Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:56    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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RICORDO DI P.EMILIO BERTULETTI



1

In Mozambico sono stato io il primo a sapere della tua morte, Emilio.

Stamani, 30 gennaio, al momento di partire per Alto Molócuè, ho aperto in tutta fretta la posta elettronica ed ho trovato il messaggio di padre Afro, che annunciava che eri morto a Bolognano ieri alle nove.
Ho scritto la notizia sulla lavagnetta accanto al telefono, in refettorio, e sono partito. Tutti, ancora, erano a dormire.

Proprio in questi giorni si compie un anno - ricordi? – che mi confidasti di non sentirti per nulla bene: avevi un dolore alla schiena che si estendeva alla spalla destra e a tutto il braccio.
Eravamo nella chiesa del Suffragio, per la messa del corpo presente di padre Roberto Persico. Io ero appena ritornato dal Mozambico, dopo il grave incidente stradale. Ti scorsi dalla porta della sacrestia, dove avevo indossato il camice e la stola. Mancava ancora più di un quarto d’ora all’inizio della messa e tu eri già seduto in uno degli scranni preparati alla sinistra dell’altare. Ci salutammo con la mano, appena i nostri occhi s’incrociarono e venni subito a sedermi accanto a te, in attesa della celebrazione.
Il tuo cuore, dopo i due infarti ed il by-pass, non stava bene. Avevi sempre le gambe gonfie e ti mancava un po’ il fiato. Ti preoccupava di più, tuttavia, il dolore fisso, molto disturbante, che da giorni sentivi a destra, alla schiena, alla spalla ed al braccio. Due mesi prima avevi fatto una lastra ai polmoni e non avevano trovato nulla.
Il discorso rimase a metà, perché cominciò la messa.
Dopo, però - all’uscita - terminati i saluti di tutti i confratelli che venivano a congratularsi con me, perché ero ancora vivo, vidi che mi aspettavi sul margine del marciapiedi. Mi dicesti che avevi già prenotato l’ingresso all’ospedale di Budrio, per curare il cuore e studiare quel dolore. Saresti dovuto entrare due giorni dopo. Ti promisi che sarei venuto a trovarti appena possibile, perché anch’io ero in attesa d’entrare al day-hospital di fisioterapia in quella settimana.

Per arrivare a Budrio c’era un trenino a motore, di due soli vagoni, le cui rotaie attraversavano la strada che si doveva percorrere per andare dallo Studentato all’ospedale S.Orsola. Non so quante volte l’abbia aspettato, negli anni della mia gioventù, da dietro le sbarre del passaggio a livello. Forse altrettante volte ho fantasticato di salirci sopra, per fare il viaggio su quei sedili sempre semivuoti, percorrendo luoghi inusuali nelle campagne bolognesi.
Era l’amore per le cose appartate, poco frequentate, provinciali e periferiche, che sempre hanno esercitato un fascino segreto su di me. Ma dove trovare il tempo per soddisfare quel desiderio di fanciullo?

Fosti proprio tu, con la tua malattia, a permettermi la realizzazione di quell’aspirazione segreta.
Ricordo ancora oggi la gioia che provai a fare quel viaggio, anche se durò appena mezz’ora.
Oh, quei sedili silenziosi, le stazioncine con un marciapiedi lungo pochi metri ed una semplice panca sotto il cartello, col nome della fermata…
Feci attenzione, quando arrivammo a quel passaggio a livello dov’erano nati i miei sogni e che io, in quel momento, potevo finalmente vedere dall’altra parte delle stanghe, dal di dentro del trenino e dal di dentro del sogno.

A Budrio, in ospedale, non ti raccontai queste mie impressioni. Pensavo che non potessero interessare a nessuno.
Ma ora che sei morto, sono sicuro di farti piacere a dirti queste cose, e sono pure certo che le puoi capire fino in fondo, senza sorriderne come per una “fanciullagginata”
.
Fu il padre Enzo Pistelli che mi aspettò alla stazione per accompagnarmi all’ospedale. Parlammo coi dottori, che, subito, ci dettero la notizia: avevi un tumore maligno all’apice del polmone destro, con compressione dei nervi del plesso brachiale e metastasi ad una vertebra. Da qui si poteva capire il dolore che ti affliggeva. Avevano già cominciato una terapia contro il dolore e ti trovammo un po’ più sollevato.
Sapevi tutto ed avevi già accettato la tua situazione. Ti eri messo nelle mani del Signore ed avevi pronunciato il tuo “ecce venio”. Era venuta l’occasione per vivere l’oblazione della tua vita in situazione estrema e tu, coscientemente, avevi fatto un passo avanti. Ti trovammo sereno e conversammo riguardo alle modalità della terapia necessaria: radiazioni ed antiblastici. C’erano difficoltà ad avere un posto a Bologna, perché gli apparecchi erano in quei giorni in riparazione.
Bisognava cercare a Milano, ma era fuori del distretto sanitario di residenza ed era necessario mettersi in lista d’attesa.
Frattanto ti stavano riequilibrando il cuore e saresti dovuto rimanere un altro po’ a Budrio per continuare la cura.
Ti venni a trovare altre volte, sempre lì a Budrio, poi, finalmente partisti per Milano ed io restai a Bologna per continuare con la fisioterapia.
Seppure a distanza, ci trovavamo di nuovo, ancora una volta, a vivere insieme.


2

Ti ricordi quante volte si sono incrociati in nostri cammini?

Ti conobbi quand’ero studente di teologia a Bologna. Io desideravo ardentemente andare in missione, una volta ordinato sacerdote e quindi cercavo di conversare il più a lungo possibile con qualcuno dei nostri padri, quando ritornava in Italia dal Mozambico o dal Congo.
A te piaceva molto avere incontri con noi studenti del gruppo missionario. Fu lì che apprezzai la tua intraprendenza e abilità di fotografo. Compravi i rotoli di pellicola in quelle confezioni da molti metri, che poi dovevi trasferire nei rotolini per le macchine fotografiche. Facevi le foto, le sviluppavi e le stampavi. Il tutto organizzato in uno stanzino della missione.
Dopo la nostra conoscenza, qualche volta andai io a comprare i rotoli della pellicola dal tuo amico fotografo e mandarteli giù con qualche confratello che ritornava in Mozambico.
Mi ricordo che la tua specialità erano i ritratti, più che i panorami. Facce di uomini, bambini, vecchi, mamme e ragazzine. Sfilarono sotto i miei occhi fisionomie di tutti i tipi.

