Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
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(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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P. ANONIMO S.C.

CARO PADRE DEHON

(lettere del padre Anonimo s.c.j. scritte al padre Dehon sui primi cinquant’anni della Congregazione dei Sacerdoti del S.Cuore in Mozambico)

Una nota a mo’ d’introduzione
Nel 1997 si sono compiuti 50 anni dall’arrivo dei primi missionari della congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore in Mozambico. Si considera come giorno della fondazione di quest’opera il 27 marzo del 1947, quando i primi quattro confratelli giunsero ad Alto Molócuè, sede della stazione missionaria loro affidata.

È desiderio proprio dell’uomo fare memoria della storia passata, specialmente in occasione di date significative che, in certo modo, chiudono periodi o segnano passaggi d’epoca. Si suole affidare a note scritte il compito di mantenere vivo il passato, così da poter essere consegnato alle generazioni presenti e future, affinché lo possano ripercorrere e rivivere ricordando ciò che altri hanno vissuto, pensato, dubitato, sofferto, sperato e, soprattutto, amato.

Quello che segue è appunto un contributo alla storia dei primi cinquant’anni s.c.j. in Mozambico, in una forma semplice e popolare, attraverso le lettere scritte da un immaginario padre Anonimo s.c.j. inviate al fondatore della congregazione, il padre Leone Giovanni Dehon di santa memoria. L’autore delle lettere ha fatto un’esperienza indimenticabile e, per certi versi, irripetibile: il p.Dehon gli ha ottenuto la grazia di poter viaggiare a suo piacimento non solo su e giù per il Mozambico, ma anche avanti e indietro nel tempo!

Vogliamo qui ringraziare il p.Fondatore per averci fatto avere le sue lettere e per averci autorizzato a pubblicarle. A tutti i curiosi buona lettura!




LETTERE DEL P.ANONIMO S.C.J. AL P.FONDATORE L.DEHON





Maputo, 25 gennaio 1998

Caro Padre Dehon,
m’è spiaciuto non aver potuto partecipare di persona alla consacrazione episcopale del nostro padre Tomé. Come ben sai è il tuo primo figlio nato in Mozambico ad essere nominato vescovo. La notizia della sua elezione c’era giunta all’inizio dell’avvento, il tempo liturgico col quale si chiudeva il 1997, l’anno del cinquantesimo anniversario della nostra presenza missionaria in questo paese.
Sai, padre Dehon, sono rimasto un attimo esitante sull’aggettivo da usare dopo la parola presenza. Stavo per scrivere congregazionale, oppure dehoniana, ma poi mi sono deciso per missionaria, perché ho pensato che la consacrazione di padre Tomé si potrebbe intendere come l’avvenimento che, al tempo stesso, corona e chiude la nostra presenza missionaria. D’ora in poi quest’aggettivo stona. Ora che hai un tuo figlio vescovo qui, credo che si debba usare un altro termine, o forse, meglio, proprio nessuno: presenza e basta!
Quindi, se sei d’accordo, scegliamo quest’avvenimento (ma con la dovuta modestia) come spartiacque fra un prima e un poi, come si usa fare per esempio con la caduta dell’impero romano, la scoperta dell’America, la Rivoluzione francese ecc.

In quei giorni ero a Maputo, la capitale. In casa nostra sono passati in parecchi per recarsi ad assistere alla consacrazione al Gurúè, la cittadina capoluogo del distretto natale di padre Tomé, nella provincia della Zambézia. I primi sono stati i rappresentanti del Superiore Generale e di quello Provinciale, entrambi impediti da precedenti impegni gravi di congregazione; poi sono venuti due padri polacchi della nostra Provincia del Sudafrica, ed infine il padre Zolile, anch’egli sudafricano, ma di razza negra, eletto a sostituire padre Tomé come consigliere generale a Roma. Da Maputo sono pure partiti il cardinale Dom Alexandre, il nunzio apostolico e il vescovo segretario della conferenza episcopale. Insomma un avvenimento molto sentito da tutti!

I due confratelli del Sudafrica ci hanno fatto vedere la videocassetta girata nella consacrazione. Ce la siamo goduta, noi rimasti a Maputo, non trattenendoci da commenti soddisfatti e da esclamazioni di contentezza al vedere comparire facce di amici antichi, confratelli di missioni lontane, suore che avevano lavorato con noi nei tempi andati, vecchi alunni. E soprattutto c’è stato il giubilo di vedere consacrare vescovo il nostro caro padre Tomé e poi c’è stata la preghiera d’accompagnamento, che penso tutti abbiamo fatto, perché potesse essere un vescovo santo e santificatore! È stata davvero una grande festa, con una partecipazione popolare entusiasta.

Ora lo aspetta la diocesi di Pemba, l’ultima a nord verso la Tanzania, dove giungerà per prendere possesso l’8 febbraio. Diventa questa la quarta diocesi dove lavoriamo per il regno di Dio in Mozambico. Le altre sono Quelimane, Gurúè e Maputo. Ma di queste e della storia di come ci siamo arrivati, ti parlerò ora in un viaggio interiore a ritroso nel tempo.

Per ora ti saluto caramente in Corde Jesu!
Padre Anonimo s.c.j.

Mocuba, 25 giugno 1975


Caro padre Dehon,
ho pensato di fare una sosta a questo punto nel nostro viaggio a ritroso negli anni, per parlarti subito dell’avvenimento centrale della storia del Mozambico: la proclamazione della sua Indipendenza.
Mi trovo di passaggio a Mocuba, a metà strada circa tra le missioni di Quelimane e di Ile. All’entrata di questo centro importante, il più grande della provincia dopo la capitale, c’è una targa di piastrelle di ceramica, i tipici “azulejos” della cultura portoghese, con questa bella frase: “Mocuba, dove tutte le strade si incrociano e la Zambesia si abbraccia”. Guardando la carta geografica, si vede al primo sguardo come sia centrale la posizione di questa cittadina e come molte strade vi convergano da varie direzioni. Sono arrivato ieri pomeriggio: ho trovato un’aria di festa straordinaria. Gente allegra per le strada, negozi affollati, mentre si sentivano tamburi da molte parti e radio a tutto volume.
La piazza davanti all’ospedale, che ingloba un grande prato, era stata addobbata a festa. C’era un palco col tetto di paglia e un grande palo al centro, per la cerimonia della mezzanotte. In cima sventolava per l’ultimo giorno la bandiera portoghese, verde e rossa, con lo stemma in mezzo. Tutto intorno festoni, drappi colorati, qua e là banchi di vendita. Tutte le occasioni sono buone per improvvisare un mercatino, vendere qualcosa e.. comprarla!
Mi sono fermato nella casa del dottore, dove vivono due nostri confratelli: p.Aldo Marchesini e fr. Giuseppe Meoni. Il primo è medico, l’unico per tutto il distretto, e il secondo è laboratorista. Hanno moltissimo lavoro, anzi ti dirò che sono stati proprio loro a farmi notare la scritta all’entrata di Mocuba, che dice che qui tutte le strade si incrociano. Loro ne vivono (non senza una certa fatica) una delle conseguenze: ricevono dagli altri distretti molti malati, che si vanno ad aggiungere a quelli – già numerosi - di qui.
Bene, al mio arrivo p. Aldo era in sala operatoria e fr. Giuseppe in laboratorio, a togliere il sangue al marito della paziente che era sotto i ferri, per prepararle una trasfusione. Si trattava di un caso grave, una giovane donna al suo primo parto, con una rottura d’utero. Veniva da una località remota della missione di Ile. Aveva cominciato con le doglie all’inizio della settimana ed era stata aiutata in casa dalle donne del vicinato, poi, quando si erano rese conto che il feto non passava, avevano avvisato il marito e il fratello di lei . Gli uomini avevano radunato altri quattro parenti, l’avevano caricata su una barella fatta di bastoni e di frasche e portata a spalla per oltre dieci chilometri, fino alla strada. Un camion di passaggio li aveva condotti alla missione, dove c’era suor Monica, molto brava in questioni di maternità. Appena vista la partoriente, s’era resa conto che la situazione era già grave ed era corsa dal padre superiore per chiedere che qualcuno la portasse a Mocuba per essere operata.
Chi l’ha portata è stato p. Remo Zanol, il quale ha approfittato per fare anche un po’ di spese in città. È stato proprio lui ad aprire la porta al mio arrivo e a farmi gli onori di casa. Mi ha poi accompagnato in giro per Mocuba per vedere i preparativi della festa.
Voleva attendere la fine dell’operazione per ripartire con parte dei familiari. Il marito e il fratello della donna avevano detto di voler trattenersi per assistere la loro paziente dopo l’operazione. È stato fr. Giuseppe ad uscire per primo e ad informarci che l’intervento sembrava fosse andato bene. La donna aveva resistito al dolore, allo stress, allo shock, ed infine all’operazione, anche grazie alla trasfusione di sangue del marito. P.Aldo stava chiudendo l’addome, ma l’utero rotto s’era già molto infettato ed era stato necessario toglierlo. Ora si sperava che superasse la peritonite. Le sofferenze non erano purtroppo ancora finite per lei: oltre al dolore fisico doveva portare anche il dispiacere di aver perso il primo figlio e, cosa ancora più grave, quello di non poterne avere più.
P.Remo voleva ritornare ad Ile - circa 120 chilometri - prima di notte, per cui ci salutò, ma, al momento di montare in macchina, non seppe trattenersi dal correre fin sulla porta della sala operatoria per ringraziare p.Aldo ed augurargli buona festa.


Per la cena siamo stati ospiti dei Cappuccini di Trento, titolari della missione di Mocuba. Hanno qui una bella casa circondata da alcune piante secolari, tra cui fa spicco un magnifico esemplare di albero di cajù. È una pianta tropicale che si trova sparsa un po’ dappertutto lungo le strade della Zambesia, per non dire del Mozambico intero. Produce un frutto stranissimo: una specie di pera, ricca di succo, la cui forma ricorda un peperone, e che nell’estremità inferiore presenta all’esterno un nocciolo avvolto in una scorza dura, a forma di una tozza mezzaluna. È questa la castagna di cajù, che ha un grande valore commerciale. Le persone la raccolgono e la vendono ai commercianti che passano per i distretti a comprarla, per poi rivenderla alle fabbriche dove viene tolta la scorza e trasformata in un prodotto alimentare. Già che sono in argomento, ti voglio anche riferire una voce che ho sentito da più parti – e di cui non so francamente dire l’attendibilità – secondo cui da essa si estrarrebbe pure un olio usato nei razzi che mettono in orbita i satelliti.

Ho notato che tra i Cappuccini e i nostri c’è un grande affiatamento e collaborazione e si respira un vero spirito di famiglia.
A tavola abbiamo commentato ampiamente l’avvenimento straordinario che stiamo vivendo in prima persona. Naturalmente c’è stata una sincera soddisfazione per il raggiungimento di questo traguardo, preceduto da tanti drammatici avvenimenti della lotta armata di liberazione e da molta sofferenza, sia da parte dei mozambicani e dei portoghesi, sia da parte della Chiesa. Ho però notato una certa apprensione in tutti per l’incertezza del futuro. Le nuvole si sono cominciate ad addensare circa un mese fa, quando il capo della Frelimo, il movimento che ha condotto la lotta di liberazione del paese, Samora Machel, è entrato in Mozambico dall’estremo nord , proveniente dalla Tanzania, dov’era la sua base negli ultimi anni. Iniziò il viaggio di avvicinamento a Maputo, la capitale – situata all’estremo sud – con un comizio nella città di Mueda. Scelta quasi obbligata, perché, oltre ad essere il distretto più a nord, era anche il luogo dove si dette l’episodio di sangue che avviò la lotta armata di liberazione. Quel discorso fu come una specie di doccia fredda per tutti, perché cambiò in modo drastico e drammatico lo scenario d’insieme che aveva caratterizzato i mesi del governo di transizione. Questo aveva saputo suscitare nel paese un clima quasi idilliaco d’intesa e collaborazione fra portoghesi e mozambicani. Si potevano leggere su striscioni nelle strade e sui muri delle case frasi come questa: “Lavoriamo insieme per il Mozambico nuovo”, “Mano nella mano”, “Siamo tutti fratelli” e così via.
Samora Machel usò nel comizio un linguaggio duro, ricordando i torti subiti dal Portogallo, lanciando quello che sarebbe stato un po’ il ritornello durante tutto il viaggio verso Maputo:”Ci avete succhiato il sangue per cinquecento anni”, e sottolineando l’appoggio dato dalla Chiesa al regime coloniale portoghese. Nella vita di tutti i giorni, però, sembrava che nulla fosse cambiato: continuava l’atmosfera di tolleranza e collaborazione di prima. Bisognava aspettare le prime settimane d’indipendenza per poter tirare qualche conclusione e capire da che parte tirava veramente il vento.
Verso le 22 ci siamo alzati per andare tutti in piazza per assistere alla festa. C’era una confusione incredibile. Cerchi di danze intorno a tamburi da ogni parte, sul prato, per le strade, nei crocicchi. Ogni tanto qualcuno, delle persone più in vista, saliva sul palco a chiedere un istante d’attenzione per qualche informazione oppure per un breve discorso. Era un momento veramente magico! C’era un non so che di autocoscienza collettiva, consapevole di stare vivendo il momento più straordinario di tutta la vita. L’Amministratore del distretto era emozionato e per l’occasione aveva pensato bene di mettersi alla cintola una fondina con la pistola, quasi a voler dare a tutti la sicurezza di rappresentare il garante più alto, perché nessuna forza al mondo potesse ostacolare il realizzarsi della cerimonia dell’Indipendenza. Anche il comandante militare della piazza di Mocuba era pieno di zelo, salendo sul palco ogni poco, per dire ai microfoni qualcosa e per impartire ordini ai suoi subalterni. Mezz’ora prima della mezzanotte i tamburi e le danze cessarono.
Salì sul palco il segretario del gruppo dinamizzatore, una delle figure nuove inventate dal governo di transizione, per un breve discorso. Dopo di lui parlò il comandante militare e per ultimo l’Amministratore. Discorsi moderati, di giubilo, senza accenni polemici al Portogallo: era festa e basta! Forse le nostre apprensioni sul futuro erano esagerate.
Arrivò la mezzanotte. Tre soldati in alta uniforme si avvicinarono all’asta in mezzo al campo e, nell’assoluto silenzio generale, il primo sciolse la corda che fissava la bandiera portoghese e cominciò ad ammainarla con una lentezza che in un primo momento mi parve esagerata. Ero rimasto sorpreso che l’ammainabandiera fosse cominciato senza alcun segnale come, per esempio, uno squillo di tromba o una salve di fucili. Ma queste sono cose che facciamo noi europei. Ora mi rendevo conto che non c’era bisogno di fare baccano prima del silenzio, per attirarvi l’attenzione, e che nulla poteva essere più efficace per renderlo solenne, di quella lentezza così studiata e incomparabilmente maestosa!
Quando la bandiera arrivò in basso, il soldato la staccò, la ripiegò e poi la depose con tutta la solennità sulle mani del secondo soldato. Si avvicinò il terzo, con la nuova bandiera del Mozambico e la porse al primo. Questi la spiegò, la fissò alla corda e cominciò a issarla con la stessa maestosità con cui aveva ammainato quella portoghese. Saliva lentissima verso la sommità dell’asta, mentre il silenzio continuava assoluto. Tutti stavamo sull’attenti, con gli occhi fissi alla bandiera. Col salire di essa vedevamo nascere un nuovo Paese e sentivamo nel cuore la soddisfazione di poter dire con tutta verità, un giorno: “Io c’ero!”
Quando la bandiera toccò la cima del pennone nessuno interruppe il silenzio. Il soldato fece un passo avanti e ne legò la corda all’apposito gancio, poi si girò, si allineò cogli altri due e, lentissimamente, si allontanarono. Una donna, dalla piazza, fece risuonare il caratteristico trillo fatto con la lingua che vibra orizzontalmente tra i denti e che sottolinea i momenti più solenni di intenso giubilo. Fu come il segnale: un battimani fragoroso riempì la piazza e si protrasse a tal punto che sembrava non dovesse mai finire. Quando smise, quella in effetti non fu una fine, ma una trasformazione: diventò un travolgente rullare di tamburi che dette il via ai canti e alle danze destinate a durare fino a giorno pieno.

Ora il sole è già alto sull’orizzonte, mentre ti scrivo, padre Dehon. La casa del dottore è proprio accanto all’ospedale e dà sulla piazza: è bello essere come abbracciati da questa grande festa!

I miei due confratelli sono andati all’ospedale per vedere i malati e specialmente la donna portata dal padre Remo ieri sera. Per oggi resterò loro ospite, poi domani proseguirò per Alto Molócuè. Da lì ti scriverò di nuovo.


Padre Anonimo s.c.j.



Alto Molócuè, 29 giugno 1947


Caro Padre Dehon,
come promesso ti scrivo da Alto Molócuè, e mi trovo già all’inizio della nostra storia, nel 1947.
Sono partito da Mocuba con la corriera ieri l’altro, ancora nel 1975. Mi sono seduto vicino all’autista, un signore anziano, mulatto, originario di Quelimane, figlio di un portoghese e di una donna mozambicana. Mi ha detto che faceva questa linea da trent’anni. Ho fatto un rapido calcolo ed ho concluso che nel 1947 doveva essere già lui a guidare la corriera su questa strada, quando i nostri padri arrivarono per la prima volta ad Alto Molócuè. Gli ho chiesto allora se si ricordava di aver accompagnato dei padri italiani, giovani e novellini che andavano a prendere possesso della missione. Ricordava bene di quei padri italiani, per averli incontrati spessissimo e si rammentava pure di quella prima volta, perché avevano attirato la sua attenzione per essere un gruppo di quattro e per parlare con un accento strano. A quel tempo, però, la linea andava ad Ile e quindi loro erano dovuti smontare al bivio di Nampevo e proseguire con un camion.

Cosa ne dici, padre Dehon? Niente male come fortuna! L’aver incontrato nell’andata ad Alto Molócuè una delle persone in carne ed ossa che fecero quel viaggio nel ’47, m’è sembrato di buon auspicio, poiché come ti avevo già detto, ero diretto proprio verso quest’anno, nel mio peregrinare a ritroso nel tempo, alla ricerca della storia dei nostri primi cinquant’anni di Mozambico.

Ed eccomi, quindi, finalmente all’inizio della nostra avventura. Ho scelto proprio il giorno della festa di S.Pietro perché mi sembrava adatto, per cominciare la nostra storia, fare riferimento al principe degli apostoli e chiedere a lui aiuto per percorrere con occhi di fede il cammino. Ed ho avuto fortuna! Sai chi ho trovato qui oltre ai padri? Nientemeno che il vescovo di Beira, mons. Sebastião Soares de Resende. Quante volte i padri più anziani me ne avevano parlato in conversazione, con una venerazione e stima straordinarie! Lo consideravano tutti un uomo eccezionale e un pastore santo. Era stato lui a chiamare i nostri padri perché lavorassero in questa zona di lingua Lomwè della sua immensa diocesi.
I nostri primi quattro padri, p.Pedro Comi, p.Agostinho De Ruschi, p.Celestino Pizzi e p.Luís Pezzotta avevano attraccato a Beira il 20 marzo di quest’anno, dopo un lungo viaggio sul bastimento Quanza, iniziato a Lisbona il 12 febbraio (mi scuserai se uso i loro nomi tradotti in portoghese, ma mi sembra più vero, perché qui tutti li chiamano così). Il vescovo li aveva ricevuti con grande affabilità ed aveva illustrato nei particolari la zona loro affidata e il suo piano d’evangelizzazione di quelle popolazioni (Sono passati appena tre mesi e mons.Sebastião è già venuto a visitare ed incoraggiare i suoi nuovi missionari sul loro campo di lavoro.
Anche i nostri però non hanno certo perso tempo! Infatti, ho trovato ad Alto Molócuè soltanto i padri Pedro e Luís. Gli altri due, p.Agostinho e p.Celestino Pizzi, sono partiti questa settimana per fondare la nuova Missione di Nauela, secondo le raccomandazioni del vescovo, ricevute a Beira. Mi hanno raccontato che l’erezione della Missione era già stata fatta il 1º giugno, ma la ricerca di un mezzo di trasporto era stata molto laboriosa. Qui le strade esistono, anche se di terra battuta, ma le macchine, le corriere ed i camion sono scarsi. Possono trascorrere dei giorni interi senza che passi nessuno. Tre giorni fa è potuto partire il p.Agostinho, nominato superiore, andato in avanscoperta. Ma la provvidenza è venuta subito in soccorso, offrendo una soluzione insperata: il giorno seguente s’è fermato alla missione per salutare i nuovi arrivati un italiano, diretto col suo camion - neanche a farlo apposta - proprio a Nauela. In quattro e quattr’otto p.Celestino s’è preparato ed è partito con lui. Quanto alle casse coi bagagli, la provvidenza darà un’altra mano! M’immagino quale sarà stata la sorpresa del p. Agostinho a vedersi raggiunto così in fretta dal suo confratello. E quanto maggiore sarà, quando vedrà arrivare fra tre o quattro giorni nientemeno che mons.Sebastião. Me l´ha detto infatti poco fa lui stesso, mentre prendevamo il tè sulla veranda di casa. Il vescovo è una persona squisita, molto semplice ed affabile, ma anche assai intelligente e con una visione ampia e lungimirante delle cose della Chiesa, della popolazione e della politica. Verso il governo ha una posizione ferma ed esigente nella difesa dei diritti degli africani ed ha già preso più volte posizione in loro difesa contro abusi da varie parti.

In questi giorni ho approfittato della sua visita ufficiale per conoscere un po’ la nostra prima missione in Mozambico. I nostri non hanno dovuto cominciare tutto da zero, ma sono stati inviati in un’opera già esistente. C’erano già un sacerdote diocesano portoghese, piuttosto anziano, p.Alexandre Pereira de Carvalho, ed una comunità di suore Francescane di Nostra Signora delle Vittorie, fondate nell’isola di Madera qualche anno prima di noi, nella seconda metà dell’ottocento, da un’infermiera inglese, convertita dall’anglicanesimo. Le suore conducevano l’internato femminile con parecchie bambine e prestavano assistenza in un dispensario condotto da un medico portoghese residente in missione con la famiglia. Anzi, in attesa che la sua abitazione fosse terminata, viveva nella casa del missionario. Il padre Alexandre era già partito dopo aver fatto le consegne. La missione era dedicata al beato Nuno Álvares Pereira, detto il “Condestável” cioè il Condottiero, perché in gioventù aveva guidato l’esercito portoghese nella battaglia decisiva contro gli spagnoli che volevano conquistare il Portogallo. In seguito aveva abbandonato le armi e si era fatto religioso.
Qui siamo a circa una decina di chilometri dalla sede amministrativa. È una disposizione dei vescovi, questa di stabilire le missioni un po’ distanti dalle amministrazioni statali: dà più indipendenza organizzativa e aiuta anche la gente a non confondere coloni e missionari.
Il posto è bello, pieno di silenzio, mentre lo sguardo è rallegrato da un panorama ampio e costellato di alture, alcune dal profilo dolce e collinoso ed altre a forma di grandi panettoni rocciosi.

Per contare i cristiani mozambicani bastano le dita di una sola mano. Più missione ad gentes di così i nostri non potevano trovare! Per il momento il primo compito sarà quello di impegnarsi nella scuola. L’istruzione è la base indispensabile della crescita umana. Una volta stabilita una relazione di servizio disinteressato e di stima reciproca, il Signore aprirà una porta anche per l’annuncio del vangelo. Pure il dispensario è un mezzo per rispondere ai bisogni della popolazione. Il venire incontro alle necessità è un’esigenza imperiosa della carità e si può iniziare fin dal primo momento, senza attendere che ci siano condizioni per cominciare la predicazione.
Nelle conversazioni col vescovo ed i padri ho colto un grande desiderio di poter avere al più presto qualche fratello come insegnante di professioni pratiche. Le più urgenti sono quelle di falegname, muratore, calzolaio ecc. Mi ha un po’ sorpreso l’enfasi che il vescovo ha dato soprattutto a quest’ultima professione. Forse voleva contribuire perché anche gli africani potessero avere facilità ad usare le scarpe. Qui tutti, o quasi, vanno a piedi nudi ed a me, sinceramente, pare che proprio non se ne preoccupino per nulla. Tuttavia, usare le scarpe in mezzo ad un popolo di scalzi fa indubbiamente sentire un po’ a disagio e ciò mi fa notare, una volta di più, la sensibilità umana di Mons.Sebastião!
Padre Pedro dovette promettergli di scrivere al più presto al superiore provinciale, per chiedere che inviasse fratelli, sia per essere insegnanti che costruttori: c’era bisogno di edificare nuove abitazioni, scuole, internati e, col tempo, anche le prime chiese. Ho avuto modo di conoscere il piano di sviluppo della missione in mezzo alla tribù Lomwè. Il vescovo desidera che quanto prima si cominci anche a Vila Junqueiro nel distretto del Gurúè, a Namarroi, a Ile e si scelga un posto nel distretto di Pebane.
Nel frattempo andrà a visitare i padri a Nauela, dove sono appena giunti, proprio questa settimana. È ben contento ch’io l’accompagni.
Quindi sai già da dove ti scriverò la prossima volta, e che non sarà fra molti giorni!

Un caro saluto da questa terra affidataci dal S.Cuore, come piace tanto dire ai nostri missionari.

Tuo Padre Anonimo s.c.j.








Nauela, 3 luglio 1947

Caro padre Dehon,
eccomi qui a Nauela. Ho viaggiato insieme al vescovo e al suo autista. Nella strada di terra battuta la macchina sollevava un nuvolone di polvere rossastra, che andava poi a ricadere sull’erba dei fossati, sulle foglie delle colture dei campi, sugli alberi e su tutto quanto si trovava nei pressi. Una buona parte, naturalmente, entrava in macchina e tingeva di rosso i nostri vestiti, i capelli, la tappezzeria e i bagagli. Per fortuna in quest’epoca dell’anno la temperatura è fresca, specialmente qui, dove l’altitudine oscilla tra i 500 e i 900 metri. Così abbiamo potuto tenere chiusi i finestrini e, al nostro arrivo, eravamo ancora abbastanza puliti. La distanza, poi, non è grande, neppure 80 chilometri.
Durante il viaggio il vescovo mi ha raccontato le vicissitudini che ha dovuto affrontare per riuscire ad offrire ai missionari una casa come primo punto d’appoggio al loro arrivo. L’aveva chiesta più di un anno fa al governo, che, finalmente, gli aveva ceduto quella del capo della polizia. La casa era abbastanza grande e discretamente conservata. Ma la sfortuna volle che le fiamme che la popolazione ha l'abitudine di accendere per bruciare il cosiddetto “capim”, cioè l’erbaccia che cresce dappertutto e che molto spesso supera i due metri d’altezza, penetrassero, spinte dal vento, nella casa. Le porte e gli infissi bruciarono e così pure il falso tetto e qualche trave di sostegno della copertura. Il governatore s’era impegnato a farla riparare sotto le pressioni di mons.Sebastião, ma questi dubitava molto che i lavori fossero stati eseguiti con diligenza e compiutamente.
Si chinò poi verso di me, per dirmi all’orecchio, sottovoce, che questa missione gli stava molto a cuore perché trent’anni fa erano arrivati in zona dei missionari scozzesi protestanti, entrati dal Niassaland ed avevano già avuto numerose conversioni. Ora urgeva una missione cattolica nelle vicinanze. Non aveva proprio nulla contro i protestanti, anzi li ammirava per la loro dedicazione e per il coraggio di portare con sé, assai spesso, la moglie ed i figli. In quella zona, oltretutto, avevano la speciale benemerenza di aver educato molto bene i loro cristiani alla cura dell’agricoltura e della casa. E così dicendo mi invitava a far caso alla struttura delle capanne, costruite in mattoni d’argilla, non raramente intonacate con fango e poi dipinte con motivi ornamentali. Molte di loro avevano nelle vicinanze una costruzione simile ad una palafitta, col fondo sollevato da terra, coperta con un tetto di paglia, che serviva per la conservazione dei prodotti agricoli.
C’era proprio di che rallegrarsi! Però, come vescovo cattolico, sentiva in coscienza di dover far qualcosa perché anche la nostra Chiesa fosse presente e potesse far conoscere agli abitanti di quella regione l’interpretazione cattolica del vangelo, che, era chiaro, riteneva essere la vera.

Giungemmo alla casa dei missionari, a Nauela, un’ora buona prima di mezzogiorno. P. Agostinho e p.Celestino Pizzi ci stavano aspettando, anche se, ufficialmente, non sapevano nulla. Il vescovo desiderava fare una sorpresa, ma il buon padre Pedro, come superiore di tutto il gruppo, aveva pensato bene di avvisare, per mezzo di una staffetta, che monsignore ed io saremmo arrivati il primo di luglio. L’abitazione era davvero in condizioni precarie. Sembrava solida, questo sì (difatti aveva saputo resistere al fuoco) però il pavimento era di terra battuta ed i muri senza intonaco. La copertura era stata rimessa a posto, ma le tegole e le travi erano a vista. Le porte e le finestre erano state rifatte e sotto l’immancabile veranda erano già state sistemate delle sedie coi braccioli dallo schienale di paglia.
Nauela era un centro ben piccolo! C’erano un pugno di case e due o tre botteghe che vendevano un po’ di tutto. Tutti i portoghesi che abitavano lì vennero a riverire il vescovo, che li trattenne in conversazione per qualche minuto e si informò sulle notizie e novità della zona.
Dopo poco il p.Agostinho ci informò che il pranzo era pronto. Una signora del luogo, la moglie di un commerciante, aveva offerto il caldo verde portoghese (il tradizionale brodo con passato di patate e cavoli tagliati fini fini ) e un piatto di “caldeirada”, fatto di carne di capretto, intingolo e patate.

Uno degli argomenti principali della visita era quello di scegliere il luogo dove edificare la nuova missione. Siamo quindi andati insieme a visitare parecchie località, un po’ in macchina e molto a piedi. Ieri sera abbiamo tirato le fila e ci siamo trovati d’accordo su una località a circa due o tre chilometri, in vicinanza di una sorgente d’acqua abbondante e pura. Il terreno è però piuttosto scosceso, con molti sali e scendi, ma la sommità dell’altura prescelta è abbastanza ampia e, grosso modo, pianeggiante. La vista che vi si gode è panoramica e distensiva. Certo, anche queste cose, all’apparenza secondarie, hanno la loro importanza nella scelta della sede di una missione.
Stamani vi siamo tornati tutti insieme per fare uno schizzo della planimetria e definire, seppure sommariamente, gli edifici da costruire col tempo e la loro orientazione rispetto ai punti cardinali, alla strada, alla erigenda chiesa e tra di loro.
La costruzione della missione non poteva però assorbire tutte le energie! Bisognava subito cominciare anche con l’organizzazione delle scuole periferiche. C’era al riguardo un accordo tra lo Stato portoghese e la Chiesa cattolica , firmato già da alcuni anni, che dava alcune facilitazioni ai missionari per poter onorare l’impegno dell’istruzione. Ciò su cui si poteva sul serio fare affidamento era però soltanto l’aiuto del Signore e la sua onnipotente provvidenza!
Prima di partire, il vescovo confidò ai padri che era a buon punto ormai la trattativa con una congregazione femminile, le Religiose dell’Amor di Dio, fondate nel secolo scorso in Spagna da un sacerdote che era stato monaco di clausura e poi missionario in Africa e a Cuba: il venerato padre Usera Se avessero accettato, era sua intenzione che cominciassero la loro prima opera proprio a Nauela. Si sarebbero occupate dell’educazione delle ragazze e di un dispensario.
Non puoi immaginare, padre Dehon, la contentezza dei due padri a questa notizia! La presenza delle suore in una missione, le dà una dimensione di completezza e di dedizione straordinarie, mentre contribuisce potentemente a circondarla di prestigio e di fiducia nel cuore della gente.

Il vescovo ha pure confidato che un nuovo gruppo di nostri confratelli dovrebbe arrivare nei primi mesi del prossimo anno. Il superiore provinciale gli ha scritto che la partenza per il Portogallo è prevista per la fine dell’estate e che resteranno là qualche mese per studiare la lingua.

Con queste belle notizie ti saluto in Corde Jesu!

Padre Anonimo s.c.j.






Da bordo del “Quanza”, 25 febbraio 1948

Caro padre Dehon,
può darsi che l’intestazione di questa lettera sia per te una sorpresa. Ma credo che mi approverai, perché i lunghi viaggi in nave fanno parte dell’esperienza reale della vita missionaria. Ho accettato l’invito dei nostri confratelli del secondo gruppo di partenti per vedere più da vicino cosa vuol dire non solo lo stare in missione, ma anche l’andarvi!

I miei confratelli in viaggio sono sei. L’epopea della partenza (la chiamerei proprio così) è iniziata a Bologna il 7 settembre dell’anno scorso con la solenne Messa di saluto e d’invio celebrata dal Superiore provinciale. Non c’erano soltanto i nostri sei del Mozambico: in tutto i missionari partenti erano ben 16! Tre erano destinati al Camerun, quattro all’Argentina e tre al Portogallo. Durante la celebrazione, realizzata nella nostra parrocchia di S.Maria del Suffragio, attigua allo Studentato, è stato letto un telegramma del Papa, la cui premura ha certamente commosso i partenti (e non solo loro!). Ecco il testo:

”Città del Vaticano,5 settembre 1947.

All’eletto drappello Sacerdoti Sacro Cuore che,
accogliendo superno invito,
muovono conquista anime in terra missionaria,
Sua Santità,
invocando sopra loro viaggio et lavoro
perenne assistenza Divino Maestro,
invia di cuore, auspicio consolanti frutti apostolato,
implorata confortatrice Benedizione.

Montini Sostituto”

Alle 17 dello stesso giorno il Cardinale di Bologna Nasalli Rocca ha voluto consegnare personalmente ai missionari il crocifisso nella chiesa di S.Bartolomeo, proprio sotto le Due Torri. Il discorso è stato pronunciato dal nostro padre Franceschetti, ben noto per la sua infuocata oratoria. A nome di tutti ha risposto il padre Antonio Losappio, scelto come portavoce per essere il più anziano e, soprattutto, per i suoi trascorsi di professore di filosofia. Ha manifestato la comune decisione di affrontare qualsiasi sacrificio, pur di offrire tante anime al Cuore di Gesù, ed ha sottolineato la loro consapevolezza di avere enorme bisogno del sostegno spirituale di chi resta.
La cerimonia in sé è stata abbastanza breve, ma, alla sera ,nel cuore della notte, alle 23, c’è stata una cerimonia veramente straordinaria. I sedici missionari, accompagnati da moltissimi fedeli con le fiaccole in mano, hanno portato a spalla in solenne processione dalla cattedrale di S.Pietro fino alla parrocchia del Suffragio l’immagine dell’amatissima Madonna di S.Luca, presente in quei giorni in città. A mezzanotte: solenne pontificale e distribuzione delle comunioni, fatta dai sedici che passavano avanti e indietro col ciborio tra la folla, radunata anche fuori dalla chiesa, nel cortile della parrocchia. Una giornata veramente memorabile, abbellita dalla constatazione d’essere la vigilia della natività di Maria.

La partenza dall’Italia dei nostri sei fu il 24 di settembre. Saluto della Provincia a Monza con la presenza di molti confratelli giunti apposta da parecchie case. Erano venuti anche i due provinciali precedenti, p.Santulli e p.Zagaria. Il superiore in carica, p.Ceresoli, li accompagnò sino a Milano, salì con loro sullo scompartimento, recitarono insieme le preghiere rituali per l’occasione, impartì la benedizione e poi li abbracciò uno per uno. Il 25 passarono il confine a Ventimiglia, il 26 si fermarono per due giorni a Lourdes. Il P.Losappio, nominato responsabile del drappello, scrisse così al padre Provinciale: “Qui tutto è grandioso, il luogo, il Santuario, la folla dei devoti. Però ho trovato Lourdes come me la sognavo solo quando abbiamo potuto raccoglierci nella Grotta, povera, ma tanto bella!.. Vergine Immacolata – ho ripetuto più volte – fateci santi missionari e dateci dei santi missionari!”
Proseguirono in treno attraverso la Francia e la Spagna del nord, passarono da Salamanca, poi entrarono in Portogallo ed arrivarono a Lisbona alla fine del mese. Qui c’era ad accoglierli il P.Colombo, venuto apposta da Madera. Aveva già trovato per ognuno alloggiamento e ministero: chi cappellano delle suore, chi in parrocchia, chi, addirittura, come il p.Giovanni Gadotti, nel seminario patriarcale di Lisbona. Due di loro invece, p.Damiano Bettoni e fr. Vittorio Maiocchi, sarebbero andati con lui a Madera, dove c’era grande necessità. Avrebbero lavorato con i nostri padri, in attesa dell’arrivo dei padri Carrara e Franchini.

Dopo quattro mesi di studio della lingua portoghese, di lavoro pastorale e di conoscenza ed amicizia di parecchie persone, è arrivato il giorno della partenza. Mi sono imbarcato anch’io con loro il 7 febbraio su questo bastimento che porta il nome di Quanza, il fiume principale dell’Angola. La nave è adibita al servizio di andata e ritorno tra Lisbona e le Colonie dell’Africa. Quanta gente è salita a bordo con noi! Partire con la nave è un’esperienza indimenticabile: ci si sente trascinati lontano dalla terra ferma e da tutti coloro che, sul molo, sventolano fazzoletti, salutano e piangono. Il cuore di chi lascia qualche figlio o la moglie o i genitori deve sperimentare una commozione travolgente…
Scendemmo lungo l’estuario del Tago, veramente solenne e maestoso quando entra nell’Oceano.
I miei quattro confratelli intonarono il canto in latino dell’Ave Maria e del “Sub tuum praesidium” e subito un gruppetto di passeggeri si strinse intorno a loro per unirsi, anche se silenziosamente, alla preghiera alla Vergine. Ben presto, però, le onde dell’oceano aperto ci consigliarono di ritirarci in cabina!

I primi giorni di viaggio sono serviti per far conoscenza con alcuni dei passeggeri, specialmente con quelli che devono andare, come noi, in Mozambico. La nave è solida , non molto grande, abituata alle grandi traversate. In forza dell’Accordo Missionario tra Governo e la Santa Sede, noi missionari abbiamo un trattamento di riguardo. Siamo alloggiati nella prima classe, dove le cabine sono confortevoli e la cucina molto buona e abbondante. A proposito di ciò, sono stato testimone di una scenetta veramente gustosa. Al termine del primo giorno di navigazione c’eravamo fermati a Oporto per caricare altri passeggeri e materiale. Siamo potuti scendere per tre o quattr’ore e ne abbiamo approfittato per salire al convento dei cappuccini, dove sapevamo che c’era qualche padre originario dell’Italia. Al ritorno a bordo era già pronta la cena, molto abbondante e prelibata. Al vedere tutto quel ben di Dio, al padre Soldavini vennero in mente i suoi cari studenti di Foligno e quasi non voleva mangiar nulla pur di poter inviare loro qualcosa di quell’abbondanza!

Il Quanza diresse decisamente la prua verso il mare aperto, in direzione alla nostra prima vera tappa: l’isola di Madera. Il padre Damiano Bettoni, che si trovava lì da ottobre, aveva già scritto ai suoi compagni rimasti sul continente, descrivendo le bellezze di quell’isola in mezzo all’Atlantico, più prossima all’Africa che all’Europa. Ecco le sue stesse parole: “Madera è veramente un’isola pittoresca. Sulle pendici dei monti, su ogni altura, sparse ovunque , sorgono ville e casette bianche che ricordano i mistici paesaggi dei nostri presepi. La temperatura è ottima. Non c’è né inverno né estate, ma eterna primavera. La terra viene seminata tre volte all’anno e sempre con abbondanti raccolti. Il nostro superiore, il p. Colombo è solito dire che qui doveva trovarsi il paradiso terrestre!”
Vi arriviamo col buio, alle 21,30. Nonostante la sosta prevista sia brevissima, ci permettono di scendere, e così anch’io posso salire fino al nostro Collegio - Scuola Apostolica. I ragazzi ci hanno preparato un’accoglienza veramente simpatica con canti, poesie, discorsi e saluti.
A mezzanotte bisognava essere a bordo. Sul molo, all’ultimo addio, molte lacrime da parte degli Apostolini e del personale di servizio, nel dare l’abbraccio a fr.Vittorio Maiocchi. Col suo bel modo di fare e con la sua straordinaria bontà li aveva già conquistati tutti. Anche p. Bettoni ebbe la sua parte di gloria, salutato da una quantità di persone che avevano frequentato la sua cappellania del Buon Successo e l’avevano cominciato a stimare ed amare. C’erano anche i componenti del gruppo missionario da lui fondato, impegnati ad aiutare specialmente con la preghiera e sacrifici l’opera di evangelizzazione.

Il viaggio verso il sud è proseguito con il conforto del mare calmo. A bordo abbiamo fatto amicizia con altri missionari: due padri bianchi, un cappuccino ed alcune suore. Ci siamo organizzati per la nostra vita religiosa. Alle sei del mattino ci alziamo ed andiamo subito nella sala di lettura finché è deserta. Mettiamo sui tavoli i nostri altarini portatili e, servendoci la messa a vicenda, celebriamo tutti l’eucaristia. Approfittando della presenza eucaristica nel nostro cuore proseguiamo con l’adorazione e la meditazione. In tal modo riusciamo a mantenere, anche in quest’ambiente così eterogeneo ed estroverso, una sufficiente concentrazione interiore ed unione con Dio.

Due date importanti hanno scandito il nostro viaggio. La prima è stata il compleanno di p.Antonio Losappio, il 13 febbraio, cioè il giorno dopo il nostro arrivo a Madera. Essendo il nostro Superiore di Viaggio, l’abbiamo solennizzata con la preghiera ed anche a tavola. Il p.Soldavini aveva avvisato il comandante, che ha offerto una bottiglia di Porto per un brindisi in suo onore.
La seconda è stata il 21 febbraio, giorno dell’attraversamento della linea dell’equatore. Anche se eravamo tutti novellini, non abbiamo avuto nessuno scherzo o inconveniente. La nostra posizione di padri ci ha fatto da scudo! Non si può negare di provare una certa emozione intima ad attraversare l’equatore ed entrare nell’emisfero sud. L’ignoto, per quanto amato, non può mai lasciarci indifferenti quando vi entriamo!

Stasera arriveremo a Luanda, la capitale dell’Angola. Lì ci fermeremo un giorno intero, per poi ripartire per l’ultima tappa. Fa un po’ impressione fare il periplo dell’Africa per arrivare in Mozambico. Pur non avendo mai visto la costa, o quasi, la sua costante presenza alla nostra sinistra, oltre l’orizzonte, si mantiene praticamente continua nel nostro spirito, anche se implicita.
Quando siamo passati di fronte al Camerun non abbiamo potuto fare a meno di ricordare i nostri confratelli là impegnati, e così pure davanti al Congo Belga.

Quant’è grande questo continente, e come poco ancora conosce il vangelo! Spesso, quasi senza volerlo, ci troviamo appoggiati al parapetto a guardare dalla parte dell’Africa, così, in silenzio…Non sappiamo nulla o quasi di ciò che ci attende, ci sentiamo impreparati per il grande compito dell’evangelizzare. Ci offriamo con tutta la nostra incertezza ed il nostro timore al Cuore di Gesù. Come possiamo capire bene S.Paolo quando confidò ai Corinti di essersi diretto alla loro città in timore e tremore! Poi la nostra mano va al grande crocifisso che ci è stato consegnato alla partenza e che portiamo sotto la veste e, come l’apostolo , comprendiamo che la nostra sicurezza è una sola, e non può essere che questa: non sapere null’altro che Cristo e Cristo crocifisso!..

Un caro saluto da tutti noi!

tuo P.Anonimo s.c.j.



Alto Molócuè, 9 febbraio 1949

Caro padre Dehon,
sono venuto di nuovo qui ad Alto Molócuè per visitare il padre Pedro, il superiore Regionale, e parlare un po’ con lui della missione del Mozambico. Sono stato felice nello scegliere la data, perché il p.Pedro era tutto preso, in questi giorni, dalla stesura della relazione ufficiale da inviare al Vescovo, che la dovrà poi inoltrare alla Santa Sede. Una copia l’ha fatta anche per il p.Provinciale e una per l’archivio della missione. L’ho trovato quindi con tutte le informazioni presenti e fresche nella mente.
Ero arrivato a metà pomeriggio, mentre stava scrivendo. Sai bene anche tu come sia formidabilmente metodico in tutte le sue cose! Mi ha ricevuto con molta cortesia, ma si è subito scusato di non poter trattenersi, perché occupatissimo a finire la relazione. Ha chiamato il cuoco e lo ha pregato di darmi la stanza per farmi sistemare e poi di cercare subito il p.Damião perché stesse con me.

Il p.Damião è il p.Bettoni, che – come ben sai - si chiama in realtà Damiano, ma che ha subito portoghesizzato il suo nome, secondo il simpatico uso di qui. Anche questa è una forma d’inculturazione, per quanto estremamente semplice. Era occupato a fare scuola ai catechisti, ma è venuto subito. Qui in Mozambico - ma penso che sia così in tutta l’Africa - si dà una grande importanza all’accoglienza e alle relazioni interpersonali. Quando arriva qualcuno - specialmente se è un confratello – si interrompe tutto quello che è interrompibile e si sta insieme a chiacchierare e a prendere qualcosa.
Mentre sorseggiavamo il tè, mi ha spiegato quanta importanza dessero alla formazione dei catechisti. Quando arrivò ad Alto Molócuè nel maggio dell’anno scorso, il p.Luís Pezzotta aveva già portato a buon punto l’organizzazione della catechesi: oltre ad insegnare il catechismo alle bambine dell’internato delle suore, aveva iniziato la tradizione della catechesi anche nelle scuole che dipendevano dalla missione. Il p.Pedro, tuttavia, aveva a cuore soprattutto la formazione di catechisti che potessero dislocarsi e insegnare le verità della fede con più libertà di spostamento dei padri, con più calma e – cosa fondamentale - nella lingua africana parlata dalla gente. Per quanto i missionari s’impegnassero a studiare il Lomwè, erano ancora ben lontani dal poterlo parlare correttamente e in modo gradevole per chi li ascoltasse. Così il p.Luís aveva aperto anche un corso di catechisti ed era già a buon punto col programma.
Egli aveva trasmesso al p.Damião in meno di una settimana tutto ciò che stava facendo, e poi era partito per andare col p.Antonio Losappio a Mualama, per fondare quella nuova missione. Il p.Pedro era diventato famoso in breve tempo per la tempestività con cui dirigeva la movimentazione del personale!
A questo proposito il p. Bettoni mi confidò che, per loro giovani appena arrivati, tale rapidità se l’aspettavano, perché negli ultimi anni prima della partenza s’erano immersi un po’ nel mondo delle grandi figure dei missionari più famosi, come S.Francesco Saverio, padre Damiano di Molokai, padre Daniele Comboni ecc. Ebbene, riguardo a S. Francesco Saverio, patrono delle missioni, si raccontava che S.Ignazio avesse scelto un altro padre per partire da Roma coll’ambasciatore del re del Portogallo. Questi aveva l’incarico di presentarsi a corte e ricevere l’investitura per evangelizzare le Indie, di cui i Portoghesi avevano da pochi anni scoperto il cammino via mare. Alla vigilia della partenza il prescelto s’era ammalato in modo serio ed a S. Ignazio non era rimasta altra soluzione che designare un sostituto. Si recò di notte nella cella di Francesco e gli disse di prepararsi in tutta fretta perché l’indomani sarebbe dovuto partire coll’ambasciatore per Lisbona e, da qui, per l’India. Questi si inginocchiò per ricevere la benedizione di Ignazio, l’abbracciò, poi preparò i bagagli e l’indomani partì. Mentre p. Damião raccontava quest’episodio, gli vedevo gli occhi brillare! Devo riconoscere che tutti i confratelli che ho incontrato finora qui e sul Quanza sono veramente pieni di ardore missionario!
Per quanto p.Bettoni fosse disponibile a farmi compagnia, non volli trattenerlo e, appena finito il tè, gli dissi che mi sentivo un po’ stanco e che desideravo ritirarmi in stanza fino all’adorazione. Mi informò che era in orario tutte le sere per le sei e mezzo, e che, venti minuti prima dell’esposizione, si trovavano in cappella per il rosario.

A cena il p.Pedro fu particolarmente affabile, forse per farsi perdonare per essere dovuto restare chiuso in camera per scrivere la relazione. Da parte mia lo tranquillizzai, tuttavia gli chiesi di informarmi un po’ sui dati che stava scrivendo.

Cominciò col dirmi che la superficie della missione era quasi di 20 mila chilometri quadrati, cioè grande come una delle regioni d’Italia, mentre gli abitanti erano sui 100 mila. Gli europei erano appena 90 persone.
Era stata fondata nel 1940 da un sacerdote diocesano portoghese. La sede però era stata spostata più volte alla ricerca di un posto più adatto e più alto. Si stabilì lì dov’era, all’inizio del ’42.
Le suore erano giunte nell’ottava del natale del 1943, mentre il dottor Guedes era arrivato con tutta la famiglia nel novembre del ’46.
Fino all’arrivo dei nostri confratelli, in missione erano stati battezzati 8 africani, dei quali solo due vi risiedevano ancora, mentre le scuole in tutta l’area erano sette.
Nel ’47 i padri avevano battezzato 10 persone e nel ‘48 altri 63. Nel frattempo, di quei 73 cristiani ne erano deceduti 16.
Nel 1949 era stata finita di costruire la chiesa nella cittadina di Alto Molócuè, ed uno dei padri della missione vi si recava ogni domenica per celebrare la messa e poi si tratteneva per fare catechismo e scuola di canto agli africani. Le spese erano state coperte dalle offerte dei portoghesi residenti nel distretto.
Una delle preoccupazioni maggiori del padre Pedro era stata quella di disporre di insegnanti cristiani per le scuole, almeno per quella della sede. L’anno anteriore era riuscito ad avere quattro maestri che s’erano formati nella scuola per insegnanti indigeni nella missione di Boroma, presso Tete, gestita dai padri Gesuiti. Sempre nel ’48 era terminato il primo corso di catechisti, quello iniziato dal p.Luís Pezzotta. I promossi erano stati quattro.
Mi congratulai col p.Pedro e col p.Damião per la solida impostazione data alla missione e per i risultati raggiunti in soli due anni. Non erano certo restati con le mani in mano!
Anche le suore s’erano date da fare: avevano 110 ragazze interne e nel dispensario c’era stato un afflusso di 43 mila visite e medicazioni, vale a dire quasi 150 presenze ogni giorno.

Stamani il p.Damião mi ha accompagnato a visitare la “gafaria”, cioè il lebbrosario, col camioncino Chevrolet, di cui dispone ora la missione. Il luogo è situato a circa 12 chilometri ed è tenuto dai religiosi dei Fatebenefratelli, che qui si chiamano i fratelli di S.Giovanni di Dio, dal nome del loro fondatore. Sono una congregazione che ha il carisma dell’assistenza ai malati.
L’opera è costituita da numerose costruzioni dove abitano i lebbrosi, poi c’è la casa dei fratelli, la cappella e il dispensario dove si fanno le medicazioni delle ferite ed ulcere che affliggono questi malati. Uno dei fratelli mi fa da guida e mi spiega che le mutilazioni non sono dovute direttamente al bacillo della lebbra, bensì al fatto che questa malattia dà spesso lesione dei nervi per cui il paziente perde la sensibilità. Senza la protezione del dolore il malato di lebbra si brucia e si ferisce senza accorgersene, e quindi la ferita si infetta facilmente. L’infezione si approfondisce, raggiunge le ossa, provoca un’osteomielite, poi una distruzione dell’osso e quindi appare una mutilazione.
Un’altra grave conseguenza dell’insensibilità, quand’essa colpisce la pianta dei piedi, è l’apparizione delle ulcere plantari. Il malato non si rende conto di nulla e facilmente esagera nel camminare senza cambiare il punto d’appoggio sulla pianta. I tessuti si irritano, poi entrano in sofferenza per essere schiacciati sempre nello stesso punto, finché si forma un’area di necrosi ed appare un’ulcera plantare. Queste sono difficilissime da guarire: bisognerebbe convincerli a non appoggiare il piede fino a guarigione avvenuta, ma è un’impresa assai difficile da raggiungere.
Gli chiedo se esistono medicine efficaci ed il fratello mi dice che ora c’è un gruppo di nuove sostanze: i sulfoni, che sembrano promettere bene e che si prendono per bocca, ma bisogna essere fedelissimi ad usarli, per alcuni anni.
C’è un bel clima di famiglia nella gafaria. I fratelli sono in confidenza coi malati e si vede come pure loro siano affezionati ad essi: si respira un’atmosfera di villaggio più che di istituzione.

Rimontando in macchina noto che la carrozzeria è stata aggiustata e in parte ridipinta. Chiedo informazioni al padre Damião e mi racconta che l’anno scorso il p.Pedro per poco non cadde in un fiume. Tornava di notte dalla cittadina ed i fanali non facevano molta luce. Vide il ponte all’ultimo momento, frenò bruscamente, ma non riuscì ad evitare di battergli contro. Per fortuna c’era una folta vegetazione che attutì il colpo e gli impedì di cadere nel fiume. Subito accorse gente e fu possibile, coll’aiuto di qualche tronco tagliato in tutta fretta, rimettere la Chevrolet sulla strada e pian piano ritornare in missione. La cosa diventò famosa perché proprio il giorno dopo, mentre il p.Pedro era fermo sulla strada a chiedere un passaggio, un uomo venne a chiamarlo per battezzare suo figlio che aveva febbre e convulsioni e sembrava che stesse per morire. Il padre andò e lo battezzò col nome di Domenico, in onore del santo che aveva divulgato nella chiesa la recita del rosario, visto che era il mese d’ottobre, il mese del rosario. Ebbene, il bambino cominciò a migliorare e in pochi giorni guarì! Fu un episodio che dette molto entusiasmo a tutti, com’è facile immaginare.
Come se non bastasse, nella prima settimana di dicembre apparve nel cielo una stella cometa dalla coda molto lunga e ben visibile. Quale migliore occasione per parlare della stella dei magi e della nascita di Gesù, durante le lezioni di catechismo?

A pranzo eravamo già a casa e ne ho approfittato per chiedere al superiore regionale com’erano stati distribuiti i sei missionari coi quali avevo fatto il viaggio in nave. Il p. Pedro non ha nascosto la sua soddisfazione per avergli rivolto tale domanda! Mi ha spiegato nei dettagli la situazione delle varie zone e dei desideri del vescovo e poi mi ha dato le destinazioni. A Mualama aveva mandato, come già sapevo, p.Antonio e p.Luís. Era una zona a prevalenza mussulmana, ma c’erano anche tanti pagani. Bisognava cominciare da zero, con una capanna e gli era sembrato che il p.Antonio Losappio fosse molto pratico e risoluto, capace di affrontare una situazione così impegnativa senza spaventarsi. Mentre lui era tutto preso dai problemi di fondazione, il p.Luís, che aveva mostrato, lì a Molócuè, tante belle doti di organizzatore della catechesi, poteva portare avanti l’evangelizzazione più diretta.
A Nauela aveva messo insieme i due cugini De Ruschi, Agostinho e Francisco, che si sarebbero potuti sostenere a vicenda nei delicati contatti coi protestanti, coi quali c’era bisogno di tenere relazioni di buon vicinato, pur nell’inevitabile situazione d’essere, di fatto, concorrenti.
Restavano le due nuove missioni di Ile e di Gurúè. Per essere superiore ad Ile ci voleva un padre con un po’ d’esperienza, così aveva pensato di nominare il p. Pizzi, che era arrivato col primo gruppo l’anno precedente ed aveva già avuto l’occasione di iniziare una missione, insieme al p.Agostinho, a Nauela. Con lui aveva mandato il p.João Gadotti, che gli aveva fatto l’impressione d’esser molto pratico e al tempo stesso ben preparato nella pastorale.
Per il Gurúè non restavano che due novellini: il p.Vicente Soldavini e il fr.Victor Maiocchi. Il padre fece il superiore e il fratello da primo consigliere!
Mentre per Ile fu scelta la zona di Muliquela a 13 chilometri dall’Amministrazione, in una località vicina all’omonimo fiume, che assicurava acqua abbondante, al Gurúè gli ordini del vescovo erano di restare in città. Gurúè, infatti, era un centro piccolo, ma con prospettiva di crescere molto per via delle grandi compagnie del tè, dove confluivano migliaia di lavoratori, che restavano per turni di sei mesi. C’era un po’ da ridire sul modo usato per reclutare la mano d’opera, perché le Compagnie si servivano di agenti che andavano nei distretti e molte volte usavano metodi spicci per convincere gli uomini ad arruolarsi. Vedendo le cose da vicino, i padri avrebbero potuto far sapere al vescovo informazioni sicure, che gli avrebbero poi permesso di intervenire per difendere la giustizia ed eliminare, per quanto possibile, gli abusi più gravi.
“Il nostro vescovo è un uomo straordinario!”, aveva concluso il p.Pedro. Ed io, che lo avevo già un po’ conosciuto, non ho potuto che concordare.

Per oggi, caro padre, termino qui. Stasera sono stato invitato a cena dal dottor Guedes e dalla sua famiglia. Il giorno si avvia ormai al tramonto ed i colori del cielo, dalla veranda della casa dei padri, sono una cosa splendida!
Domattina partirò subito dopo la messa e la colazione.
Un caro saluto in Corde Jesu!
Tuo P.Anonimo s.c.j.






Mualama, 14 Agosto 1949

Caro padre Dehon,
Mi è arrivata in questi giorni una lettera del padre Pedro, di cui ti voglio copiare i passi principali. Come ben sai ha l’abitudine di trattare tutti col “Voi”.

“Caro p. Anonimo,
penso di farvi cosa gradita ad inviarvi copia di brani della lettera che la Segreteria di Stato della Santa Sede ha avuto la bontà di dedicarmi, in risposta a quella relazione che stavo scrivendo quando mi veniste a trovare nel febbraio u.s.

SEGRETERIA DI STATO
DI SUA SANTITÀ
________
n.3030/49
Dal Vaticano, 23 maggio 1949
Reverendissimo Padre,
è qui giunta regolarmente la pregiata relazione sul primo anno di attività dei Sacerdoti del Sacro Cuore Gesù in diocesi di Beira, inviata dalla paternità vostra reverendissima.
Tale relazione, resa più interessante dalle note illustrative su la situazione del territorio affidato ai Missionari del suo Istituto e su le possibilità che ivi si offrono all’opera di evangelizzazione, con le quali Vostra Paternità accompagna gli indici statistici, è stato oggetto di attenta considerazione da parte di quest’Ufficio, il quale, nel dargliene riscontro, intende esprimere alla medesima Paternità Vostra e a tutti i Suoi collaboratori, il suo compiacimento per i promettenti inizi del loro ministero.
Già il primo anno di vita delle nuove missioni ha dato i suoi frutti; essi sono le primizie e il pegno di quelli più abbondanti con i quali il Signore non mancherà di coronare le fatiche di cotesti Missionari.
…………
Quest’Ufficio ha intanto rilevato con soddisfazione l’importanza che ella e i suoi Confratelli danno alla diffusione delle scuole. Vostra Paternità ha ben compreso come esse siano un mezzo efficacissimo di penetrazione tra la popolazione indigena, alla quale, insieme ai primi rudimenti delle lettere, si possono così insegnare e inculcare nell’animo le verità della Fede.

Codesti Missionari non mancheranno poi di attendere alla formazione di buoni e numerosi catechisti. Il loro ausilio è infatti indispensabile quando i Missionari stessi, sia per il loro limitato numero, sia per le grandi distanze da percorrere, non possono essere presenti in tutte le località. L’aiuto pertanto che essi daranno all’opera del sacerdote, compenserà largamente le fatiche spese per la poro formazione.

A conforto intanto e a consolazione della Paternità Vostra e dei Suoi collaboratori, sono lieto di parteciparle che il Santo Padre, il quale segue con viva sollecitudine l’opera di evangelizzazione di coteste regioni, imparte a tutti di gran cuore, a pegno delle divine grazie, l’Apostolica Benedizione.
…………
Profitto della circostanza per raffermarmi con sensi di distinta e sincera stima

di Vostra Paternità Rev.ma
Dev.mo nel Signore
DOMENICO TARDINI

Come vedete c’è di che rallegrarsi! Mi ha rincuorato soprattutto l’incoraggiamento per insistere nella formazione dei catechisti per la quale mi sono tanto preoccupato e impegnato.
Vi ringrazio, caro Padre, per la vostra cortesia e per la vostra visita di febbraio. Quando passate, sapete che ci fate sempre piacere!
Vi saluto nel Signore!
P.Pedro Comi s.c.j. “


Dopo questa parentesi introduttoria, caro padre Dehon, entro nel vivo della mia visita qui a Mualama. I due padri mi hanno fatto un’accoglienza straordinaria. Il superiore, p.Antonio, è molto ospitale e si fa in quattro per farmi sentir bene. L’abitazione è una capanna, ma la costruzione della missione è abbastanza avanti. Il P.Luís si difende già bene con la lingua e si è molto impegnato nella catechesi e nei contatti con la gente: qui infatti, lontano dalle città, in pieno “mato”, come si dice da queste parti (cioè in piena area rurale), ben pochi sanno parlare il portoghese!
Ho fatto leggere ai due padri la lettera del p.Pedro. L’hanno apprezzata anche loro, è chiaro, ma si sono messi a sorridere con un fare misterioso. Li ho stuzzicati, perché mi rivelassero il motivo di quel sorrisino. Il p.Antonio, allora, mi ha raccontato il loro primo spostamento in terra di missione, subito dopo l’arrivo a Quelimane.
Al porto c’era ad attenderli il p.Pedro, che aveva già organizzato il viaggio, non per il giorno dopo, ma addirittura per la stessa notte! La partenza era infatti combinata per le tre del mattino, con un camion. Solo che esso era già ben carico! I loro bagagli furono sistemati sopra gli altri, coperti con una grande tela cerata e ben legati. Quindi tutti quanti salirono in cima e viaggiarono così, aggrappati alle corde per non cadere. I salti non mancarono, ma per fortuna non pioveva ed il cielo mostrava l’incredibile scenario delle stelle del Sud e della luna piena, visto che si era nella settimana santa. In marzo il caldo è molto torrido, per cui quel viaggio all’aria libera, nel fresco della notte era veramente gradevole. Arrivarono a Mocuba, distante 185 chilometri, nel primo mattino. Scaricarono i loro bagagli e li sistemarono sotto il portico di una casetta. Il p.Pedro li pregò di attendere un momento, mentre andava a ritirare la Chevrolet dal meccanico. Passa un’ora, ne passano due e p. Pedro non torna. Comincia a fare caldo, l’ombra sotto il portico diventa sempre più piccola. Arriva mezzogiorno e nessuno si fa vivo. Non appare nessuno, inviato dal p.Pedro per dir loro qualcosa. La sete e la fame cominciano a farsi sentire, ma, da bravi religiosi quali erano, non avevano in tasca neppure un soldo. Soltanto alle quattro del pomeriggio arriva il p.Pedro a bordo di un vero pezzo da museo e, come unica scusa, allarga le braccia con un gesto di rassegnazione e li invita a caricare e salire in tutta fretta, perché era già tardi e li attendevano altri 200 chilometri! Tutti si aspettavano, se non qualcosa da mangiare, almeno qualcosa da bere, ma niente!
Così fu il primo impatto con la vita missionaria e il primo incontro col p.Pedro. Ed ecco pure svelato il mistero di quel risolino…

P.Antonio mi presenta la realtà della missione di Mualama. Il territorio è più piccolo di quello di Alto Molócuè: “appena” 12 mila chilometri quadrati. La capitale è Pebane, ma è situata eccentricamente rispetto al resto del distretto. Mualama invece è centrale, un po’ all’interno, a 30 chilometri dal mare in linea d’aria. Gli abitanti sono più o meno 90 mila, una parte Lomwè, quasi tutti pagani e residenti nelle zone più interne, ai margini della grande zona di bosco che li separa da Alto Molócuè, ed una parte Macùa, prevalentemente mussulmani e residenti sul litorale. Mualama, che è un centro amministrativo, si trova a 80 chilometri a nord dalla sede distrettuale di Pebane e ad altri 80 a sud del Posto di Naburi e la sua popolazione è in maggioranza Lomwè, dedita all’agricoltura e alla caccia.
Mi riferisce che coi mussulmani non hanno mai avuto grossi problemi. Anzi, poco dopo la fondazione della missione, un pomeriggio, mentre era da solo nella capanna, sentì un canto lontano e vide venire per la strada una moltitudine di uomini, donne e bambini, con bandiere e tamburi. Sarà stata una festa? O una processione? Invece no: era un’ambasceria delle popolazioni mussulmane della costa, capeggiata dallo stesso grande capo dell’isola di Yusi. Venivano per invitare i padri ad andare anche da loro. Si dicevano disposti a costruire da soli le scuole.
Aprire un’altra missione o spostare la sede da lì era impossibile, ma un giorno o l’altro li avrebbero esauditi! Come prima risposta il p.Antonio aveva aperto una scuola nel territorio del Regolo Vilalo, a 80 chilometri più a nord, proprio fra i mussulmani di Naburi. Il Regolo, un vecchio molto garbato, aveva aiutato lui stesso a dirigere i lavori e a piantare i pali, a movimentare tutti, uomini, donne e bambini. Tante altre scuole erano state costruite e la gente aveva sempre aiutato molto.
Il primo anno era stato duro, specialmente per la povertà di vita, per il clima e soprattutto per la mancanza d’acqua potabile. Utilizzavano l’acqua di fiume, torbida e giallastra, dove tutti si bagnavano, persone e animali. La facevano bollire e poi la filtravano.
La popolazione locale intanto li stava studiando. Venivano in un gruppetto, si sedevano a distanza e restavano lì seduti, in silenzio, a guardarli. Anche i padri avevano cominciato a fare visite, recandosi specialmente dagli ammalati. Al p.Antonio era servito molto il corso fatto all’ospedale S.Orsola di Bologna durante la guerra d’Abissinia nel 1936. A volte, però sorgevano casi imbarazzanti, come quello di un vecchietto che, dopo essere stato guarito da lui, si era seduto un giorno sotto la veranda della capanna del padre e gli aveva detto:” Padre, tu non hai voluto che morissi… Ebbene, adesso dovresti darmi da mangiare per il resto della mia vita, perché io non ho nessuno che si prenda cura di me…”

Il padre Antonio fa una pausa ed entra nella capanna, per uscirne,dopo pochi istanti, con un piattone di banane ed una bottiglia d’acqua.
“Ecco, p.Anonimo – mi dice - quest’acqua non è di fiume. Il mese scorso abbiamo trovato una buona sorgente non lontano da qui: una vera benedizione del Signore!”

Era ormai cominciata a scendere la sera e siamo rientrati al coperto. A quell’ora le zanzare cominciano a pungere e bisogna ripararsi.
Quasi subito è arrivato anche il p.Luís, colla bicicletta, reduce dalla visita a una scuola non lontana. Andammo nella cappellina, ricavata in un vano della capanna, per l’adorazione. Mentre accendeva le candele, p. Antonio mi disse che non avevano ancora battezzato nessuno. Quella era una terra vergine e non ci voleva fretta, perché l’annuncio cominciasse ad attecchire. Gli veniva spesso in mente quella frase di Paolo ai Corinti in cui diceva che il suo ministero fra loro non era stato quello di battezzare, bensì quello di annunciare.

Mi tratterrò ancora qualche giorno, qui a Mualama. Domani è la festa dell’Assunzione di Maria. Per ora non ci sono cristiani, ma tra di noi la celebreremo con solennità! Il p.Antonio mi forza a restare ancora un po’. È così insistente e sincero che alla fine ho deciso di accettare!

Ti saluto caramente nel Cuore di Gesù!
P.Anonimo s.c.j.



Mualama, 22 agosto 1949



Caro padre Dehon,
come vedi sono rimasto a Mualama un’altra settimana. Ed è stato un bene, perché ieri, domenica, il governatore della Zambesia è venuto a visitare il posto amministrativo di Mualama. Dopo l’incontro con i coloni portoghesi è voluto passare anche da noi, qui, fuori mano. Per l’occasione s’era radunata molta gente, tutti nostri vicini, abbastanza in fermento per la novità e per la festa che sempre accompagna le visite di Sua Eccellenza!
Il governatore prese sottobraccio il padre Antonio e gli disse: ”Con tutti questi evviva, c’è troppo baccano, qui davanti. Andiamo dietro la capanna per parlare un po’.” Rimasero lì alcuni minuti e poi riapparvero per continuare con la popolazione. Quando il Governatore se ne fu andato, p. Antonio chiamò p.Luís e me e ci raccontò che cosa gli aveva detto. Aveva saputo del grande impegno messo dai padri per aprire nuove scuole e come la gente collaborasse volentieri nella costruzione. Aveva poi subito soggiunto: “Si ricordi però che l’istruzione più importante che il Governo vuole è quella del lavoro. Dia agli alunni in mano una zappa e dica che questo strumento si chiama zappa e che usarlo vuol dire zappare, e che zappare è la scuola migliore per la vita!”. Il padre Antonio era convinto che quella frase fosse una risposta indiretta al nostro vescovo Mons. Sebastião, che stava portando avanti, sulle pagine del suo giornale di Beira “Diário”, una battaglia di opinione pubblica a favore dell’ammissione degli africani agli studi secondari. Per ora la Chiesa aveva solo scuole elementari, che, nella loro maggioranza si chiamavano addirittura “rudimentali”, perché i programmi d’insegnamento previsti dalla Direzione delle Scuole si proponevano di fornire i rudimenti del sapere. Dom Sebastião aveva già inoltrato richiesta di autorizzazione per aprire dei collegi cattolici in cui fornire l’insegnamento secondario e non perdeva occasione per ribattere pubblicamente questo chiodo. Tutti i missionari pensavano che, prima o poi, l’avrebbe spuntata.

I miei confratelli continuarono la conversazione su argomenti di questo tipo, riferendomi come l’autorità fosse insistente e controllasse strettamente tutte le famiglie, affinché ognuna coltivasse un campo di cotone. Spesso indicava addirittura i terreni dove seminarlo, che, naturalmente, erano i migliori della zona. L’autorità entrava profondamente nella vita delle popolazioni, a volte con un certo eccesso di autorità e questo cominciava a far nascere qualche tensione tra i missionari e gli amministratori. Per le questioni di fondo bisognava avvisare il vescovo e lasciare a lui condurre le cose, ma per gli episodi più superficiali ed immediati, non si poteva aspettare che il vescovo intervenisse: bisognava recarsi direttamente dall’autorità interessata e, possibilmente colle buone maniere, cercare di far cambiare decisione.
A volte sorgevano casi imbarazzanti, in cui era difficile saper prendere una posizione giusta. Il p.Antonio mi ha riferito, per esempio un caso come questo: viveva , proprio lì a Mualama un signore portoghese, impiegato dell’Agricoltura, che aveva il compito di visitare i campi coltivati e gli alberi. Quando trovava una palma da cocco malata, aveva l’ordine di farla abbattere. Ciò era di assai difficile comprensione da parte della gente e quel funzionario era andato più volte dai padri a sfogarsi per l’antipatia di cui era oggetto tra la popolazione. Che consigli dare in casi come questi? Era una cosa molto difficile.

Eppure c’erano anche casi belli, come quelli dei medici dei distretti. Parecchi di loro erano veramente dedicati e la gente li amava. Uno di loro era il dottor Fonseca, delegato della Sanitá del distretto di Pebane. Ogni quindici giorni passava dalla missione per visitare i posti sanitari più remoti della zona. Restava fuori alcuni giorni di seguito e si portava sempre dietro il cibo per una settimana, in modo da non essere di peso a nessuno. Spesso i padri approfittavano di un passaggio sulla sua vettura per fare anche loro la visita alle scuole. Ebbene, pochi mesi prima, aveva avuto un malore mentre faceva il bagno in mare, sulla spiaggia di Pebane ed era scomparso tra le onde. Un ragazzone portoghese, di nome Albuquerque, responsabile del cotone, s’era buttato per cercare di trarlo a riva ed invece era stato travolto pure lui: erano entrambi annegati. Fu un grande lutto per tutti ed il rimpianto per il dottor Fonseca era ancora vivo in tutta la regione.
Il padre Antonio era rimasto profondamente addolorato per la scomparsa di entrambi, ma forse un po’ di più per Albuquerque. Mi raccontò che l’ultima notte di Natale, mentre il p.Luís era andato a Pebane a celebrare la messa per gli europei, lui si trovava da solo in casa ed era uscito per rimirare le stelle che riempivano il cielo africano. Mentre faceva quattro passi, aveva sentito un pianto sommesso lì vicino. S’era avvicinato ed aveva scoperto un ragazzone di circa vent’anni, Albuquerque, col volto bagnato da lacrime di nostalgia per la famiglia lontana. Lo aveva consolato ed invitato ad entrare per fare insieme la cena della notte di Natale, che, per i portoghesi è abbellita dalla tradizione di ritrovarsi tutti i figli insieme ai genitori, per quanto lontani possano vivere. Purtroppo il cuoco della missione era malato e in dispensa c’era solo del pesce. Il padre Antonio cucinò due pesci per ciascuno, senza dolci e senza vino. Brindarono con acqua semplice, che era ben poco fresca, per via del caldo soffocante del dicembre mozambicano. A partire da quella notte il giovane Albuquerque era diventato come un ragazzo di casa per p.Antonio. La sua morte così tragica e prematura l’aveva profondamente commosso.

Una specie a sé erano i cacciatori. La missione sorgeva ai limiti della riserva di caccia più ampia della Provincia, decine e decine di chilometri di diametro. È naturale che, ai margini di quella foresta, vivessero dei cacciatori di professione, che, muniti di regolari permessi, procuravano selvaggina per i portoghesi ed anche per gli africani. Ogni tanto la missione riceveva qualche capo di cacciagione, naturalmente sempre in omaggio! I cacciatori più celebri, ed anche più amici dei padri, erano i famosissimi Cabral. Il “pater familias“ era il vecchio Teodosio, originario dell’Angola, dove possedeva grandi estensioni di terreno e moltissimi capi di bestiame. Il Governatore gli mandava spesso personaggi importanti perché li accompagnasse a cacciare. La sua ospitalità e generosità erano diventate proverbiali. Aveva un grande prestigio tra la gente, perché ogni tanto qualche leone vecchio usciva dalla riserva e cominciava a fare strage tra la popolazione. L’anno precedente, nel primo mese che i padri avevano passato a Mualama, erano state sbranate dal leone ben 23 persone, ma poi il patriarca Teodosio lo aveva ucciso, con grande giubilo di tutti.

La gente del posto non soffriva solo per i leoni e per la povertà. A volte sopravvenivano calamità naturali che creavano situazioni d’emergenza. A metà della stagione delle piogge, in febbraio, un ciclone proveniente dall’oceano Indiano s’era infilato nel Canale del Mozambico (il grande tratto di mare che separa il nostro paese dal Madagascar) e s’era abbattuto sul territorio di Mualama facendo straripare due fiumi, uno da una parte e uno dall’altra della missione. Tutta la zona era rimasta isolata per settimane ed avevano dovuto andare avanti mangiando manioca, l’unico alimento di cui disponevano, sia la popolazione che i padri.

La mia permanenza qui ha stimolato la conversazione dei confratelli, come puoi ben vedere dal tenore di questa lettera, caro padre Dehon. Ho pensato che, forse, avresti gradito sapere qualcosa anche tu della vita di tutti i giorni: la missione non è solo predicazione, sacramenti, costruzione di scuole, di case, visite di supervisione, viaggi a Quelimane o anche soltanto fino a Pebane e Alto Molócuè, per fare i rifornimenti o per documenti. È fatta anche di semplici relazioni umane, amicizie, sia con gli africani che con i portoghesi, di avvenimenti lieti e tristi, a volte di vicende ufficiali, ma più spesso, anzi, abitualmente, del banale ”tran – tran” della vita di tutti i giorni.

Domani parto per davvero. Ti saluto caramente!
Tuo P.Anonimo s.c.j.



In giro per la Zambesia, ottobre 1950

Caro padre Dehon,
ho pensato di fare un giro per la Zambesia e visitare , anche se un po’ di corsa, i confratelli. In questi ultimi tempi ne sono arrivati diversi. Le pressanti lettere del vescovo di Beira al Superiore Provinciale hanno trovato eco favorevole. D’altra parte l’ardore missionario dei giovani studenti e neo-sacerdoti è grande ed il Consiglio ha solo l’imbarazzo della scelta per fare la lista dei partenti. Lo schema della preparazione è sempre lo stesso: consegna del crocifisso, viaggio in treno passando per Lourdes, sistemazione in Portogallo per qualche mese per imparare il portoghese, poi viaggio in nave, sosta a Lourenço Marques per parlare col cardinale Teodosio de Gouveia, originario di Madera e nostro caro amico, quindi prosecuzione fino a Beira. Qui i missionari si presentano al loro nuovo vescovo e, pochi giorni dopo, proseguono su una nave costiera fino a Quelimane. La capitale della Zambesia ha infatti un porto dal fondale basso, situata com’è sulla riva sinistra di un braccio di mare, a due o tre chilometri dall’oceano aperto e solo le navi più piccole riescono ad entrare.

Il 25 marzo di quest’anno il direttivo Regionale è stato rinnovato, allo scadere dei primi tre anni di mandato. Il padre Pedro Comi è stato rieletto come superiore per un secondo triennio, mentre il primo consigliere è il p. Antonio Losappio ed il secondo il p.Agostinho De Ruschi. Ci sono stati poi numerosi cambiamenti anche nella distribuzione dei padri nelle varie missioni. Li vedremo durante il mio viaggio.
Ho pensato di non passare, questa volta, da Mualama, perché resta molto scomoda e fuori mano. D’altra parte ti ho scritto da lì non molto tempo fa. L’unica novità è la sostituzione del padre Luís, trasferito alla nuova missione di Molumbo, col p.João Gadotti. C’è poi un ulteriore motivo, e non secondario: siamo in ottobre e le piogge potrebbero cominciare da un momento all’altro. La zona di Mualama non è per nulla raccomandabile quanto a fondo stradale!

Il mio piano è di cominciare da Ile e poi proseguire verso nord e verso ovest, infilando le missioni come si fa con l’ago, per le perle di una collana.

La sede del distretto di Ile è un incanto per gli occhi. È situata tra i monti dalla forma di panettoni rocciosi, in cima ad un colle. Proprio nel punto più alto c’è un trivio: una strada scende verso la costa, passando per Mocuba e proseguendo fino a Quelimane. La seconda scende rapidamente dall’altra parte e, con un percorso tortuoso, tutti su e giù, arriva a Vila Junqueiro e poi prosegue verso la Colonia Inglese del Niassaland. La terza strada non è propriamente una via di comunicazione: è un’avenida, con due corsie, separate da aiuole nel centro e costeggiata nei lati da alberi frondosi per ombreggiarne i margini. Dopo un certo tratto riprende a salire leggermente, fino al palazzetto dell’Amministrazione. Da lì si può proseguire, in una gola fra i monti, verso Socone. Siamo a più di 500 metri di altezza, perciò il clima non presenta quegli eccessi di calore e di umidità caratteristici della zona costiera. Il panorama che si gode da qui è amplissimo e di una pace e serenità veramente distensive.
Mi immetto nella strada che scende dal colle e va verso la cittadina di Vila Junqueiro, nel distretto del Gurúè. A 13 chilometri c’è la nostra missione di Ile. Il luogo si chiama Muliquela e prende nome dal fiume omonimo che vi scorre a lato. La posizione non è così panoramica come la sede del distretto, però ha una vista abbastanza ampia verso nord. Ciò che ha fatto scegliere il posto penso che sia stata la ricchezza d’acqua e la fertilità del suolo.

