chi lavorava di giorno e qua e là sorgevano le prime università notturne, pensammo che potevamo ben fare un corso di esercizi notturni.
Cominciavamo all’ora di cena, quando tornavo dall’ospedale e restavamo a pregare fino alle undici e mezzo.
Celebravamo la messa commentando prolungatamente il Vangelo e poi rimanevamo a fare adorazione o a leggere insieme e meditare qualche brano di Scrittura.
Li facesti conoscenza e entrasti in pieno in quel gruppetto di padri e suore amici tra noi, che sentivamo il richiamo della contemplazione, ma che non potevamo abbandonare lo stato di vita in cui ci trovavamo.
Avevamo pensato di costituirci in comunità, e, dato che era impossibile unirci fisicamente, decidemmo di formare una comunità in spirito e dilatammo le mura del nostro convento a quanto era grande il mondo! In tal modo anche il convento diventava unico.
Al momento di separarci, ventilasti l’idea che alla prossima riunione plenaria della nostra congregazione, quando si sarebbe discusso di scegliere qualcuno per venire a Songo con me, ti saresti potuto offrire, tanto, dicevi, erano ormai diciotto anni che stavi a Pebane, ed era già tempo di cambiare. Diciotto anni... se tanti anni potevano essere un motivo, lo erano più per restare che per partire! C’era là tutta la tua vita, le tue amicizie, le tue opere, i frutti delle tue semine.
Ormai avevi deciso e quando ti risolvevi eri come Napoleone: «di quel sicuro il fulmine tenea dietro al baleno». Cioè bruciavi tutte le tappe intermedie! Passarono pochi mesi e arrivasti, ancor prima del tuo telegramma. Mi ricordo ancora! Erano le undici e mezzo di notte del 16 ottobre 1978. Quella sera avevo appena ascoltato per radio l’elezione del nuovo papa Giovanni Paolo II.
Avevi convinto padre Lionello a fare il viaggio di notte da Tete. Lui doveva fermarsi a Marara, in verità, ma tu con la tua irresistibile forza di persuasione gli avevi fatto fare altri 75 chilometri per arrivare su da me.
Venendo a Songo avevi stabilito due linee fondamentali, alle quali volevi restare fedele, costasse quel che costasse: quella di fare comunità d’orazione con me, di aspettarmi per fare tutto in comune e quella di puntare tutta la tua attività missionaria degli anni che restavano nell’unione con Dio e nell’offerta! Sei stato veramente eroico, Antonio, ad aspettarmi, sempre, tu, che per temperamento volevi costantemente anticipare. Per esempio, ti ricordi? Avevamo messo la celebrazione dell’eucaristia alle 18,30, ma se per caso arrivavo a casa verso le sei, resistevi al massimo fino alle sei e un quarto e poi cominciavi a mettere la tovaglia, e il vino nel calice. Molte volte invece non tornavo per le sei e mezzo, e allora tu aspettavi. Mi attendevi per tutto, per pregare, e anche per mangiare. Pranzo e cena a Songo non hanno mai avuto un orario. L’orario era «quando tornava Aldo!». Avevamo un cuciniere che era una meraviglia, buono, onesto, bravo e fedelissimo: si chiamava «Assado» (in italiano sarebbe «Arrosto»). Ti voleva un gran bene, in risposta a quello che gli volevi tu! Diceva «O Senhor Padre António é o meu Pai». Eseguiva a puntino tutte le tue ricette! Sapevi quello che mi piaceva in modo speciale e me lo facevi trovare. «Con quello che lavori devi mangiare, caro Aldissimo», e mi buttavi nel piatto sempre qualcosa in più.
Se tardavo ad arrivare a pranzo andavi a dormire e poi ti alzavi per pranzare con me.
E così per la preghiera. Tutto il breviario per intero, senza mai ometterne neppure un salmo, tutti i giorni, senza eccezione, tutto insieme, in coro, possibilmente in cappella, nella tenda verde, col Santissimo esposto. A questo ci tenevamo come alla pupilla dei nostri occhi, perché ci consideravamo una comunità di vita contemplativa. Ti ricordi, Antonio, quante volte ne parlammo? Da tante parti nella congregazione s’era alzata la voce e la preghiera perché si cominciasse qualche comunità contemplativa scj. Perfino il Fondatore ne aveva avuto a lungo il desiderio, ma senza mai realizzarlo. Così pensammo di cominciarne una noi di fatto. Certo, secondo i limiti imposti dalla mia vita in ospedale. Ma ciò non era un ostacolo reale. Anche i monaci avevano le ore di coro e di adorazione e quelle di lavoro! Chi in casa, chi nei campi, chi in biblioteca, chi in officina, chi nelle stalle. Non è il caso di meravigliarsi se ora un monaco andava a lavorare in ospedale. L’altro monaco, che eri tu, restava a lavorare in casa, a preparare il mangiare, a mettere in ordine il giardino, a praticare l’accoglienza degli ospiti, a leggere, a studiare, a scrivere e a pregare.
Noi ci credevamo sul serio e di fronte al Signore ci sentivamo una vera comunità di vita contemplativa. E quale fu la nostra gioia quando ricevemmo una lettera del vescovo di Tete, don Paulo, che ci incaricava ufficialmente d’essere nella diocesi sua, una comunità di preghiera, impegnata con l’orazione per tutte le necessità della costruzione del regno di Dio. La nostra vita di preghiera a Songo, oltre che alla fedeltà all’ufficio divino in coro, aveva un altro punto attorno al quale andavano tutti i nostri interessi: l’adorazione dopo la cena del venerdì fino alla mezzanotte. Erano tre ore o poco più di preghiera attorno all’eucaristia, messa sul tavolino della stanza di soggiorno, trasformato in altare, con le tovaglie bianche, orlate di pizzo, i corporali di lino, il centrino per i fiori e quello per il cero, e il cero stesso! Tutte offerte di anime che erano in comunione con noi e che in spirito erano presenti al venerdì notte.
Era l’appuntamento di preghiera tra tutti noi sparsi nel convento del mondo, che al venerdì sera ci davamo appuntamento attorno a Colui che era il cuore del mondo.
Tu, Antonio, avevi fatto addirittura disegnare un quadro con i nomi di tutti e i luoghi dove vivevano. Avevi coinvolto anche numerose suore di clausura e no, sparse per il mondo, con le quali eri in corrispondenza spirituale.
E il venerdì sera era veramente solenne. Quasi sempre c’era un ospite con noi! I padri comboniani della missione, poi le suore, che arrivarono nell’ultimo anno e ricevettero una casa proprio di fronte alla nostra, e padri e suore di passaggio che venivano a riposarsi un po’ a Songo. Una volta o l’altra veniva anche qualche semplice cristiano.
E da bravi monaci amavamo anche il gregoriano. Tu, Antonio, eri un cannone nel canto. Fin da studente in teologia eri nel coro e mi raccontavi di quando andavate in cattedrale e nelle varie parrocchie in occasione di grandi solennità a cantare in gregoriano.
A Songo avevamo tre «Usualis» e spesso cantavamo qualche brano, o meglio tu cantavi e noi ti venivamo dietro! «Christus pro nobis factus est oboediens»! Questo era il prediletto. E poi i vari inni eucaristici, tra cui il tuo preferito «Jesu dulcis memoriae». L’altro classico, amatissimo da tutti era il canto delle «Litanie dei santi», completo di tutti i Responsorii, che durava più di venti minuti. Ci tenevamo molto perché i santi erano per noi fratelli vivi, presenti, a loro ci univamo per lodare il Signore, e l’invocarli era un po’ come quando si allunga una mano al buio per rassicurarci, toccandolo, che il nostro vicino, accanto a noi, è ancora lì! A proposito di canto gregoriano, ti ricordi, Antonio, la veglia pasquale del ‘79, all’epoca in cui avevano chiuso la chiesa a Songo e avevano proibito ai cristiani, minacciandoli, di venire a pregare in casa nostra? Eravamo solo noi due, le suore non erano ancora arrivate, e i padri erano andati in altre comunità dove c’era rimasta una chiesa aperta.
Potevano proibire sì di avere fedeli alla veglia pasquale, ma non potevano proibirci di celebrarla con la massima solennità.
Verso le undici di notte ci ritrovammo noi due nel giardino dietro casa. Facemmo un fuoco, e da lì accendemmo il cero e poi in processione entrammo nella cappellina cantando nel gran silenzio della notte che ci avvolgeva sull’altipiano di Songo. Alla sola presenza della luna, «Lumen Christi!», ogni volta alzando di mezzo tono. 0 almeno tu mi assicurasti di aver alzato di mezzo tono ogni volta, perché col mio poco orecchio non ero in grado di controllare! Entrammo al buio col cero in mano nella nostra «Tenda Verde» e lì accendemmo le luci. Subito dopo cantasti a voce spiegata l’«Exultet»! Leggemmo tutte le letture riportate, senza saltarne nessuna, intervallate dai responsorii. E poi il «Gloria – il Vangelo – l’Alleluia – Le Litanie del Santi il Sanctus – il Pater Noster – l’Agnus Dei – fino all’Ite Missa est, alleluia alleluia».
Uscimmo dalla cappella alle due, e la luna sembrava stare ad aspettarci, proprio di fronte alla porta che dava sul prato. Senza saperlo aveva rappresentato tutta la comunità cristiana di Songo, impedita di partecipare alla più solenne celebrazione della veglia che fu fatta sulla terra per la pasqua del ‘79. Neppure a Solesmes o a S. Pietro in Roma potevano averci superato nella solennità. Solo nel numero dei presenti potevano averci superato, e non sono sicuro nemmeno su questo, perché proprio per essere stati costretti a non avere nessuno, avevamo celebrato in comunione assolutamente con tutti.
Un’altra dimensione vissuta in pieno a Songo era lo spirito di famiglia e di fraternità. C’erano, oltre a noi, i padri comboniani, che avevano la responsabilità della Missione e di quella dei territori vicini, che si riunivano spesso in casa nostra e quasi tutti i giorni concelebravamo insieme. Poi nell’ultimo anno vennero le suore Figlie del Calvario, che ricevettero la casa vicino alla nostra e con le quali pregavamo tutti i giorni e mangiavamo insieme al sabato e alla domenica. E poi c’erano gli ospiti.
Il Signore ci ha benedetti sempre dall’inizio alla fine, inviandocene quasi senza sosta qualcuno: padri e suore un po’ da tutto il Mozambico... Con tutte queste persone celebravamo l’eucaristia, commentando le letture, aprendo a vicenda i nostri cuori e facendo insieme le ore sante del venerdì.
Tu, Antonio, eri un po’ il nostro patriarca, con la tua umiltà e la tua fiducia nell’amore di Dio. Dopo una vita spesa nella costruzione della chiesa di Dio in Mozambico, dicevi sempre che guardando indietro ti pareva di non aver fatto nulla e che volevi approfittare degli ultimi anni per penetrare nell’intimità con Dio, per concentrarti nel fare ciò che veramente è eterno e per affidarti alla sua misericordia. Ti sentivi estremamente povero, e allora ti consolavi offrendo le preghiere, le buone azioni, l’amore di tutte le anime consacrate, specialmente di quelle, ed erano tante, con le quali eri in comunione esplicita e in corrispondenza. Quante volte hai ripetuto questo pensiero! C’era, cogli ospiti, anche un altro aspetto: quello dell’accoglimento, in cui tu eccellevi, anzi eri davvero un carismatico! Il nostro cuoco Assado poi era lo strumento docile e eccellente che realizzava tutte le tue idee. A tavola eri il conduttore con tutte le specialità gastronomiche colle quali ci sorprendevi e ci rallegravi. Ben avevo ragione io quando ti dicevo, e tutti concordavano con me, che avevi il dono speciale dell’«Architriclinitas»! A Songo rimanemmo insieme quasi due anni, poi sopraggiunsero tutte quelle difficoltà per il mio lavoro, che mi condussero a chiedere un anno d’interruzione per aggiornamento e il trasferimento a un altro ospedale. Fu veramente un voltar pagina nel libro della vita, la nostra uscita da Songo. E per te fu l’inizio dell’ultimo «capitolo». Pochissimi mesi dopo ci fu la scoperta della presenza di un «tumore» ai polmoni.
Tra noi c’era il patto assoluto della verità, e io ti rivelai tutto, secondo il tuo desiderio. Ci ritrovammo a Bologna, la sera del 22 settembre dell’80: venivi da Andria col treno per farti ricoverare in ospedale a Bologna.
Il giorno dopo facevi cinquant’anni di professione religiosa. Andammo a celebrare al mattino presto nel convento delle clarisse di Bologna: uno di quei tanti conventi in cui si divideva il nostro grande convento del mondo! Lì facesti la consacrazione di ciò che avresti cominciato ad affrontare quel pomeriggio ricoverandoti in ospedale, quasi un ripenetrare a un livello di coscienza e di donazione più alto e consapevole, in una modalità nuova, e in certo senso definitiva, l’offerta pronunciata e mai ritrattata, di cinquant’anni prima.