Venne finalmente il momento di finire la teologia e di partire per il Mozambico!

Era il 1970. Il mio programma era di fermarmi quattro mesi in Mozambico e poi proseguire per l’Uganda, dove avevo già combinato col padre Ambrosoli, comboniano, di restare con lui un anno nell’ospedale di Kalongo, per imparare ad operare.

Per facilitare la seconda parte del viaggio, in cui dal Mozambico dovevo risalire verso l’Uganda, pensai che fosse meglio atterrare a Nairobi e proseguire fino a Blantyre, nel Malawi, con le linee aeree East African Airways, comuni al Kenya e all’Uganda.

Fu così che scrissi al superiore regionale per chiedere se qualcuno dei missionari mi potesse venire a prendere in macchina a Blantyre, visto che distava poco dal confine. Ti offristi tu, Emilio, con tutto l’entusiasmo che ti caratterizzava quando c’era un’occasione per fare il grande nell’ospitalità.
In quest’aspetto eri davvero un “gran signore”, e tutti lo riconoscevano.

Da Nairobi a Blantyre volai col leggendario Comet, il primo aereo a reazione di linea, entrato in funzione negli anni cinquanta. Atterrai all’aeroporto di Chileka, una decina di chilometri fuori città. Aveva un aspetto molto dimesso: una semplice casetta ai margini della pista. Mi aspettavi nella sala di arrivo, vestito da persona importante, con un completo blu, calzoni e giacca ed un cappello di feltro a larghe tese in mano.
Era la prima volta che mettevo piede in Africa e fosti tu che mi venisti ad accogliere e a dare il benvenuto. Questo non potrò mai scordarmelo e te ne serbo per sempre gratitudine.

C’era con te un padre monfortino, bergamasco, tuo vecchio amico di gioventù, che viveva a Fort Johnston, sulla punta più meridionale del lago Niassa, a due o trecento chilometri da Blantyre.
Con quella libertà di spirito e quella fedeltà alle amicizie, che ti hanno caratterizzato da sempre, non ci pensasti due volte ad entrare in Malawi qualche giorno prima, per avere tutto il tempo per “dare un salto” fino a Fort Johnston e conoscere un po’ più da vicino il modo di fare missione dei monfortini, nel contesto del Malawi. Anche questa curiosità di conoscere realtà differenti era una tua caratteristica ben risaputa.

Il padre monfortino (me lo presentasti, ma non riesco a ricordarmi più il suo nome) fu molto gentile ed affabile, ma non volle trattenerci, perché ero atterrato alle 14 e dovevamo arrivare alla frontiera di Milange prima che chiudesse, alle 17. S’era alla fine di luglio ed i giorni finivano presto a quella latitudine. Anche lui, del resto, aveva premura di arrivare a casa per la notte.
Eri venuto a prendermi colla volkswagen rossa della missione di Namarrói, di cui eri superiore. A pensarci oggi, colle strade mal ridotte che siamo abituati a percorrere, sembra un sogno irreale che, a quei tempi, nel 1970, si potesse viaggiare per le strade di terra con un maggiolino, basso e senza la trazione sulle quattro ruote. Eppure era così!

T’eri portato dietro un ragazzo dell’internato, per fare da “ajudante de carro”. Era una regola fissa di tutti i viaggi lunghi. Avere con sé un aiutante era una risorsa impagabile, quando la macchina aveva un problema in una località isolata.
Attraversammo Blantyre, la prima città africana che vedevo direttamente.
Il panorama, lungo la strada che ci conduceva alla frontiera, mi rubava gli occhi. E tu eri contento di potermi spiegare che l’erba alta e secca lungo i lati si chiamava “capim”, che quelle erano papaie, quegli alti arbusti manioca, quegli alberoni là dei manghi e quegli altri dei “cajueiros”.
Mi colpivano le case e le capanne lungo la strada, e poi la gente, che in ogni dove si incrociava, intenta a camminare o ad andare in bicicletta.
Arrivammo alla frontiera quando stava ormai per chiudere. Tutti avevamo fretta e le formalità furono brevi.
Pochi metri dopo la stanga mi desti il benvenuto in Mozambico.
“Finalmente siamo a casa! D’ora in poi tutto quello che vedrai, è Mozambico! Ti ci troverai molto bene.”

In un attimo scese la notte. Sotto i fari correva la terra rossa della strada. Ai lati si alternavano tratti di bosco e di campagna. Ogni tanto incrociavamo qualche persona, che camminava sul ciglio della via e che ci salutava. Mi colpì il fatto che, se erano uomini, si toglievano il cappello od il berretto e si fermavano, aspettando che passassimo. Non riuscivo bene a capire se era una manifestazione di rispetto, semplice e spontaneo o se era frutto d’una”educazione” impartita alla gente delle campagne da un potere coloniale esigente.

Io avevo cominciato il viaggio alle undici del giorno prima: in treno da Bologna a Roma, poi in autobus dalla stazione Termini a Fiumicino e da qui in aereo fino a Nairobi. Lì una sosta di tre o quattr’ore e quindi il salto per arrivare a Blantyre. Ero stanco e pieno di sonno. Era la prima volta che viaggiavo all’estero ed avevo dovuto fare tutto da solo, senza compagnia.
La tensione, l’emozione, una certa dose di ansietà e di timore, mi avevano provato. Senza accorgermi, mi addormentai e cominciai a ciondolare il capo nel sedile accanto al tuo. Apprezzai la tua discrezione. Mi lasciasti dormire senza più stimolarmi. Mi svegliasti solo quando arrivammo alla sede del distretto di Molumbo. Mi mostrasti le luci elettriche della caserma dei soldati, gli unici ad avere quel tipo di illuminazione.
Ritornammo nel buio più fitto.
“Ormai ci siamo – mi dicesti – Sono le nove e mezzo. È già un po’ tardi. Certamente i padri saranno già a letto. Avranno pensato che ci siamo fermati a dormire a Milange, dai cappuccini.”
I fari illuminarono la facciata di una chiesetta dipinta di giallo. Un mezzo giro a sinistra ed ecco la casa della missione di fronte e noi.
Spegnemmo i fari ed uscimmo.