Vi arrivo verso mezzogiorno. Nonostante l’altezza, il caldo è quasi opprimente. In questi mesi, nell’alta Zambesia, il clima è asciutto e la vegetazione ha perso tutte le foglie. Il cosiddetto capim, cioè l’erbaccia alta fino a tre - quattro metri che cresce dappertutto, è secco e rigido come se fosse fatto di finissime canne. Per questa sua caratteristica è usato dalla popolazione per farne dei fasci con cui ricoprire le capanne. Per poter preparare la terra per la semina bisogna prima liberare i campi. Il mezzo più semplice e di minor fatica è quello di appiccare il fuoco alle erbacce. Ora questi incendi ardono per giorni e giorni, surriscaldando l’aria e facendo volare a grande distanza cenere e scorie carbonizzate.

A Muliquela i lavoratori addetti alle costruzioni sono fermi da più d’un’ora e stanno facendosi da mangiare sotto una tettoia di pali e di paglia. La prima impressione che ricevo è quella di un cantiere. Il padre Celestino Pizzi, che era stato nominato superiore all’inizio, ha ceduto la responsabilità della missione al nuovo arrivato, il p. Afonso Biasiolli, un trentino di poche parole, austero e buon organizzatore, per dedicarsi con tutte le forze alle cose pratiche delle costruzioni.
I padri mi accolgono con affabilità. Il p.Celestino, nonostante il caldo, mi guida tra le varie costruzioni che stanno sorgendo, poi mi mostra i forni per cuocere le tegole e i mattoni, frutto della sua abilità. “ Qui a Ile non stiamo con le mani in mano! Quest’anno ho già cotto 50 mila mattoni e oltre 9 mila tegole. Una delle nostre prime costruzioni è stata una scuola di trenta metri di lunghezza e dodici di larghezza.”
Mentre parla gli si vedono gli occhi brillare d’entusiasmo. Ora capisco il soprannome affettuoso con cui i confratelli parlano di lui: p.Celestino, l’Americano.
A pranzo il p.Afonso mi illustra il progetto. Si sta preparando un grande internato per le ragazze ed uno per i ragazzi, la casa dei padri è già coperta ed abitata, poi bisogna preparare le scuole ecc.
Anche in questa missione, come ad Alto Molócuè, c’erano già le suore Francescane di N.S. delle Vittorie, che seguivano un gruppo di ragazze ed avevano un dispensario per i malati della regione. Le costruzioni sono state ampliate e s’è canalizzata l’acqua, facendo un grande serbatoio sopraelevato.
Al pomeriggio mi conduce dalle suore. I malati sono già stati tutti attesi e la comunità si dedica alle mille mansioni di cui le suore sanno sempre scoprire la necessità. Una di loro sta insegnando alle bambine a rammendare e a tenere l’ago in mano. Questa è un’idea che, per la verità, avevo avuto già anch’io, nonostante la mia mascolinità! Mi ha sempre colpito, fin dall’inizio, lo spettacolo di tante persone, soprattutto bambini e uomini, ma anche donne, che vanno in giro con enormi strappi e scuciture nella camicia, nella blusa e perfino nei calzoni. Lavano gli indumenti, ma non li rattoppano praticamente mai. Ci ho messo poco a capire che la causa era la mancanza di una tradizione femminile di saper usare il filo e l’ago. Per cui mi sono molto rallegrato a vedere come le suore si impegnino con passione ad insegnare alle giovani quest’arte familiare, così fondamentale ed utile.
Il fervore delle opere mi ha rinforzato nel proposito di fare visite brevissime alle missioni. Scrivo queste note alla luce di un lume a petrolio nella camera degli ospiti. Subito dopo cena, abbiamo fatto dieci minuti di conversazione e poi, dopo aver recitato il “Tesaurus” ( il libretto di preghiere della nostra congregazione, che tu componesti tanti anni fa) e la compieta, ci siamo ritirati, ciascuno nella propria stanza.
Domattina partirò presto, subito dopo la messa.
Buona notte!


Riprendo in mano la penna ad Alto Molócuè. La vita della missione si fa sempre più intensa. Il dispensario lavora a pieno regime. La gente è contenta del dottore e delle suore. L’assistenza e la supervisione delle scuole sparse nel territorio occupa molto tempo ai padri. L’insegnamento del catechismo è ormai una tradizione consolidata. Il padre Pedro ha speso molte energie in proposito ed è riuscito a circondarsi di un buon gruppo di insegnanti cristiani e di un numero crescente di catechisti. Mi ha confidato che col Consiglio Regionale hanno ormai deciso di aprire in un prossimo futuro una scuola per catechisti nella missione di Nauela. Stanno aspettando l’arrivo di qualche altro padre per cominciare l’opera.
Mi riferisce poi un’iniziativa singolare, alla quale pensavano già da tempo: creare un allevamento di asini, per cercare di introdurne l’uso come animali da soma. Tutti i padri sono rimasti colpiti dall’abitudine della gente di caricare i pesi sulla testa, dalle bambine e ragazzine che vanno a prendere l’acqua, alle donne che vanno a lavorare nei campi con la zappa in bilico sul capo, agli uomini che portano al mercato sacchi di manioca o di arachidi o di altri prodotti della terra. Passi per i piccoli percorsi e per gli usi domestici, ma per i pesi maggiori e per le distanze più consistenti bisogna fare qualcosa per alleviare quell’enorme fatica! S’è pensato così agli asini. Nella Rodesia del Nord sono usati come bestie da soma ed è stato possibile, con un po’ d’iniziativa, farne venire alcuni ed iniziare un allevamento. Ora qui in missione ce ne sono già un buon numero e siamo nella fase di “propaganda”. Si tenta cioè d’invogliare alcune famiglie ad iniziarne l’allevamento e l’uso. Non s’è notato finora un grande entusiasmo: ogni novità, si sa, esige un’assimilazione di nuove idee e l’inizio di modi di comportarsi mai sperimentati in precedenza. Il tempo s’incaricherà di dire se l’uso delle bestie da soma sarà capace di far cambiare il modo di portare i pesi!

Trovo qui due nuovi padri: p.Ottorino Maffeis e p.Onorino Venturini. Sono entrambi molto giovani, piuttosto alti e slanciati. Sono pieni d’entusiasmo e di desiderio di impegnarsi sia nel lavoro apostolico che in quello delle costruzioni, della coltivazione e dell’allevamento. È un problema reale, caro p.Dehon, quello del sostentamento e della creazione di infrastrutture che permettano di realizzare l’opera dell’evangelizzazione e dell’educazione. La predicazione del vangelo non può andare separata da quella della promozione umana. Sono stato a visitare alcune scuole, un giorno col p.Ottorino e uno col p.Onorino. Gli alunni sono numerosi dappertutto e pieni di desiderio di imparare. M’è parso di notare un sincero interesse anche nei genitori: vogliono veramente che i loro figli studino e imparino. C’è un po’ più di resistenza con le bambine. La mentalità di inferiorità della donna è ancora abbastanza radicata negli usi e costumi.

Per domattina, prima di partire ho combinato col dottore una visita al dispensario, mentre le suore mi hanno invitato a celebrare la messa per loro, molto presto. Chissà perché tutte le suore che ho conosciuto qui in missione amino alzarsi così di buon’ora? Se stesse in loro preferirebbero finire la messa proprio mentre l’aurora comincia a schiarire il cielo e soltanto le stelle più grosse si attardano ancora a brillare. Incorreggibili spiriti poetici o anime nostalgiche di preghiera contemplativa, avvolta dal silenzio dell’ultima vigilia della notte?

Caro padre Dehon, ti scrivo molto romanticamente da sotto un albero di mango. Da un anno o due il Governatore della Zambesia ha fatto piantare lungo le strade della Provincia un numero sterminato di manghi. Le principali vie di comunicazione sembrano degli interminabili viali, mentre la gente, che si sposta moltissimo a piedi, lo benedice per aver posto dappertutto questa risorsa per calmare l’appetito e ristorasi nel cammino. Stiamo viaggiando, padre Pedro ed io, con la Chevrolet di Alto Molócuè in direzione a Nauela. Abbiamo forato dopo dieci chilometri e poi di nuovo ora. Non sappiamo esattamente a che distanza siamo dalle due missioni perché il contachilometri non ha più funzionato dopo l’incidente del ponte dell’anno scorso. Padre Pedro ha stimato che siamo ancora più vicini ad Alto Molócuè che a Nauela. Ad ogni modo ha fatto togliere la ruota dall’aiutante di carro (questo è il bellissimo nome del ragazzo che accompagna, sempre e dappertutto, ogni missionario e ogni portoghese che viaggi per queste strade e che meriterebbe assai di più un nome come “angelo custode”, perché è incredibile la quantità di cose che il conducente pretende da lui, ma infinitamente di più sono le cose che di fatto riesce a risolvere in qualunque avventura - o sventura! - di viaggio) e poi l’ha fatta smontare per estrarne la camera d’aria. Ora l’aiutante di carro è in giro nella boscaglia in cerca della pianta della colla. C’è infatti un albero che fa un succo, una specie di linfa che esce dai rametti o dai gambi delle foglie spezzati, molto efficace per incollare superfici larghe e piane. In un sacchetto ci sono dei ritagli di camere d’aria vecchie, che servono per fare delle pezze per tappare i buchi delle forature. Insieme con loro il viaggiatore avveduto mette sempre anche della carta vetrata per preparare le superfici da incollare. È incredibile quante cose sia prudente portare con sé in ogni viaggio: qui le distanze fra centri abitati si misurano in decine di chilometri e le macchine che si incrociano in un giorno stanno sulle dita di una mano o, se si è fortunati, di due! Per questo la possibilità di essere soccorsi è veramente minima. C’è sempre una robusta corda per farsi rimorchiare (o rimorchiare altri malcapitati), un coltellaccio per tagliare rami e frasche da mettere sotto le ruote in caso di impantanamento, pezzi di filo di ferro e di spago, la cassetta con pinze, chiavi inglesi, cacciaviti, stracci, il piccone e una vanga per uscire dal fango sdrucciolevole, oltre al crick, alla pompa a pedale per gonfiare le ruote e ad una lanterna.

Già che ci siamo, il padre Pedro fa aggiustare tutt’e due le camere d’aria forate. Quando si comincia con la sfortuna, non si sa mai quando la smetterà!

Riprendo la penna in mano mentre stiamo per risalire. Il ragazzo ha fatto tutto con un’abilità straordinaria. La linfa di quella pianta è veramente efficace. L’unico inconveniente è che bisogna aspettare una mezz’oretta perché faccia presa. Ed ora via, verso Nauela!

A Nauela, caro p.Dehon, ho trovato parecchio entusiasmo. Nel luogo che fu scelto tre anni fa, quando capitai qui col vescovo Dom Sebastião, ci sono già alcune costruzioni. La casa dei padri è finita e già abitata. Anche quella delle suore è ormai pronta. Fra pochi mesi dovrebbero arrivare le prime suore della Congregazione dell’Amor di Dio, fondate in Spagna attorno alla metà del secolo scorso. Gli internati per i ragazzi e le ragazze sono a buon punto. Il p. Agostinho sta già pensando alla chiesa ed ha fatto mettere giù i picchetti che ne delimitano l’area. Il posto è molto bello e la temperatura piuttosto fresca: siamo attorno ai novecento metri d’altezza.
In missione c’è un nuovo padre al posto di p. Francisco De Ruschi: è il padre João Bonalumi, che è appena arrivato in Mozambico ed è chiamato da tutti i confratelli col nome di Giovannino. Il diminutivo si riferisce forse all’aspetto molto giovane - quasi di un ragazzino - del padre, perché, quanto alla corporatura, non lo meriterebbe di certo! A proposito di soprannomi ho saputo che anche il padre Agostinho ne ha uno, quello di Conte Zio, evidente rimembranza dei tempi del seminario, quando si studiavano a scuola i Promessi Sposi. Ha infatti la gentilezza ed il “saper fare” propri dei vecchi nobili dei secoli passati, uniti ad un occhio a cui nulla sfugge e ad una prudenza che prevede e pensa a tutto.
Ho saputo che c’è un commerciante di qui che deve andare al Gurúè domani. Ne approfitto per fare il viaggio con lui.

Sono al Gurúè, ma non a Vila Junqueiro dove i padri s’erano sistemati all’inizio. La missione è stata fondata a circa 15 chilometri dalla cittadina, in una località chiamata Invinha. È un luogo pianeggiante, tuttavia c’è un’ampia vista, perché il terreno è in leggera pendenza e lo sguardo può spaziare dalle montagne che sovrastano il centro abitato fino alle sagome dei rilievi che chiudono l’orizzonte di fronte a noi. Sulla destra, in un piano più distante, si vede il grande monte Namuli, luogo sacro per eccellenza, da cui, secondo la tradizione, sono discesi i primi uomini. Questa cosa la sanno tutti e quanto profondamente sia radicata nel cuore della gente, lo dimostra il fatto che i morti sono sepolti su un fianco, con la faccia rivolta verso il monte sacro.

Anche qui lavori in corso! La fondazione delle missioni comporta sempre un grande impegno di costruzioni. In ogni gruppetto di padri che formano una comunità bisogna che qualcuno si immerga con tutte le energie in quest’opera. Ad Invinha ho trovato come superiore il padre Vicente Soldavini, e poi il padre Francisco de Ruschi e il fratel Vittorio Maiocchi. È questa la prima volta che li incontro dopo il memorabile viaggio sul Quanza, da Lisbona fino al Mozambico. Grandi abbracci di letizia al rivederci dopo circa due anni. Tutti e tre insieme mi portano a vedere le opere in corso. Lo schema è più o meno lo stesso in tutte le fondazioni. Prima la casa dei padri e l’internato, poi la costruzione della casa delle suore. L’inizio della sua costruzione dipende da quanto sia sicura la loro presenza o la promessa di un loro prossimo arrivo. Seguono poi l’internato delle ragazze, padiglioni per la scuola, magazzini ecc. Ad un certo punto fratel Vittorio chiede il permesso di assentarsi perché vuole preparare un pranzetto speciale per festeggiare il mio arrivo... Questo fratello è straordinario: sempre allegro, servizievole e gentile. Basta la sua presenza per sentirsi sereni e ben disposti!
A pranzo studiamo la maniera per poter andare all’ultima meta del mio viaggio, a Molumbo. Posso prendere la corriera che ogni giorno va da Vila Junqueiro fino a Milange, al confine con il Niassaland. La missione di Molumbo si trova più o meno a metà strada. Il percorso è tormentato, pieno di sali scendi e di molte curve, la strada è di terra battuta, ma, dato che non ha ancora cominciato a piovere, il fondo dovrebbe essere regolare. Bisognerà invece che mi prepari ad una memorabile impolverata di terra rossa!

Eccomi finalmente a Molumbo! Padre Damião Bettoni e padre Luís Pezzotta mi accolgono con grande cordialità. L’arrivo di un confratello è per loro un avvenimento di grande gioia. La posizione geografica di questa missione è veramente un po’ fuori mano ed isolata. Ciò nonostante c’era già, prima del loro arrivo, un sacerdote portoghese. Hanno trovato la casa dei padri già esistente, anche se molto modesta. Il centro abitato, poco distante, ha alcune botteghe e la sede di un Posto Amministrativo. L’impressione che ho provato, al mio arrivo in corriera, è stata quella di trovarmi ai confini del mondo. Sarà forse stato l’effetto di un viaggio che non finiva più, di un’immersione totale, per ore ed ore, nell’ambiente senza fretta del “mato”(cioè delle zone rurali fuori mano), sarà forse stato il silenzio della natura e dei campi, che mi pareva di toccare con mano ad ogni fermata, quasi fosse palpabile come l’aria calda o come la luce a perpendicolo del sole (due presenze che si impongono alla coscienza e ai sensi con un’evidenza indimenticabile). Comunque sia, l’impressione che mi dura finora è veramente questa, di essere in un posto sperduto. L’orizzonte è ampio, anche se c’è un’altura quasi sopra la nostra casa. Comunico queste mie impressioni ai due confratelli. Mi confidano che anche loro all’inizio avevano provato qualcosa di simile, ma poi, col risiederci, con gli impegni della vita di tutti i giorni e, soprattutto, col relazionarsi sempre più strettamente con le persone del luogo, si sono ormai ambientati.
A pranzo mi raccontano come anche qui il lavoro principale sia quello di seguire le scuole. Ne hanno trovate alcune già esistenti, sparse nella regione, ma la situazione di evangelizzazione è ancora quasi a zero. Il padre Luís, che si trova in Mozambico da tre anni e mezzo, se la cava discretamente colla lingua, e s’è già buttato, anima e corpo, nella catechesi e nella formazione dei maestri. In questa prima fase di missionazione sembra una buona soluzione questa, di stimolare gli insegnanti elementari a collaborare nella catechesi. Molti di loro non sono ancora stati battezzati, ma è molto diffuso il desiderio di farsi cristiani.
Insomma, padre Dehon, ho trovato dappertutto una chiesa nascente. Questi nostri confratelli mi appaiono tutti pieni di vero zelo e di desiderio sincero di seminare il Regno di Dio nelle zone loro affidate. Credo però che la maggioranza di loro non s’immaginasse certo quanto lavoro materiale portasse con sé l’impegno di fondare una missione. Non mi sono parsi però minimamente impauriti o disillusi. La realtà è questa e quindi bisogna adattarvisi.

Ed ora ti saluto, caro padre. Spero che ti ricordi, nelle tue preghiere, che siamo in ottobre, il mese missionario, oltre che del rosario!

Tuo p.Anonimo s.c.j.





Mozambico, in viaggio negli anni ’50

Caro padre Dehon,
lascia che questa volta cominci con un ringraziamento per il permesso che mi hai ottenuto in paradiso perché potessi viaggiare non solo lungo le strade, ma anche lungo il tempo.
Ho pensato di cambiare così “itinerario”, almeno per questa volta. Invece di andare in giro per le missioni, andrò in giro lungo gli anni ’50.
Come avrai potuto capire dalle mie lettere, la vita in tutte le missioni scorre fondamentalmente in modo abbastanza simile. Nei primi anni si vive il grande sforzo di “gettare le basi”, non solo in senso spirituale, ma anche in quello strettamente fisico di costruire case, internati, scuole, cappelle, magazzini ecc. La strategia generale è quella di “occupare il territorio”, mossi da un desiderio di arrivare per primi, in relazione a protestanti e mussulmani. Bisogna fare presto! Bisogna approfittare di tutte le opportunità. In questi anni prima del Concilio l’ecumenismo è ancora un atteggiamento di pochi, mentre la convinzione che fuori dalla Chiesa ( naturalmente quella Cattolica) non c’è salvezza, è vissuta con ansietà e apprensione. C’è ancora radicato nel subconscio il convincimento che la salvezza di tutti passa solo attraverso la via visibile della fede esplicita e del battesimo e che pertanto non si può riposare, non ci si può fermare, non si può rimandare l’apertura di nessuna missione, perché, altrimenti, sarebbe mettere intralci alla volontà del Signore che è che tutti si salvino.
Ma ormai, padre Dehon, il Concilio si sta avvicinando a grandi passi! Tuttavia, per il momento, lo possiamo sapere solo tu ed io. Quanta fiducia e che maggior libertà, serenità, gioia ci dà il sapere che lo Spirito Santo è capace di salvare e di santificare anche al di fuori dei cammini visibili e controllabili dai sensi!
Però, seppure velato da una certa ansietà, quanto grande è lo zelo e quanto grande l’amore per questa gente!

Ti avevo cominciato a parlare del mio desiderio di fare un viaggio lungo gli anni cinquanta.
Credo che le linee più salienti dell’inizio della decade siano state l’apertura, per volere di Mons. Sebastião, dell’opera di Quelimane e del catechistato di Alto Molócuè. Ti avevo già scritto dei progetti di aprire una scuola per catechisti, forse a Nauela. Ma il vescovo decise di accelerare i tempi e venire in soccorso alla nostra scarsezza di personale, affidando la formazione dei catechisti ai fratelli Maristi, portatori del carisma dell’insegnamento e della formazione. Decise anche che il posto migliore era senz’altro Alto Molócuè, vista l’importanza e la centralità di questa missione e la facilità di avere un’adeguata assistenza spirituale sia per i fratelli che per gli alunni catechisti.

Quanto all’opera di Quelimane, questa era un’antica speranza dell’inesauribile Dom Sebastião, che, nonostante l’immensità della sua diocesi, ne conosceva tutte le esigenze e ne sognava tutti gli sviluppi. La presenza dei coloni portoghesi, in maggioranza uomini, aveva dato origine alla nascita di molti bambini mulatti, che per lo più restavano a vivere colle mamme. Bisognava fare qualcosa per loro! Ci voleva un’opera sociale, con un luogo dove potessero studiare e imparare un mestiere che consentisse loro di affrontare la vita con dignità.
L’incarico cadde sul padre Antonio Losappio, che, dopo l’avvio di Mualama, si vide affidare l’incarico di aprire una scuola di Arti e Mestieri, completa di aule, officine, internato e dispensario. Poi - già che c’era! – poteva ben affiancarvi una parrocchia, di cui si sentiva un grande bisogno. Sul nome da darle, padre Antonio non esitò neppure un istante: l’avrebbe dedicata alla Sacra Famiglia! Chi più di Gesù e di Giuseppe avrebbe potuto condividere la fatica del lavoro ed avrebbe potuto insegnare l’onestà, la serietà e la perseveranza? E chi più di Maria si sarebbe potuto prendere cura con affetto materno di quei ragazzini un po’ al margine della città?
C’era però un problema non da poco da risolvere. Il Comune aveva regalato una bella estensione in periferia, proprio dove usciva la strada che collegava la città al resto della Provincia, ma il terreno era molto basso, assai paludoso. Bisognava, come prima cosa alzarne di almeno un metro il livello. Che opera sovrumana!. Tuttavia il p. Antonio non si spaventò: se gli egiziani erano riusciti a costruire le piramidi tremila anni prima di Cristo, lui sarebbe riuscito a livellare un terreno pantanoso nell’anno di grazia del 1951! E così fu.
All’inizio accettò l’ospitalità del parroco della città, p.Manuel Guerreiro ed ebbe la fortuna di trovare un “mestre de obras”, cioè un direttore dei lavori, veramente efficiente, nel signor Quintas. Si lavorava con ardore dalla mattina alla sera e il terrapieno prima e le costruzioni poi, cominciavano a prendere corpo. Altri due confratelli vennero a rinforzare le fila: p. Francesco De Ruschi e p.Celestino Pizzi. La città vedeva con soddisfazione quell’opera e, fra tutti, il governatore della Zambesia, Gouveia e Melo. Veniva spesso alla sera a fare due chiacchiere con i padri. Ed essi, conoscendo il debole che aveva per la musica, non si lasciavano sfuggire l’occasione per rallegrarlo con qualche suonata di pianoforte, di cui il P.Francesco era un vero maestro. Non mancavano pure i brani d’opera cantati dalla voce tenorile del p. Antonio.
Questa della musica fu una nota caratteristica di quei primi anni. Il p.Francesco aveva formato una vera “Banda “musicale di ragazzini e, nei pomeriggi della domenica e delle feste, andavano a fare un concerto in città nei giardinetti vicini al Lungomare che correva di lato al Rio dos Bons Sinais. Grazie a quest’iniziativa, l’opera della “Sagrada” (questa era la forma abbreviata del nome in portoghese di Sagrada Família) diventò ben presto conosciuta e addirittura famosa prima ancora di aprire i battenti della scuola.
Il Consiglio Regionale, nel 1952, fece alcuni di quei trasferimenti di personale che restarono famosi per la loro frequenza. nella storia dei primi anni della missione. Ma era necessario fare spesso rimpasti di comunità per via del ritmo tanto accelerato sia di apertura di nuove missioni sia di arrivo di nuovi confratelli.
Furono così collocati alla Sagrada Família il p.Tarcisio Finazzi, appena arrivato dall’Italia, pieno di energia ed ottimismo ed il primo collaboratore laico della storia della missione del Mozambico, il giovane Adriano Campiglio, che contava appena 25 anni. Quest’ultimo aveva soltanto gli studi delle scuole tecniche ed aveva sentito la vocazione di lavorare in missione come laico. S’era incontrato col padre procuratore, che l’aveva seguito per un periodo di preparazione di due anni, poi era partito col padre Finazzi. S’erano fermati insieme a Madera per imparare il portoghese ed insieme erano ripartiti per il Mozambico nel dicembre del 1951.
Adriano s’era buttato, all’inizio, a fare il camionista per trasportare il materiale da costruzione nelle varie missioni, poi era stato collocato fisso a Quelimane. Per un anno e mezzo s’era prodigato per l’opera in costruzione, ma, alla fine delle piogge del ’54, la salute l’aveva abbandonato. Si sentiva sempre più senza forza ed erano cominciate ad apparire delle linfoghiandole ingrossate. Il dottore di Quelimane aveva intuito qualcosa di brutto ed i padri l’avevano subito fatto tornare in Italia per curarsi. Tutto però risultò inutile, perché il 2 settembre morì, stroncato a 27 anni da un linfoma maligno.
Debbo dirti, padre Dehon, che Adriano ha lasciato qui in Mozambico un bel ricordo di sé. Giovane, pieno di entusiasmo e di voglia di lavorare, animato da vero amore per il prossimo e da spirito di preghiera, è ancor oggi ricordato con affetto da tutti.

Nel primo lustro della decade ci furono anche importanti novità nella conduzione della congregazione. Innanzitutto nel 1953 ci fu la nomina del nuovo Consiglio Regionale: p.Antonio Losappio, superiore, col p.Ottorino Maffeis e p.Afonso Biasiolli come consiglieri.
Sempre in quest’anno ci fu pure la prima visita di un superiore dall’Italia. Venne il p.Colombo che era Provinciale. Fu un viaggio pieno di amicizia e di riabbracci, perché, dalla sua antica sede di Madera li aveva visti passare quasi tutti, senza contare gli accordi che aveva preso con varie parrocchie, conventi, seminari e case religiose del Continente, dove i nostri missionari si erano fermati per apprendere a parlare correttamente il portoghese.

Nel 1953 c’era in programma anche il Capitolo Generale. Tutto ormai era già organizzato per il 15 settembre, quando, durante l’estate, il Superiore Generale p.Guglielmo Teodoro Govaart si ammalò gravemente. Il Padre Vicario si vide costretto a rinviare la convocazione per la primavera seguente, ma il 7 settembre il nostro padre Generale spirava. Bisognava eleggerne uno nuovo al più presto e così la data di convocazione del Capitolo fu ancora una volta spostata e fissata per i primi di gennaio del 1954.
Venne eletto un uomo veramente straordinario! Il nuovo Superiore Generale era il p.Alfonso Maria Lellig, tedesco, di neppure 45 anni. Nel ’41 era stato chiamato alle armi appena ritornato da Roma, dove aveva conseguito il dottorato in sacra Teologia. Fu arruolato in Sanità ed inviato in Russia. Dopo quattro anni, al momento del collasso delle truppe tedesche, fu fatto prigioniero dai Sovietici a Koenisberg, l’8 aprile, pochi giorni prima della fine della guerra! Rimase prigioniero per ben quattro anni, prima in Lettonia e poi in Cecoslovacchia, come falegname e minatore. Le sue qualità umane ed intellettuali, però, diventarono ben presto evidenti, al punto che fu posto dai Russi a capo del Lager, nonostante fosse risaputo che era un sacerdote cattolico. In questa posizione aiutò molto i suoi compagni. Dopo quattro anni di prigionia, alla fine di settembre del ’49 gli si presentò un’occasione favorevole, che non si lasciò sfuggire. Con una avventurosa e fortunata fuga, riuscì ad arrivare a Berlino il 9 ottobre. Qui gli Alleati lo ricevettero e lo spedirono, per via aerea, a Francoforte sul Meno.
Già nel suo primo discorso come Superiore Generale aveva promesso il suo interessamento e sostegno più vivo alle missioni della Congregazione. Non perdette certo tempo! In maggio istituì il Segretariato Generale delle Missioni e nominò per questa carica il p.Christen, l’antico Vicario del defunto p.Govaart. Dopo poco partì per un viaggio, che durò ben cinque mesi, per visitare tutte le nostre Missioni africane , Sudafrica, Mozambico, Congo Belga e Cameroun, passando, nel ritorno via mare, per Madera e il Portogallo.
Il p.Lellig, caro padre Dehon, ha molto apprezzato in quel viaggio l’attività dei missionari e molto di più il loro spirito di preghiera e di impegno nell’evangelizzazione. In Mozambico ha viaggiato in lungo e in largo, accompagnato dal p.Antonio, sperimentando le soste forzate per le forature e gli impantanamenti causati dal fango della stagione delle piogge. Da Quelimane ha pure scritto una lettera di rallegramenti e di saluto al padre Provinciale d’Italia. Dopo il ritorno è andato a parlare del suo viaggio agli studenti di teologia di Bologna e allo Scolasticato di Monza. Il suo racconto è durato più di due ore e mezzo. Tra le cose citate dal p.Lellig che più hanno colpito gli studenti c’è stato il ricordo per l’ospitalità veramente affettuosa e straordinaria riservatagli dal superiore Regionale (p.Antonio), poi l’episodio del p.Vicente Soldavini che non riusciva a mangiare tre cucchiai di seguito senza doversi alzare per chiamare un catecumeno o per dare un ordine ed infine la definizione, riservata al p.Nava, di “vero ingegnere”, per l’ammirazione suscitata nel p.Generale dalle costruzioni di Mualama.
Il suo passaggio tra i missionari ha certo contribuito molto per incoraggiare e per far crescere in loro la consapevolezza di essere seguiti e sostenuti da tutti i confratelli.

Frattanto alla fine del 1953 era stata eretta la nuova missione di Mulevala, sempre sotto la spinta del desiderio di occupare il territorio appena se ne presentasse la minima convenienza. Tuttavia, per la mancanza di personale sufficiente, era stato deciso di aprirla senza una comunità residente. La seguiva uno dei padri della comunità missionaria di Muliquela-Ile

Ancora nel 1954 c’è stato un avvenimento di importanza fondamentale: la creazione della nuova diocesi di Quelimane, corrispondente, come territorio, a tutta la provincia della Zambesia, poco più di 100 mila chilometri quadrati. È stata ritagliata dalla diocesi di Beira, che abbracciava un terzo del Mozambico. Come suo primo vescovo, la Santa Sede nominò p.Francisco Nunes Teixeira, che era il segretario di Dom Sebastião Rezende, vescovo di Beira. Per i nostri padri è stata una bella notizia, sia perché avevano una grande stima del nuovo eletto, sia perché c’era con lui una vera amicizia, basata sulla stima reciproca. Anche se Dom Sebastião cessava di essere il nostro vescovo diretto, rimaneva tuttavia come nostro arcivescovo, a cui la diocesi di Quelimane, sua suffraganea, doveva fare referenza. La presenza del vescovo a Quelimane era una bella e grande novità: i contatti potevano essere ben più frequenti e diretti. Tutto diventava più agile e immediato.

Il 1954 fu anche l’Anno Mariano. I nostri confratelli non si lasciarono certo sfuggire l’occasione per onorare come si conveniva Nostra Signora. Nella vita delle comunità cristiane si tennero numerose iniziative per manifestare l’amore semplice e sincero dei cristiani verso la Madonna.
Tra i missionari si cominciò a progettare la costruzione di alcune grandi chiese nel contesto delle costruzioni delle Missioni. Sorse quasi una sfida a chi costruiva la chiesa non solo più bella (difficile da giudicare) ma anche la più grande (e qui non ci potevano essere dubbi, fosse anche di un solo metro, in più o in meno). Si mise mano così alla costruzione delle chiese di Muliquela-Ile, Gurúè-Invinha, Mualama, Molumbo, Nauela e, un po’ più tardi, a quella della Sagrada Família. Una “competizione” che doveva occupare molte energie e molti mesi, per non dire qualche anno, di duro lavoro.

Nel 1956 scadeva il triennio del Consiglio Regionale e giungevano in Mozambico ben quattro nuovi missionari: p.João Colombo, p.Fortunato Pegolotti, P.José Brambilla e un sacerdote diocesano di Cesena, don Dino Finazzi. Nel 1955 era arrivato come collaboratore laico il sig. Domenico Mazzucchi, insieme al p.José Carlessi. Era l’occasione favorevole, tanto attesa, per un’ulteriore espansione. C’era, finalmente, personale sufficiente per iniziare la nuova missione del Gilé.
Vi andò il p.Antonio Losappio, sempre desideroso di situazioni di frontiera. A Quelimane venne il p. Agostinho De Ruschi, che già lo aveva sostituito a Mualama. La carica di Superiore Regionale fu affidata di nuovo al p.Pedro, che, nel frattempo era stato trasferito a Muliquela-Ile.

La missione del Gilé era la più fuori mano di tutte, in un distretto molto ampio e non molto abitato, situato su una strada secondaria, che univa Alto Molócuè alla città di Nampula.
La collocazione del p. Antonio era stata concordata col Vescovo Dom Francisco. Al momento p.Antonio era da solo. Un confratello l’avrebbe raggiunto appena possibile. Ma, si sa come vanno le cose in Africa, e qual è la velocità a cui corrono gli avvenimenti quaggiù, sotto l’equatore! Visto che in quei giorni mi trovavo a Quelimane mi offrii di fargli compagnia nel viaggio e poi per qualche giorno al Gilé. Ne rimase assai contento. Nonostante avesse un carattere che gli faceva affrontare senza batter ciglio qualunque difficoltà, aveva un cuore molto sensibile all’amicizia e all’affetto.
Partimmo molto presto, appena il cielo aveva cominciato a sbiancare. Ciò nonostante il p. Agostinho, sempre attento e previdente in tutto, ci aveva fatto preparare dal cuoco dei panini e una bottiglia d’acqua già bollita e filtrata. Abbracciammo tutti i confratelli e ringraziammo di cuore il superiore per la premura, anche se io sapevo già che per strada non ci sarebbe servito nulla, conoscendo com’era fatto il p.Antonio. Prima d’arrivare ad Alto Molócuè, si doveva passare infatti davanti a ben tre missioni dei cappuccini italiani, tutti originari della provincia di Trento e certamente ci saremmo fermati in ognuna di esse.

La prima era a poco più di trenta chilometri da Quelimane, subito dopo le botteghe, ben ordinate sulla strada, della “Fiera commerciale di Nicoadala”. Il p.Antonio mi chiese se conoscevo già la storia del nome del luogo: Nicoadala. Risaliva ai tempi della costruzione della ferrovia da Quelimane a Mocuba, iniziata nel 1917. Qui sorgeva un grande accampamento con centinaia di lavoratori. Dovevano esserci difficoltà di comunicazione tra Quelimane e l’accampamento, specie a quei tempi, in cui le strade erano poco più che piste. Fatto sta che durante un certo numero di giorni non arrivarono i rifornimenti e i lavoratori cominciarono a lamentarsi della scarsità del cibo, in quella maniera - caratteristica della lingua locale - di esprimere col passato remoto un avvenimento che minaccia gravemente il presente. Cominciarono perciò a cantilenare quasi piangendo, sul motivo di una nenia sempre uguale, che ripete all’infinito la stessa frase, intervallata unicamente da un respiro: “Nikwa dala..!” , cioè “Siamo morti per la fame..!”
Subito il luogo rimase con quel nome: Nikwa dala, portoghesizzato poi in Nicoadala.

Trovammo i padri che stavano uscendo dalla cappella. La missione era in mezzo ad un vero frutteto: aranci, mandarini, banane, manghi, pere avogado, alberi di cajú.. La sosta fu breve, il sufficiente per bere un caffè e mangiare un po’ di frutta. Naturalmente non mancarono gli auguri per la nuova missione!
Mentre continuavamo il cammino verso Namacurra, a 70 chilometri da Quelimane, il padre Antonio mi raccontò un gustoso episodio capitatogli un anno o due prima. Vivevano in Missione gli stessi padri cappuccini di adesso p.Emilio, p.Teodoro e p.Marcellino. Un giorno trovò p.Teodoro a letto da più di 15 giorni, con una febbre che non voleva passare. Il dottore era già venuto due volte, ma senza risultato. Padre Antonio andò in camera sua a trovarlo e gli disse:” Te la do io adesso, caro padre, la ricetta!”, ed uscì a comprare una bottiglia di champagne nella cittadina.
Era convinzione comune a quei tempi, tra i coloni, che l’alcool avesse benefici effetti sulla malaria renitente alle altre cure. Io però, caro padre Dehon, nutro forti dubbi al riguardo (e non solo perché sono astemio!). La natura umana è sempre incline, infatti, a rivestire di pregi nascosti, e a volte miracolosi, tante cose assai buone da gustare! Il padre Teodoro si sottomise all’esperimento e, di fatto, in due giorni, la febbre passò.
“Beh – m’azzardai a dire – dopo 17 giorni potrebbe anche essere passata da sola, per esaurimento della malattia! Sai bene che la Scuola Salernitana teneva in gran conto la forza risanante della Natura, la cosiddetta “vis medicatrix naturae.”
“Sono io il primo a crederlo. – mi rispose lui– Ti voglio però riferire ciò che disse subito agli altri il p. Marcellino: «Mi raccomando! Quando sarà la mia volta ad ammalarmi, chiamatemi solo padre Antonio!»”.

A Namacurra trovammo appena il padre Teodoro, l’amico del cuore. La vicinanza di missione per tanti anni, li aveva molto uniti. Rimanemmo a chiacchierare una buona oretta. Dal Gilé, a 550 chilometri da Quelimane, le occasioni per incontrarsi sarebbero state assai più rare!

La strada per Mocuba non era molto buona, alla fine delle piogge, per cui era necessario andare piano. Arrivammo poco prima delle 12. I padri Cappuccini furono molto contenti per il nostro arrivo. Qui in Africa sappiamo bene che i viaggi possono riservare sorprese e che si arriva quando si arriva. A qualsiasi ora si bussi alla porta, però, si sa che si è sempre, in ogni caso, e con tutta sincerità, i benvenuti!
Un padre che passa, con armi e bagagli, per andare a fondare una nuova missione e che si ferma a pranzo, è poi un onore assi raro e bisogna far festa adeguatamente! I cappuccini sono famosi per preparare varie qualità di sottaceti, salse piccanti e vino con la frutta più varia. La vite non cresce bene, ma anche gli aranci, i limoni, i pompelmi e il cajù possono fornire il succo dolce che poi fermenta e che, con una buona dose d’abilità, può fornire un eccellente surrogato del vino.
Ci fu perciò l’antipasto, un buon pranzo e poi, alla fine, anche un buon brindisi ed una solenne cantata!
Il caldo era soffocante ed accettammo di buon grado di fare un pisolino. Nelle ore fresche della sera e della notte si viaggia più a proprio agio. Ad Alto Molócuè sapevano del nostro arrivo e sarebbero stati su ad aspettarci, se del caso, fino ad alta notte. Ripartimmo comunque verso le tre, in modo da arrivare, se possibile, prima delle dieci: bisognava calcolare sulle sei ore di macchina, per fare i duecento chilometri che restavano.

Il punto più delicato del percorso era il passaggio del fiume Nipiodi. C’era un ponte stretto, in fondo ad una discesa assai ripida e tortuosa. Se si incontrava il fango bagnato dalle piogge, bisognava sul serio affidarsi all’angelo custode! Forse fu il pensiero del possibile pericolo che ci avrebbe potuto attendere, che spinse il padre Antonio a raccontarmi un episodio accadutogli pochi anni prima e la cui soluzione considerava un vero miracolo della Madonna in suo favore.
Era il 1953, appena dopo la nomina a Superiore Regionale. Il vescovo di Beira, Dom Sebastião gli aveva mandato a dire di portare a Beira al più presto i padri Damião Bettoni e João Gadotti, perché avevano già il viaggio prenotato sull’aereo che li doveva portare in Italia in ferie. I due confratelli erano in due missioni lontane e per andare a prenderli e tornare a Quelimane bisognava percorrere parecchie centinaia di chilometri. P.Antonio si fece coraggio: chiese aiuto ad un caro amico italiano di passaggio da Quelimane, il sig. Moranduzzo, perché gli facesse compagnia nel viaggio. Era una corsa contro il tempo: l’indomani dovevano presentarsi a Beira. Alle sette di sera, grazie a Dio, rientravano a Quelimane coi due padri!.
Ma bisognava proseguire fino a Beira quella stessa notte, in tutto altri 600 chilometri…
La stagione delle piogge non era ancora finita: c’era l’incognita dei fiumi. Il punto cruciale era il guado dello ZiuZiu, un grosso affluente dello Zambesi. Non esisteva ponte. Vi arrivarono a mezzanotte. Sotto il vago chiarore delle stelle si vedeva la grande massa d’acqua scura scorrere maestosa. Che fare? L’unica possibilità era sapere quanto era alta l’acqua. Bisognava andare a svegliare l’amministratore. La necessità urgente li aveva resi audaci. Bussarono alla porta e quale non fu la sorpresa al vedersi di fronte il sig. Camillo, che era stato Amministratore di Mualama, vecchio e caro amico del p.Antonio! Tutti i familiari si alzarono, alla notizia che era arrivato l’antico superiore della missione di Mualama. Gli ospiti dovettero prendere un buon caffè e qualche biscottino. Poi, tutti al fiume, coll’immancabile ragazzo esperto pescatore. Questi si avventurò nel fiume con molta prudenza tastando il fondo con un lungo bastone: l’acqua arrivava al ginocchio per tutto il percorso. Frattanto s’era radunata gente che viveva lungo il corso d’acqua. Rallegramenti, abbracci e saluti. Poi via, coi fanali accesi, dopo aver fissato un gruppo di stelle come punto di riferimento. L’acqua arrivava al livello dei fari. Adagio, adagio arrivarono alla metà del percorso. Forse era fatta. Ma no! Una buca e la macchina sprofondò lentamente nell’acqua. I padri Bettoni e Gadotti riuscirono ad uscire da un finestrino, ma il p.Antonio, grasso com’era, non ci riuscì. Le porte erano tenute chiuse dalla pressione dell’acqua. La macchina era tutta sommersa; solo la capotte affiorava sul pelo e i due padri riuscirono ad issarcisi su. Dentro la cabina il p. Antonio, pur in quella situazione disperata, sentì una calma inspiegabile entrare in lui mentre col cuore s’era messo a recitare un’Ave Maria. Coi piedi contro uno sportello e la schiena contro l’altro, animato da una forza sovrumana, tentò lo strattone. La portiera cedette, con le cerniere e tutto: era salvo! Fino ad allora, mentre mi raccontava l’episodio, non sapeva con quale forza avesse potuto fare ciò. Nessuno poteva togliergli la convinzione che era stata una grazia personale della Madonna…
Frattanto dalla riva avevano seguito tutto con grande apprensione. Decine d’uomini stavano arrivando per soccorrere, un po’ a nuoto e un po’ sulle canoe. Tutti furono tratti in salvo e, per ultimo, si riuscì ad estrarre dal fiume pure la macchina.

Il racconto mi impressionò molto, lasciandomi senza parole. Rimanemmo in silenzio a lungo. Oltrepassammo facilmente la discesa verso il Nipiodi, senza incontrare fango bagnato e alle nove e mezza arrivavamo alla missione di Alto Molócuè.
Erano tutti ancora alzati ad aspettarci. Il superiore, padre Angelo Minoia, chiamato da tutti Angelino, per la sua corporatura minuta e per il suo fare gentilissimo, sempre premuroso con chiunque, ci aveva fatto tenere in caldo la cena. Ci sedemmo tutti attorno alla stessa tavola, curiosi di conoscere reciprocamente le novità. Ad Alto Molócuè c’era il p. José Brambilla, arrivato freso fresco dall’Italia e il signor Domenico Mazzucchi, collaboratore laico. Il lavoro era molto, per due soli padri in una missione così grande e diversificata. Ma bisognava anche contare il signor Mazzucchi, i fratelli Maristi, le suore e il dottore!
Al p.Antonio premeva sapere com’era l’Amministratore del Gilé.
Beh, le relazioni erano un po’ tese, specialmente per l’uso ch’egli aveva di mandare note e ordini per iscritto, documenti ufficiali che legavano le mani e che bisognava conservare in archivio e ai quali si doveva sempre dare una risposta, che , per forza di cose, doveva essere anch’essa scritta. S’era creato così un circolo vizioso piuttosto antipatico, di superiore a sudditi, che il p.Angelino, pur con tutta la sua cortesia, non riusciva a vincere. “Ho capito – disse il p.Antonio – ci penso io!”
Il giorno seguente celebrammo la messa all’alba. Le suore, che se l’immaginavano, non persero l’occasione per cominciare la giornata un po’ prima dell’usuale! Ci avevano preparato dei dolcetti secchi, una specie di biscottini, buonissimi e di lunga conservazione, di cui avevano la ricetta esclusiva. Chiunque di noi padri ne mangiasse uno, immancabilmente commentava “Però, queste suore Vittoriane, coi biscotti ci sanno veramente fare!”
Il viaggio verso il Gilé fu senza problemi. Ci mettemmo tre ore a fare i 150 chilometri. Per prima cosa il p.Antonio si diresse alla sede del Posto Amministrativo, per ossequiare (e cercare di conquistare) il titolare. Lo trovammo sotto la veranda dell’ufficio: il soprannome con cui era chiamato dalla gente “Empitela” (veranda), non poteva sembrare più azzeccato!
Il p.Antonio scese e si diresse verso di lui col più bel sorriso del mondo, dicendo che era venuto a presentarsi, quale superiore della nuova missione. L’Amministratore, onorato da quel gesto, l’accolse cordialmente. Entrammo dentro, nel suo ufficio e, quando ci alzammo per salutarci, al dargli la mano disse” Bene, padre, noi saremo sempre amici!”. “Sì –gli rispose – andremo sempre d’accordo. Quando avrò qualcosa da dirle, non glielo manderò per iscritto, ma verrò io stesso a comunicarglielo a viva voce!”.
Ecco, padre Dehon, il p.Antonio era fatto così!

La sede della missione era stata scelta distante dall’Amministrazione un po’ più dell’usuale, circa a venticinque chilometri in direzione alla località di Alto Ligonha. Il motivo era quello di trovarsi in una posizione più favorevole per dirigersi anche alle popolazioni di quell’area. Il luogo prescelto si chiamava Mabua, dal nome del regolo di quella terra. Come prima residenza bisognava sistemarsi in un angolo della scuola del posto, una costruzione di pali e fango, coperta con lamiere di zinco. C’era un gruppetto ad aspettarci, col regolo in testa. L’avere tra loro i padri era un grande onore! Ci avevano addirittura preparato la cena, con una gallina arrostita e piri piri, il loro famosissimo peperoncino superpiccante, più la tradizionale polenta di farina di manioca.
Dopo averci aiutato a sistemare tutto, ormai a notte fonda, ci lasciarono soli.
Il posto era alto, circondato da molti boschi, ed il silenzio totale. Si sentiva, solo a volte, un po’ di vento che muoveva le foglie degli alberi vicini. Il cielo era pieno di stelle. La luna, ancora al primo quarto, stava tramontando. Si poteva intravedere un panorama vastissimo e, non tanto lontano, la sagoma scura di un monte elevato e massiccio. Soltanto il silenzio poteva commentare adeguatamente quello spettacolo!.
Era il mese di maggio e ad un certo punto tirammo fuori la corona per recitare il rosario…
Alla fine il p. Antonio mi disse: “Sai, p.Anonimo, so già che nome darò alla missione. La consacro all’Annunciazione.”

Un’altra novità importante del ’56, fu il trasferimento del catechistato alla missione di Nauela, affidato all’ardore del giovanissimo p.Fortunato Pegolotti, appena giunto dall’Italia. La scuola per catechisti di Alto Molócuè, affidata ai fratelli Maristi, si trasformò in quella per insegnanti elementari, ritenuta di estrema importanza, visto l’impegno straordinario che la Chiesa Cattolica aveva assunto con l’Accordo Missionario tra il Governo Portoghese e la Santa Sede. Soltanto quella congregazione, votata all’educazione, poteva avere le risorse umane e la preparazione necessarie per un compito così qualificato.
L’anno scolastico si aprì all’inizio di ottobre, per la festa di santa Teresa del Bambin Gesù, patrona delle missioni. Gli alunni erano 63. Le costruzioni disponibili per quell’epoca erano scarse. Una trentina abbondante dormiva in uno stanzone della casa principale, uno accanto all’altro, come i denti di un pettine. I restanti invece si sistemavano nella scuola: chi sui banchi riuniti insieme e chi sdraiato per terra sulle stuoie. La vita era spartana: alzata alle 4,50 collo squillo di una tromba e tutto il giorno occupato dallo studio e dal lavoro.
La missione di Nauela era ormai di grande importanza! Anche le suore dell’Amor di Dio s’erano impegnate a fondo e nell’internato femminile avevano già raccolto alcune decine di bambine e ragazzine.

Ieri sera mi sono riletto quello che ho scritto finora: mi pare, sinceramente, di stare abusando della tua pazienza. “Questo viaggio lungo gli anni cinquanta non finisce più!”, starai forse pensando.
Beh, certo, dieci anni sono dieci anni…
Allora m’è venuta un’idea: perché non fare una piccola sosta? L’occasione è propizia, visto che il prossimo anno ricorre il decimo anniversario dell’arrivo dei primi padri.

Prima di deporre la penna, però, c’è ancora un avvenimento da sottolineare: il 1956 si chiudeva con una nota, se vuoi, un po’ sentimentale. Proprio nel giorno di natale si fondava la nuova missione di Namarrói. Il padre Afonso Biasiolli era da solo, come altre volte era successo. Per noi Sacerdoti del Sacro Cuore c’era però un sapore speciale: anche la nostra prima missione d’Africa era stata fondata da un missionario solo, il padre Grison, che aveva iniziato – pure lui - con la messa di mezzanotte, celebrata a Stanley Falls, nel Congo, davanti a quattro belgi e ad un gruppetto di ragazzini ancora non cristiani. Era la notte di natale del 1897.

Ti saluto caramente nel Signore!
Padre Anonimos.c.j.




Namarrói, 1 gennaio 1957


Caro padre Dehon,
m’è parso bene cominciare l’anno del decimo anniversario della fondazione, partendo proprio da Namarrói. Mi ci ha portato volentieri il padre Pedro, di nuovo Superiore Regionale - dopo la fine del mandato del padre Antonio - e responsabile anche della missione di Muliquela-Ile, che dista appena una cinquantina di chilometri. Anche il “fondatore” di Namarrói, p.Afinso Biasiolli, apparteneva prima alla comunità di Ile. Anzi, padre Dehon, ne approfitto per dirti che il nome di Muliquela-Ile non lo usa ormai più nessuno. S’è imposta la tendenza, propria dell’uomo, di semplificare e sfrondare! D’ora in poi seguirò anch’io l’uso corrente e userò il nome di Ile da solo.
Siamo venuti qui al pomeriggio, perché al mattino eravamo tutti impegnati con le messe.
Il viaggio è breve, come chilometri, ma abbastanza accidentato come strada. La regione è tutta montagnosa e si attraversano vallate completamente ricoperte di foltissima vegetazione. La vista ne gode veramente! Ci sono delle salite e delle discese da brivido, specialmente ora, che siamo nel bel mezzo della stagione delle piogge. Per fortuna che questa volta non c’è la famosa (e gloriosa) Chevrolet degli anni eroici di Alto Molócuè. Il padre Pedro, dritto come un fuso, solenne e di poche parole, guida una Land Rover, che, come tutte e come sempre, fa un rumore assordante. Ma il motore è buono ed anche i pendii più ripidi sono superati senza ripensamenti. Solo ad un certo punto il p. Pedro ferma la jeep e la mette la marcia ridotta. Prima che riesca a chiedere il perché, gira verso di me la testa col casco ben piantato sugli occhi e le tese che quasi gli toccano le orecchie e mi dice, con uno dei suoi ineffabili sorrisi: “Guardate ora cosa c’è dietro questa curva!” . Dopo pochi metri appare infatti una rampa ripidissima, dal fondo di “matope”, cioè di quel fango sdrucciolevole e traditore che si attacca alle ruote e fa slittare le macchine. È lunga più di cento metri e, verso la sommità, fa una curva, che toglie alla vista la parte finale. Per fortuna che il fondo è secco, se no avremmo potuto passare il capodanno lì, invece che a Namarrói!
Quando finalmente arrivammo in cima, questa volta continuando però a guardare dritto davanti a sé, il p.Pedro mi disse: “Ora potete capire perché i camionisti chiamano questo tratto «la Rampa della Gloria»!”
Namarrói è sede di distretto, nonostante la sua localizzazione sperduta tra i monti, fuori dalle vie di comunicazione importanti. Le case sono poche, ma quella dell’amministratore ha un aspetto solenne, al centro di un viale di grandi alberoni che vanno su dritti verso il cielo, ripieni di foglie verdissime. Il padre Afonso s’è appoggiato ad una scuola, in attesa di costruire la prima abitazione. Il luogo non era stato ancora scelto definitivamente, quando partì da Ile, la settimana scorsa.
Ci riceve con visibile allegria: non si aspettava una visita dopo così pochi giorni. La prima cosa che ci dice, dopo i saluti, è: “Ho già deciso il posto della missione!” e, senza aspettare reazioni nostre, si avvia con passo quasi militare verso un’estremità dell’abitato, dove sorge una montagnetta di basalto, rotonda e liscia, senza vegetazione, all’infuori di qualche ciuffo d’erba. Ci precede in cima con una facilità straordinaria. Cammina anche lui dritto come un filo a piombo, ha una bella barba bionda, ma con le guance ben rasate e sulla testa un cappello da passeggio di panno scuro. Mentre aspetta che noi saliamo, tira fuori una cartina e si prepara una sigaretta. Il suo modo di fare sicuro e rapido mette in risalto il suo carattere sereno e forte, che non si impressiona con niente. Sembra infatti perfettamente a suo agio a trovarsi da solo a fondare una nuova missione, con poco più di trent’anni. Anche lui ha tra noi un soprannome affettuoso, che oggi mi pare particolarmente ben azzeccato: “Germania”.
“Voglio piantare, qui sulla cima, una bella croce grande, che si veda da lontano. Ho già adocchiato due stanghe di ferro nel cortile di un commerciante portoghese e spero che me le dia, Anzi, sono sicuro che le vorrà offrire gratis, quando ne saprà lo scopo. Per la sede della missione, pensavo di chiedere all’amministratore quell’area di boscaglia che guarda verso ponente, proprio qui sotto. È disabitata, pianeggiante, un po’ alta, così che non vi si formeranno pozzanghere colle grandi piogge, ed in più c’è una sorgente, dietro questo cucuzzolo, in un posto facile per farne la captazione e canalizzarla.”
Sia p.Pedro che io siamo rimasti ben impressionati da tutti i requisiti favorevoli del luogo e ci siamo congratulati col p.Afonso. Ormai il sole era tramontato e da quel posto lo sguardo si poteva spingere verso ponente fino ai monti che chiudevano l’orizzonte. Il cielo stava diventando di un giallo che sfumava nel rosa, con tonalità incredibilmente belle. Neanche Alto Molócuè, nonostante la sua meritata fama per i bei tramonti, poteva competere con lo splendore di questi di Namarrói.
Una volta tornati alla residenza, p.Afonso voleva trattenerci a cena, ma il p.Pedro fu irremovibile: il giorno dopo aveva già fissato degli incontri e non voleva arrivare troppo tardi ad Ile. Così ci siamo salutati e siamo ripartiti, affidandoci reciprocamente al Signore.

E anch’io ora saluto te! È quasi mezzanotte e ti scrivo da Ile, al lume di petrolio. Fa un gran caldo ed ho la finestra aperta: contro la retina alla finestra si intravedono le zanzare che, attirate dalla luce, vorrebbero entrare, ma, per fortuna, i buchi della rete sono più piccoli di loro!
Un caro saluto da p.Anonimo s.c.j.




Alto Molócuè, 27 marzo 1957

Caro p.Dehon,
si compiono oggi i primi dieci anni dall’arrivo dei nostri confratelli alla missione del Santo Condestável di Alto Molócuè! Pur nella massima semplicità, s’è voluto fare un segno esterno per ringraziare il Signore per tutte le grazie ricevute in questi dieci anni. La sede della celebrazione non poteva essere che Alto Molócuè.
Ieri sera sono arrivati da Ile il p.Pedro, nella sua duplice veste di Superiore Regionale in carica e di “comandante” del primo drappello ed il p.João Colombo, arrivato in Mozambico l’anno scorso.
Stamani alle nove il p.Pedro ha cantato (a voce spiegata, e con suo grande gusto!) la Messa “Pro gratiarum actione” davanti a tutto il personale della missione, padri, fratelli Maristi, suore, dottore e famiglia, alunni delle scuole, molti catechisti e altri cristiani residenti nei dintorni. Lo assistevano come diacono il p.Angelino Minoia, superiore attuale della missione e il giovane p.Colombo.
Dopo la messa grande festa per tutti, con le immancabili danze in circolo e i tamburi.

Alla fine del pranzo, preparato dalle suore Vittoriane, tutti abbiamo chiesto al p.Pedro un “memorabile” brindisi. Ben volentieri, fra gli applausi di tutti, il p.Pedro s’è alzato ed ha brindato agli altri tre pionieri: al p.Agostinho, impegnato a Quelimane nella scuola di arti e mestieri, preoccupato (ma in fondo contento) di avere da pensare a tanta gente ed ora anche alle prese colla costruzione della chiesa parrocchiale, al p.Celestino Pizzi, trasferito al Gilè da pochi mesi, tutto preso, col p.Antonio e il p. Onorino Venturini nella costruzione della missione e al p. Luís Pezzotta, dedicato all’evangelizzazione del Molumbo, sempre in moto e sempre contento di fermarsi a parlare in lomwè con la gente del posto.
Durante la conversazione a tavola si è commentato che anche al Molócuè era ormai ora di mettere mano alla costruzione di una grande chiesa. Il p.Pedro non disse nulla, segno che l’accenno aveva fatto centro nel suo animo. Il p.João Colombo, per tutta la durata del pranzo approfittò per fare domande un po’ a tutti su questo e su quello. Voce forte e fare esuberante, senza peli sulla lingua, fu un po’ il beniamino della festa. Si lamentò che c’erano troppi padri Colombo in congregazione ed ancora di più erano quelli che si chiamavano Giovanni, anche se con altri cognomi. Forse ha detto questo per farci capire che aveva già sentito più di una volta il soprannome con cui cominciava ad essere affettuosamente chiamato fra noi, di “Colombaccio”!

Prima di ripartire mi confidò che stava preparando uno scritto commemorativo dei dieci anni, da inviare al superiore provinciale e da pubblicare poi sul “Cor Unum” il bollettino della nostra Provincia Italiana. Anzi, ha tirato fuori dalla tasca un appunto e me l’ha mostrato, per chiedermi se i dati erano esatti. Era la lista delle missioni, con la loro data di fondazione. M’è parsa esatta, per quello che potevo ricordare. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere averla anche tu e così te la ricopio.

27/03/47 - Alto Molócuè
01/06/47 - Nauela
07/04/48 - Muliquela-Ile
20/05/48 - Mualama
31/05/48 - Gurúè-Invinha
07/07/49 - Molumbo
20/05/51 - Quelimane
01/05/56 - Gilé
25/12/56 - Namarrrói

Ed ora ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.



Dalla seconda parte del viaggio negli anni ‘50

Caro p.Dehon,
se sei d’accordo, risaliamo in carrozza! Il viaggio volge verso il termine, ma una serie di avvenimenti di un certo rilievo si stanno preparando.
Comincio dalle cose più semplici, cioè dalle due visite ufficiali, quella del Nunzio Apostolico in Portogallo, mons.Cento nel novembre del ‘57 e quella del Superiore provinciale p.Olivieno Giuseppe Girardi, alla fine del ’58.
Bisogna conoscere l’atmosfera della vita ufficiale e politica del Portogallo di questi anni, sotto il governo del Dr.António de Oliveira Salazar, per capire quanto importante sia stata la visita ufficiale del rappresentante del Papa (Pio XII), la prima della storia, che un Nunzio faceva in Mozambico.
Mons. Cento rimase nella Zambesia tre giorni, ricevuto con tutti gli onori, e sempre, in tutti i discorsi, ci tenne a sottolineare che lui non era altri che il rappresentante del Papa: la parola che diceva non era la sua, ma quella che il santo Padre l’aveva incaricato di dire, e così pure gli onori di cui era oggetto, non li riteneva fatti a sé ma al Vicario di Cristo.
Arrivò all’aeroporto di Quelimane alle 11 del 15 novembre, quindi già con un caldo opprimente, accolto dal Governatore sig. Gouveia e Melo e dal vescovo Dom Francisco. C’erano naturalmente il p.Pedro, Superiore Regionale in carica e tutti e tre i padri di Quelimane, p.Agostinho, p.Francisco De Ruschi e p.José Carlessi. Andarono tutti in macchina alla Residenza del Governatore, dove ci fu un pranzo in onore del Nunzio. Quando il p.Pedro si avvicinò al Nunzio per baciargli l’anello, Mons.Cento gli chiese di che congregazione era. Al sentire che era dei Sacerdoti del S.Cuore, cominciò a parlare con grande stima e affetto della nostra congregazione davanti al vescovo e al governatore.
“Sappiano – disse loro – che io sono stato nunzio in Belgio e in Lussemburgo, perciò conosco bene questa congregazione” e continuò a parlare di mons.Philippe, grande vescovo del Lussemburgo, dopo essere stato per tanti anni tuo vicario, caro padre Dehon, e poi tuo primo successore come padre Generale.
“Conosco poi – continuò il Nunzio – un loro padre molto fine e dotto,il p.Jaques e…,come si chiama quel padre – domandò al p.Pedro – che è il Postulatore della causa di beatificazione del loro Fondatore?”
“Padre Lorenzo Ceresoli!”.
“Sì, questo padre! Venne a visitarmi quando si fecero i processi diocesani nel Belgio.”
Si può ben immaginare la contentezza del p.Pedro per questo colloquio fatto davanti al Vescovo e al Governatore!
Alla sera ci fu una sessione solenne di omaggio all’ospite, con la partecipazione di tutte le Associazioni Istituti della città. Anche i ragazzi della Sagrada Família fecero un numero, che riuscì molto bene.
Il giorno seguente c’era in programma la visita al Gurúè, un viaggio di circa 400 km, con sosta in tutte le missioni del percorso: Nicoadala, Namacurra, Mocuba e Ile.
Il padre Pedro era corso avanti insieme al suo vicario, p.Ottorino Maffeis, in quel tempo superiore di Nauela, per controllare che tutto fosse ben preparato. Alla missione, i padri Giovannino Bonalumi e il “Colombaccio” avevano addobbato la facciata della chiesa, il campanile e tutta la spianata davanti alla chiesa con bandierine, festoni e scritte di “Viva Il Papa”, “Christus vincit!” e “Christus imperat!”.
Alle 17 la vedetta sul campanile vede la comitiva del Nunzio scendere dalla sede del Distretto e si attacca alla campana per avvisare tutti. Il Nunzio scende dalla macchina tra gli applausi e gli evviva. Saluta tutti i missionari e le suore e poi entra in chiesa a salutare il Signore. La vastità della chiesa lo impressiona. “L’ha costruita lei?” chiede al p.Pedro. “No, è opera del p.Biasiolli, attuale superiore di Namarrói”.
Esce poi sul sagrato e pronuncia un breve discorso. Comincia così: “In questo splendido tramonto e dinanzi a questa bella chiesa, sono contento di rivolgervi la mia parola, che non è mia, ma del Papa, del quale io sono il Rappresentante.”
Dopo il discorso una breve sosta per bere un a bibita nella casa dei padri e poi via, verso Gurúè: restano ancora 90 chilometri…
Il giorno dopo era domenica e alle dieci arrivò alla missione di Invinha. Il superiore, p.Vicente Soldavini fece gli onori di casa. Il p.Maffeis non seppe trattenersi e disse al Nunzio che la sua missione di Nauela era confinante con questa. Dato che non c’era tempo per visitarla, chiese che almeno la benedicesse da lì! “Volentieri!” rispose il Nunzio e la benedisse. Prima di partire volle visitare la chiesa, ormai quasi finita. “Questa è degna di una cattedrale!” esclamò rivolto al vescovo di Quelimane.
Da lì partì per l’aeroporto, per tornare a Quelimane in aereo. Al pomeriggio visita alla Sagrada Família. Essendo domenica s’era potuta radunare una moltitudine di gente impressionante, che riempiva ogni spazio libero. All’uscita dalla macchina, un ragazzino mulatto della scuola lesse al Nunzio un indirizzo di benvenuto, finito il quale ricevette da lui un affettuoso abbraccio. In chiesa pronunciò il discorso e poi dette a tutti i presenti la benedizione del Papa.
Si diresse verso la scuola che visitò con attenzione. Il p.Agostinho lo accompagnava, spiegando tutto. Alla fine il Nunzio si congratulò col p.Agostinho e col p.Pedro, veramente ammirato per lo sforzo fatto dai missionari per quest’opera. Quando stava per salire sull’auto scorse, in seconda linea, il p.José Carlessi, che aveva seguito la visita con tutta semplicità, mescolato tra la gente. Il Nunzio si diresse verso di lui, per salutarlo e scambiare qualche parola, visto che era una sua vecchia conoscenza di Lisbona. Poi si diresse verso Coalane per visitare i padri Cappuccini.

Questa visita fece molto bene a tutti i missionari, dando animo e soddisfazione. Bisogna provare a vivere per anni, in un paese che è alla periferia del mondo, per capire cosa significa una visita importante, specie se è quella dell’inviato del Papa.

Anche la visita canonica del Superiore Provinciale p.Girardi servì per fortificare nella fraternità e nella fede tutti i missionari. Visitò tutte le missioni, fermandosi a parlare prolungatamente con ognuno, prendendo nota di tutte le problematiche, difficoltà, progetti e desideri, sia comunitari sia personali. La prima finalità di una visita canonica del Superiore competente è proprio questa. guardare in faccia la verità, senza paure e senza imbarazzo. Come ci ha detto Gesù: ”La verità vi farà liberi!”
Il 1958 fu anche l’anno dell’invio di altri due fratelli: fr.José Ossana e Miguel Tapparo. Ebbero la soddisfazione di ricevere il crocifisso con grande solennità dal Card.Lercaro nella cornice della Piazza Maggiore di Bologna insieme ad altri 19 missionari. Anche il giorno era particolarmente importante: la festa del patrono della città, S.Petronio.
Entrambi erano destinati a dare un contributo determinante alla missione del Mozambico. Fr.Ossana, con la sua predisposizione per l’economia e la precisione, coprirà per molti anni la carica di Economo Regionale, mentre fr.Tapparo sarà l’artista che abbellirà con i suoi grandi affreschi le chiese della Zambesia e al tempo stesso, con la sua abilità multiforme, sarà l’animatore della nuova grande scuola di Arti e mestieri del Gurúè.

Nell’ultimo scorcio del decennio ci furono altri avvenimenti importanti per la missione del Mozambico, anche se non accaddero nel Paese.

Un avvenimento di grande importanza per la nostra congregazione fu la divisione della Provincia Italiana in due: Meridionale e Settentrionale. Il Mozambico rimaneva legato giuridicamente a quella Settentrionale, anche se altri padri avrebbero continuato a venire da entrambe le Provincie. La data della divisione fu il 19/10/1957, mentre il primo Provinciale del Sud fu il p.Giuseppe Zampogna.

Nella notte di Natale dell’anno seguente a quello della fondazione di Namarrói, nel 1957, nasceva a Bologna la Compagnia Missionaria del S.Cuore. La fondava, con un gruppo di giovani e meno giovani signorine, animate dalla spiritualità sostenuta dal tuo carisma, caro p.Dehon, il nostro p.Albino Elegante. Col tempo, questo gruppetto sarebbe diventato un Istituto Secolare di diritto Pontificio, diffuso in tre continenti e animato dal tuo stesso spirito di Amore e di Riparazione. La loro presenza in Mozambico, al lato dei nostri confratelli, non si sarebbe fatta attendere ancora molto.
Tra la fine del ‘58 e l’inizio del ’59 si completò il trasferimento da Napoli a Genova della Procura delle missioni. Il padre incaricato, che inaugurò la casa di viale Gambaro, fu p.Livio Clamer. Facevano comunità con lui p.Angelo Vassena, p.Virginio Scarpellini e fr. Giorgio Peterlini, che in breve sarebbe giunto in Mozambico.

Anche a Roma ci sono state novità di rilievo: nel 1957 il papa pubblicò un’enciclica sul tema missionario dal titolo “Fidei Donum”, che ebbe vasta eco nel mondo Cattolico.
Nell’ottobre del 1958 il papa PioXII moriva, al termine di un lunghissimo pontificato. Saliva sulla cattedra di S.Pietro il Patriarca di Venezia Angelo Roncalli. Aveva 77 anni, ma era destinato - pur con quell’età ritenuta da molti troppo avanzata per iniziare un pontificato - a voltare pagina e ad iniziare una nuova epoca nella Chiesa. Scelse per sé il nome di Giovanni XXIII.

Sempre a Roma, poche settimane dopo, moriva il 13 dicembre 1958, il p.Alfonso Maria Lellig, strocato a 50 anni da una misteriosa malattia che s’era manifestata negli ultimi mesi. Era andato a Stanleyville, nel Congo Belga per presenziare, l’11 ottobre, alla consacrazione episcopale di mons.Kinsch, nostro confratello, che saliva sulla cattedra che era stata già di Mons.Grison, il primo missionario della Congregazione. Tornò a Roma il 17, per sbrigare alcuni affari urgenti e ripartire di nuovo per il Congo, dopo neanche un mese, per completare la visita canonica alle nostre comunità delle diocesi di Wamba e di Stanleyville. Durante la visita alla prima missione, a Yanonghe ebbe una ricaduta dei suoi disturbi, con forti dolori allo stomaco. Visto che lo stato si aggravava fu organizzato un rientro in tutta fretta: si erano manifestate complicazioni polmonari e cardiache. Il 10 dicembre arrivava a Roma e veniva internato. Alla mattina del 13, ebbe un peggioramento improvviso e grave, mentre era assistito dal Vicario generale p.Bouclier. Questi ebbe appena il tempo di amministrargli l’unzione degli infermi. Alle 7,40 il p.Generale spirava.

Si può bene immaginare l’impressione che questa morte improvvisa e prematura provocò in tutti, ma soprattutto tra i missionari! Tutto il suo mandato era stato caratterizzato da un grande amore e impegno per le missioni.Quasi a sottolineare la sua dedizione alla causa missionaria, la morte l’aveva colto sul campo, facendogli interrompere un una visita ufficiale in terra di missione.

L’ultimo, degli anni cinquanta, portò con sé il capitolo Generale, in luglio, nel quale venne eletto come Superiore , al posto di padre Lellig, il p.Giuseppe Antonio De Palma, che era il Provinciale degli Stati Uniti.

Ai primi di Aprile s’era pure celebrato il Capitolo Provinciale dell’Italia Settentrionale. Il Mozambico aveva eletto come rappresentanti il p.Damião Bettoni e il p.Pistelli. La stima mostrata dai confratelli nella scelta dei delegati si concretizzò poi, il 16 luglio, nella nomina di p.Damião a Superiore Regionale. I consiglieri erano il p.Pedro e il p.Agostinho, due angeli custodi dalle spalle robuste. Come economo risultò eletto il p.Afonso Biasiolli, nonostante la sua missione un poco fuori mano di Namarrói.

Il decennio, caro padre Dehon, è ormai finito ed il mio viaggio temporale si conclude. Restano solo due avvenimenti che vorrei raccontarti, l’inaugurazione delle due ultime grandi chiese costruite, una a Quelimane e l’altra ad Alto Molócuè. Quest’ultima, cominciata per ultima, è partita avvantaggiata sulle altre concorrenti al titolo di più grande. È bastato allungare gli scavi delle fondamenta ancora un po’, dopo aver chiesto ai Cappuccini di Bari le misure di quella di Morrumbala, che, fino ad allora aveva il primato. Ma poi per la manutenzione di queste cattedrali come si farà? Non sarà semplice tenerle in efficienza e riparare ogni piccolo danno prima che diventi irreparabile. Ti voglio riferire qui una confidenza che il p. Antonio, architetto e impresario di Alto Molócuè soleva fare, negli ultimi anni della sua vita: “È stata l’ultima pazzia della mia gioventù!” , anche se, a quell’epoca aveva già 47 anni suonati.
Beh, allora ti saluto! Scendo dal treno della storia per salire su quello della cronaca. Allora a risentirci dalla Sagrada!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 13 settembre 1959

Caro padre Dehon,
è domenica mattina, alla parrocchia della Sagrada Família, qui a Quelimane. Il sole è ancora radente sopra l’orizzonte, ma già c’è un gran brulichio di gente sul sagrato e nei dintorni. Alle dieci il Vescovo Dom Francisco verrà per la consacrazione e la Prima Messa Solenne. Ne approfitterà per fare la consacrazione della diocesi ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, visto che ciò non s’era potuto realizzare il 31 maggio scorso, come nella maggior parte del mondo cattolico.
La grande festa è cominciata ieri sera con la solenne processione della statua della Madonna dalla cattedrale alla Sagrada. C’erano senz’altro alcune migliaia di persone. Siamo partiti alle 17,30, mentre il sole stava per tramontare. Siamo arrivati a notte fonda, verso le 20. Molte le candele accese nel buio della notte. Parecchie mamme di famiglia hanno fatto tutto il percorso a piedi nudi per sciogliere un voto, secondo un’usanza che è diffusa in varie parti del Portogallo. A trecento metri dalla meta tutto il percorso era affiancato da addobbi, festoni e bandiere, dando un colpo d’occhio veramente bello.
Quando la statua arrivò a quel punto, dal campanile cominciò ad essere diffuso da tre potenti altoparlanti il concerto di campane della parrocchia di Desio, nella bergamasca, portato in Mozambico dal p.Donadoni, della missione di Ile. Nessuno della popolazione originaria di Quelimane aveva udito mai qualcosa del genere! Per i tre padri della Parrocchia poi, tutti e tre bergamaschi, p.Damião Bettoni, p.Francisco De Ruschi e p.Tarcisio Rota, quelle note dovevano sembrare provenienti dal paradiso!
La statua della Madonna fu posta in cima alla gradinata di fronte alla facciata perché potesse essere vista da tutti i partecipanti, una vera moltitudine.
Il p.Gesuita di Beira, che aveva predicato tutte le sere in cattedrale per la preparazione alla consacrazione della diocesi ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, dovette salire su un pulpito inusuale, ma efficace: un tavolo messo accanto a Nostra Signora. Dopo il canto finale , un po’ alla volta, la gente cominciò a disperdersi.

Riprendo in mano la penna alla fine del giorno.
Dom Francisco è stato puntuale. Alle dieci esatte ha cominciato l’aspersione della chiesa tutt’intorno e all’interno, consacrandola così al culto di Dio. Poi ha iniziato la Messa solenne, accompagnata dal coro diretto da un p.Francisco in gran forma. Al termine della celebrazione il vescovo ha intronizzato solennemente il Santissimo sull’altare maggiore per l’adorazione in gruppi, fino alle 17,30. A quest’ora Dom Francisco è tornato per la recita del S.Rosario, al termine del quale il predicatore ufficiale ha tenuto un solennissimo discorso. Per ultimo il Vescovo, con tutta la solennità ha letto l’atto di consacrazione della diocesi ai S.Cuori di Gesù e di Maria.
La benedizione Eucaristica ha concluso questo memorabile giorno di festa e di preghiera.
Non posso chiudere questa lettera senza fare menzione del bellissimo affresco della Sacra Famiglia, che fr. Miguel Tapparo ha dipinto nell’abside del presbiterio. Si vede un Gesù giovanetto, fiancheggiato dalla Madonna e da S.Giuseppe, mentre sullo sfondo c’è la sagoma della chiesa, insieme ai profili caratteristici delle montagne dell’alta Zambesia, dove sono ubicate in maggioranza le nostre missioni. Un’opera veramente bella che non ci si stanca mai di rimirare.

Ed ora ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.




Alto Molócuè, 8 novembre 1959

Caro p. Dehon,
mi accorgo ora di una dimenticanza: non ti avevo detto del trasferimento del p.Antonio da Gilè ad Alto Molócuè nel settembre del ’57. Ti ricordi di quando ad Alto Molócuè a tavola si parlò che era ora di fare una chiesa come si doveva, anche lì, e come il p.Pedro era rimasto senza fare alcun commento, indice che la freccia aveva colpito nel segno? Ci scommetterei l’osso del collo (scusa l’espressione “corposa”) che quel trasferimento il p.Pedro lo fece pensando proprio a quella costruzione.
Ebbene, a meno di tre anni, sono qui per l’inaugurazione della più maestosa chiesa della Zambesia. Zitto zitto il ”Gattone” è riuscito a dare una zampata che ha sorpreso tutti!

Immagina che stamani era qui non solo il Vescovo di Quelimane, ma anche il Cardinal Gouveia di Maputo. E quando si muovono autorità di questo calibro c’è sempre dietro anche la stampa.
Il gran piazzale della chiesa era pieno fin dalle prime luci dell’alba. Moltissimi cristiani, arrivati da tutte le cappelle nei giorni precedenti, avevano affollato i dintorni, ospiti di parenti e amici e infilati nelle varie costruzioni scolastiche della missione.

Alle nove è cominciata la solenne consacrazione della Chiesa a Maria Regina Mundi col rito dell’aspersione, prima all’interno e poi all’esterno (al contrario di Quelimane).
Il p.Antonio , durante la costruzione, forse per giustificare tanto entusiasmo di grandezza e di solennità, aveva ottenuto dal vescovo di dedicarla a Maria Regina Mundi, anche se il titolo ufficiale della missione era del Santo Condestável.


La messa solenne l’ha celebrata il p.Antonio, come superiore della missione ,mentre il Cardinale e il Vescovo assistevano. L’omelia, però l’ha tenuta il Cardinale. L’ufficialità dell’occasione imponeva un ringraziamento e una lode a tutti: Vescovo, congregazione dei Sacerdoti del S.Cuore, superiore della missione, Amministratore del distretto e perfino governo del Mozambico e della Zambesia. Alla fine ha concluso con queste parole: “D’ora in poi la voce delle campane, echeggiando per i colli e per le valli di questa incantevole regione, dovrà essere per tutti un invito di Dio alla preghiera ed alla meditazione delle verità eterne!”

