Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:56    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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RICORDI D’OSPEDALE
Racconto di un’estate all’Ospedale Niguarda, raccolto nel libro “Piccolo come un seme di senape”



Esco dal refettorio. È una vecchia sala, qua e là scrostata. Vecchie riproduzioni di quadri insignificanti sono appese alle pareti. In fondo, presso il tavolo della frutta, c’è il telefono a muro, che di tanto in tanto suona, per chiamare al proprio reparto qualche medico di guardia. In quei momenti il vocio si abbassa, e viene gridato un nome. A cena c’è anche la televisione accesa, ma le parole non le coglie nessuno; l’annunciatore sembra uno come tutti: seduto al suo tavolo dice cose che ai distanti non interessano.
Fuori è sera, e in cielo c’è già la luna piena d’estate. E’ caldo e non si muove un filo d’aria.
Per i malati quest’afa è penosa: è dalla mattina che aspettano la notte, facendosi vento con un pezzo di giornale o un fazzoletto, o alzando e abbassando il lenzuolo a mo’ di mantice. E ora la sera li delude: la temperatura non è diminuita e l’aria è immobile.
Qualche malato è sceso a passeggiare lungo i viali. L’ospedale è immenso, esteso su un’area molto vasta con tanti padiglioni a più piani. Ci sono più di tremila degenti, e, a lavorarci dentro, si sente il respiro affannoso di questo organismo, troppo grande per potersi muovere con agilità.
Il mio reparto è quello dei tumori. Mi affretto perché ho lasciato una paziente grave. E’ una signora di cinquant’anni, con un carcinoma uterino, che ha ormai invaso di metastasi la cavità addominale. Ha già fatto radioterapia e assunto farmaci antiblastici, che probabilmente le hanno allungato la vita; ma ora niente più ha potere sull’insopprimibile vitalità del tumore. Da due settimane si sta affievolendo, pallidissima, sfinita, pelle e ossa. Risaltano solo gli occhi quando li apre e sorride a fatica per salutare, ormai senza parole, il dottore che passa dal suo letto.
L’ascite le tende l’addome come un pallone, e le poche parole che pronuncia sono un soffio.
I parenti ci sono tutti. Sanno che ormai la morte è imminente. C’è una figlia di vent’anni, il marito, una sorella...
Entrano senza far rumore nella stanza; si soffermano un po’ in silenzio ed escono. Uno di loro sta seduto accanto al capezzale e tiene sollevato il lenzuolo, perché anche quel lieve peso pare che la schiacci. Parlano solo cogli occhi. Lei non li guarda, girata, verso la finestra su un fianco, con le palpebre abbassate, ma sa che ci sono.
E sa anche perché...
Ogni tanto entro nella sua stanza per controllare come va. La pressione si sente appena, attorno ai sessanta di massima. Arriva anche il primario. I parenti ci attorniano, appena usciamo. Vorrebbero sapere quanto resta ancora, quando perderà conoscenza... S’avvia il discorso, nella penombra, a bassa voce, sotto lo sguardo attento di qualche malato che, nel corridoio, osserva da lontano.
Affiorano i pensieri rimuginati nelle lunghe ore passate in silenzio accanto al letto.
«Se la malata non si fosse trascurata all’inizio, dicendo che erano disturbi da niente... se il dottore della mutua avesse richiesto prima la visita dello specialista... se il ginecologo avesse tentato ugualmente l’operazione ...».
È solo il marito che parla. Ma gli altri lo guardano con un’espressione che condivide ogni sua parola e supposizione.
Il professore cerca di spiegare, di scusare. Il marito tace, ma per rispetto soltanto.
Nella medesima stanza c’è anche una giovane signora, mamma di una bimba di due anni. Ha un tumore al cervello. È stata operata alcuni mesi or sono. Ora viene irradiata e fa delle fleboclisi di BCNU, un nuovo antiblastico in fase sperimentale, che pare efficace nei tumori cerebrali. In mattinata ha fatto la flebo con questo farmaco, e dopo, per qualche ora, ha avuto nausea e conati di vomito, effetti collaterali abbastanza comuni. In serata è subentrato un violento mal di testa con profondo sopore e stato epilettico.
E già successo così altre volte, e in alcune ore tutto si è risolto. L’assistono la mamma e una zia. Sono preoccupate, ma si sentono in secondo piano rispetto alla situazione della paziente col tumore all’utero.
La zia si avvicina, per farmi leggere un referto di due anni fa, attestante esiti di percosse al capo, guaribili in otto giorni.