Ricordo ancora l’impressione che provai a mettere i piedi fuori della macchina per appoggiarli, per la prima volta in vita, sulla terra del Mozambico. Finalmente ero in missione!
Il passare dalla luce dei fari al buio della notte, dal rumore del motore alla vastità di quel silenzio - la cui estensione arrivava fino all’orizzonte - dal chiuso della cabina alla brezza appena percettibile dell’aria aperta, furono la mirabile sinfonia che mi accolse a braccia aperte al mio arrivo.
Guardai in alto e rimasi estasiato alla vista delle stelle. Mai ne avevo viste tante, così grandi, tutte insieme, così immobili e luminose.
Mi accorgevo di non aver mai colto prima d’allora il silenzio come qualcosa d’esteso ed il firmamento come un tempo che s’era fermato…

Ero in Africa, finalmente!
E la prima impressione mi riempì di sé e mi fece sussultare di gioia.

Una candela si accese dietro le tendine di una finestra e poco dopo sbucò fuori il padre Giovannino per venire a salutarci e ad accoglierci.
“Ben arrivati! Ormai c’eravamo rassegnati a pensarvi a Milange. Ma invece siete arrivati fin qua. Bravi, bravi, che siete venuti!”

Anche padre Onorino ci venne incontro con un’altra candela ed entrammo tutti nel refettorio, contenti per ritrovarci insieme.
“Aspettate, che accendo l’Aladdin. – disse Giovannino – Tu, padre Aldo, certamente non sai neppure cos’è l’Aladdin!”, e mi mostrò una specie di lampada a petrolio, molto sottile ed affusolata, il cui stoppino circolare faceva diventare di un bianco incandescente, col suo calore, una specie di reticella bianca: la “ camicia”.
Prima si accendeva lo stoppino, poi si metteva al suo posto l’incastro con la camicia ed infine si infilava nell’apposito supporto un vetro di protezione più alto e stretto di quello delle lampade a petrolio che io conoscevo. Una luce forte, bianca e silenziosa riempì la stanza.
“Ti piace l’Aladdin?” mi chiese Giovannino.
“È bello davvero. Non l’avevo mai visto.”
“Allora non conosci neppure il petromax – mi dicesti tu, Emilio – Domani te lo mostro a Namarrói. Fa ancora più luce. Peccato che sia un po’ rumoroso.”
“Bene! Mi piace conoscere le cose che si usano in Africa.”

“Chissà che fame avrete – disse Giovannino – Non è rimasto niente della cena. Quando abbiamo visto che non arrivavate, abbiamo finito tutto. La nostra “geleira” a petrolio non funziona bene e c’è pericolo che le cose vadano a male. Mando subito il “ guarda”, che sa anche cucinare, a preparare due uova e un po’ di riso.”
E, così dicendo, uscì per dare gli ordini.
“Nel frattempo possiamo aprire una scatoletta di qualcosa.– disse padre Onorino – Pane ce n’è. Così potrete ingannare lo stomaco finché arriva la cena.”
Tornò dalla dispensa con due scatolette. Le aprì e mise il contenuto in un piatto, poi ci mise davanti il cestino del pane.
“Sono lumache. Ce le ha regalate il comandante militare. A noi piacciono.”
Scambiammo tra di noi uno sguardo di certa sorpresa, ricordi? Anche per te, Emilio, vecchio d’Africa, le lumache erano una novità. Non erano male, ma c’era rimasto, nel fondo, un certo sapore di terriccio. Comunque gradimmo l’offerta e, dato che la fame c’era, finimmo tutto in un battibaleno.
“Mi fa piacere che le abbiate mangiate così con gusto!” Esclamò contento padre Onorino.

“Ed ecco la cena!!!” Annunciò trionfante il p.Giovannino, aprendo la porta al cuoco, che entrava sostenendo uno di quei piatti ovali da portata, che avrei dovuto scoprire così comuni in tutte le nostre missioni.
“Vedo che hai preparato un piattone à antiga portuguesa, all’antica maniera portoghese.” Esclamasti tu, Emilio, ridendo con quel tuo modo caratteristico, che finiva sempre con un colpo di tosse da fumatore incallito. La traversa appena servita presentava una lunga collina di riso bianco su cui erano appoggiate su un pendio delle bistecche e sull’altro delle uova al tegamino. Sulla sommità e tutto intorno era pieno di patatine fritte.
“Coraggio, fate onore alla tavola!” ci animò p.Giovannino. Tu ed io avevamo già calmato la fame col piatto di lumache e ci servimmo senza molta abbondanza, ma il piatto era stato preparato con tanta dovizia che, pure se fossimo stati ancora affamati, non saremmo certo riusciti a finirlo. Si snodò una conversazione interessante sul viaggio, sul Malawi, sulla missione dei monfortini. Visto che ad un certo punto non ci servivamo più, Giovannino si alzò da tavola e tornò con un piatto, coltello e forchetta.
“Vi ho già detto che la nostra “geleira “ è difettosa. Se lasciamo lì la cena, andrà a male. Vi aiuto io a finire! Ah, Onorino, non ho portato il piatto per te. Te ne porto uno?”
“No, no, grazie. Non mi va più niente a quest’ora”.
Tu, Emilio, che conoscevi p. Giovannino e la sua fame perenne, ti mettesti a ridere.
“Va là, Giovannino, che se anche la geleira fosse buona, ci avresti aiutato lo stesso! E ci scommetto che anche il mio aiutante di carro, là in cucina, se la sta passando molto bene!”