Finita la parte religiosa si è passati a quella conviviale. Il p.Antonio, che ha sempre curato anche la parte bianca del suo gregge, aveva mobilitato per preparare il pranzo tutte le mogli e madri portoghesi della cittadina di Alto Molócuè, le quali non si lasciarono certo sfuggire l’occasione per una memorabile bella figura di fronte a tutta la Zambesia (molti i convitati da Quelimane e dagli altri distretti) e anche di fronte alla capitale, presente nella persona del Cardinale e dei suoi accompagnatori.
Il banchetto non era evidentemente solo per i portoghesi, ma anche per tutti i presenti! Tutti ebbero da mangiare a sazietà oltre ogni dire…

Al pranzo non sono certo mancati i discorsi e i brindisi. Tutti, proprio tutti coloro che ne avrebbero potuto avere, non dico il diritto, ma perfino il desiderio, hanno potuto farlo con piena libertà.
E chi aveva voglia di battere le mani, certamente ebbe una storica occasione per levarsela per completo!
Tuo p.Anonimo s.c.j.



Nauela, 7 gennaio 1960

Caro p.Dehon,
mi viene la voglia di augurarti Buon Anno, anzi, meglio: Buona Decade Sessanta!
Cos’importa, infatti, se sono già passati i primi sei giorni degli anni ‘60?

Sai perché sono qui?
Perché, dopo tanto parlare, il 5 gennaio u.s. (ieri l’altro) il Consiglio Regionale ha finalmente pubblicato i nomi dei due confratelli incaricati di aprire la nostra nuova Opera della Scuola Apostolica di Milevane.
Come ben sai la Scuola Apostolica è l’equivalente del Seminario minore per gli Istituti religiosi. Ci lanciamo quindi nella grande avventura della formazione di nostri nuovi confratelli Mozambicani! È certamente un evento storico, quello a cui sto per assistere in diretta.
Oggi, dopo due soli giorni, i confratelli incaricati, p.Fortunato Pegolotti e fr.Josè Ossana si trasferiscono ufficialmente da Nauela a Milevane. I chilometri sono soltanto 8, ma, con le piogge che stanno cadendo quest’anno, possono costituire una grande distanza!

I preparativi per la partenza fervono fin da stamattina prestissimo. Il p.Fortunato si può dire che è “scatenato”. Va avanti e indietro con i suoi piccoli passi, un moto perpetuo! Com’è suo costume è madido di sudore e porta a mo’ di stola, attorno al collo, un asciugamano col quale si deterge continuamente. Sembra un po’ agitato, ma la faccia preoccupata si scioglie ogni poco in un sorriso.
Fr. Ossana invece è l’opposto: calmo, silenzioso, controlla la carica e si mantiene pazientemente fermo accanto al camion imprestato da un commerciante. Il nostro, della missione, è fuori uso da vari mesi per un pezzo di ricambio che non si riesce a far venire.
Come ti dicevo, piove a dirotto da parecchi giorni e le strade sono ridotte a una miseria. Stamattina il cielo è coperto, ma tira vento e si spera che porti via un po’ di nuvoloni. Per essere pronti a qualunque evenienza si fanno salire, comunque, una quindicina di alunni della scuola per catechisti, muniti di zappe, coltellacci e picconi.
Appena si parte comincia a piovere!
Dalla missione si arriva al paese e, poi, su per la strada in salita! Ma, dove la pendenza si fa severa, le ruote cominciano a girare a vuoto e il camion sembra sprofondare nel fango. L’autista si ferma subito e spegne il motore prima che le ruote, girando vorticosamente, scavino buche profonde. Se la cassa del differenziale toccasse per terra, sarebbe veramente un caso serio!
I giovani scendono giù in un balzo, gridando e ridendo. Per loro questo diversivo è preso con allegria, come una festa. Alcuni vanno a tagliare rami frondosi da mettere sotto e davanti agli pneumatici, altri portano pietre, altri scavano la terra per liberare le ruote infossate.
Poi, tutti dietro a spingere!
Anch’io e p.Fortunato ci mettiamo con loro per aumentare la forza. Fr.Ossana, al volante mette in moto. Spingere un camion è una gran fatica, ma dover farlo in salita, è una cosa che non si riesce a immaginare. Per fortuna il pavimento stradale era stato preparato a dovere e così, al primo sollevare il piede dalla frizione, il camion comincia a muoversi tra un urlo di vittoria strepitoso. Un gran corri corri per risalire e poi: via, cantando e battendo le mani. Poco dopo un catechista riesce a districare un tamburo dal resto delle cose e inizia a suonare un ritmo travolgente.
Il nostro arrivo a Milevane non poteva essere più trionfale! Continua a piovere, ma ormai che si è bagnati, inzuppiamoci! Con questo caldo è addirittura piacevole…
Milevane non è il nome di un paese o di una fiera commerciale. È solo un passo tra due vallate. È molto ampio, lungo, pieno di verde anche se la vegetazione non è fitta. Le montagne si innalzano sia a destra che a sinistra e qua e là ci sono gruppetti di capanne.
Quassù in cima un portoghese possedeva un enorme pezzo di terra, praticamente senza alcun sfruttamento agricolo. Aveva qui la sua abitazione e una “bottega del mato”, che serviva tutta la popolazione del piccolo altipiano e quella del versante opposto a Nauela.
È di fronte alla sua casa che ci fermiamo e cominciamo a scaricare. Due stanze, che servivano come deposito di foglie di tabacco, devono essere pitturate subito perché saranno trasformate in dormitorio per i primi ragazzi. Fr. Ossana ne assume immediatamente la direzione, scegliendo i quattro catechisti già preavvisati e mettendoli all’opera. P.Fortunato ed io facciamo depositare le cose al coperto, prima che si rovinino sotto l’acqua.
Come vedi, padre Dehon, s’è aspettato parecchio tempo per decidere e combinare il contratto d’acquisto, ma poi, una volta concluso, non abbiamo più perso un attimo!
A conferma dell’accelerazione che hanno preso ora le cose, stasera, poco prima del tramonto, abbiamo sentito suonare il clackson da lontano: era il Regionale, p.Damião Bettoni, che portava da Ile e dal Gurúè i primi alunni della Scuola Apostolica!
Anche lui, appena sceso, ha cominciato a raccontarci, con dovizia di particolari, tutti gli impantanamenti subiti nel percorso. Loro hanno fatto l’altra salita, quella che viene dal Gurúè, assai più lunga e ricca di curve e contro curve, al punto da essersi meritata l’affettuoso nomignolo di “caracol”, cioè di guscio di chiocciola.
La casa è piccola, ma in compenso noi siamo tanti! Anche se scomodo è tuttavia bello vivere questi momenti di affollamento la prima sera di apertura di una nuova opera!
Per fortuna è smesso di piovere! Fr. Ossana riporta a Nauela i catechisti e noi restiamo con i nuovi arrivati per finire di sistemare le cose.

Riprendo a scrivere il 10 gennaio. Per oggi, infatti è fissata l’inaugurazione ufficiale, con la presenza del Vescovo.
Stamani il cielo era terso! Ancora prestissimo sono cominciati ad arrivare da Nauela , a piedi e cantando, gruppetti di catechisti e di alunni dell’internato.
Poco dopo sono arrivati p.Ottorino Maffeis, superiore di Nauela e fr.Miguel Tapparo, muniti di cinepresa, per fissare l’immagine storica dell’inaugurazione di quest’opera.
Dom Francisco è arrivato alle 9,45 accolto dagli applausi di tutti. Il Vescovo è passato in tutte le stanze della casa , benedicendole con l’acqua santa, poi ha concluso con la celebrazione della S.Messa.
È seguita la visita al grande appezzamento di terreno, che si estende a perdita d’occhio.
Nel frattempo sono arrivati i nostri confratelli di Invinha, p.Agostinho e p.Aldo Fortuna (arrivato di recente in Mozambico), in compagnia di un sacerdote diocesano portoghese, che sarà il primo parroco della cittadina di Vila Junqueiro, ”capitale” del distretto del Gurúè.
Il ricevimento è stato molto modesto, ma in compenso il calore dell’amicizia l’ha reso particolarmente bello e simpatico.
Alle 15 sono ripartiti tutti e noi siamo rimasti da soli, circondati da queste montagne piene di silenzio! Tranne quelle poche capanne inerpicate sui monti, non ci sono segni di presenza umana nei dintorni. Il senso di solitudine è intenso, ma anche quello della vicinanza e compagnia del Signore non è da meno!

Tuo p.Anonimo s.c.j.




Gurúè-Invinha, agosto 1960


Carissimo padre Dehon,
sono venuto anch’io alla riunione generale dei nostri confratelli che inizia cogli esercizi spirituali predicati dal Consigliere Generale p.Bernardo Salandi.
La sua è una visita ufficiale, inviato dal Superiore Generale p.De Palma. Ha già avuto modo di vedere le nostre missioni ed ora facciamo un incontro per affrontare insieme qualche tema importante di interesse comune. Com’è nostra tradizione, di cui ti siamo grati, perché ce l’hai insegnata tu, cominciamo con gli esercizi spirituali. La preghiera precede, perché crediamo fermamente che solo col suo aiuto possiamo avvicinarci alla verità e discernere la realtà con la sapienza dello Spirito Santo.
La missione si presta bene per riunioni e per pregare. Ha una chiesa bella e grande, che è in lista di attesa per essere affrescata da fr.Miguel Tapparo, che dopo aver concluso l’affresco della Sagrada Família, è ora alle prese con la chiesa di Nauela. Comunque, anche lui è venuto al ritiro e alla riunione e ha già cominciato a prendere le misure dell’abside e a fare schizzi per l’affresco dell’Immacolata Concezione.
La preghiera ci ha ritemprato, aiutati dalle meditazioni del p. Bernardo, piene di una spiritualità delicata e di confidenza nella bontà di Dio.
Nella riunione abbiamo affrontato il tema della distribuzione del personale dopo l’ultima espansione di stazioni missionarie ed anche quello economico, che ci assilla non poco. Ora infatti, rallentata la fase delle nuove costruzioni, dobbiamo pensare a finire di pagare i debiti e a trovare forme di sostentamento, oltre che per gli internati delle missioni, anche per il catechistato e la scuola apostolica. Ma vado con ordine.

1-Personale. Si sono sommate due difficoltà. La prima è che abbiamo aperto nuove comunità: le missioni di Mulevala, Namarroi e Pebane, la scuola Apostolica di Milevane ed il catechistato a Nauela.
La seconda è una conseguenza del grande vento di novità che sta soffiando con forza sull’Africa: da un capo all’altro cominciano ad apparire fermenti di coscienza della propria identità e dignità da parte dei vari popoli e ciò esige, colla forza stringente della logica, che i Paesi che hanno colonizzato e sottomesso le popolazioni africane, se ne vadano e riconoscano ad esse il diritto sovrano all’Indipendenza. Ciò suona per molti come una cosa inaudita, specialmente in Portogallo, dov’è radicatissima la convinzione di incarnare una forma di presenza in Africa differente da tutte quelle esistenti. Molte razze costituiscono il Portogallo, composto da terre metropolitane e terre d’Oltremare, ma una sola è la nazione ed uno solo il Paese. Per ora in Mozambico non si sente muovere una foglia, ma il governo centrale comincia a preoccuparsi e a prendere misure preventive.
Una di queste è la restrizione dei visti d’entrata ai missionari stranieri. I sacerdoti portoghesi presenti in Mozambico stanno diventando una minoranza, specialmente nella Zambesia, dove la proporzione è di 4 contro una sessantina. Nell’ultimo anno nessun confratello ha ottenuto il visto. In Portogallo ce ne sono ben quattro in attesa: i padri Emilio Bertuletti e Nunzio Leali ed i fratelli Antenore Spadaccini e Giorgio Peterlini. L’idea del governo, che il vescovo crede d’aver colta, è quella che ci sia equilibrio fra il numero di missionari portoghesi e di quelli stranieri. Se ciò dovesse essere applicato con rigore, per la Zambesia sarebbe un problema gravissimo.
Ad ogni modo, per la nostra congregazione s’è aperta una nuova prospettiva: dalla Regione del Portogallo, fondata in contemporaneo con la Regione del Mozambico, è stato inviato a Milevane il primo religioso scolastico, per fare il prefetto - cioè l’assistente dei ragazzi – e, al tempo stesso, insegnare una materia o due nella scuola. Si chiama Fr.Manuel Gouveia, nato a Madera e arrivato dalla nostra casa di Funchal. È un giovane posato, tranquillo e silenzioso, molto amico dei ragazzi. Tutti sono contenti di lui, e la cosa più bella è che, dopo aver concluso gli studi, desidererebbe ritornare per fare il missionario in Mozambico.
L’atteggiamento del governo, tuttavia, resta un punto che preoccupa, ma il p.Bernardo, abituato a vedere da Roma le cose con uno sguardo panoramico e con una conoscenza degli affari internazionali assai vasta, ci tranquillizza. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, specialmente in queste scelte che hanno una grande eco internazionale e che, in certo modo, andrebbero contro i patti tra Portogallo e Santa Sede, sanciti nell’Accordo Missionario del 1941.
Alla fine della discussione s’è considerato che, anche col personale esistente, alcune cose possono essere migliorate e si può fare una distribuzione più equa ed equilibrata. Abbiamo demandato la decisione ad un incontro tra il padre Visitatore ed il Consiglio Regionale.

La “questione economica”, come s’è voluta definire, usando quest’espressione altisonante, ha riscaldato gli animi ed impegnato tutti con ardore!
Ciò che rende scottante il problema è la contemporaneità di tre cose da tenere presenti:
1- il richiamo critico del Vescovo e del Superiore Provinciale p.Girardi (durante l’ultima visita canonica) verso le nostre “botteghe del mato” che, via via si sono affiancate alle missioni come fonte di sostentamento per gli alunni degli internati,
2- i molti debiti ancora da pagare, dopo lo sforzo gigante di aprire undici missioni e costruire sette grandi chiese in tredici anni,
3- l’aver aggiunto molta carne al fuoco con la nuova scuola apostolica di Milevane e il catechistato di Nauela.
S’è discusso accesamente e tutti hanno potuto dire la loro. È emersa l’impossibilità attuale di sostituire le botteghe con altre fonti di sostentamento. Parecchi si sono alzati a difendere l’opinione che la gente sa di fatto molto bene che i padri non lo fanno con spirito di guadagno, ma per la necessità di mantenere i ragazzi che studiano nelle missioni. Inoltre i prezzi sono assai più bassi di quelli dei commercianti portoghesi, e ciò ha pure effetto di concorrenza, che risulta benefico perché trattiene questi ultimi dall’esagerare sui guadagni. L’idea suggerita dal Vescovo e da p.Girardi, di cercare di sviluppare le entrate provenienti dai vari laboratori di sartoria, falegnameria, calzoleria, meccanica, ecc. potrebbe essere buona e va di fatto messa in pratica, ma ci vorrà ancora abbastanza tempo perché diventi una fonte di rendita che permetta l’autosufficienza economica delle missioni.

Tutti i missionari celebrano le s.Messe devolvendo l’offerta corrispondente per il sostegno delle opere, ed ultimamente, in modo speciale per la Scuola Apostolica di Milevane. È stato pure fatto un appello di recente alle nostre case d’Italia, chiedendo ai superiori un aiuto analogo, perché autorizzino qualche loro confratello a devolvere l’offerta della s.Messa per le missioni.

Riguardo poi a Nauela il p.Damião, nella sua qualità di Superiore Regionale, ha dato un’informazione interessante. Tutti già erano stati informati a suo tempo che la missione protestante nostra vicina, dopo varie vicissitudini, che avevano provocato l’alternarsi successivo, in una decina d’anni, di ben tre diverse confessioni evangeliche, era stata chiusa nel 1958. Gli alunni della loro scuola, assai numerosi, insieme agli insegnanti, avevano chiesto di inserirsi in blocco nella nostra missione. Le bocche da sfamare erano cresciute improvvisamente. Dom Francisco aveva interessato il Governatore della Zambesia e l’Amministratore del distretto. Questi erano riusciti ad ottenere dal Governo centrale un aiuto di cento mila scudi, una somma veramente considerevole!
Il p.Bernardo aveva consigliato di acquistare con quei soldi un appezzamento di terreno, per farne una coltivazione che potesse mantenere per lo meno tutti i catechisti.
A questo punto, padre Dehon, come avrai potuto immaginare, un grande battimani ha accolto la notizia!
Anche per Milevane s’è pensato di fare altrettanto, visto che la terra ce l’abbiamo già, ed in grande abbondanza: la tenuta è di più di mille ettari! È vero che ci sono zone di bosco, di pascolo e molti pendii scoscesi, ma resta pur sempre una grande area che si può coltivare.

Esauriti gli argomenti incandescenti, si è passati ad un giro di informazioni e di questioni puntuali.
Alla fine di tutto ha preso la parola il p.Bernardo Salandi, che ha fatto un riassunto delle sue impressioni di visitatore. Ha, tra l’altro, proposto a tutti l’esempio dell’iniziativa della parrocchia della Sagrada Família in Quelimane, che, dal giorno della sua consacrazione, fa tutti i giorni l’esposizione del Santissimo dalle 17 alle 19. L’adorazione eucaristica sta cominciando ad entrare nelle abitudini dei cristiani e c’è sempre qualcuno presente. Per tutti noi è una grande gioia, e non mi dire, padre Dehon, che non lo è anche per te, che l’adorazione ce l’hai lasciata come tua eredità!

Tuo p.Anonimo s.c.j.

P.S. Al termine dell’incontro il p. Damião ha riunito il Consiglio Regionale a cui ha partecipato anche il padre Visitatore. Uno dei temi era il rimpasto delle comunità, specialmente di quelle più sprovvedute di personale.
Eccoti le novità:
--Milevane: è stato collocato come superiore p.Ottorino Maffeis, trasferito dalla vicina Nauela. Insieme a lui è stato inviato pure fr.Vittorio Maiocchi, proveniente da Ile. Ora la comunità può affrontare con più fiducia le molte difficoltà che un’opera così nuova e così complessa, porta con sé. Sono ora in cinque confratelli: p.Maffeis, p.Pegolotti, fr.Ossana, fr.Maiocchi e il prefetto fr. studente Manuel Gouveia.
--Nauela: il nuovo superiore, al posto di p.Ottorino Maffeis è il p.Tarcisio Finazzi, che viene a fare coppia col suo omonimo don Dino Finazzi, della diocesi di Cesena. Continua a dirigere il catechistato p.Franco Massieri, appassionato degli studi ed entusiasta della recente carica
--Mulevala: anche qui c’è un nuovo superiore, il padre Erminio Martelli, che va a fare comunità col solitario p.Giovannino Bonalumi. Nei primi tempi di difficoltà e di solitudine non s’è certo perso tempo, visto che ormai è pronta la chiesa e la casa dei padri.
--Pebane: la solitudine che tanto pesava al p.José Carlessi, resa più dura dall’ambiente impenetrabile dei mussulmani, che qui sono la stragrande maggioranza, è stata alleviata dalla collocazione come superiore del p.Antonio Losappio. I suoi rapporti d’antica amicizia coi mussulmani della zona, risalenti al tempo in cui era superiore di Mualama, distante appena 80 km, contribuiranno anche a rasserenare la vita dei missionari.




Memorabile volo col p. Francisco De Ruschi, febbraio 1961

Caro padre Dehon,
immagino la tua sorpresa a leggere la mia intestazione! Non ti avevo mai detto delle imprese aeree del p.De Ruschi junior. Aveva sempre avuto la passione del volo e la sua lunga permanenza a Quelimane gli ha offerto l’occasione propizia per imparare a pilotare. L’amicizia coi piloti portoghesi che spesso volano fra Quelimane e i vari distretti, tutti muniti di un piccolo aeroporto in terra battuta o di prato, l’ha condotto, prima per gioco e poi sul serio, a sedersi ai comandi, finendo col prendere il brevetto di pilota.
Mentr’ero di passaggio da Quelimane, mi ha offerto la possibilità di fare una scorrazzata aerea per la Zambesia, con l’unica condizione di concludere tutto in un solo giorno.

La prima tappa la facciamo a Mualama, per andare a visitare il p. Enzo Pistelli, miracolosamente scampato da un infortunio di viaggio, sia per fargli coraggio, sia per sapere da lui cos’è realmente accaduto. Forse non lo saprai, p.Dehon, ma la Zambesia è rinomata per i suoi “boati”, espressione locale, pittoresca, che potrebbe essere tradotta con “dicerie”: quando succede qualcosa, subito si formano voci, si accrescono particolari, li si abbellisce, li si ingrandisce, fino al punto da far entrare il malcapitato addirittura nella leggenda!
Per arrivarci in macchina, a Mualama, spesso non basta un giorno. La strada infatti, oltre ad essere assai sconnessa - specie in febbraio, nel pieno delle piogge – fa un giro incredibile, sfiorando da Quelimane i 400 chilometri. In aereo sembra invece a due passi! Ci si arriva in tre quarti d’ora. Passiamo a volo radente sulla missione per due volte, nella speranza che i padri capiscano che l’aereo arriva per loro, poi puntiamo sul campo d’aviazione, dove il p.De Ruschi junior fa un atterraggio perfetto. Non passa un quarto d’ora che il servizievole p.Angelino Minoia compare colla sua sferragliante Land Rover. Andiamo subito a casa e lì possiamo abbracciare con affetto lo scampato p.Enzo. Ci sistemiamo sotto la veranda, mentre il cuoco ci porta un piatto pieno di belle banane e si appresta ad aprire con due o tre secchi colpi di “catana”(coltellaccio pesante), un “lanho” per ciascuno. Il “lanho” è il cocco da bere, cioè quello ancora verde, quasi senza polpa e ripieno di un liquido delizioso e abbondante, dal sapore delicatissimo e leggermente dolciastro. Il contenuto sfiora spesso il litro.
Il cocco da mangiare, invece, è quello maturo, dalla polpa bianca, grossa un centimetro. Anch’esso contiene liquido, ma non così abbondante e squisito come il “lanho”.
Il cuoco mette in tavola anche i bicchieri, ma solo per appoggiarci sopra le noci di cocco, perché non rotolino sul tavolo.
Guai a versare il liquido nei bicchieri! Se tu lo facessi, p.Dehon, appariresti subito come un turista pivellino che non sa il proverbio forse più famoso della Zanbesia: “L’acqua di «lanho» è buona solo quando è bevuta nel suo guscio!” Il significato sapienziale è facile: se vuoi gustare e apprezzare davvero qualcosa, devi avvicinarti a quel qualcosa nel suo contesto originale.
Mentre facciamo cin-cin con i “lanhos”, chiediamo a p.Pistelli che ci racconti la sua avventura.

“Stavo tornando da Naburi, distante circa 80 km, insieme ad un catechista. Al mattino eravamo passati senza nessun problema. La strada era dritta e il fondo buono. Era l’epoca delle “queimadas”, quando la gente mette il fuoco alle erbacce dei campi per liberare il terreno e poterlo preparare per la semina. L’andatura era piuttosto sostenuta, quando all’improvviso mi accorgo che un ponticello, che al mattino c’era, era scomparso, bruciato dal fuoco. Ormai ero troppo vicino per frenare. D’istinto ho accellerato al massimo, nella speranza di arrivare in volo dall’altra parte. Ma la jeep non aveva le ali e l’atterraggio è stato un disastro. Abbiamo battuto contro il margine del lato opposto, e siamo caduti nel fondo del fiumiciattolo. che per fortuna era secco. Il giovane che era con me ha sfondato il parabrezza con la testa ed io ho preso una gran botta del volante sul petto. Siamo rimasti doloranti e storditi un bel po’, ma poi abbiamo recuperato e ce l’abbiamo fatta ad uscire dalla jeep, una Toyota a cabina chiusa. Per fortuna non ci siamo feriti né abbiamo avuto fratture. Solo un gran male per le ammaccature. Che fare? La macchina non serviva più, e si trovava nel letto secco del fiume. Ad un certo punto sentiamo il rumore di un camion in arrivo. Veniva da Naburi. Gli corro incontro zoppicando, facendo grandi segni di fermarsi. Andava in fretta, ma ce l’ha fatta a frenare proprio sul ciglio del torrente. Il camionista, uno della compagnia del cotone, guarda giù dov’era la jeep e poi gli esce spontaneo questo commento: ”Che fortuna che sia passato prima lei, signor padre!”
Ci invita a caricare le nostre cose sul suo camion e quindi facciamo un gran giro per trovare un altro passaggio per arrivare a Mualama.
Solo dopo una settimana m’è riuscito di andare a tirar su la jeep e riportarla a casa. Ed ora stiamo aspettando ancora un pezzo di ricambio che non si trova né a Quelimane né a Lourenço Marques. L’abbiamo dovuto chiedere in Giappone. Per il momento usiamo questa vecchia Land Rover che il p.Damião ci ha imprestato”

“Qui ci vuole un altro brindisi!”, esclamò p. Francisco e, facendo cin cin con il cocco di p.Enzo e poi con i nostri, gridò con tutto il fiato dei suoi polmoni di tenore: “Al secondo aviatore della Congregazione!!!”

Sarebbe stato bello poter rimanere più a lungo, ma il tempo a disposizione era striminzito. Siamo ritornati all’aeroporto tutti e quattro insieme, dove ci siamo salutati fraternamente. Poi di nuovo in volo, verso il Gurúè.
La missione di Gurúè-Invinha è a circa 15 km dal campo d’aviazione della cittadina di Vila Junqueiro. Per convincere i padri che l’aereo veniva apposta per loro, p.Gino ha fatto ben tre passaggi radenti sulla missione, l’ultimo dei quali come se volesse atterrare sulla strada che passa davanti alla chiesa. Tutti devono aver capito, perché, mentre riprendevamo quota, ho visto la sagoma di una macchina uscire in tutta fretta dalla missione lasciandosi dietro la scia di un grande polverone.
Il padre ha approfittato dei minuti di vantaggio sul confratello che ci veniva a prendere per via terrestre, per farmi dare uno sguardo panoramico alle grandi piantagioni di tè che ammantano di un verde smeraldo, variegato, le ondulazioni del terreno per un’estensione di chilometri e chilometri. Abbiamo volato fin sotto la montagna che incombe sull’abitato con una parete a strapiombo, passando sopra la cascata, i boschi di eucalipti giganti e i laghetti che abbelliscono la zona. Un volo veramente incantevole, di cui ho ringraziato di cuore il mio confratello!
Quando atterravamo, il polverone della jeep era ormai alle porte della cittadina.
Era venuto a prenderci il p.Aldo Fortuna, dalla voce di tuono, sempre pronto a fare un servizio.
In meno di venti minuti eravamo a casa. La strada era in perfette condizioni, nonostante le piogge, perché la livellatrice era appena passata. Il Superiore, padre Agostinho, cugino del mio pilota, era in attesa sul prato di fronte a casa per darci il benvenuto. Colla coda dell’occhio avevo notato sotto la veranda un tavolino e le poltrone di vimini pronte per accoglierci. Una volta di più il p.Agostinho aveva già pensato a tutto, mostrando di continuare a meritare sul campo il titolo di “Conte Zio”.
Mentre sorseggiavamo l’eccellente tè delle piantagioni, abbiamo manifestato i due nostri desideri: ammirare, durante la creazione, l’affresco gigante dell’Immacolata, che fr.Miguel stava dipingendo nell’abside della chiesa e poter vedere l’ormai famoso ariete idraulico, propagandato dappertutto dai padri Nava e Fortuna.
Il p.Agostinho si alzò in fretta, dicendo che dovevamo sbrigarci perché s’era vicini al mezzogiorno e fr.Miguel stava per interrompere il lavoro. Entrammo quasi di corsa in chiesa e potemmo ammirare il magnifico colpo d’occhio che si godeva dal fondo. La figura della Madonna era ormai quasi finita, grandissima, al centro dell’abside, dolce e maestosa. Il pittore stava lavorando allo sfondo del lato destro. L’arrivo di fr. Miguel era stato davvero un avvenimento straordinario per la nostra missione del Mozambico! Quante chiese d’Africa potevano contare su un proprio artista per evangelizzare coi colori?
Ci avvicinammo per congratularci con lui e salutarlo fraternamente. Gli chiedemmo qualche spiegazione e ci mostrò alcuni particolari. Anche se non era mezzogiorno suonato, fr.Miguel depose i pennelli ed uscì con noi.
Mentre lui si lavava, il p.Agostinho, insieme agli altri due confratelli, p.Luís Nava e p.Aldo Fortuna, ci ha portato a vedere l’ariete idraulico. Avevano fatto una piccola diga per sbarrare un fiumiciattolo e creare un dislivello di qualche metro. L’acqua del laghetto usciva da un’unica apertura che immetteva in un grosso tubo. Il peso dell’acqua in caduta faceva funzionare, grazie alla forza di gravità, un meccanismo a pompa, l’ariete idraulico, capace di spingere circa un terzo dell’acqua che cadeva, fino alla missione, parecchio più alta e distante qualche centinaio di metri.
Il p.Agostinho, antico professore di fisica ci spiegò pure in virtù di quale legge ciò potesse avvenire, ma io te ne faccio venia, perché avrei paura di tradire il suo pensiero!
Dopo il pranzo ci riposammo una mezz’oretta ed il “Conte Zio” in persona volle riaccompagnarci a Vila Junqueiro per risalire sull’aereo.

L’ultima tappa era Namarrói. Volevamo vedere uno dei nuovi arrivati, il p.Emilio Bertuletti, sistemato da pochi giorni nella sua prima sede di missione. Da quest’accenno potrai capire che finalmente il governo ha concesso il visto ai nostri quattro confratelli che aspettavano in Portogallo.
Qui a Namarrói non c’è gran bisogno di voli radenti sopra la missione, perché il campo d’aviazione è proprio sotto la nostra casa, situata in posizione elevata a meno d’un chilometro.
Ci avviamo a piedi, ma dopo un brevissimo tratto una macchina si ferma a pochi passi e ne scende il p.Emilio, sorridente ed espansivo. Qualche bambino era corso ad avvisarlo che dall’aereo erano sbarcati due padri. Ci accompagna in missione, dove fervono i lavori. La casa è già finita. Si sta ora costruendo la casa delle suore. A poca distanza c’è una specie d’officina montata sotto delle tettoie con una macchina per preparare l’argilla per i mattoni, le tegole, i vasi ecc. Il forno è nella vicinanze.
Anche qui l’acqua che esce dalla sorgente è stata captata e incanalata, ma non ci sono dislivelli da superare: entra da sola come una regina nel serbatoio sopra il tetto e scorre giù dai rubinetti senza il costo di un solo scudo di combustibile per la pompa. Una vera benedizione!
Non c’è bisogno di chiedere al p.Emilio se è contento d’essere finalmente in missione: lo si vede lontano un miglio! Ci magnifica con entusiasmo i pregi di Namarrói: clima eccellente, fresco e poco umido, panorami incantevoli, ricchi di montagne. Dice che gli pare d’essere in Svizzera!
Sta già studiando con passione la lingua, insieme agli usi e costumi della popolazione. Peccato che le cose da fare siano tante e il tempo voli in un attimo. Il p.João Gadotti, venuto temporaneamente per fare compagnia al p.Afonso, è già partito per Ile, dov’erano rimasti in due, dopo il trasferimento di fr.Vittorio Maiocchi a Milevane. Di modo che a Namarrói ci sono tantissime cose da fare. E poi ci rivela che avrebbe anche un suo progetto, per il quale s’è preparato a Bologna allo Studentato, negli ultimi anni di teologia: montare un gabinetto fotografico per documentare ciò che i missionari fanno, come pure la vita, i costumi, le facce e gli avvenimenti della gente. Gli chiediamo se ha già qualche foto da mostrarci. Non se lo fa ripetere due volte! Ce ne porta una scatola piena. Sia io che padre De Ruschi rimaniamo a bocca aperta. Ci sa fare sul serio con la macchina fotografica questo giovane!
Siamo davvero un popolo, caro padre Dehon, non solo di pittori, di costruttori, di evangelizzatori, di fisici, ma anche di piloti e di fotografi!

Ed ora tanti cari saluti: te li mando mentre torno in volo a Quelimane. Ti arriveranno più in fretta, visto che tra questi nuvoloni che si sono formati nel pomeriggio quassù, siamo più vicini a dove abiti tu!
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 11 ottobre 1962


Caro padre Dehon,
ti potrà sembrare un eccesso di zelo questa lettera, perché della notizia che ti voglio dare ne è piena la terra. Oggi comincia il Concilio Ecumenico Vaticano II!
Questo paese è molto alla periferia del mondo, ed il numero dei cristiani estremamente esiguo. La notizia del Concilio è ignorata dalla maggior parte della gente, ma nelle piccole comunità sparse nella Zambesia s’è pregato nelle domeniche degli ultimi mesi.
Qui a Quelimane, nella nostra chiesa parrocchiale della Sagrada Família, si fa l’adorazione eucaristica tutti i giorni e, prima della benedizione, si recita la preghiera che papa Giovanni ha composto.

Stamani il p.Damião è riuscito a sintonizzarsi direttamente sulla Radio Vaticana, che ha cominciato a trasmettere sin dalle 9. L’ha tenuta accesa come sottofondo, mentre lavorava nel suo ufficio parrocchiale, poi, quand’è cominciata la processione dei padri conciliari, ci ha fatti chiamare perché ascoltassimo in diretta quest’avvenimento memorabile.

Qui, padre Dehon, non siamo molto addentro ai temi, ma abbiamo tutti la convinzione che qualcosa di straordinario stia cominciando ad accadere per la Chiesa e per il mondo!
Mi dirai che non ci vuole uno speciale spirito di profezia per poterlo affermare: ogni concilio è sempre stato un avvenimento di grande importanza. Hai ragione! Ma il fatto che questa opinione possa apparire come un luogo comune, non toglie ad essa nulla della sua verità.

E su quest’identità di vedute, ti saluto!

P.Anonimo s.c.j.




Milevane, 21 giugno 1963


Caro padre Dehon,
riprendo la penna dopo un certo silenzio! La vita di missione non è sempre fatta di cose grandi o importanti, ma assorbe fino all’osso. Potrei riassumere questo tempo senza lettere, adattando la bella espressione di fede che S.Paolo disse agli ateniesi nel famoso discorso all’Areopago: “ Il Lui abbiamo vissuto, ci siamo mossi e siamo esistiti”. Mi piace molto, sai, assaporare questa frase. Cosa si potrebbe aggiungere che non sia già contenuto in tali parole?

Oggi però ti voglio scrivere perché è un giorno storico per Milevane: vengono accettati i primi otto postulanti fratelli. È il primo passo verso la fondazione della congregazione in Mozambico. Il postulandato durerà sei mesi e poi inizieranno il noviziato. Il Consiglio Generale ha ufficialmente istituito la casa di Milevane come Noviziato il 30 aprile scorso ed ha nominato il p.José Brambilla come padre Maestro.
Sono passati tre anni dall’apertura della Scuola Apostolica ed ora stanno apparendo i primi frutti concreti. Gli Apostolini, cioè i ragazzi che studiano qui, sono una quarantina.

Si è voluto dare la massima solennità a questo giorno, perché la sua importanza è veramente storica.
Innanzitutto s’è voluto scegliere la data della festa del S.Cuore e poi s’è pensato di abbinare la celebrazione solenne delle nozze d’argento sacerdotali dei p.Pedro Comi ed Antonio Losappio.

Stamani alle sei il p.Pedro ha tenuto la meditazione per i postulanti e tutti i presenti, seguita dalla S.Messa d’orario della comunità. Poi alle dieci il p.Antonio ha celebrato la Messa solenne, assistito da p.Pedro e p.Agostinho, col p.Damião che fungeva da cerimoniere.
Ho potuto ammirare il p.Ottorino Maffeis, il superiore locale, mentre dirigeva con vera perizia il coro dei ragazzi, che cantava una bella Messa a due voci. Quando l’ho visto andare davanti e sistemarsi al leggio del direttore, sono rimasto sorpreso: non avevo mai saputo di queste sue doti musicali! È stata una piacevolissima novità: è veramente bello scoprire doti nascoste nei confratelli!
Dopo l’omelia sono stati accettati i primi otto postulanti fratelli del Mozambico. Qui ho dovuto davvero ringraziare il Signore per avermi dato la gioia di poter dire, riguardo a quest’avvenimento: ”Io c’ero!”
Com’è nostra tradizione, il pranzo è stato solenne.
Per mezzogiorno erano già arrivati i rappresentati di quasi tutte le missioni. Gli Apostolini hanno letto alcuni messaggi sia ai padri festeggiati, sia agli otto postulanti. Sono stati eseguiti anche numerosi canti, questa volta diretti dal p.José Alves, che riunisce due aspetti interessanti: quello d’essere allo stesso tempo l’ultimo confratello arrivato in Mozambico ed il primo padre portoghese qui con noi.
Ma la novità più bella è giunta alla fine del pranzo, quando fr.Vittorio ha annunciato di aver sentito alla radio che a Roma era stato appena eletto papa il card. Montini di Milano, col nome di Paolo VI.
Grande battimani, come puoi ben immaginare, al termine del quale il p.Pedro s’è alzato ed ha intonato, in onore del papa, il “Christus Vincit” in latino, a voce spiegata.
Dopo il pranzo i giovani hanno solennizzato a loro modo questa giornata di festa con una sfida a pallone tra gli Apostolini e i catechisti di Nauela.
All’imbrunire ci siamo ritrovati tutti in chiesa per l’adorazione eucaristica solenne, che ha concluso degnamente la grande festa.

In un buon gruppetto ci siamo trattenuti a dormire a Milevane. Ho approfittato della presenza del p.Lusardi, della missione del Molumbo per farmi raccontare qualche particolare della morte improvvisa del fr. Antenore Spadacini, avvenuta il 25 marzo scorso. Ci aveva colpito tutti, sia per essere la prima di uno di noi del Mozambico, sia perché il fratello era arrivato da pochissimo in missione.
“Purtroppo non c’è molto da raccontare, caro p.Anonimo. – disse p.Lusardi – Antenore era uscito a cacciare per procurare un po’ di carne per la missione e non è più tornato a casa. L’abbiamo trovato il giorno dopo, ucciso da un colpo di carabina al petto. Da come l’abbiamo trovato, doveva aver ferito un animale ed pensava di finirlo con una mazzata col calcio del fucile, per risparmiare una pallottola. Purtroppo il secondo colpo era in canna e l’ha colpito in pieno.
Ti puoi immaginare come ci siamo rimasti il padre Pezzotta ed io, ed anche tutta la gente. Una tragedia tanto più dolorosa quanto più imprevedibile e, soprattutto, evitabile.”

Da questa lettera ti puoi rendere conto, padre Dehon, come il 1963 si preannunci un anno di avvenimenti importanti. A parte il fatto dell’inizio della formazione dei primi confratelli mozambicani, la morte di fr.Antenore e quella del Papa Giovanni, a poco più di un mese di distanza, il 3 di giugno, ha segnato la memoria di quest’anno in modo indelebile.
Tutta l’Africa è in agitazione, dopo le prime Indipendenze di alcuni Paesi. Il colonialismo sta scricchiolando e, prima o poi penso che sarà destinato a scomparire. La Storia, quando comincia a muoversi, di solito non ritorna più indietro. Siamo tutti un po’ preoccupati per i nostri confratelli del l’antico Congo Belga, ora chiamato Zaíre. Ci giungono notizie di disordini e agitazioni. Speriamo che non scoppi una guerra civile!

Ti saluto, caro padre Dehon.
In Corde Jesu!
P.Anonimo s.c.j.



Mocuba, 13 agosto 1963

Caro p. Dehon,
sono arrivato a Mocuba nel pomeriggio, venendo dal Gilé. Sono entrato ad Alto Molócuè ed ho appreso la notizia che il p.Erminio Martelli della missione di Mulevala, era stato operato d’urgenza a Mocuba nella notte fra l’8 e il 9 di questo mese. Mi sono fermato, ospite dei Cappuccini, per aver modo di andarlo a visitare con calma, ma appena ho saputo che c’erano già a Mocuba due miei confratelli, ho cominciato ad allarmarmi. Ho trovato in casa p.Francisco Donadoni che si preparava per andare ad assisterlo di notte. Mi ha raccontato che l’8 agosto, durante la visita del Governatore a Mulevala, il p.Martelli aveva cominciato a sentirsi male, con forti dolori alla pancia. Al pomeriggio la sofferenza s’era fatta insopportabile. Il suo compagno di missione, p.Giovannino Bonalumi, era andato a chiamare il dottore, ma questi era fuori sede. Visto lo stato grave del p.Martelli, aveva preso la decisione di non perdere più tempo e di portarlo subito a Mocuba, dove c’era l’ospedale più attrezzato della regione. Al loro arrivo il medico aveva diagnosticato un addome acuto, da probabile appendicite perforata. L’aveva portato in sala operatoria per operarlo d’urgenza quella stessa notte. Non aveva però trovato un’appendicite acuta, ma un pancreas tutto infarcito di sangue. Aveva fatto una pulizia dell’addome, lavato, drenato e poi richiuso, fidando solo nella forza delle difese della natura. Aveva subito avvisato della gravità della situazione il p.Bonalumi, che aveva chiesto rinforzi alla vicina missione di Ile. Erano arrivati il p.Donadoni da Ile ed il p.Afonso da Namarrói. Dopo i primi giorni, piuttosto burrascosi, da ieri il p.Martelli si sentiva un po’ meglio, al punto che il p.Giovannino era tornato a Mulevala per sistemare alcune cose rimaste in sospeso per la partenza improvvisa.
Sono andato all’ospedale a trovarlo. Non m’ha fatto una gran buona impressione, e da qui ho potuto capire la gravità dei primi giorni! Tuttavia i dolori sono ora sopportabili e qualche speranza, di fatto, c’è. L’ho salutato ed ho cercato di fargli coraggio. Ho dato il cambio al p.Afonso e sono restato con lui fino alle otto e mezzo, quand’è venuto il p.Francisco per restare tutta la notte.
Domattina presto ripartirò, in direzione a Quelimane, da dove ti terrò informato.
Ti saluto.
P.Anonimo s.cj.




Quelimane, 16 agosto 1963


Caro p. Dehon,
ieri il superiore Regionale, p. Damião, accompagnato dal p. Francisco De Ruschi è andato a Mocuba per vedere il p. Martelli su mio consiglio. Di fatti anche lui è tornato assai preoccupato. Nella notte anteriore il paziente s’era sentito peggio: molti dolori e agitazione. Poi, durante il giorno s’era ripreso e stamani sembrava di nuovo equilibrato. Il p. Damião m’ha confidato che è ritornato soltanto perché aveva alcuni impegni importanti che non poteva rinviare, ma che contava di voltare a Mocuba fra due o tre giorni. Frattanto, ogni sera, durante l’adorazione, qui alla Sagrada s’è cominciato a pregare per lui.
Tutti noi padri lo ricordiamo ogni giorno nella messa.
Per ora ti saluto. Appena ci saranno novità te le farò sapere.

Tuo P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 18 agosto 1963

Caro padre Dehon,
stamani verso le undici il segretario del Governatore è venuto dal p.Damião per consegnargli un messaggio radio dell’Amministratore di Mocuba: “Il Signor Padre Erminio Martelli, Superiore della missione di Mulevala, è gravissimo. Avvisare immediatamente il Signor Padre Damião Bettoni, Superiore Regionale”.
Tutti apprendiamo la notizia in pochi minuti ed io sono invitato ad andare con lui a Mocuba. Accetto volentieri. Mi porto via questa lettera appena cominciata. La continuerò là.




Mocuba, 18 agosto, verso mezzanotte.

Appena arrivati, siamo andati in ospedale, senza neppure passare dalla casa dei Cappuccini. Accanto al letto del p.Erminio, uno di qua e uno di là, c’erano il p.Giovannino, suo compagno di missione ed il p.Alves, sceso da Milevane. Il malato era in uno stato penoso, estremamente sofferente, tutto sudato e col viso contratto dal dolore. La coscienza era molto alterata. Sembrava che non ci riconoscesse, ma poi, ad un certo punto ha abbozzato un sorriso ed ha fatto un cenno con la mano.
Siamo usciti fuori un momento insieme al p.Giovannino. Ci ha riferito che il superiore dei Cappuccini gli aveva già amministrato l’unzione degli infermi e la benedizione papale in “articulo mortis”, mentre il medico li aveva avvertiti che ormai non c’erano più speranze.
Siamo rientrati e restati lì qualche ora, alternando il silenzio a qualche giaculatoria ad alta voce, mentre ciascuno recitava per conto proprio, senza far rumore, il rosario, la preghiera che sempre ci sa soccorrere in ogni momento tragico della vita.
Poi ci siamo ritirati insieme al padre cappuccino che era venuto a sapere notizie dopo cena.

Mocuba, 19 agosto, ore 13.

Alle 12,15 il padre Erminio è spirato tra le braccia, posso dire, del p. Damião.
Siamo rimasti con lui tutta la mattina, pregando in silenzio e dicendo ogni tanto qualche giaculatoria, nella speranza e convinzione che il p.Martelli le potesse udire e fare sue.
Al momento della morte eravamo presenti il p. Damião, il p.Giovannino, p.Bertuletti ed io.

Ore 18,30.
La salma è stata composta nella stanza dove il padre è morto. Molti cristiani sono venuti a pregare e per presentare a noi, suoi confratelli, le condoglianze. Stanotte ci sarà la veglia della salma.
In una piccola riunione di tutti i padri presenti abbiamo deciso di seppellire il p.Erminio a Milevane, la casa della congregazione per eccellenza. La sua tomba sarà un segno per tutti noi ed un seme per il nostro carisma di Sacerdoti del S. Cuore, in terra Mozambicana.

Ti saluto, in questo momento triste, che ci fa tutti riflettere.

P.Anonimo s.c.j.


Nauela, 10 dicembre 1963

Caro padre Dehon,
sono venuto a passare qualche giorno di ferie qui a Nauela. Il caldo opprimente della costa mi ha sospinto verso le frescure dell’Alta Zambesia. Il nuovo superiore p.Tarcisio Rota mi ha fatto una grande accoglienza, felice che qualcuno abbia scelto la sua missione per riposare un po’. Dopo la partenza del p. Giovannino Bonalumi per Mulevala, pochi mesi fa, sono rimasti solo in due padri. Il secondo è p. Franco Massieri, che dirige il Catechistato con grande impegno ed entusiasmo.
Ti ricordi quando ti scrissi nel luglio del 1947, allorché visitai Nauela per la prima volta col vescovo di Beira Dom Sebastião? Sono passati, è vero, 16 anni, ma che differenza! Allora eravamo venuti per scegliere il posto, ed ora sorge qui un imponente complesso di opere. La costruzione che attira subito l’attenzione è la chiesa, grande, in una posizione alta, visibile da lontano. All’interno c’è un bell’affresco, grande come tutto l’abside. Poi ci sono gli internati e le scuole, la casa dei padri, le casette del Catechistato, la casa delle suore con l’internato delle ragazze ed il posto sanitario, conosciuto in tutta la zona come “l’Ospedale”. Le suore dell’Amor di Dio svolgono un grande lavoro in campo educativo e sanitario. Ora poi, all’ospedale, si respira un’aria nuova coll’arrivo, da pochi mesi, della dottoressa portoghese Risette. È anestesista, ma qui deve occuparsi di tutto. Visita i pazienti che vengono ogni giorno al dispensario e si può dire che faccia vita comune con le suore. Passa un certo tempo a catalogare e ordinare le medicine che arrivano come campioni gratuiti dal Portogallo e dall’Italia. Fa parte di un Istituto Secolare fondato in Francia ed abbastanza esteso pure in Portogallo. Il suo arrivo ha fatto compiere un salto di qualità all’assistenza sanitaria ed anche la missione nel suo complesso ne ha tratto beneficio.

In questo 1963 s’è fatto un nuovo passo in avanti nell’espansione della rete missionaria.
È stata aperta Alto Ligonha, che viene a consolidare ed alleggerire il lavoro svolto dal Gilè. C’è un solo padre per ora, don Dino Finazzi, sacerdote diocesano di Cesena. La sede è parecchio lontana dal posto amministrativo, circondata da alberi, ma le comunità che prima appartenevano al Gilè sono numerose e vivaci, anche se piuttosto piccole. L’unico padre è un po’ isolato, ma c’è da dire che, essendo sacerdote diocesano, ha più risorse interiori di noi per affrontare un lavoro da solo. È tuttavia una soluzione provvisoria, perché è previsto che vada con lui un altro sacerdote diocesano di nazionalità portoghese, originario di Goa, in India, don António Fernandes.

La seconda missione aperta è quella di Naburi, che viene in aiuto di Mualama, coprendone il territorio verso nord, in direzione alla diocesi di Nampula. Queste regioni sono molto povere e molto arretrate. Sono situate fuori da qualunque strada di comunicazione ed il territorio è occupato in buona parte da foresta. Quando si dice foresta, qui in Mozambico, non si deve intendere foresta vergine, con vegetazione intricata e lussureggiante, con liane, paludi, corsi d’acqua insidiosi e coperti da gallerie vegetali di rami e fronde dove non penetra il sole. Per foresta qui si intende il “mato”, cioè una selva di alberi di altezza non eccessiva, a volte dal tronco poderoso e dal fogliame denso e intricato, ma in genere priva di quel sottobosco impenetrabile e ostile, che così spontaneamente associamo alla parola foresta. Anche lì, per ora, siamo riusciti a collocare soltanto un confratello, il p.Aimone Benetti, giunto in Mozambico recentemente., dopo alcuni anni passati in Portogallo. Naburi però è ancora più una succursale di Mualama che una sede autonoma, per cui non si può dire che il p.Benetti sia in missione da solo.

Già che ho cominciato a scriverti delle ultime novità del 1963, devo aggiungere che sono ormai terminate le chiese delle due missioni di Namarrói e di Pebane. Quella di Namarrói non è molto grande, ma armonica e ben proporzionata. Il p.Afonso è andato avanti con perseveranza e usando molto i mezzi da lui stesso montati, come la fabbrica dei mattoni e delle tegole. Anch’essa è in una bella posizione, proprio sotto quel cucuzzolo di roccia, scelto perché fosse di riferimento per tutti gli abitanti della regione.

Criteri differenti invece a Pebane. Il p.Antonio Losappio è stato soccorso dai suoi grandi amici della famosa famiglia del patriarca cacciatore Teodosio Cabral, conosciuto ai tempi di quando aveva fondato Mualama.. Uno dei suoi figli, Pio, aveva scoperto dei giacimenti di pietre dure e di metalli rari a Morrua, all’interno di Pebane. Era riuscito ad avere in concessione il terreno ed aveva aperto una miniera, che aveva fatto la sua fortuna e quella di tutta la famiglia. Un suo fratello, Luís, s’era laureato in architettura a Lisbona e poi era ritornato in famiglia. Un po’ con gli aiuti economici di Pio e un po’ con i disegni di Luís, il p.Antonio era riuscito a costruire una chiesa in cemento armato di un’eleganza e luminosità veramente notevoli. Era stata dedicata al “Buon Pastore” e sulla facciata ce n’era una bella raffigurazione stilizzata, ottenuta col cemento di vari colori.

Concludo questa carrellata con una notizia sui missionari. Siamo già arrivati al numero di 37 confratelli, e di questo dobbiamo essere grati anche ai Superiori che ci hanno visitato in questi anni: il p.Girardi, Provinciale, ed il p.Salandi, consigliere di Roma, giunto come delegato del padre Generale. Entrambi hanno constatato la scarsità del personale in confronto alle necessità del lavoro ed hanno dato un contributo consistente ad incoraggiare le scelte missionarie ed a facilitare la loro collocazione effettiva sul campo.
E non è finita qui! Abbiamo ricevuto notizia che altri due confratelli, p.Ambrogio Bottesi e p. Matteo Sangallettti sono già in viaggio per il Mozambico, e li attendiamo tra non molti giorni.

Ti saluto caramente!
p.Anonimo





Alto Molócuè, 1º luglio 1964



Caro padre Dehon,
sono stato invitato dal p. Agostinho De Ruschi alle sue nozze d’argento sacerdotali. Da qualche mese si trova qui ad Alto Molócuè come superiore. Gli sono compagni p.Nunzio Leali, arrivato da poco in Mozambico, e fr.José Ossana. La missione continua ad essere sempre imponente. La sua enorme “cattedrale” le dà un aspetto di solennità fuori del comune. La presenza delle suore Vittoriane e dei fratelli Maristi contribuisce a dare una forte consistenza alla presenza dei missionari, in questa forma articolata di varie congregazioni, esempio unico in Zambesia. Ieri sera, dopo i saluti e le congratulazioni al p.Agostinho, ho fatto un giro con lui per visitare i vari edifici e a salutare tutti i missionari e le suore. Mi ha portato anche nelle stalle, dove un tempo c’erano gli asini, importati dalla Rhodesia del Nord. Mi pare di averti parlato, a suo tempo, di quest’esperienza. Ebbene, le notizie al riguardo sono brutte. Tutti gli asini che avevano distribuito ad alcune famiglie sono morti. E dire che tutti erano stati sensibilizzati riguardo alla loro utilità e preparati ai segreti dell’allevamento! Era rimasto in missione un solo asino, ma anche questo alla fine è deceduto!
Mi sembra una conferma eloquente del principio di antropologia che dice che l’introduzione di una novità nel modo di vivere di un gruppo umano attecchisce solo se questa novità riesce ad essere integrata nel sistema globale di vita. Ora l’introduzione delle bestie da soma portava con sé cambiamenti probabilmente troppo radicali nei comportamenti, come avere delle stalle, accudire agli animali, portarli a pascolare, tagliare e conservare l’erba per loro. Alla fine il grande fiume della maniera normale di vivere ha portato a valle, colla piena, stalle ed asini!

Stamani c’era un’aria di grande festa: in una missione come questa che ha l’aspetto di una piccola città non ci vuole molto, specie se si mettono in moto gli alunni, che, con la loro vivacità, contagiano tutti i presenti.
Per le 10 eravamo ormai arrivati da tutte le missioni vicine: una gioia ritrovarci insieme in tanti!
È stata cantata la Missa II Pontificalis del Perosi. Per noi è stato un vero godimento spirituale, ma mi sono chiesto se lo sarà stato anche per il gran numero di mozambicani presenti, che hanno tradizioni musicali tanto diverse!
Dopo la messa il solito pranzo solenne con discorsi, brindisi e taglio della torta!

Atmosfera di festa e di rendimento di grazie a Dio per il dono del sacerdozio di Cristo agli uomini.
Alla fine però, quando ormai stavamo per partire, il discorso è caduto inevitabilmente sui rumori di guerra che vengono dallo Zaíre, sulla ribellione dei Simba e sul pericolo a cui i nostri padri sono esposti. Sono ben 160 i missionari s.c.j. in quel Paese e pure nostri confratelli sono i due vescovi delle diocesi di Stanleyville e di Wamba, dove si trovano la maggioranza delle nostre missioni.
Qualcuno dice che anche in Mozambico il desiderio dell’indipendenza dal Portogallo sta prendendo piede. Ci sono voci di giovani che fuggono dalle loro zone per andare ad unirsi ad un fronte di Liberazione che si sta organizzando da qualche parte. Qualcuno dice che sia in Tanzania. La stampa e la radio naturalmente tacciono. In un regime assolutistico come questo del Portogallo, sarebbe pericoloso parlare di tali cose in pubblico.

Tempi duri e difficili si stanno avvicinando! Questo è il pensiero, ben nascosto nella mente e ben presente nel cuore, che ognuno di noi porta a casa con sé.

Ti saluto caramente
P.Anonimo s.c.j.

Porto Amélia, ottobre 1964


Caro padre Dehon,
Penso che avrai aggrottato le ciglia interrogativamente per la sorpresa al leggere l’intestazione “Porto Amplia” Cosa ci fa p.Anonimo in questa città costiera del nord del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado?
Buona domanda, padre Dehon! Ed è appunto per rispondervi che ti scrivo questa lettera a sorpresa.

Pochi giorni fa ci sono stati dei disordini nella cittadina di Mueda, all’estremo nord del Mozambico, abbastanza vicino al fiume Rovuma, che segna il confine con la Tanzania. La polizia ha sparato sulla gente e ci sono stati numerosi morti. Il governo ha dato la notizia, ma in forma molto succinta e senza particolare enfasi. Tra la gente invece c’è stata come una raffica di vento, che ha sollevato polvere dal nord al sud del Mozambico. Ma soprattutto la novità è che questo vento ora ha un nome ben preciso, anche se impronunciabile: “Indipendenza”!
Noi missionari, che siamo tutto il giorno in contatto con la gente, ce ne siamo accorti bene.
Dato che avevo ottenuto dal p.Damião di fare due settimane di ferie da qualche parte, qui in Mozambico, gli ho chiesto se non mi lasciava andare a Porto Amélia, ospite del vescovo Dom José, famoso per la sua ospitalità e per la larghezza delle vedute. Il padre Regionale ha subito accettato di buon grado, raccomandandomi di essere prudente perché la P.I.D.E.( la polizia segreta del Regime) non scherza ed è molto sospettosa soprattutto verso i non portoghesi. Tuttavia sarebbe stato molto interessante se avessi potuto sapere qualcosa di più sull’accaduto.

Sono arrivato qui la settimana scorsa, accolto molto affabilmente dal Vescovo. Dom José ha un aspetto austero, alto e magro, con una barba imponente, ma nella conversazione si impone subito per le sue idee chiare e per una visione ampia delle cose. Sta costruendo un seminario minore per accogliere e guidare le vocazioni al sacerdozio ed ha già chiesto ad un architetto di fargli un progetto anche per il seminario maggiore, cioè per gli studenti di teologia. Pensa che Lourenço Marques, la capitale del Mozambico, sia troppo lontana per mandare fin là a studiare i suoi futuri sacerdoti.
Beh, debbo dirti che non ha tutti i torti, visto che da qui a là ci sono, in linea d’aria, più di duemila chilometri!
Per mantenere i seminaristi bisogna che la diocesi abbia delle entrate, per cui sta pensando di costruire un palazzo nel terreno di fronte alla sua residenza, con appartamenti da dare in affitto.
Non pensa solo ai sacerdoti diocesani, ma anche alle suore. La chiesa non può andare avanti solo con le suore missionarie. Bisogna fondare una congregazione mozambicana che funzioni tutta intera con personale del Paese.
A parlare con lui gli orizzonti si aprono. Non c’è solo il presente, in cui vivere: una parte di noi bisogna che abiti stabilmente anche nel futuro!

Stavo pensando al modo come poter cogliere notizie su Mueda, quando la provvidenza m’è venuta incontro! Dom José aveva mandato a chiamare il superiore della missione di Mueda, perché venisse a riferirgli cosa fosse realmente avvenuto. È un monfortino olandese, alto e asciutto, affabile molto più di quanto potessi immaginarmi, vista la nazionalità così nordica del padre.
L’accaduto è stato in sé molto semplice, anche se molto triste e doloroso. La popolazione di Mueda aveva organizzato una sfilata e la polizia, in un modo poco chiaro, ad un certo punto s’è innervosita e spaventata ed ha aperto il fuoco sulla folla, uccidendo parecchie persone. La situazione era tesa già da tempo, e la rivolta covava sotto la cenere. Quest’episodio è stato come la scintilla che ha dato fuoco alle polveri. A partire da lì sono cominciati attacchi armati da parte di insorti, che ora vivono alla macchia ed attaccano all’improvviso. Molti giovani spariscono dalle loro case per unirsi ai combattenti. In poche parole, anche in Mozambico si può considerare già iniziata la lotta armata per ottenere l’Indipendenza!
Bisogna considerare che Mueda è la località più importante della regione abitata dalla tribù dei Makonde. Mi raccontava il padre che questa tribù, formata da circa cento mila persone, è estremamente fiera e determinata. Arrivarono in quella zona un secolo o due fa, provenienti da occidente. La regione da loro abitata è un altipiano abbastanza elevato e molto fertile per le piogge frequenti e regolari. Non ci sono però sorgenti d’acqua là in cima, ma solo nei pendii che degradano verso la pianura e il fiume Rovuma. Ebbene, nonostante ciò, si sono insediati sull’altopiano e le loro donne e figlie fanno tutti giorni molti chilometri con i recipienti sulla testa per portare l’acqua a casa. Già questo particolare ti dà un’idea della determinazione che li anima!
Un altro aspetto tipico è la fierezza della propria identità. I portoghesi hanno introdotto come unica lingua ufficiale la loro, ma questa tribù non s’è piegata: continua ad usare soltanto la sua.
Ci si può ben immaginare come ora la lotta armata per l’indipendenza non cesserà probabilmente più, anche perché i Makonde non sono certamente da soli in questa posizione. L’Africa intera lotta per essa e molte nazioni l’hanno già raggiunta. Anche le altre tribù del Mozambico la pensano così e prima o poi la spunteranno, perché il fiume della storia è inarrestabile e scorre in quella direzione!

Ho l’impressione di essere venuto qui per girare una pagina della storia! Credo che questo viaggio me lo ricorderò per sempre. Ormai m’è passata la voglia di ferie. Tornerò a Quelimane col primo aereo. Sono ansioso di informare i miei confratelli di tutto quello che so e di tutto ciò che si può ora immaginare, molto più concretamente, per i prossimi anni.

Ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.



Milevane, 1º gennaio 1965



Caro P.Dehon,
Tanti auguri di Buon Anno! Sono qui a Milevane dove c’è il p.Manfredi, Superiore Provinciale dell’Italia Settentrionale (da cui noi dipendiamo), in visita canonica. È la prima volta che viene in Africa. Fu eletto un anno e mezzo fa, il 1º maggio del 1963, mentre era missionario in Argentina. Fu una nomina un po’ a sorpresa, anche se già un'altra volta era stato scelto un missionario come Provinciale. Era il p.Colombo, missionario in Portogallo, nell’isola di Madera.
Tutti noi del Mozambico ce ne siamo rallegrati: avrebbe potuto comprendere in maniera più diretta i nostri problemi e le nostre difficoltà.
Ebbene, ora è in visita canonica. Ormai è alla conclusione. Milevane è l’ultima comunità ad essere visitata ed i superiori delle missioni, convocati per le conclusioni, arriveranno tutti dentro di due o tre giorni.
Io ho avuto la gioia di essere presente il 27 dicembre, per la festa di S.Giovanni Apostolo, nostro insigne protettore. In quell’occasione hanno fatto la prima professione religiosa i nostri primi otto confratelli mozambicani. Hanno emesso i loro voti di povertà, castità ed obbedienza nelle mani del p. Manfredi. Sono gli stessi di cui ti parlai, quando entrarono come postulanti e fecero la vestizione il giorno della festa del S.Cuore di un anno e mezzo fa, in occasione delle nozze d’argento del p.Pedro e del p.Antonio. La festa, in quell’occasione, fu solennizzata dalla notizia lieta dell’elezione del nuovo papa, PaoloVI.
Sia per il gran caldo, sia per dare una maggior solennità, la messa è stata celebrata all’aperto, con l’altare adornato con rami di palma. C’era presente anche il nostro Regionale, p.Damião.
Gli Apostolini ci hanno poi rallegrato con canti e danze alla fine del pranzo.

Anche questa volta non è mancata la sorpresa di una notizia importante. Purtroppo però, non è stata gioiosa - come l’altra volta - ma piuttosto, lo si può ben dire, tragica!
L’ha portata, verso sera, il p.Francisco Lusardi, salito apposta dal Gurúè. Era un telegramma mandato da Quelimane, che ripeteva quello giunto da Roma per il p.Provinciale.
“Nuove notizie dallo Zaíre confermano morte diciannove confratelli uccisi dai Simba. Tra essi il vescovo di Wamba, mons.Wittebols e p.Bernardo Longo. Altri nove confratelli sono dati per dispersi.”
Puoi ben immaginare, p.Dehon, l’effetto di questa notizia su tutti noi! La gioia si tramutò in pianto, come dice un salmo. L’adorazione della sera, prevista da lì a mezz’ora fu la nostra prima preghiera di suffragio per i nostri confratelli e di intercessione per quel Paese martoriato.

Domani l’altro ci sarà la riunione dei superiori, ma ormai è già stato deciso che io anticiperò le mie ferie, previste per marzo, per rappresentare la Regione del Mozambico nella commemorazione dei confratelli uccisi, che certamente avrà luogo in Italia nelle prossime settimane.

Milevane, 4 gennaio 1965

Aggiungo queste righe per informarti delle conclusioni principali della riunione dei superiori.
In primo luogo è stata presa la decisione di fermarci nella continua espansione sul territorio. Si avverte il bisogno di consolidare ciò che è stato fatto sinora. Il p. Manfredi raccomanda poi, soprattutto, di non aprire più nuove missioni fatte soltanto di capanne, come quella di Naburi, tanto più ora, che è iniziata anche fra noi la lotta armata.
In ogni missione dovrebbero essere almeno in tre confratelli, per permettere una vita comunitaria più fraterna e meglio equilibrata.
La seconda decisione importate riguarda il coordinamento delle attività che hanno bisogno di un sostegno dall’Italia. Si conviene che qualsiasi richiesta di ordine economico debba essere inoltrata in Italia esclusivamente dal Procuratore Regionale del Mozambico, d’accordo col Regionale.
Per l’aspetto spirituale, il p.Manfredi raccomanda la fedeltà al ritiro mensile, che dovrebbe essere fatto da due o tre comunità vicine, riunite insieme fin dalla sera della vigilia.
Anche i neo-professi sono oggetto di dibattito. Per un anno intero resteranno alla Scuola Apostolica, sotto lo sguardo del loro padre Maestro, il quale resterà il responsabile della loro crescita spirituale anche negli anni seguenti, fino alla professione perpetua.

Domani andrò a Quelimane col p.Manfredi e col Regionale, p.Damião. Il 10 gennaio abbiamo l’aereo per Lourenço Marques e il 12 per Lisbona e poi per l’Italia.
A risentirci dall’Europa!
Tuo P.Anonimo s.cj.



Bologna, 18 gennaio 1965


Caro padre Dehon,
Sono ospite allo Studentato delle Missioni, dove tutti noi abbiamo studiato teologia. La gioia di rivedere i vecchi professori e i direttori spirituali è stata vissuta in tono minore, per via della mestizia del motivo che ci ha radunati.
Sono arrivato qui venerdì sera ed ieri, domenica, ho partecipato alla solenne messa da requiem per i missionari caduti nello Zaíre, vittime dei Simba nel mese di novembre. Frattanto il giorno 15, il p.Generale aveva mandato un messaggio per informare che anche i nove missionari dispersi erano stati trucidati. I nostri confratelli uccisi salivano così a 28, di cui 1 vescovo, 23 sacerdoti e 5 fratelli. Riguardo alle nazionalità 15 erano olandesi, 11 belgi, 2 lussemburghesi e 1 italiano ( il p.Bernardo Longo). Nelle due diocesi di Stanleyville e di Wamba erano stati uccisi anche 1 sacerdote diocesano e 20 suore di sei differenti congregazioni.
Per tutti loro e per tutte le vittime della rivolta dei Simba, come pure per tutti gli uccisori e per tutta la popolazione di quel martoriato Paese, abbiamo celebrato una messa solenne nella chiesa di S.Bartolomeo e Gaetano, sotto le Due Torri.

La chiesa era strapiena, c’era il card. Lercaro, le autorità cittadine, una delegazione delle Pie Madri della Nigrizia, che hanno, tra le altre, una comunità proprio a Nduye, la missione del P.Longo. C’erano pure tre padri superstiti: don Toneatto, sacerdote diocesano friulano, superiore della missione confinante a quella del p.Longo, e i nostri padri Buccella e Ravasio.
Ha celebrato la messa il Superiore Generale, padre Antonio de Palma, giunto appositamente da Roma.
Al termine, don Toneatto ha tenuto la commemorazione ufficiale delle vittime, ricordando in modo speciale le due figure del vescovo di Wamba, mons.Wittebols, e quella del p.Longo (suo carissimo amico e da cui ha detto di aver ricevuto la vocazione missionaria). Ha ricordato con molti dettagli gli ultimi giorni prima della tragedia e il saluto che gli rivolse il padre l’ultima volta che lo vide, poco prima di morire: “Se verrà la bufera, ci rivedremo in cielo.”

Il rito si è concluso con l’assoluzione al tumulo, impartita dal card. Lercaro, assistito dai canonici mons.Rosati, delegato diocesano per le opere missionarie e mons. Pasi.

La celebrazione è stata commovente. Tutti siamo stati toccati profondamente. Io guardavo il catafalco vuoto, che simbolizzava tutti i caduti e pensavo tra me e me al Mozambico. Da noi le cose sono appena all’inizio, ma che piega prenderanno? Nessuno lo può sapere, tranne il Signore!
Chissà se un giorno qualcosa di simile a questa cerimonia si ripeterà anche per noi?
Davanti all’esempio dei confratelli uccisi, come mi paiono vere e piene di una forza enorme le parole di Gesù: “Chi perderà la vita per causa mia e del vangelo, la troverà!”

È stata una grande grazia aver potuto essere presente a questa celebrazione. Mi ha rinforzato ed incoraggiato nella mia vocazione missionaria.

Ed ora un caro saluto.

P.Anonimo s.c.j.



Bologna, 23 gennaio 1965

Caro padre Dehon,
ti scrivo dalla mia stanza dello Studentato. Tutti si sono già ritirati e c’è un gran silenzio. Penso che la maggioranza starà già dormendo. L’inverno quest’anno è particolarmente rigido, o almeno così a me sembra. Può darsi che sia un po’ influenzato in questo giudizio dal brusco cambiamento di clima: dai 38 gradi di Quelimane con 80% d’umidità, ai meno due di Bologna!
A quest’ora tutti i termosifoni della casa sono stati abbassati al minimo, ed il freddo comincia a farsi sentire. Così mi sono messo una coperta sulle gambe e il berretto in testa per poterti scrivere.
Forse ti chiederai perché senta il bisogno di scriverti così, di notte e tutto imbacuccato. Perché stasera ho vissuto un avvenimento storico! Alle ore 17,30 nella cappella dello Studentato ho partecipato ad una delle prime concelebrazioni della storia della chiesa!

Sai, là in Mozambico, m’era quasi passato di mente che a Roma si stava celebrando il Concilio Vaticano II! Ed ora , senza poterlo prevedere alla mia partenza da laggiù, mi ritrovo quasi al centro della riforma liturgica. Come saprai, qui a Bologna è vescovo il card. Giacomo Lercaro, uno dei quattro Moderatori del Concilio ed il grande ispiratore del Decreto sulla Liturgia.
Ci troviamo, in questi giorni, nella settimana di preghiere per l’Unità dei cristiani. Qui allo Studentato hanno fatto le cose in grande, mossi dal desiderio di mettere in pratica il nuovo spirito che soffia nella Chiesa dopo la pubblicazione del decreto sull’Ecumenismo. Veglia di preghiera, via crucis con temi biblici, conferenze di teologi profondi, quali il vescovo di Imola, mons. Carrara ed il nostro professore di dogmatica p.Duci.
Il card.Lercaro ha particolarmente apprezzato quest’impegno dei superiori ed ha voluto farcelo sapere con uno di quei suoi gesti imprevisti di stima e d’affetto, che gli sono caratteristici.
Così, avvalendosi delle sue prerogative nel campo delle applicazioni delle riforme liturgiche, ha voluto “regalarci” la possibilità di una concelebrazione, la prima della storia dell’Istituto e di ciascuno di noi! Naturalmente l’ha voluta presiedere lui in persona. E non solo, ma l’ha voluta abbinare ad un’altra novità assoluta, quella dell’uso della lingua italiana.
Tutti sappiamo che il valore e la grandezza della messa derivano dalla celebrazione del mistero della morte e risurrezione di Gesù e dalla presenza del suo corpo e del suo sangue, col quale comunichiamo. Ma devo dirti, padre Dehon, che poter vivere tutto questo attraverso una concelebrazione, in cui il nostro sacerdozio ministeriale realizza in unità questa realtà, è un’esperienza indimenticabile. Essa fa intendere in forma diretta, fuori dalla descrivibilità delle parole, la verità espressa da Gesù: “Tu in me o Padre, ed io in essi, perché siano perfetti nell’unità!”

Ora potrai capire perché non ho potuto fare a meno di scriverti tutto questo nello stesso giorno, prima di andare a dormire!

Dopo la concelebrazione siamo andati nell’Aula Magna, dove il Cardinale ha tenuto una conferenza sulla terza sessione del Concilio, con l’eloquenza e la l’arguzia che gli sono caratteristiche. Al termine, ha voluto comunicarci che ci autorizzava ad usare per tre volte la lingua italiana per la messa, secondo le istruzioni che entreranno in vigore il 7 marzo. Un gran battimani ha accolto la notizia!

Ora che ti ho raccontato tutto, sono contento e posso andare a letto, anche perché penso che si stia ben più caldi sotto tre buone coperte, tirate su fino la mento, che con questa qui, striminzita - anche se piegata quattro volte - soltanto sulle ginocchia!

Buona notte!

P.Anonimo s.c.j.


Naburi, maggio 1965

Caro padre Dehon,

eccomi di nuovo a scriverti dal Mozambico. Sto accompagnando il padre Giovanni Carlessi, Procuratore delle Missioni, a visitare la nostra “Provincia Orientale”, cioè la regione di Pebane, Mualama e Naburi, vicina alla costa e piuttosto lontana dal resto del territorio a noi affidato.
Il p.Giovanni è fratello del p.José Carlessi, di sede a Pebane. Lì ci siamo trattenuti un po’ più a lungo, per permettere ai due di “matar saudade”, come si dice qui. È una bellissima espressione idiomatica portoghese che si potrebbe tradurre con “appagare la nostalgia”. Da Pebane siamo andati tutti e tre fino a Mualama, poi il p.José è ritornato indietro e noi siamo proseguiti da soli per Naburi, perché qui l’abitazione è piccola e precaria, costituita da due capanne, in tutto uguali a quelle tradizionali.
È bello girare col p.Giovanni, perché vuole vedere tutto, fa un mucchio di domande per cercare di capire le cose e prende poi nota di tutto.
Siamo arrivati ieri ed abbiamo già visitato diverse cappelle periferiche.
In questo territorio, di tremila chilometri quadrati vi abitano 25 mila persone, di cui i due terzi sono pagani ed un terzo mussulmani. I cattolici sono soltanto 450 e catecumeni 420.

Stamani siamo usciti col p. Francisco Lusardi, arrivato qui da pochi mesi come superiore, mentre il p.Aldo Fortuna era restato a casa per preparare un buon pranzetto in festeggiamento di questa visita importante. Siamo rientrati verso le tre, abbastanza sudati, anche se la temperatura non è più così violenta come in gennaio e febbraio.
Dopo esserci rinfrescati un po’, ci siamo seduti a tavola pieni di un ottimo appetito e di letizia.
Stavamo sorbendo un classico “caldo verde”, la buona minestra portoghese, costituita da brodo con passato di patate e foglie di cavoli tagliate in fettine finissime, quando sentiamo uno scricchiolio sopra le nostre teste. La voce stentorea del p.Fortuna gridò: “Cade il tetto! Fuori tutti!”
Lasciando il caldo verde così com’era, siamo scappati tutti e quattro in un battibaleno.
È seguito un gran fracasso e poi più nulla. Siamo rientrati per vedere i danni, ma per fortuna le travi del tetto e tutta la paglia erano rimaste al loro posto. Era venuto giù soltanto il tetto falso, con tutta la sua armatura di sostegno. Danni, tutto sommato abbastanza lievi, che non impedivano l’abitabilità, anche se avrebbero procurato parecchi grattacapi per risistemarlo.
Passato lo spavento, anzi addirittura quasi allegri, pensando allo scampato pericolo che poteva esser stato procurato dal crollo del tetto, abbiamo portato fuori il necessario ed abbiamo continuato il pranzo sotto la veranda della capanna a lato.
Alla fine, dopo il brindisi in onore dell’ospite, ne abbiamo voluto fare un secondo “alla ricostruzione del soffitto”.
Oh, non allarmarti, padre Dehon. L’acqua di lanho con cui abbiamo brindato non ci ha fatto correre nessun pericolo di restare un po’ brilli!

Ricevi i miei saluti, allora, dalla Provincia Orientale!

Tuo p. Anonimo s.c.j.



Alto Ligonha, 10 dicembre 1965


Caro padre Dehon,
m’è venuta voglia di visitare padre Dino Finazzi, nella nuova missione di Alto Ligonha. Non c’ero ancora venuto, così ho unito il desiderio di conoscere una cosa nuova al piacere di visitare un amico. Penso che, anche se ha il carisma di sacerdote diocesano, un po’ di solitudine dovrà pure sentirla, a vivere da solo!
Non meravigliarti, padre Dehon, se chiamo anche lui padre Dino e non don Dino, perché nella lingua portoghese tutti i sacerdoti, sia religiosi che diocesani, hanno il titolo di “padre”. Il “Dom” con la “D” maiuscola e con l’emme finale (e non con l’enne, come in italiano), è il titolo riservato ai vescovi.

Padre Dino è bergamasco di nascita, ma è incardinato nella diocesi di Cesena. Non è alto di statura, parla sottovoce e ha l’abitudine di guardare spesso per terra. Mi fa venire in mente, ogni volta che lo vedo, le “Regole di modestia di S.Ignazio”, che si leggevano in refettorio al Noviziato dei nostri tempi, durante il ritiro mensile e che, a forza di sentirle, le sappiamo tutti a memoria!
“La testa sia alquanto inclinata in avanti e lo sguardo abitualmente basso. Si tengano le mani decentemente ferme, a meno che non servano per sostenere gli abiti e si salga e si scenda per le scale con gravità”.
Che nostalgia mi fa venire il ricordare questi particolari! Il Noviziato lo conservo nella memoria come un anno meraviglioso, differente da tutti gli altri, intriso di fervore e d’innocenza. Tutto era nuovo, tutto era bello, tutto aveva il sapore e il profumo della gioventù!

Ebbene, sono stato accolto dal p.Dino con grande affabilità e con visibile piacere!
La sede della missione è distante parecchi chilometri dal Posto Amministrativo di Alto Ligonha, che dipende a sua volta da Gilé. Come dire che siamo proprio in un posto sperduto e poco importante. Il nome deriva dal grande fiume Ligonha, che marca il confine tra le provincie della Zambesia e di Nampula.

Il padre Dino vive in una casetta piccola, ma confortevole e sta già pensando di mettere mano alla costruzione di una chiesa di non grandi dimensioni, nello stessa spianata della casa. Il posto è ricco di verde e silenzioso. La strada che passa qui vicino è di pochissimo transito. Forse una macchina o due al giorno, nei periodi di punta. Tuttavia essa si immette in una via di grande comunicazione, la Strada Nazionale nº1, cioè la via che percorre tutto il Mozambico, dalla capitale Lourenço Marques fino a Mueda, al confine con la Tanzania. Dall’incrocio ci saranno 90 km per Alto Molócuè, verso sud, e 110 per Nampula, verso nord.
La regione apparteneva prima alla missione del Gilé. Le strade impervie, le numeroso comunità e la grande estensione del territorio imponevano uno smembramento, per rendere la presenza e l’animazione missionaria più efficienti.
P Dino mi ha portato a visitare alcune cappelle periferiche. A volte bisogna fare dei gran giri con la macchina, per arrivare ad un posto che, in linea d’aria, non sarebbe tanto distante. Mentre mi portava in giro con la sua Land Rover chiusa,a passo corto, di color verde scuro, mi ha raccontato che non gli è costato molto dar avvio a questa missione, perché prima era restato per parecchi mesi al Gilé ed aveva potuto conoscere abbastanza bene le varie comunità cristiane, specialmente quelle che poi sono diventate le sue.