All’ospedale cominciò il lavorio di purificazione della sofferenza e dell’oblazione cosciente. Il tuo modo di fare ed esprimerti cominciò a mostrare sempre più sensibilmente ciò che voleva dire concentrarsi sull’unico necessario. Era iniziata la lunga attesa, e la lunga veglia per l’arrivo del Signore a metà della notte.
In un modo nuovo vivevi la situazione del discepolo di Cristo, che è nel mondo ma non è più del mondo.
Noi che ti accompagnavamo giorno per giorno, ci rendevamo conto che ormai i tuoi occhi vedevano la vita e le cose che costituiscono la vita quaggiù con occhi differenti dai nostri. L’oggetto dei tuoi pensieri e dei tuoi interessi era ormai l’eternità. Pur così, sentivi il dovere interiore di fare il possibile per prolungare la tua vita sulla terra. Volevi aggiungere quel po’ di supplemento di vita per poter continuare ancora la nostra comunità di contemplazione e per permetterti di tornare in Mozambico e finire da missionario in missione la tua vita.
Ti sottomettesti a quelle cure, per tanti aspetti così terribili, che «scuotono la casa dalle fondamenta».
Frattanto si avvicinava il giorno del mio ritorno in Mozambico, e tu dovevi continuare ancora le dosi di antiblastici. Andai in Etiopia per un mese, a partecipare a un corso di chirurgia della lebbra. Appena tornato a Bologna, andai a casa a lasciare la valigia e venni a trovarti all’ospedale. Avevi fatto da un’ora la seconda dose di un nuovo farmaco e stavi salutando due missionarie che erano venute a trovarti. Rimanemmo da soli e io avevo da raccontarti un mucchio di cose dell’Etiopia.
Dopo pochi minuti cominciasti a sentirti male, a essere scosso da brividi violenti, e assalito da febbre altissima. Il respiro si fece affannoso, e sentisti sul viso il soffio della morte.
Andai a chiamare i medici e rimasi lì alcune ore ad assisterti finché cominciasti a riprenderti.
Raccontasti poi di come fu delicato il Signore a farmi tornare proprio in quel momento, in modo da essere lì in quel frangente terribile in cui credesti di morire, per darti il conforto della presenza di un cuore di fratello.
Poche settimane dopo dovetti partire e quando ti salutai ti guardai come si guarda una persona che probabilmente non si vedrà mai più.
E invece..., invece i mesi passarono e il 16 ottobre ‘81 sbarcasti a Quelimane.
Tornavi a vivere con me proprio nello stesso giorno in cui arrivasti a Songo quella notte con padre Lionello.
Riprendemmo la nostra vita di monaci, all’interno e in comunione con la comunità più grande di cui facevamo parte.
Preparasti una nuova cappellina nella vecchia casa della Sagrada, un posto dove si potesse pregare bene.
Avevi comprato in Italia un piccolo ostensorio e una riproduzione in grande del volto di Gesù della Sindone.
Facesti fare da un falegname un tabernacolo a forma di capanna, sullo stile di quello che avevamo a Songo, e in segno di continuità con la cappella di Songo, mettesti dietro al Signore un drappo di tessuto di quella tenda verde.
Due suore che andavano in vacanza in Spagna promisero di completare l’arredamento: irmã Paquita portò una statua di legno della Madonna col Bambino, e irmã Maria il crocifisso.
Eravamo contenti, ma dopo tre settimane dovetti partire da Quelimane per andare a rimpiazzare il chirurgo di Mocuba. In due riprese restai via più di due mesi e mezzo. Passammo così lontani l’avvento, l’anniversario della mia ordinazione, il Natale, e l’anno nuovo, tutte ricorrenze che usavamo celebrare con grande solennità.
A un certo punto mi scrivesti che ti sentivi vicino alla fine e io ti risposi di aspettarmi, per favore! Mi aspettasti di fatto e vivesti con me ancora tre mesi e mezzo. A partire dal mio ritorno cominciasti la parabola discendente... Mi confidavi che ti sentivi venir meno le forze, e aumentare il dolore al torace. Poi cominciò la sensazione di mancanza d’aria, e la necessità di espettorare quel catarro che sentivi accumularsi nei bronchi.
Un giorno, nello sforzo di espellerlo, raschiando la gola, perdesti la voce. Ma la prova più dura mi confidavi che era la sensazione di solitudine, e quella dell’assenza di Dio. La mia presenza ti dava conforto, e cominciai a vivere tutte le ore che passavo in casa, accanto a te. Restavi quasi sempre nella casa di soggiorno, dove c’era più luce e più aria, perché in camera tua ti sentivi chiuso e soffocato.
C’era, accanto alla tua poltrona, un divano. Facevo lì il sonnellino della siesta, lì studiavo i casi difficili da risolvere e le operazioni da fare. La posizione sulla poltrona, dopo due o tre ore, risultava scomodissima e dovevi alzarti. Andavi a sederti alla scrivania e anch’io ti seguivo.
Il sabato pomeriggio e la domenica li passavamo per intero insieme, se non mi chiamavano all’ospedale.
Io scrivevo lettere e tu approfittavi del mio esempio per scriverne tu pure. Se non c’era il mio «contagio», dicevi che non riuscivi a vincere la svogliatezza, che ogni giorno diventava sempre più globale. Ben presto il tormento di restare seduto in poltrona per tempi sempre più lunghi, perché non avevi più forza per alzarti – e per di più rimanevi senza fiato per qualche minuto se ti spostavi – diventava dominante.
Di notte non riuscivi a dormire che tre o quattro ore, poi la scomodità vinceva il sonno.
Allora, alle due e mezza, ti alzavi e andavi in cappella; lì pregavi da solo nel silenzio della notte e aspettavi che io scendessi per recitare il breviario e celebrare insieme la messa. A un certo punto i dolori erano diventati così forti che non potevi più resistere senza le pilloline. Ma queste ti davano sonnolenza... Prima le prendevi verso le cinque, poi dovesti cominciare verso le tre e mezzo, quattro. Cercavi di resistere al sonno, e non mi hai mai detto nulla per non costringermi ad alzarmi nel cuore della notte. Poi un giorno ti addormentasti durante la messa e aspettai per cinque o dieci minuti che ti svegliassi per pronunciare le parole della consacrazione e per fare la comunione. Ci rimanesti molto male, mi chiedesti scusa e non volevi comunicarti perché non ti sentivi presente. Poi ti convinsi, dicendoti che il cuore di Dio era più grande anche del sonno. Ma da quel giorno capii che dovevamo concelebrare un’ora o due prima.
Le ultime settimane furono proprio una copia fedele della trappa, con l’ufficio e la messa mentre il resto del mondo dormiva. Una gioia speciale la provai la domenica di Pasqua. Certamente la nostra fu la prima liturgia dell’aurora a essere celebrata sulla terra nel nostro fuso orario, dalla Finlandia fino all’Antartide. Le nostre due bocche furono le prime, tra i viventi sulla terra ad annunciare l’avvenuta risurrezione del Signore! Nelle settimane dopo Pasqua la tua croce divenne molto pesante. Parlavi apertamente di agonia ed era vero. Ma anche la grazia del Signore era proporzionata al peso che portavi. Non ti lamentavi e non eri impaziente. Il viso non tradiva il dolore.
Solo la mano sinistra non poteva trattenersi dal comprimere ogni tanto il petto dove il dolore era più forte. Io ti guardavo e tu mi dicevi: Sta dando delle grandi zampate! Cercavo di farti coraggio dicendoti che il Signore ti voleva associare alla prova del dolore della sua flagellazione, e tu cercavi di minimizzare, ma sapevi che in fondo era vero e distoglievi lo sguardo da me per guardare il crocifisso di plastica che mi avevi fatto appendere di fronte alla tua poltrona.
Desideravi che il Signore facesse presto a venirti a prendere, ma mi confidavi che ogni giorno in più riconoscevi che era una sua grazia, perché ti prolungava la possibilità di adorarlo e di compiere la sua volontà, di presentare a lui le preghiere e le opere buone delle anime consacrate e di tutti i santi, perché di fronte a lui e al suo imminente arrivo ti sentivi totalmente spoglio e povero.
«Prega per me, Aldo, – mi dicevi – perché rimanga fedele fino alla fine! E’ molto duro in questa solitudine in cui mi ha lasciato».
Nelle ultime settimane avevi letto la vita di santa Teresa d’Avila del Papásogli e ti era piaciuta immensamente. Era una delle nostre grandi amiche già ai tempi di Songo e ora quasi veniva a rendersi presente per accompagnarti nell’ultima prova. Ora che sei morto la potrai vedere e parlarle faccia a faccia. Anzi vorrei raccomandarti di salutarla a nome mio.
Negli ultimi giorni mi dicevi: «Aldo, stammi vicino, non abbandonarmi». «Stai tranquillo, sono sempre con te, Antonio. Anzi, dobbiamo essere d’accordo che la nostra comunità continuerà anche dopo».
Mi prendesti la mano nella tua e la stringesti con forza: «Certo, ma certo, ma certamente... anzi sarà più profonda di ora,...».
Antonio, ecco mi fanno cenno di uscire col vescovo, per la Messa. Dom Bernardo è appena tornato da casa dov’è andato a consolare la mamma.
Mentre il vescovo si veste all’altare, la chiesa è strapiena e sembra una sola persona che canta un lamento per te al Signore. La tua bara è già chiusa, Antonio, circondata di ceri e di fiori e sopra c’è una corona, offerta dalla comunità della Cattedrale.
La gente è assiepata in ogni canto e ti circonda col suo affetto e colla sua preghiera. Tu fondasti questa parrocchia tanti anni fa, e ora i tuoi figli sono venuti ad accompagnarti al Padre.
Fra i tanti c’è pure il comandante militare della Zambesia, che anni fa fu il primo governatore di questa provincia. Quand’era bambino era alunno nella scuola della Sagrada e tu eri il superiore. Pur non essendo cristiano è venuto pure lui a renderti omaggio e a ringraziarti.
Dom Bernardo nell’omelia ti ringrazia per aver voluto tornare seppure malato, per morire quaggiù in Mozambico, in mezzo a coloro che hai amato. E nella sua qualità di pastore interpreta come un segno di gradimento da parte di Dio, una sua risposta pubblica che ha dato a te di fronte a tutti questi funerali alla presenza di tutti i missionari della Zambesia.
Centinaia e centinaia di persone fanno la comunione e i canti si susseguono ai canti.
Usciamo di chiesa. Facciamo a gara a portare la tua bara. La tinta è ancora fresca e ci lascia a tutti un segno di vernice nera sulle mani.
Sul sagrato e tutt’intorno sulla strada è pieno di macchine e jeep. C’è perfino un camion o due. Si riempiono tutti in un attimo e pur così una folla enorme resta a piedi. Il cimitero è a tre chilometri, e, senza paura, sotto il sole caldo del mattino, tutta questa gente si avvia cantando, accanto, davanti e dietro il carro funebre.
Ti deponiamo in chiesa a Coalane, di fronte al cimitero. Il vescovo recita le esequie, e poi di nuovo il canto.
Ti portiamo fin sull’orlo della fossa.
Si fa un grandissimo silenzio. Si sente solo la voce del vescovo che prega per te a nome di tutti, a un piccolo altoparlante.
I canti sono cessati. Ma prima di calarti, un gruppo di padri, i migliori cantori sacri tra noi, ti vogliono fare l’omaggio, da colleghi a collega, del più bel canto funebre che sanno: un «De Profundis» a più voci.
La tua salma è pronta per rientrare nella terra, per attendere il giorno della risurrezione, e attende in PACE.
Tutti noi taciamo, immobili nella spianata del Cimitero.
Il silenzio è così grande che si sente il fruscio del rami delle grandi palme da cocco che si stendono all’intorno a perdita d’occhio. I padri cominciano questa supplica a nome di tutti per te al Signore. Solo pochi capiamo le parole in latino del canto. Ma tutti siamo commossi profondamente, perché ne capiamo senza traduttori tutto il significato. Poi, di nuovo, solo le palme si odono.
Il vescovo benedice la tua salma e poi la fossa. Si sentono i primi tonfi sordi delle manate di terra che cadono sul legno della tua bara e ricomincia il canto.
Cantano tutti, a lungo, finché tutta la tomba è composta e pulita.
Ma non è più un canto funebre; è un canto di gioia, perché Cristo è risorto, e a te pure, Antonio, ormai non resta più altra cosa da compiere che risorgere con lui, per la gloria, nell’ultimo giorno.