Rimanemmo ancora un po’ a chiacchierare, poi ci accompagnarono a dormire. La mia stanza aveva un letto con le assi di legno al posto della rete, come si usa dappertutto in missione. Ci si dorme sopra meglio che in qualunque altro letto. Mi lasciarono una candela con una scatola di fiammiferi. Sul letto ricordo che c’era una coperta: era la fine di luglio e la notte era piuttosto fresca a Molumbo.
“Qui siamo in inverno - mi disse Giovannino - mostrandomi la coperta. Ricordati che siamo a sud dell’equatore.”

“La mia prima notte d’Africa!”, pensai fra me. Volevo assaporarla, fissarla nella memoria, rimanere a lungo cogli occhi aperti nel buio, a pensare e a prendere coscienza che quella era la prima pagina di un capitolo totalmente nuovo della mia vita.
Pensai a te, Emilio, con riconoscenza, per avermi fatto il piacere di venire ad aspettarmi a Blantyre e di avermi accolto col calore dell’amicizia. Grazie a te entravo nella vita missionaria assaporando profondamente il gusto dell’affetto fraterno.
Appena spenta la candela, invece di essere io ad abbracciare la mia prima notte africana, fu lei ad abbracciarmi ed immediatamente mi immersi nel più profondo e ristoratore dei sonni.


3


Il giorno dopo mi facesti vedere la missione, che, alla luce del sole, mi sembrò piuttosto differente da come me l’ero immaginata nel buio della notte.

Saluti ed abbracci, poi un’immancabile foto e via, verso Namarrói.
Là eri il superiore ed il tuo spirito di ospitalità si manifestò in tutte le maniere.
Arrivammo per mezzogiorno, ed a pranzo erano già state invitate anche Irene, Ilda e Rosanna, della Compagnia Missionaria, che vivevano nell’abitazione che era dall’altra parte della chiesa.
Anche qui molta amicizia ed accoglienza veramente fraterna.

La messa era per le sei di sera. Sarebbe stata la mia prima messa in missione, perché il giorno anteriore era stato occupato per intero dal viaggio. Volevo celebrarla in ringraziamento al Signore, che aveva esaudito il mio desiderio d’essere missionario.
“Puoi applicare l’intenzione che vuoi – mi dicesti -, ma quella ufficiale sarà in suffragio per l’anima del Dottor António de Oliveira Salazar, che fu per quarant’anni il dittatore del Portogallo. Stasera celebriamo la messa del settimo giorno e sarà una cosa solenne, coll’Amministratore del distretto, tutti i funzionari pubblici, il comandante con i soldati e tutti i portoghesi che vivono nella zona.”

Fu così, Emilio, che la mia prima messa in Africa fu di ringraziamento ed, al tempo stesso, di suffragio per un dittatore morto. Mi pareva come un segno profetico: nella mia vita africana, avrei fatto l’esperienza di celebrare le esequie di un mondo, quello colonialista, che stava un po’ alla volta morendo e che attendeva soltanto, ormai, d’essere sepolto.

Quella prima volta restai con te una buona settimana e mi guidasti a scoprire molte cose della vita di tutti i giorni. Visitammo Namarrói, camminando per le strade, entrando nel mercato, nel Centro Sanitario, nella maternità.
Visitammo qualche cappella e qualche scuola, mi accompagnasti a vedere “la diga”, costruita per avere una riserva d’acqua grande come un laghetto, con la pompa, i tubi, il serbatoio. Andammo alla cava dell’argilla, dove avevi montato una fabbrica di mattoni e di tegole, visitammo le capanne di qualche famiglia amica ed assaggiammo varie volte la “galinha à cafrial”, il piatto tradizionale per gli ospiti di riguardo, arrostita sulla graticola e ben condita con piri-piri.
Mi mostrasti le donne che “pilavano”, per fare la farina, pestando mais e manioca secca in un mortaio scavato in un pezzo di tronco. Usavano il “pilão”, un grosso bastone levigato dall’uso, una di fronte all’altra, accompagnando il ritmo dei colpi con movimenti aggraziati di tutto il corpo e più che un lavoro, pareva, in effetti, una danza a piedi fermi sulla melodia di un canto silenzioso.
Andammo al mulino e vedemmo i ragazzi, tutti impolverati di farina bianca sui vestiti e sulla loro pelle marrone, portare con disinvoltura sulla testa sacchi da mezzo quintale. Quando facesti loro intendere che volevi scattare una foto, si misero tutti seri ed impettiti in fila come se, invece di cinquanta chili di farina, portassero una leggera balla di cotone.

In casa mi mostrasti la tua camera oscura, il tuo laboratorio fotografico dove esprimevi liberamente e con grande soddisfazione il tuo genio artistico.

Di quei giorni porto ancora due immagini negli occhi. La prima è quella degli splendidi tramonti, quando il lato d’occidente del cielo diventava rosso fuoco, poi giallo intenso ed infine sfumava in un verde ed un azzurrino luminosi ed eterei, a cui succedeva l’oscurità, rallegrata da un’infinità di stelle.
La seconda è costituita dalle “queimadas” nella notte, quando , dopo il tramonto del sole rimanevano ad ardere i resti degli incendi appiccati all’erba secca, per preparare i campi. Da lontano si vedevano delle strisce rosse, ondulate, di braci, che continuavano ad ardere per ore ed ore, spesso fino al mattino seguente. Parevano festoni di fuoco, tesi su fili invisibili, nel cielo nero.