Vuol sapere se ciò può aver influito sulla genesi del tumore. «Questa è la razza d’uomo che ha sposato ...», mi dice con dolore misto a risentimento. Poi continua con un discorso ricco di considerazioni sui tumori, questa malattia del secolo, che non si sa dominare, ma che tuttavia presenta dei casi di guarigione, se operati in tempo: però non sempre l’evoluzione è la stessa, come capitò a due sue zie... Alla fine mi domanda se per quella sera può andare a casa, tranquilla che non succeda nulla. «Penso di sì – rispondo – non direi che ci sia pericolo immediato».
Arriva il collega che farà la guardia in questa notte delicata, e io me ne vado a casa.
L’indomani mattina arrivo di buon’ora ed entro nella camerata. Manca un letto: quello della signora giovane. Durante la notte è spirata, senza più riprendere conoscenza... mentre la signora dal tumore all’utero prosegue la sua penosa marcia verso la morte.


L’argomento principe di quei giorni di luglio era il caldo. I malati ne parlavano, se ne lamentavano. Era diventato come un personaggio vivo.
Tutti quelli che potevano, nella città, chiudevano casa, e se ne andavano verso il fresco dei monti o verso l’acqua del mare.
Ma i malati restavano... E con loro i parenti.
Nel reparto dei tumori i pazienti soffrono, ma per lo più ignorano l’inesorabilità del loro male. I mariti, le mogli, i figli, invece sanno...
Che importa il caldo, il viaggio in tram, due volte al giorno pigiati contro i corpi sudati di tanti altri che si affrettano anch’essi verso l’ospedale, per poter essere lì, a quell’ora in cui si aprono i cancelli?
Che importa l’attesa e la pazienza quotidiana ... ?
Lui – o lei – se ne stanno andando, lentamente, e questi sono gli ultimi giorni.
Nella prima stanza del corridoio c’era una signora con metastasi ossee dovute a un carcinoma polmonare. Soffriva molto. Era rimasta interessata anche una vertebra, con conseguente compressione del midollo spinale.
La radioterapia e gli analgesici la facevano migliorare moderatamente seppure con alti e bassi. Ogni sera, poco prima della uscita dei parenti, doveva fare una flebo. L’ora la sceglieva lei, in rapporto al male che sentiva. Quando non ne poteva più, mandava il marito a chiamarmi.
Era questi un signore distinto, già piuttosto anziano, ma ancora pieno di energia. Mi ricordo che aveva un bellissimo paio di baffi grigi, folti e ben curati. Vivevano da soli, e la moglie – per lui – era tutto il suo mondo di affetti. Eravamo entrati in amicizia, a motivo di tali incontri di tutte le sere. Mi fermavo sempre un po’, accanto al letto, a chiacchierare. Tutti e due gradivano che restassi. Così seppi tante cose di loro, anche se adesso le ho in gran parte dimenticate. Ma rammento il legame che ci univa. Una sera in cui si sentiva meglio, la signora mi chiese dove abitavo, perché aveva intenzione di prendermi come suo medico personale, per seguirla a casa nella convalescenza. L’alleviarsi del dolore polarizzava la sua attenzione e le faceva star su il morale. Insieme ci congratulavamo dei suoi progressi. A un certo punto le fu possibile lasciare il letto per un po’ e star seduta in carrozzella. Qualche volta perfino uscì, spinta dal marito, lungo i viali dell’ospedale, per respirare un po’ d’aria aperta, mista all’odore dell’erba e delle piante.
Davanti a lei, il marito appariva sereno, e anche di buon umore. Ma quando era solo, con me, ridiventava se stesso. Mi diceva, asciugandosi il sudore col fazzoletto, che la vita per lui stava perdendo significato. Lavorare per che cosa, per chi? La casa era vuota. Le uniche ore di vera vita erano quelle passate in ospedale con lei. Non andava nemmeno più a lavorare, per poter venire due volte al giorno a trovarla.
Si salutarono per l’ultima volta, senza saperlo, una sera, come sempre. La mattina seguente la signora morì d’improvviso. Io non ero di turno, quando spirò. Andai a vederla nella cameretta dove si mettono i morti in attesa che siano trasferiti alla camera ardente. Pregai per lei e per il marito, e forse più per lui che per lei ...


Ogni tanti giorni c’era da fare il turno di notte. La gente pensa che sia chissà che cosa, ma per il medico del reparto tumori non c’è molto da fare.
Fondamentalmente questo servizio consiste nel dormire in ospedale. Chi lavora è l’infermiera, con la sua aiutante. Il dottore è chiamato solo in caso di necessità, cosa che raramente capita, dato il lento decorso del male. Tuttavia in quelle notti si entra in contatto con gli aspetti più umani e più nascosti dei malati.