Quelimane (Mozambico) 22 maggio 1982
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QUANDO SPUNTA LA LUNA DAL MARE Il sorgere della luna dal mare è solo un episodio, forse il più bello, dei tanti nascere di luna a cui ho cominciato a prendere parte, da quando vivo nell’emisfero sud.
Per dire qualcosa di quando spunta dal mare, è necessario prima che confidi qualcosa dello «sfondo spirituale», cioè del mondo interiore che questo spettacolo evoca in me, dei colori emotivi, che forse filtrano e rendono più belli e appassionati i colori naturali e l’incanto del silenzio in cui di solito appare nel cielo la luna.
Il primo ricordo e il primo amore è dei tempi di Kalongo in Uganda, quando ero ancora fresco fresco d’Africa.
Vivevo in una casetta con l’entrata rialzata da terra di alcuni gradini, su cui c’erano perennemente alcune sedie con i bracciuoli di legno e paglia, tipiche di tutte le latitudini africane; troppo spartane per essere chiamate poltrone, e troppo comode per rientrare nell’umile categoria delle seggiole.
Il ripiano guardava verso est, sulla savana, che noi vedevamo per una immensa estensione, poiché la casa si trovava sulle pendici di una collina di lava che dominava l’ospedale.
Si passavano lì i dopocena, a guardare la pianura e il cielo colle stelle, e a chiacchierare.
La conversazione si protraeva di proposito fino a quando si fermava il motore della luce. La casamatta col generatore era a meno di cento metri dalla nostra abitazione e faceva un rumore molto violento. Ma la sua uniformità lo mimetizzava nella nostra coscienza. Diventava parte dello sfondo e non ci si badava più.
Quando il fratello della missione spegneva il motore, accadevano due fatti contemporanei, le cui bellezze si sommavano, dando un risultato enormemente più entusiasmante della semplice somma dei due eventi.
Il primo era l’apparire del silenzio: il motore rallentava, si attutiva, e in pochissimi secondi taceva definitivamente.
Prorompeva allora in tutta la sua vastità e regalità il silenzio della notte. Era qualcosa di maestoso, di sovrano, che in un attimo invadeva lo spazio fino all’orizzonte.
Ogni sera, quando accadeva, capivo sempre più che esso era ben altra cosa che non la semplice assenza di rumore. Era una presenza, un qualcosa di positivo, di maschile, che aveva una dimensione spaziale coincidente con l’universo. Verso l’alto si estendeva senza limiti, o confini, o interruzioni, fino alle stelle. Un maschile che si sposava, in nozze d’amore, con la notte, femminilissima e affascinante.
Il secondo fatto che accadeva in contemporanea con l’apparire del silenzio era l’accendersi, anch’esso istantaneo nel suo insieme, ma progressivo nella sua intensità, delle stelle del cielo. Apparivano di colpo, e man mano che l’occhio si abituava all’oscurità, crescevano di luminosità e di numero, apparendo fino alle più tenui, presenti appena sopra l’orizzonte. Per ultima appariva vaga e indistinta la savana, sterminata, nel tenue chiarore del firmamento.
Per una settimana al mese lo spettacolo si arricchiva di un terzo avvenimento: il nascere della luna da dietro l’orizzonte. Il giorno del plenilunio essa nasceva in un cielo troppo luminoso per essere splendida. Ma già il secondo giorno l’oscurità era sufficiente per distinguere il chiarore che ne precedeva il sorgere. Ma nasceva nel rumore.
Solo quando ormai era calante, la luna poteva spuntare in tutta la sua gloria di vera regina, attorniata dalla corte dei suoi vassalli: il silenzio e la notte.
Era di colore rossiccio, enorme, con la parte oscura, non di lato o di tre quarti, come alle latitudini temperate, ma adagiata nella parte superiore del suo cerchio.
All’ultimo quarto, la linea di confine tra luce e ombra era orizzontale e la luna pareva una imbarcazione arcana e misteriosa, che portava con sé un imperscrutabile passato, fatto di un numero senza fine di millenni.
La natura pareva trattenere il fiato, e io ero colpito dal contrasto tra l’immensità dello spettacolo e la semplicità estrema dell’avvenimento, messa così bene in risalto da quel sovrano silenzio senza confini.
Questo avvenimento del sorgere della luna, ripetuto e vissuto con sempre crescente partecipazione ed entusiasmo, mi ha accompagnato anche in altri paesi, e di fronte ad altri panorami.
Ad un certo punto sentii che non potevo più tenere inespresse queste sensazioni e dopo aver assistito a Mocuba a una serie di albe di luna in solitudine, dal terrazzo sopra la casa della missione dei cappuccini, dove salivo uscendo da letto, nella casa già addormentata, scrissi questa poesia:O quarto di luna calante!A sedici gradi di latitudine sudla mezzaluna d’agostospunta dall’orizzonte alle dieci e un quarto di notte.
È rossa, quando appare,e tagliata a metà:si vede soltanto il mezzo cerchio di sotto.
Dal terrazzo,nel gran silenzio, la stavo a contemplare!Mi faceva un’impressione strana,esotica,inattesa,l’apparire, per prima cosa, sopra le cime degli alberi lontani,di quel sottile tratto rossiccio,orizzontale.
Provavo un sentimento singolare, che mi piaceva immaginare somigliante a quello di un remoto, antichissimo, sacerdote pagano,che, agli inizi del mondo,si apprestava a rendere il suo preistorico omaggio alla luna.
Quell’antico mi affascinava,adesso,ancor più della luna.
Perché?Avrei voluto fermarla, là, all’inizio del suo apparire,per aver tempo di assaporarequello stranissimo sorgeredi una cosa piatta nel cielo.
E l’antico, al mio lato…La luna, in silenzio, saliva.
Un avvenimento così meravigliososenza il minimo suono!E la valle, cogli alberi scuried i monti lontani,a tacere…Anche il vento si era posato.
Io avrei voluto gridare,o dire qualcosa,svegliare chi stava a dormire.
Ma l’antico al mio fianco,immobile,mi attirò l’attenzione.
Stava in silenzio,come il cielo, nel quale la luna continuava a salire,come il bosco ed il ventoed i monti lontano.
Sì,celebrava la sua liturgia.
Abbracciava la luna e il silenzio,i monti, la valle ed il cielo,mentre, senza parole,stava a offrirein silenzio,il silenzio… Questo è lo sfondo spirituale che vive in me quando vedo nascere la luna dal mare.
Sulla spiaggia non c’è un silenzio completo: si sentono le onde infrangersi sulla sabbia. Ma è un rumore naturale che risuona nel silenzio.
L’esperienza più bella è nei mesi caldi, quando di notte la temperatura rimane abbondantemente sopra i trenta gradi e l’acqua è tiepida, forse più calda dell’aria.
In questo contesto la cosa più spontanea è fare il bagno in mare. La spiaggia di Zalala, presso Quelimane, è piatta: entra nel mare impercettibilmente e per più di cento metri l’acqua arriva al ginocchio.
Il chiarore delle stelle permette di distinguere la linea dell’acqua sulla sabbia.
Sopra il capo le grandi stelle del sud brillano come enormi gioielli, diamanti sparsi da un munifico seminatore con un largo gesto della mano attorno all’immensa strada della via Lattea, che attraversa il cielo da un capo all’altro.
Entro nel mare, e quando le ondine mi arrivano alle caviglie, il movimento delle gambe fa nascere nell’acqua dei puntini luminosi, che hanno l’intensità di una lucciola, ma sono più piccoli. Sembrano quasi le faville che escono da un ceppo acceso nel camino. Durano un tempo breve, forse meno di un secondo, ma sono numerose. Allora corro nell’acqua, pesto i piedi per produrre schizzi: e il loro numero aumenta, come quando con il ferro si attizza il fuoco. Corro verso il mare, e quando l’acqua mi arriva un po’ più su, mi immergo, muovo le braccia, mi giro e rigiro, ed ecco che queste stelline mi coprono le braccia, le spalle, e divento anch’io per brevi istanti, che i movimenti rinnovano continuamente e prolungano a misura del mio desiderio, vestito di brillanti, come il cielo sopra di me.
Mi giro verso il largo: il buio comincia a schiarirsi, in un punto del mare. Le stelle sull’orizzonte si affievoliscono per un tratto sempre più vasto di cielo.
Mi fermo e rimango a guardare, galleggiando in silenzio nell’acqua. Ecco, spunta la curva superiore della luna. E’ enorme, rossiccia. Sale lenta, ma decisa. Nasce in me un sentimento strano. Mentre l’aspetto, nell’attesa c’è quasi un dubbio: sorgerà stanotte la luna? Non che possa non sorgere, ma l’incertezza sul momento esatto fa scivolare inconsciamente l’incognita che avvolge l’istante preciso, sull’incognita, di per sé irreale, eppure presente nel fondo dello spirito, del suo avverarsi.
Mi colpisce, allora, e mi rincuora, quel senso di determinazione che colgo nel salire deciso, senza incertezze, sicuro e inesorabile, della luna nel cielo. Molte volte ci sono sottili fili di nubi sopra l’orizzonte, che la oscurano momentaneamente, eppure non sono capaci di fermarla. Senza rallentare, essa le supera e guadagna il cielo aperto.
La gioia e la consolazione che ciò mi dà mi fa perdere il momento esatto in cui da rossiccia diventa bianca. Ma ciò non importa, perché subito un altro messaggio mi arriva da lei. È il suo riflesso sull’acqua. Alta di pochi gradi sull’orizzonte mi guarda silenziosa, e invece di parole, mi lancia il suo raggio. Il mare me lo porta, come uno strascico di luce. È vivo, tremolante, luccicante. Mi segue dovunque mi sposti: quel messaggio, non c’è dubbio, è per me. Anche se mi giro a guardare la riva, rischiarata da quella luce bianca, io vi rimango dentro, e la spiaggia stessa lo sa: la mia sagoma si disegna nitida in controluce sul suo sfondo.
Ormai la luna è alta nel cielo. Posso vederla anche sdraiato sull’acqua. La osservo nel contesto del firmamento. Sono rimaste accese solo le stelle più grosse. Rimango a contemplare fino alla sazietà, sempre immerso nel bianco riflesso. Poi esco. Risalgo sulla riva. La bassa marea ha lasciato scoperto un vastissimo tratto di sabbia levigata come un vetro. È bagnata e lucente. Mentre cammino la guardo. E piena pure lei di stelle, che vi si specchiano nitide. Mi pare di avere un altro cielo sotto i piedi, e io vi cammino sopra e nel mezzo, senza sprofondare! Che bello camminare così fra le stelle: anch’io, in fondo, sono come loro cittadino dell’intero universo ...
Natale 1991
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RICORDI D’OSPEDALE
Esco dal refettorio. È una vecchia sala, qua e là scrostata. Vecchie riproduzioni di quadri insignificanti sono appese alle pareti. In fondo, presso il tavolo della frutta, c’è il telefono a muro, che di tanto in tanto suona, per chiamare al proprio reparto qualche medico di guardia. In quei momenti il vocio si abbassa, e viene gridato un nome. A cena c’è anche la televisione accesa, ma le parole non le coglie nessuno; l’annunciatore sembra uno come tutti: seduto al suo tavolo dice cose che ai distanti non interessano.
Fuori è sera, e in cielo c’è già la luna piena d’estate. E’ caldo e non si muove un filo d’aria.
Per i malati quest’afa è penosa: è dalla mattina che aspettano la notte, facendosi vento con un pezzo di giornale o un fazzoletto, o alzando e abbassando il lenzuolo a mo’ di mantice. E ora la sera li delude: la temperatura non è diminuita e l’aria è immobile. Qualche malato è sceso a passeggiare lungo i viali. L’ospedale è immenso, esteso su un’area molto vasta con tanti padiglioni a più piani. Ci sono più di tremila degenti, e, a lavorarci dentro, si sente il respiro affannoso di questo organismo, troppo grande per potersi muovere con agilità.
Il mio reparto è quello dei tumori. Mi affretto perché ho lasciato una paziente grave. E’ una signora di cinquant’anni, con un carcinoma uterino, che ha ormai invaso di metastasi la cavità addominale. Ha già fatto radioterapia e assunto farmaci antiblastici, che probabilmente le hanno allungato la vita; ma ora niente più ha potere sull’insopprimibile vitalità del tumore. Da due settimane si sta affievolendo, pallidissima, sfinita, pelle e ossa. Risaltano solo gli occhi quando li apre e sorride a fatica per salutare, ormai senza parole, il dottore che passa dal suo letto.
L’ascite le tende l’addome come un pallone, e le poche parole che pronuncia sono un soffio.
I parenti ci sono tutti. Sanno che ormai la morte è imminente. C’è una figlia di vent’anni, il marito, una sorella...