4


Dopo due o tre settimane dal mio arrivo mi raggiunse Andrea, mio fratello.
Io ero già a Quelimane, ma tu venisti a prenderci tutti e due, per averci tuoi ospiti qualche giorno ancora. Era tipico del tuo modo di fare, questo interesse per l’amicizia, che si doveva concretizzare in gesti spontanei, iniziative che contribuivano a creare uno spirito di famiglia e di fraternità.
Mi avevi promesso che ci avresti fatto fare un’esperienza di vita nel mato.
Ci portasti a Virihela, una cappella dove ci si arrivava soltanto a piedi, dopo due o tre ore di buon passo. Ci scaricasti dalla macchina nel posto combinato, dove ci attendeva un incaricato della comunità, accompagnato da due o tre giovani. Ci consegnasti a loro e te ne tornasti a Namarrói. Era mattino, ancora abbastanza presto. Ci avviammo di buon passo in fila indiana, lungo un sentiero, in mezzo alle piante del bosco. La prima impressione fu di sorpresa per la velocità che i nostri accompagnatori avevano impresso alla marcia. A veder camminare quelli che stavano davanti a noi, pareva che stessero facendo una passeggiata di svago, ma a tener loro dietro, dovevamo impegnarci con tutte le nostre forze.
Compresi, con un’immediatezza che non mi sarei mai immaginato, quanto grande fosse la differenza del nostro modo di vivere. L’andare a piedi era per i nostri accompagnatori un’attività, le cui radici affondavano fin nel cuore della vita. Non possedevano nessun altro mezzo di trasporto al di fuori delle loro gambe e quindi l’arte di camminare era diventata per loro come una seconda natura. Camminavano, quasi volavano sul terreno, sfiorandolo appena con i piedi, senza alcun apparente sforzo. Andrea ed io, invece, non riuscivamo neppure a pensare, impegnati, com’eravamo, con grande tensione, a non rimanere indietro.
Dopo alcune ore di bosco fitto cominciammo a vedere qua e là piccoli campi di manioca e di ortaggi e, subito dopo, entrammo in una grande radura con parecchie capanne sistemate senza allineamento, ma con una certa grazia, in mezzo alle poche piante rimaste.
Ci fecero sistemare in una che fungeva da scuola, ma, dopo i saluti ed i convenevoli, la conversazione languì, prevalendo l’imbarazzo di non conoscerci reciprocamente e la difficoltà della lingua. Solo due o tre di loro parlavano portoghese, ed anche per me e mio fratello era ancora difficile esprimerci in quella lingua. Ci dettero dei piccoli sgabelli per sederci e poi ci lasciarono, discretamente, a riposare. Vicino alla parete avevano già preparato due stuoie e dopo poco una ragazzina venne a portarci le due coperte che tu, Emilio, avevi loro consegnato per farcele aver al nostro arrivo.
Per pranzo ci servirono “galinha à cafrial” con polenta di manioca. Era per noi, questo della polenta di manioca, un sapore ancora nuovo, che si accompagnava ad una sensazione di una certa elasticità, mentre si masticava.
Da bere consumammo l’acqua delle nostre borracce. Il pomeriggio fu interminabile da passare. Dormimmo sulle stuoie e poi, sentendoci come due pesci fuor d’acqua, non fummo capaci di rompere il ghiaccio ed intavolare una conversazione o di metterci a camminare nei dintorni.
Il nostro programma era di fare una battuta di caccia all’alba. Tu, Emilio avevi lì uno dei tuoi cacciatori, a cui avevi dato un fucile perché procurasse cacciagione per la missione.
Ci svegliarono che le stelle erano ancora brillanti nel cielo nero. Ci alzammo in fretta, con quell’emozione di stare per vivere un’avventura autentica, non per la straordinarietà, ma per la sua verità: cacciare in mezzo alla foresta africana, andando a piedi in cerca della selvaggina. Il piano era di arrivare, per il sorgere del sole, in un posto dove erano solite passare delle grosse gazzelle.
Ci mettemmo in marcia in silenzio, un accompagnatore davanti ed uno dietro. Camminavano come il vento, ben più in fretta del giorno prima. Ma, dato l’impegno e l’emozione della caccia, anche noi due ci sentivamo di riuscire a tener dietro a loro per tutto il tempo che fosse necessario. Il cielo cominciò a sbiancarsi, mentre procedevamo rapidi nel più assoluto silenzio. Ogni tanto ci facevano fermare ed accovacciare, coll’orecchio teso e gli occhi che scrutavano attenti fra gli alberi. Il sole sorse, ma senza incrociare nessun animale. Demmo un grande giro, poi, visto che ormai il giorno s’era già fatto pieno, il cacciatore ci disse che non valeva più la pena d’insistere, perché quello era un giorno di “poca sorte”. Così ritornammo, un po’ delusi, verso Virihela.
Per colazione ci offrirono manioca cotta nell’acqua e delle fette di papaia: una refezione veramente tropicale!
Tu, Emilio, avevi promesso di venirci a prendere sulla strada verso mezzogiorno, per cui, appena finito di mangiare, salutammo quelle famiglie ormai amiche e ci rimettemmo in cammino. Dalla sera prima avevamo finito l’acqua e ci era mancato il coraggio di bere quella dei nostri ospiti, che non era né filtrata né bollita. Il viaggio di ritorno fu caratterizzato da una grande sete e dai sintomi della disidratazione, bocca asciutta ed una strana sensazione a metà fra la spossatezza e l’ansietà.
Speravamo con tutto il cuore che tu avessi portato con te acqua da bere ed al tempo stesso temevano in una dolorosa dimenticanza.
Quando arrivammo sull’altura da cui si vedeva la strada, ti scorgemmo già seduto su una pietra, accanto al camion della missione che tu avevi attrezzato a camper, con le minime comodità per pernottare lungo il cammino o nelle visite alle cappelle.
Dovevi saperla lungo della vita nel mato, perché subito, ancor prima che aprissimo bocca, ci salutasti e chiedesti a noi e ai nostri accompagnatori se volevamo ristorarci un po’ dalla sete.
Avevi portato uno di quei grossi thermo da 10 litri, che mantengono l’acqua gelata per più di un giorno. Penso che mai sarebbe stato possibile accettare un invito con più entusiasmo. Andrea ed io ci scolammo, uno dietro l’altro, non so più quanti bicchieri. Ci consolò molto vedere che anche gli africani bevvero due o tre bicchieri ciascuno: se l’agilità nel camminare ci divideva, la sete, però, che il camminare a quell’andatura stimolava, ci univa molto di più!
Nel viaggio di ritorno godesti un mondo a sentire i nostri racconti ed impressioni da pivellini. Ma anche noi provammo piacere a poter raccontare ad una persona che si mostrava interessata, le nostre avventure.
La settimana che passammo insieme con te a Namarrói fu senz’altro una delle più belle del nostro primo viaggio in Mozambico.
All’inizio di novembre Andrea tornò in Italia ed io partii per andare in Uganda, dal padre Ambrosoli, per cercare di imparare ad operare.