C’è ad esempio chi chiama per essere aiutato a fare l’ultima pipì della giornata, o per farsi portare un bicchiere d’acqua, da lasciare sul comodino per la notte.
Per chi è attanagliato dal dolore, e sono tanti, la notte, col silenzio e con la concentrazione che favorisce, è una nemica. E’ su questo fronte che si svolge la battaglia. Anche i più forti nel sopportare il dolore chiedono un soccorso, una pillola, un’iniezione, per poter resistere, o almeno per riuscire a prendere sonno. L’infermiera e l’aiutante scivolano veloci a destra e a sinistra.
Quanto a me, avevo l’abitudine di fare un giro in tutte le stanze, per sentire come stavano i degenti, e se avevano bisogno di niente.
Nelle camerate affollate erano difficili le confidenze: troppe orecchie in ascolto. Il discorso verteva sopra i disturbi accusati dai singoli o su argomenti generali, come il caldo, le previsioni del tempo, gli esami di laboratorio da fare il giorno dopo e così via.
La stanza dai letti schermati, dove c’erano le donne con il radium addosso e che dovevano restare quasi immobili per alcuni giorni, era invece un posto adatto per attaccare discorso.
Oppure il reparto degli uomini, dove restava un solo malato per camerata: quello che proprio non ce la faceva ad alzarsi, per andare alla televisione in fondo al corridoio, o a uscire per prendere una boccata d’aria. Non ci voleva molta fantasia per stimolare la conversazione: era sufficiente far capire che non avevo fretta. Allora cominciavano le storie, sempre tristi, di operazioni, esami, dolori, interruzioni del lavoro, applicazioni.
Spesse volte si partiva dalla malattia per finire alla famiglia. Oppure qualcuno si lasciava andare all’onda della speranza, e mi esponeva quello che intendeva fare, una volta ritornato in salute. Questo era per me l’argomento più penoso di tutti: come potevo permettermi di togliere l’illusione, specie se chi mi stava davanti aveva diciott’anni ed era un fiore di ragazza, che il fidanzato veniva ogni sera a trovare, portandole i fiori, che restavano poi sul tavolino tutto il giorno?
Finito il giro della buona notte mi mettevo a studiare un po’, in quel caratteristico silenzio dell’ospedale, rotto solo dai piccoli rumori familiari, e che fa sentire nell’aria, quasi palpabile, l’impegno di tante persone che cercano di prendere sonno. Stavo seduto davanti a un grande tavolo verde, con il libro aperto davanti, e i piedi allungati sul piano di una sedia.
La finestra era spalancata, come la porta, nella speranza che di tanto in tanto si potesse formare un po’ di corrente. Fuori non si vedeva nulla, tranne i fari di qualche macchina, che, di tanto in tanto, voltava l’angolo nel viale di fronte.
Dopo le dieci e mezza il lavoro nel reparto era praticamente finito, e l’infermiera di turno era libera di poter venire a fare due chiacchiere con me.
Brave persone quelle infermiere, semplici e spontanee. Ma una, quasi, mi preoccupava: era stata sei anni in Brasile, e aveva un monte di cose sempre nuove da raccontare. Non c’era molto da faticare per tenere viva la conversazione con lei. Bastava pronunciare, potendolo, qualche «ah sì?» o «certamente!».
Però era abituata a non aver mai sonno la sera, ed era capace di continuare a parlare fino oltre la mezzanotte, senza il minimo accenno di stanchezza. Non che mi dispiacesse la sua conversazione, ma dopo una ventina di minuti mi prendeva una forte sonnolenza senza che riuscissi a trovare il modo per infilarmi in una pausa, e darle la buona notte.
Non c’erano pause nel suo eloquio... Tuttavia, prima o poi, qualche malato suonava il campanello, e allora si vedeva costretta a interrompere.
«Beh, io vado a letto, ormai. Se c’è bisogno, mi svegli pure», dicevo. E appena essa usciva mi levavo il camice, infilavo la giacca, e via di corsa, per essere fuori dalla stanza, prima che potesse essere di ritorno.
Qualche volta invece le infermiere mi invitavano a mangiare un boccone con loro, nella cucinetta del reparto. Entravano in servizio alle sette di sera, e la cena la facevano lì, terminato il giro, verso le dieci e mezzo – undici.
Di solito accettavo un pezzetto di pomodoro, o uno spicchio di mela, tanto per gradire.