Entrano senza far rumore nella stanza; si soffermano un po’ in silenzio ed escono. Uno di loro sta seduto accanto al capezzale e tiene sollevato il lenzuolo, perché anche quel lieve peso pare che la schiacci. Parlano solo cogli occhi. Lei non li guarda, girata, verso la finestra su un fianco, con le palpebre abbassate, ma sa che ci sono.
E sa anche perché...
Ogni tanto entro nella sua stanza per controllare come va. La pressione si sente appena, attorno ai sessanta di massima. Arriva anche il primario. I parenti ci attorniano, appena usciamo. Vorrebbero sapere quanto resta ancora, quando perderà conoscenza... S’avvia il discorso, nella penombra, a bassa voce, sotto lo sguardo attento di qualche malato che, nel corridoio, osserva da lontano.
Affiorano i pensieri rimuginati nelle lunghe ore passate in silenzio accanto al letto.
«Se la malata non si fosse trascurata all’inizio, dicendo che erano disturbi da niente... se il dottore della mutua avesse richiesto prima la visita dello specialista... se il ginecologo avesse tentato ugualmente l’operazione ...».
È solo il marito che parla. Ma gli altri lo guardano con un’espressione che condivide ogni sua parola e supposizione.
Il professore cerca di spiegare, di scusare. Il marito tace, ma per rispetto soltanto.
Nella medesima stanza c’è anche una giovane signora, mamma di una bimba di due anni. Ha un tumore al cervello. È stata operata alcuni mesi or sono. Ora viene irradiata e fa delle fleboclisi di BCNU, un nuovo antiblastico in fase sperimentale, che pare efficace nei tumori cerebrali. In mattinata ha fatto la flebo con questo farmaco, e dopo, per qualche ora, ha avuto nausea e conati di vomito, effetti collaterali abbastanza comuni. In serata è subentrato un violento mal di testa con profondo sopore e stato epilettico.
E già successo così altre volte, e in alcune ore tutto si è risolto.
L’assistono la mamma e una zia. Sono preoccupate, ma si sentono in secondo piano rispetto alla situazione della paziente col tumore all’utero.
La zia si avvicina, per farmi leggere un referto di due anni fa, attestante esiti di percosse al capo, guaribili in otto giorni.
Vuol sapere se ciò può aver influito sulla genesi del tumore. «Questa è la razza d’uomo che ha sposato ...», mi dice con dolore misto a risentimento. Poi continua con un discorso ricco di considerazioni sui tumori, questa malattia del secolo, che non si sa dominare, ma che tuttavia presenta dei casi di guarigione, se operati in tempo: però non sempre l’evoluzione è la stessa, come capitò a due sue zie... Alla fine mi domanda se per quella sera può andare a casa, tranquilla che non succeda nulla. «Penso di sì – rispondo – non direi che ci sia pericolo immediato».
Arriva il collega che farà la guardia in questa notte delicata, e io me ne vado a casa.
L’indomani mattina arrivo di buon’ora ed entro nella camerata. Manca un letto: quello della signora giovane. Durante la notte è spirata, senza più riprendere conoscenza... mentre la signora dal tumore all’utero prosegue la sua penosa marcia verso la morte.
L’argomento principe di quei giorni di luglio era il caldo. I malati ne parlavano, se ne lamentavano. Era diventato come un personaggio vivo.
Tutti quelli che potevano, nella città, chiudevano casa, e se ne andavano verso il fresco dei monti o verso l’acqua del mare.
Ma i malati restavano...
E con loro i parenti.
Nel reparto dei tumori i pazienti soffrono, ma per lo più ignorano l’inesorabilità del loro male. I mariti, le mogli, i figli, invece sanno...
Che importa il caldo, il viaggio in tram, due volte al giorno pigiati contro i corpi sudati di tanti altri che si affrettano anch’essi verso l’ospedale, per poter essere lì, a quell’ora in cui si aprono i cancelli? Che importa l’attesa e la pazienza quotidiana ... ? Lui – o lei – se ne stanno andando, lentamente, e questi sono gli ultimi giorni.
Nella prima stanza del corridoio c’era una signora con metastasi ossee dovute a un carcinoma polmonare. Soffriva molto. Era rimasta interessata anche una vertebra, con conseguente compressione del midollo spinale.
La radioterapia e gli analgesici la facevano migliorare moderatamente seppure con alti e bassi. Ogni sera, poco prima della uscita dei parenti, doveva fare una flebo. L’ora la sceglieva lei, in rapporto al male che sentiva. Quando non ne poteva più, mandava il marito a chiamarmi.
Era questi un signore distinto, già piuttosto anziano, ma ancora pieno di energia. Mi ricordo che aveva un bellissimo paio di baffi grigi, folti e ben curati. Vivevano da soli, e la moglie – per lui – era tutto il suo mondo di affetti. Eravamo entrati in amicizia, a motivo di tali incontri di tutte le sere. Mi fermavo sempre un po’, accanto al letto, a chiacchierare. Tutti e due gradivano che restassi. Così seppi tante cose di loro, anche se adesso le ho in gran parte dimenticate. Ma rammento il legame che ci univa. Una sera in cui si sentiva meglio, la signora mi chiese dove abitavo, perché aveva intenzione di prendermi come suo medico personale, per seguirla a casa nella convalescenza. L’alleviarsi del dolore polarizzava la sua attenzione e le faceva star su il morale. Insieme ci congratulavamo dei suoi progressi. A un certo punto le fu possibile lasciare il letto per un po’ e star seduta in carrozzella. Qualche volta perfino uscì, spinta dal marito, lungo i viali dell’ospedale, per respirare un po’ d’aria aperta, mista all’odore dell’erba e delle piante.
Davanti a lei, il marito appariva sereno, e anche di buon umore. Ma quando era solo, con me, ridiventava se stesso. Mi diceva, asciugandosi il sudore col fazzoletto, che la vita per lui stava perdendo significato. Lavorare per che cosa, per chi? La casa era vuota. Le uniche ore di vera vita erano quelle passate in ospedale con lei. Non andava nemmeno più a lavorare, per poter venire due volte al giorno a trovarla.
Si salutarono per l’ultima volta, senza saperlo, una sera, come sempre. La mattina seguente la signora morì d’improvviso. Io non ero di turno, quando spirò. Andai a vederla nella cameretta dove si mettono i morti in attesa che siano trasferiti alla camera ardente. Pregai per lei e per il marito, e forse più per lui che per lei ...
Ogni tanti giorni c’era da fare il turno di notte. La gente pensa che sia chissà che cosa, ma per il medico del reparto tumori non c’è molto da fare. Fondamentalmente questo servizio consiste nel dormire in ospedale. Chi lavora è l’infermiera, con la sua aiutante. Il dottore è chiamato solo in caso di necessità, cosa che raramente capita, dato il lento decorso del male. Tuttavia in quelle notti si entra in contatto con gli aspetti più umani e più nascosti dei malati.
C’è ad esempio chi chiama per essere aiutato a fare l’ultima pipì della giornata, o per farsi portare un bicchiere d’acqua, da lasciare sul comodino per la notte.
Per chi è attanagliato dal dolore, e sono tanti, la notte, col silenzio e con la concentrazione che favorisce, è una nemica. E’ su questo fronte che si svolge la battaglia. Anche i più forti nel sopportare il dolore chiedono un soccorso, una pillola, un’iniezione, per poter resistere, o almeno per riuscire a prendere sonno. L’infermiera e l’aiutante scivolano veloci a destra e a sinistra.
Quanto a me, avevo l’abitudine di fare un giro in tutte le stanze, per sentire come stavano i degenti, e se avevano bisogno di niente.
Nelle camerate affollate erano difficili le confidenze: troppe orecchie in ascolto. Il discorso verteva sopra i disturbi accusati dai singoli o su argomenti generali, come il caldo, le previsioni del tempo, gli esami di laboratorio da fare il giorno dopo e così via.
La stanza dai letti schermati, dove c’erano le donne con il radium addosso e che dovevano restare quasi immobili per alcuni giorni, era invece un posto adatto per attaccare discorso.
Oppure il reparto degli uomini, dove restava un solo malato per camerata: quello che proprio non ce la faceva ad alzarsi, per andare alla televisione in fondo al corridoio, o a uscire per prendere una boccata d’aria. Non ci voleva molta fantasia per stimolare la conversazione: era sufficiente far capire che non avevo fretta. Allora cominciavano le storie, sempre tristi, di operazioni, esami, dolori, interruzioni del lavoro, applicazioni.
Spesse volte si partiva dalla malattia per finire alla famiglia. Oppure qualcuno si lasciava andare all’onda della speranza, e mi esponeva quello che intendeva fare, una volta ritornato in salute. Questo era per me l’argomento più penoso di tutti: come potevo permettermi di togliere l’illusione, specie se chi mi stava davanti aveva diciott’anni ed era un fiore di ragazza, che il fidanzato veniva ogni sera a trovare, portandole i fiori, che restavano poi sul tavolino tutto il giorno? Finito il giro della buona notte mi mettevo a studiare un po’, in quel caratteristico silenzio dell’ospedale, rotto solo dai piccoli rumori familiari, e che fa sentire nell’aria, quasi palpabile, l’impegno di tante persone che cercano di prendere sonno. Stavo seduto davanti a un grande tavolo verde, con il libro aperto davanti, e i piedi allungati sul piano di una sedia.
La finestra era spalancata, come la porta, nella speranza che di tanto in tanto si potesse formare un po’ di corrente. Fuori non si vedeva nulla, tranne i fari di qualche macchina, che, di tanto in tanto, voltava l’angolo nel viale di fronte.
Dopo le dieci e mezza il lavoro nel reparto era praticamente finito, e l’infermiera di turno era libera di poter venire a fare due chiacchiere con me.
Brave persone quelle infermiere, semplici e spontanee. Ma una, quasi, mi preoccupava: era stata sei anni in Brasile, e aveva un monte di cose sempre nuove da raccontare. Non c’era molto da faticare per tenere viva la conversazione con lei. Bastava pronunciare, potendolo, qualche «ah sì?» o «certamente!».
Però era abituata a non aver mai sonno la sera, ed era capace di continuare a parlare fino oltre la mezzanotte, senza il minimo accenno di stanchezza. Non che mi dispiacesse la sua conversazione, ma dopo una ventina di minuti mi prendeva una forte sonnolenza senza che riuscissi a trovare il modo per infilarmi in una pausa, e darle la buona notte.
Non c’erano pause nel suo eloquio... Tuttavia, prima o poi, qualche malato suonava il campanello, e allora si vedeva costretta a interrompere.
«Beh, io vado a letto, ormai. Se c’è bisogno, mi svegli pure», dicevo. E appena essa usciva mi levavo il camice, infilavo la giacca, e via di corsa, per essere fuori dalla stanza, prima che potesse essere di ritorno.
Qualche volta invece le infermiere mi invitavano a mangiare un boccone con loro, nella cucinetta del reparto. Entravano in servizio alle sette di sera, e la cena la facevano lì, terminato il giro, verso le dieci e mezzo – undici.
Di solito accettavo un pezzetto di pomodoro, o uno spicchio di mela, tanto per gradire.
Una volta ci fu un cocomero da finire in quattro o cinque, contando le infermiere della fisioterapia. Un’altra sera, poi, mi costrinsero a mangiare un piatto di spaghetti al sugo. Erano eccellenti, ma proprio non ci stavano, dato che avevo finito di cenare verso le nove. Tuttavia, forse perché erano tanto buoni, li digerii benissimo.
Accanto al nostro reparto c’era la fisioterapia. Anche lì, di notte il lavoro era poco per il dottore. Così un solo medico faceva la guardia a turno, in entrambi i reparti. Per un certo periodo, fu ospite della fisioterapia un’anziana signorina. Era un tipo molto particolare, tutto rughe, magrissima, con una voce roca, quasi afona, dall’accento tipicamente milanese. Era un po’ bisbetica e capricciosa, ma aveva generalmente un modo di fare così simpatico e una parola così sciolta, che tutti le erano sempre attorno e le volevano bene, tanto che era stata soprannominata «la zia Maria».
Il medico di guardia aveva il compito di farle un’endovenosa, verso le nove di sera. A me capitò di essere di turno il secondo giorno della sua degenza. Entrai con la siringa in mano, ma essa non volle assolutamente che le facessi l’iniezione. «Mi avevano detto che era solo per ieri sera, e ora non la voglio».
Cercai in tutti i modi di convincerla. Aveva un’insufficienza cardio–respiratoria piuttosto forte, con affanno, con unghie e labbra cianotiche. Le spiegai il suo stato e l’effetto benefico dell’endovena. Niente da fare. L’avvisai che avrei scritto in cartella la sua ostinazione nel rifiuto.