A cena restavamo a lungo a tavola a chiacchierare, passando in rivista fatti e problemi. Abbiamo commentato la tragica storia dello Zaíre ed ha voluto che gli raccontassi nei particolari il mio viaggio in Italia. È rimasto pure particolarmente contento delle notizie di prima mano sul Concilio e sulla riforma liturgica.
Abbiamo commentato alcuni avvenimenti del ’65, come la nomina del nuovo consiglio regionale il 15 luglio scorso. Dopo i sei anni di p.Damião Bettoni è subentrato il p.Tarcisio Finazzi. Gli ho chiesto che impressione gli fa ad avere lo stesso cognome del Superiore.
“Nessuna.– mi ha risposto – Io non mi sono mai confuso!”
Le novità più importanti sono forse quelle legate alle persone. La più bella per noi è stata l’ordinazione di un giovane mozambicano di Alto Molócuè, padre Luís Vasco Monoca.
È stata una grande gioia vedere un figlio di questa terra diventare sacerdote! Il Vescovo lo ha collocato nella missione di Ile, insieme coi nostri confratelli.
Dall’Italia, sempre quest’anno, sono giunti due giovani padri: Lino Battistel e Matteo Sangalletti. Dopo la battuta d’arresto nella concessione di visti, pochi anni fa, le cose paiono ora normalizzate,
anche dopo i fatti di Mueda.
Recentemente le fila si erano rafforzate con l’arrivo dei padri Agostinho Azzola (Quelimane), Remo Zanol (Gilé), Ezio Toller, Eduardo Ferreira ed il fr.José Diomário Gonçalves a Milevane.
Da notare pure il ritorno a Milevane del p.Manuel Gouveia, che prima aveva fatto l’assistente come studente. Con queste presenze le nostre comunità si sono ora abbastanza consolidate e la vita fraterna può svilupparsi con più equilibrio.
A proposito di Milevane, quella comunità è diventata davvero imponente! Ci sono sette padri, due fratelli italiani, uno portoghese e otto mozambicani, senza contare un’ottantina di Apostolini.
Le domande di ammissione di nuovi ragazzi sono molte, al punto che il 1º febbraio scorso è stata posta la prima pietra di un nuovo padiglione, che sarà completamente circondato da verande a pianterreno e al primo piano.
Ci siamo chiesti fra noi quanti di questi ragazzi diventeranno poi effettivamente membri della congregazione. Siamo in molti a nutrire forti dubbi. Ci sembra effettivamente che il cristianesimo sia penetrato ancora molto poco nella cultura locale, per riuscire a dare frutti così rigogliosi. Ma siamo anche noi convinti che l’educazione di tanti ragazzi ne valga comunque la pena! Anche se poi usciranno e formeranno una famiglia, il seme di fede gettato nel loro cuore e l’educazione agli studi, coltivata nella loro mente, non potrà che essere una grande ricchezza per tutto il popolo.

Sono rimasto qui due giorni, con grande soddisfazione reciproca. Domattina devo andare ad Alto Molócuè, dove il padre Agostinho mi ha invitato per predicare gli esercizi alle suore. Si erano affidate a lui per la scelta del predicatore: qui in Mozambico il superiore della missione gode di un enorme prestigio presso le comunità femminili che vi lavorano. Ebbene, lui l’ha chiesto a me ed io ho accettato: predicare un solo corso di esercizi serve al predicatore molto più che ascoltarne due o tre!
Ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.




Alto Molócuè, 19 dicembre 1965

Caro padre Dehon,
lascia che cominci facendoti gli auguri per l’anniversario della tua ordinazione sacerdotale! Fra tre anni saranno 100!

Purtroppo, qui ad Alto Molócuè, non c’è oggi un’atmosfera favorevole per celebrare familiarmente questo bella data, che non è solo tua, ma appartiene a tutti noi, tuoi figli.
Come ti avevo scritto pochi giorni fa, sono venuto a predicare gli esercizi alle suore Vittoriane. Dovevo finire oggi, che è domenica. Secondo la tradizione degli Istituti femminili, gli esercizi devono durare una settimana completa, e quindi sogliono andare da domenica a domenica. Ma ieri s’è abbattuto sulla missione il finimondo!

Fin dalla mattina era cominciato a soffiare un vento a raffiche violente, che facevano piegare le cime degli alberi. Poco dopo mezzogiorno s’è formato all’orizzonte un fronte di nuvoloni neri come l’inchiostro, che si sono andati avvicinando minacciosamente. La temperatura s’è abbassata di colpo, mentre le folate si trasformavano in uragano. Porte e finestre hanno cominciato a sbattere, ed ogni cosa che fosse stata soltanto appoggiata cominciava a volare con un impeto impressionante. In breve è cominciato a piovere a dirotto, mentre l’uragano fischiava ed urlava a squarciagola. Il padre Agostinho ed io stavamo col naso incollato ad una finestra da cui si può vedere tutta la missione. Una saetta caduta sul parafulmine della chiesa ci ha fatto sussultare dallo spavento: non m’era mai capitato che il lampo coincidesse istantaneamente col tuono e questo fosse di un fragore così impressionante, capace di tramortire. Ieri ho capito, dal di dentro, come gli antichi potessero attribuire direttamente alla divinità un tale fenomeno!

Subito dopo abbiamo visto le lastre di zinco del tetto della chiesa cominciare a piegarsi ad angolo, schiodate dal vento e cominciare a volare come proiettili impazziti.
A due, a tre alla volta si staccavano e venivano scaraventate chissà dove. La furia é durata meno di mezz’ora, ma una mezz’ora, ti assicuro, che non finiva più! Verso sera la pioggia s’è calmata e noi siamo potuti uscire per vedere da vicino cos’era successo alla chiesa.
Sul pavimento ci saranno stati non so quanti centimetri d’acqua e, guardando in alto, invece del tetto si vedeva il cielo! Tutta la navata centrale era stata scoperchiata ed alcune capriate erano state schiantate e divelte. Insomma, uno spettacolo desolante!
Il padre Agostinho era preoccupatissimo. La chiesa scoperchiata e, per di più, in pieno svolgimento della stagione delle piogge, col pericolo assai probabile che i danni andassero crescendo a dismisura ad ogni rovescio!
C’erano, inoltre, ancora molti debiti da pagare… Dove trovare i soldi per le riparazioni, se già eravamo alle strette?
“Certamente Dom Francisco ti aiuterà. – tentai di rincuorarlo – Poi vedrai che anche il governo della Zambesia darà una mano. E alla fine potrai chiedere un aiuto straordinario pure alla nostra Provincia italiana s.c.j.”
“Tutto vero, – mi rispose – ma il difficile sarà convincere i negozianti a farci ancora credito per comprare tutte le lastre di zinco necessarie!”
“Beh, adesso potrai mostrare veramente quanto il titolo di “Conte Zio” ti si adatti! Nei Promessi Sposi quel personaggio risolveva le situazioni più spinose della famiglia ed ora, più spinosi di questo, credo che ti possano capitare ben pochi casi!”
“Altro che Conte Zio! Avrò bisogno del Fondatore, che mi dia una mano dal cielo. L’occasione però è favorevole, dato che domani celebrerà il novatasettesimo anniversario della sua ordinazione!”

Bene, caro p.Dehon, ora tocca a te. “A buon intenditor poche parole!”

P.Anonimo s.c.j.



Milevane, 27 dicembre 1966


Caro padre Dehon,
è passato un anno dall’ultima lettera! Oggi sono venuto qui col padre Regionale per fare festa con i nostri tre confratelli portoghesi, p.Alves, p.Manuel e fr.José Diomário. La Curia Generale ha infatti fissato per oggi l’inizio ufficiale della nuova Provincia Portoghese. Anche per noi Italiani è festa, perché furono i nostri padri a fondare la congregazione in Portogallo nel 1947. Fu una cosa che si dovette fare, per poter avere dal Governo l’autorizzazione ad aprire la missione del Mozambico. Si può dire davvero che le vie del Signore sono infinite!
Come sempre, lo statuto giuridico iniziale è quello di “Regione”. Quando, poi, si raggiunge la maturità, si passa a “Provincia”.
Un giorno questo dovrà accadere anche a noi della Regione del Mozambico, ma prima bisogna che la congregazione s’impianti saldamente con confratelli mozambicani e con una certa capacità di autonomia nella formazione ed anche nel sostentamento economico.
In attesa di quel giorno, abbiamo festeggiato il Portogallo!

Anche se è un martedì, è festa piena, in onore dei nostri tre portoghesi e dei giovani fratelli che oggi hanno fatto la rinnovazione dei voti.
Grazie al Concilio ed alla riforma liturgica, c’è stata una concelebrazione solenne, presieduta dal Superiore Regionale p.Tarcisio Finazzi.

Dopo pranzo il superiore della casa, p.Damião Bettoni, mi ha accompagnato a visitare la nuova costruzione della Scuola Apostolica, inaugurata il 1º ottobre scorso. È un padiglione molto grande, dove non c’è stato nessun risparmio di spazio. A pianoterra c’è la cappella dove abbiamo avuto la concelebrazione. P.Damião mi dice soddisfatto che misura 25 metri per 13. Mi sembra enorme, ma se penso che ci sono 136 apostolini in casa, la cosa si spiega. L’aspetto è molto bello. Tutta dipinta di bianco, la casa risalta bene contro le aiuole verdi, piene di fiori e di oleandri. Ci sono fiori e siepi di bouganville variopinte, dappertutto. È frutto dell’opera di fratel José Diomário, che ha trapiantato qui la tradizione maderense riguardo all’ornamento floreale. Il colpo d’occhio è magnifico!
Se si pensa che la prima pietra è stata posta il 1º febbraio dell’anno scorso, sembra quasi impossibile che sia stata completata in soli 18 mesi, e per di più in questo luogo sperduto tra i monti!

Dopo l’adorazione solenne, predicata, il p.Regionale ci raduna per sentire com’è andata l’applicazione dell’orientamento del vescovo, preso un anno fa, di prolungare il catecumenato fino a tre anni completi e di dividerne il percorsi in tappe, ognuna caratterizzata da una cerimonia. I pareri sono tutti concordi: è stata una decisione opportuna. La società nella quale viviamo è ancora pagana nella sua mentalità, per cui occorre ai catecumeni un tempo prolungato di studio e di pratica di vita cristiana nel seno delle comunità, prima di ricevere il battesimo. Esso esige da loro di diventare creature nuove ed ogni parto ha bisogno, prima, di un tempo proporzionato di gestazione!

Alla fine p.Tarcisio ci presenta il frutto di un grande lavoro del p. Giovannino Bonalumi: la prima grammatica della lingua lomwuè, costata anni di studio e di pazienza. Insieme ad essa è uscito anche il dizionario, che è ricco di tremila vocaboli. Il padre ha approfittato delle ultime ferie in Italia per correggere le bozze e prepararne l’edizione. Un lavoro veramente encomiabile, di cui si sentiva la necessità. Dopo un sentito battimani, ognuno di noi ne ha presa una copia.

Tutto questo però è sembrato poco al p.Giovannino, per il suo zelo infuocato e la sua indomabile attività: ha dato alle stampe anche un altro libriccino, come fiore collaterale del suo giardino apostolico, dal titolo “Cento detti di Cristo e cento risposte della Religione”. Già che tornava in Mozambico colla nave, ne ha caricate con sé 5000 copie! Anche queste sono state messe a disposizione.

Per ultimo, un’informazione, per chi ancora non lo sapesse: il 15 ottobre scorso è stato costituito anche a livello della Provincia italiana il segretariato delle Missioni, corrispondente a quello della Curia Generale. Il primo Segretario della storia è il p. Mario Sangiorgio, mentre fanno parte dell’ufficio il p. Giovanni Carlessi, come Procuratore e il p. Fiorino Gheza, uno dei reduci dal dramma dello Zaíre.

Dato che per la cena c’è ancora un quarto d’ora, l’utilizziamo per conversazione a ruota libera. Emergono due temi, contentezza per il consistente arrivo di nuovi missionari e preoccupazione per l’irrigidimento del sistema poliziesco da parte della famigerata P.I.D.E., la temutissima polizia segreta. Non si hanno notizie di attentati nella Zambesia, mentre invece non sono rari i sentori di arresti, perquisizioni e torture. Anche nelle altre provincie corrono le stesse voci. Se ne parla, seppure con grande circospezione, in ogni incontro con missionari di altre diocesi.
Sono partiti p.Benetti, ritornato in Portogallo e fr. Giorgio Peterlini, rientrato in Italia per motivi di salute, ma in compenso sono arrivati fr.Abbondio Riva, che è qui a Milevane, p.Elio Greselin (Alto Molócuè), p.José Ruffini (Mualama), p.Lino Battistel (Gurúè) e, da pochi giorni, p.Francisco Vargem (portoghese), p.Elia Ciscato e p.Pedro De Franceschi, tutt’e tre, per il momento, alla Sagrada Família di Quelimane.

Ci siamo, a questo punto, alzati per andare a cena e, come sempre capita, appena tutti eravamo in piedi, ad un confratello è venuta in mente un’altra cosa da dire, letta sull’edizione portoghese dell’Osservatore Romano della domenica. Ci siamo seduti di nuovo tutti per udire che nello Zaíre diverse città hanno cambiato nome. La capitale Léopoldville si chiamerà Kinshasa, Stanleyville, così cara a noi tutti, Kisangani ed Élizabethville, Lumumbashi.

Ti mando i miei saluti, insieme agli auguri di Buon Anno!
P.Anonimo s.c.j




De Aar (Sudafrica), 19 luglio 1967

Caro padre Dehon,

a sorpresa ti scrivo dal Sudafrica! Questa è l’ultima di tutta una serie di sorprese. La prima è stata quella dell’elezione del nostro Superiore Generale in carica a vescovo della diocesi di DeAar, suffraganea di Città del Capo. La Santa Sede l’ha notificato il 29 Aprile, pochissimi giorni prima dell’inizio della seconda sessione del capitolo generale. In questo modo, dovendo eleggere un successore, s’è dovuta rinviare di qualche settimana la data della convocazione, per permettere alle varie provincie di prepararsi alla scelta del nuovo Generale.
Questi è già stato eletto nella persona del p.Alberto Bourgeois, francese, che era superiore allo scolasticato di Lione e non era membro del capitolo. La votazione decisiva è avvenuta il 6 giugno e già il giorno 8 il p.Bourgeois riusciva ad arrivare a Roma in aereo, per ricevere la direzione della Congregazione dalle mani del suo predecessore.

Il p.De Palma è partito da Roma il 14 luglio. Il nuovo Generale, nell’impossibilità di andare personalmente, ha delegato a rappresentarlo il consigliere generale p. O’Connor, a cui s’è unito anche il Provinciale degli Stati Uniti p.Noonan, presente al capitolo. Una delegazione è arrivata da Aliwal North, la seconda nostra Regione in Sudafrica, dipendente dalla Germania. Per dovere di vicinanza, anche una delegazione del Mozambico è presente, di cui faccio parte anch’io e, questa, è l’ultima delle sorprese di cui ti parlavo!

La diocesi di De Aar è stata creata insieme al suo vescovo. Prima era una prefettura Apostolica, affidata a Mons. Dettmer, anche lui americano, che in gioventù – guarda che combinazione! - era stato addirittura compagno di classe di p. De Palma! Nel territorio di questa nuova diocesi sono presenti da molti anni i nostri confratelli della provincia degli Stati Uniti, che formano qui una Regione.

Stamani, la consacrazione episcopale è avvenuta all’aperto, nella piazza davanti alla cattedrale, in una magnifica giornata di sole. Il consacrante principale è stato il Card. McCann, arcivescovo di Città del Capo, coadiuvato dal vescovo di Port Elisabeth e dal vescovo dell’altra nostra Regione Sudafricana di Aliwal North, che è pure lui dei Sacerdoti del S. Cuore, mons.Lueck.
È stata una bella cerimonia, a cui hanno partecipato molti cristiani.. Purtroppo il Sudafrica è un Paese con discriminazione razziale, ma alla messa di stamani c’erano di tutte le razze, anche se in maggioranza negri.
Dopo la consacrazione, il nuovo vescovo ha preso possesso della nuova diocesi in una cerimonia davanti alle autorità civili ed a molti cittadini.

È la prima volta che noi del Mozambico entriamo in forma ufficiale nel Sudafrica. Nonostante la vicinanza, non ci sono stati ancora contatti bilaterali tra di noi confratelli. Penso che il problema principale sia la difficoltà delle lingue. Quasi nessuno di noi, per non dire nessuno, sa parlare l’inglese in un modo discreto, mentre, per loro, il portoghese rappresenta un ostacolo insormontabile. Abbiamo tentato di intenderci un po’ in latino e, di fatto, ci siamo abbastanza riusciti. Tra le altre cose, ci siamo invitati a vicenda per creare qualche occasione d’incontro. Per ora credo che sarà difficile, ma matureranno anche questi tempi! Verrà il giorno in cui i nostri rapporti saranno abituali.
Con questa speranza e con la soddisfazione di avere visto per la prima volta un pezzetto di Sudafrica, ti saluto.

P.Anonimo s.c.j.




Ile, 15 agosto 1967

Caro padre Dehon,

ho scelto la missione di Ile perché è dedicata a Nostra Signora di Fatima.
Dopo questa frase ci scommetto che avrai già capito tutto!
Come ben sai, quest’anno è il cinquantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima. In tutto il Portogallo questa devozione è molto sentita e, per riflesso, anche in tutto il Mozambico cattolico.
Per il 13 di maggio, tre mesi fa, a cinquant’anni esatti dalla prima apparizione, il Papa Paolo VI ha voluto andare a Fatima in pellegrinaggio.
Nella nostra diocesi di Quelimane abbiamo organizzato, sotto la direzione di Dom Francisco, una visita peregrinante della statua della Madonna di Fatima in tutte le missioni. Ci siamo messi d’accordo con i nostri colleghi Cappuccini delle Provincie di Trento e di Bari, che reggono l’altra metà delle missioni, per redigere il calendario delle visite. S’è deciso che l’immagine della Vergine doveva restare una settimana in ogni missione. Durante quei giorni si sarebbero organizzate visite anche alle cappelle più importanti .

La statua è giunta ieri sera, lunedì, da Mugeba.
Domenica al tramonto era arrivata all’ultima cappella di quella missione, in direzione ad Ile. Ha dormito lì, esposta fino a notte fonda sotto la veranda di paglia, mentre tantissimi cristiani di tutte le comunità vicine, s’erano dati convegno per recitare il rosario, al lume dei falò. Tra un mistero e l’altro si sono intervallati lunghi canti accompagnati dai tamburi.
Il giorno dopo, cioè ieri, molto presto, al primo raggio di sole, si sono messi in marcia, portando a spalla la statua lungo i sentieri che si snodano tra i campi e la boscaglia. Tutti hanno voluto quest’onore, sia cristiani che non.
A questo proposito, mi hanno raccontato che nelle missioni della costa, dove i mussulmani sono numerosissimi, anche loro hanno preteso il diritto di caricarla per un certo tratto nei trasferimenti da una cappella all’altra. Il Corano, infatti, riserva un posto d’onore a Myriam, la mamma di Gesù.

Al fiume che segna il confine tra le due missioni, i cristiani della cappella più vicina di Ile - e moltissimi altri dei dintorni - la stavano aspettando fin dall’alba, alternando canti, decine del rosario e danze.
Io sono arrivato col superiore di Ile, p.Ottorino Maffeis, verso le otto.
Quelli di Mugeba, anche loro accompagnati dal Superiore della Missione, sono sbucati dall’ultima altura a metà mattina. Un grande applauso e trilli di gioia delle donne hanno dato il segnale. Dopo aver pregato un certo tempo insieme, l’immagine s’è inclinata verso i cristiani di Mugeba in segno di benedizione, quindi è stata presa in consegna da quelli di Ile che si sono avviati verso la loro cappella.
Da mezzogiorno fino alle tre la statua è rimasta lì, su un palco, sotto una tettoia di paglia, costruita per l’occasione. Il p.Maffeis ha celebrato la messa, ed io ho concelebrato con lui. Ormai è una cosa comune anche in Africa, concelebrare. Naturalmente quando ce n’è l’occasione, perché, essendo così in pochi sacerdoti su un territorio tanto vasto, è raro che ci troviamo due nello stesso posto per motivi apostolici.

Essendo la vigilia dell’Assunta, bisognava arrivare alla sede della missione nello stesso giorno, per dar modo a tutti di partecipare ai festeggiamenti e alle varie cerimonie previste.
Così abbiamo caricato la Madonna sulla jeep e l’abbiamo trasportata per una quarantina di chilometri, fino ad una certa distanza dalla chiesa. Qui s’erano radunati in moltissimi, con tutti i ragazzi e le bambine dell’internato: una marea di gente!
S’è snodata una solenne processione, che ha portato la statua fino in chiesa, sull’apposito tronetto nel presbiterio, mentre le campane suonavano a festa. È stato recitato il rosario e subito dopo è cominciata la messa vespertina della vigilia dell’Assunta, celebrata dal padre Vicente Soldavini.
La preghiera è continuata fino alle dieci, con gruppi di cristiani che si davano il turno ogni mezz’ora.

Stamani le campane ci hanno svegliato al sorgere del sole! Ai ragazzi non pareva vero di poter attaccarsi alle corde del campanile e suonare tanto tempo di seguito, senza fermarsi!
Il padre Remo, colla sua voce che si sente bene fino in fondo alla chiesa, ha fatto una bella meditazione sull’Assunzione di Maria al cielo. Poi scuola di canto, per preparare convenientemente la messa, che è cominciata alle 9 e s’è protratta fin quasi a mezzogiorno! Come piace ai cristiani di qui, ogni canto è stato eseguito in tutte le sue strofe e così pure, al momento della preghiera dei fedeli, c’è stato tutto il tempo necessario perché ognuno che lo desiderasse, potesse fare ad alta voce la sua. Come sempre capita in queste occasioni, chi è in fondo alla chiesa non capisce ciò che dice chi è davanti e viceversa, ma nessuno si preoccupa di questo: l’importante è che capisca il Signore!

Dopo la messa, la statua della Madonna è stata portata sul sagrato per ricevere l’omaggio delle tradizionali danze in circolo, che si sogliono fare alla domenica nelle cappelle e che sono chiamate “salmi”. Mentre si danza al ritmo dei tamburi, si cantano delle brevi frasi della scrittura, ripetute da tutti ad ogni brevissima strofa, come ritornelli.
Oltre ad essere preghiera e culto secondo la sensibilità della gente, sono anche delle simpatiche lezioni di catechismo!

Mentre ti scrivo, là fuori, davanti alla chiesa, i canti, le danze e i tamburi sono i protagonisti della grande festa in onore della Madonna di Fatima, patrona della Missione. Si andrà avanti fino alle quattro, ora del Rosario meditato, seguito dalla benedizione.
Domani l’immagine andrà in visita ad una cappella ad una decina di chilometri. Sarà portata a spalle dalla gente. I catechisti hanno già cominciato a fare le liste dei volontari, per evitare confusioni e disordini ad ogni cambio: sono infatti tantissimi quelli che la vogliono portare, anche solo per un breve tratto!

Ti saluto ed auguro anche a te una buona festa dell’Assunta!

P. Anonimo s.c.j.

P.S. Mi stavo dimenticando una notizia importante! Avrai notato che qui ad Ile non ho fatto menzione del giovane sacerdote diocesano p.Luís Vasco Monoca, che era stato collocato qui da Dom Francisco.
Ebbene, ha chiesto di entrare nella nostra congregazione, ed il consiglio Regionale ha accettato la sua domanda ed ha già deciso di inviarlo al noviziato di Bolognano in Italia. Partirà fra giorni.

P.A. s.c.j.




Quelimane, ottobre 1967


Caro padre Dehon,

sono venuto all’inaugurazione della nuova casa della congregazione a Quelimane. Per chi guarda la chiesa della Sagrada Família, col suo bel campanile che si erge prolungando verso il cielo la facciata, l’abitazione dei padri rimane spostata di pochi metri sulla destra. Ha la forma di un parallelepipedo, ben orientata col sole, con l’asse maggiore da est verso ovest, per ridurre al minimo il caldo da irraggiamento. In questo modo i lati lunghi della casa ricevono un’insolazione limitata. A queste latitudini è un aspetto importante, perché il sole non scherza!
La casa è a due piani, con due verande sul retro, una sull’altra. Alcune stanze hanno, secondo i criteri più moderni, un bagno privato. Ma siamo abituati, in questo secolo, a considerare più che normali, passati pochi anni, anche le novità più vistose in fatto di “comfort” e d’igiene. Ci scommetto che qualcuno di noi, che abbiamo visto venir su la costruzione, fra qualche hanno dirigerà i lavori per mettere un bagno in tutte le stanze!
Scherzi a parte, la casa si presenta bene e potrà servire come luogo delle nostre riunioni e sede del padre Regionale. Frattanto s’è deciso di mettere a disposizione la vecchia residenza come abitazione per tre famiglie di insegnanti della Scuola Professionale della Sagrada Família.
Mi ha fatto piacere questa decisione a favore dei nostri collaboratori!

In questi giorni è ritornato dalle ferie il p.Afonso Biasiolli e tutti noi confratelli ci siamo fatti raccontare i particolari della morte del fr. Giorgio Peterlini. A rigore non lo potrei più chiamare fratello, se non nel senso di fratello in Cristo, perché, come tutti sappiamo, era stato consigliato di chiedere la dispensa dai voti perpetui, per facilitare il recupero da una situazione psicologica di eccessiva tensione e preoccupazione. Perciò, al momento della morte, non era più religioso, anche se sapevamo che stava per ritornare a lavorare in missione come laico. Il p.Biasiolli era stato incaricato di concordare con lui le modalità del rientro, visto che, soprattutto per la forte amicizia e fitta corrispondenza che lo legava al p.Emilio Bertuletti, era stato deciso che sarebbe andato a lavorare a Namarrói.
Il p.Afonso ci ha raccontato che lo stava aspettando a casa sua a Monteterlago, in provincia di Trento, per la sera del 13 Agosto. Era rimasto alzato fino a tardi, ma Giorgio non s’era visto. La mattina dopo aveva ricevuto una telefonata dal superiore del convento dei frati cappuccini di Rovereto ad informarlo che era morto improvvisamente la sera prima al pronto soccorso di quella città.
Giorgio era partito da casa in moto per andare a parlare col p.Afonso. Aveva approfittato di quel viaggio per accompagnare sua sorella, che desiderava visitare una persona amica all’ospedale di Rovereto. Per strada s’era sentito poco bene, al punto che avevano dovuto fare una sosta. Poi erano ripartiti. Nel viale in salita davanti all’ospedale aveva perso il controllo della moto, aveva zigzagato ed alla fine era caduto. Giorgio non s’era fatto quasi niente, ma la sorella aveva riportato qualche ferita superficiale. L’aveva accompagnata al pronto soccorso e, mentre l’infermiere faceva la medicazione, Giorgio s’era sentito male, accasciandosi al suolo. Era stato subito soccorso, ma tutto era risultato inutile: era morto! Aveva appena trent’anni.
I funerali furono fatti al suo paese, Zoreri di Terragnolo, presso Trento, proprio il giorno dell’Assunta, con la presenza di molti confratelli, venuti dalle case del nord Italia. Il P.Afonso presiedette la cerimonia. Doveva accoglierlo in missione di lì a pochi mesi ed invece era la Madonna che lo accoglieva in paradiso nello stesso giorno in cui c’era andata anche lei!

Così sono già tre i missionari morti in questi primi vent’anni di presenza in Mozambico!
Guarda, solo ora che l’ho scritto, mi rendo conto che sono già vent’anni! “Il tempo vola!”, si dice sempre, ma quaggiù, nel Sud del mondo, proprio dove il tempo sembra fermo, forse invece corre più in fretta che altrove…

Un caro saluto!

P.Anonimo s.c.j.




Lourenço Marques, dicembre 1967


Caro padre Dehon,

non so quante volte t’ho riferito che era stata ribadita la decisione di fermarci con le costruzioni e con l’apertura di nuove case!
Ed invece,dopo l’ultima lettera dell’ottobre scorso per l’inaugurazione della casa Regionale di Quelimane, eccomi nella capitale per visitare il p.Eduardo Ferreira e i suoi cinque sudditi, che sono studenti che hanno terminato le classi della Scuola Apostolica di Milevane e devono ora proseguire gli studi al seminario interdiocesano di Lourenço Marques. Il Noviziato lo faranno più avanti, fra qualche anno.

Come vedi, il ritmo della vita è a volte diverso da quello delle idee!
Dato che la Provvidenza ci dà questi ragazzi che sentono la vocazione al sacerdozio, come possiamo far finta di niente? Così s’è deciso di mandare un primo drappello, con una sistemazione provvisoria di buona volontà, mentre si cerca una soluzione più adatta.
Abbiamo trovato una casa in affitto in Rua Augusto Castilho, al nº147. Non è né grande, né comoda, ma per ora è sufficiente!
Ti assicuro che è bello avere le persone prima delle case da accoglierle: vuol dire che si sta vivendo intensamente! Io credo che sia un segno di benevolenza da parte del Signore.

Ho trovato la comunità piena di entusiasmo e di spirito di adattamento. Ognuno ha un compito in casa. La sede del seminario non è distante, per cui non si perde molto tempo ad andare avanti e indietro per le lezioni. Il p.Eduardo, con la sua serenità ed il suo imperturbabile sorriso, contribuisce al clima di fraternità.
Resterò qui due settimane, fino a quella prima di Natale. La presenza di un secondo padre non può fare che bene.
Col p.Eduardo ed i ragazzi abbiamo fatto una panoramica della distribuzione dei fratelli mozambicani. Dei primi otto, se n’è ritirato uno. Tre sono rimasti a Milevane: fr. Pente, fr. Namonha e fr. Matabua, mentre fr. Muharua è al Gurúè, fr.Maganha e fr.Henriques a Nauela e fr. Namaripa è a Vila Junqueiro col p.Azzola, dopo che il vescovo ha creato una parrocchia in quella importante cittadina.
Il p. Eduardo ci raccomanda di non dimenticarci di altre due persone, che sono il p.Luís Vasco Monoca, che sta facendo il noviziato in Italia ed il fr.Tomé Makhweliha, che fece domanda di entrare da noi due o tre anni fa e che, senza tanto rumore, il consiglio Regionale accettò ed inviò ad Aveiro, in Portogallo, per fare il noviziato là, visto che quello del Mozambico era per fratelli cooperatori e non avevamo quello per studenti. Dopo la professione era rimasto per fare la filosofia. Per la teologia, invece, andrà in Italia insieme ai suoi colleghi della Provincia Portoghese.

Come vedi, padre Dehon, a vent’anni dall’inizio, il lavoro indefesso di tanti padri e fratelli, che hanno speso le loro energie senza risparmio, sta dando frutti. Non solo hanno creduto in molti alla predicazione della Parola, ma sono pure sbocciate le prime promesse e speranze della congregazione.

Nessuno, è chiaro, si sente di mettere la mano sul fuoco: tutti questi giovani, e tutti coloro che li seguono nelle classi inferiori, devono ancora affrontare la prova concreta della vita. La loro età è molto giovane e questo è per loro soltanto il primo anno della vita in una missione, dispersi nel territorio, con tutte le difficoltà e le solitudini interiori che spesso si devono affrontare.
Comunque, il seme che è nel loro cuore farà certamente sbocciare un fiore, qualunque sia l’aiuola della vita nella quale sarà trapiantato!

Un caro saluto, anche da questi tuoi figli in crescita!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, marzo 1968

Caro padre Dehon,
ho accompagnato a Quelimane il p.Manfredi, reduce dalla sua seconda visita canonica alla Regione, per farlo arrivare in tempo a prendere l’aereo che lo riporterà in Italia.
Anche questa volta è rimasto soddisfatto, addirittura più della prima, perché ha visto come la vita fraterna delle comunità sia migliorata con l’aumento dei missionari negli ultimi anni. Ormai ci sono tre confratelli per missione quasi dappertutto.

In macchina mi diceva che era rimasto colpito da come i problemi delle costruzioni si rivelassero un pozzo senza fondo. Già l’altra volta aveva ribadito la necessità di sostare e di consolidare, ma alla fine di questa visita aveva scoperto che mancavano ancora molte cose, come per esempio la chiesa ad Alto Ligonha e al Gilé, la casa delle suore e l’internato a Namarrói e Mulevala, mentre a Naburi, pur essendo pronta la casa dei padri - forse addirittura un po’ “faraonica”, coi suoi due piani - tutto il resto era ancora molto precario. Quanto all’ultima novità, cioè all’apertura della nuova parrocchia a Vila Junqueiro, chiestaci esplicitamente dal Vescovo, non avevamo neppure una residenza.

Oltre alla pressione economica di questi completamenti, c’era l’assillante necessità di riuscire a mandare avanti “tutta la baracca”, specialmente i numerosi internati, nei quali si doveva pensare a dar da mangiare a centinaia, anzi a migliaia di ragazzi.
Per la Scuola Apostolica di Milevane c’era la speranza di riuscire ad andare avanti coltivando una parte di quell’enorme tenuta. Anche se era in buona parte montagna, tanti ettari erano coltivabili e sfruttabili a pascolo. Ma per le altre missioni?
Le entrate ufficiali della Regione erano le intenzioni di messe che la congregazione inviava dall’Italia e lo stipendio che la diocesi passava ad ogni confratello. Troppo poco per tenere in piedi una macchina così grande!
Era ancora necessario sopperire con iniziative locali, come aiuti di qualche amico portoghese o indiano più facoltoso, come servizi fatti coi camion sopravvissuti dall’epoca delle grandi costruzioni, e, soprattutto, come gli introiti delle famose e tanto discusse “botteghe del mato”.
A guardarle venendo da fuori facevano storcere il naso al solo sentirle nominare, ma a vederle cogli occhi dei missionari che vi trovavano l’ultima possibilità di sostentamento delle opere, assumevano un’altra fisionomia. Era alla fin fine, è vero, una forma di commercio, ma tutti sapevano che il lucro non era mai accumulato, ma speso per intero per gli internati e le costruzioni e che i prezzi erano tanto moderati, che addirittura creavano problemi con i commercianti che lo facevano ad esclusivo fine di massimo lucro. A sentire poi i missionari interessati, la popolazione era addirittura contenta, perché riceveva un servizio molto apprezzato ad un prezzo onesto.
Ad ogni visita canonica si affrontava l’argomento, si conveniva che bisognava un po’ alla volta disfarsene, ma poi non si riusciva mai ad escogitare un’altra forma di sostentamento!

Un po’ alla volta il discorso economico si era esaurito ed eravamo passati ad uno molto più interessante: quello, cioè, delle novità che il Concilio aveva introdotto nel modo di condurre la missione.
La cosa più evidente era stata la riforma liturgica, anche se l’uso della lingua volgare era ancora timidamente all’inizio in tutta la chiesa e si attendevano norme finali di applicazione. Gli altari erano ormai tutti rivolti verso il popolo, e le letture cominciavano ad essere oggetto di riflessione comunitaria nella liturgia della parola delle cappelle. Anche se la messa, almeno in parte era in latino, le letture erano già in portoghese fin dall’inizio della riforma. Da molte parti si cominciava a chiedere ai vescovi che queste fossero nelle lingue locali, cioè di quelle proprie delle varie tribù. La difficoltà, in questo punto, sembrava venire prevalentemente dal timore dell’aperta disapprovazione del governo, che vedeva in questi permessi un consolidamento delle forze che desideravano l’indipendenza del Mozambico.
Da parte nostra i testi delle letture erano già ad un avanzato punto di traduzione. Lo spirito del Concilio soffiava in questa direzione e la chiesa stava per emettere disposizioni universali ben esigenti, di fronte alle quali i governi non avrebbero potuto opporre più alcuna resistenza. Era solo questione di tempo, anzi di un tempo breve!

Un altro aspetto ben evidente era il diverso spirito con cui si faceva l’annuncio del vangelo. Quell’espressione in latino che per secoli aveva provocato ansietà e perfino angustia nell’animo dei missionari: “extra Ecclesia nulla salus”, cioè “ fuori della Chiesa nessuna salvezza”, era stata ridimensionata dalla riflessione teologica del Concilio.
Non si doveva interpretare come impossibilità di andare in Paradiso per chi non entrava nella Chiesa visibile col battesimo. Doveva piuttosto essere sostituita da un altro modo di esprimere le cose, più sereno e positivo: intendere la Chiesa come sacramento universale di salvezza, cioè come il mezzo efficace attraverso cui Cristo salvava tutti gli uomini. In effetti tutti i salvati lo erano esclusivamente per merito del Signore Gesù, in virtù della sua morte e della sua risurrezione. Lo Spirito Santo era capace di associare, anche al di fuori della fede esplicita e del battesimo, in un modo solo a Lui noto, ogni uomo alla croce e alla risurrezione di Cristo e di renderlo, con ciò, membro del suo Corpo Mistico e quindi salvarlo.
Questa visione significava in pratica abbandonare l’urgenza di amministrare quanti più battesimi possibili in punto di morte, specie a bambini piccoli e a moribondi non preparati in antecedenza da un cammino di fede.
Così pure metteva una grande premessa di serenità nelle relazioni con i Protestanti ed i Mussulmani!
Spalancava le porte all’ecumenismo e alle relazioni di buon vicinato e di collaborazione reciproca, specie nelle iniziative sociali. Favoriva la preghiera comune e sviluppava una nuova visione della Salvezza e della predicazione del vangelo. Apriva le porte alla fiducia nell’efficacia della Parola e soprattutto faceva tornare a riconoscere allo Spirito Santo la responsabilità e l’iniziativa del progredire del Regno di Dio sulla terra!

Se avessimo avuto la comprensione delle cose di Dio, raggiunta nel Concilio, non ci saremmo preoccupati tanto di occupare il territorio ad ogni costo prima che lo potessero fare i Protestanti ed i Mussulmani! L’espansione delle missioni sarebbe stata più lenta ed il lavoro di evangelizzazione probabilmente fatto con più calma e profondità.

Comunque è inutile rammaricarsi. Quando abbiamo agito così, quella era la maniera di allora di comprendere le cose nella chiesa. Ora che abbiamo una nuova luce, ringraziamone il Signore!

Ti saluto caramente!
P.Anonimo s.c.j.



Milevane, novembre 1968


Caro padre Dehon,
sono venuto a vedere la grande novità di quest’anno: l’arrivo delle prime due rappresentanti della Compagnia Missionaria, quell’Istituto secolare fondato dal nostro p.Albino Elegante nel Natale del 57. Ricordi che te ne diedi informazione?
Sono due giovani, una di origine sarda: Lisetta Licheri, infermiera, e l’altra é Teresa Castro, nata a Madera in Portogallo, che fa scuola ai ragazzi, insegnando francese.
Sono andato a far visita al dispensario, situato alla fine del vialetto di eucalipti che dà accesso alla proprietà. Non supponevo che ci fossero tanti abitanti in quest’altipiano! Me ne sono reso conto osservando la fila di malati in attesa d’essere visitati!
Le persone vengono per essere curate dalle loro malattie, per cui bisogna per forza che Lisetta faccia un po’ anche da dottoressa. La visita si fa, come dappertutto nei dispensari d’Africa, seduti ad un tavolino, parlando coi pazienti e ascoltando in cosa consistono i disturbi. Quando c’è bisogno, si auscultano i polmoni o si fa stendere il malato sul lettino per palpare la pancia o esaminare meglio un dolore, una ferita o un gonfiore. La stragrande maggioranza sono bambini piccoli, esaminati in collo alle loro mamme. Le loro malattie più frequenti sono la diarrea, la tosse e la malaria. Ogni tanto appaiono casi di congiuntivite, che assumono caratteristiche di piccole epidemie, oppure di morbillo. Questa malattia è molto seria in tutta l’Africa. Colpisce quasi sempre i bambini più piccoli, quelli di un anno o due e la mortalità è molto elevata. In questi ultimi anni è stato messo a punto un vaccino molto efficace, di una sola dose intramuscolare. Sarà presto disponibile nei paesi tropicali per grandi campagne di vaccinazioni.

I medicinali sono rappresentati in maggior parte da campioni gratuiti, tutti ben catalogati ed ordinati in scansie, in una stanza che è una via di mezzo tra un piccolo magazzino ed una farmacia.
La sala d’aspetto funziona nella veranda esterna della casetta. L’ingresso serve da ambulatorio. All’inizio Lisetta andava a cercare personalmente il medicinale necessario nelle scansie, ma poi, coll’aumento dell’afflusso, ha dovuto farsi aiutare da qualche giovane di buona volontà che col tempo ha cominciato ad associare alla sua “clinica”.

A pranzo ho potuto incontrare tutta la grande comunità di Milevane e salutare Teresa, reduce da alcune ore di lezione. L’ambiente è certamente stimolante per un’insegnante, ricco com’è di ragazzi, di idee e di tante cose da fare. Le ho trovate entrambe soddisfatte della loro prima esperienza missionaria. Non si limitano solo al lavoro nel settore specifico, ma ci tengono ad uscire alla domenica per visitare le comunità cristiane e partecipare all’eucaristia. Anche in queste uscite Lisetta porta sempre con sé un po’ di medicine, perché riesce sempre a trovare qualche malato che ha bisogno di un aiuto concreto.

Parlando con loro ho saputo che nella sede centrale della Compagnia, in via Guidotti a Bologna, ci sono alcune loro altre sorelle desiderose di arrivare presto in Mozambico. È già stato deciso che andranno a Namarrói. La promessa del loro arrivo ha messo le ali ai due padri Emilio e Afonso, che ormai si avviano a completare la casa per loro.
Una nuova pagina si apre, nella nostra storia missionaria!

In quest’anno ci sono stati anche altri passi in avanti, padre Dehon. A luglio, per esempio, siamo riusciti a trovare e, dopo laboriose trattative, ad acquistare, una casa tutta per noi a Lourenço Marques. La Curia Generale ha partecipato in forza per coprire la spesa e così s’è fatto il trasloco dalla rua Augusto Castilho all’avenida Princesa Patrícia. È una casa a due piani, già costruita, formata da due appartamenti sovrapposti. Era d’una famiglia portoghese che se n’è andata. La nuova abitazione è arrivata proprio al momento giusto, perché qui a Milevane stavano per fare la vestizione altri 7 studenti, che hanno così portato a 12 il numero dei giovani in formazione nel Seminario interdiocesano, due mesi fa, all’inizio dell’anno scolastico. Il p.Eduardo è ritornato a Milevane ed ha trasmesso l’ufficio di Superiore al p.Francisco de Ruschi. Fa comunità con lui il p.José Brambilla, che è stato il padre Maestro dei nostri primi fratelli mozambicani ed ora continua nella formazione con gli studenti.

Nel ’68 c’è stato pure un rinforzo consistente di personale. Sono giunti dall’Italia alcuni giovani: p.José Zanetti, che è andato ad Alto Ligonha, mentre a Mualama c’è il p.Emilio Giorgi ed a Quelimane è rimasto fr.Piero Camplani. Altri si stanno preparando in Italia. Hanno tutti studiato negli anni del Concilio: aspettiamo da loro che ci portino qualche buona folata di vento fresco!

Ed ora ti saluto!

P.Anonimo s.c.j.





Quelimane, fine 1969

Caro padre Dehon,
ho lasciato passare un anno abbondante prima di riprendere la penna in mano, non perché non ci siano novità, ma perché si ha l’impressione che le cose importanti stiano avvenendo sotto la superficie, preparando in silenzio cambiamenti radicali.
Ciò che ha cominciato a scricchiolare è il contesto generale. Negli ultimi anni, come ti ho già detto altre volte, sta prendendo sempre più forza nei mozambicani la coscienza d’essere un popolo e quindi di essere un soggetto di dignità e di diritti di fronte a tutti e specialmente al Governo del Portogallo. Quest’ultimo l’ha capito subito ed in modo oltremodo acuto, ma la forza degli interessi politici ed economici non permette mosse vistose. Bisogna tacere e far finta di niente, alla superficie, mentre è indispensabile essere attivi ed efficaci, sotto il pelo dell’acqua.
Sono in tal modo apparsi, senza fare alcun rumore, due provvedimenti legislativi, apparentemente innocenti, ma volutamente indirizzati a contrastare in ogni modo il movimento indipendentista.
Il primo è una decisione economico-amministrativa che ha creato per i portoghesi residenti in Mozambico condizioni estremamente favorevoli ed allettanti per far restare i capitali qui ed investirli sul posto. Moltissimi si sono entusiasmati e da due o tre anni a questa parte si sta assistendo dappertutto alla costruzione di condomini nelle città. Sono sorte anche costruzioni nuove e molto belle, come l’Hotel Chuabo di 4 stelle, alto 8 piani, che ha accanto la sede della Banca Nazionale. Fervono i lavori per il nuovo aeroporto di Quelimane, mentre si va avanti ad asfaltare il percorso della Strada Nazionale Nº1, che collega Lourenço Marques a Mueda, nell’estremo nord, passando per le principali città del Mozambico.

Il secondo è l’apertura delle scuole superiori agli studenti negri. La discriminazione a cui erano soggetti, di poter studiare solo fino alla soglia delle superiori, ritirata già alcuni anni fa, dopo i fatti di Mueda, è ora totalmente sparita. Le scuole superiori e l’università sono ora aperte a tutti.

Un altro grande progetto è stato varato, di enormi dimensioni economiche: la costruzione di una diga sul rio Zambezi nella provincia di Tete, per dare vita ad una centrale elettrica di 400 megawatts, la quarta del mondo e permettere l’irrigazione della valle dello Zambezi facilitando l’insediamento di un milione di coloni bianchi. È stato creato un grande Ente statale: il Gabinetto del Piano dello Zambezi, più noto come G.P.Z. Per costruire la diga si è fondata la società ZAMCO, un’associazione di grandi multinazionali come Siemens, Cogelex, Grand Traveaux de Marseille e molte altre.
È evidente lo sforzo del governo portoghese di creare una ragnatela di grandi interessi economici internazionali e nazionali, nel tentativo di ostacolare indirettamente il volo di libertà del popolo mozambicano.
Di tutte queste cose si parla sempre più spesso anche se con la maggior circospezione, perché la repressione del regime è inflessibile. Tuttavia anche la politica internazionale sta cominciando a prendere le distanze dal Portogallo e vari Paesi hanno ristretto la collaborazione economica. Il governo italiano, per esempio, ha interdetto alle ditte italiane di concorrere nel progetto di formazione della ZAMCO. Alcune grandi ditte, come la S.A.E., che costruisce linee eletttriche di alta tensione, hanno aperto delle filiali in Sudafrica ed in Svizzera per poter concorrere agli appalti sotto veste non italiana ed eludere il veto.

La situazione si sta facendo tesa, ma questo è un nodo che non si può eludere. Bisogna scioglierlo secondo giustizia.

P.Anonimo. s.c.j.



Namarrói, 31 luglio 1970


Caro P. Dehon,
il Regionale p. Tarcisio Finazzi mi ha mandato qui a Namarrói per rimettermi in sesto dopo una tremenda malaria che non passava con la clorochina. Ho dovuto fare nove dosi di chinino in vena per far passare la febbre. Ho passato qui una settimana veramente distensiva, con le premure del superiore p. Emilio Bertuletti e la simpatia delle missionarie Irene, Ilda e Rosanna, che da non molti mesi si sono sistemate nella casetta costruita per loro accanto alla chiesa. Hanno un piccolo dispensario e collaborano con entusiasmo nella pastorale della missione. Sta prendendo sempre più piede la collaborazione della componente femminile del personale missionario nel lavoro di pastorale diretta, uscendo insieme ai padri nella visita alle comunità cristiane sparse sul territorio, dette comunemente cappelle. Partecipano nella catechesi e trattano i malati con le medicine che si portano dietro dal dispensario.
È qui di comunità anche il padre Elias Ciscato, chiamato da tutti col nomignolo affettuoso di Cacao. È antropologo e raccoglie dati e informazioni sulla cultura del popolo Lomwè, oltre a svolgere il lavoro di evangelizzazione. Ha già pubblicato delle raccolte di proverbi e di indovinelli, che sono la forma in cui si esprime la sapienza popolare e si concretizza la visione della vita e la sua interpretazione. Sono una porta privilegiata per entrare nella cultura di questa tribù. In questi mesi studia particolarmente la iniziazione , che si potrebbe paragonare ad un noviziato in cui i ragazzi e le ragazze, naturalmente separati, sono introdotti alla conoscenza dei comportamenti e delle interpretazioni della vita nei suoi vari aspetti, fatta da maestri ufficialmente scelti ed incaricati, che vivono per alcune settimane con loro dentro i boschi. Al loro ritorno sono accolti con una cerimonia pubblica che li inserisce ufficialmente nella cerchia degli adulti.
Quante ore passate alla sera con Cacao e le missionarie a sentirlo raccontare e spiegare i segreti di questa cultura!

Tre giorni fa il padre Emilio mi ha chiesto se lo volevo accompagnare in Malawi, fino a Blantyre, per andare a prendere all’aeroporto di Chileka il padre Marchesini, che ha appena finito la teologia il mese scorso e che, nella sua qualità di medico, dovrebbe interessarsi per concretizzare il progetto a lungo accarezzato, di aprire un ospedale missionario vero e proprio nella nostra diocesi di Quelimane. Ho accettato con vero piacere!
Siamo partiti il 29 mattina prestissimo, per essere là per mezzogiorno. Il padre Emilio aveva combinato di trovarsi a pranzo a Blantyre con un padre monfortino, suo compaesano della provincia di Bergamo, che lavora da trent’anni in quella nazione ed ha la missione a Fort Johnston sulla punta estrema a sud, del lago Malawi.
Blantyre è una gran bella città, piena di verde, ricca di eleganti abitazioni degli antichi coloni inglesi e si vede che ha un piano urbanistico secondo il quale è stata costruita e fatta crescere per essere una capitale.
Il pranzo, in un ristorante appena fuori città, è stato un’occasione per fare un sacco di domande al padre monfortino, per conoscere un po’ più da vicino la chiesa del Malawi e la sua pastorale. Non ci siamo potuti trattenere tutto il tempo che volevamo perché l’aereo, un Comet dell’East African Airways arrivava da Nairobi poco dopo le 14.
Siamo andati a Chileka, pochi chilometri fuori città, tutti e tre, per dare il benvenuto al giovane missionario, che arrivava da solo, per la prima volta in Africa e per di più in un paese che non era quello finale, ma solo di passaggio.
È sceso dall’aereo col suo clergyman ed un cappello a tese, classico, di tela chiara. Era tutto sorridente e si vedeva da lontano la sua contentezza per essere finalmente arrivato in Africa!
Ci abbracciammo come vecchi amici e, dopo una breve conversazione, il padre monfortino si diresse verso nord e noi verso sud, in direzione al Mozambico, alla frontiera di Milange. Avevamo una certa fretta, perché la frontiera chiudeva al tramonto, che a quest’epoca dell’anno è molto presto, di poco dopo le cinque.
In macchina parlammo parecchio. Era la Volkswagen rossa della missione di Namarrói e le sue ridotte dimensioni facilitavano l’intimità. Il p. Marchesini ci disse che il suo programma era quello di vistare tutte le nostre missioni nell’intento di farsi un’idea delle necessità sanitarie, del tipo di ospedale di cui c’era bisogno e, possibilmente, di scegliere già il posto dove costruirlo. Aveva a disposizione circa tre mesi e mezzo, perché a metà novembre era prenotato il volo per l’Uganda, dov’era stato invitato dal padre comboniano Giuseppe Ambrosoli, a passare con lui un anno per imparare ad operare. Il padre Ambrosoli era in Uganda da 17 anni ed aveva fondato ed attrezzato l’ospedale di Kalongo, situato al nord del paese e fornito di circa 300 letti. Vi praticava tutti i tipi di chirurgia, da quella addominale, a quella ortopedica, ginecologica, ostetrica e urologica. Era un posto ideale per imparare molto ed in fretta.
Arrivammo a Milange in tempo, ma il buio ci sorprese quasi di colpo, pochi chilometri dopo di aver cominciato la nostra corsa sulle polverose strade di terra rossa del Mozambico. La nostra meta era la missione di Molumbo. Arrivammo che erano quasi le nove ed i padri Giovannino Bonalumi ed Onorino Venturini erano già a letto. Vista l’ora tarda avevano pensato che saremmo andati a passare la notte dai cappuccini di Milange. Il frigorifero non conservava bene il freddo, per cui p. Giovannino, il cui appetito è proverbiale e conosciuto ovunque, aveva pensato bene di finire tutta la cena preparata per noi perché non andasse a male! Quando ci vide davanti e senza più nulla di pronto da mangiare, non si perse d’animo. Dette ordini al guardiano, che sapeva fare anche da cuciniere, di prepararci rapidamente qualche bistecca, un po’ di riso ed alcune uova al tegamino. Nel frattempo ci aprì due scatolette che aveva avuto in regalo dal tenente che comandava il contingente di soldati della guarnigione di Molumbo. Erano lumache in acqua e sale e, francamente, furono una sorpresa per tutti. Nessuno aveva mai visto scatolette di lumache e, forse neppure ne aveva mai mangiate. Il sapore era buono e la fame molta, per cui sparirono in un battibaleno. Quando arrivò la “traversa” con tutto il ben di Dio fatto preparare dal padre Giovannino, l’appetito era già stato domato, per cui gli avanzi furono abbondanti, nonostante che il buon padre ci invitasse caldamente a finire tutto, perché la “geleira “ a petrolio non funzionava. Quando si rese conto che non riusciva a farci continuare, capì che l’unico rimedio per non fare andare a male la cena era quella di finirsela lui. Noi l’incoraggiammo, dicendo che era un vero peccato lasciar rovinare il cibo, così quella fu la notte in cui p.Giovannino poté finalmente togliersi completamente la fame!

Il giorno dopo, ieri 30 luglio, era il settimo giorno dalla morte del Dr. António de Oliveira Salazar, che per 40 anni aveva governato, come dittatore, il Portogallo. La messa solenne era alle 18, nella chiesa della missione a Namarrói. C’erano tutti i portoghesi del luogo, dall’Amministratore del distretto, al contingente militare, schierato in uniforme e con bandiera e gagliardetti, col comandante in prima linea, ai commercianti ed ai residenti. C’erano pure molti africani.

Più tardi a cena il padre Marchesini ci fece notare che quella era stata la sua prima messa in terra di missione e che si sarebbe ricordato per sempre che fu celebrata in suffragio per l’anima di un dittatore che non avrebbe mai accettato di concedere l’indipendenza al popolo mozambicano. Forse era un segno profetico col quale il Signore gli voleva dire che la sua esperienza di missione sarebbe stata caratterizzata dal collaborare a far girare per sempre quella pagina della storia.

Ti saluto in Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.



Milevane, 10 agosto 1970

Caro padre Dehon,
mi sono offerto a p. Bertuletti, di accompagnare io il padre Marchesini al Gurúè, per fargli vedere quanto sono belle le piantagioni di tè e per fargli assistere alla fondazione della nostra Scuola di “Artes e Ofícios”, di preparazione professionale. Siamo andati in visita turistica alla “Casa dos Noivos”,che domina dall’alto la distesa a perdita d’occhio dei campi di tè, e poi alle cascate, ai laghetti ed a vedere i dintorni di Vila Junqueiro.. Ne ho approfittato per portarlo a visitare una delle numerose fabbriche dove si processano le foglie del tè, fino a farne quel prodotto aromatico che tutti conosciamo. Nei campi si vedono decine e decine di raccoglitori che strappano le ultime foglioline degli arbusti del tè e li buttano in grandi cesti che portano dietro le spalle. Quando sono pieni, ci sono dei trattori col rimorchio che li portano, a gruppi di venti o trenta, alla fabbrica. Qui le foglie sono distese su lunghissime reti metalliche per l’essiccamento, realizzato con potenti getti di aria calda. Sono poi raccolte, dopo alcune ore e triturate. Dei tappeti rolanti le convogliano in macchine che le separano automaticamente, dividendole in mucchi di frammenti di varie grandezze uniformi. In base alla grandezza, varia il sapore. A questo punto entra in scena la figura del “Tea Maker” il facitore di tè. Questi è un esperto, normalmente indiano o di Sri Lanka che, mescolando frammenti di varia grandezza ed in varie proporzione, prepara miscele di gusti differenti. È un’arte sofisticata e difficile, che si tramanda di padre in figlio. Le miscele sono provate sorseggiando gli infusi, assaporandoli e poi sputandoli subito. Non ne devono inghiottire mai, altrimenti perdono la sensibilità. Solo alla sera, in casa loro, possono permettersi di sorseggiare una buona tazza di tè con zucchero e pasticcini!

La nostra scuola di Artes e Ofícios è in costruzione. I lavori fervono, ed insieme alle sale di scuola e all’internato, sta sorgendo anche una fabbrica per produrre scatole di legno compensato, usate in grande scala dalle fabbriche, per imballare e trasportare le molte tonnellate di tè prodotte ogni giorno. Gli introiti delle scatole di compensato dovrebbero servire per coprire le spese, molto ingenti, previste per far funzionare la scuola e l’internato. Come sempre, dove si costruisce, i fratelli sono i protagonisti principali, con la loro professionalità e la loro dedizione oltre ogni misura.

Al Gurúè ci siamo fermati tre giorni e poi abbiamo proseguito per Milevane. Qui il padre Aldo ha potuto salutare il suo recente professore di Teologia, padre Duci, anche lui fresco fresco dall’Italia. È venuto per predicare gli esercizi spirituali annuali in occasione dell’assemblea e fare alcune lezioni di aggiornamento su temi di teologia legati alla spiritualità del S.Cuore, in grande evoluzione dopo le intuizioni sottolineate dal Concilio. Il più prezioso dei tesori, che tu ci hai lasciato, il Cuore di Gesù, svela sempre più la sua inesauribile grandezza e bellezza, col progredire della riflessione teologica!

Pieno di gratitudine ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.

P.S. Mi dimenticavo di dirti che qui a Milevane ci sono due Missionarie della Compagnia del S.Cuore: Lisetta ed Elisabetta. Entrambe sono infermiere ed hanno organizzato un dispensario, molto frequentato dalla popolazione. Anche qui, come del resto dappertutto, chi frequenta le consulte sono soprattutto le mamme coi loro bambini piccoli. La zona m’era sembrata semi deserta, negli anni passati, ma vedo che invece è molto abitata. Naturalmente il padre Aldo ha passato parecchie ore a lavorare con le missionarie. Nonostante sia medico, si sente molto imbarazzato ad affrontare i malati di qua. Sente di aver bisogno di un’introduzione alla patologia e alle abitudini della gente. Alla fine mi ha detto che era interessato a trattenersi qualche giorno in più, aiutato dall’amicizia che lo lega sia a Lisetta che ad Elisabetta, amicizia nata e cresciuta durante vari anni a Bologna, dove hanno risieduto tutti e tre nella decade degli anni sessanta.

Mentre p. Marchesini restava con le missionarie nel dispensario, io ne ho approfittato per visitare i lavori dei campi e di allevamento. L’anima di tutto è il P.Afonso Biasiolli, infaticabile, su e giù per la tenuta col suo vecchio jeep Willys. Ci sono campi di mais, di manioca, grandi estensioni di bananeti, di girasole, di arachidi ed anche un orto molto differenziato dove dominano i cavoli e la cicoria, gli ortaggi più resistenti a questo clima. Gli animali da allevamento sono parecchi, soprattutto vacche, capretti e maiali. Le stalle sono un po’ distanti dalle case, così non ci sono cattivi odori e mosche. Il p.Afonso è aiutato, a partire dall’anno scorso, dal sig. Artemio Bergonzini, che è venuto con la famiglia. È un’esperienza che fa rinascere la collaborazione coi laici missionari, rimasta spezzata con la morte improvvisa del giovane Adriano, alcuni anni fa.




Quelimane, 18 maggio 1971

Caro padre Dehon,
oggi è arrivato all’aeroporto, proveniente dal Sudafrica, via Lourenço Marques, il nostro Superiore Generale, p. Alberto Bourgeois. All’aeroporto c’eravamo tutti, come puoi ben immaginare! Insieme a lui è venuto pure il padre Lusardi, che si trovava nella capitale.
Il nostro generale è molto benvoluto e stimato e l’accoglienza è stata particolarmente calorosa. Il superiore regionale, p.Tarcisio Finazzi lo ha accompagnato subito a salutare il vescovo D.Francisco, che è stato molto contento di conoscerlo.
In casa nostra, alla Sagrada c’era aria di festa, con antipasto e dolce finale. Durante il pranzo, però, la conversazione è scivolata subito sull’ora presente e sulla preoccupazione che regna nel cuore di tutti, dopo il pronunciamento dei Padri Bianchi che avevano manifestato il proposito di ritirarsi perché il controllo oppressivo del regime politico del Portogallo stava riducendo a zero la libertà d’espressione e di evangelizzare secondo i valori della giustizia e dei diritti dell’uomo. Il governo portoghese, appena saputo del fatto, aveva reagito senza indugi, espellendo dal Mozambico tutti i missionari di quella congregazione. Lo scalpore era stato grande in tutto il mondo, ma specialmente qui da noi. Da un lato la dichiarazione dei padri Bianchi fortificava nella convinzione che l’oppressione governativa esisteva realmente, e dall’altro, la reazione così radicale ed immediata, metteva paura. Il regime mostrava il pugno di ferro della repressione, creando timore ed allarme. Gli occhi del governo, ma soprattutto quelli dei fedeli e del popolo in genere erano rivolti su di noi missionari. Un modo tutto particolare di guardarci era poi quello dei vescovi, presi tra due fuochi, le pressioni del governo da un lato e la coscienza del valore della libertà e dell’intransigenza del vangelo dall’altra.

Il p. Bourgeois diceva che era venuto per cercare di capire e non per portare soluzioni dal di fuori.
Voleva visitare le missioni e poi partecipare all’assemblea di giugno a Milevane. Solo dopo, alla fine, prima di partire, avrebbe potuto dare il suo parere.

Siamo rimasti tutti ben impressionati dalla prudenza e dall’umiltà del nostro generale. La sua visita non potrà che aiutarci a crescere.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j







Milevane, 13 giugno 1971

Caro padre Dehon,
oggi è finita l’assemblea generale, qui a Milevane, con la partecipazione del padre generale. La discussione è stata appassionata , quasi tutta attorno al dilemma: andarcene anche noi come i padri Bianchi o restare? Il discernimento è stato difficile. Ne può essere una dimostrazione le parole dette dal p.generale alla fine della giornata centrale: “Ho bisogno di una notte per pregare, prima di parlarvi”.Alla fine la decisione è stata presa: restiamo!
S’è sentito il bisogno di redigere un relatorio finale, che resti come documento scritto della decisione presa. Penso di farti cosa gradita a copiartene qui il passaggio centrale.
“La decisione dei Padri Bianchi costituisce una scelta di coscienza coraggiosa. Ogni tipo di scelta comporta un rischio…Se è duro andarsene, ugualmente duro è restare.
Riconoscendo che è difficile il limite tra giustizia sociale e scelte politiche, la nostra azione non si orienta a obiettivi politici, ma con la nostra azione apostolica collochiamo le fondamenta per aiutare il popolo a rendere realizzabile una maggiore emancipazione (dall’ingiustizia, dall’ignoranza, dalla paura, dal sottosviluppo e dall’oppressione). Di fronte all’obiezione che tutto ciò èd impossibile, siamo dell’opinione che si può insistere e tentare ancora, utilizzando prudenza nelle scelte ed intelligenza nell’ azione, costituendo un gruppo unito tra di noi e col Vescovo. Scegliendo, responsabilmente, di restare, siamo coscienti delle incognite che troveremo.”
Un lungo battimani ha accolto la lettura di questa dichiarazione, che è stata subito messa agli atti.

Stamani messa solenne di concelebrazione col padre Bourgeois, nella festa di S.Antonio da Lisboa (come si chiama ufficialmente qui in Mozambico). Alla fine, mentre eravamo in refettorio per la colazione, è arrivato da Vila Junqueiro fr. Mario Spada, che ci ha portato la notizia che ieri il consiglio provinciale dell’Italia settentrionale ha pubblicato le nomine del nuovo consiglio Regionale:
Superiore Regionale: P.Nunzio Leali
1º consigliere P.Ciscasto Elia
2º consigliere P. Zanetti Giuseppe
3º consigliere P.Greselin Elio
4º consigliere P.Madella Maggiorino
Economo e procuratore regionale fr. Ossana Giuseppe

L’inizio del mandato sarà il 31 di luglio di quest’anno.
Benedicili dal cielo!

P.Anonimo s.c.j.



Vila Junqueiro, ottobre 1971

Caro Padre Dehon,
sono venuto a Vila Junqueiro per salutare le nostre nuove comunità, sistemate nelle nuove residenze. Per la festa della Madonna, l’8 settembre scorso, è stata inaugurata ufficialmente la nuova comunità della Scuola di Artes e Ofícios. Il superiore è il P. Francisco Donadoni, mentre il P.Bernardo Salandi è da tutti considerato il padre spirituale, con la sua saggezza e gravità, che gli vengono dall’essere stato consigliere generale fino a pochi anni fa. Il suo arrivo in missione, recentemente, con un’età già matura, a sessant’anni, ha inaugurato un nuovo stile di lavoro missionario, aperto anche a persone nel pieno della maturità e già ricche d’esperienza. Ha sfatato l’idea che, per iniziare il lavoro missionario, bisognava per forza essere giovani per potersi facilmente adattare ad un genere di vita considerato tanto diverso.
La comunità è completata da ben cinque fratelli: fr. Michele Tapparo, fr. Abbondio Riva, fr. Piero Galuppini, fr. Piero Camplani e fr. Mario Spada.
L’Opera ha un aspetto maestoso: di un grande rettangolo i cui lati sono occupati dalla residenza dei padri, dalle sale scolastiche, dall’internato e dalla fabbrica del compensato. È situata su uno dei tanti pendii più o meno ripidi, che caratterizzano la cittadina, ed ha attorno un terreno abbastanza ampio, che permette un certo respiro ed una futura espansione.

L’altra nostra abitazione, più antica, formata da due casette con parecchie dipendenze, è adesso la nuova sede del superiore Regionale, che è il p.Nunzio Leali, ed ospita anche il seminario, che conta 33 studenti ed il cui rettore è il p. Maggiorino Madella. Gli altri membri della comunità sono il p. José Vieira Alves e il fr. Rodrigues da Fonseca Fernando.
La sede è situata all’entrata dell’abitato, di fronte ad una piantagione di tè, con varie costruzioni, sparse su un bellissimo prato verde circondato da grandi eucaliptus. Il luogo unisce i vantaggi di trovarsi in un centro importante ed al tempo stesso d’essere abbastanza isolato per poter goder di silenzio e tranquillità, come si addice alla sede d’un superiore regionale, che deve pensare e ad una trentina di studenti, che devono studiare!

Tuo p.Anonimo s.c.j.




Namarrói, 29 febbraio 1972

Caro Padre Dehon,
il nuovo superiore di Namarrói, padre Emilio Giorgi mi ha invitato a rinfrescarmi per qualche giorno tra i monti di Namarrói, fuori dal gran caldo di Quelimane. Avrei avuto l’occasione di vedere il noviziato appena aperto e di constatare che lo spirito di ospitalità, diventato famoso a Namarrói con il p.Emilio Bertuletti, continuava intatto.
Sono arrivato con la corriera da Mocuba quand’era, ormai, la fine del giorno. Il capolinea è davanti al posto sanitario, all’estremità dell’abitato, ma l’autista, mio vecchio conoscente, ha voluto farmi una cortesia e mi ha scaricato davanti al piazzale della chiesa, situata fra la casa dei padri e quella della Compagnia Missionaria.
Le prime a vedermi sono state le Missionarie , che stavano parlando con un gruppo di donne sedute intorno a loro su stuoie. La Rosanna, la più estroversa di tutte, ha dato un grido in tonalità altissima:” Ehi, c’è padre Anonimo!” ed è corsa a salutarmi.
Subito anche le altre si sono alzate per venire a stringermi la mano e per forzarmi ad entrare e prendere il tè con loro, prima che i padri mi “sequestrassero”.
Stavo per entrare in casa, quando vedo arrivare di corsa il padre Emilio, informato dal grido di Rosanna.
“Ormai padre Anonimo è nostro ospite per il tè. Se vuoi conversare con lui devi entrare anche tu a bere il tè insieme.” disse Ilda, la superiora.
“Un sacrificio molto amabile! Entro senz’altro!”
Chiacchierammo affabilmente un po’, mentre l’Irene concludeva l’incontro con le signore, là fuori.
“Tè del Gurúè! - annunciò la Rosanna – il migliore del mondo.” e posò sul tavolo la teiera fumante.
Finimmo che il sole stava tramontando.
“Il tramonto di Namarrói, il più bello del mondo!” dissi io, sorpreso dal rosso fuoco del cielo. Rimanemmo tutti lì in piedi, in silenzio, a rimirare quel cielo che scivolava lentamente verso il giallo, dietro il crinale immobile dei monti. Che pace e che spettacolo!

Padre Emilio mi presentò ai novizi, sei in tutto, che subito si offrirono per portare la mia valigetta nella casa dei padri.
Mentre mi sistemavo, arrivò, di ritorno da una cappella, il padre João Gadotti, , un vecchio e caro amico.
“Alle 18,30 celebriamo la messa e dopo c’è la cena. Ho invitato anche le missionarie, per festeggiare il tuo arrivo.” mi disse il padre Emilio.

A tavola eravamo in molti: i quattro padri (includendo me), i sei novizi e le tre missionarie. Mi feci raccontare da Zanetti com’era organizzato il noviziato, che risultò essere come quelli di tutto il mondo: vita comunitaria, incontri di formazione, iniziazione alla preghiera, lavoro e studio. Alla domenica visita coi padri alle cappelle della Missione.
Volli fare le congratulazioni al cuciniere per l’eccellente gallina alla cafriale, arrostita sulla brace e ben condita con piri piri piccante. Venne il cuoco, piccolo e di una certa età. “Ah, ma è il signor Mwalo! ci conosciamo già. Come sta?” “Bene, signor padre! Si ricorda quando passò per di qua, due anni fa, insieme a quel padre dottore? Aveva detto che era venuto per scegliere il posto dove fare un ospedale. L’ha poi scelto?” “Sì. - risposi io - Venne anche suo fratello, pochi giorni dopo, ed hanno girato in lungo e in largo tutta la Zambesia, accompagnati dai nostri padri. Alla fine abbiamo deciso, di comune accordo, di farlo a Mugulama, tra Nampevo ed Alto Molócuè” “È pena che sia un po’ lontano, ma l’importante è che si faccia.” “Bene, signor Mwalo – concluse il padre Giorgi – ciò che conta è il bene della gente, anche se lontano da qui.”
Mi fece bene quella riflessione del cuoco, caro padre Dehon. Una persona semplice, ma aperta agli altri.
Ah, dimenticavo: Mwalo vuol dire coltello e mi dispiace, perché mi dimenticai di chiedere al padre Emilio se quello era il suo vero nome o il nome d’arte.

Sono restato qui tre giorni e domani parto col padre Gadotti, che deve andare a parlare col padre Regionale Nunzio Leali. Per andare al Gurúè faremo la strada che passa per Regone, una strada secondaria, che attraversa molti boschi.
Ti saluto nel Signore!

P.Anonimo s.c.j.



Vila Junqueiro, 4 marzo 1972

Caro Padre Dehon,
la strada tra Namarrói e Vila Junqueiro è veramente panoramica. Ci sono molti saliscendi, ma i boschi che si attraversano sono assai belli e poi il profilo delle montagne del Gurúè, azzurrini, visti nel controluce dell’alba, fanno di questo percorso una strada turistica. Qui in Africa ci si alza molto presto, come avrai potuto capire da tanti accenni spuntati qui e là tra le mie lettere. Se poi si deve viaggiare, allora si è ancora più mattinieri, specialmente in quest’epoca dell’anno in cui il caldo è asfissiante.

Già che passo dal Gurúè, ne approfitto per fare i miei auguri formali al Superiore Regionale per le nozze d’argento della Regione del Mozambico. I nostri primi quattro padri arrivarono alla missione di Alto Molócuè il 27 marzo del 1947. Mancano circa tre settimane alla data dell’anniversario e quindi gli auguri sono più che indicati.

Il padre Leali mi ringrazia di cuore, ma mi ricorda che il Consiglio Regionale aveva già annunciato che non ci sarebbero state celebrazioni esteriori per i venticinque anni della nostra presenza in Mozambico. Come si fa a celebrare con esteriorità un anniversario, quando in Mozambico c’è in pratica la guerra? I guerriglieri mantengono una situazione di instabilità e di timore. L’esercito governativo è in piena efficienza ed è molto attivo. La polizia segreta non scherza e molta gente è prelevata dalle case, interrogata, messa in prigione e, secondo voci insistenti, ci sono casi di tortura e di uccisione.
Ciò che più conta, mi dice padre Leali, è che noi, come Dehoniani, facciamo il punto della situazione a livello nostro, interno, e che ci interroghiamo sulla nostra testimonianza del vangelo e sul nostro impegno, aperti a riconoscere errori ed a rivedere la situazione. È un’occasione, insomma per un esame di coscienza.
“Un modo per celebrare le nozze d’oro, però, ce l’ho in mente: al prossimo consiglio regionale presenterò la proposta d’iniziare un’esperienza nuova nell’amministrazione della nostra economia. Ne ho parlato con fr. Ossana , che è d’accordo e con p. Azzola, lui pure favorevole. La chiameremo Cassa Comune. L’idea è semplice: tutti i missionari mettono in comune tutte le entrate e così pure i contributi della Provincia, gli aiuti del governo per le scuole, eccetera. In tal modo si forma un unico fondo, dal quale poi tutti attingeranno, ciascuno secondo ciò di cui avrà bisogno, sia per la vita di tutti i giorni, sia per le opere in via di realizzazione: scuole, cappelle, internati, per i trasporti, per il combustibile, insomma per tutto.
Il Padre Provinciale d’Italia, padre Marcato, mi ha pregato di preparare una relazione sui venticinque anni da pubblicare sul Cor Unum, il nostro bollettino ufficiale della Provincia, per informare tutti i confratelli sul lavoro svolto e sulla situazione del Mozambico. In consiglio abbiamo dato l’incarico al padre Elio Greselin, che ha promesso di consegnarlo prima dell’anniversario del 27 marzo.
Quest’anno poi abbiamo il Capitolo Generale, dove dobbiamo esaminare ed approvare i nuovi testi della Regola di Vita, del Direttorio Generale e della Raccolta Giuridica. Siamo tutti molto impegnati nei preparativi e non è opportuno sovraccaricare i programmi già pieni di attività.”

Il signor Faria, il pilota di Vila Junqueiro, vola domani a Quelimane ed ha un posto vuoto. Mi ha invitato ad approfittarne, se voglio fare presto. Visto che sono in viaggio coi mezzi pubblici, sono stato ben contento di approfittarne!
Come puoi vedere tu stesso, Padre Dehon, la Provvidenza è sempre un passo avanti!

P.Anonimo s.c.j.




Lourenço Marques, fine di luglio 1973

Caro Padre Dehon,
ho ricevuto una lettera da P.Aldo Marchesini dal Portogallo, scritta all’inizio di giugno, in cui mi informava che la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Tropicale di Lisbona, che lui frequentava, aveva trovato i fondi necessari per offrire ai finalisti un viaggio di una settimana in Mozambico e di una in Angola. Sarebbe stato bello vederci, se avessi avuto l’occasione di trovarmi lì nella seconda metà di luglio. Feci vedere la lettera al padre Ciscato, che faceva le veci del Superiore Regionale, impegnato a Roma nel Capitolo generale. Subito mi incaricò di andarlo a salutare e di informarlo dettagliatamente della situazione difficile della guerriglia in Mozambico. Avrei poi dovuto informarmi per sapere a che punto era della sua preparazione per venire definitivamente in Mozambico.

I finalisti erano una quindicina di giovani dottori e dottoresse, accompagnati da un docente che aveva il compito di far loro conoscere l’organizzazione della sanità nei due territori ultramarini.
La sera stessa del suo arrivo il p. Marchesini mi telefonò, per combinare il modo di vedersi. Il gruppetto di cui faceva parte era alloggiato all’Hotel Tivoli nella “baixa” di Lourenço Marques, grosso modo nei pressi della cattedrale. Il loro programma era molto stretto, con visite di mattina e di pomeriggio a vari servizi della Sanità della capitale e dintorni. Tuttavia il sabato prevedeva il pomeriggio libero, mentre la domenica avevano una scampagnata fino Ponta do Ouro, il punto più a sud del Mozambico, una spiaggia famosa, sull’Oceano Indiano. Era anche il punto più meridionale dell’impero portoghese, sparso in tutto il mondo, secondo l’espressione in voga in questi tempi di esasperato nazionalismo. Si è soliti dire “Do Minho até Ponta do Ouro”, cioè dal Minho, la provincia più a nord del Portogallo, fino alla Punta di Oro, il punto più a sud del Mozambico, che è il più a sud di tutti i territori portoghesi.

Il p. Aldo arrivò verso le quattro e si trattenne appena due orette, perché all’hotel avevano la cena con autorità del Ministero della sanità e non poteva mancare. Eravamo tutti in casa ad aspettarlo, P.Toller, P.Manuel Gouveia, Fr. Fernando ed io. Si parlò molto della situazione tesa della guerriglia qui in Mozambico. Fu interessante ciò che il padre raccontò riguardo alla diga di Cahora Bassa nella provincia di Tete, in fase di costruzione già avanzata, nonostante la guerriglia imperversasse nei dintorni per ostacolarla in tutti i modi. Vari suoi colleghi portoghesi avevano espresso il desiderio di visitarla, ed era parso che il Governatore Generale del Mozambico fosse abbastanza favorevole, forse per le ripercussioni di prestigio che il governo avrebbe avuto, portando là in visita turistica quindici medici specializzandi in Medicina Tropicale, arrivati dalla Metropoli e là di ritorno dopo pochi giorni. Sarebbe stata una prova dell’assoluto dominio della situazione da parte dell’esercito portoghese. Uscirono dal Governatore con una mezza promessa, ma alla sera del giorno dopo era stata comunicata loro la decisione di non andare, perché quel viaggio avrebbe rubato un giorno intero ed il programma sarebbe stato compromesso.
Ci guardammo tutti negli occhi, in silenzio.