Una volta ci fu un cocomero da finire in quattro o cinque, contando le infermiere della fisioterapia. Un’altra sera, poi, mi costrinsero a mangiare un piatto di spaghetti al sugo. Erano eccellenti, ma proprio non ci stavano, dato che avevo finito di cenare verso le nove. Tuttavia, forse perché erano tanto buoni, li digerii benissimo.
Accanto al nostro reparto c’era la fisioterapia. Anche lì, di notte il lavoro era poco per il dottore. Così un solo medico faceva la guardia a turno, in entrambi i reparti. Per un certo periodo, fu ospite della fisioterapia un’anziana signorina. Era un tipo molto particolare, tutto rughe, magrissima,
con una voce roca, quasi afona, dall’accento tipicamente milanese. Era un po’ bisbetica e capricciosa, ma aveva generalmente un modo di fare così simpatico e una parola così sciolta, che tutti le erano sempre attorno e le volevano bene, tanto che era stata soprannominata «la zia Maria».
Il medico di guardia aveva il compito di farle un’endovenosa, verso le nove di sera. A me capitò di essere di turno il secondo giorno della sua degenza.
Entrai con la siringa in mano, ma essa non volle assolutamente che le facessi l’iniezione. «Mi avevano detto che era solo per ieri sera, e ora non la voglio».
Cercai in tutti i modi di convincerla. Aveva un’insufficienza cardio–respiratoria piuttosto forte, con affanno, con unghie e labbra cianotiche. Le spiegai il suo stato e l’effetto benefico dell’endovena. Niente da fare. L’avvisai che avrei scritto in cartella la sua ostinazione nel rifiuto.
«Non me ne importa nulla!» – fu la risposta.
Così me ne andai senza poter far niente.
Dopo alcune notti, quando fui ancora di turno, la trovai cambiata. «Ma lei è giovane – mi disse Se me ne fossi accorta l’altra notte mi sarei fatta fare subito la puntura. Ma aveva una camicia scura e sembrava più vecchio».
Poi, rivolta all’infermiera: «Che sciocca sono stata a trattare così un giovanotto!».
Tra i medici del reparto c’era molta simpatia e cordialità reciproca. Io ero il più giovane, e solo di passaggio, per l’estate. La mia presenza permetteva però agli altri di andare più comodamente in ferie con la famiglia, e anche questo contribuiva alla buona armonia.


Dopo quindici giorni che ero in servizio, festeggiammo l’onomastico di un collega. Portò una torta gelato, da dividere col personale del reparto, nella cucinetta. Il giorno dopo sarebbe partito per raggiungere la famiglia al mare.
Approfittai dell’occasione per regalargli due miei racconti da leggere sotto l’ombrellone.
Un po’ prima dello scadere del periodo di vacanza, ci avvisò che era già tornato, perché stava poco bene, ed era a letto.
Così decisi di passare da casa sua a trovarlo, appena finivo il mio turno alle cinque del pomeriggio. Abitava in una di quelle case moderne, in cui il campanello del portone non suona, i nomi sulle porte non si sa dove leggerli, e al posto delle scale ci sono due o tre ascensori. Comunque lo trovai e fui fortunato, perché abitava nel primo appartamento in cui mi capitò di suonare.
Mi aprì uno dei suoi bambini, poi venne la signora, che appena sentì il mio nome, mi riconobbe: «Ah, è quello che ha scritto i racconti! Li ho letti anch’io, al mare».
Il mio collega era a letto: mi parlò della malattia che lo affliggeva già da diversi giorni, poi il discorso si estese alle sue ferie, al viaggio di ritorno, infine mi chiese come stavano i malati e come mi trovavo io in reparto. A un certo punto anche la moglie si fermò a parlare un po’ con noi, mentre il bambino più piccolo ci ascoltava a bocca aperta semisdraiato sul letto. La sua salute non migliorò molto in quei giorni e così lo convincemmo a unire la prima con la seconda metà delle ferie, dato che erano separate solo da una decina di giorni.
Quando ritornò al lavoro, in pieno agosto, stava di nuovo bene, ma ora era un marito solo, in città. Veniva spesso a mangiare alla mensa dell’ospedale, anche quando non era in servizio, e così ci trovammo molte volte alla stessa tavola.
In uno di quei giorni mi disse che la Cinquecento di sua moglie non si muoveva più, e mi chiese se potevo dargli una mano per portarla dal meccanico. Avrei dovuto tenere il volante, mentre lui la trainava con la sua macchina. Mi prestai di buon grado.