«Non me ne importa nulla!» – fu la risposta.
Così me ne andai senza poter far niente.
Dopo alcune notti, quando fui ancora di turno, la trovai cambiata. «Ma lei è giovane – mi disse Se me ne fossi accorta l’altra notte mi sarei fatta fare subito la puntura. Ma aveva una camicia scura e sembrava più vecchio».
Poi, rivolta all’infermiera: «Che sciocca sono stata a trattare così un giovanotto!».
Tra i medici del reparto c’era molta simpatia e cordialità reciproca. Io ero il più giovane, e solo di passaggio, per l’estate. La mia presenza permetteva però agli altri di andare più comodamente in ferie con la famiglia, e anche questo contribuiva alla buona armonia.
Dopo quindici giorni che ero in servizio, festeggiammo l’onomastico di un collega. Portò una torta gelato, da dividere col personale del reparto, nella cucinetta. Il giorno dopo sarebbe partito per raggiungere la famiglia al mare. Approfittai dell’occasione per regalargli due miei racconti da leggere sotto l’ombrellone.
Un po’ prima dello scadere del periodo di vacanza, ci avvisò che era già tornato, perché stava poco bene, ed era a letto.
Così decisi di passare da casa sua a trovarlo, appena finivo il mio turno alle cinque del pomeriggio. Abitava in una di quelle case moderne, in cui il campanello del portone non suona, i nomi sulle porte non si sa dove leggerli, e al posto delle scale ci sono due o tre ascensori. Comunque lo trovai e fui fortunato, perché abitava nel primo appartamento in cui mi capitò di suonare. Mi aprì uno dei suoi bambini, poi venne la signora, che appena sentì il mio nome, mi riconobbe: «Ah, è quello che ha scritto i racconti! Li ho letti anch’io, al mare».
Il mio collega era a letto: mi parlò della malattia che lo affliggeva già da diversi giorni, poi il discorso si estese alle sue ferie, al viaggio di ritorno, infine mi chiese come stavano i malati e come mi trovavo io in reparto. A un certo punto anche la moglie si fermò a parlare un po’ con noi, mentre il bambino più piccolo ci ascoltava a bocca aperta semisdraiato sul letto. La sua salute non migliorò molto in quei giorni e così lo convincemmo a unire la prima con la seconda metà delle ferie, dato che erano separate solo da una decina di giorni.
Quando ritornò al lavoro, in pieno agosto, stava di nuovo bene, ma ora era un marito solo, in città. Veniva spesso a mangiare alla mensa dell’ospedale, anche quando non era in servizio, e così ci trovammo molte volte alla stessa tavola.
In uno di quei giorni mi disse che la Cinquecento di sua moglie non si muoveva più, e mi chiese se potevo dargli una mano per portarla dal meccanico. Avrei dovuto tenere il volante, mentre lui la trainava con la sua macchina. Mi prestai di buon grado.
La Cinquecento era nella cantina–garage. Per riuscire bisognava risalire una rampa piuttosto ripida, e la sua Giulia non aveva un attacco abbastanza robusto per legarvi la corda. Così, dopo numerosi tentativi ci venne l’idea di spingere la macchina avariata dal di dietro, appoggiando il muso della Giulia contro il paraurti. Ma per arrivare dal meccanico bisognava fare un lungo giro vizioso, a causa dei sensi unici, ed era impossibile procedere a spinta in mezzo al traffico con tutte quelle voltate da fare. Così decidemmo di spingerla a mano sino all’officina. Erano quasi le due, e per fortuna, in quell’ora, e in quei giorni di mezzo agosto le macchine che passavano erano poche, di modo che potemmo giungere alla meta indisturbati, dopo aver attraversato un grande incrocio.
Prima di finire il mio periodo all’ospedale, fui invitato a casa sua per mostrare alla famiglia le mie diapositive dell’Africa, che in sua assenza avevo già proiettato ai malati. Arrivai poco prima di cena. Ne vedemmo alcune, poi andammo a tavola. Dopo mangiato continuammo. Venne su a vederle anche un’amichetta della figlia. A un certo punto i ragazzi andarono a letto, vinti dal sonno. Ne approfittai per mostrare ai genitori la serie di diapositive sulle malattie. Prima che me ne andassi, mi volle offrire una camomilla. Andammo nel cucinotto, tutti e tre. Cominciammo a parlare, sotto voce per via dei bambini che dormivano. Di argomento in argomento arrivammo alle nostre famiglie. Ci confidammo i nostri problemi personali, parlammo di Dio. Pareva che ci conoscessimo da sempre, e si era creato un clima di intimità. Me ne andai quando la mezzanotte era già passata da un pezzo. Mi accompagnò a casa in macchina lungo le vie deserte della periferia. Quello fu il nostro saluto, perché gli orari di servizio non ci avrebbero fatto incontrare il giorno dopo: l’ultimo della mia permanenza.
Nel reparto donne erano ricoverate alcune malate con un tumore cerebrale, quasi tutte abbastanza giovani. Si trovavano da noi per un ciclo di trattamento con radiazioni ad alta energia e con farmaci antiblastici. Provenivano dalla neurochirurgia, dove erano state operate al cervello. Rasate a zero per l’intervento, nel nostro reparto avevano ancora i capelli a spazzola lunghi un millimetro o due. Si poteva vedere bene la linea di sutura del cuoio capelluto, pennellata in rosso col mercurocromo. Quando uscivano per andare nei viali, o per recarsi a fare le applicazioni, si mettevano in testa un fazzoletto, e si univano a gruppetti con altre malate, sottobraccio, quasi per difendersi dallo sguardo di possibili curiosi.
La loro emotività era rivelata anche dal loro modo di fare, improntato a una delicatezza quasi esagerata. Parlavano a voce bassa, in punta di labbra, talvolta guardando un poco di lato rispetto al volto dell’ascoltatore. La minima cosa le rendeva ansiose, e spesso cercavano di parlare col dottore, non però durante la visita, sotto lo sguardo delle altre. Lo fermavano nel corridoio oppure venivano nello studio nei momenti di pausa. Anche i loro parenti si comportavano in modo particolare. Silenziosi, sorridenti, in ombra rispetto alle malate. Alcune di quelle pazienti erano capaci di badare a sé: non avevano, dopo l’operazione, quasi più nessun disturbo neurologico, per cui potevano camminare, lavarsi, mettere in ordine le loro cose. Avevano un aspetto distinto e fine, con il pigiama e la vestaglia sempre ben puliti, le mani curate, il letto ben fatto e il comodino senza un oggetto fuori posto.
Forse soffrivano un po’ per avere, a causa del processo espansivo del tumore, il volto leggermente asimmetrico, con un occhio socchiuso e stirato in basso, e una tempia più sporgente; ma raramente vi accennavano.
Qualcuna aveva un aspetto sempre sorridente: l’ansietà aveva lasciato il posto a un animo di fanciullo, obbediente e pronto, un po’ slegato dal tempo e dall’ambiente, come rivelavano certe risposte contraddittorie.
Altre, invece, si trovavano in uno stadio più avanzato. Erano trascorsi molti mesi dall’intervento, e quello era già il secondo o terzo ricovero nel nostro reparto. I capelli avevano avuto modo di ricrescere e anche il volto pareva più regolare. Ricordo in particolare una ragazza di diciotto anni; molto alta, ex giocatrice di pallavolo.
Entrò quando io ero arrivato da poco, e quando me ne partii si trovava ancora lì. Ogni giorno, si può dire, aveva un lieve peggioramento. All’inizio la gamba e il braccio destro erano semiparalizzati, ma poteva muoversi, seppure a fatica e con un certo imbarazzo. Andava soggetta a crisi epilettiche, localizzate alla parte sinistra del volto e al braccio dello stesso lato, che col tempo si facevano più frequenti. Dopo ogni episodio si riscontrava una progressiva diminuzione di forze. Poi cominciò il vomito, e quasi contemporaneamente rimase interessato anche il centro del linguaggio. Quest’ultimo disturbo costituiva senz’altro l’aspetto più penoso. La poveretta non riusciva a esprimere in parole ciò che voleva dire: le uscivano per lo più pochi suoni arruffati che assomigliavano a parole note, e che era necessario interpretare. Tuttavia qualche pezzetto di frase con senso compiuto, riusciva a dirla, anche se sempre più raramente man mano che i giorni passavano.
Prima ero solito fermarmi, durante la visita, e parlare un po’ con lei. Quando però non poté più esprimersi comprensibilmente non sapevo cosa fare: parlarle significava metterla nella condizione di farle sperimentare la sua incapacità crescente; passare avanti, poteva accrescere il suo senso di isolamento. Così mi mettevo accanto al suo letto: le sentivo il polso, le misuravo la pressione in silenzio, o dicendo banalità che non avevano bisogno di risposta. Col tempo appresi a parlarle e farle domande in modo tale che la sua partecipazione al discorso potesse essere un sì o un no, magari accennato con la testa. Si capiva il suo abbattimento e lo sconforto per la vita che le sfuggiva. Era quasi sempre seria, ma quando passavo a salutarla aveva ancora la forza di sorridermi. Una sera la trovai allegra come non capitava da settimane. Aiutata dalla sorella che l’assisteva, mi spiegò, come poté, che l’avevano cambiata di letto e messa vicino alla finestra nel posto di una, dimessa in mattinata. Così poteva vedere il cielo e gli alberi del viale...
E poi quel letto, quel posto, era stato suo durante un precedente ricovero. Era come ritornare al proprio ambiente, come un riconquistare uno spicchio di vita...
Quando il proprio corpo non fa male non è difficile lasciar perdere cinque minuti prima di intervenire per il dolore degli altri. Ma quando il dolore si fa sentire in qualche parte del nostro fisico, quegli stessi cinque minuti assumono un’importanza diversa. Se poi questo tipo di sofferenza ci tormentasse tutto il giorno, senza previsione di un termine, allora capiremmo fino in fondo il grido che ci è giunto dai secoli passati, dai tempi in cui non erano ancora a disposizione dell’umanità i farmaci analgesici di oggi: «Sedare dolorem divinum» – far tacere il dolore è cosa divina.
Ebbene, questa era l’esperienza opprimente di parecchi malati con cui passai quell’estate.
Subito nei primi giorni imparai a conoscere quali erano i pazienti afflitti da dolori. Nel gruppo dei ricoverati erano come lampadine rosse, che spesso si accendevano e che noi cercavamo di tenere spente. Potevamo disporre di una serie abbastanza vasta di farmaci. Alcuni erano semplici e generici, ma molto efficaci nei casi di media intensità, specie se intermittenti: tra essi primeggiava l’aspirina. Ve ne erano di più potenti e delicati, somministrabili per via orale, oppure per via intramuscolare o in supposte e alcune anche in flebo.
Si potevano associare tra di loro, o con tranquillanti, o ipnotici, o antiallergici. Per ultimo avevamo a disposizione gli stupefacenti, i giganti, i dominatori, a cui però si doveva pagare il terribile tributo dell’assuefazione. Ogni malato era un caso a sé: rispondeva in modo personale ai vari farmaci, per cui era necessario sperimentare diverse soluzioni, prima di trovarne una discretamente soddisfacente.
Di primaria importanza era l’atmosfera psicologica ed emotiva in cui il malato viveva. Non era un semplice corpo quello che soffriva, ma una persona intera, e, come tale, non aveva bisogno soltanto di medicine, ma anche, e soprattutto, di comprensione, appoggio, fiducia. Il compito del dottore – come uomo – penso che non fosse principalmente quello di amarlo, bensì quello di farsi amare. Quando il paziente cominciava ad amare il medico, allora, probabilmente, il suo interesse si spostava dal desiderio di farsi compatire allo sforzo di dare soddisfazione a chi lo curava. Un caso, a dir poco, particolare, era quello della signora della prima stanza. Era stata operata per un tumore cerebrale, ed era costretta al letto da una paralisi di tutta la metà sinistra del corpo.
Aveva circa cinquantacinque anni, ma ne dimostrava parecchi di più. Non era attraente in nulla, molto grassa, con una fitta peluria al viso, il colorito acceso di chi è in cura prolungata con cortisone, e una voce lamentevole, dal forte accento dialettale. La ferita operatoria non era guarita. Una parte del lembo cutaneo era andato in necrosi e ora la teca ossea rimaneva scoperta per una zona di alcuni centimetri quadrati. Durante quei mesi subì, con esito incerto, due interventi di chirurgia plastica.
La sua situazione familiare era anch’essa abbastanza dolorosa: marito e figlia che pure l’assistevano per molte ore tutti i giorni, si combattevano per entrare in possesso del mezzo milione a lei spettante come liquidazione.
Ella si lamentava molto e di tutto: mal di testa, il dolore al braccio, alla gamba, alla spalla, eccetera.