Fui io a entrare nel discorso sulle previsioni relative al suo ritorno definitivo in Mozambico.
Ci disse che il corso era appena terminato, con gli esami che, grazie a Dio, erano andati bene.Aveva intenzione di aspettare in Portogallo il rilascio del Diploma, per poterselo portare dietro con se, senza pericoli di ritardi o di smarrimenti. Dopo di ciò era pronto per partire subito. Però c’erano molti ostacoli a livello del ministero dell’Ultramar. A Lisbona aveva conosciuto vari padri e suore che stavano studiando la lingua portoghese, in attesa del visto d’entrata e questo non arrivava mai. Si sapeva che la situazione con la chiesa cattolica era molto tesa, per via della sua posizione di sostegno all’Indipendenza dei territori ultramarini. Il padre, e tutti gli altri, avevano dovuto firmare un documento in cui si impegnavano a non svolgere nessuna attività politica, una volta entrati in Mozambico e negli altri territori in cui c’era la guerriglia. Ma, anche così le cose non andavano avanti. Dei nostri erano ancora fermi a Lisbona i padri FrancescoBellini, Francesco Temporin, Domenico Liuzzi ed il fratel Giuseppe Meoni.
Fu così che ci salutammo con l’augurio di rivederci presto. Il quando lo affidavamo alla divina provvidenza!

Quanto a me, caro Padre Dehon, mi trattengo qualche giorno in più per aspettare il padre Leali di ritorno dal Capitolo Generale, conclusosi a Roma il 7 di questo mese. Siamo tutti molto ansiosi di notizie dettagliate sul Capitolo, perché è destinato a restare nella storia. Ha infatti approvato i testi definitivi delle Costituzioni, riviste e aggiornate tenendo presenti le luci e le direttive emerse nel Concilio Vaticano secondo. Sono accompagnate dal Direttorio Generale, che applica alla vita concreta i principi inspiratori della nostra spiritualità e del nostro carisma in essa contenuti. Inoltre è stato redatto un volume in cui ci sono tutte le norme giuridiche per il governo della congregazione.
Abbiamo ricevuto informazioni dirette da Roma, dove il padre Dall’Osto faceva il cronista per i confratelli di lingua italiana, ma le poste sono molto lente e le ultime notizie sono ancora per strada.
Padre Leali potrà metterci al corrente di molte cose, compreso il Capitolo informale, quello che si svolge nei corridoi, a tavola, nelle conversazioni tra gruppi linguistici e che poi genera le decisioni ufficiali delle assemblee capitolari, che restano scritte e fanno legge. Sono molto più vive, però, se si conoscono anche i retroscena!

Ti saluto dalla Capitale!

P.Anonimo s.c.j.




Namarrói, 29 settembre 1973

Caro Padre Dehon,
mi sono accodato alla comitiva di confratelli venuti a Namarrói per partecipare alla professione perpetua di fratel Piero Camplani, venuto in Mozambico ancora con i voti temporanei. È arrivato dalla sua missione di Mualama 10 giorni fa, per prepararsi con un corso di esercizi spirituali a questo grande avvenimento, che è l’equivalente del matrimonio per chi si sposa: è la scelta definitiva di vivere unicamente per il Signore. Fratel Piero è semplice e di poche parole, ma è stato contento di vederci arrivare in parecchi alla sua consacrazione definitiva L’abbiamo celebrata nella chiesa della Missione, piena di tantissima gente, venuta da molte cappelle. Questi avvenimenti meritano un particolare rilievo nella Chiesa nascente, perché sono realtà ancora molto poco conosciute. Affinché possano essere capite ed assimilate è necessario che la gente veda, assista, partecipi e si interroghi.
La messa solenne è finita verso le undici, seguita dai “salmi”, danze in circolo, in cui si ripete un ritornello un numero di volte senza fine, accompagnati dai tamburi, che, con il loro ritmo, segnano i battiti dei piedi sulla terra. Sono soprattutto queste danze corali che contribuiscono a dare il clima di festa e a farlo scendere fin dentro il cuore.
Alla fine di tutto, pranzo all’aperto per gli invitati ed i rappresentanti delle cappelle. Poi ancora canti, danze, declamazione di poesie e presentazione di regali.

Ti saluto da Namarrói in festa.
P.Anonimo s.c.j.



Vila Junqueiro, 31 dicembre 1973

Caro Padre Dehon,
il padre Luigi Pigozzi, Superiore Provinciale, in visita in Mozambico da quasi un mese, ha voluto passare tre o quattro giorni di silenzio e di riflessione qui in casa regionale, prima dell’assemblea d’inizio dell’anno su a Milevane.
Ne ho approfittato per fargli una specie di intervista a nome tuo.
Comincia raccontandomi che la data di partenza era rimasta aperta a lungo, per l’incertezza di ottenere il visto d’ingresso. Alla fine, quando è arrivato, in quattro e quattr’otto ha sistemato tutto ed è partito. La data, scelta dalla Provvidenza, era di buon auspicio: 3 dicembre, festa di S. Francesco Saverio, patrono delle Missioni. Un segno di speranza per l’annuncio del vangelo in Mozambico! Ha comunicato subito anche in Zaíre, dove si doveva fermare per una visita ufficiale nel viaggio di ritorno. A Milano aveva incontrato il padre Marchesini, in partenza per Roma, dove si doveva imbarcare per andare ad aspettare il visto in Uganda, all’ospedale della diocesi di Lira, nella missione di Aber. Il vescovo di là, mons. Asili gli aveva scritto,chiedendo se il nostro confratello poteva lavorare nel suo ospedale, rimasto senza dottori, mentre aspettava il visto. Il Consiglio Provinciale l’aveva ritenuto un servizio utile, che meritava d’essere incoraggiato ed il nostro padre Marchesini ne era stato felicissimo. Nel frattempo avrebbe potuto affilare le armi per lavorare più a suo agio in Mozambico.

Passa poi a raccontarmi dell’ordinazione sacerdotale di padre Tomé Makhweliha nella chiesa di Invinha l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, titolare della Missione. È stata per lui una data storica epocale, perché è il primo confratello Mozambicano, formato nelle nostre file, che accede al sacerdozio. Il padre Luís Vasco, invece, era già sacerdote quando entrò al noviziato.
La festa dell’ordinazione, con la solennità che gli africani sanno dare alle cose importanti, lo ha riempito di ammirazione. Rivive, parlando con me, i momenti salienti e li sottolinea con compiacenza. Padre Tomé, in fondo, è un po’ anche figlio suo, visto che appartiene alla sua giurisdizione provinciale!

Un secondo avvenimento lo ha toccato profondamente, per il suo significato storico ed ecclesiale: la professione perpetua di Fr. Namarripa Miguel Boaventura, pochi giorni fa al Gurúè. È il nostro primo fratello mozambicano che si consacra definitivamente al Signore.
Questo dicembre che chiude il ’73 è stato memorabile sotto ogni punto di vista.

C’è poi un terzo avvenimento che gli sta molto a cuore e che a suo parere non è meno significativo degli altri due: la nascita e la progressiva affermazione della nuova pastorale di chiesa locale. Si cerca di formare piccole comunità cristiane, in certo modo autonome, che esprimano, a partire dai loro stessi membri, i vari ministeri che fanno vivere la comunità: gli anziani, che guidano la comunità, gli incaricati della Parola, che guidano l’assemblea nella liturgia domenicale, gli incaricati dell’Eucaristia, che si responsabilizzano perché non manchi mai la presenza eucaristica nella cappella: andandola a prendere alla Missione, conservandola dignitosamente e distribuendola nelle celebrazioni liturgiche della parola alla domenica e portandola in casa ai malati e ai moribondi. E poi gli incaricati della catechesi, delle vocazioni, della famiglia, dei funerali, della caritas, dei fidanzati e delle coppie giovani, dell’economia, del canto, della liturgia e così via.Questa nuova pastorale, che mira a creare cristiani adulti e responsabili ed a vivere molto più basati sulla fede che sui sacramenti, sarà destinata a sostituire la tradizionale formula di gestire le comunità locali attraverso i catechisti, persone indubbiamente preparate e molte volte di vita santa, che incentrano nella loro persona tutti i servizi e tutta l’autorità. Ma dopo il Concilio questa maniera piramidale di governare la comunità dei fedeli appare superata, sostituita dalla chiesa ministeriale, dove lo spirito di Cristo risorto riposa su tutti e dona carismi e ministeri di servizio a tutti, a ciascuno secondo la benevolenza di Dio.
Certo, la figura del catechista tradizionale sarà destinata a sparire ed il suo servizio dovrà cessar di essere remunerato. Ciò porterà inevitabilmente molte polemiche, ma la storia e lo spirito del Concilio vanno per questa strada.

Tra poco ci sarà l’assemblea e mi hanno detto che è ormai tradizione, col p.Regionale attuale, p. Leali, d’invitare alcuni rappresentanti di altri istituti, sia maschili che femminili. Sono invitati Cappuccini di Bari e di Trento, i fratelli Maristi, qualche sacerdote diocesano portoghese, le suore dell’amor de Deus, le Vittoriane, quelle del S.Coração de Maria, le Franciscanas Hospitaleiras, della diocesi di Quelimane. Da quella di Nampula, colla quale siete strettamente in contatto, ho saputo che vengono di solito i comboniani e le comboniane, mentre dal Niassa vengono le suore della Consolata. L’allargamento della vostra assemblea è un fatto molto positivo: oltre ad approfondire una familiarità che dura da diversi anni, con le altre congregazioni vicine ed amiche, la diversità dei partecipanti vi allarga la visione delle cose ed apre molte idee.

Non c’è che dire: il padre Pigozzi ha avuto la fortuna di visitare questa chiesa e la nostra missione in un momento storico privilegiato e di saperla vedere con occhi aperti a “ciò che lo Spirito vuol dire alla chiesa”!

Buon anno Padre Dehon! Il 1974 porterà forse l’inizio d’una nuova era!

P.Anonimo s..c.j.





Mozambico, 26 aprile 1974


Caro Padre Dehon,
ho messo come luogo da cui ti scrivo, non la missione in cui mi trovo, ma Mozambico, senza nessun’altra determinazione, perché, mai come oggi, il Mozambico è una cosa sola ed unica: un popolo coll’orecchio attaccato alla radio per sentire nuovi particolari della grande notizia: ieri sera a Lisbona colpo di stato e fine della dittatura. Il governo al potere è stato defenestrato, il parlamento occupato ed un gruppo di militari si è insediato. Nessun colpo è stato sparato, nessuno è morto. La gioia ha riempito i cuori in Portogallo e la gente danza per le strade e nelle piazze. Qui in Mozambico siamo ancora increduli. La speranza comincia a galoppare. La guerra è ormai finita e senza più significato. La gente anche qui danza…

Col cuore in gola per la gioia ti saluto.

P.Anonimo s.c.j.
Vila Junqueiro, agosto 1974

Caro Padre Dehon,
son venuto a trovare qui, nella sua sede, il nuovo superiore Regionale, P.Ezio Toller.
È entrato in carica il 1º luglio coi suoi consiglieri P.Bernardo Salandi, P. Maggiorino Madella, P.Tomé Makhweliha e P. Renato Comastri, mentre l’economo regionale è sempre Fr. Giuseppe Ossana.
Parliamo come prima cosa della situazione politica, come si fa dappertutto. A Lusaka sono in corso le conversazioni tra il Portogallo e la Frelimo, il movimento che combatteva per l’indipendenza. Oltre che alla pace, si discute sulle modalità dell’Indipendenza e sulla sua data. Il colpo di Stato è stato una conseguenza d’un malessere nazionale che era diventato insopportabile: la guerra in corso in tutti i territori ultramarini tranne Macau in Cina, esigeva da tutte le famiglie un contributo altissimo: i figli maschi dovevano fare 4 anni di servizio militare, di cui due sul fronte della guerra. Molti i feriti, molti i morti. Non c’era in pratica nessuno che non avesse per lo meno un familiare o sotto le armi, o ferito. o morto. È stato subito chiaro, fin dai primi giorni, che la giunta militare voleva cominciare le trattative per dare l’indipendenza immediata a tutti i territori ultramarini. Le conversazioni per il Mozambico si svolgono nella capitale della Zambia.

Il secondo argomento è quello che fa soffrire un po’ tutti: la decisione del Vescovo e del Consiglio presbiterale di unificare i due catechistati nella sede di Coalane. Non se ne capisce il motivo. E quello di Nauela, costato tanto sudore e tanto impegno umano, perché semplicemente chiuderlo? Che male ci sarebbe a mantenere le due opere? Ci sono state conversazioni col Vescovo, ma l’unico accordo che si è concluso è che il processo di fusione potrà, sì, avvenire gradualmente, ma dovrà completarsi per il 1975.
Si fa avanti, a questo punto, in congregazione, l’ipotesi di trasferire il seminario di Milevane a Nauela. La cosa è in studio.
Il terzo argomento è l’arrivo dei nuovi missionari P. Bellini, P. Liuzzi, P.Temporin, P.Marchesini e Fr. Meoni che erano fermi a Lisbona. Alcuni sono già in Mozambico ed altri sono in arrivo. Questi rinforzi non possono che rallegrare il cuore di tutti e dare nuove speranze, che si vanno ad accrescere alla gioia per la fine della guerra.

P.Anonimo s.c.j.



Milevane, ottobre 1974

Caro Padre Dehon,
sono entrato nella lista dei partecipanti al primo mese di formazione permanente per tutto il personale missionario della diocesi. Dopo il golpe di aprile e con la fine della guerra, i germi di rinnovamento della pastorale, spuntati dal Concilio, hanno trovato libertà ed entusiasmo. Si fa sempre più chiaro che la chiesa deve essere fondata principalmente sull’annuncio della Parola più che sulla celebrazione dei sacramenti. La struttura della chiesa come istituzione, piramidale e gerarchica sta lasciando il posto ad una chiesa intesa come famiglia, come popolo di Dio radunato dalla fede per essere il corpo di Cristo in cammino verso il Padre nella forza dello Spirito Santo. La conseguenza pratica più evidente, nella missione, è che le piccole comunità locali stanno diventando sempre più comunità ministeriali, in cui i diversi servizi che assicurano la vita della comunità come tale sono affidati a persone differenti e numerose. Tutti si sentono partecipi del bene e della vita della comunità.
Il vescovo ha costituito un segretariato diocesano di pastorale con a capo il padre Ciscato. Si stanno elaborando molti testi, come un nuovo catechismo, basato molto di più sulla lettura ed annuncio della Parola di Dio, un nuovo libro di preghiere da recitarsi nelle famiglie e nella comunità, e poi libretti con la catechesi sui vari ministeri, libri di canto e così via. La cosa più importante di tutte, però, è la traduzione in lingua locale dell’ordinario della messa e del lezionario festivo, in modo che la celebrazione dell’eucaristia e la celebrazione della liturgia domenicale della Parola, che le comunità fanno quando non c’è il sacerdote, si possano svolgere in lingua locale. È la grande rinnovazione liturgica portata dal concilio.

S’è sentito urgente il bisogno di fare una sosta e di riunirsi per offrire a tutti un’esposizione sistematica della nuova ecclesiologia conciliare, oltre che per approfondire lo spirito di collaborazione ed approfittare per conoscersi meglio ed essere più uniti.
I corsi di Milevane sono stati creati per questo. Il vescovo ha raccomandato perché tutti quanti partecipino, in gruppi di una trentina di persone, sia padri che suore, fratelli e membri degli istituti secolari. Sono già pronte le liste per diversi mesi.

Le giornate si svolgono in regime di vita comunitaria, con l’orazione liturgica, messa lodi e vespri in comune, incontri di studio, lavori di gruppo, refezioni insieme e poi, dopo cena, frequenti serate di giochi, canti en intrattenimenti vari.
Un gruppetto è incaricato di sentire la radio e di dare poi, in pubblico, le informazioni essenziali.
Milevane è una località in mezzo ai monti, un po’ isolata, per cui c’è bisogno di tenersi in stretto contatto col resto del mondo, specialmente dopo i disordini con parecchi morti, accaduti a Maputo, nei giorni seguenti agli accordi di pace di Lusaka del 7 settembre. Essi fissavano la data dell’indipendenza per il 25 di giugno del prossimo anno e determinavano un periodo di transizione, a governo misto, per preparare il passaggio dei poteri nel migliore dei modi.

Questi giorni sono molto belli, Padre Dehon, e mi ricordano i tempi felici del noviziato e degli studi in seminario, caratterizzati da una vita comunitaria molto intensa e vivace.

Ti saluto contento.

P.Anonimo s.c.j.



Namacurra, 3 dicembre 1974

Caro padre Dehon,
ero in viaggio da Alto Molócuè a Quelimane e, passando da Namacurra m’è venuta voglia di entrare nella missione, per salutare i padri cappuccini, miei cari vecchi amici e bere con loro un bicchier d’acqua fresco e mangiare uno di quei loro magnifici manghi senza fili nella polpa.
Ho trovato il p. Emilio ed il p. Memo. Sono stati ben contenti di vedermi e, appena entrato e seduto a tavola, mi hanno informato che era loro ospite quel padre dottore, appena arrivato, che aveva chiesto di fare gli esercizi spirituali da solo, nella loro missione, prima di cominciare a lavorare.
Anche se gli esercizi si fanno tradizionalmente in silenzio e senza distrazioni, qui in Africa si fa un’eccezione, quando c’è un’occasione per riabbracciare una persona cara che non si vede da più d’un anno. P. Memo andò in chiesa a chiamarlo ed il padre Marchesini arrivò subito. Era sudato fradicio per il caldo torrido di quest’epoca dell’anno. Doveva essere un po’ dura per lui, appena arrivato dall’inverno dell’Italia. L’ultima volta ci eravamo visti a Lourenço Marques nel luglio dello scorso anno.
Mi raccontò che la notizia del golpe l’aveva sorpreso nell’ospedale di Aber in Uganda. Quella sera stessa del 25 aprile, il p. Molinari, missionario comboniano ultra ottuagenario, partito per l’Africa nel 1912, e che gli si era fatto molto amico, era andato apposta in ospedale per dargli l’annunzio che a Lisbona c’era stato un colpo di Stato. Il visto però era arrivato solo in luglio. Quando esso arrivò, andò a Kalongo a salutare il p. Ambrosoli, e poi, dopo aver ringraziato il vescovo di Lira, per l’accoglienza tanto cordiale, salutò tutti e partì. Ad Aber erano già arrivati altri medici, per cui più nulla lo tratteneva ancora in Uganda.

Appena arrivato a Quelimane, d’accordo col vescovo mons. Francisco, era andato a presentarsi al Governatore della Zambesia, che era già un rappresentante del Frelimo, il comandante Gruveta. Questi gli aveva annunciato che il progetto di costruire un ospedale della diocesi a Mugulama, non si sarebbe potuto realizzare, perché il nuovo governo voleva subito nazionalizzare la sanità e le scuole. Tuttavia sarebbe stato il benvenuto, se avesse voluto lavorare negli ospedali dello stato. Il vescovo ed il superiore regionale avevano subito concordato e, appena finiti gli esercizi, avrebbe firmato il contratto col governo di transizione.
Era ormai già scesa la notte ed i padri cappuccini mi forzarono a trattenermi per dormire da loro, per rendere completa la presenza dehoniana nella loro missione. Era una buona occasione per festeggiare insieme il nostro comune patrono delle missioni, S.Francesco Saverio!

Allora, buona festa anche a te, Padre Dehon!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, marzo 1975

Caro Padre Dehon,
sono passati i primi sei mesi del governo di transizione e l’aria di novità che si respira è più che evidente. Nonostante il potere ufficiale ultimo sia ancora nelle mani del Portogallo, il nuovo vento di indipendenza comincia già a gonfiare le vele della società. In tutti i luoghi abitati sono stati costituiti i Gruppi Dinamizzatori, con a capo un Segretario. Lo scopo principale è quello di “coscientizzare” le persone, insegnando loro che il potere sta passando nelle mani del popolo e che di tutto si deve discutere per arrivare a tracciare piani di azione. La trasmissione delle idee avviene soprattutto attraverso i comizi, in cui tutta la popolazione è invitata ed in cui si susseguono parecchi oratori. L’inizio e la fine di ogni intervento sono sottolineati da grida di frasi, accompagnate dal braccio alzato e dal pugno chiuso. La prima è sempre “Viva il Frelimo!”, gridato dall’oratore. Tutta la folla risponde in coro “Viva!”. Molto spesso lo si ripete per tre volte di fila: “Viva il Frelimo!” “Viva!”, “Viva il Frelimo!” “Viva!”, “Viva il Frelimo!” “Viva!”.
Seguono poi evviva in relazione al tema trattato. Per esempio:
“Viva l’alfabetizzazione degli adulti! “Viva!”.
“Viva la Sanità al servizio del popolo!” “Viva!” .
“Viva il lavoro collettivo!” “Viva!”.
“Viva l’Organizzazione della Donna Mozambicana!” “Viva!” .
Si passa poi, subito dopo, alla serie degli “Abbasso”, che servono per dare rinforzo negativo alle esortazioni appena proclamate.
“Abbasso l’analfabetismo!” “Abbasso!”.
“Abbasso lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo!” “Abbasso!”.
“Abbasso l’alcoolismo!” “Abbasso!”.

Tra un intervento e l’altro si cantano in coro bellissimi canti rivoluzionari, resi celebri da chi ha partecipato alla Lotta Armata. Canti nelle diverse lingue nazionali, Makonde, Makwúa, Chuabo, Changana, Bitonga, Sena, Ronga, Chichewa e così via.

Quando prende la parola l’ultimo oratore, alla fine dei Viva e degli Abbasso, c’è l’ultimo grido, che è come il botto finale, che mette fine ai fuochi d’artificio:
“Indipendenza o morte!” “Vinceremo!”.
“La lotta continua!” “Continua!”
“Grazie!” e giù applausi, prima confusi e poi ritmati all’unisono, fino all’esaurimento.

I comizi sono frequentissimi, accompagnati, nelle varie sedi, da riunioni di gruppo, riunioni di lavoro, detti “consigli di base”, ogni settimana e a volte interminabili.
È, tutto ciò, una grande novità, che contribuisce a dare la carica, perché, dopo decenni di inchini , di scappellate e di “Sissignore!” tutti cominciano a sentirsi partecipi e corresponsabili della conduzione e dei destini della collettività.

Una novità tra le più efficaci è quella del lavoro collettivo finalizzato ad un bene pubblico. Ci sono qui a Quelimane, per esempio, strade sterrate che passano tra le capanne, collegando tra loro quartieri fatti case di cemento e di strade asfaltate. Cemento e terra, case e capanne si intersecano fin dentro al cuore della città. Ora, molte di queste strade sono piene di buche e senza un sistema di canalette per far scolare l’acqua della pioggia. Il gruppo dinamizzatore di un quartiere ne prende coscienza e comincia un’opera di “dinamizzazione del popolo”, che mira a far capire che quella strada è loro e che, se rimane piena di pozze, chi ne soffre sono gli abitanti della zona. Al tempo stesso comincia a farsi strada l’idea che se si unisse la collaborazione di tutti, in poco tempo la strada sarebbe messa a posto. Il processo culmina in una mobilizzazione generale: tutti siano presenti, zappa e badili in spalla, per le sette del mattino del sabato seguente! Tutti praticamente ci vanno, anche perché la pressione morale della collettività farebbe sentire d’essere un traditore, a chi non partecipasse. L’erbaccia è scalzata colle sue radici a colpi di zappa e si scavano le vallette. La terra di riporto è usata per riempire le buche, le gobbe del terreno sono eliminate e gli avvallamenti riempiti. Quando al lavoro sono parecchie decine di persone e l’entusiasmo è mantenuto vivo da canti corali e da grida di evviva e di abbasso, in poco tempo i risultati dei miglioramenti saltano agli occhi di tutti. Non c’è niente che generi soddisfazione ed entusiasmo come il successo rapido in un’impresa, che sia a beneficio di tutti. L’autostima ed un sentimento nuovo, mai finora sperimentato, che io definirei come autocoscienza della propria sovranità, poco a poco stanno penetrando nell’animo della gente. Un popolo intero sta prendendo forma e consistenza!

Contemporaneamente però, mi rendo conto che tra le file dei portoghesi si sta facendo strada la consapevolezza che il Mozambico sta cessando per sempre d’essere Portogallo e che loro si troveranno ad essere stranieri dove, da sempre, a memoria loro, sono stati i padroni. I più grossi imprenditori ed investitori sono stati i primi a capire la situazione e si sono affrettati a portare fuori di qui i loro beni ed i loro capitali, fintanto che è possibile e senza quasi nessun controllo. Resta incerta invece la fascia sociale media e bassa, che continua a sperare, facendo leva sulle scritte di amicizia e di tolleranza che appaiono sui muri delle case e su striscioni tesi attraverso le strade delle città, come:
“Tutti fratelli, mano nella mano”,
“Valorizziamo ciò che ci unisce”,
“Dimentichiamo il passato”,
“Pace e tolleranza”,
“Insieme per un Mozambico libero”.
Queste, che rimangono incerte, sono famiglie che hanno tutti i loro beni qui. Sono venute nell’oltremare per cercare una soluzione migliore alla loro situazione di difficoltà e povertà nella “metropoli”. Che prospettive li aspetterebbero se tornassero in Portogallo? È meglio aspettare e vedere se la situazione si manterrà pacifica e con possibilità di sviluppo per tutti, anche per loro.

Questa miscela di entusiasmo, timore, incertezza e speranza caratterizza la società di questo paese in quest’era di transizione. Fra tre mesi sarà proclamata l’indipendenza e le cose si chiariranno senz’altro. Una parte degli interrogativi sospesi nell’aria dipende dal fatto che il grande capo, il presidente del Frelimo, Samora Moisés Machel, finora, non ha messo piede nel paese. Aspetta fuori, in una base della Tanzania. Il suo rappresentante ufficiale qui, col quale le autorità portoghesi si relazionano e che detiene la metà del potere nel governo di transizione è il suo luogotenente, un giovane di poco più trent’anni, molto moderato e diplomatico: Joaquim Alberto Chissano. Per ora non ci sono motivi di allarme, tuttavia non esistono garanzie di nessun tipo: il futuro arbitro della situazione non è ancora sceso in campo!

Per ora è tutto. Un caro saluto.
P.Anonimo s.c.j.

Nauela, 12 agosto 1975

Caro Padre Dehon,
ciò che mi ha fatto decidere a prendere la penna in mano è stata la data di oggi: cinquant’anni fa ritornavi alla casa del Padre, lasciando questa terra a Bruxelles, il 12 agosto del 1925. Penso che in paradiso farai festa e attorno a te si stringeranno i nostri confratelli che hanno già finito la loro missione sulla terra ed hanno lasciato questo mondo. Lascia che ti presenti, dal Mozambico, gli auguri a nome di tutti!
Avrei dovuto scriverti una ventina di giorni fa, per informarti subito, data l’importanza storica dell’avvenimento, ma ti dico sinceramente, me ne sono mancate le forze.

Il 24 luglio era un giovedì, ed il presidente Samora aveva convocato allo stadio della Machava un grande comizio, che sarebbe stato trasmesso per radio, in diretta in tutta la nazione. Per l’occasione era stata proclamata, come si dice qui, la “tolleranza di punto”, cioè la dispensa dal lavoro. Niente era trapelato in antecedenza sul contenuto del comizio. Ti puoi ben immaginare che grande attesa c’era per l’oggetto del discorso alla nazione. Il discorso è durato alcune ore, il tono duro e deciso ed il contenuto essenziale è stato quello dell’annuncio della nazionalizzazione dell’insegnamento e della sanità. Tutte le scuole, i convitti, i collegi, gli ospedali, i dispensari e centri sanitari, appartenenti alla chiesa e a qualunque altra eventuale entità, diventavano da subito, a tutti gli effetti, proprietà dello stato, senza alcuna forma di indennizzo. Mentre il presidente parlava, gruppi di soldati armati si erano schierati davanti agli ingressi di tutti gli edifici interessati dalla decisione e ne piantonavano l’accesso, segno evidente dell’avvenuto passaggio di proprietà. Questo avveniva in ogni punto del paese.

Fin qui le cose erano state abbastanza previste, basti ricordare ciò che il governatore Gruveta aveva detto al p. Marchesini, quando era andato a presentarsi appena arrivato in Mozambico. La cosa che invece nessuno s’aspettava è stata l’arroganza e la cattiveria con cui molte commissioni di nazionalizzazione hanno proceduto, per fare gli inventari di tutti i beni che si trovavano nei vari edifici al momento del discorso del Presidente. Certamente ha influenzato il modo di parlare del presidente Samora nei confronti della chiesa in Mozambico, sempre duro e intransigente, considerandola schierata in una posizione da nemica.
Tutto ciò che esisteva negli edifici è stato inventariato, senza alcun rispetto della privacità, anche i beni più evidentemente personali, come l’asciugamano nel bagno, la saponetta, le lamette da barba, i calzini, i lenzuoli che erano nel letto. Tutto inventariato, tutto contato, tutto dichiarato di proprietà provvisoria dello stato fino a presentazione di richiesta formale di devoluzione come bene di uso privato, personale. In alcuni casi la commissione d’inventario è arrivata in piena notte, facendo alzare dal letto le persone.

I sopralluoghi sono ancora in corso, perché ci vuole tempo affinché le commissioni possano fare il giro delle istituzioni presenti nel territorio della propria giurisdizione. Qui a Nauela sono rimasti vari giorni, data l’estensione della missione e la presenza delle scuole, degli internati maschili e femminili, del catechistato e del dispensario. I mezzi di trasporto e gli edifici usati come residenze dei padri e delle suore sono oggetto di discussione. La posizione del governo è che, se erano in uso al servizio dell’insegnamento o della sanità, devono passare anch’essi in solido allo stato.

L’ambiente, qui in missione, è un po’ in tono minore, come ti puoi ben immaginare, specialmente da parte delle suore, che si sono sentite un po’ violate e in certo modo oltraggiate nella loro consacrazione a Dio per la violazione della zona di clausura, che esiste in tutte le case religiose femminili, anche se non appartengono agli ordini contemplativi con clausura solenne.

Ed ora ti saluto nel Signore, che più che mai si rivela essere la nostra unica certezza. E questo, penso, è un bene non indifferente che ci viene attraverso la nazionalizzazione. Un frutto non sperato, nato sull’albero di quest’anno santo 1975, anno santo passato un po’ in seconda linea per forza degli avvenimenti della storia.

P.Anonimo s.c.j.





Quelimane, 20 ottobre 1975
Caro Padre Dehon,
ti scrivo con un po’ di preoccupazione. Questo pomeriggio il governatore ha convocato una riunione d’urgenza con alcuni padri. Siamo andati p.Toller, P.Madella ed io per i dehoniani. C’erano anche due o tre cappuccini. Ci siamo seduti di fronte al governatore, circondato dai consiglieri cubani e della Germania dell’Est. Dopo di noi sono entrati dei soldati che imbracciavano fucili a ripetizione e si sono schierati alle nostre spalle. Il governatore è stato molto breve:
“Vi ho convocati per comunicarvi che a partire da oggi i seminari sono chiusi e tutti i seminaristi devono frequentare le scuole dello stato. Gli edifici dei seminari sono nazionalizzati e passano ad essere proprietà dello stato. I seminari sono costruzioni solide e grandi e saranno molto utili. Quello di Milevane poi è particolarmente ben fatto ed in una posizione panoramica. Anche la Scuola di Artes e Ofícios è molto ben fatta, ampia e solida.”

Un silenzio imbarazzato seguì all’annuncio, ma dopo poco più di un attimo il p.Toller chiese la parola:
“Signor Governatore, è stata presa la decisione di chiudere i seminari ed io non entro in merito alla questione. Vorrei però far notare che Vostra Eccellenza ha avuto bisogno di questo palazzo e di questa sala per riunirci e per comunicarci queste notizie. Se non avesse avuto un luogo adatto ci avrebbe riuniti nel giardino e fatti sedere su dei sassi, per poterci parlare. Tutta la gente si sarebbe girata per lo stupore a vedere una cosa del genere. Ora, noi dehoniani abbiamo bisogno pure noi di mantenere una sede per poterci riunire e discutere.
Lei ha lodato le costruzioni di Milevane e del Gurúè. Esse sono state costruite da noi missionari.
Chiedo perciò che il seminario del Gurúè rimanga di nostra proprietà. Finisce come seminario, e va bene, ma rimane casa di riunioni per noi dehoniani.”
Seguì un secondo silenzio, ancora più pesante del primo. I cubani ed i tedeschi si guardavano l’un l’altro, increduli di aver udito un’esposizione così audace. Il governatore pensò un momento, poi disse:
“Questa questione si vedrà in altro momento. La riunione è finita!”.

Scendendo le scale, i cubani ed i tedeschi si avvicinarono a Toller a chiedergli come avesse osato tanto.
Arrivammo a casa in parte contenti perché la cosa era stata detta, ed in parte preoccupati perché non si sapeva quali sarebbero state le reazioni. Nella spirito della rivoluzione è chiaro che la legge non può vincolare il comportamento di chi ha il potere. Il bene rivoluzionario viene prima della legge.
A tavola se n’è parlato a lungo, e, per quanto improbabile, la possibilità di una reazione pesante non è da escludere. Per questo ti scrivo preoccupato.
Tutti i giorni ci sono novità, in quest’anno!

P.Anonimo s.c.j.

Quelimane, 1º novembre 1975
Caro Padre Dehon,
oggi il P.Toller ha incontrato per strada il direttore provinciale dell’Educazione, che gli ha detto:
“Allora, per Gurúè, tutto bene! Resta vostro.”
“Che bella notizia! Ma ora ci vuole nero su bianco.”
“Il Frelimo non dà scartoffie!”. E se n’è andato.
Come ti dicevo, la rivoluzione è al di sopra della norma! Questa volta è al di sopra per il verso giusto!

Un caro e frettoloso saluto.
P.Anonimo s.c.j.




Mocuba, 9 dicembre 1975

Caro Padre Dehon,
col passare dei mesi si sta facendo sempre più chiara la linea rivoluzionaria del Frelimo, ispirata chiaramente alla visione marxista leninista della storia e della società.
Anche la posizione di fronte alla religione, ad ogni forma di religione, si sta facendo sempre più dura. Essa è liquidata sotto l’etichetta di “oscurantismo”. Nelle scuole si comincia ad insegnare l’ateismo ed i valori della tradizione culturale popolare, chiaramente ispirati ad una visione del mondo basata sulla concezione di un Dio unico, anche se non chiaramente conoscibile, sono combattuti ed irrisi.
Nei comizi, la libertà di parola e di opinione comincia ad essere limitata. Si chiede ai presenti di intervenire, ma, se sono dette cose che vanno contro la “linea corretta”, è cominciata a correre la voce che chi ha parlato sia chiamato, interrogato e a volte imprigionato. Ciò sta allarmando, naturalmente, tutta la gente.
È uscita la norma che nessuno si può spostare dal luogo della sua residenza per viaggiare, senza essere munito della “guia de marcha” cioè un foglio di via che autorizza la sua dislocazione e che registra il luogo dove deve andare e quanti giorni resterà. In tutte le strade sono montati controlli, presidiati da soldati o da semplici civili, armati di fucile e chiamati “miliziani”. Chiedono a tutti la guia e se uno si trova fuori del percorso o fuori della data scritta, è fermato e portato alla polizia.

L’ultima novità in fatto di intransigenza è stata la retata di tutti i Testimoni di Geova, considerati reazionari perché rifiutano di alzare il braccio nei comizi per gridare “Viva il Frelimo” e non si allineano con certe pretese delle autorità.
Parecchie migliaia di persone sono state prese e caricate su camion; famiglie intere, con donne, vecchi e bambini, e trasportati da Maputo verso i “campi di rieducazione” che saranno allestiti nella zona di Milange, qui in Zambesia e nella provincia del Niassa, all’estremo nord, caratterizzata da un altipiano coperto di fitta boscaglia per centinaia di chilometri.
La notizia della retata e della deportazione in massa dei Testimoni di Geova si è sparsa in un attimo, divulgata dalla BBC e da altre radio straniere. Il padre Toller, nostro regionale, mi ha inviato subito a Mocuba, dove era stato allestito in tutta fretta un campo di sosta e smistamento, per andare a vedere ed aiutare, nella misura del possibile, con alimenti ed altre cose, da valutare sul posto.
Sono arrivato il 7 dicembre al mattino. P. Marchesini stava operando, ma fr. Meoni era in laboratorio e mi ha subito accompagnato a casa. A pranzo abbiamo parlato tutti e tre della situazione ed ho spiegato il motivo della mia venuta. Il luogo di raccolta era nell’accampamento della compagnia “Sena Sugar”, all’estremità di Mocuba, quasi sul fiume, ai piedi del pendio su cui è costruita la città.
Al pomeriggio cominciarono ad arrivare i primi camion, pieni di gente stremata per il lungo viaggio, sotto il sole micidiale, che in questa epoca dell’anno passa a perpendicolo sulle teste. Siamo nel pieno della stagione delle piogge e certamente si saranno abbattuti su di loro anche acquazzoni violenti.
L’Amministratore del distretto aveva mobilizzato l’Organizzazione della Donna Mozambicana, l’O.M.M., che aveva preparato una cucina all’aperto, con molte grandi pentole che cuocevano polenta e fagioli, appoggiate sulle classiche tre pietre, in mezzo alle quali convergevano grossi legni che assicuravano il fuoco.
Il grosso della carovana di camion cominciò a scaricare il suo fardello umano a partire dalla mattinata di ieri, festa dell’Immacolata. Nel primo pomeriggio il campo della Sena Sugar era strapieno di gente. Andai con fr. Meoni per vedere se potevamo entrare e dare alcun aiuto, mescolati alla gente che l’amministrazione del distretto aveva messo a disposizione. Potemmo rimanere lì sì e no un’ora, aiutando le famiglie a sistemarsi e domandando notizie sul viaggio. Quando arrivò il Vice-Amministratore, ci disse con buone maniere che quello non era posto per noi, pregandoci di uscire. Al che fr. Meoni disse che se Geova vuol dire Dio, anche lui era un testimone di Dio e quindi non c’era differenza con loro ed avrebbe continuato a stare lì come restavano lì tutti gli altri. Il Vice-Amministratore ed io stesso cercammo di dissuaderlo, ma non ci fu niente da fare. Andarono ad avvisare l’Amministratore in persona, che andò a chiamare il padre Marchesini in ospedale, perché venisse a parlare lui col fratello. Arrivarono entrambi, e p. Aldo parlò con fr. José, convincendolo ad uscire. Ma dal campo dovemmo recarci tutti nel gabinetto dell’Amministratore. Ormai era scesa la notte e rimanemmo seduti nella sala aspettando che i padri cappuccini e le suore dell’Amor de Deus uscissero dalla messa celebrata nella chiesa che sorge di fronte all’Amministrazione. Erano stati tutti convocati per trattare la soluzione del caso. La discussione si protrasse per oltre un’ora, ricostruendo i fatti e le parole. La mediazione di tutti noi, padri e suore, rabbonì, almeno così ci parve, l’Amministratore. Tuttavia, alla conclusione dell’incontro, al momento di emettere il verdetto, disse che la cosa era superiore al suo livello e che doveva inviare fr. Meoni a Quelimane il giorno dopo, perché il caso era di competenza del Governatore della Provincia. Si scusò, ma non poteva rilasciare il fratello. Avrebbe dormito nella squadra della polizia e la mattina dopo alle quattro, una macchina l’avrebbe portato a Quelimane.
P.Aldo ed io andammo a casa a prendere qualcosa da mangiare per il fratello ed una coperta, non per coprirsi, dato il caldo asfissiante, ma per ammorbidire il cemento del banco su cui avrebbe cercato di dormire. Telefonammo subito a Quelimane, per informare il vescovo ed i nostri confratelli della Sagrada.
Stamani, prima delle quattro, eravamo già davanti alla polizia per assistere alla partenza. Puntualissimo, il Land-Rover dell’Amministrazione si fermò davanti alla porta e ne uscì fr. Meoni, accompagnato da un poliziotto. Non ci fu possibile parlare con lui, ma per lo meno rimanemmo confortati, perché ci parve sereno e non gli avevano messo le manette.

Passammo il giorno in silenzio. P.Marchesini andò a lavorare, come al solito, ed io rimasi in casa. Durante la mattinata ricevetti la visita dei padri e delle suore, che mi confortarono dicendo che a Quelimane avrebbero risolto la cosa senza molto dramma.
Ed infatti fu così. A mezzogiorno ricevetti la telefonata di padre Agostinho De Ruschi, vicario generale della diocesi, che ci informava che il Governatore aveva fatto soltanto una romanzina al fratello e l’aveva rispedito a Mocuba, dove sarebbe arrivato nel pomeriggio.
Abbiamo riabbracciato con gioia fr. Meoni, al suo ritorno e stasera dopo cena son venuti i cappuccini e le suore, con una torta, per mangiare insieme il dolce della liberazione.

Caro Padre Dehon ti saluto, col cuore che, nonostante la liberazione, continua a mantenersi molto preoccupato.

P.Anonimo s.c.j.



Vila Junqueiro, 1º gennaio 1976


Caro Padre Dehon,
ti scrivo da Vila Junqueiro nella casa Regionale, dove mi trovo con padre Toller. Passaggio d’anno con apprensione. Dopo l’entusiasmo del periodo di transizione e la gioia dell’Indipendenza, sono cominciati gli avvenimenti che destano preoccupazione: la nazionalizzazione della scuola e della sanità ha portato all’occupazione di tutte le missioni. Il Frelimo la fa - giustamente, dal suo punto di vista - da padrone. Noi ci sentiamo stranieri in casa nostra, nelle case da noi costruite Gli alunni sono impediti di entrare in chiesa, per non essere “contagiati” dalla religione. Le abitazioni dei padri e delle suore cominciano ad apparire come corpi estranei. Esse sono state costruite per il personale che lavorava nella missione. Ora, anche gli insegnanti fanno parte del personale che lavora nelle opere delle antiche missioni, e quindi hanno diritto ad occupare una parte delle stanze delle case dei padri e delle suore. In questo modo, un po’ alla volta, in una missione o l’altra, sta cominciando una pacifica invasione delle case religiose. Come si può ben immaginare, ognuno mantiene le sue abitudini di vita: radio accese a tutto volume nelle ore di presenza in casa, visite di amici, stile di comportamento spesso inconciliabile con la convivenza sotto lo stesso tetto. L’opinione generale è quella di abbandonare le case in missione e di andare a vivere in capanne o casette costruite in un terreno un po’ distante, dove si possa continuare la propria attività apostolica e religiosa con la tranquillità necessaria. La situazione più urgente è al Gilé, dove fra non molto passeranno alla nuova residenza, distante alcuni chilometri dalla missione.

Una cosa positiva, invece, è l’accordo, raggiunto tra Santa Sede e Mozambico, di aprire un canale di comunicazione ufficiale, consentendo alla chiesa di avere un suo rappresentante a Maputo. Non potendo esserci relazioni diplomatiche formali, si è raggiunto l’accordo di avere, al posto del Nunzio, un Delegato Apostolico, che è lo stesso diplomatico che ha la sede della nunziatura in Rhodesia del Sud: Mons. Francesco Colasuonno, un arcivescovo molto comunicativo ed affabile, che si è subito conquistato la simpatia di tutti e, si dice, anche del Presidente Samora Machel. Uno dei suoi compiti, non è un mistero per nessuno, sarà quello di individuare e proporre al papa dei sacerdoti mozambicani per essere ordinati vescovi ed iniziare così una gerarchia locale di africani.
La sua presenza è un segno molto positivo e fa sperare che la contrapposizione del governo verso la chiesa non oltrepassi certi limiti.

Una fonte di preoccupazione è invece l’uscita massiccia della stragrande maggioranza dei portoghesi residenti. Ormai è chiaro, per loro, che sono indesiderati. Il ritornello che “il Portogallo ci ha succhiato il sangue per cinquecento anni”, ripetuto fino all’esaurimento, ha creato un malessere tale, che ben pochi pensano di restare. Chi ha anche solo una piccola speranza di farcela in Portogallo, se ne va. Resta qui solo chi si sente più mozambicano che portoghese, o chi è di idee socialiste, o quelli che ormai avevano già tagliati i ponti con la madre patria.
Le conseguenze sociali ed economiche cominciano già a farsi vedere: l’uscita in blocco dei quadri medi e alti, senza che ci sia una classe dirigente pronta a sostituirli, rischia di far collassare il paese, affidando i posti di direzione agli unici che hanno un minimo titolo di studio. Sono, questi, quasi tutti giovanissimi: quelli cioè che hanno terminato un corso di scuola secondaria o si trovano in uno degli ultimi anni. Viene ora al pettine una delle politiche più miopi dell’antico potere colonialista: ostacolare la formazione intellettuale dei giovani, per cercare di frenare il movimento di indipendenza e di emancipazione. Sotto la pressione della guerra di liberazione, il governo portoghese aprì le porte dei licei e dell’università ai mozambicani, ma questo fu dopo il 1965, appena da dieci anni in qua.

Questa situazione ha dato origine, peraltro, anche ad un aspetto molto positivo. La maggioranza dei lavoratori, che possiedono appena una scolarità della quarta o quinta classe, si stanno iscrivendo ai corsi di scuola notturna. Alla sera, nelle città, si assiste ad un fiume di persone che alle 18 si dirigono alle sedi scolastiche, per restarvi fino alle 22,30. Riuscire ad avere un titolo di studio più alto, per lo meno quello della sesta classe, che dà accesso ai corsi professionali basici, sia nell’insegnamento che nella sanità, è la meta che mette le ali a tanti lavoratori, alcuni dei quali sono già stagionati, padri e madri di famiglia anche con 40 anni ed oltre. Ci sono due frasi, popolarissime, molto belle, che penso meritino che te le segnali, Padre Dehon, perché non potranno che farti piacere, ricordandoti gli anni in cui eri cappellano a S.Quintino e ti battevi per la promozione degli operai. Esse sono”il sapere non occupa spazio” e “studio per aumentare le mie conoscenze”.

Ed ora ti saluto e ti auguro un Buon Anno di tutto cuore!
P.Anonimo s.c.j.




Tete, 12 agosto 1976

Caro Padre Dehon,
padre Marchesini e fr. Meoni mi hanno invitato a celebrare con loro il 12 agosto, la data della tua dipartita da noi. Non ci sono voli tutti i giorni tra Quelimane e Tete, così sono andato da loro alcuni giorni prima. Il trasferimento dei nostri confratelli da Mocuba a Songo, nella provincia di Tete, fu comunicato dal Ministero della Sanità due o tre mesi fa, ma solo alla fine di luglio fu possibile riunire tutte le condizioni per partire.

Il Mozambico indipendente sta trovando molti paesi socialisti, e non solo socialisti, disposti ad aiutarlo, sia con finanziamenti, sia con personale qualificato.
La fuoriuscita in massa dei portoghesi ha creato molte necessità, soprattutto nel campo della sanità. Pensa, PadreDehon, che i medici presenti in Mozambico sono arrivati ad essere appena novanta! In questi mesi stanno arrivando gruppi di cinesi, coreani, sovietici, rumeni, bulgari, vietnamiti, cubani e di altri paesi socialisti. Costituiscono la testimonianza più reale del cosiddetto internazionalismo militante, cioè di quella forma di solidarietà e di mutuo aiuto tra paesi della stessa ideologia, ispirata al marxismo. I governi dimostrano una solidarietà umana che non può che rallegrarci.
L’internazionalismo militante è attivo anche a livello di singoli o di gruppi non legati a governi socialisti, ma animati dagli stessi ideali. Professionisti di vari settori si mettono in lista per andare a lavorare in paesi dov’è al potere un governo di questa linea. Sono simpatizzanti, residenti in paesi capitalisti, che vogliono fare un’esperienza in società formalmente organizzate secondo quei principi nei quali credono. È l’unica opportunità a breve termine, per vivere in una società secondo i loro ideali.

Contemporaneamente a questi movimenti internazionali di personale, il governo del Mozambico ha applicato una politica di dispersione ai quattro venti del personale missionario impegnato professionalmente al servizio dello Stato. Questa politica, inizialmente vista con timore dalla chiesa, è stata poi assunta con una certa soddisfazione, perché ha permesso a molte congregazioni di spargersi sull’intero territorio nazionale uscendo dalla ristrettezza di vivere in un’unica diocesi o appena in due o tre.
È successo così anche ai due nostri confratelli impegnati nella sanità, trasferiti dalla Zambesia a Tete, alla Irene della Compagnia missionaria, mandata a Pemba, all’infermiera Clara Tortorelli, che lavorava nel dispensario della missione di Munhamade, coi padri cappuccini, inviata a Nampula.

A Mocuba è stato collocato un gruppo di medici della Corea del Nord, che costituivano una squadra completa. Sono andati ad abitare nella casa dove vivevano i nostri due confratelli, e questi ultimi sono stati ospitati dai cappuccini, per tutto il tempo necessario per trasmettere il servizio, che è stato di circa due mesi. La difficoltà della lingua è stato l’ostacolo maggiore. Dal coreano al portoghese è come dal giorno alla notte e, certo, non sono che da ammirare quei dottori coreani che hanno accettato di fare un’esperienza così traumatizzante.

Appena arrivati a Tete, i nostri confratelli sono stati trattenuti lì dal Direttore provinciale, perché in città non era rimasto nessun chirurgo ed i cinesi, destinati a Tete, erano ancora tutti a Chimoio intenti ad imparare un po’ di portoghese. La difficoltà della lingua era molto superiore allo stimato ed i progressi lenti. P. Marchesini e fr. Meoni sarebbero dovuti rimanere alcuni mesi, prima di andare a Songo, per permettere l’arrivo dei cinesi.
Fu così che mi invitarono a passare con loro la tua festa, per sentirsi un po’ più in famiglia, in quella provincia lontana, dove’erano soli, senza altri confratelli.

Tete è una città più piccola di Quelimane, situata sulla riva destra del grande fiume Zambesi. La regione è semidesertica, con una umidità bassissima ed un calore esagerato. Il panorama è molto diverso dalla Zambesia. Qui tutto è secco, con alberelli spinosi e grandi baobab che sorgono maestosi, sparsi nella piana assolata, cosparsa di grandi sassi arrotondati.
L’ospedale è situato su un’altura da cui si domina il fiume col grande ponte sospeso, che ricorda quello, ancora più grande, della baia di S. Francisco. I reparti sono costituiti da vari padiglioni: medicina, pediatria, chirurgia uomini e chirurgia donne, che ingloba la sala operatoria, ricavata con soluzioni di fortuna da tre antiche stanze. La maternità è collegata da un passaggio coperto all’infermeria col blocco operatorio. I letti di ortopedia sono riuniti insieme a quelli di chirurgia. Questi padiglioni sono strutture grandi, solide, di cemento, sopraelevate su alti basamenti. Il loro aspetto fa ricordare vagamente i raggruppamenti dei templi greci di Selinunte e di Paestum.

Al mio arrivo sono stato presentato a tutti i missionari della città. Feci subito amicizia col padre Castro, spagnolo, dei cosiddetti Padri di Burgos, l’equivalente del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere) in Spagna. Era un padre molto espansivo, estroverso, ma anche molto spirituale. Quattro sere fa ci venne a salutare, perché il giorno dopo doveva partire per Chimoio e rimanerci una settimana. Andava con Fr. Tardio, suo confratello,con padre Ferrão, sacerdote diocesano mozambicano ed una suora.

La notte seguente, verso le ventuno, vengono a chiamare padre Marchesini e Fr. Meoni perché era arrivato un camion carico di feriti gravi.
Vado anch’io, per aiutare, nel caso ci fosse bisogno di dare una mano.
Appena arrivati, apprendiamo che durante il giorno era avvenuto un grande massacro nel campo di addestramento di Nyazónia. Sono preparati qui i guerriglieri del movimento Zanu, capeggiato da Mugabe, che combattono per il rovesciamento dell’apartheid in Rhodesia del Sud.
Alcuni camion di soldati di Ian Smith, il capo del governo Rhodesiano, vestiti colla divisa della Frelimo, erano arrivati al campo, dicendo d’essere stati inviati per preparare la parata in occasione della visita del Governatore mozambicano di quella provincia. Avevano fatto schierare i giovani in un grande spiazzo, in numero di circa novecento, e poi, quando erano tutti bene in fila, avevano aperto il fuoco coi fucili a ripetizione e le mitragliatrici, facendo una carneficina. I morti erano parecchie centinaia ed i feriti moltissimi.
I soccorsi erano arrivati dopo molte ore: un primo camion di feriti era stato inviato a Tete e un altro a Chimoio, situati, più o meno, alla stessa distanza. I feriti erano una trentina, parecchi dei quali gravi. Il direttore dell’ospedale aveva mandato a chiamare in casa tutto il personale della sala operatoria e del pronto soccorso.
I feriti furono tutti sistemati nel corridoio della chirurgia ed in due stanze, fatte svuotare dai malati che occupavano i letti. P. Marchesini passò ad esaminare i feriti uno per uno, riempiendo un foglio di cartella, per scriverci la diagnosi, le cure immediate e l’operazione che era necessario fare. Una volta completato il censimento, si divisero i feriti secondo la gravità ed il luogo dove potevano essere trattati.
Sei o sette dovevano essere operati in sala operatoria e a questi ci pensava il p. Aldo con due strumentisti e l’anestesista. Un gruppetto di feriti intermedi fu affidato a Suor Lucia, che aveva trent’anni d’esperienza . Avevano bisogno di pulizia chirurgica delle ferite, di stecche gessate e di suture. Furono sistemati nella sala d’attesa del blocco operatorio, dove c’era un lettino adatto.

I restanti furono affidati al personale del pronto soccorso. Il Dr. Oscar, direttore dell’ospedale e la dott.sa Elena, si prendevano cura dello stato generale dei feriti, provvedendo alle flebo alle trasfusioni, agli antibiotici ed alla antitetanica. Io cercavo di essere utile facendo il fattorino, aiutando tenere in mano recipienti, a vuotare secchi col materiale infettato, a tagliare i vestiti, per riuscire a sfilarli di dosso, a lavare i corpi per togliere il terriccio ed i coaguli di sangue. Fr. Meoni s’era unito al personale del pronto soccorso, che doveva prendersi cura del gruppo più grosso.
Lavorammo senza sosta tutta la notte, fino a mattino inoltrato.

Verso sera arrivò in città una voce secondo cui padre Castro e compagni erano caduti in un’imboscata nella curva della strada che immetteva al ponte sul fiume Púnguè. Il giorno seguente, ieri, il padre Vicente, confratello di p.Castro è partito con dei giovani per andare a vedere e soccorrerli. Sono tornati che era ormai sera. Il padre Castro era stato colpito al petto ed era morto dopo una breve agonia, confortato dal p. Ferrão. Quest’ultimo, fr. Tardio e la suora avevano ferite di striscio sulla testa e nelle braccia. Avrebbero potuto essere uccisi tutti, per la differenza di traiettoria di un solo centimetro. Ma evidentemente non era giunta la loro ora.
Il corpo di p.Castro è stato posto in chiesa, nella sua parrocchia, per essere vegliato tutta la notte dai suoi fedeli, in preparazione alla messa di oggi.
Eravamo tutti e tre in chiesa, davanti al nostro comune amico, quando sopraggiunge una chiamata dall’ospedale, perché era arrivato un altro camion di feriti. Questa volta erano meno, una ventina, ma, pur così, è stato necessario ripetere i soccorsi a equipe completa e lavorare fino al sorgere del sole, ed anche un po’ dopo.
Siamo arrivati in chiesa che la messa era già cominciata, presieduta dal vescovo. La commozione di tutti i presenti era altissima. Molte donne piangevano nei banchi e quando la bara è stata chiusa, un pianto corale, come un canto, ha riempito la chiesa per alcuni minuti.

Questo 12 agosto non lo dimenticheremo più. E a te, nel paradiso, affido l’incarico di dare un abbraccio a nome mio e dei miei confratelli al nostro carissimo padre Castro ed a quelle centinaia di giovani, uccisi a tradimento, lì vicino, nello stesso giorno.

P.Anonimos.c.j.



Quelimane, 10 ottobre1976

Caro Padre Dehon,
oggi è un giorno indimenticabile: nel grande prato davanti alla cattedrale Mons. Francesco Colasuonno, Delegato Apostolico in Mozambico, ha consacrato vescovo il primo pastore mozambicano di questa diocesi, nato e cresciuto in Zambesia: Dom Bernardo Filipe Governo.
La piazza era strapiena ed il clima di festa alle stelle. La messa e la consacrazione sono durate parecchie ore, accompagnate da orazioni, danze e canti molto belli. Io ero accanto al padre Pigozzi,nostro provinciale, che aveva fatto di tutto perché la sua visita potesse coincidere con la consacrazione. La liturgia è stata commovente per noi già di una certa età. Vedere consacrare vescovo uno dei figli di questa terra, quando nel 47, meno di trent’anni fa, i primi missionari avevano trovato nella Missione di Alto Molócuè appena otto cristiani, non può non sciogliere il cuore in un cantico di esultanza per la grazia di Dio versata abbondantemente su questo popolo e per il fatto che la nostra congregazione è stata chiamata a darvi tutta la sua collaborazione.


Padre Pigozzi rivedeva in parallelo, nella memoria, un’altra ordinazione, quella di padre Tomé, nella chiesa dell’Immacolata di Invinha nel 1973, e le comparava nel suo cuore. Me l’ha confidato in un momento di pausa della liturgia. Entrambe grandiose per la partecipazione dei fedeli e per la solennità del rito. Entrambe primizie della chiamata di Dio: al presbiterato nella nostra congregazione ed all’episcopato nella nostra diocesi.

Anche le autorità civili hanno contribuito a dare lustro all’avvenimento, col servizio d’ordine fatto da polizia in alta uniforme, ornata di cordoni sulla spalla sinistra e guanti bianchi. Ancora un segno positivo,che non bisogna lasciar cadere, perché il fondo del cuore di chi comanda non si è lasciato vincere dalle esigenze, a volte crudeli, della politica.

Da Quelimane in festa, ricevi i miei saluti!

P.Anonimo s.c.j.



In viaggio per la Zambesia, Agosto 1977

Caro Padre Dehon,
riprendo in mano la penna dopo la nomina del nuovo Consiglio regionale , il 1º luglio scorso. Il superiore regionale è stato riconfermato per un altro triennio. I consiglieri del padre Toller sono P. José Zanetti, P. Natalino Costalunga, P. Renato Comastri e P.Elia Ciscato. L’economo rimane fr. José Ossana.
Il p.Toller mi ha chiesto se lo voglio accompagnare nel viaggio che ha intenzione di intraprendere, perché desidera passare a visitare brevemente un po’ tutte le missioni, in questo tempo difficile per ciascuno di noi.
Durante il viaggio ne approfittiamo per scambiarci impressioni e fare commenti sulla situazione.
Ormai si è in fase avanzata di costruzione delle nuove residenze, fuori dalle antiche missioni. Oltre a quella del Gilé, anche Namarrói, Nauela e Muiane di Alto Ligonha, hanno già cambiato residenza. Le altre è solo questione di tempo.
P. Toller mi fa notare che la nazionalizzazione è stata causa di molta sofferenza, specialmente per chi è stato trattato male, come p.Elio Greselin, superiore di Milevane, che ha dovuto viaggiare sotto la pioggia, sul cassone di dietro del Land Rover dell’Amministrazione, per andare a rispondere alle domande nella sede del distretto di Alto Molócuè. Ma ora che le cose si sono stabilizzate abbiamo tutti l’impressione di essere stati liberati da un peso molto grande. La conduzione e la direzione delle scuole, degli internati, i problemi dei fondi per mandare avanti l’economia, il malessere in relazione alle botteghe delle missioni: tutto ciò affaticava molto. In un solo giorno tutto è finito ed ora siamo liberi di dedicarci solo all’evangelizzazione e, in campo sociale, alla collaborazione professionale nella sanità e nella scuola.

Arriviamo alla nuova residenza del Gilè, coi padri Ambrogio Comotti e Manuel Gouveia e la comunità delle suore dell’Amor de Deus. Ci accolgono con grande affabilità e ci mostrano le varie capanne costruite per residenza, refettorio e cappella. C’è anche la pompa dell’acqua manuale, che sembra un piccolo monumento, con la base sopraelevata e dipinta di bianco con la calce. Attorno ci sono varie piante e gruppi di banane che hanno già ben attecchito e fanno bella mostra dei loro caschi lussureggianti. Sono tutti molto contenti della nuova sistemazione. La vita a livello della gente li ha avvicinati di molto alla popolazione. Capiscono molte cose della vita di tutti i giorni, e le capiscono perché vissute dal di dentro. Anche la gente ne è rimasta contenta. Anzi sente ammirazione perché i missionari non solo non sono partiti, come i coloni, ma sono scesi in mezzo a loro, alla pari.
Ci fermiamo la sera, per concelebrare l’eucaristia. Il buio viene presto ed accendiamo le lampade a petrolio per la messa. Il lume che viene dalle esili fiammelle ci fa gustare il sapore del silenzio e la calma della notte incipiente. Come sempre, dopo le letture ci si ferma per mettere in comune le riflessioni e le orazioni, stimolate dalla parola di Dio. La parola portoghese che si usa per questi commenti : “partilha”, ne esprime molto bene, con sole tre sillabe, il senso. La vita nelle capanne non può che potenziare la comunicazione, il gusto del convivere, lo scavare un po’ più con calma nel senso delle scritture e nella comprensione degli avvenimenti. Ci è d’esempio l’atteggiamento tipico di Maria, “che meditava tutte queste cose nel suo cuore”.

La mattina dopo ci dirigiamo verso Nampula, per andare a trovare il padre Pedro De Franceschi. Un po’ prima dell’Indipendenza è tornato dalla Spagna dov’era andato a fare un corso sulla lebbra. Era già infermiere ed ora, con questa qualifica di specializzazione, gli è stato facile essere assunto dallo Stato per lavorare coi lebbrosi. È stato collocato a Namaita, relativamente vicino a Nampula, dove lavora in una “gafaria”, cioè un centro residenziale, a tipo di internato, per malati di lebbra, anzi, devo correggermi, per malati di hanseniasi. La parola lebbra evoca emarginazione, persecuzione, paura e perciò diversi anni fa ci fu un accordo internazionale per usare al suo posto la parola hanseniasi, da Hansen lo scopritore del micobatterio che la provoca.

Sul percorso c’è la missione di Muiane-Alto Ligonha. I padri, Renato Comastri e Domenico Liuzzi, sono già nella nuova residenza un po’ fuori dall’antica sede. Ci vorremmo fermare solo per il caffè, perché p. Renato fa parte del consiglio regionale e si è visto con P.Toller meno di una settimana fa, ma ormai sono le undici e ci costringono a mangiare un boccone alla buona e a fare un riposino, per non guidare con sonno. Per Namaita ci saranno ancora più di 150 km, ma la strada è buona, in questa stagione senza piogge.
Ci arriviamo che il sole è ancora abbastanza sopra l’orizzonte e siamo accolti con molto piacere dal padre Pedro, che per forza di cose vive fuori comunità. Il centro ha l’aspetto di un piccolo villaggio, con diverse costruzioni adibite ad abitazione ed altre con funzione di ambulatorio, infermeria e sala di medicazione. Anticamente era della diocesi, affidato a una congregazione religiosa. Ora è dello stato e vi lavorano il padre De Franceschi e suor Rita Valente Perfeito, una suora dorotea portoghese, già anziana, ma piena di entusiasmo ed energia più di una giovane.
Il P.Toller si ferma a parlare in privato col confratello ed io ne approfitto per farmi accompagnare da suor Rita a visitare le installazioni.
Non ci fermiamo per cena né per la notte, perché non hanno condizioni per ricevere ospiti e poi perché siamo attesi ad Anchilo, il catechistato della diocesi di Nampula, tenuto dai comboniani. È situato alcuni chilometri fuori città, sulla strada che porta a Ilha de Moçambique. Questa è una cittadina incantevole, ed è stata la capitale del paese per secoli, fino all’inizio del 900. Come dice il suo nome, è un’isola, in mezzo ad una baia tropicale, con spiagge ricche di palme da cocco. Ci sono molte case antiche, molto belle e parecchie chiese, di stile barocco coloniale portoghese, tutte dipinte di bianco, ma con gli stipiti, le finestre, i rosoni, gli architravi ed i gradini in pietra grigia.
A picco sul mare c’è ancora l’antica fortezza, coi cannoni di bronzo puntati verso il largo e le palle ammonticchiate in ordine, accanto agli affusti.

Ad Anchilo si pubblica una piccola rivista cattolica, di aspetto modesto, ma molto viva, sempre con notizie molto attuali e che non lascia mai da parte nessuno dei problemi che travagliano il Mozambico. Si chiama Vida Nova ed è distribuita in tutto il paese. Deve passare, naturalmente, la revisione previa della censura, ma, pur così, esce sempre e riesce ad essere ancora fermento di pensiero animato e illuminato dalla fede. Che io abbia notizia, è rimasta l’unica pubblicazione in Mozambico che non sia governativa.
Arriviamo a messa iniziata, ma ancora in tempo per unirci alla concelebrazione, grazie ad una “partilha” che tradizionalmente è solita essere molto lunga. Questo di Anchilo è un centro vivace di fede e di pensiero, con un buon numero di padri e di suore e l’eucaristia è il cuore di tutta la vita del catechistato. È naturale quindi che la Parola di Dio della messa sia commentata, assaporata, riflettuta.

Dopo la messa passiamo in refettorio, che è in comune fra padri e suore ed a tavola si prolunga la conversazione. Presentiamo ufficialmente l’invito al padre Regionale, P.Daniel Cimitan, perché partecipi alla nostra prossima assemblea in ottobre, portando con sé un altro padre e due suore. Da che è regionale il padre Leali, noi dehoniani abbiamo sempre fatto tre o quattro assemblee all’anno, aperte agli altri istituti religiosi: padri cappuccini e fratelli maristi, più le varie congregazioni femminili della diocesi di Quelimane, e poi combonini e comboniane ed i padri e suore della Consolata.

Ritorniamo in Zambesia passando da Alto Molócuè, ma il padre Toller vuole dirigersi al più presto a Mocubela, dove il p.Giovannino Bonalumi è rimasto solo, dopo la forzata partenza di don Tarcisio De Giovanni, il sacerdote diocesano di Cesena, che faceva comunità con lui.
Da Nampula a Mocubela ci sono almeno cinque ore di Land-Rover e ne approfittiamo per commentare la recente notizia di politica interna: nel suo Terzo Congresso il Frelimo ha lasciato d’essere un movimento di liberazione, per assumere la struttura e lo statuto di partito politico unico, autodefinendosi partito marxista-leninista, che professa la dittatura del proletariato. Il Mozambico assume il nome ufficiale di Repubblica Popolare del Mozambico. È instaurata la pena di morte per reati gravi, sia criminali che politici.
Siamo ancora tutti incerti sul vero significato di questa proclamazione e sul grado d’intransigenza a cui aprirà le porte. Il sapore della rivoluzione lo stiamo già sperimentando, ma quello della dittatura del proletariato non lo riusciamo ancora a immaginare nei suoi dettagli. Abbiamo solo davanti agli occhi gli esempi dei paesi comunisti di antica tradizione: U.R.S.S. e paesi satelliti, Cina di Mao, Corea del Nord e Cuba e, da alcuni anni, quelli asiatici, come Viet-Nam e Cambogia. Confidiamo tuttavia nel senso di moderazione e di buon senso della cultura Bantu e sulla gentilezza d’animo del popolo mozambicano, riconosciuta da tutti i cooperanti che mettono piede nel paese e coi quali abbiamo occasione di parlare.

Mocubela è un paesino da niente, arroccato su delle collinette che si estendono lungo la riva sinistra di un fiume secondario, il Nipiodi. Durante la stagione delle piogge, tuttavia, il Nipiodi diventa impetuoso e minaccioso, passando sempre, tutti gli anni, sopra il ponte che collega Mocubela alla strada che va verso Maganja da Costa e Quelimane. L’antica missione fondata dal padre Ricci, sacerdote diocesano di Cesena, è stata costruita, com’era uso comune a quel tempo, fuori dell’abitato, sull’altra riva del fiume. Padre Ricci è partito per tornare in Italia, lasciando il padre Tarcisio De Giovanni da solo. Uno dei nostri, p.Bonalumi è stato allora mandato per rinforzare la missione. Recentemente anche il p.Tarcisio è dovuto rientrare ed ora Giovannino, come tutti lo chiamiamo, è da solo. Per noi religiosi è una situazione irregolare, che dobbiamo cercare di risolvere al più presto, perché la nostra vocazione si basa sulla vita fraterna in comunità. Ce lo hai sempre raccomandato tu stesso, caro Padre Dehon, e nelle costituzioni si legge ancora la tua bella frase in un latino maestoso: “…missionibus exteris libenter operam praestent, dummodo observantia et vita communis servari valeant” (…prestino volentieri la loro opera nelle missioni estere, purché l’osservanza e la vita comunitaria possano essere osservate).

Il padre Giovannino è rimasto naturalmente contentissimo della nostra inaspettata visita e ci racconta, col suo linguaggio pittoresco, una serie di episodi accaduti nella visita alle cappelle in questo tempo di difficoltà. Anche qui, come dappertutto, si può uscire nelle comunità periferiche solo al sabato e la domenica, sempre con foglio di via, da chiedersi una settimana prima all’Amministratore. È solo per questo che è stato facile trovare il P.Bonalumi fermo in missione, altrimenti, se fosse stato nei tempi antichi, per poter parlare con lui, l’avremmo dovuto rincorrere per le cappelle. Ci tratteniamo con lui la notte e tutto il giorno dopo, per ripartire la mattina seguente. Abbiamo voluto confortarlo con un piccolo regalo di qualche ora di vita fraterna. Ne siamo rimasti contenti tutti e tre.

Da Mocubela ci dirigiamo verso Pebane, sul mare, un posto incantevole, immerso nel silenzio delle palme, sempre inondate di sole. P.Toller vuole andare a trovare il p.Francesco Temporin, che è stato messo in prigione per due giorni. La storia arrivata alla casa provinciale era confusa, ad ogni modo ciò che premeva non era saper le circostanze, ma visitare il padre e fargli sentire la solidarietà dei confratelli. La causa della prigionia era stata un’accusa fatta per vendetta da un antico lavoratore della missione. Una cosa triste, che s’era risolta in una bolla di sapone, una volta accertata la verità. Tuttavia l’imprigionamento preventivo di un padre, solo sulla base di un’accusa, la dice lunga su come è gestito il potere dalle autorità locali, in un clima di entusiasmo rivoluzionario, quando la rivoluzione è al di sopra delle norme.

Da Pebane inizia il nostro viaggio di ritorno al Gurúè. Ora infatti il nome di Vila Junqueiro è sparito, nella revisione dei toponimici di località fatta dopo l’indipendenza: si chiama Vila do Gurúè e fra poco passerà alla categoria di città, diventando la terza città della Provincia, dopo Quelimane e Mocuba. Gli altri cambiamenti più vistosi sono quelli di Lourenço Marques, trasformata in Maputo, di Porto Amélia, trasformata in Pemba, di Vila Pery in Chimono e di Vila Cabral in Lichinga. Anche i nomi delle strade nelle città sono stati cambiati, sopprimendo tutti quelli che ricordavano il colonialismo e mettendo nomi di eroi nazionali della lotta di liberazione e di capi di stato di paesi socialisti, tutti ancora viventi, come Mao Tse Tung, Kenneth Kaunda, Julius Nyerere, Kim Il Sung e così via.

Ringrazio P.Toller di questo invito, che mi ha permesso di vedere tanti confratelli in così pochi giorni e ti saluto caramente.

P.Anonimo s.c.j.




Gurúè, 2 giugno 1978 – Festa del S.Cuore – centenario della Congregazione

Caro Padre Dehon,
permetti che cominci facendoti gli auguri e le felicitazioni per il primo centenario della congregazione! È vero che il centenario in sé è il 28 giugno, ma, dato che il 28 giugno di un secolo fa era la festa del Sacro Cuore ed in quella festa facesti i primi voti, mi pare più giusto farti gli auguri oggi. Del resto, anche a Roma, il papa Paolo VI riceve oggi in udienza speciale i membri del Consiglio generale ed i rappresentanti di tutte le Provincie.

Quest’anno centenario è iniziato con la pubblicazione di un documento doloroso per noi: il decreto di soppressione delle case religiose di Milevane e della Scuola di Artes e Ofícios, da parte del Superiore Generale. La data del decreto è il 13 gennaio 1978. In fondo non è altro che la conferma giuridica di un dato di fatto. Milevane è ora un’istituzione dello stato e là non c’è più nessun confratello. Così pure nella scuola di Artes e Ofícios non vi abita più nessuno dei nostri. P.Donadoni e Fr. Tapparo vi si recano là ogni giorno per lavorare, ma non vi risiedono più.

In contemporaneo con l’udienza col Santo Padre, anche noi del Mozambico facciamo festa e ci siamo riuniti al Gurúè, nella casa regionale, che ha ora ampie installazioni, dopo i lavori di ristrutturazione per essere seminario. Come vedi, il coraggioso intervento del P.Toller davanti al governatore, quando lo convocò per far chiudere tutte le case di formazione, ha dato il suo frutto ed ora oggi possiamo continuare a riunirci in questa sede, nonostante che, come seminario, avrebbe dovuto essere stata incamerata dallo stato.

Celebriamo la festa qui, durante l’assemblea annuale, con molti convitati per l’occasione.
Il Sacro Cuore ci accompagna sempre, anche in questi tempi difficili, e tu pure, con lui!

Buona Festa!
P.Anonimo s.c.j.




Songo, 16 ottobre 1978

Caro Padre Dehon,
p.Toller mi ha incaricato di fare compagnia nel viaggio a p.Antonio Losappio, perché la grave infezione che ha avuto nella gamba non si sa se sia del tutto guarita. P.Antonio è stato trasferito a Songo per fare comunità col p. Marchesini, rimasto da solo, 6 mesi fa, quando fr. Meoni partì per un anno sabbatico in Italia.

Lascia che ti aggiorni su questo angolo dehoniano nella provincia di Tete. Dopo l’arrivo dei medici cinesi a Tete, p.Aldo si era trattenuto circa un mese per aiutarli a prender in mano la situazione; quindi lui e fr. Meoni erano andati a Songo, destinazione finale del loro trasferimento.
La conoscenza dei cinesi era stata una scoperta interessante. Vivevano tutti in comunità, dottori e dottoresse, sotto la direzione di un Commissario, ed avevano a loro disposizione i servigi di un interprete e di un cuoco. Erano una decina di persone, tutte gentilissime e disciplinatissime. Uscivano di casa sempre a due a due ed ogni relazione con estranei al gruppo era tenuta dal Commissario e dall’interprete. Qualunque imprevisto o difficoltà nel lavoro in ospedale, come ad esempio un malato difficile, era sempre esaminata e discussa in gruppo.
Una volta un malato indiano, facoltoso, aveva mandato a casa loro un capretto in segno di riconoscenza per la guarigione ottenuta. Il loro Commissario (un cattedratico di fisiologia umana di un’università situata in una città di cinque milioni di abitanti), dopo aver ben capito il motivo di quel dono, fece una serie di grandi inchini all’offerente,parlando in cinese. Poi incaricò l’interprete di tradurre e questi spiegò, molto gentilmente, che non era loro permesso, dalle esigenze del Partito, di accettare qualsiasi regalo in cambio di prestazioni. Fu tanta la gentilezza nel rifiutare, che il paziente indiano rimase edificato ed accettò di buon grado di tornare a casa col capretto di nuovo legato sul cassone della jeep.

Il padre Aldo e fr. Giuseppe erano stati invitati una volta a casa loro, un pomeriggio, per prendere il tè. Li avevano fatti sedere sul divano e poi s’erano sistemati tutti quanti di fronte a loro, con un sorriso perenne sulla facia. Avevano servito il tè in una tazza ed un’aranciata Fanta in un bicchiere a lato. C’erano due o tre piattini con dolcetti tipici cinesi, portati dal loro cuoco, e poi caramelle ed un pacchetto di sigarette. Il tè era al gelsomino, ed aveva un sapore esotico orientale ben gradevole, anche se, com’era da aspettarsi, inconsueto. Appena bevuto un sorso, uno di loro si alzava e riportava il tè fino all’orlo. Lo stesso con l’aranciata e coi dolcetti. Solo le caramelle non erano aggiunte. Parlarono del lavoro, della loro attività in Cina e di com’era organizzato il servizio sanitario nel loro paese. La conversazione era tradotta dall’interprete che parlava un portoghese fluente e ben pronunciato. Aveva un aspetto molto giovane, meno di trent’anni. Il padre Aldo gli chiese cosa faceva in Cina: era una guardia rossa, incaricata di propagandare la rivoluzione culturale nelle provincie vicine al confine del nord.

Durante il tempo del loro servizio a Tete avvenne la morte del presidente Mao. Fecero lutto per alcuni giorni. Misero una grande foto del defunto, listata di nero, appoggiata al muro, su un tavolo, circondata da un drappeggio con molti fiori intorno ed un libro aperto, davanti, per le firme di condoglianza. Due di loro erano perennemente in piedi accanto alla foto, in servizio funebre d’onore.

I nostri confratelli, p. Aldo e fr. Giuseppe, furono accolti con vero affetto dalla comunità dei missionari comboniani presente a Songo. Il parroco della cittadina era il padre Giorgio Ferrero, sulla settantina, antico missionario in Sudan, che era stato incaricato, negli anni cinquanta, di aprire la missione comboniana in Mozambico. Era un vero papà e subito i nostri confratelli si sentirono a casa, con la sua presenza. L’ospedale aveva loro fornito un’abitazione molto confortevole, per quanto fosse un prefabbricato. Aveva tre stanze da letto, con due bagni, una cucina ed un grande salone che serviva da sala da pranzo e da salotto. Le sue pareti erano in gran parte sostituite da vetrate, protette da pesanti tende. Quando erano tutte aperte, la luce inondava la stanza, mentre la vista dava sul giardino dietro casa, costituito da un prato con piante e fiori.

Il servizio in ospedale era molto. La capienza era di 110 letti, ed il nostro p. .Marchesini era l’unico medico, dovendo occuparsi di tutti i malati, dalle donne in travaglio di parto, ai bambini della pediatria, agli adulti di medicina e di chirurgia. C’era una sala operatoria sufficientemente attrezzata ed insieme al padre e al fratello erano stati collocati anche un anestesista ed una strumentista. Fr. Meoni lavorava nel laboratorio ed aiutava dappertutto, visto che sapeva fare di tutto.

Dopo due anni però, fr. Meoni sentì che doveva fare un’interruzione e partì per l’Italia per recuperare e per approfondire la sua preparazione professionale e teologica.
P.Marchesini restò in pratica da solo, seppure ogni giorno si trovasse col padre Ferrero per la messa e cenassero insieme un giorno sì ed un giorno no. Col P. Ferrero viveva all’inizio un fratello mozambicano: fr. Agostinho, ma poi passavano spesso da Songo anche gli altri padri e fratelli comboniani della diocesi, che vivevano tutti relativamente vicino: i padri Leonel, Claudio, Franco e Tiago ed i fratelli Paolo ed André. Essi vivevano nelle missioni di Boroma, Marara e Estima. In poche parole la convivenza coi comboniani era molto stretta e permetteva di resistere bene anche fuori comunità

Songo è un gran bel posto, in cima ad un altipiano, con 850 metri di altezza, ed ha la grande attrazione turistica di essere il villaggio dei lavoratori che hanno costruito la diga di Cahora Bassa e la sua grandissima centrale idroelettrica, scavata nel cuore della montagna. Poco più di cent’anni fa è passato da queste parti il Dr. Livingstone, che esplorava la regione per conto della Corona inglese. Nelle sue memorie si può leggere che, discendendo lo Zambesi, era giunto in un punto in cui il fiume formava delle rapide, nel fondo di una profonda gola. Il nome che gli abitanti della regione davano a quella gola era “Cahora Bassa”, cioè “il lavoro (=bassa) è finito (=Cahora)”, facendo riferimento a ciò che dicevano i rematori delle canoe che risalivano il corso dello Zambesi, quando arrivavano lì. Le mercanzie in cammino verso il mitico regno di Monomotapa passavano dalle canoe alle spalle dei portatori, che dovevano caricarle fino a monte delle rapide. Chissà se anche i portatori avevano dato lo stesso nome a quella gola?