La Cinquecento era nella cantina–garage. Per riuscire bisognava risalire una rampa piuttosto ripida, e la sua Giulia non aveva un attacco abbastanza robusto per legarvi la corda. Così, dopo numerosi tentativi ci venne l’idea di spingere la macchina avariata dal di dietro, appoggiando il muso della Giulia contro il paraurti. Ma per arrivare dal meccanico bisognava fare un lungo giro vizioso, a causa dei sensi unici, ed era impossibile procedere a spinta in mezzo al traffico con tutte quelle voltate da fare. Così decidemmo di spingerla a mano sino all’officina. Erano quasi le due, e per fortuna, in quell’ora, e in quei giorni di mezzo agosto le macchine che passavano erano poche, di modo che potemmo giungere alla meta indisturbati, dopo aver attraversato un grande incrocio.
Prima di finire il mio periodo all’ospedale, fui invitato a casa sua per mostrare alla famiglia le mie diapositive dell’Africa, che in sua assenza avevo già proiettato ai malati. Arrivai poco prima di cena. Ne vedemmo alcune, poi andammo a tavola. Dopo mangiato continuammo. Venne su a vederle anche un’amichetta della figlia. A un certo punto i ragazzi andarono a letto, vinti dal sonno. Ne approfittai per mostrare ai genitori la serie di diapositive sulle malattie. Prima che me ne andassi, mi volle offrire una camomilla.
Andammo nel cucinotto, tutti e tre. Cominciammo a parlare, sotto voce per via dei bambini che dormivano. Di argomento in argomento arrivammo alle nostre famiglie. Ci confidammo i nostri problemi personali, parlammo di Dio. Pareva che ci conoscessimo da sempre, e si era creato un clima di intimità. Me ne andai quando la mezzanotte era già passata da un pezzo. Mi accompagnò a casa in macchina lungo le vie deserte della periferia. Quello fu il nostro saluto, perché gli orari di servizio non ci avrebbero fatto incontrare il giorno dopo: l’ultimo della mia permanenza.


Nel reparto donne erano ricoverate alcune malate con un tumore cerebrale, quasi tutte abbastanza giovani. Si trovavano da noi per un ciclo di trattamento con radiazioni ad alta energia e con farmaci antiblastici.
Provenivano dalla neurochirurgia, dove erano state operate al cervello. Rasate a zero per l’intervento, nel nostro reparto avevano ancora i capelli a spazzola lunghi un millimetro o due. Si poteva vedere bene la linea di sutura del cuoio capelluto, pennellata in rosso col mercurocromo. Quando uscivano per andare nei viali, o per recarsi a fare le applicazioni, si mettevano in testa un fazzoletto, e si univano a gruppetti con altre malate, sottobraccio, quasi per difendersi dallo sguardo di possibili curiosi.
La loro emotività era rivelata anche dal loro modo di fare, improntato a una delicatezza quasi esagerata. Parlavano a voce bassa, in punta di labbra, talvolta guardando un poco di lato rispetto al volto dell’ascoltatore. La minima cosa le rendeva ansiose, e spesso cercavano di parlare col dottore, non però durante la visita, sotto lo sguardo delle altre. Lo fermavano nel corridoio oppure venivano nello studio nei momenti di pausa. Anche i loro parenti si comportavano in modo particolare. Silenziosi, sorridenti, in ombra rispetto alle malate. Alcune di quelle pazienti erano capaci di badare a sé: non avevano, dopo l’operazione, quasi più nessun disturbo neurologico, per cui potevano camminare, lavarsi, mettere in ordine le loro cose. Avevano un aspetto distinto e fine, con il pigiama e la vestaglia sempre ben puliti, le mani curate, il letto ben fatto e il comodino senza un oggetto fuori posto.
Forse soffrivano un po’ per avere, a causa del processo espansivo del tumore, il volto leggermente asimmetrico, con un occhio socchiuso e stirato in basso, e una tempia più sporgente; ma raramente vi accennavano. Qualcuna aveva un aspetto sempre sorridente: l’ansietà aveva lasciato il posto a un animo di fanciullo, obbediente e pronto, un po’ slegato dal tempo e dall’ambiente, come rivelavano certe risposte contraddittorie.
Altre, invece, si trovavano in uno stadio più avanzato. Erano trascorsi molti mesi dall’intervento, e quello era già il secondo o terzo ricovero nel nostro reparto. I capelli avevano avuto modo di ricrescere e anche il volto pareva più regolare. Ricordo in particolare una ragazza di diciotto anni; molto alta, ex giocatrice di pallavolo.