Quando mi vedeva, mi chiamava: «Dotto’, vieni qua, non posso resistere!».
Mi avvicinavo, e cominciava il lamento per tutti i mali che l’avevano tormentata dall’ultima volta che ero stato lì.
Spesso si metteva a piangere, mentre raccontava.
Ben presto, però, mi resi conto che tutto quanto mutava, se riuscivo a convincerla che stava meglio del giorno precedente e se facevo qualche piccola cosa per lei, come chiamare l’infermiera o farle portare la pillola di cui si erano dimenticati.
In tutto quel tempo, però, non riuscii bene a capire se i mali erano più immaginati che sentiti – e quindi svanivano perché non esistevano – oppure se soffriva veramente, e la piccola psicoterapia del dottore, che le dimostrava interesse e simpatia era la medicina efficace...
Altre volte il problema era molto più drammatico: quando c’era, ad esempio, da decidere se iniziare o meno la corsa in discesa degli stupefacenti. Allorché si presentava questa alternativa, il malato era ormai all’estremo della sopportazione, e di fronte a lui la via era senza uscita. A volte la terapia radiante era abbastanza efficace nel distruggere masse che, comprimendo o infiltrando determinati distretti, provocavano dolore.
Ma spesso anche questo ultimo lucignolo s’era già spento.
Fino alla morte, per quell’infelice, vivere sarebbe coinciso col soffrire. E se la morte era prevista ancora lontana, c’era la possibilità di farne un tossicomane. Ma di fronte a un uomo che soffre veramente, raggomitolato sul letto, immobile, che respira appena per non aumentare il dolore, che parla a parole staccate, senza nemmeno girare gli occhi, ogni problematica cade: tutti i mezzi che sono in nostro potere li usiamo e con tutta la decisione necessaria.
Per certi dolori sordi, continui, senza pace, si può tentare la neurolisi, che è la distruzione di determinate fibre sensitive con sostanze adatte, come ad esempio l’acido fenico in soluzione glicerica.
La sede del dolore dev’essere, s’intende, in aree che si prestino, come il perineo, la vescica, e così via.
Per questa terapia piuttosto specializzata chiamavamo l’anestesista. La tecnica consisteva nell’iniettare nel liquor spinale, mediante una puntura lombare, una dose precisa di farmaco. Bisognava calcolare la quantità locale e la percentuale di diluizione con esattezza. Per far questo era necessario procedere per tentativi, a piccoli passi con dosi crescenti, perché bisognava ledere soltanto le sottili fibre amieliniche che trasportano il dolore sordo, continuo, senza danneggiare quelle un po’ più grosse della sensibilità fine e della motilità.
Mi ricordo un signore distinto, già anziano, ma ancora valido, disseminato di metastasi partite da un carcinoma del retto. Era stato operato da molti mesi e gli avevano praticato un ano preternaturale nel quadrante sinistro dell’addome. Era solo al mondo e conosceva perfettamente la sua situazione. Me lo aveva rivelato in uno dei nostri colloqui notturni. Sentiva un dolore continuo, logorante, al perineo: da mesi non poteva più stare seduto né sdraiato. Lo trovavo appoggiato sempre su un fianco, con i cuscini disposti in modo da rivelare un’angosciante esperienza sul come poter resistere per ore e per notti in quella scomoda posizione. Le prime due punture lombari rimasero senza effetto. La terza gli tolse il dolore, ma, passate alcune ore, gradatamente lo strazio ricomparve. Dopo qualche giorno si prese in considerazione una dose che sarebbe stato difficile oltrepassare e che implicava la possibilità di una paralisi agli arti inferiori. L’anestesista gli chiese se voleva tentare, pur sapendo che si rischiava. Questa volta però sarebbe restato libero davvero dal dolore, per due o tre mesi. Accettò. Come al solito, dopo pochi secondi, il dolore cessò. Col cuore sospeso gli chiedemmo di muovere le gambe: ci riusciva...
Subito dopo, sdraiato sul letto, coi muscoli rilasciati, cominciò a piangere silenziosamente mormorando: «Tre mesi! ...».
L’estate volgeva al termine, e con essa il mio lavoro nell’ospedale.
Una delle ultime pazienti a entrare fu una ammalata ben conosciuta nel reparto: una signora non ancora quarantenne, operata per un cancro alla mammella. Ora aveva una disseminazione di metastasi polmonari, purtroppo in uno stadio ormai insalvabile.
Il suo caso era commoventissimo: aveva sette figli, e il male si era manifestato mentre attendeva l’ultimo. Fu operata subito, e riuscì a partorire senza complicazioni. Un giorno, mentre il marito si recava a trovarla all’ospedale, ebbe un incidente stradale e morì. Adesso il bambino aveva un anno e mezzo, e i fratellini erano stati divisi tra le zie e gli zii.
Era tornata da noi perché l’aiutassimo a respirare un po’ meglio. Era l’ultimo mio sabato all’ospedale ed ero di guardia. Nella mattinata la paziente aveva avuto un peggioramento: si stava sviluppando uno scompenso–cardiaco. Fu instaurata subito la terapia del caso, e nel primissimo pomeriggio, rimasto solo, le feci l’elettrocardiogramma.
Mi ero appena seduto al tavolo verde della nostra stanza per studiare il tracciato, quando l’infermiera di turno mi venne a chiamare perché l’ammalata stava molto male.
Corsi a vederla: era in coma, con respiro irregolare, stertoroso. Avvisai l’aiuto per telefono. Mi disse che sarebbe venuto subito, per tentare di bloccare l’edema polmonare con l’apparecchio che inalava l’ossigeno sotto pressione per mezzo di una maschera. Tale pressione, esercitata sulla parete degli alveoli, avrebbe dovuto opporsi efficacemente alla trasudazione di liquido dai capillari. In effetti questa terapia meccanica risultò efficace.
Una volta dominata l’urgenza circolatoria, ci ponemmo il problema della causa del coma. Ipoglicemico? Iperglicemico? Iperazotemico?... Non si manifestano però così all’improvviso.
Mentre ci interrogavamo, l’aiuto tolse la maschera dalla faccia: metà del viso era floscio.
Sollevò un braccio e lo lasciò andare: ricadde come morto sul lenzuolo. Non c’era più dubbio: emiplegia.
Quindi: coma cerebrale. Da quale origine? Trombosi, embolia, emorragia? Se ne parlò a lungo anche cogli altri colleghi nei giorni successivi. L’ipotesi più probabile risultò quella di un embolo staccatosi dalla parete interna del cuore, il che avrebbe spiegato l’istantaneità dell’inizio, e quadrava anche col fatto che si era manifestato immediatamente dopo lo spostamento da supina a seduta al termine dell’elettrocardiogramma. Il trombo, nella cavità del cuore, poteva essersi formato su di una lesione della parete, per metastasi.
Si sa che le metastasi al cuore in questo tipo di carcinomi sono frequenti...
I parenti giunsero di lì a poco, e si misero in silenzio ai piedi del letto.
Una paziente della stessa camerata, che sarebbe dovuta uscire la mattina dopo, mi chiese sgomenta se poteva andare a casa subito, perché le era venuta tanta paura. Le dissi di sì. Si vesti in fretta e furia, alla meglio, e si sedette fuori della stanza in attesa delle figlie.
La malata, sempre gravissima, si mantenne stazionaria nella notte del sabato e nella prima parte della domenica. Nel pomeriggio parve migliorare un po’: pressione e polso discreti.
Al lunedì mattina si trovava di nuovo in pessime condizioni. Era quello il mio ultimo giorno di servizio. Verso l’una arrivò il dottore che sarebbe rimasto di guardia nel pomeriggio. Andammo insieme a visitarla, e, fermatici al capezzale, lo informai di tutta la terapia fin lì praticata.
Ritenemmo opportuna una endovena di digitale. Mentre il mio collega preparava la siringa, io mi tolsi il camice e mi infilai la giacca.
Nell’uscire dalla stanza, lo vidi tornare lungo il corridoio, con la siringa ancora intatta in mano.
«È morta» – sussurrò.
Mi diressi alla stanza dai battenti socchiusi: i parenti in lacrime stavano intorno all’infelice.
La guardai in silenzio dalla porta: ce ne andavamo insieme...
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RITORNO A CASA
Più il tempo mi allontana da quei quattro mesi che passai in Italia tra il corso in Etiopia e la partenza per il Mozambico, più la memoria e il mondo degli affetti me lo ripropongono insistentemente come un qualche cosa che sta lì, quasi slegato dal tempo, un qualche cosa, direi, che già non passa, perché è entrato a far parte di noi.
Il ricordo, per esser completi, comincia ad Addis Abeba, all’aeroporto, insieme con suor Rosa, con la quale avevo fatto il corso sulla lebbra, e che, come me, si apprestava a partire per paesi lontani per restarci a lungo.
Nella conca di Addis Abeba – Nuovo Fiore – il sole del primo mattino illuminava le cose con una luce di diamante (la cosa più bella, questa, dell’Etiopia), che faceva istintivamente girare gli occhi attorno per scoprire dove mai fossero i ghiacciai.
Faceva molto freddo, ma nella sala di attesa, al di qua delle grandi vetrate, il confortevole tepore del riscaldamento predisponeva al ricordo dei giorni d’inverno dell’infanzia, creando nell’animo quel sottofondo indefinibile, che è fatto di tante cose: ricordi, sensazioni, immagini, affetti, attese, presenze, intimità, parole e silenzi, che si racchiudono nella semplice espressione di «ritorno a casa».
A Roma arrivammo al primo pomeriggio con gli occhi ancora pieni dell’arida visione dell’immenso deserto del Nord Africa.
C’era appena un’ora per prendere l’aereo per Milano. A quell’ora le nostre famiglie stavano preparandosi per andare all’aeroporto.
Stavamo in piedi al nastro mobile, con gli occhi fissi da dove uscivano le valigie, per non perdere un secondo e arrivare in tempo per imbarcarci all’aeroporto nazionale.
Le valigie finirono, ma delle mie nessuna traccia. Riuscimmo a trovare una hostess dell’Air–Etiopia per cercare aiuto. Promise di interessarsi e scomparve. Gli orologi elettrici continuavano implacabili a girare la targhetta al ritmo implacabile di una per minuto.
Mancava mezz’ora al decollo del nostro volo. Alla fine il nastro mobile si rimise in moto e le valigie arrivarono. Corremmo per i corridoi, a passi piccolissimi e tutti contorti per il peso delle valigie.
Al nostro banco d’imbarco ci si iscriveva per tre voli. Due gentili signori, che partivano dopo di noi, ci lasciarono passare, commossi dalle nostre facce accaldate e contratte.
Scoprimmo che il nostro aereo andava ad Amsterdam con scalo a Linate, ma che, per la nebbia, era stata cancellata la tappa intermedia così dovevamo attendere il volo dell’Alitalia, che partiva da lì a due ore. L’aereo però sarebbe atterrato alla Malpensa.
Ormai i nostri erano già partiti da casa. Come avvisarli che saremmo arrivati con un altro aereo, e alla Malpensa invece che a Linate? Il funzionario di accettazione fu gentile e fece un telex per l’Alitalia di Linate perché avvisasse, con l’altoparlante, nella sala di attesa dell’aeroporto.
A Roma c’era un sole tiepido e il cielo pulito: non sembrava ancora novembre. Pareva impossibile che a Milano ci fosse tanta nebbia da non permettere agli aerei di atterrare.
Stavamo a Fiumicino, ma i pensieri correvano da soli a Linate, con quel certo disappunto per il cambiamento imprevisto di volo, orario e aeroporto. Sarebbero davvero stati avvisati? Ce l’avrebbero fatta con quella nebbia a giungere in tempo alla Malpensa? Era un sabato pomeriggio e molti passeggeri, seduti presso le grandi vetrate a godersi il sole tiepido, tornavano a casa per passare il fine settimana. Forse fu questo sfondo interiore sottinteso, che quasi si respirava, che indusse l’impiegato a chiamare al banco delle informazioni suor Rosa ed io, che avevamo consegnato i bagagli insieme, sotto l’unica espressione di «signori Marchesini».
Mancava ancora un po’ di tempo all’imbarco, e approfittai per salutare per telefono i miei cugini di Roma, Flora e Tommaso. Mentre cercavo nell’agenda il loro numero, mi tornavano alla mente i pochi giorni in cui ero stato loro ospite. Di quando Tommaso era venuto a prendermi in Cinquecento al Collegio internazionale, e del lungo viaggio dell’attraversamento di Roma. Della messa celebrata al mattino di un giorno feriale, nella parrocchia, accompagnato dal mio cuginetto Aris. Della visita alle catacombe con Flora e bambini, e dell’effetto che mi faceva vedere mia cugina – con la quale avevo passato i primi anni della mia infanzia e che, praticamente, solo allora rivedevo – nella parte di mamma. Delle poesie che la piccola Maria Grazia aveva composto, e che Flora mi leggeva la sera in casa, mentre si aspettava di cenare, perché l’autrice si vergognava. Mi ricordavo del sorriso di Elena. Della notte che dormii in camera con Aris, quando restammo a leggere a letto, come grandi, alla luce dell’abat–jour, mentre le sorelle piccole dormivano già, dall’altra parte del muro.