La diga e la centrale sono imponenti e quasi tutti i giorni ci sono visitatori affascinati, che le vengono a vedere. Anche molti dei nostri confratelli sono venuti in questi due anni a passare una o due settimane di ferie a Songo, sia per far visita ai nostri due, sia per visitare la grande opera d’ingegneria.

Uno di loro era stato p. Antonio Losappio, che s’era trattenuto un mese, perché aveva avuto una flebite ed era rimasto a curarsela col p. Marchesini, quando questi era già da solo. Era sorta una profonda amicizia e, ritornato a Pebane, p.Antonio aveva subito fatto domanda di trasferimento. Il consiglio regionale l’aveva accolta ed ora mi aveva incaricato di accompagnarlo.

All’aeroporto di Tete abbiamo avuto la fortuna di trovare il p.Leonel, comboniano residente a Marara. Saputo chi eravamo, s’era subito offerto di portarci fin su a Songo, quella sera stessa. Era ben vero che viveva a Marara, a metà strada fra Tete e Songo, ma per p. Marchesini poteva ben fare un favore! Arrivammo verso le nove di sera, senza essere attesi. Trovammo il p. Aldo che stava finendo la cena, perché, aprendo la radio, era capitato su una stazione che stava trasmettendo in diretta l’elezione del papa. Aveva aspettato la fine della trasmissione ed ascoltato tutti i commenti e solo dopo s’era messo a tavola.
“Allora, dicci, chi è il nuovo papa?- esclamò p. Antonio – per noi è ancora una sorpresa.”
“Si chiamerà papa Giovanni Paolo Secondo, ma chi sia non l’ho ben capito. L’unica cosa che posso dire di lui è che è polacco!”
Il cuoco non c’era più, ma in quattro e quattr’otto, con le cose della dispensa, uscì fuori una cenetta coi fiocchi per tutti i tre: p.Antonio, p.Leonel e me.

Penso,Padre Dehon, che mi fermerò una settimana per lo meno, giusto il tempo per visitare la diga e l’ospedale!

P.Anonimo s.c.j.



Gurúè, 22 luglio 1979

Caro Padre Dehon,
sono passati trenta giorni dall’udienza del papa Giovanni Paolo II ai membri del nostro Capitolo Generale, nel quale è stato eletto come superiore Generale il p.Antonio Panteghini.
Qui in Mozambico abbiamo tutti brindato con particolare entusiasmo alla sua nomina perché è italiano come la maggior parte di noi ed ha fatto il prefetto per due anni nell’isola di Madera in Portogallo e quindi conosce bene la lingua, gli usi e costumi della patria di un altro buon numero di noi missionari. Ti scrivo oggi perché è appena arrivato il numero dell’Osservatore Romano nell’edizione settimanale in lingua portoghese, in cui riporta per intero il saluto del nuovo Generale e il breve discorso del papa. In poche parole Giovanni Paolo II ha saputo cogliere aspetti centrali della nostra consacrazione. Ti voglio citare due o tre passaggi:
“Con la parola,con la predicazione, con gli scritti, con gli strumenti della comunicazione sociale, diffondete l’ampiezaza,la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo. Riproducete nel vostro cuore – secondo la felice espressione del Padre Dehon – la santità del cuore di Gesù! In questa felice circostanza vorrei raccomandarvi ancora due aspetti tipici della spiritualità del vostro fondatore: l’amore fedele alla Sede Apostolica e la devozione filiale alla Madonna.”

Mi ha fatto particolarmente piacere che abbia citato delle tue tipiche raccomandazioni!

Con filiale affetto ti saluto!

P.Anonimo s.c.j.
Alto Molócuè, 31 dicembre 1979


Caro Padre Dehon,
ho pensato di fermarmi qui stanotte, per il passaggio dell’anno, come per fare un pellegrinaggio al luogo della prima missione che il Signore ci ha affidato in Mozambico.
Sono passati 32 anni e dobbiamo ringraziare il S.Cuore perché ha benedetto largamente il nostro lavoro. Mi sono accorto, ripensando al passato, che il trentesimo anniversario del nostro arrivo l’abbiamo vissuto in sordina, senza solennizzarlo né fare celebrazioni particolari. La situazione di tensione non lo permetteva. È stato meglio così: è bene non sovraesporsi davanti alla società in questo clima politico.

Qui ad Alto Molócuè ho trovato in comunità il p. Renato Comastri,che incontrai non molto tempo fa (te l’ho perfino scritto) nella casa nuova di Muiane-Alto Ligonha. Quest’anno abbiamo dovuto chiudere quella missione per la situazione insostenibile. Anche dalla Scuola di Artes e Ofícios il p.Donadoni e fr. Tapparo hanno deciso di uscirne, perché le tensioni e gli atteggiamenti contro i missionari sono sempre più duri e difficili da sopportare. I padri Pezzotta, Comi e Carlessi hanno lasciato la residenza di Mulevale e si sono ritirati a Ile. Continuano ad assistere quelle comunità, ma risiedendo fuori dal territorio.
Anche a Namarrói la vita è molto complicata e da Songo il p.Marchesini ha scritto al Regionale che la politica si infiltra negli aspetti del lavoro e che lui vive con molto nervosismo e tensione. La chiesa parrocchiale di Songo è stata chiusa perché troppo vicina alle scuole e c’era “pericolo di contagio”, come dice nella lettera.
Il p. Ferrero, preso di mira dal Commissario politico, si sentiva minacciato in modo insopportabile. All’unanimità i padri comboniani, insieme a P.Antonio Losappio ed a p. Aldo, l’hanno consigliato di tornare in Italia per un periodo. Il giorno dopo, senza bagagli, uno dei padri l’ha portato a Blantyre in Malawi, per il quale non occorre il visto, e da lì è volato in Europa.

La situazione, padre Dehon, è dura e si fa presto a dire che occorre pazienza, ma l’arroganza di chi comanda , anche se a livello periferico, è assai difficile da accettare.
In contropartita, lo scontro con l’esterno sta facendo crescere all’interno della chiesa un’unità di comunione che ha un sapore nuovo e meraviglioso. Viene in mente quella frase del salmo “quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum!” Che cosa bella e piena di giubilo è aver un cuor solo ed un’anima sola! In varie missioni la pastorale è gestita in comune fra padri, fratelli e suore ed è entrato in auge l’espressione di “equipa missionaria”. Ciò è particolarmente sentito dove le nuove residenze, molto più semplici e con vari ambienti in comune tra padri e suore, come la cappella ed il refettorio, facilitano una maggior convivenza e conoscenza reciproca.

Insomma, Padre Dehon, la bontà di Dio sa fare in modo che tutto cooperi per il bene di coloro che lo amano, anche attraverso quegli aspetti che in un primo impatto sono sgradevoli e difficili da sopportare!

Buon Anno!
P.Anonimos.c.j.







Songo, 18 aprile 1980


Caro Padre Dehon,
sono venuto qui su invito del p. Antonio Losappio, che, dopo che lo accompagnai nel suo viaggio di trasferimento dalla Zambesia alla provincia di Tete, non ha mai cessato di tenermi informato sulla sua vita a Songo. Il motivo della visita è la festa per l’indipendenza dello Zimbabwe e la fine dell’apartheid. Devi sapere che qui ha la sua base un gruppo di guerriglieri dello Zanu, il movimento di liberazione della Rhodesia del Sud, capeggiato da Mugabe.

Songo infatti è l’ospedale del Mozambico più vicino al confine settentrionale di quel paese, da cui lo divide un centinaio di chilometri di bosco. Da circa due anni arrivano a Songo i feriti di guerra dello Zanu. Il p. Aldo ne parla spesso col p.Antonio e gli racconta molti particolari. Camminano per diversi giorni, prima di arrivare, trasportando i loro ferirti su barelle di frasche. Arrivano sfiniti, disidratati, addolorati, spesso col pus che esce dalle ferite in quantità tale da lasciare la scia sul pavimento del corridoio che porta alla sala operatoria.

Molti di loro hanno fratture esposte con osteomieliti o peritoniti e devono rimanere internati anche qualche mese. Ce ne sono sempre cinque o sei presenti. Uno viene dimesso e ne arrivano subito altri. Lo Zanu ha deciso di chiedere al governo di qua di poter aprire una vera e propria base con finalità legate alla sanità. Tre o quattro guerriglieri alla volta passano alcune settimane in ospedale, per essere addestrati a fare i soccorristi di trincea. Nel frattempo aiutano ed assistono i loro compagni feriti. Il loro capo, di nome Marwodzi, si guadagna da vivere facendo l’operatore di bulldozer per conto della ditta Hidroelettrica di Cahora Bassa. È un uomo sulla quarantina grassoccio e pelato, molto affabile, che ha una grande stima per p.Marchesini. È molto rispettato dai guerriglieri sia perché la disciplina di guerra è fatta di ferro, sia perché, di molti di loro, potrebbe esserne il padre.

Quando le conversazioni di Londra fissarono la data della proclamazione dell’indipendenza per il 18 aprile 1980, il Sig. Marwodzi mandò al P.Marchesini e al P. Antonio, l’invito iufficiale a partecipare alla festa, che la loro base avrebbe organizzato. Il p. Antonio girò l’invito anche a me.
Per l’occasione avrebbero anche dato al P.Marchesini un documento ufficiale di benemerenza, in cui lo definivano un amico che li ha molto aiutati nei difficili tempi della guerra.

Sono arrivato a Songo l’antivigilia della festa, ieri l’altro Oggi 18 aprile è venerdì, ma il Mozambico, popolo fratello che li ha aiutati in ogni modo durante la lotta armata,ha proclamato questa data giorno di festa nazionale. Il luogo della cerimonia è nel bosco, ai piedi dell’altopiano, fuori del recinto che delimita il territorio della diga e dell’area dei lavori. Le autorità del Mozambico vogliono evitare qualsiasi pericolo che possa succedere qualcosa nell’area protetta della diga.
Arriviamo puntuali tutti e tre per mezzogiorno. La cerimonia prevede un alzabandiera ufficiale, un discorso del comandante della base e dell’amministratore di Songo, a cui seguirà la consegna delle benemerenze ed il pranzo.
Alle 12 in punto, tutti schierati sull’attenti, assistiamo all’alzabandiera del nuovo stato che, a partire da ora, si chiamerà Zimbabwe. Il comandante Marwodzi ricorda brevemente le varie fasi della loro lotta armata e proclama la sua riconoscenza e quella di tutto il popolo per l’aiuto determinante che il Mozambico ha dato per la vittoria finale.
L’Amministratore risponde e presenta le congratulazioni ufficiali e la credenziale che lo investono come delegato del governo centrale a quella cerimonia. Samora Machel, naturalmente, in questo momento è ad Harare, la capitale, accanto a Mugabe e N’komo, i capi dei due movimenti di liberazione. Anche loro, come noi del Mozambico hanno cambiato i toponimici: Salisbury, la capitale, si chiama ora Harare e la Rhodesia del sud ora è Zimbabwe.
Il comandante consegna all’Amministratore un documento di benemerenza speciale per l’aiuto ricevuto e così pure fa col p.Aldo, al quale mette nelle mani il diploma di benemerenza col titolo di “Amico dello Zimbabwe”.

Dopo gli applausi ed alcuni canti rivoluzionari, sia dello Zimbabwe sia del Mozambico, si comincia il pranzo, preceduto da un avviso dato ai presenti dal comandante Marwodzi.
”Cari amici, la nostra gioia è grande. Per fare un bella festa avremmo dovuto avere denaro sufficiente, ma siamo molto poveri. La gioia della vittoria si deve celebrare nel giorno della vittoria, per cui abbiamo pensato che era molto meglio mangiare polenta con foglie oggi, insieme a voi , piuttosto che gallina e capretti fra una anno. Dio benedica lo Zimbabwe!”
Grandi applausi e abbracci fra tutti i presenti ed i guerriglieri.
Un giorno indimenticabile!

Una volta a casa ho chiesto a P. Aldo di mostrarmi da vicino il diploma di benemerenza. Era un foglio di carta scritto a macchina, ma con lo stemma dello Zanu e tanto di firma del comandante.
Diceva:
“Con questo documento presentiamo il Dr. Aldo Marchesini, di nazionalità italiana. Ha lavorato con noi qui a Songo per quattro anni, curando i nostri camerati del fronte e delle retrovie. Egli ha pure formato due gruppi di soccorristi dello ZANLA. Ha lavorato arduamente ed ha mostrato un indefettibile spirito di aiuto durante il nostro conflitto armato.”
Il p. Marchesini lo tira fuori da una carpetta in cui c’era un altro documento. Mi spiega che quella era l’altra lettera ufficiale che p.Antonio e lui avevano ricevuto lì a Songo. Era del vescovo, D.Paulo Mandlate, già d’un anno fa: approvava la loro proposta di essere una comunità di orazione, ufficialmente riconosciuta, incaricata del ministero di intercessione per il bene di tutta la diocesi.
“Era desiderio del Padre Dehon avere per lo meno una casa d’orazione nella congregazione. Il suo desiderio s’è realizzato nell’anno del centenario, nel 1978!”

Con tutte queste belle notizie, ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.




Gurúè, fine giugno 1980

Caro Padre Dehon,
siamo in assemblea qui al Gurúè, nei giorni attorno alla festa del S.Cuore. Uno dei punti all’esame dell’assemblea era il ritiro dal Mozambico del p. Marchesini. Negli ultimi mesi, a Songo, s’era consolidata una situazione di malessere e di tensione attorno al padre Marchesini, che si sentiva oppresso nella sua libertà e professionalità. Aveva manifestato i suoi sentimenti ai superiori ed aveva chiesto parere perfino ai vescovi ed, alla fine, si era giunti alla conclusione di lasciare il Mozambico, per spostarsi in qualche altra missione della Congregazione. Il padre aveva già scritto al ministro per manifestare l’intenzione di non rinnovare il contratto, che spirava il 29 giugno, ed era arrivato da Songo al Gurúè per venire a salutarci tutti prima di partire. Dal ministero erano arrivate pressioni per riconsiderare la decisione di dimettersi e perfino l’arcivescovo di Maputo, D. Alessandre, era stato intreressato per mettere i suoi buoni uffici per lo stesso fine.

Oggi, dunque abbiamo esaminato la questione. C’è stato un ampio dibattito ed alla fine s’è arrivati alla conclusione che non era una situazione irreparabile quella che aveva creato tanta tensione nell’animo del padre. Il clima politico della provincia di Tete era infuocato, ma nel resto del paese le cose erano molto più tranquille e pacifiche. Fare uno stacco era cosa buona. Era l’occasione per fare un anno d’interruzione e di riposo, approfittando per descontrairsi e aggiornarsi. Era pure il caso di chiedere il trasferimento per la Zambesia e così, al rientro, ritornare nell’ambito del nostro territorio in Mozambico. Il padre Marchesini ha accettato di buon grado il parere di tutti e s’è detto contento della soluzione. Aveva già in programma una visita al Ministro della Sanità, per cui ha detto che approfitterà dell’occasione per comunicare che resta e che al ritorno desidererebbe essere collocato di nuovo in Zambesia. Un caldo applauso ha sancito la soluzione finale di questa discussione.

Un altro evento importante è il passaggio dei poteri e della responsabilità dal vecchio al nuovo Consiglio Regionale.
Col 1º luglio comincerà il mandato per il p. Renato Comastri, superiore regionale e per i consiglieri P.Natalino Costalunga, Ambrogio Comotti, Nunzio Leali ed Emilio Giorgi. L’economo Regionale sarà ancora fr. Giuseppe Ossana. Al Consiglio uscente ed a quello entrante è andata tutta la nostra riconoscenza e simpatia.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.


Gurúè, ottobre 1980

Caro padre Dehon,
il padre Comastri mi ha chiamato in camera per mostrarmi la lettera del p.Antonio Losappio, mio grande amico, nella quale gli comunica che all’Ospedale S.Orsola di Bologna gli hanno trovato un tumore maligno ai due polmoni, inoperabile. Per cercare di bloccarne l’evoluzione dovrà internarsi nel reparto d’oncologia e sottomettersi alla chemioterapia. Accetta dalle mani di Dio questa situazione e si rimette al S.Cuore di Gesù in spirito d’amore e di riparazione.
Sarà ricoverato all’ospedale Malpighi, vicino allo Studentato, e quindi potrà usufruire della vicinanza dei nostri padri e dei nostri studenti. Tra questi cita già i nomi di tre di loro, che hanno il desiderio d’essere missionari in Mozambico e che si sono già presentati a lui: fr. Claudio Dalla Zuanna, fr. Sandro Capoferri e fr. Domenico Marcato.
Dice pure che anche il p. Aldo è a Bologna e che si vedono quasi tutti i giorni. La comunità di Songo continua ancora, seppure in nuova maniera, nell’ospedale Malpighi.

Il p. Comastri mi dice che comunicherà subito a tutti i confratelli queste notizie chiedendo per p. Antonio il sostegno dela loro amicizia e della loro preghiera. È un’occasione d’oro per manifestare quanto ci sentiamo coinvolti dallo spirito del Cor Unum che con tanta insistenza tu, padre Dehon, ci hai insegnato!

Raccomando anche a te il p. Antonio e di saluto caramente.

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 1ºgennaio 1981

Caro Padre Dehon,
ti scrivo da Quelimane, all’inizio di questo nuovo anno, che speriamo sia un anno di grazia e di serenità per la chiesa del Mozambico. La nostra speranza sente il bisogno di radicarsi nella preghiera, perché la nuova situazione politica dello Zimbabwe, dopo l’indipendenza e la fine dell’apartheid dell’aprile ultimo, comincia a dare un nuovo tipo di preoccupazione. Al potere c’è Robert Mugabe, che ha diretto per anni la guerra di liberazione del gruppo di patrioti rifugiati in Mozambico. La Resistenza Mozambicana, che aveva la sua base e la sua potente stazione radio nell’antica Rhodesia di Ian Smith, è stata allontanata dal paese e s’è ritirata in Mozambico, vivendo alla macchia. Corrono molte voci e molti “si dice” in proposito. È chiaro che un movimento ostile al regime e situato nel territorio mozambicano non può non far gola al governo del Sudafrica, che si sente pressionato sempre più dai movimenti anti-apartheid che hanno basi nei paesi circonvicini, primo fra tutti il Mozambico. Aiutando la Resistenza anti Frelimo, il governo del Sudafrica creerà problemi al regime mozambicano e quindi contribuirà ad alleggerire la pressione dei movimenti di liberazione antigovernativi che si appoggiano al Mozambico.
La conclusione è che non potranno mancare ripercussioni sulla vita interna del paese.

In quest’anno ci sará pure il capitolo provinciale dell’Italia Settentrionale, e quindi avremo in questi mesi le consultazioni per eleggere i nostri rappresentanti. Oltre al padre Renato Comastri, che, come superiore regionale, partecipa di diritto, dovremo scegliere tre confratelli. Il capitolo provinciale sarà in novembre nella casa di Capiago.

Un altra novità è l’apertura a Maputo prevista per quest’anno di un nuovo seminario maggiore interdiocesano, che la conferenza episcopale è riuscita ad ottenere dal governo. Gli edifici dell’antico seminario San Pio X sono stati nazionalizzati e quindi si comincerà in un altro edificio, relativamente vicino alla nostra casa di Salvador Allende, situato nella Rua Francisco Orlando Magumwe. I vescovi ci hanno chiesto il padre Tomé Makhwekiha per esserne il rettore. La notizia ci ha naturalmente molto rallegrato e penso che anche tu ne sarai stato ben contento, dato che tanta importanza hai sempre dato al nostro impegno per la formazione del clero e delle anime consacrate.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.


Bologna, fine giugno 1981


Caro padre Dehon,
sono stato inviato in Italia dal p. Comastri, per venire a visitare il padre Losappio e a portargli i saluti e la solidarietà di tutti i missionari del Mozambico. L’ho trovato di nuovo ricoverato in ospedale per uno dei cicli di chemioterapia. È stato molto contento di rivedermi e mi ha raccontato come stia vivendo con intensità ed anche con molta gioia interiore la sua malattia. È diventata il grande avvenimento della sua vita, la grande occasione per fare al Padre l’offerta totale di se stesso in unione a quella di Gesù. L’aspetto totalizzante e definitivo di questa malattia gli ha dato l’occasione di vivere un’avventura spirituale che non avrebbe mai immaginato potesse essere tanto profonda. Mi ha confidato d’aver cominciato a scrivere delle note, dei ricordi, delle riflessioni che lo accompagnano nei lunghi silenzi della corsia...

Ti dirò che mi ha fatto molto bene questa visita: la nostra amicizia s’è approfondita e la condivisione del mondo interiore coi suoi segreti e la sua profondità ci ha unito ancor di più.

Il giorno della festa del Sacro Cuore sono stato invitato dal p. Antonio a partecipare ad una cerimonia molto intensa e con un sapore missionario particolare: la consacrazione come oblato del S.Cuore di don Dino Finazzi, sacerdote diocesano di Cesena, missionario per tantissimi anni al nostro fianco nella diocesi di Quelimane ed ora ritirato in Italia, anziano e malandato, in un piccolo santuario della Romagna. La sua domanda di aggregarsi come oblato alla nostra congregazione è stata accolta favorevolmente dai superiori, che hanno pensato di delegare i poteri di riceverne la consacrazione al padre Antonio. La cerimonia, di proposito strettamente privata e semplicissima, s’è svolta nella cappella dell’ospedale Malpighi. Oltre a padre Antonio e don Dino e me, c’erano pure i padri Marchesini e Pistelli, i due grandi amici di missione del padre Antonio.
Avevamo scelto le tre del pomeriggio, ora di siesta in ospedale, col desiderio della maggiore privaticità possibile. Avevamo appena cominciato, quando s’è aperta la porta ed è entrata una malatina in carrozzella, accompagnata dal suo papà. Si sono sistemati in fondo ad assistere in silenzio e con molta partecipazione. Dopo la cerimonia ci siamo tutti trattenuti nella cappella a pregare in silenzio. Ad un certo punto mi sento toccare la spalla: era il papà della malatina. Mi chiede se lo posso ascoltare in confessione. Ci ritiriamo in sagrestia e comincia la confessione con un grande ringraziamento a Dio, perché oggi gli aveva toccato il cuore dopo trent’anni che non frequentava più la chiesa...

P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, 16 ottobre 1981


Caro padre Dehon,
questo pomeriggio siamo andati tutti all’aeroporto per ricevere col maggior affetto possibile il p. Antonio Losappio che è tornato per restare per sempre in Mozambico: sa che gli restano ormai pochi mesi di vita. Dopo aver concluso la chemioterapia ha chiesto ai superiori d’Italia di poter realizzare l’ultimo desiderio: morire nella terra a cui aveva donato se stesso. Le cure erano esaurite: la malattia avrebbe concluso in pochi mesi il suo corso inarrestabile. In Mozambico non avrebbe potuto ricevere assistenza specializzata, ma ciò che delle risorse avanzate avrebbero potuto giovargli, sarebbe stato solo un vantaggio momentaneo.
Il suo desiderio era, per dirla con le sue parole, quello di poter seminare il suo corpo nella terra del Mozambico, e così realizzare, anche esteriormente, il dono totale di sè. Qui aveva vissuto, qui desiderava morire, qui desiderava essere sepolto, da qui desiderava risorgere, nell’ultimo giorno!

All’aeroporto c’era naturalmente anche il p. Marchesini, il suo compagno degli ultimi anni. Aveva concluso il suo periodo di riposo in Italia ed, al suo ritorno, il ministero della Sanità aveva mantenuto la promessa e lo aveva collocato come chirurgo nell’ospedale di Quelimane.
Ora vive nella comunità della Sagrada Família ed anche il p. Antonio Losappio resterà qui. In caso di necessità di cure, l’ospedale provinciale potrà offrire un minimo d’aiuto.

Stasera, dopo cena, molti missionari e suore di Quelimane sono passati da casa per salutare p. Antonio e manifestargli la loro amicizia e solidarietà. Ormai è tra noi e non lo lasceremo da solo in quest’ultima prova suprema.

Ti mando anche i suoi saluti!
P.Anonimo s.c.j.






Quelimane, febbraio 1982



Caro Padre Dehon,
stanotte sembrava che cadesse il mondo! S’è abbattuto su Quelimane un ciclone tropicale. Tutto il pomeriggio di ieri la città era stata flagellata da un vento impetuoso, che piegava le palme e strappava loro dei rami interi, che volavano sopra i tetti come fuscelli.
Poi, nel cuore della notte, fulmini, tuoni assordanti, pioggia che batteva sul tetto e contro i vetri come se fosse fatta di pietre. Il finimondo è durato circa un’ora. Tutta la città è rimasta al buio. Solo al primo chiarore del mattino s’è potuto vedere ciò che era successo. Attorno a noi parecchie piante, divelte dalle radici, giacevano sparse qua e là. Un grande albero era caduto riverso sui cavi dell’elettricità ed aveva trascinato con sé i due pali vicini, uno di qua ed uno di là. Dal tetto della chiesa erano scomparse alcune lastre di zinco e varie zone erano allagate dall’acqua che non aveva potuto trovare sbocco nelle fognature, intasate da terra, rami e foglie.
Ognuno degli abitanti ha cominciato a sgombrare il suo terreno dai resti trasportabili colle proprie forze, mentre i pompieri ed il personale del comune hanno cominciato il paziente lavoro di rimediare ai danni più vistosi.

Cose dei tropici!

Un caro saluto.
P.Anonimo s.c.j.



Jékwa, Pasqua 1982


Caro padre Dehon,
sarai rimasto sorpreso a leggere l’indirizzo di questa lettera! Il Regionale, padre Renato, mi ha incaricato di venire a passare la pasqua insieme al nostro padre Emilio Bertuletti, inserito come “cooperante” in quest’antica missione della diocesi di Beira. La storia della sua avventura di contrabbandiere del Regno di Dio merita d’essere raccontata.

Circa tre anni fa il p. Emilio dovette ritornare in Italia per farsi operare ai reni. Una cosa lunga e complicata, che richiese parecchi mesi di cure. Con l’avvento in Mozambico della Rivoluzione, la posizione della chiesa era diventata difficile, come ben sai e come ti ho più volte raccontato.
Tra i vari ostacoli messi alla pastorale, ci fu anche quello di chiudere le porte all’entrata dei missionari e quello di limitare ad un massimo di 90 giorni il periodo d’assenza dal Mozambico, per chi aveva già il visto di residenza abituale. Queste limitazioni cominciarono subito, fin dal 1975.

Una volta recuperata la salute, il padre Emilio non riuscì più a ritornare tra noi. Il visto d’ingresso, come missionario, non era concesso. Bisognava aggirare l’ostacolo, trovando un altro motivo.
Le porte del paese si aprivano solo per accogliere chi veniva per un motivo di lavoro o, comunque, legato alla produzione. Il primo foro s’era aperto nel 1978, a Tete, quando il governo aveva concesso a tre suore spagnole della congregazione Francescane Figlie del Calvario, il visto d’ingresso come infermiere appartenenti alla categoria “ cooperanti”.

Il retroscena era stato il seguente: nell’ospedale Provinciale della città di Tete lavoravano da circa 20 anni sei suore spagnole, infermiere, che avevano portato il peso del suo funzionamento impeccabile, dovuto alla loro dedicazione e competenza. Anche col vento della Rivoluzione la stima verso di loro era rimasta intatta. È pur vero che avevano dovuto lasciare la loro casa, situata all’interno del recinto dell’ospedale, ma ne era stata loro offerta un’altra, molto vicina.
Nel frattempo le nazionalizzazioni avevano tolto alla chiesa tutti i dispensari e centri sanitari. Erano passati nelle mani dello stato ed i nuovi funzionari che li gestivano non erano riusciti a mantenere le strutture in buono stato di conservazione, efficienti e pulite. Qua e lá, nel paese, in alcune unità sanitarie erano rimaste a lavorarvi, come personale dipendente, varie suore infermiere. Furono sufficienti due anni perché la differenza tra i centri, che beneficiavano delle cure e della dedicazione delle suore e quelli che avevano solo infermieri dello stato, diventasse evidente anche ad un cieco.
Lo stesso ministro della Sanità aveva fatto quest’osservazione passando un giorno in visita a Tete. Le suore l’udirono ed ebbero l’idea di suggerire al vescovo di chiedere al governo che lasciasse entrare tre infermiere religiose, come cooperanti. Il governo, col parere favorevole del ministro, dette il visto e le tre suore entrarono il 22 agosto del 1978 e furono collocate nell’ospedale di Songo a lavorare col nostro padre Marchesini.

Il caso delle tre suore infermiere cooperanti fece in breve il giro del Mozambico ed a partire da lì fu possibile ad alcun i missionari di entrare colla funzione di cooperanti, per lo più come insegnanti.

Quando il p. Bertuletti si vide rifiutare l’entrata, cominciò a sondare il terreno, per vedere con che veste di cooperante avrebbe potuto entrare. Alla fine si aprì la possibilità di avere un contratto come esperto agricolo. Nella diocesi di Beira era stata nazionalizzata una grande missione, che aveva una scuola enorme, con centinaia di alunni interni. La fonte di sostentamento era una fattoria con produzione di cereali, frutteti ed un allevamento di bovini ed ovini. Dopo la nazionalizzazione nessuno era stato in grado di farla funzionare, per cui il governo cercava un cooperante che la rivitalizzasse.
Il vescovo di Beira l’aveva saputo ed aveva sparso la voce tra i missionari.
La notizia diede le ali al padre Emilio che subito si offrì per occupare quel posto. Tuttavia c’erano varie difficoltà da superare. La più grave era costituita dal fatto che, una volta a Jékwa, il padre Emilio avrebbe dovuto vivere da solo, senza comunità. Per noi religiosi questo è un grave impedimento, che si può tollerare solo per un periodo limitato e per motivi proporzionalmente seri.
Il consiglio provinciale dell’Italia si riservò di studiare i pro e i contra. Alla fine, col parere favorevole dei confratelli del Mozambico, il padre Emilio fu autorizzato e presentò la domanda al governo. Pochi mesi più tardi il visto arrivò e così il p. Bertuletti entrò di nuovo in Mozambico, come missionario vestito da cooperante. È chiaro che si dedicò ad onorare il contratto di lavoro d’esperto agricolo nel migliore dei modi e di fatto la fattoria ritornò a funzionare ed a mantenere centinaia di alunni.
Il cooperante,però, era solo il di fuori, l’anima era di missionario. Secondo ciò che gli permetteva il lavoro, dava assistenza alle comunità dell’antica missione e faceva parte del presbiterio della diocesi.
La pasqua di quest’anno poteva essere celebrata per davvero nelle comunità cristiane di Jékwa, ma era necessario che il padre Emilio potesse avere un aiuto concreto. Così, eccomi qua, per portare a termine questa missione che sa un po’ di servizi segreti, di cui anche il Regno di Dio, a volte, non disdegna di servirsi!

Saluti cari e Buona Pasqua dal tuo agente segreto

P.Anonimo s.c.j.





Quelimane, 13 maggio 1982



Caro Padre Dehon,
oggi abbiamo sepolto il padre Antonio Losappio nel cimitero della missione di Coalane, accanto ad altri due antichi missionari cappuccini.
È morto poco prima della mezzanotte di ieri l’altro, 11 maggio. In quel giorno era cominciata l’assemblea annuale dei missionari della diocesi, perciò eravamo quasi tutti a Quelimane.
Da alcuni mesi non riusciva più a sdraiarsi: gli mancava il respiro. Passava tutto il tempo in una poltrona con cuscini, assistito, nell’ultima settimana, giorno e notte, da qualcuno di noi.
Il dolore era molto forte e p.Antonio la descriveva come la zampata d’un leone. Gli analgesici lo intontivano, per questo celebrava la messa verso le quattro del mattino, aiutato da un confratello, prima di prendere le pastiglie. L’ultima volta che ci riuscì era stato l’8 di maggio, il compleanno del nostro regionale, p. Renato. Egli era presente ed aveva concelebrato con lui.

La sera dell’11 maggio rimase a vegliarlo il padre Renato. Il p. Antonio s’era fatto appendere al muro, davanti a sé, un crocifisso di plastica fosforescente, per poterlo vedere anche di notte e lanciargli occhiate silenziose, l’ultima forma di preghiera che gli era rimasta possibile.
Gli ultimi due giorni però non ci riusciva più. La testa rimaneva incollata sul petto, senza poter sollevarsi.
Poco prima di mezzanotte il p. Renato, che lo vegliava, notò una specie di sobbalzo. P.Antonio sollevò il capo e diresse lo sguardo verso il crocifisso. Riuscì a guardarlo per l’ultima volta e durante quello sguardo morì.

Il suo corpo fu portato nella chiesa parrocchiale della Sagrada Familia, che lui stesso aveva costruito tanti anni prima. Per tutto il giorno e tutta la notte la chiesa è rimasta piena di cristiani che lo hanno vegliato.
Stamani, messa presieduta dal Vescovo, concelebrata da tutti i padri presenti a Quelimane per l’assemblea. Il funerale è stato imponente, con migliaia di persone.
Un particolare doloroso: il vescovo D. Bernardo, appena finito di seppellire il p. Antonio è partito per Macuse per celebrare il funerale di suo fratello, morto tragicamente nell’attraversare un fiume.
Tutta la diocesi lo ha accompagnato con la preghiera e l’amicizia.

In Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.



Maputo, 6 giugno 1982


Caro Padre Dehon,
la lettera pastorale inviata dai vescovi del Mozambico a tutti noi missionari nel mese di maggio penso che rimarrà nella storia della chiesa del Mozambico. Essi ci hanno presentato un appassionato appello a dare tutta la nostra collaborazione per la promozione, accompagnamento e preparazione del clero diocesano. Giustamente sottolineano che la chiesa che i missionari hanno impiantato in Mozambico, con la loro predicazione e la loro dedicazione, non si potrà dire consolidata finché non disporrà di un numero sufficiente di sacerdoti nati in Mozambico, appartenenti al clero diocesano, perché questo presbiterio diocesano è il centro della pastorale parrocchiale e della cura d’anime.
Il desiderio di parlarti un po’ più dal di dentro delle cose, mi ha suggerito di venire qui a Maputo, per visitare il seminario maggiore interdiocesano, in cui noi sacerdoti del S.Cuore siamo impegnati in prima persona.
Sono arrivato a piedi al seminario, dalla nostra casa di Salvador Allende, che si trova nella stessa zona della città.
L’edificio è una casa di vari piani, situata in un viale alberato, con dormitori e stanze, cappella e refettorio, sala di studio ed un cortile dove i seminaristi possono fare la ricreazione.
Mi ha ricevuto il rettore, che è il nostro padre Tomé. Mi ha fatto visitare la casa, mi ha presentato alle persone che in quel momento della mattina erano libere e poi siamo andati a pregare un po’ in cappella. All’uscita siamo passati dal refettorio a prendere un caffé e a mangiare una fetta di dolce.
P.Tomé mi ha detto che i seminaristi sono 13 quest’anno e che uno di loro è il nostro fratello José Diomário Gonçalves, che i superiori hanno autorizzato a passare tra i chierici, come è ora permesso dal Diritto Canonico e dalle nostre Costituzioni.
Per i professori ci sono ancora difficoltà. La nostra congregazione ha messo a disposizione il p. Franco Massieri, che darà Sacra Scrittura.
Tra i seminaristi un gruppettino di tre o quattro ha manifestato il desiderio di entrare nel nostro Istituto. Per ora è un po’ prematuro: non siamo ancora preparati per affrontare questa reatà, ma la loro richiesta ha messo in moto i nostri superiori per dare una soluzione conveniente al più presto.

Questa notizia non me l’aspettavo e ti devo dire che mi ha fatto molto piacere. Penso che tu non sia del tutto estraneo all’apparire di queste vocazioni: siamo o non siamo tutti tuoi figli?

Ed ora ti saluto a nome di tutti i confratelli di Maputo.

P.Anonimo s.c.j.



Coalane, 15 agosto 1982

Caro Padre Dehon,
il giorno di oggi è destinato a restare per sempre nella storia della Zambesia: i guerriglieri della Renamo, la resistenza Mozambicana, hanno occupato il distretto di Morrumbala. In questo modo la guerra ha attraversato il confine della nostra provincia ed ora la sofferenza ed i morti diventeranno la nostra realtà quotidiana.
Ti scrivo da Coalane, sede del catechistato della diocesi, dove mi trovo da una settimana, per partecipare ad un incontro di preghiera con un gruppo di padri, suore e laiche consacrate. La sede si presta bene per questi incontri: ci sono delle casette e poi c’è una costruzione ampia che serve per gli incontri e la celebrazione della Messa. Abbiamo fatto una vita comunitaria, con la recita in coro di gran parte del breviario e commento di condivisione dei brani della scrittura che la chiesa ci fornisce abbondantemente nella liturgia eucaristica e delle ore. Un largo spazio è dedicato alla preghiera silenziosa di fronte all’Eucarestia.

Oggi abbiamo celebrato la messa solenne dell’Assunta e, subito dopo la benedizione finale, mentre ci preparavamo per il pranzo di conclusione, in un ambiente di festa e di contentezza interiore molto grande, qualcuno, arrivato dalla città, ci ha portato la notizia dell’occupazione di Morrumbala.
Ne siamo rimasti costernati, tanto piu che tra i partecipanti c’erano due suore di quella missione. Come puoi ben capire comincia un modo nuovo di vivere, un modo di vivere che si mescolerà abbondantemente con il morire.

Ricordati di noi, padre Dehon! Abbiamo bisogno della tua intercessione, affinché questi giorni di dolore siano abbreviati.

In Corde Jesu.

P.Anonimo s.c.j.



Gurúè, 27 novembre 1982


Caro Padre Dehon,
da pochi giorni s’è conclusa la nostra assemblea di fine d’anno qui nella casa provinciale del Gurúè. È stata un’occasione unica per riunire le notizie da tutte le missioni ed avere un quadro panoramico di quello che sta succedendo.
A metà settembre nella diocesi d’Inhambane sono stati rapiti cinque missionari della Consolata: quattro suore ed un padre, della missione di Muvamba. I guerriglieri li hanno fatti prigionieri e li hanno portati via con sè. La notizia è stata diffusa dalle radio straniere.

La prima novità, nelle nostre missioni, in ordine di tempo, è stata quella dell’attacco della Renamo a Namarrói il 25 settembre. Hanno aspettato una data significativa per entrare a Namarrói: il 25 settembre è infatti la data dell’inizio della lotta armata di liberazione contro il Portogallo ed è festa nazionale: la giornata delle Forze Armate. I guerriglieri sono entrati nella villa, hanno sparato a destra e sinistra ed hanno rubato parecchie cose come bottino di guerra. Non si sono però trattenuti. Il clima psicologico tuttavia è rimasto molto scosso e si respira un’aria di grande insicurezza ed incertezza. I padri Madella e Manuel hanno deciso di restare, insieme alla popolazione.

A Mocubela un camion è saltato su una mina, quasi davanti alla nostra casa. La cabina è rimasta distrutta ed il conducente ha avuto l’amputazione delle due gambe. Il p. Giovannino, l’ha subito soccorso e lo ha portato a Pebane, ma durante il viaggio il ferito è morto. Il fatto ha scosso tutti ed i padri di Pebane, Pezzotta e Carlessi, non se la sono sentita di venire alla riunione.

Durante la nostra assemblea i guerriglieri hanno assaltato una fabbrica del té ed hanno costretto i lavoratori a caricare per loro un abbondante bottino. Il giorno dopo siamo stati svegliati da colpi di bazooka e d’armi da fuoco: un gruppo ha cercato di assaltare la casa di ferie del Presidente, ma la truppa della Frelimo li ha respinti.
Dalla diocesi è arrivata la notizia che il p. Francesco Monticchio, dei Cappuccini di Bari, parroco della cattedrale di Quelimane, non ha ricevuto il visto per rientrare in Mozambico. La conferenza episcopale si sta muovendo e ci sono speranze che la situazione si sblocchi.
Come puoi vedere, padre Dehon, la logica di guerra sta prendendo possesso della nostra realtà. Le strade sono poco sicure a causa delle mine, che si cominciano a sotterrare, per creare il panico e rendere difficili le comunicazioni. I nostri viaggi per visitare le varie comunità cristiane sparse nel territorio sono sempre più azzardati e difficili. Dobbiamo affidare la conduzione delle cose solo al padrone della messe, perché nessun altro potrà liberarci.

Ricordati di noi tutti, padre Dehon!
Tuo P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 15 dicembre 1982


Caro Padre Dehon,
oggi il nostro vescovo Don Bernardo ha firmato la nomina del P.Emilio Giorgi a parroco della cattedrale. Tutte le pressioni e preghiere della Conferenza episcopale per far concedere il visto di ritorno al p. Monticchio sono naufragate ed è stato necessario scegliere un nuovo parroco. Padre Giorgi ha abbastanza esperienza di lavoro pastorale in parrocchia e tutti siamo convinti che farà molto bene. Resta però vuoto il suo posto di Segretario della pastorale della diocesi. Il padre Renato, che ha già consultato parecchi confratelli, ha presentato al vescovo il nome di padre Madella. La scelta non poteva essere più felice e dentro di pochi giorni il padre prenderà possesso del nuovo ufficio.

Approfitto della vicinanza del 1º gennaio, per mandarti gli auguri per il nuovo anno da parte di tutti noi residenti in Mozambico!

P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, 25 marzo 1983



Caro Padre Dehon,
sono appena tornato dalla solenne concelebrazione col vescovo Dom Bernardo per l’apertura dell’Anno Santo della Redenzione. Come sempre, nelle feste solenni, la celebrazione della liturgia della Messa è molto partecipata e resa splendente da processioni a passo di danza, canti, cerimoniale solenne ed incensazioni.
Il vescovo, com’è suo costume, ha iniziato l’omelia in Chuabo e poi l’ha ripetuta in portoghese, perché tutti potessero capire nella lingua di miglior comprensione. L’Anno Santo della redenzione è l’occasione più propizia per celebrare la misericordia di Dio.
Il pensiero è corso alla situazione di guerra e di violenza che si vive un po’ dappertutto in Mozambico. Tutti abbiamo pregato perché quest’anno santo abbrevi, con la sua grazia di conversione, i giorni della guerra e le sofferenze di tanta gente, povera e semplice, indifesa di fronte alle prepotenze di chi ha un’arma in mano.

Ti mando i saluti di tutti noi.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, maggio 1983

Caro Padre dehon,
abbiamo appena terminato l’assemblea annuale dei missionari. Oltre a discutere i temi propri dell’incontro, questa è un’occasione unica per scambiarci le notizie e soprattutto per vederci in faccia. Nel passato si viaggiava molto e c’era l’uso di non passare mai davanti ad una missione, senza fermarsi per dare un salutino e chiedere se avevano bisogno di qualcosa lá dove s’era diretti. Ora però, non più; e tutti ne sentiamo la mancanza!
L’argomento principe è ormai sempre quello della guerra. Ci si scambia notizie, voci, pericoli scampati. Molti di noi conoscevano le suore Mercedarie della missione di Charre, presso Mutarara, nella diocesi di Tete, che il 13 febbraio sono state rapite, perciò la preoccupazione per loro è sensibile. Le altre suore di Inhambane, della Consolata, rapite l’anno scorso, sono state rilasciate a fine anno, insieme col padre. Sono state rilasciate in Malawi, e s’è capito che il motivo del rapimento è stato principalmente quello d’attirare l’attenzione internazionale sui problemi del Mozambico.

Da tutte le missioni giunge l’eco della paura e dell’insicurezza in cui vive la gente. Incursioni notturne di guerriglieri e di militari, con lo scopo di rapire, di rubare o di reclutare colla forza i giovani per la guerra. La parola portoghese di “rusga” esprime bene l’idea di raccogliere, rastrellare o rapire le persone. Ed allora la gente ha paura di dormire in casa. Verso sera ci si va a nascondere tra la vegetazione più folta o ci sdraia in mezzo al “capim”, l’erba selvatica, alta spesso più di due metri, che cresce in modo lussureggiante dappertutto. Questo nascondersi ha già dato origine ad una parola di gergo: “placar”, cioè buttarsi sulla placca del terreno nudo, colla pancia per terra. Mi viene in mente il versetto latino di un famoso salmo: “adhaesit pavimento anima mea”.

La riunione ci fa sapere di tanti problemi e situazioni dolorose, ma, tutto sommato ci rianima: il fatto di ritrovarci uno accanto all’altro e di convivere per tre giorni, mattino e sera, discutere e pregare, rende la comunione tra noi e col vescovo più forte di ogni altra cosa.

Ti saluto in corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.



Gurúè, fine di luglio1983

Caro Padre Dehon,
sta finendo un luglio carico di novità. Esse sono cominciate subito il primo giorno, con l’inizio delle funzioni del nuovo superiore regionale P. Emilio Giorgi, e del suo consiglio (P. Toller, P Massieri, P.Bellini e p. Ciscato, mentre il servizio d’economo regionale è rimasto per fr. Ossana).
La notizia più bella è stata quella dell’arrivo del primo missionario che entra in Mozambico col visto di missionario. Si tratta del padre Ilario Verri, che ha già una certa età, coi trenta già superati da un pezzo. Tutti ci siamo felicitati con lui, perché, oltre ad essere un nuovo confratello residente qui, chiude pure un’epoca dolorosa durante la quale il Mozambico è stato un paese proibito.
P. Ilario è stato destinato alla missione di Molumbo col padre Natalino e col padre Luís Vasco.

La nomina di p.Giorgi a superiore regionale ha lasciato vacante, per la seconda volta in pochi mesi, la carica di parroco della cattedrale. Al suo posto è stato nominato il padre Francesco Bellini, trasferito a Quelimane, dalla missione di Ile.
Come vedi, in questo mese s’è disegnato un nuovo scenario della distribuzione dei missionari nel territorio. È una caratteristica della vita religiosa: le comunità si formano e si modificano continuamente; noi religiosi passiamo spesso da una realtà all’altra e ciò contribuisce a farci sentire sempre giovani e sempre disponibili alla novità.

Da tutti noi del Mozambico ti giunga un caro saluto!

P.Anonimo s.c.j.


Namarrói, 29 ottobre 1983


Caro padre Dehon,
il superiore regionale padre Giorgi mi ha chiesto di fargli compagnia nel viaggio a Namarrói, per la messa del settimo giorno dalla morte del padre Alfonso Biasiolli, che è stato il fondatore di questa missione.
Non ti nascondo che il viaggio è stato intrapreso con parecchio timore. Le imboscate sulle strade si moltiplicano e viaggiare diventa sempre più rischioso. Abbiamo scelto di venire a Namarrói passando per Regone, la strada più diretta dal Gurúè a qui. È un percorso secondario, una strada poco usata, che attraversa un grande bosco disabitato. Non abbiamo incontrato nessuna macchina né motocicletta. Solo qualcuno in bicicletta o a piedi.

A Namarrói abbiamo celebrato la messa nella cappella di paglia della nuova residenza dei missionari, che sono P. Alves e p. Manuel Gouveia. I cristiani presenti erano alcune decine ed in parte hanno dovuto assistere da fuori, perché dentro non c’era abbastanza posto. Le norme imposte dalla Frelimo che non si può celebrare nulla, fuori dai luoghi autorizzati di culto, sono state parzialmente violate dall’assembramento sotto la veranda, ma nessuno avrebbe avuto mai il coraggio di fare denuncie, perché il p.Alfonso che qui ha fondato la missione ed ha vissuto lunghi anni è conosciuto da tutti e tutti hanno saputo della sua morte avvenuta a Trento la settimana scorsa.

Dopo la messa ci siamo trattenuti un giorno per fare compagnia ai padri. In questi tempi, in cui viaggiare è rischioso, le visite, che per forza di cose sono rare, sono molto apprezzate. Dopo la messa siamo andati a piedi a fare un giro nell’abitato. Non siamo entrati nell’antica missione, che ora è nazionalizzata, ma ci siamo fermati fuori, per contemplare le costruzioni del p. Alfonso e del p. Emilio Bertuletti, che sono ancora forti e discretamente conservate, dopo otto anni.
La vita della missione continua ancora, anche se a ritmo adatto a questi tempi in cui tutto è più difficile e rischioso. P.Alves e Manuel ci hanno ringraziato molto per la visita e ci hanno accompagnato col loro carro fino a due o tre chilometri dalla villa, sulla strada del Gurúè.

In corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 15 febbraio 1984

Caro padre Dehon,
oggi a Quelimane s’è conclusa la riunione annuale dei superiori regionali col vescovo. Si è cominciato commentando favorevolmente la lettera pastorale dei vescovi “Un appello alla pace”. La nostra conferenza episcopale è molto attenta e coraggiosa e non lascia passare nessuna occasione per parlare e contribuire in qualche modo a migliorare la situazione in cui si deve vivere nel paese.
L’incontro è stato, come sempre, un’occasione per tastare il polso alla vita dei missionari e dei cristiani fuori dei maggiori centri abitati. Dappertutto si sente l’insicurezza, si sente la sofferenza, provocate dalle incursioni dei guerriglieri che portano via persone, alimenti, biciclette, galline ed altri beni ed uccidono chi è legato al governo e alla Frelimo. Passato poco tempo ci sono le contro-incursioni dei soldati che cercano i collaboratori per arrestarli e portarli via con sé, usando altra violenza e colmando la misura della sofferenza della gente. Il commercio languisce e, nelle zone periferiche, si sente molto la mancanza di quei beni di consumo indispensabili che finora non erano mai mancati, come sapone, petrolio, sale, zucchero, vestiti e così via. In qualche parte s’è già cominciato ad usare i sacchi del mais e dei fagioli per coprirsi e perfino s’è rivitalizzato l’antico uso di fare, non dico vestiti, ma “copri - nudità” con le scorze degli alberi.
Nonostante queste difficoltà e sofferenze sono ancora aperte praticamente tutte le missioni della diocesi.
Tuttavia il vescovo ha comunicato che la superiora provinciale delle suore della Consolata ha deciso di ritirare dal Molumbo le sue suore, già abbastanza anziane, e di trasferirle nel Niassa, per via dell’isolamento e dei pericoli a cui erano esposte.

I superiori hanno tutti sottolineato come la vita di comunità dei missionari, specialmente in quelle missioni in cui sono presenti sia padri sia suore, si sia rafforzata, con molta più importanza data alla preghiera in comune ed alla lettura e commento della Parola di Dio.

S’è pure sottolineato che l’ostilità verso la chiesa, da parte della Frelimo, ha continuato a diluirsi. Oltre al segno positivo della riapertura del paese ai nuovi missionari, il governo ha più volte sollecitato collaborazione ed aiuti concreti. L’ultimo episodio è stato il mese scorso, in cui il Direttore Provinciale della Sanità ha invitato la diocesi ad inviare un suo rappresentante al Consglio Coordinatore Provinciale, per vivere da vicino le difficoltà e le necessità d’aiuto che questo settore, così importante, della vita sociale, sta attraversando. Il vescovo ha delegato Suor Lídia delle Domenicane, che è infermiera.

Com questo piccolo segno di disgelo ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 5 marzo 1984

Caro Padre Dehon,
ho accompagnato il vescovo e padre Madella a Munhamade e Gurúè per vedere da vicino le condizioni in cui geme il popolo e, poi, dal Governatore della Provincia, Mário da Graça Machungo per presentare le preoccupazioni e il lamento della gente.
Il 20 febbraio siamo partiti molto presto da Quelimane e verso mezzogiorno siamo arrivati al posto amministrativo di Munhamade. Ci siamo presentati all’Amministratore della Località ed abbiamo fatto timbrare e vidimare la “guia de marcha”, per essere autorizati a visitare le installazioni dell’antica missione. L’area è stata scelta per una grande “Aldeia Comunal”. La popolazione è già stata radunata, in modo evidentemente forzato e si trova agglomerata alla meglio nelle case e nei dintorni della vecchia missione. Il commissario politico ci dice che sono già concentrate qui sedicimila persone. Più che concentrate si potrebbe dire che sono ammucchiate, senza condizioni igieniche sufficienti, senza infrastrutture, costrette a vivere in situazione assai precaria. Abbiamo scoperto che è stato già aperto il cimitero, dove vengono sepolti i morti dell’Aldeia. Abbiamo contato 104 tombe; le prime sono state aperte alla fine di dicembre, poco più di due mesi fa. Ciò significa più di dieci morti la settimana in queste dieci settimane... Mentre il commissario ci accompagnava, il suo modo di parlare era come del protagonista d’una grande epopea sociale, ma negli occhi della genta si leggeva soltanto rassegnazione e dolore.

Nel primo pomeriggio abbiamo fatto ritorno, fermandoci a Mocuba per la notte. A cena, in casa dei cappuccini, ci è arrivata la notizia che, subito dopo il nostro passaggio, c’è stata un’imboscata su quella strada, con due morti. Li ricordiamo nella preghiera della compieta ed il giorno dopo, con un certo timore, andiamo verso Gurúè. Il 21 ed il 22 visitiamo alcuni accampamenti nell’area del distretto: anche qui realtà dolorosa.
Il 23 ritorniamo a Mocuba e Quelimane, ma al mattino presto un’imboscata a tre camion vicino a Nampevo blocca per molte ore il transito. Ci sono stati otto morti. Dobbiamo ritornare indietro e pernottare ad Ile. La mattina dopo passiamo, infilandoci in una colonna militare ed arriviamo sani e salvi fino a Quelimane. Questo viaggio ci ha profondamente toccati. La sofferenza del popolo grida alto, di fronte a Dio e agli uomini.

Per questo il vescovo aveva già prenotato un’udienza col Governatore.
Questi ci ha ricevuti oggi, 5 marzo. D.Bernardo gli ha raccontato ciò che ha visto ed il Governatore ha detto che la situazione di guerra impone scelte che possono essere dolorose ed al tempo stesso creare occasioni per praticare abusi, che, il più delle volte, non sono controllabili. Alla fine entrambi si auspicano che il dialogo possa continuare ed il vescovo consegna una lettera personale al Governatore, con le preoccupazioni della gente ed il punto della situazione nella Provincia.

Anche quest’attività è cura pastorale del gregge...
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 22 giugno 1984

Caro Padre Dehon,
ti scrivo dalla casa dei Cappuccini di Quelimane, dove oggi si conclude il secondo corso di aggiornamento dei missionari. Quest’anno abbiamo deciso di ripetere l’esperienza, del 1974 e 75, di ritrovarci in grandi gruppi di missionari, padri, fratelli e suore, per una revisione di vita e di riattualizzazione della pastorale, oltre che per approfondire i lacci d’amicizia e di fraternità che ci uniscono.
Per questo secondo corso ci siamo riuniti in circa trenta persone ed abbiamo vissuto insieme per una settimana intera. Preghiera, riflessioni, pasti e ricreazione in comune. È stato molto bello, avere da adulti un’esperienza di vita fraterna com’eravamo abituati da ragazzi, nelle nostre case di formazione e scolasticati. È stato un bagno di ringiovanimento e di rasserenamento interiore. La vita fraterna è davvero una grande grazia per tutti!
Si è parlato di molte cose, di come sviluppare sempre più una chiesa con aspetto di famiglia e con i vari ministeri della comunità a funzionare: catechesi, guida della liturgia, del canto, assistenza ai poveri, accoglimento degli ospiti e visitatori, celebrazione dei funerali, preparazione dei matrimoni, seguimento dei giovani che sentono la vocazione alla vita consacrata...
Abbiamo approfondito vari aspetti della vita delle “equipe missionarie” di padri e di suore che servono la stessa missione.
Il nostro padre Ciscato ha presentato molti aspetti della cultura degli abitanti della Zambesia in una sintesi brillante, che ha destato l’interesse di tutti. Alla fine c’è stata una forte pressione perché si decida a pubblicare le sue riflessioni in modo che tutti le possiamo leggere e consultare.

Tra poco, alle 18, verrà il vescovo per la concelebrazione di chiusura e ne approfittiamo per festeggiare il decreto del papa che crea in Mozambico tre provincie ecclesiastiche col rango di Archidiocesi: quella di Maputo, con Xai Xai ed Inhambane, quella di Beira, con Tete, Chimoio e Quelimane e quella di Nampula, con Lichinga e Pemba.

Se la situazione di guerra lo permetterà, sono previsti altri due corsi di aggiornamento per dare a tutti i missionari la possibilità di parteciparvi. Alla fine dovrebbero aver frequentato circa 120 persone.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.
Mocuba, 8 agosto 1984


Caro Padre Dehon,
sono ospite dei cappuccini, in questo giorno drammatico del funerale di padre Xavier Torboli e dei suoi tre compagni di viaggio.
Ieri mattina, molto presto p.Xavier era partito dalla missione di Lugela per andare alla sede del Distretto a prendere un malato, che aveva bisogno d’essere trasferito all’ospedale di Mocuba. Erano salite altre tre persone che volevano approfittare del passaggio.
Arrivando nei pressi dell’incrocio di Munhamade, una raffica di mitragliatrice aveva centrato in pieno il Land Rover, che era uscito di strada e s’era capovolto. Due passeggeri erano stati sbalzati fuori dalla macchina, feriti gravemente. Gli assaltanti si erano avvicinati, avevano rotto il vetro davanti e avevano dato il colpo di grazia ai passeggeri. Dopo di che avevano dato fuoco alla macchina e se ne erano andati, lasciando i due feriti gravi sulla strada.
L’ora dell’imboscata dovera essere stata attorno alle otto. Verso mezzogiorno i confratelli di Mocuba, che aspettavano il padre Xavier, preoccupati del ritardo, avevano telefonato a Lugela ed avevano appreso della strage. Subito in tre s’erano messi in macchina per andare sul luogo, ma il posto di blocco militare sulla strada impediva a tutti di passare. Solo verso le quattro il blocco fu ritirato e i fratelli Oreste e Joaquim, insieme a padre Paolo poterono passare ed arrivare sul posto. Il Land Rover era ancora fumante e le lamiere, ancora infuocate, rendevano difficile il compito, già arduo, di disintricare dai rottami i tre corpi quasi per intero carbonizzati.
Solo verso le otto di sera riuscirono ad arrivare a Mocuba, dove tutti erano in attesa col cuore in gola. I quattro corpi furono deposti nella chiesa parrocchiale della città e vegliati per tutta la notte.
D. Bernardo, il vescovo, era a Maputo e stava tentando di riuscire a trovare un posto per oggi sull’aereo per Quelimane.
L’aereo è arrivato alla fine della mattinata e la messa è potuta cominciare verso le tre, in modo che la sepoltura è avvenuta prima del biuio. In chiesa e al corteo funebre si può dire che c’era tutta la città.
Mi ha fatto impressione il particolare della bara di padre Xavier. L’avevano fatta su misura per contenre il suo corpo semi incenerito: era piccola come quella di un bambino...

Alla messa c’erano anche i padri Ciscato e Dalla Sega, della missione di Ile. Ho immaginato cosa devono aver provato nel loro cuore, dopo la paura passata l’anno scorso in giugno quando una serie di raffiche di fucili a ripetizione aveva crivellato il loro jeep ed erano usciti di strada. Noi, che abbiamo visto poi le lamiere perforate dai colpi, ci chiediamo ancora come abbiano potuto uscire senza neppure una ferita. I guerriglieri li avevano subito circondati, ma forse, sbalorditi per vederli illesi, non li avevano uccisi presi da sacro timore. Erano vicini alla missione e li lasciarono andare per tornare a casa loro senza far male e senza derubarli.

Con l’animo rattristato per le sofferenze che questa guerra genera ogni giorno, ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.


Maputo, 7 ottobre 1984


Caro Padre Dehon,
il nostro fratello José Diomário Gonçalves è stato ordinato diacono stamattina, nella parrocchia di Nostra Signora delle Vittorie. È stata per tutti una grande gioia perché vediamo che il desiderio ardente del sacerdozio di questo nostro confratello ha cominciato a divenire realtà.
La sua dedicazione alla congregazione ed all’apostolato sono sempre stati sempre riconosciuti ed apprezzati da tutti noi e il bene che gli vogliamo ci fa rallegrare in modo speciale per questo suo primo passo nella condivisione del sacerdozio di Cristo, nel suo gradino iniziale.

Il parroco, padre Tarcisio Finazzi, era raggiante e tutta la parrocchia era in chiesa per la consacrazione diaconale. Padre José, grande direttore di canto, è stato accompagnato dall’inizio alla fine dalla bravitù dei suoi stessi cantori, da lui formati in questi anni passati nel seminario di Maputo, durante il servizio pastorale nella parrocchia delle Vittorie.

Che bella quest’innovazione del Diritto Canonico, che permette ai fratelli di poter accedere al sacerdozio!
Ne siamo tutti contenti.

P. Anonimo s.c.j.



Maputo, 18 febbraio 1985

Caro Padre Dehon,
oggi è una di quelle date che sono destinate a restare nella storia. In questo giorno è stata riaperta la casa di formazione di Maputo, nella nostra residenza di Av. Salvador Allende, 1377.
Il superiore è P.Alves e con lui fa comunità il padre Franco Massieri. Gli studenti sono cinque. Dopo parecchi anni d’intervallo si riaccende il fuoco che aveva dormito sotto la cenere. Sembra un secolo, ma sono passati meno di 10 anni dalla chiusura dell’era della formazione pre indipendenza.

La casa di Salvador Allende era rimasta adatta per accogliere un gruppo di giovani: al piano terra refettorio ed al primo piano sala di studio e stanze. La cappella in prefabbricato nel cortile era capace di accogliere parecchia gente.

Oggi c’è stata una piccola cerimonia di apertura ufficiale con la messa concelebrata dal Regionale coi padri della casa e con qualche confratello di passaggio. Come ci hai insegnato tu, abbiamo offerto al Signore questo rinnovato impegno della congregazione in Mozambico. Siamo tutti coscienti che la riapertura di Salvador Allende porterà con sé la necessità di estendere la formazione al resto degli studi filosofici e teologici, al postulandato e al noviziato. Saranno necessari parecchi confratelli che si dedichino a questo settore così vitale.
Una seconda conseguenza è la necessità di avere una seconda casa a Maputo. Non si può interrompere il servizio di accoglienza ai confratelli di passaggio e non solo ad essi, come pure quello di procura delle missioni. Molte cose si possono comprare solo qui.
Il Consiglio Regionale ha approvato l’acquisto di una casa abbastanza in zona, a circa un chilometro di distanza, nell’avenida Armando Tivane, a lato dei giardini pubblici.
È una casa di pianterreno e primo piano, con un piccolissimo pezzetto di giardino intorno. Era la casa di un medico che vi abitava e vi riceveva i clienti, nel tempo coloniale. Una casa abbastanza grande, ma disegnata con grande spreco di spazi. La posizione è bella, proprio di fronte ai grandi alberi del giardino che ha il nome pomposo di Parco dei Continuatori, dove, per continuatori, s’intendono i bambini ed i ragazzi, che saranno coloro che continueranno il cammino delle conquiste della Rivoluzione.

Caro Padre Dehon, lascia quindi che oggi ti mandi i miei saluti, accresciuti del titolo di “storici”saluti!
P.Anonimo s.c.j.

P.S. Già che sono a Maputo, sono andato a salutare il Delegato Apostolico, mons. Francesco Colasuonno, che dopo 10 anni lascia quest’ufficio per altri incarichi più alti a Roma, sempre nel servizio diplomatico della Santa Sede.
Mi ha ricevuto molto affabilmente, com’è suo costume, rievocando le tante volte che ci siamo incontrati, con speciale menzione del suo primo viaggio in Zambezia nel 1975, quando faceva le visite di ricognizione nelle varie diocesi per scegliere i nuovi vescovi mozambicani da proporre al papa come pastori dei loro propri fratelli. Neppure questa volta seppe resistere da fare allusione al suo precedente servizio nella Cina di Taiwan, citando usi e costumi della grande e plurimillenaria civiltà cinese. Partirà fra due o tre settimane ed, in attesa della nomina del suo successore, resterà a sostituirlo mons. Marchetto, il segretario della Delegazione apostolica. Il nostro padre Tarcisio Finazzi continuerà a lavorare alcune ore al giorno nel segretariato.
Prima di lasciarmi, mons. Colasuonno mi ha sussurrato all’orecchio un segreto: che mons. Marchetto è già maturo per fare il nunzio e che, presto, il santo Padre gli darà una missione diplomatica iun qualche paese, probabilmente africano.
Anche per questa seconda notizia, ti rinnovo i miei “storici” saluti!

P.Anonimo s.c.j.


Gurúè, 30 marzo 1985

Caro Padre Dehon,
le belle novità che ti ho inviato da Maputo non devono trarti in inganno sulla situazione difficile che si continua a vivere in Zambesia e nelle varie provincie del Mozambico. La guerra non conosce vacanze né soste: continuamente ci sono notizie di attacchi, di morti, di violenze...
È arrivata al padre Regionale, qui a Gurúè, una lettera dal padre Zanetti, scritta al Gilé il 17 u.s., che ci ha un po’ rincuorato sulla situazione dei nostri padri in quella missione così fuori mano. Erano ormai mesi che non si avevano più loro notizie!
Ti voglio copiare la lettera, scritta nella sua maniera caratteristica, che quasi sembra di vederselo davanti a raccontare, col suo sorriso sornione nel canto degli occhi.

Gilé 17.03.85
Carissimi,
Vi scrivo questa lettera per garantirvi che ci troviamo ancora nella fede cattolica romana e fedeli alla diocesi di Quelimane. Scriviamo persino lettere pastorali alle comunità, considerando il fatto che le vostre, qui, non arrivano.
Stiamo bene, ma abbiamo passato momenti di tensione e di paura, anche se con un certo umorismo. Immaginatevi che qualche giorno fa è scoppiata una camera d’aria d’una bicicleta e tutti si sono messi a scappare.
Tutte le comunità cristiane hanno sofferto e soffrono per causa della situazione: furti, morti, maltrattamenti. C’è terrore ed insicurezza a motivo della violenza. Nel mese passato un’imboscata ha causato 11 morti. L’ambulanza è rimasta ridotta in cenere...

Le persone continuano nostre amiche e cercano d’aiutarci. Hanno avuto sentore che non avevamo sapone e, appena ne è arrivato al distretto, sono corsi a portarcene un pezzetto di quel poco che avevano ricevuto...

E le lettere che riceviamo! Ci hanno scritto da una comunità, dicendoci che dobbiamo resistere con serenità e pregare, perché è l’unico cammino per la pace. Quelli che pretendono spegnere il fuoco col fuoco si sbagliano. (Grazie tante, ho aggiunto io).
Quattro mesi passati nelle Dolomiti o sulle colline dell’Emilia corrono veloci, qui invece passano lentamente...

Non abbiamo ricevuto nessuna delle vostre lettere. Appena un messaggio da Temporin. Padre Leali fa un po’ d’agricultura, con gli stessi risultati dei piani governativi. Io faccio i lavori di casa ed accolgo tutti quelli che ci vengono a trovare.
Saluti fraterni.
Padre Zanetti



Gurúè, 23 agosto 1985
Caro Padre Dehon,
anche questa volta ce l’abbiamo fatta a ritrovarci al Gurúè per la nostra assemblea, ma arrivare qui è sempre più difficile e rischioso.
La nostra riunione ha cominciato subito con una festicciola di ben arrivato al fratello Gabriele Preghenella, infermiere, alla sua prima esperienza missionaria. È arrivato insieme ad un veterano,il padre Fernando Armellini, che è tornato circondato di onore e gloria dopo la sua specializzazione in Sacra Scrittura, ottenuta,nientemeno, che al Biblico di Roma!
La gioa per i nuovi arrivati è stata subito raffreddata dalla doverosa, seppure dolorosa decisione di chiudere in tempi brevi le due missioni di Molumbo e di Gilé. La situazione si sta facendo insostenibilmente tesa e pericolosa.

S’è presa pure la decisione di accettare la disponibilità di p.Ambrogio Comotti per occupare il posto vacante di Segretario delle Missioni a Milano. La sua presenza fra noi, di tanti anni, così piena d’entusiasmo e d’idee non sarà certo dimenticata. Gliene siamo tutti grati e ci aspettiamo in cambio una continuazione di collaborazione piena d’intesa e d’amicizia, anche se da una parte e dall’altra dell’equatore.

Il padre Remo, sempre attentissimo alle notizie della radio, ci ha fatto un piccolo, ma molto apprezzato, resoconto del Congresso Eucaristico Internazionale di Nairobi, iniziato cinque giorni fa e che conta con la presenza del Papa. Anche dal Mozambico sono andati alcuni laici oltre che ad un vescovo ed un padre. È la prima volta che un Congresso Eucaristico Internazionale si celebra in Africa.
L’adorazione di questa sera è stata fatta in comunione speciale con il Congresso Eucaristico, ringraziando il Signore perché nessuna guerra o violenza non potrà mai separarci dalla sua presenza.

Ti saluto in corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.


Gurúè, 12 novembre 1985


Caro Padre Dehon,
quella che sto per scriverti è una lettera in lacrime, lacrime che scorrono dagli occhi del Mozambico!
Comincio subito dalla notizia più recente, che è anche la più cruda. È arrivata ieri sera, qui in casa Regionale, la lettera scritta da D. Paulo, il vescovo di Tete, nel giorno 9 ultimo scorso. Contiene la comunicazione dell’assassinio dei due padri Gesuiti d’Angonia, nella diocesi di Tete: p. Silvio Alves Moreira e p. João de Deus Gonçalves Kamtedza.
I loro corpi, parzialmente divorati dagli animali, sono stati ritrovati cinque giorni dopo la loro morte, avvenuta a duecento metri dalla loro residenza di Chapotera, un po’ fuori dall’antica missione di Lifidzi. Sugli assassini non si sa nulla. I loro confratelli li hanno sepolti nella stessa notte del ritriovamento dei cadaveri, nel cimitero di Vila Ulongwe, il capoluogo dell’Angonia, alla luce dei fari delle macchine.

Questo è l’ultimo avvenimento doloroso riguardante i missionari.
Il 30 luglio scorso, a Luabo, sulla riva sinistra dello Zambesi, sono stati rapiti i padri cappuccini Caetano Pasqualicchio e Bruno Guarnieri. I guerriglieri della Renamo li hanno portati via con loro, per rilasciarli poi nel Malawi il giorno 7 settembre. Sono stati portati a Blantyre dalle autorità e poi inviati a Maputo, da dove sono partiti per un periodo di recupero e di ferie in famiglia, in Italia.

Il mese scorso, il 14 ottobre, i padri di Gilè sono stati fermati dai guerriglieri sulla strada, fatti scendere, minacciati e poi lasciati andare mentre appiccavano fuoco alla loro macchina. In molti ci siamo chiesti perché i nostri si sono trattenuti ancora tanto a lungo in missione, quando nell’assemblea d’Agosto al Gurúè s’era deciso all’unanimità di chiudere il Gilé.
In modo fortunoso i padri sono riusciti a ritornare a casa. Da allora stanno preparando non più l’uscita dalla missione, ma la fuga da essa. In pratica sono circondati dalla Renamo e per andarsene debbono forare le loro linee, cosa assai pericolosa dopo l’incendio della vettura. Siamo tutti in forte apprensione per loro e li ricordiamo ogni giorno nella preghiera.

La settimana scorsa, il 6 novembre, p. Renato Comastri e P. Vicente Soldavini erano partiti da Invinha e stavano percorrendo una strada del mato, praticamente abbandonata, per raggiungere la missione di Ile. Contro ogni attesa, sulla strada c’era la Renamo e sono stati raggiunti da una raffica di mitra. Per vero miracolo non sono stati uccisi dalla mitragliata. Il jeep, arrivato il giorno dopo al Gurúè, era un colabrodo. Il p. Vicente aveva una ferita non grave in un piede, mentre il padre Renato aveva uno strappo sulla maglietta, dietro, a metà della schiena e sulla pelle la bruciatura del proiettile che l’aveva “lambito”. I guerriglieri hanno circondato la macchina, ma dopo aver capito che erano padri che andavano a visitare le comunità cristiane, non hanno fatto loro male. Abbiamo mandato il p. Vicente a Quelimane con un aereo locale, per farsi curare dal nostro p. Marchesini.

Non ti nascondo che tutti viviamo un po’ nell’apprensione, ma siamo più che mai decisi a restare fermi al nostro posto, accanto alla gente colla quale siamo vissuti nella gioia e nel dolore.

N corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 24 novembre 1985

Caro Padre Dehon,
ti scrivo solo per comunicarti la bella notizia che i padri del Gilé sono arrivati tutti sani e salvi a Quelimane nel tardo pomeriggio.
La notte passata s’è presentata l’occasione favorevole. Nuvole nere s’erano andate addensando sulla missione, lasciando presagire una notte da apocalisse. Nel buio della notte i padri avevano caricato le cose più importanti sulla seconda vettura della missione, ormai l’unica, dopo l’incendio dell’altra, tre settimane prima. Erano svegli e pronti a partire, appena si fosse messo a piovere. Non fu necessario aspettare molto tempo. In breve si scatenò un vero uragano. Era l’occasione d’oro, tanto attesa. Salirono in macchina e via, nel buio della notte. C’erano non molti chilometri per arrivare all’ingresso della riserva di caccia, una zona di 120 km di foresta, attraversata da un’unica esile strada. La furia della pioggia tropicale aveva tenuto i guerriglieri lontani dalla strada, al riparo nelle loro capannucce. Una volta nella riserva tirarono un sospiro di sollievo. Dall’altra parte della foresta c’era il posto amministrativo di Mualama e poi, a 70 km, la missione di Pebane, già dentro la piccola cittadina.


Da Pebane si sono imbarcati su un cargo della copra del cocco, diretto a Quelimane e così, per mare, sono arrivati da noi sani e salvi.
Ti ho voluto scrivere subito, prima di recitare la compieta, per fartelo sapere al più presto e far cessare anche a te la preoccupazione per la loro sorte.

Un caro saluto!
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, Natale 1985

Caro padre Dehon,
la festa del Natale chiude questo 1985 ricco di avvenimenti drammatici, ma anche di segni di speranza.
Per noi missionari l’avvenimento più bello è stato l’arrivo di Fr. Gabriele Preghenella ed il ritorno di P. Fernando Armellini. La venuta di confratelli, per restare a lavorare e vivere con noi, è sempre fonte di giubilo. Giorni fa è arrivato anche il padre Claudio Dalla Zuanna, giovane, grande e grosso, pieno di buona volontà. La sua inserzione nel gruppo è poi particolarmente gioiosa perché lui è il primo di un gruppeto di tre giovani confratelli. Gli altri due: p. Sandro Capoferri e p.Domenico Marcato, sono attesi per il prossimo anno.
In settembre è arrivata in Mozambico anche una nuova missionaria della Compagnia: Maria Amélia Dias Magalhães. La nostra famiglia Dehoniana se ne rallegra particolarmente.

Un’altra grande gioia è stata l’ordinazione sacerdotale di P.José Diomario Gonçalves, avvenuta l’8 Dicembre per l’Immacolata.

Già che siamo in tema di personale missionario ti voglio copiare i dati che il p. Madella ci ha portato dalla diocesi, sulla statistica del personale consacrato, attivo in Mozambico alla fine di quest’anno.

-Arcivescovi 3
-Vescovi 6
________________
9

-Sacerdoti diocesani Mozambicani 20
-Sacerdoti religiosi Mozambicani 27
-Sacerdoti missionari espatriati 281
________________
328

-Fratelli religiosi Mozambicani 8
-Fratelli religiosi missionari espatriati 22
________________
30

-Suore religiose Mozambicane 186
-Suore religiose missionarie espatriate 451
________________
637

-Congrezioni religiose maschili 18
-Congregazioni religiose femminili 25

-Seminario maggiore 1
-Seminaristi maggiori 45

-Seminari medi interdiocesani 3
-Noviziati femminili 12


Con questa nota di conforto e di speranza ti saluto e ti auguro Buon Natale lassù in Paradiso!
P.Anonimo scj


Gurúè, 1º gennaio 1986

Caro padre Dehon,
a nome di tutti i confratelli della Regione del Mozambico ti presento gli auguri per il nuovo anno. Il 1986 è stato dichiarato Anno Internazionale della Pace e ci saranno molte celebrazioni ed iniziative in favore della pace, in tutto il mondo.
Noi vorremmo tanto che in quest’anno si facesse qualche passo significativo verso la pace in Mozambico.
Insieme agli auguri, ti chiediamo perciò di aiutarci ad intercedere con la preghiera, perché i giorni della guerra si accorcino e possiamo presto ricevere l’icommensurabile dono della pace!

Buon Anno!
P.Anonimo s.c.j.