Entrò quando io ero arrivato da poco, e quando me ne partii si trovava ancora lì. Ogni giorno, si può dire, aveva un lieve peggioramento. All’inizio la gamba e il braccio destro erano semiparalizzati, ma poteva muoversi, seppure a fatica e con un certo imbarazzo. Andava soggetta a crisi epilettiche, localizzate alla parte sinistra del volto e al braccio dello stesso lato, che col tempo si facevano più frequenti. Dopo ogni episodio si riscontrava una progressiva diminuzione di forze. Poi cominciò il vomito, e quasi contemporaneamente rimase interessato anche il centro del linguaggio.
Quest’ultimo disturbo costituiva senz’altro l’aspetto più penoso. La poveretta non riusciva a esprimere in parole ciò che voleva dire: le uscivano per lo più pochi suoni arruffati che assomigliavano a parole note, e che era necessario interpretare. Tuttavia qualche pezzetto di frase con senso compiuto, riusciva a dirla, anche se sempre più raramente man mano che i giorni passavano.
Prima ero solito fermarmi, durante la visita, e parlare un po’ con lei. Quando però non poté più esprimersi comprensibilmente non sapevo cosa fare: parlarle significava metterla nella condizione di farle sperimentare la sua incapacità crescente; passare avanti, poteva accrescere il suo senso di isolamento. Così mi mettevo accanto al suo letto: le sentivo il polso, le misuravo la pressione in silenzio, o dicendo banalità che non avevano bisogno di risposta. Col tempo appresi a parlarle e farle domande in modo tale che la sua partecipazione al discorso potesse essere un sì o un no, magari accennato con la testa. Si capiva il suo abbattimento e lo sconforto per la vita che le sfuggiva. Era quasi sempre seria, ma quando passavo a salutarla aveva ancora la forza di sorridermi. Una sera la trovai allegra come non capitava da settimane. Aiutata dalla sorella che l’assisteva, mi spiegò, come poté, che l’avevano cambiata di letto e messa vicino alla finestra nel posto di una, dimessa in mattinata.
Così poteva vedere il cielo e gli alberi del viale...
E poi quel letto, quel posto, era stato suo durante un precedente ricovero.
Era come ritornare al proprio ambiente, come un riconquistare uno spicchio di vita...
Quando il proprio corpo non fa male non è difficile lasciar perdere cinque minuti prima di intervenire per il dolore degli altri. Ma quando il dolore si fa sentire in qualche parte del nostro fisico, quegli stessi cinque minuti assumono un’importanza diversa. Se poi questo tipo di sofferenza ci tormentasse tutto il giorno, senza previsione di un termine, allora capiremmo fino in fondo il grido che ci è giunto dai secoli passati, dai tempi in cui non erano ancora a disposizione dell’umanità i farmaci analgesici di oggi: «Sedare dolorem divinum» – far tacere il dolore è cosa divina.
Ebbene, questa era l’esperienza opprimente di parecchi malati con cui passai quell’estate.
Subito nei primi giorni imparai a conoscere quali erano i pazienti afflitti da dolori. Nel gruppo dei ricoverati erano come lampadine rosse, che spesso si accendevano e che noi cercavamo di tenere spente. Potevamo disporre di una serie abbastanza vasta di farmaci. Alcuni erano semplici e generici, ma molto efficaci nei casi di media intensità, specie se intermittenti: tra essi primeggiava l’aspirina. Ve ne erano di più potenti e delicati, somministrabili per via orale, oppure per via intramuscolare o in supposte e alcune anche in flebo.
Si potevano associare tra di loro, o con tranquillanti, o ipnotici, o antiallergici. Per ultimo avevamo a disposizione gli stupefacenti, i giganti, i dominatori, a cui però si doveva pagare il terribile tributo dell’assuefazione. Ogni malato era un caso a sé: rispondeva in modo personale ai vari farmaci, per cui era necessario sperimentare diverse soluzioni, prima di trovarne una discretamente soddisfacente.
Di primaria importanza era l’atmosfera psicologica ed emotiva in cui il malato viveva. Non era un semplice corpo quello che soffriva, ma una persona intera, e, come tale, non aveva bisogno soltanto di medicine, ma anche, e soprattutto, di comprensione, appoggio, fiducia. Il compito del dottore – come uomo – penso che non fosse principalmente quello di amarlo, bensì quello di farsi amare.
Quando il paziente cominciava ad amare il medico, allora, probabilmente, il suo interesse si spostava dal desiderio di farsi compatire allo sforzo di dare soddisfazione a chi lo curava. Un caso, a dir poco, particolare, era quello della signora della prima stanza. Era stata operata per un tumore cerebrale, ed era costretta al letto da una paralisi di tutta la metà sinistra del corpo.