5


Passarono quattro anni fra Uganda, Italia e Portogallo e poi di nuovo Uganda.
Quando ritornai in Mozambico, per restarci definitivamente, era già il 1974 e tu, nel frattempo, eri stato trasferito alla missione di Nauela.
Passai a salutarti una volta o due in quei primi anni, sempre accolto con grande e sincera amicizia.
La prima volta fu ancora durante il periodo di transizione e ti trovai nella grande e bella missione di Nauela: un vero e proprio villaggio, con tanto di scuole, di catechistato e di ospedaletto. Si poteva ammirare anche una certa arte urbanistica, con piazzali, viali, scalinate e perfino belvederi panoramici.
La seconda fu già dopo la nazionalizzazione delle scuole e della sanità, in piena rivoluzione. Ti eri spostato in una zona ad una decina di chilometri dall’antica missione, dove la tua inesauribile voglia di creare e di rendere abitabile ed amabile l’ambiente, aveva realizzato una nuova missione in miniatura. Avevi costruito la casa dei padri e quella delle suore e poi una bella cappella decorata con vetrate multicolori. Anche lì ci si stava molto bene e mi dispiacque non potermici trattenere, come a Namarrói. Ma ero già impegnato nel Servizio Nazionale di Sanità ed il lavoro era estremamente assorbente.

Nella seconda metà degli anni settanta dovesti tornare in Italia per motivi di salute e farti curare.
Oltrepassasti così i fatidici novanta giorni e perdesti il diritto di rientrare in Mozambico. A quei tempi, tempi veramente di ferro, non si scherzava. La politica era di scoraggiare in ogni modo la presenza dei missionari e la religione era considerata a tutti gli effetti una forma di oscurantismo.
Nuovi missionari non potevano entrare e quelli che lasciavano scadere il permesso di uscita, limitato a tre mesi, perdevano il diritto di rientrare.
Così per colpa della malattia, ti trovasti, in pratica, espulso dal Mozambico, senza potervi più fare ritorno. Fu per te una grande sofferenza.
Non tardasti però a trovare un modo per aggirare l’ostacolo: se i missionari non erano più ammessi, lo erano però, i cooperanti, cioè i tecnici che venivano per lavori civili di sviluppo e di promozione. La grande maggioranza di tali cooperanti era proveniente dai paesi del mondo socialista e comunista: sovietici, cinesi, coreani, cubani, vietnamiti, rumeni, ungheresi, bulgari, cileni del regime di Salvador Allende ecc. Erano l’espressione certamente positiva di un fatto, che io ebbi l’occasione di vivere da vicino, in mezzo a colleghi medici provenienti da tutti questi paesi. Un fatto che aveva un nome preciso: “internazionalismo militante”. In quegli anni l’ideale rivoluzionario di sinistra aveva avuto in tutto il mondo un grande stimolo dallo spirito nuovo del “sessantotto”. Vi era sottesa una mistica di “servire il popolo” che, a mio parere, era - in generale - veramente sincera.
Tanti cooperanti provenivano pure dai paesi occidentali, ma erano di solito persone di idee socialiste e progressiste, attratte dalla possibilità di vivere per qualche anno un’esperienza in un paese veramente rivoluzionario e comunista, che accettava a braccia aperte chiunque volesse cooperare allo sviluppo.
La tua passione per le cose pratiche, come fare fotografie, costruire edifici, aprire piantagioni, coltivare campi, drenare terreni acquitrinosi, ti fece cominciare a cercare un’occasione favorevole per tornare in Mozambico, travestito da cooperante. La fedeltà a Cristo Signore come suo annunciatore ti faceva vedere le cose con quella grande libertà che è propria dei figli di Dio. Anche S.Francesco Saverio, quando si convinse che l’evangelizzazione della Cina era un bene da raggiungere a qualunque prezzo, non esitò a rinunciare ad ogni parvenza di sacro, pur di entrare in quell’impero: lasciò da parte messale, calice, patena e paramenti, assumendo l’aspetto di un commerciante. Soltanto la morte lo fermò prima di poter mettere il piede sul suolo cinese.

L’occasione favorevole si presentò quando il Ministero dell’Educazione manifestò il desiderio di affidare ad un cooperante il recupero di una grande piantagione che era servita per mantenere gli alunni dell’internato di un’antica missione dei padri francescani nella diocesi di Beira, quasi sul confine con lo Zimbabwe. La missione era stata chiusa dalla rivoluzione, ma le strutture scolastiche annesse funzionavano ancora dopo la nazionalizzazione. Molte cose s’erano rovinate, prive, com’erano rimaste, di qualunque manutenzione. In particolare la “machamba”, la piantagione, era ormai in uno stato di abbandono.
Quel posto si chiamava Jekwa ed era molto distante dalle zone dove noi avevamo le nostre comunità missionarie. Bisognava per forza accettare una vita fuori comunità, e ciò era una grave eccezione per noi religiosi. Il consiglio provinciale esaminò il caso con serietà e nella soluzione del tuo caso io ebbi un certo peso, con mia grande soddisfazione.
Mi trovavo in ferie in quei giorni ed il consiglio mi chiamò per chiedermi un parere, visto che anch’io ero stato lanciato dalla rivoluzione, come un sasso tirato da una fionda, in un posto isolato e molto lontano dai nostri, a Songo, nella diocesi di Tete. Anch’io in pratica ero principalmente un cooperante, nonostante che tutti, dal ministro della sanità all’ultimo inserviente sapessero che io ero un padre missionario. Ed anch’io, per una serie di circostanze, ero dovuto restare da solo per parecchi mesi. Mi sentii di rassicurare tutti che anche da soli ed isolati era possibile e facile mantenere in pieno la vita religiosa. La comunità cristiana ci aiutava ed i contatti con gli altri missionari della zona contribuivano a mantenere vivo il sentimento di appartenenza alla vita consacrata.
Il consiglio dette un certo peso alla mia testimonianza e la tua partenza come cooperante fu approvata ufficialmente.