Quelimane, 20 aprile 1986

Caro Padre Dehon,
oggi è la festa del Buon Pastore e in cattedrale abbiamo partecipato alla solenne ordinazione di padre Martinho Maulano, sacerdote diocesano mozambicano, il primo dei nuovi seminaristi che arriva al sacerdozio, dopo l’indipendenza.
L’avvenimento è stato preparato con catechesi, incontri d’orazione per le vocazioni, adorazioni, con l’impegno organizzativo di preparare una litugia solenne, un festeggiamento adeguato ed infine anche un pranzo di confraternizzazione.
Speriamo tutti che padre Martinho sia il primo di una lunga serie di sacerdoti mozambicani pienamente dedicati al ministero ed ardenti di fede, carità e zelo.
In cattedrale eravamo a concelebrare in 25 sacerdoti. È stata una messa solennissima, come puoi immaginare. Felice è stata la scelta della data, alla vigilia dell’assemblea annuale dei missionari, di modo che molti erano già presenti ed hanno contribuito a solennizzare al massimo quest’avvenimento.
Col cuore in festa ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 22 giugno 1986

Caro Padre Dehon,
la domenica di oggi è la Giornata Nazionale della Pace in Mozambico. In tutte le diocesi ed in tutte le comunità delle missioni si fanno celebrazioni, orazioni e gesti simbolici per aiutare le nostra conversione collettiva sul cammino della riconciliazione e della pace.
Stamani presto i cristiani si sono radunati per tre marce silenziose, che si sono snodate dalle parrocchie di Coalane e della Sagrada e dalla chiesa Cattedrale Vecchia, per confluire in Cattedrale, dove D. Bernardo ha presieduto una messa di supplica per ottenere il dono della pace da Cristo Signore, che è il Principe della Pace.
All’offertorio sono state portate all’altare le offerte, raccolte nelle tre parrocchie nella settimana precedente. Sono state destinate agli sfollati che si stanno accumulando in città, dopo essere scappati dai loro distretti per sfuggire alle incursioni, razzie e rapimenti che imperversano in molte zone.
Ti saluto caramente.
P.Anonimo scj



Quelimane, 26 agosto 1986


Caro Padre Dehon,
oggi sono andato all’aeroporo per salutare delle suore che andavano a passare le ferie in Portogallo, quando ho visto entrare nell’aeroporto, all’ultimo minuto, il padre Celestino Miori dei cappuccini, in mezzo a due individui che non l’hanno mai lasciato solo un secondo e che gli hanno impedito di avere qualunque contatto con altre persone. Sono entrati nella sala d’imbarco e sono partiti per Maputo.
Sono subito uscito per andare ad avvisare il vescovo, il quale non sapeva nulla di certo. P. Celestino ha sempre preso le parti dei deboli e oppressi durante questo conflitto ed ha comunicato molti avvenimenti, abusi ed ingiustizie alla Diocesi. Certamente dev’essere per qualcosa di relazionato con la guerra tra Frelimo e Renamo. È fuor di dubbio che la scena vista da me è spiegabile solo con l’arresto del padre da parte della polizia segreta. È stato subito avvisato il Delegato Apostolico e l’Ambasciatore italiano a Maputo.
Caro padre Dehon, la notizia è grave e ci fa capire che è giunta l’ora in cui ognuno di noi deve essere in grado di rendere conto della sua speranza e deve assumere di persona le minacce e le persecuzioni.
Ti terrò informato sull’andameno dell’arresto del padre.
Il Signore sia la nostra forza!
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, 3 settembre 1986

Caro Padre Dehon,
il Regionale mi ha portato con sé per fare da segretario all’incontro organizzato dal vescovo con i tre superiori dei Missionari: P. Giorgi per noi Dehoniani, P.Francesco Monticchio per i cappuccini di Bari e p. Guido per quelli di Trento.
L’argomento era sull’apertura in diocesi di un seminario medio per gli ultimi due anni di scuole superiori, che accolga giovani vocazionati prima di iniziare la filosofia e la teologia a Maputo.
Siamo stati tutti d’accordissimo sulla necessità di aprire un seminario diocesano. S’è tracciato un itinerario per il progetto, i lavori, la preparazione degli educatori, eccetera. Si è fissata una data d’apertura: l’inizio dell’anno scolastico del 1988!

Abbiamo poi finito per scivolare sull’argomento della festa dei dieci anni di consacrazione episcopale di Dom Barnardo, il prossimo 10 ottobre. La situazione di guerra esige uno stile contenuto: sarà più una manifestazione di fede e di ringraziamento spirituale, che un festeggiamento solenne.
Il vescovo ci comunica qualche notizia su padre Celestino: si trova nella prigione politica della Machava in una cella d’isolamento. L’hanno accusato d’alto tradimento per collaborazione e connivenza colla Renamo. Il nunzio ha già informato il papa, il quale farà il possibile per salvarlo. Il suo incontro dell’anno scorso col presidente Samora, che ha rotto il gelo tra Frelimo e Chiesa cattolica, gli dà nelle mani uno strumento di mediazione non trascurabile.
La speranza più ferma però è nell’azione del governo italiano. L’ambasciatore ha coinvolto personalmente il primo ministro Andreotti, il quale ha un certo potere di influenza verso il Presidente Samora, perché l’Italia è il primo paese nella lista di quelli che aiutano il Mozambico.
In conclusione: la situazione del padre è veramente drammatica, ma le speranze di una soluzione diplomatica sono incoraggianti.
Con questo filo di speranza ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.




Maputo, 20 ottobre 1986


Caro Padre Dehon,
la capitale Maputo e tutto il Paese sono attoniti per la notizia ufficiale, data solo oggi, della morte del Presidente Samora Machel, avvenuta ieri sera verso le ore 20 in un disastro aereo sul confine tra Mozambico e Sudafrica. L’aereo presidenziale con una cinquantina di persone a bordo, stava per atterrare all’aeropoprto di Maputo, quando il contatto radio s’è interrotto e non s’è più saputo nulla. Solo nel cuore della notte si sono avute le prime notizie della caduta dell’aereo e della morte di quasi tutti i passeggeri, tra cui il presidente. La dinamica dell’incidente è, a dir poco, misteriosa. L’impressione di un attentato è quella che suggestiona di più gli animi di quasi tutti.
Se è ancora presto per avere notizie dettagliate, lo è ancora di più per immaginare quali saranno le conseguenze politiche di quest’avvenimento. Samora era un leader carismatico e francamente non si sa immaginare il Mozambico senza di lui.

Egli lascia dietro di sé un ricordo che vorrei definire “storico”, per l’influenza che ha avuto per il Mozambico ed anche per tutta l’Africa.
Una delle sue ultime azioni è stata quella di graziare “per motivo di Ragion di Stato” il padre Celestino, che, come conclusione del processo per alto tradimento, aveva avuto ben sei condanne a morte. Ora è a Trento, in Italia e sono certo che questa notizia di Samora lo commuoverà profondamente.

Ti saluto da questo paese che trattiene ancora il fiato.
P.Anonimo s.c.j.




Ile, 10 dicembre 1986

Caro Padre Dehon,

i confratelli di Ile mi hanno invitato a predicare il ritiro, che questa missione ha organizzato per gli incaricati dei vari ministeri delle comunità, prendendo lo spunto dalla festa dell’Immacolata.

È stata un’esperienza molto bella, questa di predicare un ritiro di un giorno intero, ad un gruppo di laici, papà e mamme di famiglia o giovani già in età da sposarsi.
La loro devozione, serietà ed impegno mi hanno molto edificato!
Mi sono trattenuto ancora un giorno, perché erano giunti rumori che la Renamo stava per fare azioni militari in zona. E difatti ieri, dopo il tramonto, abbiamo accolto padre Manuel Gouveia, che è arrivato stanco, sporco, affamato ed assetao, perfino senza scarpe, fuggito da Namarrói ieri mattina alle prime luci dell’alba. Si trovava fuori di casa per lavorare nell’orto, quando sono cominciati gli spari. Si è reso subito conto che la cosa era seria e, visto che si trovava in una posizione favorevole per scappare senza essere visto, è fuggito, così com’era, senza prendere nulla con sé. È riuscito a sottrarsi al conflitto ed a dirigersi qui da noi a Ile, la missione più vicina. Vicina per chi va in macchina, ma fare a piedi i quaranta chilometri circa che ci separano, non è la cosa più facile del mondo!
Ha camminato tutto il giorno, fino a stanotte. È stanco morto e preoccupato, perché capisce che ormai si dovrà pensare di chiudere anche Namarrói...

È dura accettare come va l’evoluzione delle cose, ma sappiamo che per chi ama Dio tutto coopera al bene!
Domattina deve passare per di qua il padre Alessandro Capoferri, l’ultimo arrivato. È qui da due mesi e mezzo e va al Gurúè col padre Regionale. Approfitterò del passaggio anch’io, per ritornare con loro a casa.
Il p. Giorgi avrebbe voluto passare con p.Sandro da Alto Molócuè e poi far conoscere la missione di Nauela coi padri Zanetti e Ruffini e le suore dell’Amor de Deus, ma la zona tra Molócuè e Gurúè è stata occupata dalla Renamo nel settembre scorso ed i nostri padri e le suore sono rimasti “imbottigliati” dentro, senza più poter uscire dalla regione occupata. Sono filtrate notizie, che ci assicurano che stanno bene e che riescono a svolgere ancora attività missionaria, a piedi o in bicicletta. La missione è sede d’incontri degli incaricati dei vari ministeri. Una notizia non confermata informa che una delle suore: suor Adelaide, avrebbe accettato l’offerta fatta dalla Renamo di essere scortata fino al Malawi per esservi liberata ed ora starebbe camminando verso quel confine. Con lei ci sarebbe una signora indiana, padrona di una bottega “del mato” a Nauela, con la figlia, ancora una ragazzina.


P.Anonimo s.c.j.


Gurúè, 31 dicembre 1986


Caro Padre Dehon,
oggi finisce il 1986, l’anno internazionale della Pace. Guardando indietro, mi rendo conto sempre più di come la pace sia solo in minima parte una realtà costruita dalla buona volontà degli uomini. Rimanendo anche solo alle cose del Mozambico, quanti avvenimenti di “non pace” abbiamo vissuto: per citare solo gli ultimi, ricordo la fuga da Namarrói del p. Manuel, la condanna a morte di p. Celestino, la tragica morte del presidente Samora..

Da poco più di due settimane un’altra preoccupazione ci fa tenere il fiato sospeso: il 13 dicembre u.s. i nostri confratelli della missione di Mualama sono stati rapiti dai guerriglieri della Renamo, alle prime luci dell’alba. Notizie raccolte tra i cristiani della zona ci hanno fatto sapere che i padri Ezio Toller, Onorino Venturini e Vittorino Biasiolli sono stati portati via da una colonna assai numerosa di soldati della Renamo in direzione a Naburi. Quella zona era stata occupata dalla guerriglia già da alcuni mesi e le visite alle cappelle erano state sospese. Da quello che s’è visto fino ad ora, i rapimenti dei missionari hanno la finalità primaria di richiamare l’attenzione del mondo sulla situazione del Mozambico e sulla guerra che divide in due il paese ed il popolo. La storia dei rapimenti precedenti ci fa sperare che ai padri non dovrebbe accadere nulla di male, tuttavia non possiamo restare indifferenti a ciò che stanno vivendo e soffrendo. Marce interminabili, dalla mattina fino al tramonto ed oltre, con una refezione di farina stemperada in acqua, spesse volte senza neppure accendere il fuoco. Notti e giorni all’aperto, senza riparo per il sole, la pioggia e le zanzare. Dormire sulla nuda terra, razionamento d’acqua, fatica e fame, stanchezza ed incognite. Soste nei campi base, nelle capanne per gli ospiti, situate fuori dell’insediamento dei guerriglieri. Sorvegliati giorno e notte, vivendo sempre senza sapere se da lì ad un’ora saranno ancora nella base o già in cammino, verso una meta che resta ignota, situata ad un numero imprecisato di ore di cammino di distanza.

Dalla settimana scorsa non abbiamo più notizie anche dei padri Giovannino Bonalumi e Tarcisio De Giovanni. Erano andati da Pebane a Mocubela, per preparare le feste di Natale con visite alle comunità per le confessioni e per la celebrazione liturgica. La prima notte della loro permanenza a Mocubela, la Renamo ha attaccato in forze ed ha conquistato la sede amministrativa e tutta l’area circostante. I missionari sono rimasti presi dentro, com’era successo per quelli di Nauela. Alcuni giorni dopo, un cristiano ha portato al padre Luís Pezzotta, a Pebane, un bigliettino scritto a mano dal p. Giovannino a raccontare che erano rimasti prigionieri. Per il momento restavano chiusi nella casa della missione, piantonati da guerriglieri armati. Avevano capito che sarebbero partiti tra non molto, per essere portati alla loro base centrale, quella di Mwakhiwa, tra Mocubela e Mugeba.

Natale e Capodanno passano così, ma ci conforta che un altro anno sia passato e la pace si sia fatta più vicina.

Buon Anno!
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 6 febbraio 1987
Caro Padre Dehon,
sono venuto a Quelimane per accompagnare padre Giorgi, il Regionale, all’incontro del Vescovo con i superiori delle varie congregazioni maschili e femminili presenti in diocesi.
Prima però di riferirti sull’incontro, c’è un’altra notizia che passa davanti a tutto con prepotenza:
questo pomeriggio la Frelimo ha consegnato al vescovo i padri Zanetti e Ruffini, insieme a suor Belém dell’Amor de Deus. Li ha “liberati” dalla loro prigionia virtuale nel territorio della Renamo, attraverso un’azione militare improvvisa ed imprevista, come un vero e proprio “blitz” militare. Un forte contingente ha riconquistato la piccola località di Nauela. La residenza dei missionari era a una quindicina di chilometri, e con una marcia forzata un gruppo di una trentina di soldati è piombato in casa senza colpo ferire. Nei dintorni non c’era nessuno. Hanno dato ordine ai tre di preparare le loro cose in pochi minuti e di partire immediatamente con loro. Suor Belém, che era ai fornelli e stava preparando il pranzo, aveva cercato di protestare, perché le lasciassero almeno il tempo per finire di cuocere il riso, ma non c’è stato nulla da fare! S’è dovuta arrendere e lasciare l’acqua a bollire.
I soldati hanno caricato i sacchi da viaggio con il poco indispensabile, messo insieme in fretta e furia e poi via, in fila indiana, con l’ordine del più assoluto silenzio. Il passo dei soldati era sostenuto e la fatica per restare in gruppo, senza farsi staccare, è stata molto intensa. In circa due ore sono arrivati alla località, dove un camion, pieno di militari armati fino ai denti, li stava aspettando. A Nauela c’era già il pastore dell’Unione Battista, Martinho Campos, anche lui prelevato dalla sua casa. Sono stati fatti salire tutti e quattro e portati a Gurúè. Da lì, stamani, un’aereo da turismo li ha prelevati e portati a Quelimane, dove il comandante militare, con una breve cerimonia, li ha consegnati al vescovo.
Sono arrivati alla Sagrada Família ancora un po’ frastornati dall’inattesa avventura. In complesso li abbiamo trovati in buona salute. La cosa che colpiva di più erano i capelli oltremodo lunghi, che davano loro un aspetto, come minimo, inconsueto. Tutti noi della comunità siamo scesi in refettorio per far festa e sentire i loro racconti su questi mesi di lontananza senza comunicazioni. Abbiamo pure fatto alcune foto ricordo, mettendo accanto a loro il calendario dai foglietti che si staccano, che era in refettorio, come documento che ricordasse per sempre quella data.

Ed ora lascia che ti dia qualche notizia sull’incontro del vescovo coi Regionali. S’è preso, atto della difficoltà crescente di restare nelle varie missioni e si è concordato sulla decisione di ritirare progressivamente il personale dai posti più a rischio. La liberazione dagli impegni di pastorale diretta colle comunità cristiane, metterà a disposizione molte forze e subito D. Bernardo ha messo sul tavolo la necessità, che lui sente particolarmente, di avere un padre, un fratello o una suora come economo diocesano ed un padre come rettore del seminario medio diocesano, la cui apertura è prevista per febbriao prossimo. Esso accoglierà i seminaristi delle ultime due classi del liceo ed avrà la finalità di perfezionare, almeno in parte, la preparazione scolastica, prima d’affronatre gli studi assai impegnativi della filosofia e della teologia.

Con queste prospettive per il futuro prossimo, ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.


Alto Molócuè, 27 marzo 1987

Caro Padre Dehon,
è appena finita la messa di ringraziamento per i primi 40 anni di presenza della congregazione in Mozambico.
Abbiamo concelebrato in una mezza dozzina di padri nella chiesa parrocchiale della cittadina di Alto Molócuè. C’erano i padri Pedro Comi ed Agostinho De Ruschi, venuti dal Gurúè e da Quelimane. Entrambi facevano parte dei primi quattro missionari dehoniani, arrivati in camion alla Missione di Alto Molócuè. P. Luís Pezzotta, sempre alieno a solennizzare e celebrare non è venuto da Pebane, ma oggettivamente era quasi impossibile uscire da quel distretto.
Oggi a pranzo ci siamo lasciati andare ai ricordi, approfittando anche della strordinaria memoria del p. Agostinho che rammenta nei particolari un’infinità di notizie dei primi tempi.

Per celebrare quest’anniversario, in molti ci siamo impegnati già da più di un anno, per preparare un libro intitolato “Quarant’anni con il popolo”, in cui si fa la storia della missione in Mozambico e si traccia una panoramica della pastorale e dell’impegno sociale portati avanti come congregazione, inserita nel contesto del vissuto quotidiano. Le Edizioni Dehoniane di Bologna hanno dato al libro un aspetto veramente accattivante, sia per l’impaginazione efficace e felice, sia per le molte bellissime fotografie a colori.

Caro Padre Dehon, lascia che ti trasmetta il ringraziamento di tutti i confratelli per aver voluto che l’impegno missionario fosse uno dei principali mezzi per esprimere il nostro carisma d’amore e di riparazione.

P.Anonimo s.c.j.



Maputo, 5 aprile 1987

Caro Padre Dehon,
sono stato all’aeroporto di Maputo per accogliere i nostri padri Toller, Vittorino ed Onorino, rilasciati dalla Renamo nelle mani della Croce Rossa Internazionale a Milange il 1º aprile scorso. Sono arrivati coll’aereo presidenziale, che è andato a prenderli a Blantyre. Con loro c’erano anche suor Adelaide, dell’Amor de Deus e quella signora indiana colla figlia, padrona di una bottega del mato a Nauela. Tutt’e tre erano rimaste “imbottogliate” nella zona Renamo insieme ai padri Ruffini e Zanetti. Dopo due mesi di confino forzato, la suora e le altre due avevano chiesto ai comandanti di essere accompagnate fino al Malawi e lì consegnate alle autorità portoghesi per il rimpatrio. Erano partite in novembre, ma, una volta arrivate alla grande base di Morrumbala, erano rimaste ferme per mesi. Qui li avevano raggiunte i nostri di Mualama.
Se fossero rimaste in casa, coi padri e suor Belém, sarebbero già state liberate due mesi fa!

All’aeroporto c’era il rappresentante del governo mozambicano, l’ambasciatore italiano, quello portoghese, il nunzio, il nostro superiore regionale, p. Giorgi ed un gruppetto di noi confratelli. Tutti i rilasciati erano in buone condizioni fisiche, anche se visibilmente tesi ed emozionati.

Essendo sabato pomeriggio, il rappresentante del governo ha congedato tutti, invitando a presentarci al Ministero degli Esteri lunedì pomeriggio alle 15.

Ti puoi ben immaginare quanto s’è parlato tra noi, una volta in casa!
Il padre Toller, con la sua proverbiale dote di narratore, ci ha raccontato molti particolari sulle marce, sulla vita nelle basi, l’alimentazione, la fatica, a volte la fame. Sono rimasti coi guerriglieri circa tre mesi e mezzo, ed hanno attraversato a piedi tutta la Zambesia. Da Mualama hanno fatto la prima tappa a Naburi, poi sono entrati nella riserva di caccia in direzione al Gilè e, da lì, a marce forzate, hanno seguito un percorso tortuoso, fino all’estremo opposto della Zambesia, a Morrumbala.
Qui hanno avuto la sorpresa di incontrare suor Adelaide e le due indiane, madre e figlia, colle quali sono rimasti insieme l’ultimo mese.

Ogni tappa era da una base di guerriglieri ad un’altra. A volte bisognava camminare anche per alcune ore dopo il tramonto del sole. Sono stati sempre trattati con rispetto, ma ciò non ha diminuito la fatica e la durezza della vita. Ad un certo punto il padre Onorino, il più anziano, perse la capacità di camminare per tante ore. All’inizio della marcia, al mattino presto, lo mettevano in cima alla fila e lui, appoggiandosi ad un bastone, guidava la marcia. Dopo un’ora il passo cominciava a rallentare ed era continuamente superato dai soldati. A questo punto era fatto salire su una specie di barella, costituita di due pali longitudinali ed una fitta serie di rami più sottili, fissati con liane alle due stanghe. Il viaggio continuava così fino a sera. Il peso della barella doveva essere sui 20 kg per lo meno. Col peso del corpo, sui 70, si arrivava quasi al quintale. I portatori potevano essere solo due perché i sentieri del mato, in mezzo alla vegetazione lussureggiante, con un fitto sottobosco, erano strettissimi e si poteva passare solo in fila indiana. I portatori riuscivano a resistere allo sforzo attorno ai dieci minuti, nelle prime ore del mattino, ma poi, coll’accumularsi della fatica, ogni tre o quattro minuti bisognava che si dessero il cambio. Avevano messo a punto una tecnica interessante: davanti i due con la barella e dietro una ventina di soldati. Quando i portatori erano stanchi, i primi due della fila ricevevano la barella e, chi smetteva, passava all’ultimo posto. Il momento più delicato era nella sostituzione. Bisognava fermarsi un attimo, passare dalle spalle di uno a quelle del sostituto, mentre in due assicuravano il padre Onorino di fianco, per evitare che, colle oscillazioni, venisse “scodellato” per terra. Poi c’erano le discese e le salite, che, quando erano ripide, esigevano altre misure di sicurezza.


Sulla barella si stava, com’è facile immaginare, scomodissimi. A passarci sulle sette od otto ore al giorno, coi sussulti, coi legni che lesionavano la pelle, col dolore che andava crescendo con le ore, il p.Onorino ha davvero imparato, da ciò che ha sofferto, la pazienza.

In una sosta dei primi giorni, un guerrigliero si mise ad armeggiare in un un sacco del bottino preso dalla casa dei padri di Mualama e ne estrasse una radio.Il padre Toller lo vide e si fece subito avanti con aria decisa e severa:” Questa radio è nostra, dei padri, e quindi la teniamo noi!” Il soldatino rimase talmente sorpreso ed interdetto, che non ebbe il coraggio di reagire e così la radio finì per rimanere sempre coi padri. Con essa ascoltavano i vari notiziari internazionali: Radio Francia, BBC, Voce dell’America, Radio Sudafrica, tutti quanti nella loro edizione in portoghese. In questo modo erano riusciti a mantenersi al corrente di ciò che accadeva nel mondo. Fu attraverso questa via, che appresero che stavano per essere rilasciati in Malawi: la notizia l’aveva data la BBC e subito fu grande gioia. Ma la signora indiana si rattristò ben presto, quando, ripetendo e commentando le parole usate, si dette conto che la notizia diceva solo che sarebbero stati liberati i missionari catturati. “Manderanno via i padri e suor Adelaide, ma mia figlia ed io saremo trattenute ancora chissà quanto!” Al che, il padre Toller disse in tono deciso: “Neppure per sogno: noi porremo la condizione «o tutti o nessuno»!”

Un momento che commosse profondamente i nostri, fu quando il comandante della base di Morrumbala, un giorno, chiamò i padri e disse loro che aveva una sorpresa da fare. Portò un registratore e fece sentire una cassetta con il canto dei vespri fatto dalle suore della Consolata, quand’erano rimaste per un certo tempo nel campo. In quella base in mezzo alla foresta, tra le montagne, ostaggi della guerriglia, l’impressione fu veramente grande a sentire la testimonianza di quelle suore, che erano passate per la stessa esperienza ed avevano innalzato a Dio il culto della liturgia delle ore da quel tempio insospettato!

Per la liberazione era venuto alla base il luogotenente di Dlakhama, il capo dei guerriglieri, che risiedeva nella foresta di Gorongosa. Li condussero a Milange, occupata dalla Renamo, e, dopo una riunione tesa e difficile tra il luogotenente e il capo della delegazione della Croce Rossa, fu deciso che solo la vettura della Croce Rossa Internazionale avrebbe potuto varcare il confine per venire a raccogliere i rilasciati, mentre quella della Croce Rossa del Malawi doveva aspettere dall’altra parte. Alla fine salirono sulla macchina e partirono in direzione a Blantyre, dove rimasero in attesa dell’aereo del governo mozambicano, che inviò, per l’occasione, l’aereo presidenziale.

Dopo cena la nostra casa s’è riempita di padri e di suore, venuti a congratularsi con i nostri confratelli e a manifestare la propria amicizia e simpatia.

Con questa bella notizia ti auguro la buona notte: ormai si sono fatte le ore piccole!
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, fine agosto 1987


Caro Padre Dehon,
in questi giorni s’è trattenuto nella diocesi di Quelimane il card. Etchegueray, legato personale di papa Giovanni Paolo II. È rimasto qui due o tre giorni, ha visitato le autorità civili ed ha presieduto una messa solenne nell’ultima domenica. I cristiani hanno partecipato in gran numero per vedere l’inviato del Papa. È stato un po’ come se fosse venuto il Papa in persona. Il significato di questa visita va ben oltre l’incontro con i cristiani. È l’espressione di un lavoro diplomatico di profondità, per cercare di incanalare i desideri di pace e di riprendere un tono di reciproco rispetto e stima tra l’autorità civile e quella religiosa. Non è un mistero che il defunto presidente Samora, quando fu ricevuto dal Papa in Vaticano due anni fa, aveva, sull’onda dell’entusiasmo, invitato il Papa in Mozambico. L’arrivo del suo legato è in certo modo la fase prossima d’una visita papale a breve termine. Speriamo tutti che questo desiderio si possa concretizzare presto.

Ti saluto cordialmente.
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, 3 ottobre 1987

Caro padre Dehon,
è cominciata oggi, alla Sagrada Família, la nostra assemblea scj, alla presenza del superiore Generale p.Antonio Panteghini e del Provinciale p. Luciano Tavilla. Penso che sia un avvenimento eccezionale una visita contemporanea d’un Provinciale e d’un Generale, e che meriti una speciale menzione.
L’assemblea si svolge al termine della visita, ed è un’occasione per riflettere sulla nostra realtà con profondità ed autorevolezza.
Tra le altre cose si sono prese due decisioni pratiche, che daranno il loro frutto negli anni. La prima è stata quella di trasferire di nuovo la sede del superiore provinciale a Quelimane, proposta avanzata dal p. Panteghini in persona. L’isolamento che la guerra ha imposto al Gurúè, non le permette più d’essere il centro di riferimento delle nostre comunità. Ormai è raggiungibile appena per via aerea, come, del resto, quasi tutti i capoluoghi dei distretti della Zambesia.

La seconda decisione è nata anch’essa da un’idea del Generale, appoggiata dal Provinciale. Hanno visitato l’ospedale di Quelimane, dove lavora p. Marchesini e ne sono rimasti molto scossi, a vedere le condizioni precarie di quasi tutto ciò che appare agli occhi. Bisogna costituire un fondo, investirlo e, con i frutti, avere a disposizione ogni anno un certa somma, per assicurare nel tempo la continuità d’un’aiuto economico che possa minimizzare le carenze. S’è pensato di chiamarlo “Fundo Saúde”. È chiaro che questa decisione impegna direttamente il p.Tavillla e la Provincia Italiana Settentrionale, ma il fondo sarà gestito dal nostro Consiglio Regionale.

Un saluto collegiale da tutti i confratelli e superiori!
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, 5 dicembre 1987


Caro Padre Dehon,
ieri sera è morto il nostro caro padre Vicente Soldavini. Era arrivato a Quelimane in aereo, proveniente dal Gurúè, il 1º di dicembre. Una malaria grave, che non passava. L’abbiamo subito internato in ospedale nella sala di rianimazione ed ha cominciato a fare il chinino in vena, diluito nelle flebo, come si usa fare in questi casi. Purtroppo la febbre non è mai scesa ed egli proprio s’è reso conto, ad un certo punto, che la situazione s’aggravava sempre più. Ha chiesto di ricevere l’unzione degli infermi. Ci siamo dati il turno per assisterlo in ospedale. Il padre Marchesini è in ferie in Italia, ma l’assistenza degli altri medici è stata ugualmente dedicata e intensa. In tutti questi giorni il p. Vicente ha sempre voluto tra le mani la corona del rosario e solo ieri, coll’aggravarsi a vista d’occhio del suo stato, ha smesso di recitare le ave maria. Nel certificato di morte il medico assistente ha scritto “malaria cerebrale”.
Dopo il decesso abbiamo trasportato la salma nella chiesa della Sagrada Família, dove tutta la notte è stato vegliato dalla comunità parrocchiale.
Stamani D.Bernardo ha presieduto la solenne messa del corpo presente, in una chiesa che straripava di fedeli. Anche i prati fuori della chiesa erano occupati. Eravamo in ventidue sacerdoti a concelebrare. Abbiamo accompagnato il padre Vicente al cimitero di Coalane, dove è stato sepolto accanto al padre Antonio Losappio e ad un altro padre Vicente, dei cappuccini, che morì alla fine degli anni settanta.

Il padre Vicente Soldavini era arrivato in Mozambico il 14 marzo del 1948, col secondo gruppo di missionari. Erano in cinque. Egli ha lavorato nelle missioni di Gurúè, Alto Molócuè, Ile ed Invinha. Ultimamente era di nuovo membro della comunità dehoniana del Gurúè. Il prossimo anno avrebbe completato quarant’anni di vita missionaria.

Un altro padre, dei primi arrivati, ci ha lasciato. La missione è a tempo: comincia, si sviluppa e finisce, ma il cuore missionario, sono convinto che non sia a tempo. L’obbedienza al mandato del Signore, che chiama ed invia, credo che oltrepassi la morte. Mi piace pensare al padre Vicente ed a tutti gli altri missionari, che un po’ alla volta si stanno radunando in paradiso, provenienti dai cinque continenti, come ad una specie di associazione di veterani che amano riunirsi anche dopo essere stati smobilitati.

Pure le missioni hanno una vita d’inizio e di chiusura, anche se si spera che sia appena temporanea. Voglio qui menzionare la missione di Ile, che è stata chiusa il 14 settembre u.s. Era ormai troppo pericoloso restare sul posto, con la guerra sempre più frequentemente presente negli immediati dintorni. Prima di partire, i missionari hanno radunato i coordinatori delle tre antiche missioni riunite in una sola: Mulevala, Namarrói ed Ile, per organizzare la vita delle comunità anche senza la presenza fisica dei padri. Nella residenza dei missionari sono restati due segretari, per custodire i registri dei battesimi e dei matrimoni e stilare i certificati necessari che via via possono venire richiesti.

Comincia l’Avvento e con esso un altro anno liturgico, un altro passo della chiesa peregrina sulla terra, verso la patria del cielo.
P.Anonimo scj



Quelimane, 2 febbraio 1988


Caro Padre Dehon,
stamani c’è stata la riunione del vescovo coi superiori regionali, come tuttti gli anni in febbraio. In agenda c’erano molti punti.
Quello più pratico è stato riguardo alla necessità di dare una struttura più giuridica alla diocesi e di cominciare a fare l’inventario di tutti i beni di ogni missione e parrocchia, per definire quello che è di proprietà della diocesi e quello che appartiene agli istituti dei missionari che vi lavorano. Ogni congregazione preparerà un documento descrittivo per essere discusso col vescovo e d approvato ufficialmente.
Ha preso oggi possesso del suo nuovo ufficio di direttore dell’ufficio diocesano di pastorale, il nostro padre Alessandro Capoferri, noto col nome abbreviato di padre Sandro. Se n’è subito approfittato per preparare uno studio di tutti gli organismi e strutture che una diocesi deve avere, per rispondere alle esigenze giuridiche del diritto canonico: consiglio presbiterale, commissione economica, consiglio dei consultori e via di questo passo.

Si è poi parlato della visita del papa in Mozambico programmata per il prossimo settembre.
Sarà necessario che ogni diocesi crei una commissione per la preparazione della visita, dovendo organizzare la preparazione spirituale con opportune iniziative di catechesi, la scelta dei rappresentanti ufficiali da inviare a Maputo, le modalità concrete per la raccolta dei fondi necessari per sostenere le spese previste per l’accoglienza.
Il vescovo ha già pronti due nomi: p.Martinho Maulano e p.Emilio Bertuletti. Tutti d’accordo.

Si passa poi ad un punto delicado ed in parte doloroso. La nostra diocesi, da alcuni anni, sta raccogliendo sistematicamente la documentazione di tutte le ingiustizie, violenze e violazioni dei diritti umani di cui s’è potuto aver notizia nella Zambesia. Ne è venuto fuori un poderoso fascicolo che s’era pensato di inviare ai superiori maggiori delle congregazioni missionare presenti in Mozambico, in modo da dare materiale per intervenire in favore della giustizia. Dato che il materiale era quasi tutto in portoghese, mentre ai superiori maggiori, residenti a Roma, serviva in Italiano, la nostra congregazione era stata incaricata di fare la traduzione dei documenti.
Si pensava addirittura alla pubblicazione di un “libro bianco” sulle violazioni dei diritti umani. Se n’erano tirate alcune copie e fatte girare tra i superiori ed altre entità interessate alla pace in Mozambico, per un parere preliminare. Il testo, però, arrivò anche alla Frelimo e nelle mani del Presidente della Repubblica. Questi chiese spiegazioni ai vescovi e, dalla discussione che ne seguì, nacque la decisione di non pubblicare nulla.

Questo tema della giustizia rimane sempre molto sentito, per fortuna, anche se le modalità devono tener conto delle situazioni difficli e complesse in cui ci si deve muovere.
Nel mese scorso, proprio a Quelimane, nella Sagrada Família, s’è tenuto l’incontro degli incaricati delle commissioni s.c.j. di Justitia et Pax d’Africa. C’erano i responsabili di Cameroun, Zaire e Mozambico. Ha presieduto p. Tomé, che è il coordinatore della Regione d’Africa. Sono intervenuti anche due consiglieri generali. Questo per dirti che la sensibilità che tu, Padre Dehon, hai vissuto per primo e che ci hai lasciato in eredità, non è andata persa.

Ti saluto anche da parte dei confratelli venuti da lontano.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 16 febbraio 1988

Caro Padre Dehon,
ti scrivo solo due righe, ma non posso fare a meno di ciò, perché oggi è un’altra di quelle date che in certo modo sono storiche: si è aperto il primo anno scolastico del nuovo seminario medio della diocesi di Quelimane. Il rettore è p. Ezio Toller ed i seminaristi che frequenteranno le lezioni sono 8 diocesani, 5 dehoniani e 2 cappuccini. Sono state autorizzate a frequentare la scuola anche 3 aspiranti a suore diocesane. Il direttore della scuola è il fratello Marista Antonio Reis, da poco rientrato in Mozambico dopo un periodo di formazione in Europa.

Il vescovo ha presieduto la celebrazione della santa messa, colla quale il seminario ha cominciato ufficialmente a vivere.

Con questa bella notizia ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.

P.S. Sento il bisogno di aggiungere un’altra notizia, in riparazione del fatto di non averlo fatto a suo tempo.
Il 1988 non è solo l’inizio del seminario medio, ma anche le ripresa del nostro noviziato, dopo molti anni d’interruzione. La sede è al Gurúè ed il padre maestro è il p. Renato Comastri, mentre il superiore è il padre Tomé.



Quelimane, 5 marzo 1988

Caro Padre Dehon,
stasera, dopo cena, il padre Giorgi, come Regionale, ha ricevuto per telefono, dall’Italia, la notizia della morte del p.Agostinho Azzola. Era rientrato in Italia a metà dell’86 per una grave cirrosi epatica, per fare le cure necessarie, anche se si sapeva che non gli sarebbero restati molti anni di vita.
Un altro confratello ci lascia per tornare alla casa del Padre.
Il p.Agostinho era nato ad Albino nel 1921 ed era arrivato in Mozambico nel 1966, già maturo, con i suoi 45 anni, tra i primi, di una serie di missionari arrivati nel mezzo della vita. S’era fermato, in antecedenza, parecchi anni in Portogallo, a Madeira e a Coimbra.
È stato parroco della cittadina del Gurúè, poi superiore della missione di Invinha, fino all’81, quand’era stato trasferito ad Alto Molócuè. Da lì era partito, già abbastanza malato, nell’86.

Ti saluto nel Signore.

P.Anonimo scj




Maputo, 25 luglio 1988


Caro Padre Dehon,
il p. Giorgi mi ha incaricato di rappresentarlo nei festeggiamenti per la nomina dell’arcivescovo di Maputo, D.Alexandre José Maria dos Santos, che il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, ha ricevuto a Roma, dal papa, l’investitura cardinalizia.
Per il suo ritorno a Maputo, previsto per ieri, s’era preparata un’accoglienza festosa molto sentita dai cristiani. Il volo è stato cancellato e spostato di 24 ore, ma la gente non ha rinunciato a nulla. Oggi all’aeroporto c’erano ancora tutti quelli di ieri e forse anche un po’ di più.
Dall’aeroporto siamo andati in corteo sino alla cattedrale, dove il neo cardinale ha presieduto una solennissima concelebrazione, con la presenza di quasi tutto il clero della diocesi.
Questa nomina, avvenuta nel periodo d’attesa della visita del Santo Padre, ha dato un nuovo entusiasmo ai preparativi dell’accoglienza di Giovanni Paolo II. Il Mozambico sarà il paese più povero del mondo, come dicono le statistiche della Banca Mondiale, ma, quanto a fare festa ed accogliere solennemente, non è certamente secondo a nessuno!
Ti mando i miei saluti festosi dalla capitale!
.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 18 settembre 1988

Caro Padre Dehon,
il papa Giovanni Paolo II è tra noi in Mozambico!
È arrivato ieri l’altro, al pomeriggio, accolto trionfalmente all’aeroporto da un mare di persone e da tutte le autorità. Ieri è andato in aereo a Beira, dove ha celebrato la messa all’aperto. È andato là il nostro padre Bertuletti, che è il parroco della Sagrada Família, da quando finì il contratto come cooperante nel campo dell’agricoltura. Abbiamo delegato lui perché è molto amico di D. Jaime, l’arcivescovo di Beira, del quale è stato suddito per alcuni anni.
Il papa s’è fermato lì appena alcune ore, fino a pranzo. Poi, nel pomeriggio è partito per Nampula, dove ha avuto un incontro con quella chiesa ed ha pronunciato un discorso. Nella tarda serata è tornato a Maputo. La Radio ha trasmesso tutto in diretta e così chi ha voluto, ha potuto seguire il viaggio ed i discorsi per completo. Oggi è il giorno conclusivo, con la messa solenne nello stadio di Maputo.
La nostra diocesi ha organizzato le celebrazioni d’accompagnamento in questo modo: stamani, di buon’ora, messa campale davanti alla cattedrale, celebrata in unione sacramentale colla messa papale. Ha presieduto il vicario generale. Il popolo s’è poi, in parte, diretto verso le proprie case ed in parte s’è trattenuto sotto gli alberi, per restare ad ascoltare dalla radio collegata agli altoparlanti, la messa nello stadio di Maputo.
Finita la messa c’è stato il pranzo al sacco, nel prato della cattedrale, a cui ha fatto seguito un pomeriggio di gioia, con danze e tamburi a sazietà, fino al tramonto del sole. In questo modo, pur senza la presenza fisica di Giovanni Paolo II, possiamo ben dire che anche Quelimane è stata visitata dal papa.

Ora, padre Dehon, aspettiamo che la grazia di Dio, che certamente ha accompagnato il papa in questo viaggio, dia i suoi frutti, accellerando il cammino verso la riconciliazione e la pace.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.




Gurúè, 6 gennaio 1989

Caro Padre Dehon,
ti auguro un Buon Anno Nuovo! Anche per la nostra Regione Mozambicana si preannuncia un buon anno. Oggi il p.Tavilla, come Superiore Provinciale ha ricevuto nelle sua mani i primi voti temporanei di cinque neo professi nel noviziato del Gurúè. Il superiore, p. Tomé ed il maestro dei novizi p. Renato lo hanno assistito.
Una cerimonia molto semplice, come prescrive il nostro Direttorio.
Da qui i nostri giovani confratelli proseguiranno per Maputo, dopo qualche giorno di ferie in famiglia.

Con allegria ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 8 febbraio 1989

Caro Padre Dehon,
anche quest’anno, alla solita data, il vescovo ed i superiori e superiore maggiori si sono trovati per l’incontro annuale. La nota dominante è stata la situazione della guerra, coi suoi immensi problemi di sofferenze e d’impedimenti d’ogni tipo.
Secondo il parere espresso l’anno scorso, la maggioranza delle missioni sono state lasciate dal personale missionario, dopo molto pensare e soffrire. Ormai si può girare solo in aereo da un distretto all’altro ed anche i rifornimenti alimentari e degli altri beni alle sedi amministrative, si possono fare solo per via aerea. La drammaticità della situazione è data dal numero incredibilmente alto degli sfollati. Attorno alle Amministrazioni si sono costituiti Centri di raccolta profughi nei quali si ammassano (è il verbo più corretto) decine di migliaia di fuggitivi.
Ti copio solo l’inizio della statistica di Justitia et Pax della diocesi:
-Gurúè 30 mila rifugiati,
-Macuse 50 mila,
-Luabo 25 mila,
-Namarrói 30 mila,
-Micajune 18 mila,
-Lugela 60 mila,
-Mugeba 20 mila.

La Caritas, la Croce Rossa, lo stesso Governo organizzano continuamente voli con aerei da carico russi, gli Antonov, per rifornire tutte quelle decine di migliaia di persone che non hanno altra risorsa.
S’è incoraggiato il vescovo a continuare nelle sue visite pastorali. Anche se può fermarsi solo nelle sedi amministrative, per i cristiani è un grande aiuto spirituale e umano quello che il vescovo dà colla sua presenza. È già a buon punto la preparazione della visita di D. Bernanrdo ai campi di rifugiati mozambicani in Malawi. Si parla di circa 850 mila persone...

Il papa ha acceso speranze, ma la situazione della guerra si fa sempre più drammatica. Tutta la chiesa prega perché i giorni della guerra e del dolore siano abbreviati. Altrimenti chi si potrà salvare?

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 28 marzo 1989, martedì di Pasqua

Caro Padre Dehon,
la voce che girava per Quelimane che i padri cappuccini di Inhassunge erano stati uccisi in uno scontro tra Renamo e Frelimo è stata confermata poco prima di mezzogiorno, quando i padri Francisco Monticchio e Zaccaria, che avevano attraversato il Rio dos Bons Sinais stamattina presto, caricando le moto sul traghetto, sono ritornati per dare la notizia che avevano trovato i corpi senza vita di Padre Camillo Campanella e padre Francisco Bortolotti. Li hanno trovati nell’orto della casa, morti. P.Camillo aveva una macchia di sangue sulla maglietta, in mezzo al petto, segno del tiro di fucile che l’aveva ucciso, mentre p.Francisco aveva la gola squarciata da un colpo d’arma bianca, verosimilmente una baionetta. Aveva anche segni di colpi contundenti sulle braccia e sulla testa.
Negli immediati dintorni della casa avevano scoperto otto corpi di soldati morti, ma probabilmente ce ne devono essere degli altri.
La casa della missione era stata saccheggiata e svuotata, praticamente c’erano solo i muri. Il vecchio Land Rover era stato portato via.
Mancano all’appello ancora il p. Giocondo Pagliara e fr. Oreste. Di loro non si hanno notizie. Si pensa che siano stati portati via dai guerriglieri, insieme al bottino ed al Land Rover.

Nel primo pomeriggio i due padri hanno organizzato una spedizione per andare a recuperare i corpi e portarli a Quelimane, per seppellirli nel cimitero dei missionari.
Le due bare sono arrivate al molo del traghetto verso il tramonto, accolte da una folla muta. I due padri uccisi sono stati portati subito in cattedrale, dove stanotte ci sarà la veglia e domattina alle 8 la messa di requiem.
La commozione nella città è grande e domani la città si fermerà finchè i corpi non riposeranno nel camposanto.

Siamo preoccupati per Fr. Oreste e p. Giocondo: certamente qualcosa di grave è successo loro.

In questo giorno di tristezza e di preoccupazione, ti saluto.

P.Anonimo scj


Quelimane, 30 marzo 1989


Caro Padre Dehon,
ormai si fa buio, qui sul molo del Rio dos Bons Sinais. Stiamo aspettando che arrivi il corpo di fratel Oreste. Ieri, dopo la messa solenne di requiem del mattino, per p.Camilo e P.Francisco, in cattedrale, seguita dai funerali, a cui tutta la città ha partecipato, i padri cappuccini sono ripartiti alla ricerca di tracce e di notizie sui due dispersi. Hanno percorso i sentieri in tutte le direzioni, chiedendo ai pochi che stanno ritornando alle loro capanne. Hanno appurato che tutt’e due erano stati portati via la sera dell’attacco, insieme al bottino. Si sono spinti in direzione del guado per andare verso lo Zambesi. Hanno raccolto voci che uno di loro era morto per strada ed era stato sepolto nei dintorni, ma nessuno sapeva dove.
Sono tornati a Quelimane per la notte e stamani presto, insieme al dott. Matteo Rebonato, medico del Progetto Sviluppo, dopo aver traghettato, sono ripartiti per via terrestre con le moto e per via marittima, con una lancia che portava la bara. Inhassunge, infatti, è tutta percorsa da bracci di mare e si può arrivare colla barca fin quasi di fronte alla casa della missione.
Verso le dieci un cristiano ha comunicato loro d’aver notato, ritornando a casa dopo la fuga, che vicino alla sua abitazione c’era della terra smossa di una una buca aperta e chiusa in questi pochi giorni.
I padri ed il dottore sono subito andati a vedere e, dopo aver rimosso un un primo strato, è apparsa la figura di fratel Oreste, sepolto direttamente nella terra, ricoperto da un camice di chiesa steso su di lui a mo’ di lenzuolo funebre. Aveva una grande ferita nel torace, subito sotto la spalla.

L’odore era già insopportabile, tuttavia il Dott. Matteo, abituato alle autopsie, ha rincuorato tutti e, sotto la sua guida, hanno tratto fuori il cadavere, l’hanno ripulito e l’hanno infilato in due sacchi di plastica, per poterlo maneggiare minimamente e depositarlo nella bara portata da Quelimane.

Hanno mandato qualcuno ad avvisare che sarebbero stati al molo per le quattro del pomeriggio, ma sono ormai due ore che sto qui, senza nessun movimento dall’altra parte. Ne approfitto per scriverti queste notizie in tempo reale.
Tornerò a scriverti domani.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 31 marzo 1989

Caro Padre Dehon,
siamo tornati da poco dal cimitero, dove abbiamo sepolto fr. Oreste accanto agli altri due, in una fila subito davanti al p. Antonio Losappio, e al P.Vicente Soldavini.

Il corpo è arrivato sulla lancia a motore, quasi un’ora dopo la chiusura della lettera che ti ho scritto ieri. S’era radunata, nel frattempo una grande folla. Era stata preparata una seconda bara, più grande e molto robusta, per contenere la prima ed offrire un’ulteriore protezione alla salma in stato di putrefazione avanzata. Una volta terminate le operazioni necessarie, il corpo, così protetto, è stato accompagnato fra canti funebri e recita del rosario dal Rio dos Bons Sinais fino alla chiesa di Coalane, un percorso di circa tre chilometri. In quest’epoca dell’anno fa molto caldo e la bara è stata posta su un catafalco elevato, al centro della chiesa, nel mezzo delle correnti d’aria che si formano dalle porte e dalle finestre. Il cattivo odore di putrefazione ha però ben presto cominciato a filtrare, ma nessuno s’è scostato o è uscito. Siamo rimasti a vegliare fin verso mezzanotte, poi sono cominciati i turni dei cristiani.

Stamani alle sette D. Bernardo ha presieduto la messa da requien e quindi abbiamo accompagnato fr. Oreste all’ultima dimora, dove attende ora la risurrezione.

S’è conclusa così la storia dei morti in questa pasqua dell’89, che, certamente, sarà ricordata a lungo. Rimane ora il p.Giocondo Pagliara, settantenne, in mano ai guerriglieri e l’accompagnamo con la preghiera. I cappuccini si sono già messi in contatto con la Croce Rossa Internazionale, per cercare di sapere notizie e avviare le trattative per la liberazione.

Il sapore della guerra, come puoi ben vedere, padre Dehon, è ancora molto forte ed impregna di sé tutta la realtà del Mozambico. Io credo, però, che queste tre morti contribuiranno potentemente ad abbreviare i giorni di dolore del popolo mozambicano.

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 23 aprile 1989


Caro Padre Dehon,
già da alcuni anni il nostro vescovo sta preparando tutto il necessario per dar inizio ad una congregazioine femminile diocesana che abbia come finalità quella di essere al servizio pastorale della diocesi. Ha preso accordi con una congregazione diocesana dello Zimbabwe per ricevere da loro le suore che prendano in mano la formazione. Ci sarà una certa difficoltà all’inizio, per lo meno, riguardo alla lingua. Il portoghese è veramente difficile per chi parla inglese.
Molte ragazze sono state seguite in questi ultimi anni ed oggi finalmente c’è stata la cerimonia ufficiale d’inizio della congregazione, con quello che si potrebbe chiamare l’anno zero.
Oggi sono state presentate in cattedrale, in forma ufficiale, un gruppo di ragazze che iniziano la preparazione immediata al noviziato. Il nome della futura congregazione sarà Figlie di Nostra Signora della Visitazione.
La cattedrale le ha ricevute con un simbolico applauso, espressione di contentezza e d’accoglimento. Ringraziamo il Signore per questo nuovo fiore che spunta nel suo giardino!

Ti saluto in Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 8 maggio 1989


Caro Padre Dehon,
il vescovo ci ha comunicato d’aver ricevuto informazione che oggi il padre Giocondo Pagliara dei Cappuccini, è stato consegnato alla Croce Rossa Internazionale nella città di Blantyre, in Malawi. La sua salute è discreta, dopo essere stato malato durante la cattività. Da quanto pare, deve aver sofferto di forti diarree. La notizia completa dice che la liberazione era avvenuta il 5 maggio, quando fu rilasciato al confine col Malawi. Là fu preso in consegna da persone che solo parlavano inglese, lingua che il padre non conosce. Fu portato a Blantyre, dov’è rimasto in questi giorni, finché i contatti con la Croce Rossa Internazionale si sono conclusi e finalmente è stato rilasciato. Ora proseguirà direttamente per l’Italia. Ha detto d’avere sempre fatto il diario della sua prigionia e sarebbe suo desiderio di metterlo in ordine durante le ferie, per poi tentare di pubblicarlo, se i superiori saranno d’accordo.

L’ultimo capitolo doloroso della pasqua ’89 si è concluso bene. Col p. Giorgi e gli altri padri presenti in casa siamo andati, dopo cena, a congratularci con i Cappuccini. Abbiamo ringraziato il Signore ed abbiamo fatto un brindisi al ben liberato!

Un saluto in clima di festa.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 1º luglio 1989


Caro Padre Dehon,
oggi prende possesso del servizio di Superiore Regionale il padre Maggiorino Madella.
Qui alla Sagrada abbiamo fatto un po’ di festa concelebrando tutti insieme e poi concludendo colla cena a cui hanno partecipato anche i nostri confratelli della diocesi e del seminario.
I consiglieri sono p.Tomé Makhweliha, p.Ezio Toller, p.Ilario Verri, p.Alessandro Capoferri, mentre l’economo regionale è p.Giuseppe Ruffini.
Li attende un compito non facile, in questa situazione di guerra, con la maggioranza delle missioni chiuse. Li raccomando alla tua protezione.

A proposito di nuove prese di possesso, in maggio c’è stato un cambiamento anche nella diocesi. Il p. Leonardo, cappuccino, ha lasciato l’incarico dopo 12 anni ed ora è tornato in Italia per un periodo di ben meritato riposo. Al suo posto è entrato p. José Simonini, cappuccino pure lui.
È un padre molto affabile e sempre sorridente e farà certamente molto bene.
Preghiera ed auguri anche per lui!

Ti saluto nel Signore.
P.Anonimo s.c.j.

Quelimane, fine d’anno 1989


Caro padre Dehon,
è ritornato dal Sudafrica il p. José Alves, portando con sé il corpo del padre Damião Bettoni, morto il giorno di Natale a Johannesbourg. L’aveva accompagnato due settimane fa, già grave, con una severa infezione polmonare. Il p. Damião, che viveva al Gurúè, era diabetico da molti anni e prendeva sempre gli ipoglicemizzanti orali. Ultimamente s’era ammalato con una tosse insistente, che, da banale bronchite, s’era trasformata in una grave polmonite. Il p. Marchesini che era in Italia in ferie non ha potuto seguirlo e quindi lo si è fatto ricoverare all’ospedale provinciale. I medici hanno capito che era una cosa molto seria e hanno suggerito di trasferirlo a Maputo. Qui la malattia s’è aggravata e si è tentato il tutto per tutto, portandolo in Sudafrica. Si è deciso che lo accompagnasse il p. Alves, che sa parlare inglese. Lo ha assistito giorno e notte, ma, dopo alcuni giorni, p. Damião morì. Era il giorno di Natale!

P.Damião è stato parroco della Sagrada durante molti anni ed è ricordato ancor oggi con grande amore e rispetto.
Il corpo, chiuso nella bara, è rimasto per tutta la notte nella chiesa di cui era stato il parroco, vegliato ancora dai cristiani tirati su da lui. La commozione è grande, sia per noi padri, sia per i fedeli. Una menzione speciale la meritano le signore della Legione di Maria, movimento molto popolare qui in Mozambico, di cui il p. Damião è stato assistente spirituale fin dall’inizio.

P.Damião aveva 67 anni ed era in Mozambico da 41. É stato a lavorare nelle missioni di Molumbo e Gurúè. Fu eletto superiore Regionale e parroco della Sagrada Família. Fu poi trasferito a Mulevala, quindi a Milevane come rettore del seminario e, subito dopo, come direttore del catechistato. Ha lavorato anche a Naburi e poi è tornato come parroco alla Sagrada Família. Ultimamente era parroco del Gurúè.
Prima di partire per Maputo ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi, dalle mani del vescovo, davanti ai padri e ai nostri studenti. Durante la celebrazione volle dare la sua testimonianza: “Chiedo perdono a Dio ed ai fratelli. Ho consacrato la mia vita a Dio e per Lui voglio morire. Ho fatto di Gesù la ragione della mia vita.”

La messa del corpo presente, presieduta dal vescovo, ha richiamato una grande folla di cristiani. P.Damião, in più riprese, ha vissuto moltissimi anni a Quelimane ed era conosciuto da tutti. Ora riposa accanto ai nostri padri Antonio Losappio, Vicente Soldavini ed ai tre cappuccini uccisi quest’anno ad Inhassunge.

Chiude con una nota di tristezza, quest’anno 1989, per la morte e la sepoltura del p.Damião e le uccisioni della pasqua. Non posso finirlo, però senza ricordare un fatto, avvenuto in ottobre, molto lontano da qui, ma che avrà certamente una ripercussione assai importante in Mozambico, come nel resto del mondo. Mi riferisco alla caduta del muro di Berlino ed alle reazioni politiche a catena che si stanno verificando nel blocco sovietico. Una nuova epoca sembra che stia per cominciare e, forse, quest’insieme di cambiamenti aiuterà ad incontrare il sentiero che ci conduca, finalmente, alla pace!

Con questa grande speranza ti saluto e ti mando gli auguri di Buon Anno da parte di tutti noi.

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 20 gennaio 1990


Caro Padre Dehon,
quest’anno è cominciato con la visita del Padre Perroux, consigliere generale, che ci ha predicato gli esercizi sul carisma che tu ci hai lasciato, attualizzandone le espressioni e la sua comprensione alla luce della riflessione teologica di questi anni postconciliari. È stato molto bello e ne siamo stati tutti molto contenti. Sentire parlare della propria identità interiore più profonda, dà al cuore un senso di pienezza, che rallegra. Gliene siamo tutti molto grati e, indirettamente, lo siamo anche verso di te, che sei stato il primo depositario di così grande dono.

Il p.Perroux ci ha anche fatto sapere che i padri Giovannino e Tarcisio, che sono da anni nel territorio occupato dalla Renamo, sono riusciti a far arrivare al Generale un biglietto nel quale, tra le altre cose, comunicano che hanno la grande gioia di poter ascoltare le conversazioni per radio che i nostri padri fanno ogni giorno, nel collegamento delle 7 e delle 15, tra le varie comunità. Questo contatto, anche solo di audizioine, li aiuta molto a superare il loro totale isolamento.
Ne sarà ben contento il p.Giorgi, ora in vacanza in Italia, perché fu lui che ebbe l’idea di cercare una radiolina che prendesse la nostra lunghezza d’onda delle missioni. Ne sarà pure contento il p. Mario Gritti, segretario delle missioni, che la trovò, la comprò e l’inviò, per vie traverse e complicatissime, ai due padri. Nel biglietto che l’accompagnava spiegava loro come dovevano fare per sintonizzarsi ed ascoltarci.

Speriamo che pure loro possano venir fuori e ritornare alla piena comunione con noi, che prevede anche l’incontro in carne ed ossa e non solo nello spirito e nella preghiera.
Un caro saluto!
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 21 marzo 1990

Caro Padre Dehon,
sono di ritorno dal consiglio presbiterale, dove s’è fatto il punto della situazione della diocesi e s’è parlato molto delle missioni senza la presenza de missionari.
D.Bernardo, poi, ci ha fatto sapere a che punto è il processo delle devoluzioni delle missioni ed opere nazionalizzate. Già da tempo si parla di anteprogetto di riforma della costituzione, ed ora l’inizio della devoluzione delle opere nazionalizzate, mi pare che si possa interpretare come un segno di un cambiamento della linea politica.
Ecco la lista di cui è già stata firmata la restituzione:
- Invinha: chiesa, casa dei padri e casa delle suore.
- Mugeba: chiesa.
- Molumbo: chiesa, casa dei padri, casa delle suore.
- Morrumbala; restituzione di tutto ciò che era della missione, internati compresi.

Siamo rimasti tutti quanti molto soddisfatti, ed abbiamo commentato che il cambiamento in corso fa sperare che si possa cominciare a camminare verso la pace.

Per ultimo il vescovo ci ha comunicato che l’attuale Delegato Apostolico della Santa Sede, mons. Patrick Coveney è stato trasferito ed inviato in Etiopia. Al suo posto è stato nominato un italiano: Mons. Giacinto Berloco, di Bergamo, che lavorava in curia nel Vaticano.

Con quest’ultima notizia ti saluto!

In Corde Jesu.
P.Anonimo s.c.j.




Maputo, 16 aprile 1990, lunedì dell’Angelo

Caro Padre Dehon,
sono venuto a Maputo, insieme ad una piccola delegazione di confratelli, per il funerale del nostro p. Tarcisio Finazzi, parroco di N.S. delle Vittorie, qui a Maputo, morto il 14 scorso, venerdì santo.
Per la Domenica delle Palme aveva diretto, con l’entusiasmo che gli era solito, la processione e tutta la liturgia. Aveva lavorato fino a sera, sempre gioviale e sorridente. La mattina del martedì santo si era sentito mal disposto ed era rimasto alcune ore in camera. Il giorno seguente non s’è alzato. I confratelli sono andati a vedere se stava poco bene e lo hanno trovato senza conoscenza. L’hanno portato all’ospedale dove hanno fatto diagnosi di coma diabetico. Hanno cominciato l’insulina e tutte le altre misure del caso, ma p. Tarcisio non s’è ripreso, ed il venerdì santo è spirato.
Ti puoi ben immaginare la costernazione e lo stupore che questa morte ha provocato nella comunità parrocchiale. Proprio come Gesù: domenica delle palme trionfale e, venerdì, passione e morte.
Anche tutti noi, confratelli, siamo rimasti sgomenti, ma sappiamo che le vie del Signore sono infinite e sono misteriose.

Il funerale l’abbiamo fatto stamani, con una partecipazione di popolo straordinaria. Il suo corpo è stato sepolto nel cimitero di Maputo.

P.Tarcisio aveva 66 anni ed era in Mozambico da 39.
Appena arrivato, con 27 anni, era stato inviato a Molumbo. In seguito aveva lavorato a Mulevala, Nauela, Alto Molócuè e a Quelimane, dov’era stato parroco della Sagrada Família. Dal 1965 al 1971 era stato Superiore regionale.
Dal 1974 era a Maputo, prima come formatore e poi come parroco di nostra Signora delle Vittorie e come segretario nella Delegazione Apostolica.

Il suo carattere gioviale, sempre sorridente, gli attirava la simpatia e l’affetto di tutti. Ora che è tornato alla casa del Padre, aspetta con gli altri missionari defunti, il giorno della resurrezione.

P. Anonimo s.c.j.



Nampula, 3 giugno 1990


Caro Padre Dehon,
sono venuto a Nampula col Vicario generale, p. José Simonini, per rappresentare la nostra diocesi di Quelimane (D.Bernardo è in Italia) alla consacrazione episcopale di D. Germano Grachane. Egli è stato nominato vescovo ausiliare di Nampula, in vista di prendere possesso della futura diocesi di Nacala, che sorgerà tra poco, raggruppando quelle missioni di Nampula che si trovano nella parte nord est della diocesi, lungo il fiume Lurio e sulla costa.

D. Germano ha 48 anni ed è nato nella provincia di Inhambane. È religioso della Congregazione dei Padri della Missione (Vicentini)ed era professore nel seminario maggiore di Maputo.
La consacrazione è avvenuta nella cattedrale, che, per l’occasione, non è riuscita a contenere tutti i fedeli convenuti, di modo che la grande piazza ed il giardino intorno erano stipati di persone. Il consacrante principale era l’Arcivescovo di Nampula, D. Manuel Vieira Pinto.
Qui in Mozambico, al rito della consacrazione, abbiamo aggiunto una cerimonia che proviene dalla tradizione culturale: quella di far dare “consigli” e raccomandazioni al neo consacrato da parte di due o tre persone significative. Una di loro è stata la mamma di D.Germano. Quando D.Manuel l’ha invitata a salire sul presbiterio per dare i consigli al figlio vescovo, la cattedrale è letteralmente esplosa in un lungo applauso, intramezzato da interminabili “tungulu”, cioè grida di giubilo ottenute facendo vibrare la lingua tra le labbra. È un grido che solo le donne sanno fare.

Un altro rito africano è durante il canto della litanie dei santi. Il consacrato è prostrato su una stuoia con cuscini e, mentre l’assemblea canta, quattro donne, inginocchiate ai lati, mettono grani d’incenso in piccole coppe di terra cotta contenenti carboni ardenti. Così facendo, il fumo dell’incenso si eleva verso il cielo, insieme alle invocazioni ai santi ed all’offerta che il consacrato fa di se stesso.

Dopo la messa, finita verso mezzogiorno, c’è stato il pranzo e poi canti e danze fino a sera, accompagnate dal rullo dei tamburi.

Sono stato contento di aver partecipato a questa cerimonia, dove il sentimento d’essere chiesa si rinforza straordinariamente.

Da Nampula ti mando i miei saluti!
P.Anonimo s.c.j.







Gilé, 8 agosto 1990


Caro Padre Dehon,
ti scrivo dal campo d’aviazione del Gilé, mentre aspettiamo che arrivi l’aereo che ci riporterà a Quelimane.
Siamo venuti qui il giorno 1 d’agosto in quattro: p.Zanetti, che è stato l’ultimo superiore del Gilé, p.Sandro Capoferri ed suor Pepita, dell’ufficio diocesano di pastorale, ed io.
Stamani presto è arrivato il vescovo D.Bernardo, per coronare la visita come pastore.

Il 1º d’agosto, al nostro arrivo, abbiamo trovato ad aspettarci, qui all’aeroporto rurale, i coordinatori delle comunità ed i responsabili dei ministeri. Un gruppo di cristiani ha cantato e danzato per darci il benvenuto, manifestando la loro allegria per il nostro arrivo.
Ci hanno condotto, per sistemarci, in una capannuccia che è la “casa degli ospiti” della comunità. Qui abbiamo ricevuto molta gente che ci è venuta a visitare, portandoci doni: galline, riso, farina, castagna di cajú e così via. Segno di gioia per la visita degli ospiti!
La prima notte, mettendo a posto le cose e preparando il necessario per la messa dell’indomani, ci siamo accorti di aver dimenticato a Quelimane i camici e le stole. Come fare? Per fortuna avevamo portato con noi due rotoli di panno per capulane, da offrire alla gente, che sente molto il problema della mancanza di vestiti. Suor Pepita, da buona suora, esperta in tutte le arti e mestieri appannaggio tradizionale delle donne, ha ritagliato tre pezzi, alti più o meno il doppio dell’altezza di ciascuno di noi padri, li ha cuciti lungo i bordi ed ha tagliato un’apertura in cima per infilare la testa. Così alla messa avevamo non solo il camice, ma anche la casula e, per di più, in stile africano!

Parlando con la gente, abbiamo appreso che, per partecipare alla visita, erano arrivati cristiani da Naphaka e Murrupula, situate nella provincia di Nampula,da Etaga (Naburi), da Welela (Alto Molócuè), da Morrua, da Mulevala, da Mocubela, oltre ai cristiani di Alto Liginha. Alcuni di loro avevano percorso a piedi più di 100 km!
Molti di questi cristiani ed animatori appartengono al gruppo che qui è chiamato “dei recuperati”, uomini e donne che si trovavano, da molto tempo, nelle zone controllate dalla Renamo.
Che gioia, Padre Dehon, a vedere queste cose! Loro sono stati per noi testimoni vivi di ciò che la forza dello Spirito Santo ha realizzato nelle comunità cristiane in questo tempo di guerra; comunità che, nonostante le difficoltà, hanno vissuto la fedeltà alla propria fede, nella sofferenza del vivere quotidiano.

Ti voglio riferire un grazioso aneddoto, che si riferisce al gruppetto arrivato dalla cappella di Ituru nella missione di Mulevala. Si sono presentati come incaricati dell’eucaristia e chiedevano di riceverla per portarla alla loro zona. Il. P Sandro chiese loro che mostrassero la lettera della comunità con la firma dell’animatore. Chi garantiva che loro erano incaricati dell’eucaristia e che erano autorizzati a prelevarla? Senza le prove, l’eucaristia è un bene troppo prezioso per poter essere affidato a chiunque. Ci rimasero un po’ male, ma compresero che era una posizione giusta e non insistettero più.
Nei giorni seguenti non facemmo più caso, ma non li incontrammo più. Alla sera del terzo giorno, rieccoli di nuovo, questa volta col loro animatore: erano andati, si può ben dire, di corsa, fino ad Ituru ed avevano rifatto il percorso di ritorno, senza riposarsi nulla. Da Gilè a Ituru non ci sono meno di sessanta chilometri. Penso che, nella sua esperienza eucarisitica, raramente il Signore abbia goduto più di quella volta, a lasciarsi trasportare dai suoi incaricati, per i sentieri del mato.

Siamo riusciti a realizzare tutti gli incontri che avevamo programmato con gli incaricati dei vari ministeri. Sono state riunioni ricche, di scambio d’esperienze e ricerca di soluzioni dei problemi nati nelle comunità durante questi anni. Abbiamo notato molta vivacità ed una buona organizzazione. Hanno mostrato un grande desiderio di formazione.

In tutti s’è evidenziata l’assenza dello spirito di vendetta e di rancore: anzi è risultata evidente la ricerca di cammini concreti di riconciliazione e di pace, col uno sguardo rivolto più al futuro che al passato, sia nella chiesa che nella società.

Nel giorno 7 d’agosto abbiamo amministrato, per incarico del vescovo, come ministri straordinari, la cresima a 684 cristiani, sia della missione del Gilé sia di quella di Alto Ligonha. Tutti erano stati preparati degnamente com una catechesi prolungata.
Oggi 8 agosto, giorno di grande giubilo per l’arrivo del vescovo! Una grande folla lo ha accolto all’aeroporto ed ha poi partecipato alla messa celebrata all’ombra dei grandi alberi di manghi.
Nel messaggio di saluto a D.Bernardo, i cristiani del Gilé ed Alto Ligonha hanno manifestato il desiderio che avevano di poter rivedere il volto del vescovo ed ascoltare la sua parola.
Dopo la messa, gli animatori hanno sottoposto a D.Bernardo alcuni problemi e chiesto direttive per le loro comunità.

In conclusione, Padre Dehon, sono stati giorni molto belli e di consolazione. La fede è viva più che mai e lo Spirito Santo muove i cuori di tutti questi cristiani. Veramente possono dire, con S.Paolo: “In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 16 ottobre 1990

Caro Padre Dehon,
un’altra data storica, questa volta piccola piccola, più di cronaca che di storia: siamo ritornati a vivere, con una comunità di confratelli , nella prima casa dei padri della parrocchia della Sagrada, costruita da P.Antonio Losappio nei primi anni cinquanta. Oggi è il primo giorno. La comunità parrocchiale della Sagrada Família è composta da P.Franco Massieri, p.Agostinho de Ruschi, p.José Diomário, che è il parroco, ed uno studente che fa l’anno di servizio ecclesiale tra la filosofia e la teologia: quello che anticamente era l’anno di prefetto. Si chiama Luís Macuinja.
Abbiamo concelebrato in parrocchia la messa d’inizio della nuova comunità e poi siamo andati tutti a cena nella nuova residenza, tanto piena di ricordi.
Abbiamo fatto gli auguri per un servizio parrocchiale efficace, vissuto nella vita fraterna più stretta.

Ti caluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.




Quelimane, fine d’anno 1990


Caro Padre Dehon,
la settimana scorsa è venuto a visitarci dall’Italia il nostro padre provinciale Luciano Tavilla. Ha presieduto la messa della notte di Natale, celebrata all’aperto, davanti alla porta della chiesa della Sagrada Família, in cima alla gradinata. In dicembre, il caldo non scherza a Quelimane!
È stato bello celebrare all’aria aperta. Contribuisce a dare um maggior clima di festa. E, poi, abbiamo avuto la compagnia della luna piena che ci ha rallegrato, con la sua sorridente e luminosa presenza, per tutto il tempo.
Dopo cena, in queste sere, ci tratteniamo a tavola a chiacchierare col p. Tavilla. Riandiamo spesso, colla memoria, a questi ultimi mesi del 1990. Siamo stati rallegrati dal ritorno in Mozambico di due cari confratelli: p. Elio Greselin e fr. Abbondio Riva. Il primo era già stato qui dal ‘66 al ’75, ed il secondo dal ’68 al ‘73. Il loro ritorno è anche il segno di un nuovo corso per la presenza della chiesa nella società. Ormai la fede è un diritto che lo Stato riconosce a tutti, garantendone la libertà di manifestarla. La riforma della costituzione, con il riconoscimento delle libertà civili e la possibilità di costituire partiti politici, sono una realtà, che era impensabile soltanto due anni fa.

Così pure la ricerca per trovare una soluzione negoziata della guerra nelle conversazioni, e lo sforzo di riuscire a stabilire un dialogo tra Frelimo e Renamo, sembrano cose di sogno. In quest’attività di tessere nel silenzio, senza pubblicità, la chiesa ha avuto una parte fondamentale. D.Alexandre di Maputo e D.Jaime di Beira sono stati i due vescovi che hanno portato avanti il processo di riavvicinamento. Ora il governo e la Renamo hanno chiesto in forma ufficiale alla chiesa cattolica di sedere in veste di mediatrice al tavolo delle conversazioni. Un altro invitato allo stesso tavolo è la Comunità di S.Egidio di Roma, che da molto tempo s’è impegnata nell’avvicinamento tra le parti, alle quali s’è legata, usando la forza suadente e discreta dell’amicizia, pazientemente e fedelmente coltivata.
Il primo colloquio ufficiale s’è concluso, purtroppo, con un’interruzione brusca, dovuta a malintesi. Tuttavia il filo non s’è spezzato ed è stato fissato un nuovo incontro fra pochi mesi.

Novità non da poco, Padre Dehon!
Ormai il cuore di tutti si sta aprendo alla speranza di potere, tra non molto, ritornare a vivere in pace in Mozambico.
Ti saluto, invindoti i miei auguri di buon Anno!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 20 febbraio 1991

Caro Padre Dehon,
p. Toller e P. Manuel, insieme ai loro alunni del seminario medio diocesano S.Agostinho, hanno cominciato l’anno scolastico nella nuova sede, proprio dall’altra parte della strada, di fronte alla Sagrada Família.
È un edificio che fu nazionalizzato nel ’75 e restituito due anni fa, quando la diocesi si accordò col governo per fare uno scambio: gli lasciava il vecchio seminario diocesano, che entrava nella legge delle restituzioni, ma situato a Nicoadala, a 40 km dalla città, in cambio dell’antica scuola per maestre, delle Suore del S.Cuore di Maria. Questa non rientrava nella lista delle opere da devolvere, ma era molto più utile per la chiesa, perché situato in città. Il governo, invece, era interessato ad una struttura molto ampia ed in ambiente rurale. L’accordo si è trovato facilmente, segno anche dei tempi nuovi e dell’aria di collaborazione ed unione, che s’è tornata a respirare.
Alla messa d’inizio, celebrata da D. Bernardo siamo andati anche noi della Sagrada, come segno di giubilo per i nostri dirimpettai.
P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 1 marzo 1991


Caro Padre Dehon,
oggi ho partecipato al consiglio presbiterale. L’argomento principale è stato il dibattito sui criteri da usare per tracciare i confini della nuova diocesi, che la Santa Sede ha deciso di creare. Si è riconosciuta la necessità di dimezzare l’estensione di quella attuale, veramente assai ampia, coi suoi 108 mila km quadrati. Il numero delle comunità cristiane locali è abbondantemente sopra i mille e, quindi, anche sotto quest’aspetto, la divisione della diocesi in due è ormai matura.

S’è discusso se si doveva usare un criterio geografico, usando fiumi e strade come confini, oppure un criterio culturale, che tenesse conto della configurazione umana più che di quella territoriale. Alla fine è prevalso questo secondo criterio e s’è proposto che la diocesi figlia seguisse la distribuzione del gruppo etnico lomwè. In questo modo la coesione e l’intendimento linguistico dovrebbero fare da base all’unità delle comunità.
È rimasto ancora molto aperto il criterio da usare per fissare la sede del vescovo. Alto Molócuè è più centrale e sarebbe l’ideale per le comunicazioni e la facilità dei viaggi. Gurúè è abbastanza più sviluppata, ha più risorse ed ha davanti un futuro di ulteriore crescita. Ha però lo svantaggio d’essere in un luogo periferico. Si è concluso che bisogna rifletterci su ancora.

S’è parlato delle conversazioni di Roma per la pace. Seppure fra alti e bassi le cose stanno andando avanti e la speranza di arrivare ad un accordo crescono continuamente. Il cammino, tuttavia, appare ancora lungo.
Affidiamo alla preghiera un importante ruolo e tutti noi presbiteri ci siamo impegnati a mantenere viva tra i fedeli la necessità di pregare insistentemente, in pubblico ed in privato, per la pace.

Ricordati pure tu, Padre Dehon, di questo popolo ed intercedi per noi!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 17 aprile 1991


Caro Padre Dehon,
oggi p. Madella ha ricevuto una telefonata dal Segretariato Missioni di Milano che il nostro caro padre Guido Dalla Sega è morto. Era tornato in Italia un anno o due fa per motivi di salute ed ora ha concluso il suo cammino sulla terra, cammino fatto per diversi anni su queste strade del Mozambico.
P Guido ha fatto parte di quei padri che sono venuti in missione già nel pieno della maturità, espressione di un nuovo modo di sentire nella chiesa, riguardo al servizio della predicazione “ad gentes”. Negli anni postconciliari si è andata consolidando la coscienza che la chiesa è tutta missionaria e che nelle chiese in corso di fondazione, od appena nate, ci sono molte mansioni da svolgere e queste possono essere portate avanti anche da persone non più giovani e per un numero d’anni limitato.

P.Guido era venuto in Mozambico nel 1971, quando aveva cinquantun’anni. S’era subito messo al lavoro con l’entusiasmo d’un trentenne. Ha lavorato ad Alto Molócuè, Molumbo, Invinha, Ile e Maputo. Il suo ricordo tra noi rimarrà vivo, perché quel suo modo di parlare così, confidenzialmente, catturava subito l’attenzione e la simpatia.

Domani, in comunità, celebreremo la messa di suffragio per lui.

In corde Jesu

P.Anonimo s.c.j.







Quelimane, 28 aprile 1991


Caro Padre Dehon,
ecco un’altra data storica, che merita essere sottolineata: stamani hanno emesso i voti le prime suore diocesane, fondate dal nostro vescovo D. Bernardo. Si chiamano Figlie di Nostra Signora della Visitazione. Oggi si può considerare l’inizio ufficiale di questo nuovo fiore che sboccia nel giardino della nostra diocesi. Si è voluto dare grande solennità a questo atto e lo si è fatto di domenica, in cattedrale, alla presenza di tre vescovi, d. Bernardo di Quelimane, D.Paulo di Tete e D. Francis, vescovo di Gweru in Zimbabwe, le cui suore diocesane sono state scelte come le formatrici della nuova congregazione. Da Beira è venuto pure, a nome di D. Jaime, il suo vicario generale, p. Manuel Chuanguira.
Le tre novizie, Marize, Ermelinda e Vitória sono state accolte fuori della cattedrale, davanti al piccolo arco di trionfo floreale, eretto per l’occasione. Un gruppo di bambine le ha accompagnate con la danza d’entrata, fin davanti all’altare. La messa è stata di quelle solennissime, ricca di canti belli e di molte processioni a passo di danza: introito dei celebranti, entrata del libro delle letture, offertorio, consacrazione, comunione, ringraziamento ed uscita.
Il clima dell’assemblea era quello delle grandi occasioni ed il giubilo ha accompagnato ogni fase della cerimonia.
Il carisma della nuova congregazione è stato così formulato nelle Costituzioni: “Il suo carisma è sentire ed assumere la vita d’una chiesa particolare, come parte integrante della propria vita”.
Ci si aspetta che la pastorale diocesana cominci a crescere, in qualità e solidità, con questa nuova famiglia diocesana a servizio a tempo intero della chiesa locale.

Con questa speranza e con molta gioa interiore, ti saluto.

P.Anonimo s.c.j.




Malawi, 18 maggio 1991

Caro Padre Dehon,
il padre Hilário Verri mi ha chiesto di fargli compagnia in questa delicata missione che il p.Madella gli ha affidato in Malawi. Essa consiste nell’attivare contatti che possano portare all’uscita dai campi della Renamo dei padri Giovannino e Tarcisio e dei ragazzi e ragazze che sono con loro.
P.Hilário è riuscito ad incontrare il bandolo della matassa per entrare in contatto coi due padri. Essi sono ad una sessantina di chilometri dal fiume Muloza, che segna il confine fra i due paesi.
Circa venti giorni fa il padre Giovannino era riuscito a fargli sapere che il permesso per uscire dal Mozambico doveva avere l’approvazione del generale Dique, comandante in capo della Base centrale di Morrumbala. Il loro capo locale aveva mandato una staffetta per chiedere tale permesso. La distanza era di sette giorni di cammino ad andare e di altri sette a tornare.
La risposta è arrivata quattro giorni fa e dice che il p.João deve andare al fiume Muloza accompagnato da 10 soldati della Renamo per incontrarsi in Malawi col p.Hilário. Dopo 15 giorni dovrà tornare per dare il cambio al p.Tarcisio. Il ragazzi e le ragazze, che sono con loro, però, non possono partire: fanno parte della Renamo!
Mentre il p.João si preparava, una staffetta è arrivata al fiume ed ha fatto chiamare il p. Verri.
Siamo arrivati al posto fissato verso le undici. P.Giovannino era seduto sotto gli alberi dall’altra riva, che ci aspettava, circondato da una decina di guerriglieri. Appena ci hanno scorto sono venuti sulla riva ed il padre, dopo aver stretto la mano al capo, ha cominciato ad attraversare il fiume: l’acqua arriva appena al ginocchio in questo punto.

Puoi ben immaginare, Padre Dehon, la gioia dell’abbraccio a P.Giovannino sia mia, sia di p.Hilário!

Ora P.Bonalumi andrà in Italia per qualche giorno, perché per lealtà, deve ritornare, altrimenti potrebbe pregiudicare la posizione del p.Tarcisio e dei ragazzi.
Ma noi qui ci impegneremo per riuscire a farli uscire definitivamente tutti quanti!
P.Anonimo s.c.j.