Aveva circa cinquantacinque anni, ma ne dimostrava parecchi di più. Non era attraente in nulla, molto grassa, con una fitta peluria al viso, il colorito acceso di chi è in cura prolungata con cortisone, e una voce lamentevole, dal forte accento dialettale. La ferita operatoria non era guarita. Una parte del lembo cutaneo era andato in necrosi e ora la teca ossea rimaneva scoperta per una zona di alcuni centimetri quadrati. Durante quei mesi subì, con esito incerto, due interventi di chirurgia plastica.
La sua situazione familiare era anch’essa abbastanza dolorosa: marito e figlia che pure l’assistevano per molte ore tutti i giorni, si combattevano per entrare in possesso del mezzo milione a lei spettante come liquidazione.
Ella si lamentava molto e di tutto: mal di testa, il dolore al braccio, alla gamba, alla spalla, eccetera.
Quando mi vedeva, mi chiamava: «Dotto’, vieni qua, non posso resistere!». Mi avvicinavo, e cominciava il lamento per tutti i mali che l’avevano tormentata dall’ultima volta che ero stato lì.
Spesso si metteva a piangere, mentre raccontava.
Ben presto, però, mi resi conto che tutto quanto mutava, se riuscivo a convincerla che stava meglio del giorno precedente e se facevo qualche piccola cosa per lei, come chiamare l’infermiera o farle portare la pillola di cui si erano dimenticati.
In tutto quel tempo, però, non riuscii bene a capire se i mali erano più immaginati che sentiti – e quindi svanivano perché non esistevano – oppure se soffriva veramente, e la piccola psicoterapia del dottore, che le dimostrava interesse e simpatia era la medicina efficace...
Altre volte il problema era molto più drammatico: quando c’era, ad esempio, da decidere se iniziare o meno la corsa in discesa degli stupefacenti. Allorché si presentava questa alternativa, il malato era ormai all’estremo della sopportazione, e di fronte a lui la via era senza uscita. A volte la terapia radiante era abbastanza efficace nel distruggere masse che, comprimendo o infiltrando determinati distretti, provocavano dolore.
Ma spesso anche questo ultimo lucignolo s’era già spento.
Fino alla morte, per quell’infelice, vivere sarebbe coinciso col soffrire. E se la morte era prevista ancora lontana, c’era la possibilità di farne un tossicomane. Ma di fronte a un uomo che soffre veramente, raggomitolato sul letto, immobile, che respira appena per non aumentare il dolore, che parla a parole staccate, senza nemmeno girare gli occhi, ogni problematica cade: tutti i mezzi che sono in nostro potere li usiamo e con tutta la decisione necessaria.
Per certi dolori sordi, continui, senza pace, si può tentare la neurolisi, che è la distruzione di determinate fibre sensitive con sostanze adatte, come ad esempio l’acido fenico in soluzione glicerica.
La sede del dolore dev’essere, s’intende, in aree che si prestino, come il perineo, la vescica, e così via. Per questa terapia piuttosto specializzata chiamavamo l’anestesista. La tecnica consisteva nell’iniettare nel liquor spinale, mediante una puntura lombare, una dose precisa di farmaco. Bisognava calcolare la quantità locale e la percentuale di diluizione con esattezza. Per far questo era necessario procedere per tentativi, a piccoli passi con dosi crescenti, perché bisognava ledere soltanto le sottili fibre amieliniche che trasportano il dolore sordo, continuo, senza danneggiare quelle un po’ più grosse della sensibilità fine e della motilità.
Mi ricordo un signore distinto, già anziano, ma ancora valido, disseminato di metastasi partite da un carcinoma del retto. Era stato operato da molti mesi e gli avevano praticato un ano preternaturale nel quadrante sinistro dell’addome. Era solo al mondo e conosceva perfettamente la sua situazione. Me lo aveva rivelato in uno dei nostri colloqui notturni. Sentiva un dolore continuo, logorante, al perineo: da mesi non poteva più stare seduto né sdraiato. Lo trovavo appoggiato sempre su un fianco, con i cuscini disposti in modo da rivelare un’angosciante esperienza sul come poter resistere per ore e per notti in quella scomoda posizione. Le prime due punture lombari rimasero senza effetto. La terza gli tolse il dolore, ma, passate alcune ore, gradatamente lo strazio ricomparve. Dopo qualche giorno si prese in considerazione una dose che sarebbe stato difficile oltrepassare e che implicava la possibilità di una paralisi agli arti inferiori. L’anestesista gli chiese se voleva tentare, pur sapendo che si rischiava. Questa volta però sarebbe restato libero davvero dal dolore, per due o tre mesi. Accettò. Come al solito, dopo pochi secondi, il dolore cessò. Col cuore sospeso gli chiedemmo di muovere le gambe: ci riusciva...