Rimanesti alcuni anni a Jekwa ed il tuo spirito di ospitalità e di cordialità credo che fecero molto bene alla diocesi di Beira ed anche al suo vescovo. Quando arrivavi in città ti ospitavi sempre nel “paço”, la residenza episcopale, ed il tuo modo di fare, sincero e disinibito, ti conquistarono la stima e l’amicizia di Dom Jaime.
In quegli anni ci vedemmo poco, praticamente solo in occasione delle nostre assemblee della congregazione. Tu non mancasti mai di partecipare, anche se dovevi ogni volta fare domanda e sottostare all’autorizzazione di tuoi superiori. Questa tua fedeltà di presenza tra noi fu un segno di amore alla congregazione ed ai confratelli, più eloquente di molte dichiarazioni.



6

A metà degli anni ottanta le cose cominciarono a cambiare e la rivoluzione comprese che in fondo la religione e le varie chiese e fedi erano elemento di serietà ed impegno che contrastavano in modo evidente lo sgretolamento di tanti valori umani e morali.
Riuscisti a concludere il contratto con il ministero dell’educazione ed a passare di nuovo nelle file esplicite della chiesa.
A questo punto le nostre strade s’incrociarono un’altra volta, perché fosti inviato come parroco e superiore alla Sagrada Família, dove anch’io vivevo e vivo tuttora.
Rimanemmo insieme per cinque o sei anni, sotto lo stesso tetto.
Colla nuova libertà religiosa era possibile ampliare l’attività pastorale e così portasti avanti una serie di allargamenti dell’impegno per la catechesi, potenziasti la vita e l’autonomia delle cappelle, cioè di quelle suddivisioni in piccole comunità ecclesiali, distribuite nei vari “bairros”, i quartieri della nostra città di Quelimane.
Dalla parte opposta della chiesa della Sagrada Família, rispetto alla nostra casa, fu costruito l’ufficio parrocchiale, con una serie di stanze per riunioni e catechesi.

Una novità importante fu una maggiore apertura della nostra casa all’ospitalità. A partire da quel periodo si intensificarono le presenze di ospiti e visitatori laici, che sostavano in comunità con noi vari giorni.
Nella nostra vita di comunità inseristi una novità in certo modo coraggiosa, perché inusuale: una volta alla settimana, al posto della lettura breve delle lodi, introducesti la lettura di un articolo di una rivista cattolica su un tema ecclesiale, di teologia o di attualità.

Insistesti molto per spostare la cena dalle 19,30 alle 20, per “allungare” un po’ il giorno, che finiva sempre tanto presto e poter così avere un’aggiunta di silenzio e di tranquillità, da dedicare alla lettura, a pensare, a scrivere, o, come dicevi tu, “alle proprie cose”.

Che tu avessi bisogno di prenderti una certa distanza dalle preoccupazioni di tutti i giorni, per poter riflettere, leggere e, perché no, scaricare i nervi, era evidente. Cominciasti ad esplorare il territorio che circonda Quelimane, per conoscere più da vicino il modo di vivere della gente, le attività produttive e commerciali, le risorse ed i problemi. La tua personalità, desiderosa di incontri e di dialogo, non perdeva occasione per mostrarsi alla luce del sole.

Erano anni di guerra, quando il trovare cose da mangiare era un problema che si doveva risolvere giorno per giorno. Tu riuscisti a farti amico dei dirigenti della società agricola Madal, proprietaria delle grandi piantagioni di palme da cocco che circondano Quelimane e di alcune mandrie di vacche da carne(le uniche della regione).Ricevesti così l’autorizzazione per comprare due volte alla settimana ben dieci litri del poco latte che veniva prodotto. Andavi a prenderlo fino a Chuabo Dembe, ormai in aperta campagna, oltre l’aeroporto vecchio.
Non riuscivamo a berlo tutto e così cominciasti a produrre formaggelle, come le chiamavamo familiarmente in comunità. L’idea era di farle stagionare per avere un formaggio da tavola di qualità, ma, per quante formaggelle producessi, queste non resistevano mai fino alla fine della settimana. La nostra casa era il punto di sosta di tutti i confratelli che passavano da Quelimane ed uno dei pochi, in tutto il Mozambico, dove si poteva trovare del formaggio. Unendo questo fatto con la passione che tutti noi avevamo appreso fin da bambini per questo alimento, si può ben capire come non sia mai stato possibile avere del formaggio stagionato in casa nostra.
Durante il tuo mandato di superiore andasti in ferie in Italia e tornasti con una novità, che fu subito molto apprezzata. Avevi riportato due recipienti termici, progettati apposta per fare lo yogurth, insieme a un a buona quantità di bustine da “seminare nel latte”. Ne preparavi recipienti di due litri alla volta, ed anche questi sparivano in un battibaleno.
Nei tuoi vagabondaggi esplorativi scopristi un vivaio di una nuova qualità di palme da cocco, chiamata “ibrida”, che i tecnici della Madal stavano studiando. Davano origine a palme di quattro o cinque metri di altezza, assai più basse di quelle classiche, che possono oltrepassare di parecchio i dieci, con tutte le difficoltà per la raccolta, là in cima ed i pericoli di caduta. Oltre ad essere di una dimensione più accessibile, le ibridi erano anche più rapide a produrre cocchi. Già dopo due anni si poteva coglierne i primi frutti.
Questa scoperta ti entusiasmò e ne piantasti una fila dietro casa nostra, che, mentre scrivo, fanno ora sotto il sole, bella mostra di sé e delle loro noci, ondeggiando tranquillamente nella brezza che arriva dall’oceano non molto distante.