Missione di Gambula (Malawi), 31 luglio 1991

Caro Padre Dehon,
l’odissea dei padri João Bonalumi e Tarcisio De Giovanni s’è finalmente conclusa!
Non ti starò a descrivere tutti i passi e gli alti e bassi delle trattative colla Renamo per liberare il gruppo intero, padri, ragazzi e ragazze..
Citerò solo l’interesse dei confratelli del Mozambico, che hanno incaricato p.Toller e P.Sandro di venire qui per conoscere i particolari e portare la solidarietà e l’affetto di tutti al p. Bonalumi, che, dopo il ritorno dall’Italia s’era mantenuto in Malawi,andando al Muloza solo per portare avanti, insieme al p.Hilário, le trattative per la liberazione di tutti
Alla fine, per grazia di Dio, tutti hanno passato il famoso fiume Muloza e sono qui con noi nella missione di padri comboniani di Gambula
Un momento emozionante è stato quando il p.Tarcisio è riuscito a parlare al telefono con la sua mamma, ancora viva, nonostante l’età molto avanzata. Fra i singhoizzi della commozione riuscivano soltanto a dirsi “Mamma, mamma, sono salvo!” e, dall’altra parte “Mio figlio, mio figlio!”

Stasera, nella chiesa della missione, abbiamo celebrato la messa del ringraziamento e della partenza. Anche i padri comboniani si sono uniti a noi nella concelebrazione.
Ora, dopo aver vissuto questi giorni, capisco meglio i salmi del ritorno di Israele dall’esilio!

Domani, 1º agosto, Giovannino e Tarcisio s’imbarcheranno per l’Italia, mentre i ragazzi sono già stati sistemati nel campo dei rifugiati sotto l’Alto Patronato dell’ONU e della Croce Rossa.

Con questa bella notizia e con una certa emozione, ti saluto filialmente.
P.Anonimo s.c.j


Quelimane, 16 agosto 1991

Caro Padre Dehon,
come certamente saprai, quest’anno celebriamo il centenario della pubblicazine dell’enciclica di Leone XIII, Rerum Novarum, che segnò un’epoca di impegno della chiesa nel campo sociale. Tu sei diventato famoso per le tue iniziative di divulgazione degli insegnamenti dell’enciclica, sia in Francia, sia in Italia. Quante volte sei venuto a Roma per conferenze sull’argomento e quanto hai scritto, per spiegare e divulgare!
Noi abbiamo ereditato da te quest’impegno per la giustizia e la dignità nel lavoro e nella società. Noi del Mozambico abbiamo pensato di sottolineare l’occasione del centenario per promuovere una settimana di studi sulla dottrina sociale della chiesa, nella sede del nuovo seminario S.Agostinho, qui a Quelimane. Sono venuti dall’Italia due nostri padri specialisti dell’argomento: p.Luigi Lorenzetti professore di Teologia Morale e p.Angelo Cavagna, impegnatissimo nel movimento del volontariato civile. Oltre a noi dehoniani hanno partecipato anche i cappuccini e qualche altra persona in grado di capire l’italiano, come due o tre suore che hanno studiato in Italia.
Il programma svolto è stato abbastanza vasto e profondo. Ha occupato le mattine ed i pomeriggi, dal 12 al 16 agosto. Siamo molto riconoscenti verso i nostri due padri, che hanno viaggiato da così lontano, apposta per venire a darci questa settimana di studi!

In comunione con te e col tuo cuore così sensibile a questi problemi, ti saluto.

P.Anonimo .sc.j.



Gurúè, 15 dicembre 1991

Caro Padre Dehon
giorno di festa grande qui al Gurúè, per l’ordinazione sacerdotale di P.Freitas Joaquim Emílio. Era un ragazzo della cappella di Lioma, a circa 40 km dal Gurúè, seguita per parecchi anni dal p.Dino Finazzi, sacerdote diocesano di Cesena, che ha sempre lavorato insieme a noi in Zambesia. Padre Dino è tornato in Italia, molto malato, ed oggi non può essere qui a rallegrarsi. Siamo però venuti in molti, sia da Quelimane che dalle case vicine, come Invinha, Milevane e Alto Molócuè, per concelebrare con D. Bernardo nella messa dell’ordinazione.

Questo scorcio di fine anno è stato fecondo per la nostra diocesi: il 24 novembre, in cattedrale è stato ordinato sacerdote il p.Lázaro Messias de Carvalho, la cui famiglia vive a Quelimane. Nello stesso giorno il giovane Martinho Gabriel, nativo di Milange, è stato ordinato diacono.

A questi tre nuovi operai nella vigna del Signore s’è aggiunto il nostro p. .Pedro De Franceschi, che è uscito dal suo ufficio nel Servizio Nazionale di Sanità, nella cittadina di Angoche, nella diocesi di Nampula ed è potuto quindi rientrare in Zambesia e vivere in una nostra comunità. Siamo tutti molto contenti per il suo ritorno e, specialmente, i padri Luís Pezzotta e Onorino Venturini di Pebane, che lo hanno ricevuto come terzo membro della loro comunità religiosa.

Il 1991 si avvia così alla sua chiusura con queste prospettive di speranza.
Ed io ti saluto e ne approfitto per farti i miei auguri di Buon Anno!

P.Anonimo s.c.j.




Pebane, gennaio 1992

Caro Padre Dehon,
sono venuto qui a Pebane per rimettermi da una malaria che mi ha fatto penare non poco. Sono stato con fiacca e malessere per tre o quattro mesi. Pensavo:”Sarà malaria”, ma poi facevo la prova dello striscio di sangue e della goccia spessa per la ricerca al microscopio del plasmodio ed era sempre negativa. All’inizio prendevo aspirina e paracetamol e la febbricola passava e mi sentivo meglio. Ma, dopo un giorno o due, ero di nuovo da capo. Ho seguito allora il consiglio dei più vecchi, di prendere lo stesso la dose delle dieci pastiglie di clorochina in tre giorni: quattro, quattro, due. Per una settimana sono stato bene e, poi, ricaduta. Esame del plasmodio: ancora negativo! Sono passato allora all’amodiachina, che sono tre pastiglie insieme. Il grande propagatore di questa terapia era il mio caro amico padre Antonio Losappio. A lui, mi diceva, aveva sempre risolto tutto. Di nuovo mi sentii bene, per due settimane e poi ricaduta. Anche se non si riusciva a trovare il plasmodio nel sangue, ormai m’ero convinto che fosse proprio malaria. Sono passato alla “seconda linea” del trattamento antimalarico, secondo la strategia del ministero della sanità. Anche questa è costituita da tre compresse: Il prodotto si chiama Fansidar. Molti si lamentano che è molto forte e “butta giù”. A me, però, non ha dato nessun disturbo. Dopo due o tre giorni mi sono sentito bene ed ero convinto d’essere guarito. All’inizio della quarta settimana, tuttavia, nuovamente malessere. A questo punto mi sono deciso a consultare il p. .Marchesini, per sentire il suo parere di medico.

Quando ha sentito la storia, mi ha detto che quello che m’è successo, sta capitando ad un numero sempre maggiore di persone, perché la malaria è ogni giorno più resistente. Il fatto, poi, della ricaduta prima di terminare la quarta settimana, rientra nell’interpretazione attuale della malattia. Se i sintomi ricominciano prima dello scadere delle quattro settimane, si considera la malaria come resistente e la febbre è dovuta alla stessa infezione non guarita. Se invece si oltrepassa il mese, si interpreta come un caso nuovo, dovuto ad una successiva inoculazione di plasmodio, con un’altra puntura di zanzara.

Mi ha fatto ripetere l’esame della goccia spessa e mi ha mandato a farlo nel “Centro de Saúde 4 de Dezembro”, dove lavora un laboratorista, che praticamente fa quest’esame al microscopio dalla mattina alla sera. Il risultato è stato positivo, ma ci ha impiegato una mezz’ora per far scorrere tutto il vetrino, col p.Marchesini seduto accanto. Alla fine ha scoperto un solo plasmodio, ma basta uno per fare la diagnosi di certezza. L’ha mostrato anche al dottore e poi anch’io sono stato invitato a vederlo al microscopio. Mi son reso conto che non è un esame facile. In pratica si vedono dei minuscoli puntini, alcuni dei quali in forma di “anello con pietra preziosa” al centro.

Una volta confermata la diagnosi, p. Marchesini mi ha prescritto il solfato di chinino, due compresse ogni otto ore, per tre giorni, accompagnate da tetraciclina al mattino ed alla sera per una settimana. Ti assicuro che il chinino non è per nulla piacevole. Si sentono ronzii e si capisce male quello che le persone dicono. L’appetito sparisce e si sente sempre una certa indisposizione, che, pur non arrivando a dare nausea e vomito, ti tiene lontano dalla tavola e dagli odori del mangiare.
Si sta un po’ male, però alla fine ci si sente veramente guariti! Il p. Madella, tuttavia, mi ha mandato lo stesso a fare una settimana di riposo in questo splendido posto che è Pebane.
Anche se la guerra ha rovinato molte cose, ed è evidente che non c’è più stato nessun lavoro di manutenzione dall’indipendenza in qua, il colore del cielo, il sole che fa luccicare le grandi foglie delle migliaia e migliaia di palme e la brezza che le fa frusciare, ti riempiono l’animo di pace e di serenità. Il silenzio è così pieno, che sembra di poterlo palpare con le mani e, quando si cammina sulla sabbia, di cui sono fatte le strade della cittadina, la sua presnza fa risaltare amabilmente il tenue rumore dei passi. Pebane sorge su un ripiano e termina quasi a picco sulla striscia di terreno, che si trasforma gradualmente in spiaggia di sabbia finissima e bianca.
Il superiore è il giovane padre Domenico Marcato, uno degli ultimi arrivati, alto quasi come una di queste palme! Completano la comunità il P.Angelino Minoia ed il p. Pedro De Franceschi. In questi giorni c’è pure il padre Elio, venuto dal Gurúè per aiutare a rinnovare la casa della missione, che aveva bisogno di una radicale risistemazione ed una nuova mano di pittura.
Sto passando delle belle ferie ed ogni giorno che passa, mi sento sempre meglio.

Ti saluto caramente!

P.Anonimo s.c.j.
Maputo, luglio 1992


Caro Padre Dehon,
il nuovo corso delle cose, col fenomeno del sorgere di numerose vocazioni, ha posto a tutti gli istituti religiosi ed ai vescovi il problema di come far fronte a questa pressante richiesta di formazione, che, dopo i primi anni di seguimento nelle comunità cristiane locali, necessita di personale preparato, capace di guidare questi giovani nel cammino esigente e al tempo stesso gratificante della consacrazione al Signore. Bisogna pensare anche alle case necessarie per accoglierli e che ancora non esistono. Ci vogliono lavori di adattamento e, qua e là, nuove costruzioni. Il consiglio regionale precedente aveva già avviato il piano di costruire uno scolasticato a Quelimane, all’estrema periferia, accanto alla strada che va verso Mocuba. Il luogo si chiama Sococo, dal nome d’un vecchio stabilimento per l’estrazione della copra dai cocchi. Esso ha cessato di funzionare, ma ormai il nome s’è stabilito e non cambierà più per molto tempo.

Col 1º di luglio s’è insediato il nuovo consiglio regionale, di cui il p.Madella è ancora il superiore ed i consiglieri sono p.Elio Greselin, p. Tomé Makhweliha, p. José Zanetti e p. Hilário Verri. L’economo regionale è il p. José Ruffini.
Anche questo consiglio, com’è ovvio, porta avanti la decisione di nuove costruzioni per le case di formazione.
Proprio per questo sono venuto qui, nella capitale, col superiore e con l’economo regionale, per concludere gli accordi con la ditta che sta per cominciare i lavori di costruzione dello studentato di filosofia e di teologia. S’è comprato un lotto di terreno a Matola, la città satellite di Maputo, distante non più di venti chilometri. Qui infatti si sta costruendo il nuovo seminario interdiocesano di filosofia e di teologia.
Il governo ha già promesso che restituirà alla chiesa l’antico seminario maggiore, appena sarà finita la nuova sede per accogliere gli studenti che ora lo occupano. Una volta restituito e restaurato, perché si trova in uno stato di degrado considerevole, ospiterà i corsi di teologia per tutti i seminaristi del Mozambico. È situato in città, a Maputo.
Si spera di poter cominciare, sia qui sia a Sococo, fra due anni, per il nuovo anno scolastico, nel febbraio del 1994.

Un’altra novità nel campo della formazione è venuta dal Sudafrica, dove esistono due Regioni della congregazione: Aliwal North, che dipende dalla provincia tedesca e De Aar che dipende dalla provincia americana del nord. Anche loro hanno alcuni giovani che desiderano entrare in congregazione, ma hanno pochi padri. Propongono di unirsi a noi, mandandoci uno studente o due, per il momento, mentre si potrebbe studiare una forma di collaborazione più articolata.
Sono belle notizie che ci fanno capire che la storia è una cosa viva e come tutte le cose vive, fa nascere sempre novità.

In corde Jesu.
P. Anonimo s.c.j.


Nampula, agosto 1992

Caro Padre Dehon,
sono venuto a Nampula alle esequie di fratel Alfredo, per rappresentare il padre Marchesini, che non ha potuto lasciare l’ospedale. Fr. Alfredo è il medico comboniano che due anni fa è stato per due mesi a lavorare col padre Aldo a Quelimane ed a Mocuba, per introdursi nel mondo dell’assistenza medica in Mozambico. Fr. Alfredo era di Latina, vicino a Roma. Dopo la laurea, aveva lavorato come ufficiale medico nella Marina Militare a Taranto. Qui s’era legato ai comboniani ed era pervenuto alla decisione di farsi missionario medico, come fratello. Una volta entrato in congregazione, s’era specializzato in medicina tropicale a Londra e poi era stato destinato al Mozambico. A questo punto era venuto a Quelimane.
Una volta a Nampula era entrato nel Servizio Nazionale di Sanità e collocato nel Centro sanitario di Namapa, sulla riva destra del grande fiume Lurio, che separa le province di Nampula e di Cabo Delgado. A Namapa c’è una missione di comboniani, con una comunità di padri ed una di suore ed il suo territorio fa parte della diocesi di Nacala.
D.Germano, vescovo del luogo, s’era molto rallegrato per la collocazione di fr. Alfredo nella sua diocesi ed avevano cominciato insieme un lavoro di pastorale dei malati.
Pochi giorni fa fr. Alfredo era andato col vecchio Land Rover della missione, a parlare con D.Germano. Si può ben dire che la pace era già spuntata dall’orizzonte, perché i colloqui di Roma tra Frelimo e Renamo ormai erano alla conclusione e s’era cominciato a discutere sulla data per la firma dell’accordo generale di pace. Se ne tornava, quindi, senza più paure d’assalti sulla strada, da solo, verso Namapa. Prima di arrivare a Monapo, a metà strada, dopo la curva dov’era stata uccisa, pochi anni fa, suor Teresa, comboniana, una raffica di mitraglaitrice ha colpito in pieno il suo jeep e le pallottole gli hanno scoperchiato il cranio. Morto sul colpo, il Land Rover è uscito di strada, rovesciato. Il conducente di un camion, che seguiva a pochi minuti di distanza, lo ha scorto e s’è fermato per soccorrerlo.
Non è riuscito a riconoscerlo, ma era sicuro che doveva essere un missionario. Ha caricato il corpo sul camion e l’ha portato a Nampula, dove s’è subito preoccupato di avvisare il vescovo D.Manuel.

La notizia della morte di fr.Alfredo s’è sparsa in un attimo ed il provinciale dei comboniani ci ha avvisato per telefono. La famiglia di Alfredo ha chiesto che sia seppellito a Latina, per poterlo avere vicino. Per questo motivo si è deciso di celebrare la messa in cattedrale e poi mandarlo in aereo in Italia.
Si può dire che alla messa c’era tutta Nampula. Da Nacala è venuto D.Germano con una delegazione di rappresentanza. Molta commozione e molto disappunto: una morte impensabile, alla vigilia della pace, quando ormai le armi avevano cominciato a tacere.

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, domenica 4 ottobre 1992, giorno della pace!


Caro Padre Dehon,
il tanto sospirato giorno, finalmente, è arrivato! Oggi a Roma, il presidente della Repubblica del Mozambico Joaquin Chissano ed il presidente della Renamo Afonso Dhlakama, hanno firmato l’Accordo Generale di Pace, davanti al ministro degli Esteri italiano, on. Colombo. In Mozambico erano circa le tredici.
Fino all’ultimo abbiamo dovuto sospirare! Devi infatti sapere che la data era stata fissata per l’inizio d’ottobre, ma che, per una serie di impedimenti e di imprevisti dell’ultima ora, era stata rinviata più volte. Qui in Mozambico, in tutte le diocesi si erano organizzate celebrazioni di ringraziamento con una messa solenne presieduta dal vescovo e concelebrata da tutti i padri presenti. Tutto era stato preparato contando che all’ora della messa la pace fosse già stata firmata. Invece anche stamattina erano sorti altri imprevisti e la cerimonia era stata rinviata di alcune ore. In questo modo il giubilo della messa è stato solo parziale: si voleva ringraziare Dio per la pace ricevuta e posseduta, mentre ci si è dovuti accontentare di ringraziarlo per la pace imminente!
Abbiamo finito la messa verso le undici e tutti siamo andati a casa a seguire alla radio, in diretta, la radiocronaca della cerimonia. Il radiocronista si collegava più o meno ogni quarto d’ora per dire che tutto era pronto e che si attendevano da un momento all’altro i protagonisti.
Finalmente alle tredici si sono aperte le porte e le tre delegazioni della Frelimo, della Renamo e dell’Italia sono entrate. C’erano anche, com’era da aspettarsi, parecchi invitati. Tra gli altri c’era anche il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe. Non ha potuto dimenticare il giorno in cui lui inaugurò l’indipendenza del suo Paese. A quel tempo il Mozambico gli fu molto vicino, dopo averlo aiutato in tutto nella lotta armata. Ora ha voluto essere molto vicino al Mozambico in quest’occasione che, per la sua importanza, non è di molto inferiore alla proclamazione dell’indipendenza.
Ci sono stati i discorsi dei due presidenti, preceduti da un’introduzione del ministro Colombo. Poi s’è passato alla firma del testo dell’Accordo Generale di pace. Alla fine i due presidenti si sono stretti la mano e si sono dati un abbraccio, tra gli appalusi dei presenti, ed anche di tutti noi, che in Mozambico, seguivamo con emozione la radiocronaca!

Ti posso ora salutare, finalmente, col cuore pieno di giubilo!

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 22 ottobre 1992

Caro Padre Dehon,
oggi inizia il primo consiglio regionale in tempo di pace. Ieri sera sono arrivati i consiglieri, tutti per via terrestre. Erano sette anni che ciò non accadeva! Mi fa un certo effetto ricominciare a fare cose che la guerra aveva impedito. Man mano che si ritorna alla normalità, ci si rende conto di quante limitazioni eravamo vittime, alla maggior parte delle quali non facevamo ormai più caso. Com’è grande il potere di adattamento del genere umano!

La normalizzazione ha accellerato i contatti della nostra regione coi confratelli del Sudafrica. Per novembre si aspetta una visita alla casa di Maputo del padre Benno e di uno studente, di nome Bernard. Se l’esperienza sarà positiva, fr. Bernard potrebbe venire a studiare insieme ai nostri filosofi, per il prossimo anno.

Dal Mozambico in pace ti saluto!
P.Anonimo s.c.j.





Maputo, 21 novembre 1992


Caro Padre Dehon,
mi trovo a Maputo per seguire l’andamento dei lavori del nostro seminario di Matola. Vanno avanti abbastanza bene. Sono rimasto soddisfatto soprattutto dall’abilità dei vari operai. La sistemazione delle mattonelle, i pavimenti, la canalizzazione, l’impianto elettrico sono fatti a regola d’arte. Si vede che questa impresa ha scelto bene i suoi operai.
Stasera, tornando a Maputo, nella casa degli ospiti nell’avenida Tivane, ho saputo che è arrivata una telefonata dal segretariato missioni, per informarci che è morto il nostro precedente padre generale Alberto Bourgeois. É stato il generale che ha condotto la congregazione sulla strada delle riforme volute dal Concilio Vaticano II. Grande conoscitore della storia della congregazione e delle tue opere, Padre Dehon, ci ha aiutato molto a purificare la conoscenza del nostro carisma, approfondendone parecchi aspetti di teologia spirituale e scitturistica. Dopo la fine del suo mandato ha continuato per molti anni a lavorare nel Centro Studi della curia s.c.j.. Era amato ed apprezzato da tutti.
Ora vive con te.

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 19 gennaio 1993

Caro Padre Dehon,
oggi comincia, nella nuova “Casa S.Cuore” di Sococo, la nostra Assemblea regionale di gennaio. Abbiamo tra noi il p.Provinciale p. Pietro Cavazza, all’inizio del suo primo mandato. Un’altra bellissima novità è data dalla presenza dei primi nostri tre confratelli mozambicani con diritto di partecipazione. Sono fr. Carlos Lobo, fr. Azevedo Saraiva e fr. Luís Macuinja.
Si deve parlare di molte cose, ma l’argomento principale sarà trattato più che altro nei corridoi e a tavola: scambi di notizie sulle novità portate dalla pace. In generale si desidererà condividere le sorprese, di solito belle, relative alla crescita nella fede (ed anche nel numero) delle comunità cristiane, pur senza l’assistenza fisica dei padri e delle suore. La potenza dello Spirito Santo s’è manifestata in tutta la sua giovanile irruenza!
Tra pochi minuti si comincia e ti devo salutare.

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 14 marzo 1993

Caro Padre Dehon,
lascia che ti mandi a nome di tutti gli auguri più cari e filiali per il tuo compleanno. Oggi compi 150 anni! Ottantadue anni li hai vissuti sulla terra e da sessantotto sei nella casa del Padre. Ogni anno che passa si va sempre più consolidando la tradizione di celebrare in modo speciale i tuoi compleanni. Ci sono iniziative comuni, come ritrovarci tutti noi confratelli di una stessa zona per concelebrare, fare insieme l’adorazione e poi rimanere per una cena od un pranzo di confraternizzazione. Per i tuoi centocinquant’anni il padre Generale ci ha mandato una lettera di riflessione e di esortazione per vivere con tutta la nostra partecipazione interiore il carisma dell’amore e dell’oblazione.

Con molta riconoscenza per tutti i doni che il Signore ci ha fatto per tuo mezzo, ti saluto e ti rinnovo gli auguri!

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 30 luglio 1993

Caro Padre Dehon,
siamo riuniti in assemblea qui a Quelimane. In questi mesi ci sono state parecchie novità. La più importante di tutte è stata l’ordinazione sacerdotale di padre Claudino da Piedade ad Alto Molócuè. La celebrazione s’è svolta fuori, all’aria aperta, in città, perché il numero dei fedeli era troppo grande per poter essere contenuto in una chiesa. Molto entusiasmo per il figlio di questa missione, arrivato alla consacrazione. Anche noi eravamo in un buon numero, come ha esigito l’occasione.


Pochi giorni prima, molti di noi sono riusciti a partecipare alla tre giorni di formazione permanente sul tema della vita consacrata, tenuto dal p.Luigi Guccini, direttore della nostra rivista “Testimoni”, edita dalle edizione Dehoniane. Il P.Guccini è un’autorità in Italia, su quest’argomento e ce ne siamo resi conto ascoltandolo e facendogli domande.

Il 1993 rimarrà negli annali come l’anno delle visite. Abbiamo cominciato in gennaio col p. Cavazza, ed abbiamo proseguito in marzo con p.Cassidy, membro del consiglio Generale.
In giugno è venuto P.Sangiorgio, insieme ad una ditta, la CIPIELLE, diretta da un nostro ex-alunno, il sig. Calgaro, e specializzata nella realizzazione di cassette video, a tema. Hanno preparato una serie di cinque cassette per descrivere la nostra attività missionaria in Mozambico, approfittando per dare uno sguardo anche alla cultura locale.
Insieme a P.Guccini è ritornato tra noi per una visita di lavoro, fr. Michele Tapparo, che tanto s’è dedicato all’arte della pittura e a quella dell’insegnamento artistico e tecnico.

Prima della fine dell’anno sono annunciati già alcuni confratelli del Sudafrica, in prima visita d’avanscoperta, per sondare più direttamente le condizioni per inaugurare un cammino comune nella formazione.

Infine il P.Madella ci informa dell’invito della Provincia Italiana settentrionale per mandare un nostro delegato all’apertura del processo di beatificazione del P.Bernardo Longo, che sarà a Padova in occasione della festa dell’Assunta.

Per la fine del ’93 o per l’inizio del 94, dovrebbero entrare in Mozambico alcuni confratelli nuovi, come p.Onorio Matti e p.Riccardo Regonesi e ritornare alcuni antichi, come p.Aldo Fortuna e p. Francesco Temporin. Questa bella notizia è stata accolta da un fragoroso applauso! Ti confesso che ce l’ho ancora nelle orecchie, mentre ti saluto caramente.

P.Anonimo s.c.j.





Quelimane, 14 gennaio 1994

Caro Padre Dehon,
domenica scorsa 9 gennaio il p. Carlos Lobo ha fatto la sua professione perpetua in mezzo alla comunità cristiana della parrocchia della Cattedrale, dov’è cresciuto e dov’è maturata la sua vocazione. Lì è conosciuto come “Carlitos”. La partecipazione ai voti perpetui di un religioso uomo porta con sé un certo sapore di novità. Normalmente è per le suore che si fa una grande festa. Per loro infatti quest’occasione è il passo più alto ed ultimo della loro vita consacrata. Per gli uomini, invece, c’è quasi sempre un passo ulteriore, quello, cioè, dell’ordinazione sacerdotale.

Per alcuni eletti poi, neppure questo è l’ultimo passo. Può essere consacrato vescovo, ricevendo la pienezza del sacerdozio ministeriale.
E neanche a farlo apposta, oggi, 14 gennaio 1994, abbiamo proprio avuto l’occasione per vivere quest’ultima avventura di fede. Il Vaticano ha dato l’annuncio, contemporaneamente a Roma ed in Mozambico, che è stata creata la nuova diocesi del Gurúè e che per suo primo vescovo sarà consacrato il p. Manuel Chwanguira Machado.
P.Manuel è sacerdote diocesano della diocesi di Beira e vicario generale. Abbiamo avuto l’occasione di conoscerlo quando venne a rappresentare il vescovo D. Jaime alla professione delle prime suore diocesane di Quelimane.
Gli facciamo le nostre congratulazioni e l’aspettiamo a braccia aperte per prendere in consegna la nuova diocesi, di cui noi dehoniani siamo, per ora, l’unico clero. In seminario a Maputo ci sono parecchi seminaristi dell’Alta Zambesia ed i primi dovrebbero cominciare ad essere ordinati sacerdoti fra due o tre anni.

A lui va tutta la nostra colaborazione ed il nostro rispetto.
P.Anonimo s.c.j.



Matola, 14 marzo 1994


Caro Padre Dehon,
buon 151º compleanno! Oggi qui a Matola, nel bairro del Fomento, il Delegato Apostolico ha benedetto solennemente la nostra casa di formazione. Siamo venuti qui in due o tre, approfittando di altre incombenze da sbrigare nella capitale. La casa è bella, composta di due corpi allungati, che si guardano dalle due parti di un giardino, che si preannuncia pieno di fiori.
Tra i due corpi c’è la cappella, sul fondo, molto luminosa e con un affresco che raffigura Gesù inchiodato “all’albero della croce”. Per rendere visibile quest’espressione simbolica della sacra tradizione, il pittore ha dipinto come croce un vero albero, che spontanemente fa pensare all’albero del Paradiso terrestre, sia a quello della conoscenza del bene e del male, sia a quello della vita.
Il superiore è p.Toller e la comunità è completata da p. Alves e da P.Ruffini. Gli scolastici sono otto.

Dobbiamo proprio ringraziare Iddio per tutto questo rifiorire che si nota nella nostra congregazione e nella chiesa dopo la grande purificazione e sofferenza della Rivoluzione e della guerra!

Insieme ai nostri studenti che sono tra i più giovani dei tuoi figli, ti saluto!

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, fine Marzo 1994


Caro Padre Dehon,
sta finendo il mese di marzo, ricco di avvenimenti significativi. Innanzitutto il giorno 6 il vescovo ha nominato p. Martinho Maulano parroco di Mocuba. Questa è la prima carica pastorale di cura d’anime che è affidata ad un sacerdote diocesano africano, qui in diocesi. È un segno importante di maturità ecclesiale e di fede , che si irrobustisce ogni giorno di più.
Dall’ufficio diocesano di Pastorale è partita suor Pepita, trasferita a Maputo, dopo cinque anni di lavoro dedicato e, direi, appassionato. È stata trasferita a Maputo, dove sarà incaricata di lavorare nella costituzione di una scuola di teologia per religiose e laici.

Sono tornati con noi, dopo molti anni di assenza, il nostro p.Aldo Fortuna ed il p.Costantino, cappuccino. Il primo è stato in Italia ed il secondo in Brasile.
La notizia, però, non è solo questa: col p.Fortuna sono arrivati due novi missionari dall’Italia, il p.Onorio Matti, già sui quarant’anni, che ha un’esprienza pluriennale di parroco a Modena ed il p.Riccardo Regonesi, ordinato recentemente. A tutti loro abbiamo dato un caloroso e sincero ben tornato o ben arrivato

Il 15 marzo, il consiglio presbiterale ha dovuto affrontare il problema di come adattare quest’organo consultivo del vescovo alla novitá della divisione della diocesi in due. Il presente consiglio deve cessare le sue funzioni e si deve passare all’elezione dei rappresentanti delle nuove zone pastorali. Ci saranno le consultazioni locali con la votazione per scegliere i rappresentanti.

P.Anonimo s.c.j.


Maputo, 24 luglio 1994

Caro Padre Dehon,
è stata pubblicata oggi, qui a Maputo la lettera pastorale della conferenza episcopale, intitolata “ Solidali per un Mozambico migliore”. Vi si affronta, tra gli altri, il tema delle imminenti elezioni politiche.
Devi sapere, Padre Dehon, che l’Accordo Generale di Pace prevedeva che il potere restasse nelle mani dei governanti in carica, fino alle nuove elezioni generali, in cui il popolo avrebbe dovuto scegliere tra i vari partiti che presentassero una lista.
I due eserciti dovevano acquartierarsi in campi di raccolta e i soldati dell’ONU dovevano raccogliere le armi e conservarle chiuse in containers, fintanto che si ricostituisse un nuovo esercito. Nel frattempo ci sarebbe stata una smobilitazione generale, sia degli antichi guerriglieri, sia dei soldati governativi.
La preparazione delle elezioni è estremamente complessa. Basti pensare al censimento degli aventi diritto al voto, vale a dire tutti i cittadini d’ambo i sessi, maggiori di 18 anni. Censire una popolazione che vive dispersa su un territorio immenso, con vie di comunicazione in pessimo stato, dopo i danni provocati dalla guerra, come ponti saltati, strade interotte da serie infinite di trincee transverali, larghe mezzo metro e profonde uno. Non parliamo delle mine sparse un po’ dappertutto. Il governo sta facendo contratti con agenzie specializzate di sminamento. Si parla apertamente che ne sono state deposte almeno due milioni. Stando così la situazione, si può capire che difficoltà enormi si devano superare per riuscire ad organizzare elezioni serie. La data prevista è andata slittando sempre ancora un po’, fino ad arrivare all’opinione che in ottobre di quest’anno si potrebbe essere pronti.
Ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 11 settembre 1994

Caro Padre Dehon,
oggi, in cattedrale, D.Bernardo ha ordinato sacerdote il nostro padre Carlos Lobo da Cunha. C’è stato un grande clima di festa, ancora più solenne di quello della sua professione perpetua.
Ora che si può viaggiare senza pericolo siamo arrivati in molti confratelli per concelebrare con D.Bernardo ed imporre le mani al neo sacerdote. Come sempre, dopo la comunione, ci sono stati i messaggi di giubilo e di congratulazione, da parte di una serie infinita di entità, come per esempio: comunità parrocchiale della Cattedrale, Legione di Maria, gruppo degli accoliti, gruppo dei catechisti e così via.

Oggi, poi, la messa di consacrazione è servita quasi di prova generale per quella delle nozze d’argento sacerdotali di D.Bernardo, che saranno il prossimo 4 ottobre. Le tre parrocchie della città si stanno organizzando per preparare una festa comune.
I venticinque anni del nostro vescovo si uniscono al quarantesimo anniversario di creazione della diocesi di Quelimane, avvenuta il 6 ottobre 1954.

Come vedi, Padre Dehon, la chiesa locale è molto giovane, ma dai suoi rami già da tempo sono cominciati a nascere frutti maturi.

Ti saluto con affetto.

P.Anonimo s.c.j.


Gurúè, ottobre 1994

Caro Padre Dehon,
mi sono unito ai padri della commissione economica per andare a vedere lo stato degli edifici dell’antica Scuola di Arti e Mestieri, dopo la restituzione avvenuta alcuni giorni fa. La lotta è stata faticosa e la pazienza d’attendere pari a quella di Giobbe, ma, alla fine, lo Stato ce l’ha devoluta. Le condizioni in cui si trova sono, purtroppo, lacrimevoli. Finestre senza vetri, reti moschettiere strappate, muri imbrattati, porte senza serrature, e riguardo a lampade, interruttori e fili della luce: tutto sparito.
Bisogna guardare però al lato positivo. Il valore intrinseco e l’impatto che quest’opera, una volta riavviata, potrà avere nella società, sono molto superiori all’amarezza dovuta allo stato in cui ci è stata restituita.

La commissione economica s’è poi riunita per tracciare un piano di riabilitazione e fare un po’ di conti sulla spesa che sarà necessaria. La volontà di ricominciare è grande e ciò mi ha fatto molto bene, interiormente. È o no lo spirito che tu ci hai lasciato, quello d’essere artefici di riconciliazione?
Cominciamo, quindi, a esercitare questo ministero religioso a partire dalle nostre vicende!

Con gratitudine per i doni di Dio che ci hai trasmesso.

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 11/12/94


Caro Padre Dehon,
s’è riunito oggi il consiglio presbiterale. Ti ricorderai che ti scrissi che l’ultimo consiglio, del 15 marzo, aveva preso atto che la creazione della nuova diocesi del Gurúè rendeva superata la composizione del consiglio. Era necessario dimetterlo e farlo rinascere con una nuova rappresentitività delle comunità del territorio.
Oggi i nuovi membri si sono riuniti per la prima volta, dopo le elezioni dei delegati e la nomina da parte del vescovo dei quattro o cinque che ogni ordinario aggiunge a quelli scelti dalla base.

Due argomenti principali hanno attirato la discussione dei presenti.
Il primo è stato quello della questione economica, con la necessità di raggiungere un’autonomia locale. Al momento attuale ciò è impossibile, per ragione della povertà estrema della maggioranza della popolazione, tuttavia si deve cominciare ad esigere che tutti i cristiani contribuiscano per sostenere le spese vive della comunità. Naturalmente bisogna acompagnare il tutto da un’adeguata catechesi
Il secondo è stato quello dell’assoluzione del peccato dell’aborto. La chiesa universale riserva questo peccato all’assoluzione del vescovo, vale a dire: il sacerdote che riceve il penitente che si confessa di questo peccato, non può assolverlo così, semplicemente. Deve spiegarne la gravità e deve differire l’assoluzione di alcuni giorni, durante i quali va a chiedere al vescovo la delega per assolverlo. La situazione della nostra diocesi, con distanze così grandi, con pochissimi sacerdoti in relazione ai fedeli, rende quasi impraticabile seguire le norme generali per assolvere, chi è pentito, da questo peccato.
Alla fine della discussione il vescovo ha accolto il parere unanime di usare della facoltà, che il diritto Canonico gli attribuisce, di concedere a tutti i sacerdoti della diocesi il potere di dare l’assoluzione immediata, accompagnandola però da una catechesi illuminante e da una penitenza piuttosto consistente, in modo da far comprendere che la colpa è stata molto, molto grave.

Alla fine si è parlato del giorno della pace del prossimo 1º gennaio. Quest’anno il 1º gennaio sarà il giorno del ringraziamento per la pace raggiunta. La grazia ricevuta è incommensurabile e bisogna ad ogni costo ringraziare il Signore ed insegnare a farlo a tutti i cristiani.

Ti saluto caramente e ti auguro un Buon anno!

P.Anonimo s.c.j.



Maputo, 1 gennaio 1995

Caro Padre Dehon,
comincia oggi un nuovo anno, che ci apprestiamo a ricevere dalle mani di Dio. È bello cominciare subito con un giorno d’azione di grazie. Come già ti ho scritto in un’occasione, la tradizionale giornata della pace, alla quale è sempre consacrato il primo giorno dell’anno, oggi è intitolata “Giornata di ringraziamento per il dono della pace”.

Contemporaneamente, pure oggi, comincia l’incontro interafricano degli educatori dehoniani. Sono presenti in una decina, tra cui il vecchio amico p.Dino Ruaro, missionario in Zaire, ed il padre Silvino Kunz, quarto consigliere generale. È arrivato di passaggio dal Cameroun, dov’era in visita canonica, apposta per patecipare all’incontro interafricano di Maputo. Da qui proseguirà per un periodo di vacanze in Brasile.
L’incontro lo facciamo nello scolasticato di Matola, dove l’accoglienza è molto buona. I lavori saranno itensi e forse ci sarà poco tempo per dormire, ma lo scambio sarà molto proficuo.
La realizzazione di quest’incontro in Mozambico è un altro segno di come le cose sono cambiate da quando c’è la pace. Le porte del paese si aprono con facilità ed il Mozambico può diventare centro d’incontri internazionali.

Un’altra bella novità di questo 1995 è la presenza tra noi del Padre Generale Virginio Bressanelli accompagnato dal p.Antonio Braga, consigliere generale. Stanno facendo la visita canonica a tutte le nostre comunità e parlando con ciascuno di noi in particolare. È una grazia di comunione molto grande ed una vera benedizione del Signore.

Ti saluto e ti auguro un Buon Anno Nuovo!

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 18 gennaio 1995

Caro Padre Dehon,
ti devo dare una notizia triste. Ci hanno telefonato dal Brasile che ieri sera è morto il p. Silvino Kunz, quarto consigliere generale, che avevo incontrato a Maputo due settimane fa. La notizia dice che è morto di malaria. È morto nel Brasile del sud, dove di malaria non ce n’è. Senz’altro è stata un’infezione che s’è preso in Cameroun o da noi a Maputo. Era un padre molto simpatico, comunicativo e non credo che avesse ancora cinquant’anni. Siamo rimasti tutti sgomenti ed ora preghiamo per lui e per la sua famiglia. Ti puoi immaginare come ne sono rimasti scossi il p.Generale e P. Braga.

Ti saluto.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, fine gennaio 1995

Caro Padre Dehon,
ci siamo riuniti tutti a Quelimane per l’assemblea e per la conclusione della visita canonica del padre Generale. È stato un incontro molto bello, pieno di riflessioni e di sforzo di leggere il tempo presente. Siamo in un momento di passaggio e di cambiamento: dobbiamo interpellarci per capire ciò che lo Spirito Santo chiede ora alla congregazione, qui in Mozambico.
Abbiamo cominciato quasi cinquant’anni fa come missionari puri, annunciatori del vangelo a chi non l’aveva mai udito. Con il Concilio Vaticano II un vento nuovo, primaverile, ha arruffato i rami della chiesa e qui da noi è sbocciato il fiore della chiesa ministeriale. I propri fedeli laici hanno preso in mano molte delle responsabilità di conduzione della vita della comunità ed il nostro modo d’essere missionari è cambiato. Poi è venuta la guerra ed i cristiani hanno dovuto mantenere la fede, la speranza e la carità solo col sostegno della Parola, senza l’aiuto dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia.
Ora, con la pace, le strade sono percorribili, i pericoli sono finiti e c’è la possibilità di ritornare in tutte le missioni. Ma in questi dieci anni siamo diminuiti di numero e siamo invecchiati di dieci anni! C’è poi la consolante presenza del clero diocesano, costituito dai giovani mozambicani. Per natura delle cose deve passare ad essi, progressivamente, la responsabilità diretta delle comunità cristiane.
I sacerdoti mozambicani sono ancora pochi; molte missioni dovranno restare senza assistenza diretta, residenziale, dei padri e delle suore. Tuttavia la storia evolve nella direzione di una trasfomazione dello stile della nostra presenza, invitandoci a sottolineare il nostro essere religiosi, annunciatori di un carisma. Dobbiamo sviluppare sempre più quegli aspetti che sono più tipici del nostro spirito: dare maggior enfasi ai quattro campi privilegiati: adorazione, impegno sociale, formazione dei consacrati, missioni ed annuncio della parola.
A questo proposito il p.Generale ha sottolineato la scelta da noi fatta l’anno passato, di lasciare la parrocchia di Nostra Signora delle Vittorie per prendere la direzione del Seminario medio di Cristo Re a Matola.
In tutto il mondo, dopo la caduta del muro di Berlino si respira sempre più un’aria di internazionalità, di sopranazionalità. Anche nella congregazione si sente questo spirito e quindi dobbiamo aprirci a scambi e collaborazioni sempre più dirette tra le varie province e regioni.
L’assemblea di quest’anno, impreziosita dalla presenza dell’autorità più alta della congregazione è stata molto ricca di riflessioni e di stimoli. Ne ringraziamo il Signore ed il padre Generale.

Ti saluto in corde Jesu.

P.Anonimo s.c.j.



Quelimane, 9 giugno 1995

Caro Padre Dehon,
il nostro padre Angelo Pietro Minoia è morto a Bolognano. Era rientrato in Italia l’anno passato, per rimettere a posto la gamba che s’era rotta, cadendo colla moto sulla sabbia delle strade della missione di Pebane. Era rimasto a Quelimane vari mesi col gesso, ma non si faceva bene il callo. S’era allora deciso che andasse in Italia per curarsi.
In aprile aveva scritto ai confratelli di Pebane che stava ormai bene, che riusciva a camminare speditamente e che pensava di poter ritornare dentro di due o tre mesi. Poi, improvvisamente, ebbe un’emorragia gastrica e fu diagnosticato un tumore maligno dello stomaco. Fu operato, ma il male era già troppo avanzato.La notizia della sua morte è arrivata per telefono, dal segretariato Missioni di Milano.
Il p.Angelo era nato nel 1919, aveva perciò 76 anni. Era arrivato in Mozambico nel 1951 e qui ha lavorato per 44 anni. È stato missionario ad Alto Molócuè, Mualama, Naburi, Quelimane, Ile e Maputo. La sua estrema gentilezza ed affabilità erano proverbiali. Quando dovette rimanere con gesso per vari mesi, dette prova della sua pazienza e serenità, sopportando con pazienza e sorridendo, la sua ridotta capacità di muoversi. Lo ricordiamo con affetto.
Ti prego di salutarlo a nome di tutti noi!

P.Anonimo s.c.j.





Quelimane, luglio 1995

Caro Padre Dehon,
il 1º luglio è entrato in carica il nuovo Consiglio Regionale. Il Superiore è P.Tomé Makhweliha, mozambicano. Nella lettera di nomina il P.Cavazza, Superiore Provinciale, sottolinea con gioia la nomina a guida della Regione di un figlio di questa Regione. La semente gettata dai missionari della prima ora è arrivata a maturazione e questo ne è un frutto significativo.
I suoi consiglieri sono p.Onorio Matti, p.Sandro Capoferri, p.Emilio Giorgi, p.Ezio Toller, mentre l’economo Regionale è Ir. José Ossana. Il programma del trienno sceglie tre priorità: primato dello spirituale, vita fraterna e formazione.
Già nel primo consiglio si decide di riaprire la comunità religiosa residente nell’antica “Escola de Artes e Ofícios”. L’opera ricomincia col nome di Centro Polivalente P.Leone Dehon. Contemporaneamente si decide di chiudere l’altra casa del Gurúè, Casa S.João, che è stata la sede del noviziato per alcuni anni.
Riguardo a Milevane le idee non sono ancora chiare. Si dibatte la questione se vendere o recuperare. La prima cosa da fare, comunque, è coprirla di nuovo, perché ci è stata restituita completamente scoperchiata. Una volta salvata dallo sfacelo, si potrà vedere meglio che fare.

Il consiglio si rallegra con l’arrivo di un nuovo missionario dall’Italia: p.Gabriele Bedosti, un altro dei confratelli che arrivano in missione già maturi. P.Gabriele conta su una ricca esperienza nel campo formativo, sia a Palagano che al Villaggio del Fanciullo. La sua venuta ci dà un ulteriore motivo di speranza e di fiducia.

A te, caro padre Dehon, il mio saluto!
P.Anonimo s.c.j.


Matola, 12 agosto 1995

Caro Padre Dehon,
oggi tutti noi, i tuoi figli, celebriamo il settantesimo anniversario del tuo ritorno alla casa del Padre. È un’occasione per riflettere e meditare sul dono che abbiamo ricevuto dal S.Cuore, per tuo mezzo ed anche per capire meglio i legami spirituali e soprannaturali che ci legano a te ed a tutti i nostri confratelli che stanno con te, nel Signore.

Sono venuto a Matola, invitato dagli studenti, per partecipare alla celebrazione dell’anniversario. Gli scolastici hanno preparato un simpatico numero unico su di te, sul nostro carisma e sulla congregazione. Abbiamo celebrato una messa solennizzata, io ho tenuto una conferenzina sulla tua persona e poi abbiamo consumato la cena fraterna.

Ha fatto il viaggio con me anche il p. Marchesini, per partecipare ad un seminario del Ministero della Sanità sul problema dell’A.I.D.S. Finora non te ne avevo mai scritto, ma ora è una realtà che occupa una così grande parte dell’orizzonte della società del Mozambico e di tutta l’Africa subsahariana, che non la posso più passare sotto silenzio.
Il primo caso diagnosticato nel paese è stato nel 1984. Era un medico haitiano che lavorava a Pemba e che s’era infettato prima d’arrivare.
I paesi confinanti sono molto attaccati dal virus dell’HIV e si parla di percentuali di siero positivi attorno al 15-20%. La fuga di molte centinaia di migliaia di profughi nei paesi limitrofi (solo nel Malawi i rifugiati erano settecentomila), è stata una causa d’incremento rapido della prevalenza dell’infezione tra i mozambicani.
Mi diceva in queste sere il p.Marchesini, di ritorno dalla riunione, che il numero di infettati, cioè di siero positivi è stato stimato, all’inizio di quest’anno, attorno al 4% a livello nazionale, ma con zone più affettate, come le provincie di Chimoio e Tete ed anche la Zambesia, a causa dei maggiori scambi di popolazione col Malawi, la Zambia e lo Zimbabwe. Secondo i dati dell’O.M.S. questi tre paesi sono fra i capolista mondiali dell’A.I.D.S.
Fino ad oggi, nel 1995, non ci sono medicinali che riescano a cambiare radicalmente la speranza di vita dei malati. Tuttavia la ricerca prosegue con un impegno finanziario come non s’è mai visto nel mondo per nessun altro problema.
Molto intensa è pure la preghiera, che si innalza a Dio da molte parti della terra, perché illumini gli scienziati e si riesca ad arginare questo flagello terribile. Il brutto è, padre Dehon, che, vivendo qui in Mozambico, non ho per nulla l’impressione che la gente se ne preoccupi. L’infezione rimane silente nei primi sei o sette anni (ed anche di più), di modo che i casi di malattia e di morte sono stati pochi finora e non impressionano la popolazione. Quando però, al passaggio del millennio, si arriverà a passare il tetto del 10% (secondo le proiezioni matematiche dell’O.M.S.), la malattia diventerà visibile, perché i ricoverati in ospedale occuperanno probabilmente attorno alla metà dei letti disponibili.

Con la speranza che si trovi presto un farmaco utile, ti saluto.

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, dicembre 1995

Caro Padre Dehon,
anche il 1995 si sta avviando alla conclusione, mentre si avvicinano i cinquanta anni della nostra presenza in Mozambico.
I lavori in corso nella chiesa parrocchiale della Sagrada Família sono terminati ed il 29 novembre, festa di Cristo Re, il vescovo è venuto a riaprirla solennemente al culto. Sono stati lavori di ampliamento e sistemazione del presbiterio e sono stati costruiti alcuni ambienti sul retro dell’abside, per servire da sacrestia, ripostigli e servizi sanitari.
L’altare è stato rivestito di pannelli in legno, che gli danno un aspetto più solenne. Il tabernacolo è stato inserito in una scultura artistica che rappresenta l’Africa e collocato a sinistra, sul fondo del presbiterio. Fr. Michele Tapparo è venuto a passar le ferie con noi e ne ha approfittato per restaurare l’affresco che raffigura la Sacra Famiglia. Sullo sfondo, in un piano prossimo, è dipinta la chiesa parrocchiale, mentre all’orizzonte il profilo dei monti caratteristici dell’Alta Zambezia si staglia contro il cielo. Gliene siamo tutti grati. Anche la nostra residenza s.c.j. di Quelimane ha avuto dei lavori. S’è costruito il muro di cinta, ormai necessario, sia per delimitare il terreno che appartiene alla congregazione, e distinguerlo da quello della diocesi, sia per una questione di sicurezza e di conformità alle regole urbanistiche.

S’è deciso, nell’ultima assemblea, di dare solennità interiore alla celebrazione dei cinquant’anni di presenza, perché serva come occasione per riflettere, ringraziare, discernere, programmare e, soprattutto, offrire questo mezzo secolo in spirito d’amore e di riparazione in unione all’oblazione di Cristo.
Il 1996 sarà un anno sabbatico per tutta la Regione come preparazione a celebrare degnamente il cinquantesimo.
L’anno sabbatico si articolerà in tre momenti chiave.
Innanzi tutto l’apertura solenne, col ritiro e l’assemblea in gennaio.
In giugno-luglio incontro regionale, recuperando la memoria storica, riflettendo sull’interazione tra cultura e nostra presenza, sul cammino di evangelizzazione realizzato.
In ottobre un incontro celebrativo sulla nostra spiritualità con un ritiro predicato dal p. Quintas, provinciale del Portogallo e due conferenze sul nostro impegno sociale e sulla testimonianza della carità, affidate rispettivamente a p. .Madella e p.Marchesini.

Il 1997 sarà l’anno giubilare, anch’esso centrato su vari momenti.
Apertura dell’anno celebrativo con l’assemblea di gennaio.
In marzo pellegrinaggio a tappe dalla missione di Alto Molócuè fino a Milevane.
In giugno-luglio ordinazione di p.Azevedo Saraiva a Milevane e assemblea generale.
In ottobre corso biblico di P.Armellini, che sarà tenuto in tre luoghi successivamente: Milevane, Quelimane e Maputo.
La chiusura del cinquantesimo sarà fatta durante l’assemblea di gennaio, solennizzata da un ritiro biblico predicato dal p.Ornelas, professore di S.Scrittura della provincia portoghese.
La chiusura avrà un prolungamento ideale nella commemorazione del cinquecentesimo anniverario del primo segno cristiano in Mozambico: la messa celebrata l’11 marzo 1498 dal cappellano francescano di Vasco da Gama, nell’isola di S.Giorgio, di fronte alla”Ilha de Moçambique”.

Per il momento accontentiamoci che il 1995 finisca tranquillamente, nel grande dono della pace recuperata.
Con i miei e nostri auguri di Buon Anno!
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, gennaio 1996

Caro Padre Dehon,
l’assemblea di gennaio è stata molto partecipata. L’abbiamo fatta al Gurúè ed eravamo in 32 confratelli. Con noi c’era pure il p.Cavazza, superiore Provinciale. Ci dà alcune notizie interessanti, tra cui l’apertura d’una casa a Prato, per rispondere all’invito del vescovo colla finalità di formare i laici nell’impegno sociale. La Casa S.Cuore di Trento, dove parecchi dei confratelli presenti in Mozambico hanno studiato nella loro formazione iniziale, ha finalmente un acquirente, dopo quattro anni d’attesa. L’ha comprata l’Amministrazione autonoma di Trento per farne una scuola professionale. Anche la casa di Bolognano, che accoglie i nostri malati ed invalidi della Provincia Italiana Settentrionale, ha delle novità: se ne è decisa una radicale ristrutturazione per dare un’accoglienza sanitaria ed umana il più efficiente e degna possibile.
Riguardo ai missionari in Italia, il p.Cavazza c’informa che il P.Bertuletti è già stato operato allo stomaco e sta recuperando speditamente. Fr. Meoni e Fr. Preghenella stanno bene e lavorano entrambi nel settore di redazione della rivista Evangelizzare. Non escludono la possibilità di ritornare.
Per ultimo il Provinciale ci dice che il processo di beatificazione di p.Bernardo Longo è ora nella fase d’esame delle virtù eroiche e che la sua vita di totale dedizione a Cristo ed alle anime sta uscendo fuori in modo assai eloquente.

Per il prossimo novembre è previsto il Capitolo Provinciale a Capiago e dobbiamo prepararci per l’elezione dei delegati della Regione.
Il p.Tomé, nostro Regionale, ci informa che il p.Luigi Sabini, italiano, membro della Provincia Portoghese, ha concluso tutte le formalità e dovrebbe venire a lavorare in Mozambico a partire dal prossimo luglio. Anche lui è uno di quei padri che hanno potuto coronare il sogno giovanile d’essere missionario, soltanto nella seconda metà della vita.

Tra i molti argomenti trattati, uno mi è sembrato particolarmente importante e “storico”. Dando seguito alle conclusioni dell’incontro dei formatori s.c.j. d’Africa, che aupicava l’inizio di una formazione inter africana per i nostri studenti, l’assemblea s’è detta favoravole a che la teologia sia fatta in ambiente africano d’internazionalità e propende per il Cameroun. Sarà necessario scegliere uno di noi per accompagnare i giovani e dare continuità alla formazione.

Con il cambiamento del clima politico e la riapertura di nostre case ed opere, si prevede di ricevere un certo flusso di ospiti nelle nostre comunità, specialmente di Maputo, Quelimane e Gurúè. I nostri padri che seguono ed animano gruppi giovanili missionari in Italia, sondano che possibilità ci sarebbero di accogliere durante le vacanze italiane un gruppetto o due per visitare le nostre missioni e fare anche qualche attività che li inserisca meglio nel contesto sociale ed ecclesiale. Si riapre anche il caso del volontariato di laici missionari. L’esperienza del passato ha lasciato a volte perplessi, ma prevale l’opinione che s’è trattato di questioni legate a singole persone, che non possono screditare un’attività tanto benemerita e di gratuità.

Il p.Donadoni, incaricato di recuperare le costruzioni di Milevane, fa il punto della situazione: la copertura è stata completata, la canalizzazione dell’acqua dalla sorgente della montagna di fronte è di nuovo funzionante (=rifatta), con la deposizione di due chilometri di tubi. La maggior parte delle stanze della prima casa è già stata recuperata.

Riguardo alla celebrazione del cinquantesimo, il consiglio regionale ha affidato al p.Madella l’incarico di redigere un libro che sia una memoria storica di ciò che è stato fatto dal nostro arrivo nel 1947 fino ad oggi.

Il p. Cavazza ha concluso ricordando e ringraziando i tre pionieri, p.Pedro, p. Agostinho e p.Luís, ancora sulla breccia, e porgendo gli auguri e le felicitazioni di tutta la Provincia per le nostre prossime “nozze d’oro”.
Dopo tante notizie anch’io passo ai saluti.

P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, fine luglio 1996

Caro Padre Dehon,
Quelimane è diventata, per questo fin di mese di giugno, la capitale s.c.j. del Mozambico, non tanto per la riunione di una trentina di confratelli, ma per la memoria che s’è fatta della vita, opere ed imprese dei Sacerdoti del S.Cuore in questi cinquant’anni prossimi a compiersi.
Il primo a parlare è stato il nostro padre Agostino, vero dizionario di storia della congregazione. La sua prodigiosa memoria riesce a far rivivere episodi, date, nomi, aneddoti come se li avesse vissuti ieri l’altro. Nella conversazione e risonanza che ne ha fatto seguito, anche padre Pedro ha raccontato parecchio, sempre col suo olimpico dire, fatto di parole ben forbite ed esatte.

Il secondo giorno l’oratore è stato il p.Madella, che ha letto una sintesi d’avvenimenti, documenti, decisioni prese, con l’esattezza dell’archivista, citando con esattezza numeri, date, persone, titoli di pubblicazioni e via di questo passo. Una galoppata esauriente delle cose che sono entrate, in modo grande o piccolo, nella storia.

Al pomeriggio è stata la volta del p. Ciscato che ha parlato, con l’acutezza dell’antropologo, della nostra relazione con la cultura locale del popolo Lomwè.

Il terzo giorno è stato dedicato ai vari argomenti all’ordine del giorno. S’è messo a punto il programma dell’anno giubilare, che seguirà l’itinerario che ti ho descritto nell’ultima lettera.
S’è deciso di nominare una commissione ad hoc che coordini l’organizzazione delle celebrazioni. Essa è formata dal p. Regionale, p. Riccardo Regonesi, p. Onorio Matti e p. Gabriele Bedosti.

Per ultimo il p. .Marchesini riferisce d’un progetto che è nato nelle ultime settimane alla fine d’un viaggio fatto col Direttore Provinciale della sanità a Milange, Alto Molócuè, Mocuba e Pebane. L’urgenza di creare qualche altra sala operatoria in Zambesia s’è acuita molto dalla fine della guerra in qua, effetto anche del ritorno in massa delle decine di migliaia di sfollati e rifugiati alle loro terre. La visita a questi Centri sanitari ed ospedaletti ha mostrato che esisterebbe la possibilità di aprire una sala operatoria ad Alto Molócuè e Pebane. Sono necessari lavori d’adattamento delle strutture e la collocazione del materiale necessario. Alto Molócuè sarebbe il più urgente ed anche il più importante per la posizione strategica e la grande popolazioine che serve. Il P.Marchesini suggerisce che si possa usare una parte delle offerte che arrivano per il Fondo Saúde per pagare le spese d’adattamento strutturale, mentre la Direzione Provinciale potrebbe più facilmente fornire le attrezzature. Sarebbe un’ottima occasione per celebrare con quest’opera sociale il nostro anniversario.Tutti sono d’accordo.

L’assemblea ha terminato con l’elezione dei tre delegati al capitolo provinciale. Sono stati scelti p. Carlos Lobo, p. José Zanetti e p. Maggiorino Madella. I tre sostituti sono p. Sandro Capoferri, p. Riccardo Regonesi e p. Mario Gritti.

Ora passo ai saluti.
P.Anonimo s.c.j.

Quelimane, fine d’anno 1996


Caro Padre Dehon,
anche l’anno sabbatico sta finendo. In ottobre abbiamo avuto il ritiro sulla nostra spiritualità predicato dal P.Quintas, superiore porovinciale del Portogallo. Poi i padri Madella e Marchesini hanno sviluppato i temi dell’impegno sociale e della testimonianza della carità, a partire dall’esempio che Gesù ci ha lasciato. L’assemblea s’è conclusa, come d’abito, con la discussione dei temi all’ordine del giorno.
Una decisione, salutata da tutti con soddisfazione, è stata quella di rompere ogni indugio e cominciare con la ristrutturazione della casa del Centro Dehoniano di Quelimane. Sarà un’opera di ristrutturazione profonda, che prevede anche la costruzione di una sala per le riunioni ed una nuova entrata. L’opera sarà diretta da un tecnico edile italiano, il Sig. Rodolfo Ghielmetti, col quale s’è discusso a fondo il progetto. I lavori si pensa che dureranno più di un anno, perché si continuerà a vivere e lavorare in quella casa.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.


Quelimane, 10 gennaio 1997


Caro Padre Dehon,
siamo entrati finalmente nel tanto atteso anno giubilare del cinquantesimo anniversario dell’arrivo dei primi nostri quattro padri alla missione di Alto Molócuè. Era il 27 marzo del 1947.
Abbiamo iniziato l’anno celebrativo cogli esercizi spirituali abbreviati, del 5 e 6 gennaio. Il predicatore è stato p.Ezio Gazzotti, venuto dall’Italia apposta per noi.
Ha incentrato le riflessioni e la preghiera sul tema Vita religiosa s.c.j. e missione. Il 7 e l’8 gennaio abbiamo continuato con la formazione permanente, che ha sostituito in certo modo gli ultimi giorni degli esercizi. Il tema che gli avevamo proposto era “Un itinerario di evangelizzazione (primo contatto, catecumenato, mistagogia). Un itinerario di catechesi (strumenti, finalità, modalità...)”
Abbiamo convenuto, tutti quanti, che sono stati due giorni d’estremo interesse, perché alla competenza, riconosciuta da un grande prestigio a livello nazionale nella chiesa italiana, padre Ezio ha saputo unire la finezza e l’arguzia che ha reso facile e piacevole l’ascolto e la partecipazione.

Ieri ed oggi,infine, abbiamo concluso questo lungo incontro con l’assemblea di gennaio.
I delegati della Regione hanno riferito sulle conclusioni del Capitolo Provinciale e sono state date notizie dei nostri fratelli assenti. P.Bertuletti pensa di tornare tra noi per una visita per celebrare il giubileo nel mese di giugno. P.Domenico Marcato è a Roma e sta concludendo la sua prepazione come formatore. P.Claudio Dalla Zuanna è in Brasile e tornerà fra poco per essere membro della nuova comunità religiosa di Milevane. P. Ruffini è già stato operato per la terza o quarta volta all’anca ed è avanti colla rieducazione fisica. Tornerà, spera, in febbraio.

P.Armellini ha confermato che sarà con noi in ottobre per il corso biblico sul vangelo di Matteo, che sarà quello della liturgia domenicale dell’anno seguente (Anno A).
Il p. Tomé avvisa che è già pronto il testo della convenzione colla diocesi di Gurúè, ma che D..Manuel, il vescovo non l’ha ancora firmata.

L’ultimo argomento è stato quello del cimitero dehoniano. Da un certo tempo alcuni confratelli portano avanti questo desiderio, di avere un segno visibile di come il nostro Sint Unum oltrepassa la barriera della morte. Avere un cimitero della congregazione ci permetterebbe di dare testimonianza di come crediamo nel valore della comunità, e di volerla, in certo modo, continuare per sempre, ricevendo sepoltura uno accanto agli altri. S’è discusso se inumare i defunti e trasladarli nel nuovo cimitero. Ma è prevalsa l’idea che i cristiani di quelle missioni non gradirebbero, perché sono affezionati alle loro tombe. Per chi è già sepolto altrove, si può piantare nel cimitero un cippo col nome e le date di nascita e di morte. Riguardo al posto, non lo si è scelto in modo definitivo, ma la preferenza andrebbe per Milevane. Si deciderà prossimamente.

Al momento di salutarci ci diamo l’arrivederci per il 14 marzo ad Alto Molócuè, per il pellegrinaggio al “santuario” del cinquantesimo e per l’assemblea straordinaria di riflessione a Milevane, in occasione della quale, il 29 giugno, sarà ordinato sacerdote il diacono Azevedo Saraiva scj.
Ti saluto.
P. Anonimo s.c.j.



Alto Molócuè, 14 marzo 1997

Caro Padre Dehon,
sono anch’io presente ad Alto Molócuè per quello che è il cuore dell’anno giubilare. Abbiamo deciso che era più significativo celebrare il pellegrinaggio nel giorno della tua nascita piuttosto che il 27 marzo, il giorno esatto.
Questo cambiamento è pieno di significato e, credo, sottolinea bene, in modo simbolico, che non furono i nostri quattro pionieri ad arrivare, ma fu tutta la congregazione, per loro mezzo e quindi tu ed il carisma che il S.Cuore ci ha donato atraverso di te.

Lascia che ti ringrazi per avermi autorizzato a raccontarti il pellegrinaggio non con le solite lettere, ma in radiocronaca diretta! Cinquant’anni fa, quando ti narrai l’arrivo dei primi quattro qui a Molócuè, non era stato possibile, ed usai la lettera, ma oggi siamo alla fine del secondo millennio e le cose sono cambiate, specialmente nelle telecomunicazioni. Mi metto la cuffia e mi sintonizzo!

“A te, caro Padre Dehon e a quanti siete riusciti a sintonizzarvi, va il mio saluto!
Oggi, 14 marzo, il sole brilla nel cielo terso di Alto Molócuè. Sono le sei del mattino di venerdì 14 marzo. Vi parlo dal sagrato della chiesa parrocchiale della cittadina di Alto Molócuè. Si sta radunando una folla considerevole di fedeli provenienti da tutti i dintorni. Molti dei ragazzi e degli uomini portano uno zaino, mentre le donne hanno prefrerito i tradizionali cesti per portare il pranzo al sacco, da consumarsi dopo la fine della messa a Malua. Quanto ai loro figli più piccoli se li sono portati dietro la schiena, assicurati con le variopinte capulane.
Il programma della giornata è il seguente: concentrazione dei fedeli alla chiesa della “Vila” per le 7 del mattino. Alle 7:30 partenza in processione, cantando e pregando, in direzione alla Chiesa dell’antica sede della missione a Malua. Celebrazione della Messa solenne di ringraziamento, presieduta da p. Luìs Pezzotta, il più giovane dei primi quattro. Alcuni responsabili di zona leggeranno un messaggio di celebrazione. Dopo di che: bendizione e pranzo sotto gli alberi.

Passo col microfono tra la gente, che mi si fa attorno curiosa, per la novità. Ecco un signore anziano, accompagnato da dei ragazzi. Penso che saranno i suoi nipoti.
“Scusi, signore, buon giorno! Mi può di dire da dove viene?”
“Mio nonno non sa parlare portoghese. Posso fare da interprete io.”
“Bene! Chiedigli allora da dove viene”
“Dice che vive proprio a Malua molto vicino alla chiesa”
“Che fortunata sorpresa! Lei ha conosciuto i primi padri? “
“Dice che se li ricorda tutti e quattro. Soprattutto ricorda bene il signor padre Pedro, che è stato superiore per molti anni”
“Grazie, nonno e grazie anche a te nipotino!”

Ecco una giovane mamma col piccolo dietro la schiena.
“Anche lei partecipa al pellegrinaggio col bambino? Non si stancherà troppo?”
“Neanche per sogno! Sono capace di andare a piedi fino a Nivava con lui nella capulana, senza stancarmi. Anzi lo porto sempre con me anche quando vado alla machamba”
“È lontano questo Nivava?”
“Se partissi adesso, arriverei prima di mezzogiorno”.

Cari ascoltatori, devo interrompere perché è già arrivato il padre Onorio che dirigerà la processione ed ha acceso il megafono per far girare tutta la gente verso la facciata della chiesa. Un animatore della parola è salito su un banco e intona un canto. Mi avvicino perché possiate sentire meglio.
“ Dal libro del Levitico: Santificarete il cinquantesimo anno. Questo anno sarà per voi un giubileo, ciascuno recupererà la sua proprietà e ritornerà alla sua famiglia. Il cinquantesimo anno è l’anno del giubileo. Deve essere una cosa santa per voi!”
Il lettore è sceso dal podio e vi sale il p.Onorio. Spiega il significato della lettura e dell’anno giubilare, applicandolo ai cinquant’anni di evanglizzazione che si compiono in questi giorni.
I primi si avviano in fila di quattro, cantando.
Interrompo qui la radiocronaca della partenza della processione. Il prossimo collegamento fra circa tre ore, dal sagrato della Missione del Santo Condestável.
Grazie per l’ascolto e a tra poco!”

Ore 10.30.
“Cari ascoltatori siete di nuovo collegati con la processione giubilare dei Sacerdoti del Sacro Cuore e dei fedeli della Missione di Alto Molócuè. Vi parlo all’ombra di questa enorme chiesa, costruita dal p. Antonio Losappio alcuni anni dopo l’arrivo dei primi missionari.
Lo spiazzo davanti all’ingresso è di terra, con macchie d’erba sparse qua e là. Guardando la facciata, a destra, c’è la vecchia casa dei padri, ed a sinistra quella delle suore. La chiesa fu nazionalizzata ed abbandonata. Il tetto era in parte caduto e dopo la restituzione, sono stati fatti dei lavori di restauro, di modo che oggi si può entrare, perché è già tutto in ordine.
Attorno alla chiesa ci sono numerose costruzioni che ora funzionano come scuole. L’occasione del pellegrinaggio ha regalato un giorno di vacanza ai ragazzi, che sono venuti tutti, credo, a giudicare dal numero di scolari schierati in attesa.
Ma, ecco, si sentono già i canti in lontananza ed i primi della processione stanno sbucando tra i manghi secolari, là in fondo.
Vado loro incontro e cedo il microfono per seguire da vicino i canti.
Tutti sanno che l’acustica della chiesa , purtroppo, è pessima, per cui non sarà possibile trasmettere in diretta. Seguirò la processione fino all’entrata e poi chiuderò.
Vi dò appuntamento al notiziario delle tredici”

Ore 13.“Notiziario”.
“Si è svolta oggi, 14 marzo, la processione giubilare per celebrare i cinquant’anni dall’arrivo dei primi missionari dehoniani in Mozambico e, concretamente, ad Alto Molócuè. Fra canti, orazioni e soste per qualche lettura, i fedeli sono venuti dalla Vila fino alla missione di Malua. La messa nell’antica chiesa dedicata al Santo Condestável, è stata presieduta dal Padre Luìs Pezzotta. Al termine, prima della benedizione sono stati letti alcuni mesaggi di ringraziamento a Dio ed ai padri che da cinquant’anni animano queste comunità della regione.
Le celebrazioni proseguiranno domani, col pellegrinaggio dal posto amministrativo di Nauela fino alla missione antica, dove il padre Pedro Comi presiederà la solenne concelebrazione. Al termine ci sarà un pranzo conviviale all’aperto e poi una cinquantina di cristiani proseguiranno, ancora in processione, fino a Milevane, dove il vescovo D.Manuel chiuderà questa celebrazione con la santa Messa il giorno seguente, domenica.”


Milevane, 16 marzo, domenica

Caro Padre Dehon,
riprendo in mano la penna per concludere le notizie di questa bell’iniziativa della celebrazione con le processioni. Varie migliaia di persone hanno partecipato, pregato, ringraziato e cantato. Non secondario, poi, l’aspetto del convivio, culminato nei pasti in comune sotto gli alberi e nei canti e danze che hanno fatto immancabilmente da contorno.
Oggi c’è qui D.Manuel, anche lui festoso e sorridente. Ha presieduto la concelebrazione, durante la quale ha benedetto la nuova comunità religiosa che oggi ricomincia ad abitare nella casa, il cui superiore è padre Claudio Dalla Zuanna, ritornato da poco in Mozambico.

Il p.Pedro Comi, che ha fatto da primo concelebrante, era visibilmente commosso ed alla fine, con una decisione ed un unzione che doveva essere uguale a quella che imponeva di parlare ai profeti dell’Antico Testamento, ha intonato, a voce spiegata, il canto del Christus Vincit! Tutti ci siamo uniti a lui con la simpatia.
La cinquantina di cristiani, che ieri sera è venuta processionalmente da Nauela, ha pernottato nella casa che è già abitabile ed oggi ha partecipato alla messa episcopale ed ha proseguito con canti e danze di giubilo.
Si chiude così, Padre Dehon, un’avventura (lasciami usare questa parola) che ci ha tutti entusiasmato e riempito il cuore di gioia e di gratitudine verso il Signore.

Ti saluto caramente.
P.Anonimo s.c.j.



Roma, prima settimana di giugno 1997


Caro Padre Dehon,
qui al Capitolo Generale, si sono cocluse le elezioni del padre generale, che è il p.Virginio Bressanelli, rieletto per il secondo mandato
Si è poi passati ad eleggere i consiglieri ed uno di loro è il nostro Regionale. p.Tomé Makhweliha.
L’abbiamo subito telefonato al Gurúè, perché il primo consigliere e vicario, p. Onorio Matti, vive lì.
Spetta a lui prendere in mano le redini della Regione.
P. Tomé ritornerà in Mozambico dopo il Capitolo, per prendere le sue cose e salutarci.
Credo che anche questa elezione sia un segno di pienezza, che viene proprio durante l’anno giubilare.

Ti saluto in corde Jesu.

P.Anonimo s.c.j.





Milevane, 30 giugno 1997

Caro Padre Dehon,
devo comunicarti una notizia che ci ha scossi profondamente. Oggi, verso le undici è morto all’improvviso il caro fr. José Ossana, poco più che sessantacinquenne e costruttore di questo seminario di Milevane. Era seduto al tavolo della presidenza durante l’assemblea ed aveva finito di parlare da poco, quando si è silenziosamente lasciato scivolare dalla sedia ed è caduto sul pavimento. Un attimo di sorpresa incredula poi, subito, i vicini sono corsi a soccorrerlo. C’era anche fr. José Meoni, infermiere espertissimo. Gli ha subito praticato il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Per qualche istante è sembrato riprendersi ed ha cercato di dire qualcosa. Il p. Tomé, inginocchiato accanto, gli ha amministrato l’assoluzione in articulo mortis e, subito dopo, fr. Ossana è spirato

Il giorno prima, qui a Milevane, sotto gli alberi, all’aperto, era stato ordinato sacerdote Azevedo Saraiva, che idealmente chiudeva il ciclo della missione. Cinquant’anni fa, i padri avevano trovato otto cristiani battezzati, ed ora era raccolto un frutto maturo della fedeltà nell’evangelizzazione. Un altro evangelizzatore era consacrato, un figlio di questa terra, pegno da parte di Dio, della sua perpetua inabitazione nel cuore di questa popolazione.

A gennaio s’era discusso, senza concludere definitivanmente, dove stabilire il nostro cimitero congregazionale. Ora la morte di fr.Ossana toglie ogni dubbio. Domani lo seppelliremo accanto a p.Martelli, sepolto dal 1963 sotto gli eucaliptus, vicini alla strada che inizia a scendere verso il Gurúè.

P.Anonimo s.c.j.

Quelimane, 12 agosto 1997

Caro Padre Dehon,
oggi, nell’anniversario del tuo ritorno al Padre, comincia il suo mandato il nuovo Direttivo Regionale. Il Superiore Regionale è p. Onorio Matti, ed i suoi consiglieri sono p.Emilio Giorgi, p.Alessandro Capoferri, p.Claudino da Piedade, p.Elio Greselin. L’economo è p. Giuseppe Ruffini. Abbiamo concelebrato la messa tutti noi confratelli presenti oggi a Quelimane. Com’è già nostra tradizione, l’anniversario del 12 agosto è sempre occasione di un incontro fraterno di preghiera e di convivio.
Dopo la cena, al taglio del dolce, c’è stato un brindisi in cui l’oratore, il p. Agostinho, ha ricordato che il nuovo Consiglio è l’equipaggio che ha il compito di portare il Mozambico in porto, perché durante il loro mandato cesseremo d’essere Regione, per diventare Provincia autonoma della Congregazione. A tutti i prodi nocchieri è stato dedicato un simpatico applauso!

Un caro saluto ed auguri di Buon Anniversario!
P.Anonimo s.c.j.




Maputo, 9 novembre 1997

Caro Padre Dehon,
sono appena tornato dall’aeroporto dove sono stato insieme a p. Madella per assistere all’arrivo del nostro p. Aldo Marchesini, trasportato d’urgenza da un aereo da turismo. È stato evacuato da Quelimane, perché si trova in condizioni di pericolo di vita, per aver riportato la frattura della base del cranio e la lussazione di una vertebra cervicale. È stato un incidente stradale. Ritornava da Pebane con l’ambulanza, quando in pieno rettilineo il Land Cruiser è sbandato e l’autista non è riuscito a controllare la vettura, che s’è capovolta. I feriti gravi sono stati due. Un camion di passaggio, dopo alcune ore, li ha soccorsi e trasportati fino a Maganja da Costa. Da qui un fisioterapista, che viaggiava nella vettura con loro, ha telefonato a Quelimane ed il direttore provinciale è riuscito a mandare un piccolo aereo per evacuarli fino a Quelimane. Da qui a Maputo li ha portati un aereo più grande.
Speriamo che tutto corra per il meglio. Un buon segno, mi ha detto il medico del pronto soccorso, è che è lucido e non ha paralisi. Per ora il midollo spinale non ha sofferto.

P.Anonimo scj


Maputo, festa di Cristo Re
Caro Padre Dehon,
sono qui nella stanza del p.Marchesini, all’ospedale di Maputo. È ricoverato da due settimane e comincia a ad avere meno dolori. Gli hanno messo la trazione, fissata nelle ossa del cranio, per mantenre l’allineamento delle vertebre lussate. Deve restare così sei settimane, fino a Natale. A vederlo mette un po’ pena, ma lui ci assicura che le punte solo ogni tanto gli dolgono. Il dolore più severo è quello della trazione, che stira tute le giunture ed i legamenti. Ora però, dopo due settimane, sta già molto meglio ed oggi abbiamo combinato con p.Madella di fare una concelebrazione con lui accanto al letto. S’è unito a noi anche il p. Onorio Matti, di ritorno ieri sera da un incontro della congregazione in Europa.

Dopo la messa gli altri sono tornati a casa ed io sono rimasto. Il P. Aldo s’è appisolato, come gli capita spesso, ed io ne ho approfittato per ascoltare la radio. Ho sintonizzato, no so come, la Radio Vaticana. C’era il giornale radio ed una delle prime notizie mi ha fatto sobbalzare: il Santo Padre ha nominato vescovo residenziale di Pemba, in Mozambico, il reverendo p.Tomé Makhweliha, dei Sacerdoti del Sacro Cuore, membro del consiglio generale di quella congregazione.
Ho pensato che, per una notizia così potevo ben svegliare p. Marchesini! La notizia lo ha rallegrato in modo particolare, perché al padre Tomé lo lega una profonda ed antica amicizia. Per un anno scolastico erano stati insieme allo Studentato, p.Aldo al quarto anno di teologia e p.Tomé al primo. Alla domenica andavano a fare ministero nella stessa parrocchia di Bologna.

Cosa mi dici padre Dehon?
Quest’anno giubilare non smette davvero di sturpirci!

P.Anonimo s.c.j.

Maputo, 20 dicembre 1997

Caro Padre Dehon,
p.Tomé è tornato in Mozambico per essere consacrato vescovo il prossimo 25 gennaio. Mi ha chiesto di accompagnarlo a salutare il suo vecchio compagno di studi p.Marchesini, che si trova ancora in ospedale, colla trazione cervicale.
Si sono abbracciati e rallegrati reciprocamente.

Caro Padre Dehon, credo ormai che sia giunto il tempo di concludere il mio racconto dei primi cinquant’anni della congreagazione in Mozambico.
Presi in mano la penna il 25 gennaio del 1998, per raccontarti della consacrazione di D.Tomé a vescovo, nella cattedrale del Guruè.
A partire da quella data cominciai il mio viaggio lungo questi cinquant’anni, ed ora ho chiuso il giro d’orizzonte e sono tornato di nuovo a riincontrare D.Tomé, alla vigilia di quel fatidico giorno.

Che dire di questo viaggio?
Te ne sono grato, perché senza di te non avrei mai potuto riceverne il “biglietto” e, soprattutto, senza di te, non ci sarebbero mai potuti essere questi cinquant’anni, così belli e così pieni di grazia!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo,ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli!.Amen!


P.Anonimo s.c..j
FINE



Finito alle 23,59 del 21 novembre 2002,
festa della presentazione di Maria.
Aldo

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( modificato in data 22-4-2013)
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