Subito dopo, sdraiato sul letto, coi muscoli rilasciati, cominciò a piangere silenziosamente mormorando: «Tre mesi! ...».


L’estate volgeva al termine, e con essa il mio lavoro nell’ospedale. Una delle ultime pazienti a entrare fu una ammalata ben conosciuta nel reparto: una signora non ancora quarantenne, operata per un cancro alla mammella. Ora aveva una disseminazione di metastasi polmonari, purtroppo in uno stadio ormai insalvabile.
Il suo caso era commoventissimo: aveva sette figli, e il male si era manifestato mentre attendeva l’ultimo. Fu operata subito, e riuscì a partorire senza complicazioni. Un giorno, mentre il marito si recava a trovarla all’ospedale, ebbe un incidente stradale e morì. Adesso il bambino aveva un anno e mezzo, e i fratellini erano stati divisi tra le zie e gli zii.
Era tornata da noi perché l’aiutassimo a respirare un po’ meglio. Era l’ultimo mio sabato all’ospedale ed ero di guardia. Nella mattinata la paziente aveva avuto un peggioramento: si stava sviluppando uno scompenso–cardiaco. Fu instaurata subito la terapia del caso, e nel primissimo pomeriggio, rimasto solo, le feci l’elettrocardiogramma.
Mi ero appena seduto al tavolo verde della nostra stanza per studiare il tracciato, quando l’infermiera di turno mi venne a chiamare perché l’ammalata stava molto male.
Corsi a vederla: era in coma, con respiro irregolare, stertoroso. Avvisai l’aiuto per telefono. Mi disse che sarebbe venuto subito, per tentare di bloccare l’edema polmonare con l’apparecchio che inalava l’ossigeno sotto pressione per mezzo di una maschera. Tale pressione, esercitata sulla parete degli alveoli, avrebbe dovuto opporsi efficacemente alla trasudazione di liquido dai capillari. In effetti questa terapia meccanica risultò efficace.
Una volta dominata l’urgenza circolatoria, ci ponemmo il problema della causa del coma. Ipoglicemico? Iperglicemico? Iperazotemico?... Non si manifestano però così all’improvviso.
Mentre ci interrogavamo, l’aiuto tolse la maschera dalla faccia: metà del viso era floscio.
Sollevò un braccio e lo lasciò andare: ricadde come morto sul lenzuolo. Non c’era più dubbio: emiplegia.
Quindi: coma cerebrale. Da quale origine? Trombosi, embolia, emorragia? Se ne parlò a lungo anche cogli altri colleghi nei giorni successivi. L’ipotesi più probabile risultò quella di un embolo staccatosi dalla parete interna del cuore, il che avrebbe spiegato l’istantaneità dell’inizio, e quadrava anche col fatto che si era manifestato immediatamente dopo lo spostamento da supina a seduta al termine dell’elettrocardiogramma. Il trombo, nella cavità del cuore, poteva essersi formato su di una lesione della parete, per metastasi.
Si sa che le metastasi al cuore in questo tipo di carcinomi sono frequenti...
I parenti giunsero di lì a poco, e si misero in silenzio ai piedi del letto.
Una paziente della stessa camerata, che sarebbe dovuta uscire la mattina dopo, mi chiese sgomenta se poteva andare a casa subito, perché le era venuta tanta paura. Le dissi di sì. Si vesti in fretta e furia, alla meglio, e si sedette fuori della stanza in attesa delle figlie.
La malata, sempre gravissima, si mantenne stazionaria nella notte del sabato e nella prima parte della domenica. Nel pomeriggio parve migliorare un po’: pressione e polso discreti.
Al lunedì mattina si trovava di nuovo in pessime condizioni. Era quello il mio ultimo giorno di servizio. Verso l’una arrivò il dottore che sarebbe rimasto di guardia nel pomeriggio. Andammo insieme a visitarla, e, fermatici al capezzale, lo informai di tutta la terapia fin lì praticata.
Ritenemmo opportuna una endovena di digitale. Mentre il mio collega preparava la siringa, io mi tolsi il camice e mi infilai la giacca.
Nell’uscire dalla stanza, lo vidi tornare lungo il corridoio, con la siringa ancora intatta in mano.
«È morta» – sussurrò.
Mi diressi alla stanza dai battenti socchiusi: i parenti in lacrime stavano intorno all’infelice.
La guardai in silenzio dalla porta: ce ne andavamo insieme...

Aldo

Milano, autunno 1972



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( modificato in data 22-4-2013)
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