A ripensare a tutte queste cose mi veniva voglia di ritornare a trovarli quella sera, ma il tempo era troppo poco. C’erano tutti in casa e ci consolammo con le voci, non potendo vederci. Alla fine restò stabilito che la prossima volta che tornassi avremmo programmato d’incontrarci.
Il sole era già basso all’orizzonte quando ci chiamarono alla porta d’imbarco. Ci sedemmo in fondo all’aereo a sinistra, per vedere il tramonto sul mare. Lo spettacolo era incredibilmente bello con quei toni rossi, violacei, azzurri e il riflesso sull’acqua, e il cielo che sfumava dal toni caldi all’orizzonte a quelli tenui e freddi, trasparenti e delicati della sommità della volta del cielo.
Le voci sommesse dei vicini, il tè caldo servito, il tepore dell’aereo, il morbido delle poltrone, e soprattutto quell’impressione di stare immobili e silenziosi nel cielo a contemplare il calar del sole, che si svolgeva sereno e senza fretta alcuna, creava una sensazione di atemporalità o meglio, forse, di contempo, con tutto quello che di simile si era già vissuto e con tutte le immagini, sentimenti, pensieri e affetti che quello spettacolo evocava.
A metà viaggio il comandante avvisò che forse si poteva atterrare a Linate, perché la nebbia si era un po’ diradata. Comunque avrebbe confermato più tardi. Suor Rosa e io ci guardammo in faccia e nessuno dei due ebbe il coraggio di aprire bocca.
A poco a poco si fece notte: dai finestrini non si vedevano le luci degli abitati: la nebbia era fitta. L’altoparlante annunciò che cominciava la discesa sulla Malpensa. Allacciando le cinture e raddrizzando lo schienale della poltrona ebbi la sensazione che l’esperienza del corso sulla lebbra, in Etiopia, finiva in quell’istante preciso, e scivolava silenzioso nel passato. Ora subentrava un’altra realtà, alla quale ci eravamo avvicinati a poco a poco, volando nel cielo tutto il giorno, passando su deserto, su mare e attraverso il tramonto, una realtà che già da tempo era in noi, ma che solo ora si affacciava acutamente alla coscienza, come una musica che muti gli accordi, passando alla tonalità che annuncia il finale: ormai eravamo a casa.
Quando i piedi si posarono sul cemento della pista il mondo dei ricordi ci accolse, aprendoci tutte insieme le sue porte: affetti, volti, situazioni, odori, sapori, sensazioni, quel mondo e quella vita vissuti diluiti negli anni, adesso affioravano insieme in frotta frettolosa, suscitando quel sentimento che è indefinibile e che costituisce il fascino del ritorno.
La nebbia era molto fitta e piovigginava debolmente. In fila sgranata entrammo per le ampie vetrate nella sala di consegna delle valigie, e subito una confortevole sensazione di calore ci accolse.
Sparsa sul pavimento c’era segatura, un costume tradizionale nell’Italia piovosa all’inizio dell’inverno, che la permanenza in Africa aveva fatto scordare, e che ora riaffiorava con un ennesimo «ah, è vero! ...».
La maggior parte dei compagni di volo era giovane o di mezza età e ad attendere non c’erano molte persone: qualche amico e alcuni parenti. Dei nostri non c’era nessuno: non era stato loro possibile giungere in tempo, per via degli spostamenti improvvisi di orario e di punto di arrivo. Ma non restammo delusi. Era solo un aggiungere una piccola tappa al finire del viaggio.
Di lì a poco le valigie cominciarono ad arrivare, tra il brusio e il va e vieni della gente in attesa. Ma le nostre non c’erano. Avvisammo l’incaricato del banco, il quale fece ricerche e concluse rapidamente che non erano state poste sul nostro aereo.
Fu molto gentile e ci fece subito sentire rassicurati, da bravo cittadino del mondo qual era, dicendoci che in qualunque scalo d’Europa fossero arrivate, era solo questione di poche ore per riaverle.
Ci fece riempire un modulo apposito e si interessò al nostro caso, facendoci alcune domande sull’Africa, un settore del mondo col quale non si sentiva ancora pienamente familiare. Uscimmo per vedere se c’era un mezzo pubblico per andare a Milano. Eravamo leggeri, solo con la borsa a mano. In fondo l’aver perso le valigie aveva i suoi lati positivi. C’era una corriera che andava al terminal dell’Alitalia e già stava partendo. Arrivammo appena in tempo. La nebbia s’era un po’ diradata e l’autista guidava spedito. In poco meno di un’ora arrivammo.
Nella sala del terminal c’era una luce intensissima, confortevole e amica, e un dolce tepore. L’arrivarci dal freddo e dal buio di fuori dava un senso di benvenuto e di allegria. Pensavamo di telefonare a casa per comunicare la nostra ultima localizzazione e finalmente incontrarci. E invece, appena entrati ci venne incontro mia sorella Maria Teresa. Un bacio e poi la presentazione a suor Rosa. Le notizie da comunicarci sulle peripezie del viaggio da parte nostra e da parte loro erano tante e si accumulavano tra il cervello e la bocca, come una folla numerosa si accalca all’unica porta di uscita.
Da parte loro avevano steso una specie di rete, uno da un lato, alcuni dall’altro e Maria Teresa era tutta contenta perché eravamo caduti nella sua trappola, nel posto che lei aveva immaginato. Gli altri, forse, erano ancora persi nella nebbia, tra Linate, la Malpensa e Milano, nella corsa a cronometro contro il tempo e gli aerei.
Combinammo di portare a casa suor Rosa e ci accordammo come fare per tonare a pendere le valigie, che dovevano arrivare lì al terminal.
Se davvero l’Europa era così piccola come diceva l’uomo del banco della Malpensa, prima di mezzanotte saremmo dovuti ritornare a prenderle. Scendemmo, per entrare in macchina, sempre parlando e raccontando, e poi mentre si percorrevano le vie semideserte di Milano il racconto continuava, interrotto da parentesi, domande e risposte.
Raccontammo di Addis Abeba, della lebbra, dei professori, dei padri e delle suore italiani, del telegramma per avvisare della partenza anticipata di due giorni, e poi dell’arrivo improvviso di questa notizia in Italia, e dell’avviso dato a Linate, del tempo limitato, della nebbia, delle possibilità di non incontrarci e del loro dividersi nei vari punti dove avremmo potuto sbucare.
Suor Rosa volle fermarsi al convento. Da lì avrebbe raggiunto la parrocchia del fratello, che viveva insieme col babbo. Mia sorella li aveva cercati telefonicamente, i suoi, quando aveva ricevuto il telegramma del nostro arrivo anticipato, ma non era riuscita a trovarli. Dopo una breve presentazione alle sue consorelle ci salutammo, combinando di rivederci insieme coi nostri nei pochi giorni in cui sarei rimasto in Italia.
La casa di Maria Teresa non era molto lontana dal convento. In pochi minuti arrivammo. Babbo, mamma, Stefano e i ragazzi erano già tutti lì. Erano arrivati alla Malpensa poco dopo la nostra partenza in corriera, ma il disappunto si dissolse rapidamente negli abbracci e nell’incrocio frenetico delle notizie, domande e risposte.
Era già notte, ma ormai il tempo non contava: la presenza reciproca, con quella intensità che il ritorno le conferisce, ci slegava dal prima e dal poi, concentrandoci sul presente, dandoci quell’ebrezza di libertà che il gusto di eternità, che si assapora in quei momenti, porta misteriosamente con sé.
La cena era già pronta coi piatti del bentornato, per richiamare al palato, e più ancora al cuore, i sapori e gli odori della festa, a cui eravamo stati abituati fin dall’infanzia. Mangiammo adagio, per prolungare quei momenti. La conversazione si era fatta più calma: si sviluppavano i temi annunciati frettolosamente all’inizio, li si arricchivano di particolari, di commenti, di valutazioni, si passava dalla notizia secca alla comunicazione dei propri pensieri.
Dopo cena telefonammo all’Alitalia: le valigie erano già al terminal di ritorno da Amsterdam, dove erano state rapidamente individuate. Chiamammo suor Rosa e andammo con mamma, che voleva salutarla, e al tempo stesso non desiderava sprecare un minuto del mio breve ritorno.
Le valigie erano in buono stato, e contenevano alcuni piccoli ricordi che avrebbero stimolato la conversazione e i commenti. Non ci trattenemmo molto, perché ormai era già tardi abbastanza e tutti avevano già sonno. Ciò nonostante fu bello rivederci ancora. Ognuno portava agli altri un po’ di quella gioia pacata che è così immediatamente comunicabile quando si condivide la stessa situazione di ritorno, sia dalla parte di chi arriva che di chi ci aspetta.
All’arrivo a casa ci fu l’esaltante avventura per i bambini di accampare reti e materassi in camera da pranzo e di trasformare in letto un divano. Poi finalmente andammo a dormire.
Al mattino ci svegliammo dolcemente, un po’ per volta. La domenica mattina ha sempre un sapore particolare nella vita familiare, specie se ci sono bambini e tutto si svolge senza fretta: la fila al bagno, l’indossare il vestito buono, il prepararsi per la colazione, la radio accesa e poi il mettersi in ordine per andare a messa. Era la prima domenica d’avvento e nella parrocchia la si respirava. Per poter celebrare, il parroco, solido ed essenziale prevosto della Chiesa ambrosiana, mi chiese di mostrare il «celebret» una cosa che noi missionari neppure sappiamo cos’è, perché ci conosciamo tutti in un raggio di mille chilometri, e che pare, mi spiegarono, sia un documento del vescovo che attesta che il portatore è sacerdote e che non è sospeso dal culto né scomunicato. Per fortuna conoscevo don Ruggero, uno dei coadiutori, che testimoniò per me.
Quella messa la ricorderò sempre. Non solo per la partecipazione dell’assemblea e il senso di comunione in Cristo che respirai, ma soprattutto per le parole che don Ruggero mi dedicò, e per l’orazione dei fedeli che suggerì per me, e per il compito che mi attendeva, di cominciare in un nuovo paese che si affacciava all’indipendenza dopo anni di lotta.
Alcuni mesi più avanti mi giunse la notizia della sua morte improvvisa, stroncato da una leucemia acuta.
Quelle parole e quella messa, e la sua simpatia per me rimasero come scolpite ed eternizzate dalla sua morte improvvisa.
A casa, mentre mi preparavo per il pranzo, facemmo il programma per i giorni seguenti. Risolvemmo che era meglio andare subito a Bologna. Era già domenica e giovedì l’aereo partiva. Pensammo di ritornare martedì. Andammo subito a tavola per poter partire presto e arrivare prima di buio. Telefonai ai miei superiori per avvisarli che sarei andato da loro al mio ritorno.
Il viaggio fu buono, pieno di tanti racconti, domande e risposte. Nella luce incerta del crepuscolo, in una leggera foschia, si intravvide, dopo una curva, la sagoma familiare del santuario della Madonna di S. Luca. Bologna era lì sotto, placida e tranquilla, con le luci che si accendevano.
Ogni tanto vi ritornavo, sempre da più lontano e l’immagine che avevo di lei si faceva sempre più parte e sempre meno tutto. Ma pur ridimensionata in una sintesi crescente, l’affetto per lei rimaneva immutato.
A Bologna rividi brevemente tutti i parenti. Ci diede il benvenuto in casa mio fratello Andrea, che per via del lavoro in ospedale non aveva potuto venire a Milano. Rividi tutte le vecchie zie e le vecchie signore della parrocchia. Per qualcuna sarebbe forse stato l’ultimo incontro.
La cena del lunedì in casa fu intensa per gli affetti. Le poche ore che restavo a Bologna, prima di ripartire per molto lontano, facevano risaltare, per contrasto, la profondità delle dimensioni del mio imminente viaggio: distanza nello spazio e, ancor più, nel tempo.
Partivo per una lontananza di alcuni anni. Forse era questa la consapevolezza, anche se non esplicita, che rendeva i sorrisi tirati e faceva inumidire gli occhi attorno alla tavola.
Rividi anche gli amici della parrocchia, ma l’incontro con loro fu senza venature di tristezza. Tra giovani la vita si affronta come un qualcosa che sta ancora tutto davanti, e che, nell’immaginazione, si piega duttile nelle nostre mani. Rividi anche il parroco, gli altri miei confratelli di sacerdozio e molte persone della comunità parrocchiale: incontri tra adulti, pieni di comprensione e di solidarietà per condividere, ognuno nel proprio campo, le responsabilità della vita.
Ma una persona, invece, non riuscii a salutare: il professor Righi, mio insegnante di lettere alle scuole medie, al quale devo molto per quello che mi aveva trasmesso da ragazzo, e che, più tardi, avevo rincontrato come amico e quasi come padre.
Era stato lui a suggerirmi di cominciare a scrivere e, una volta iniziato, mi aveva guidato con consigli e correzioni.
In quel tempo stavo scrivendo un racconto sull’esperienza ricca di fascino, e di paure, della mia prima pratica di chirurgo solitario in Africa.
Era un argomento di cui gli avevo parlato e che era desideroso di poter conoscere. Fu così che gli dedicai il mio racconto in composizione, un tentativo di parziale restituzione di ciò che mi aveva dato. Andai a casa sua, a trovare la sua signora, per confortarla, se possibile, e per conoscere le circostanze della morte avvenuta durante il mese del mio soggiorno in Etiopia.
Rimanemmo insieme quasi tutto il pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove eravamo soliti incontrarci, quando andavo a trovarli.
Davanti a lei, che da anni era le sue orecchie, e a quella sedia vuota, lessi la dedica del racconto e, come primizia, uno degli episodi già composto.
Il martedì ritornammo a Milano, per incontrare i miei superiori e ricevere l’abbraccio dei confratelli impegnati in Italia. Alcuni erano stati miei professori, altri miei superiori e altri ancora miei compagni di scuola.
Quest’incontro aveva un significato speciale, quasi un’investitura: era la prima volta che partivo come missionario vero e proprio, per le missioni della congregazione.
Mercoledì sera ci fu la cena degli addii. Vennero in casa di mia sorella suor Rosa e il suo babbo. Per telefono avevo rintracciato Massimo, mio collega chirurgo che avevo conosciuto in occasione della mia esperienza in Uganda. Era sua ospite una ragazza africana, infermiera dell’Ospedale di Aber, l’ultimo posto dove avevo lavorato. Era un’occasione unica per rivederci.
La cena, tuttavia, me la ritrovo nella memoria non colorata dai toni della separazione, ma piuttosto la rievoco carica della gioia del segno profetico.
L’affetto che ci legava tutti e la comunione che stavamo vivendo erano come una solida roccia che avrebbe sfidato il tempo, restando intatta fino al giorno dell’incontro definitivo che simbolizzavamo e che con intensità profetizzavamo. Era un anticipo, questa cena, di quella senza fine che infallibilmente ci aspettava.
Il giorno degli addii fu invece il giovedì. Una nebbia fittissima era scesa su Milano, come quella del mio arrivo.
Facemmo in silenzio, e a velocità ridotta, quasi per assaporarlo, il tragitto in macchina fino all’aeroporto. Pareva che il tempo volesse far intendere che questi giorni non avrebbero dovuto essere, chiudendoli all’inizio e alla fine con la sua fitta nebbia, quasi una goccia di pioggia uscita di nascosto da una nuvola.
Una goccia che era al tempo stesso simile a una perla che si sfoggia nel sorriso della festa, e simile alla lacrima che spunta sul ciglio di una madre che saluta all’aeroporto il figlio che parte.
Aldo Songo, provincia di Tete (Mozambico) novembre 1976 – febbraio 1977
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IL SERVO INUTILE
In cima al monte nevicava. Dicembre era già inoltrato e i pellegrini erano molto rari. Il vecchio abate si rallegrò di tutto quel bianco, del grande silenzio e della solitudine che la neve gli regalava. Aveva molti ricordi di bambino, legati alla neve, e tutti bellissimi...
Ma in quei giorni ce n’erano altri che gli tornavano più frequentemente al cuore: i ricordi legati alla sua ordinazione sacerdotale. Si avvicinavano, anno dopo anno, le nozze d’oro, e il pensiero del suo sacerdozio era sempre più ricorrente. Pregava, rifletteva, e gli pareva di non aver neppure cominciato a varcare la soglia della comprensione della realtà che lo avvolgeva.
Seduto vicino alla finestra della cucina – l’unico locale ben riscaldato della canonica – guardava la neve che cadeva silenziosa. Si rivedeva giovane, nella settimana che precedeva l’ordinazione. Era andato, assieme a tre compagni, a fare gli esercizi spirituali in un paesino di montagna, dove viveva una comunità di sacerdoti che assistevano cinque o sei parrocchie dei dintorni. Piccole greggi di poche centinaia di anime, ma anche loro bisognose di crescere nella fede e nella conoscenza dell’ineffabile amore di Dio.
Anche allora nevicava, faceva un gran freddo e l’unico locale riscaldato della casa era la cucina, con i ciocchi nel camino e la stufa a legna per cucinare. Vi passavano ore ad ascoltare le conversazioni del ritiro, a pregare, a meditare e anche – e molto – a sognare... Fuori i fiocchi, che attraversavano lenti lo spazio dei vetri, con quel ritmo sempre uguale parevano i granelli di una fantastica clessidra che il buon Dio aveva loro regalato per scandire soavemente quei pochi giorni che li separavano dal grande avvenimento.
Uno dei momenti più belli era dopo cena, quando si trattenevano a parlare delle esperienze vissute con i sacerdoti della comunità. Cosa si provava a celebrare la messa? Che impressione faceva dire le parole della consacrazione? E riguardo al ministero del perdono? Era difficile confessare? Ci si trovava spesso in imbarazzo? Se il penitente non diceva con chiarezza i suoi peccati, come si doveva fare? Era meglio accettare in silenzio l’esposizione del fedele, o bisognava domandare? E come si assistevano i moribondi? Si doveva parlare o no della morte? C’erano state delle situazioni difficili nel loro ministero? Le ore passavano rapide ed era necessario aggiungere legna più volte nel camino, prima di decidersi ad interrompere e andare a dormire.
Un pomeriggio era uscito sotto la neve. Aveva bisogno di pensare, da solo, in silenzio. Per le strade non c’era quasi nessuno. Arrivò in fondo al paese, alla prima fermata della corriera. L’oltrepassò; dopo la curva c’era solo la valle davanti a lui, tutta bianca. Si fermò. Ciò che voleva sondare era un pensiero solo: tu hai chiamato me. Tu, l’infinito, hai chiamato me... Io, che non so nulla, che ho appena cominciato a vivere, che ancora non ho capito nulla della vita, io sono stato chiamato da te! Cosa vuol dire? Perché? Ora che mi hai chiamato e sono qui, avrebbe senso che io esistessi fuori di questa situazione? Potrei pensarmi non chiamato? E soprattutto, tu, Signore, potresti pensarmi non chiamato? Se potessi capire cosa vuol dire vivere solo una volta e, in quest’unica volta, essere stato chiamato da te! Guardava la valle bianca e avvertiva la sensazione di silenzio indotta dalla neve che cadeva. Gli pareva che il pensiero gli spalancasse il segreto di quella visione. Capiva il significato della neve, della valle, del cielo e della terra, di quella luce invernale che sfumava nella sera, della sua solitudine in quel luogo... Ma quel pensiero rimaneva ancora senza spiegazione. Restò fermo a lungo, finché si rese conto che il mistero sarebbe perdurato e che era bene fosse così.
Quel pensiero l’aveva accompagnato per tutta la vita e ora la neve fuori dalla finestra lo richiamava alla sua memoria. Come avrebbe potuto capire il segreto di Dio? Chi sarebbe stato in grado di spiegare il perché dell’amore? Ora che era verso la fine della vita e aveva trascorso quasi mezzo secolo di sacerdozio, aveva un altro pensiero: quante volte aveva celebrato la messa? E ancora non aveva capito nulla. Quante migliaia di volte aveva recitato il breviario? E ancora non lo conosceva. Quante volte aveva perdonato i peccati in nome di Dio? E ancora non sapeva come avvenisse che quanto lui perdonava rimaneva perdonato. E quanto e in quanti modi diversi aveva amato? Eppure non sapeva ancora che cosa fosse l’Amore.
Guardava indietro a tutta la sua lunga vita; una considerazione si precisava sempre più e coincideva con la verità della parola di Gesù: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare.
La vita era al tramonto e il vecchio abate si trovava a mani vuote. Questa riflessione lo lasciava un po’ depresso, non poteva nasconderselo. Ma gli era di conforto pensare che, se Gesù aveva detto tale frase, era per il suo bene. Ora capiva che quella era la verità radicale della somma della sua vita e si sentiva liberato. Era un’affermazione di salvezza e di conforto, non di giudizio: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare».
Guardò il crocifisso appeso alla parete, come per cercare istintivamente conforto in lui. A vederlo morto, con il capo reclinato, il cuore ferito e vuoto, gli parve che anche Gesù dalla croce dicesse le stesse parole assieme al numero infinito dei suoi fratelli sconfitti: siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare.
Ora capiva: «Gesù era davvero morto così... obbediente al punto di dire al Padre: sono un servo inutile, ho fatto quanto dovevo fare: tutto è consumato! Nessuna pretesa, nessuna richiesta. Soltanto l’estrema umiltà di sussurrare: «Nelle tue mani consegno il mio spirito». Anche lui era voluto arrivare davanti al Padre a mani vuote: aveva radunato solo un piccolo gregge e ora che lo avevano ucciso esso s’era disperso...
Le parole del canto del servo del Signore, da sempre riferite a Gesù, risuonavano nel cuore del vecchio abate: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze ...».
La luce del giorno ormai stava spegnendosi in quel silenzio ovattato di neve. Andò nel santuario per recitare i vespri. Nonostante fosse un giorno feriale, sentiva il desiderio di celebrarli solennemente. Accese tutti i ceri e collocò il Signore nell’ostensorio, sopra l’altar maggiore. Voleva ringraziarlo per essere morto a quel modo, a mani vuote come chiunque di noi, come lui, povero vecchio abate.
Il freddo era intenso e gli penetrava nelle ossa, come quel pensiero si insinuava nel suo spirito.
Cantò tutti i salmi per intero, antifone comprese. Poi lesse la lettura breve; era dal Cantico dei Cantici: «Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio». Al vecchio abate sussultò il cuore nel leggere queste semplici parole: se avesse avuto dei beni nella sua casa, dei meriti nella sua vita, avrebbe forse potuto volerli offrire al posto del suo poco amore. Avrebbe voluto nascondersi dietro i beni. Ma nessun bene, anche immenso, avrebbe sostituito l’amore. Sarebbe stato oggetto di disprezzo di fronte a tutti i santi del cielo, se lo avesse tentato. Per fortuna, però, non aveva nulla: povero servo, aveva fatto solo ciò che doveva fare. Ma aveva la possibilità di offrire l’amore. Era piccolo ancora, pur dopo tanti anni, tuttavia avrebbe potuto offrirlo e nessuno l’avrebbe mai disprezzato.
Guardò il Signore umilmente, ma pieno di contentezza; sì, un po’ d’amore era sicuro di averlo: non era stato lui a donarglielo? Era intirizzito dal freddo, e i denti gli battevano un po’. Così, poveramente, gli offrì il suo piccolo amore.
S’era alzato in piedi, per fare la sua offerta. Di colpo non sentì più freddo e smise di tremare: il Signore gli stava rispondendo! Un pensiero gli riempiva la mente, un pensiero che scacciava tutti gli altri. Neppure lui, il Signore, voleva essere disprezzato offrendogli tutti i beni della sua casa in cambio del suo piccolo amore. Per il piccolo amore di lui Dio avrebbe dato in cambio il suo stesso infinito, incomprensibile e incompreso amore! I due rimasero a lungo uno di fronte all’altro, a guardarsi, a capirsi, a scambiarsi l’unica cosa che veramente era loro e che coincideva con loro stessi. Al vecchio abate pareva di capire, in quel momento, tutto il mistero del mondo. Nulla aveva più segreti di fronte a lui. E non aveva più bisogno di alcuno dei beni della casa del Signore! La prova di questa libertà fu quando lo scambio d’amore si placò e tornò la normalità. Il vecchio abate cominciò a sentire il freddo pungente del santuario, a tremare e a battere un po’ i denti. Per tutta la vita non era mai riuscito ad amare il freddo. Tuttavia in quel momento sentì di amarlo e gli vennero spontanee alla mente le parole dei tre giovani nella fornace ardente: «Benedite, rugiada e brina, il Signore; ... benedite, gelo e freddo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!».
Tutto era come prima, eppure tutto era, ormai per sempre, diverso da prima...
Quelimane (Mozambico) 21 dicembre 1992 – 25 gennaio 1993

FINE.
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( modificato in data 22-4-2013)
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