Il vivaio in questione era a due passi dalla spiaggia, presso un villaggio di nome Mundimo, ben nascosto sotto l’ombra di grandi manghi e di palme molto fitte.
La spiaggia era una meraviglia, ampia, delimitata verso l’interno da una fitta rete di alberi chiamati “casuerinas”, che avevano il compito di frangere il vento dell’oceano e di trattenere la terra con le loro radici, ostacolando l’erosione della spiaggia da parte delle onde.

Fu più che naturale che ti venisse la voglia di “mettere un piede a terra” in quel posto, costruendo una capanna sotto gli alberi frangivento. Per averne l’autorizzazione dalla compagnia, poiché il terreno era proprietà della Madal, mi confidasti che dovesti chiedermi una collaborazione inconsapevole. Per giustificare la tua richiesta, la presentasti come un bisogno che il dottor Marchesini aveva di un posto dove “tirarsi fuori” ogni tanto per riprendere fiato dal lavoro assillante. Il permesso fu concesso di buona volontà e, devo dire, che non mi dispiacque certo farmi vedere anch’io, ogni tanto, a “tirarmi fuori”, seduto sullo sdraio davanti alla capanna e sotto le casuerinas!

Coi giovani ci sapevi molto fare e la tua paternità spirituale poté esprimersi in pieno nei tuoi anni di parroco. La gioventù era spaesata, dopo i venti impetuosi della rivoluzione, che li aveva sradicati dall’alvo della tradizione ancestrale. Si cominciava a capire chiaramente che il futuro sarebbe stato nelle mani di chi fosse riuscito a studiare e ad avere un diploma o una laurea. Non era facile accedere agli studi universitari o a corsi professionali qualificati. L’unica sede della scienza era la capitale, Maputo, a 1500 km di distanza. Ti facesti in quattro per aiutare quanti più giovani potesti, a studiare fino a riuscire a fare l’esame di ammissione all’università e poi ad ottenere un posto in un convitto per studenti a Maputo. Alcuni ottennero borse di studio per studiare all’estero, in Unione Sovietica, Germania Orientale o Cuba. Ora hanno finito, sono ritornati e sono professionisti in questa società emergente.

Un’altra tua passione cocente fu quella dei poveri. Ti battesti sempre per dar origine ad iniziative che potessero servire per migliorare le condizioni di vita della gente umile.
Quelimane, negli anni della guerra, in cui tu eri parroco, scoppiava di abitanti: quasi ogni famiglia ospitava parenti più o meno prossimi, scappati dalle zone di guerra e rifugiatisi in città. Le grandi piantagioni di cocchi occupavano la maggior parte del terreno coltivabile nei dintorni della città. Per trovare terra da coltivare era necessario aprire nuove “machambe”, cioè campi, a vari chilometri dalla città.
C’era un’area presso il ponte sul fiume Musselo, a circa 25 chilometri da Quelimane, che si poteva prestare bene per coltivarci il riso. L’estensione era immensa ed addirittura centinaia di famiglie avrebbero potuto averne un pezzo sufficiente.
Colla tua esperienza di grande piantatore, che ti eri fatta negli anni di Jekwa, ti mettesti all’opera. Riuscisti a far passare il tuo progetto di comprare un trattore e di cominciare a preparare il terreno per la semina. Riuscisti a procurare sementi selezionate di alta produzione e per due o tre anni l’iniziativa andò a gonfie vele, con grande favore della gente e buoni risultati di produzione. Per molta gente lo spettro della fame, così incombente in quegli anni, si era allontanato.
La tua iniziativa però stimolo la gelosia di alcuni esponenti dell’amministrazione statale del settore agricoltura che ti fecero la guerra e ti costrinsero a consegnare loro il controllo e l’animazione di quell’opera.
Fu per te un duro colpo e ci soffristi molto, ma ormai il seme era stato lanciato e la tradizione di coltivare la terra nella zona del Musselo aveva attecchito. Ancor oggi quella zona produce riso che dà da mangiare alla gente di Quelimane.

I tuoi anni nella parrocchia della Sagrada Família ti dettero l’occasione di esprimere in pieno le tue qualità di capo e di animatore. Un simpatico segno fu il titolo che la gente, dopo poco tempo, ti affibbiò, trasformando l’epiteto di “Superiore” in quello di “Supremo”. Dava ben conto del tuo modo di fare, preoccupato per il bene di tutti, ma anche pronto a sbottare senza pensarci su due volte nella tua proverbiale espressione “vai passear”, che, tradotta a senso significa “vai fuori dai piedi”, ma che in portoghese presenta una connotazione più gentile e letteralmente vorrebbe dire “vai a passeggiare”, lasciando, a chi riceve tale invito, il compito di comprendere il luogo dove è invitato ad andare a passeggiare!.





7

Terminato il tuo mandato di parroco, fosti trasferito a Maputo, nella casa di via Tivane. Era una casa dedicata all’ospitalità, dove ci fermavamo ogni volta che uno di noi doveva passare da Maputo. Anche lì la tua accoglienza ed amicizia poterono esprimersi in pieno. Ma per te era troppo poco dedicarti solo alla gestione della casa di passaggio. Ben presto raccogliesti l’invito del cardinale di Maputo, Dom Alexandre, che ti chiedeva di supervisionare la coltivazione del grande appezzamento di terra che l’archidiocesi possedeva e che fino ad allora era rimasto non sfruttato.
Ti mettesti con entusiasmo in questo servizio. Gli eventi della vita ormai avevano intrecciato la tua attività pastorale con quella dell’agricoltore e non potevi lasciar cadere per terra un talento così prezioso, nel nostro contesto concreto del Mozambico in via di sviluppo.
Entrasti nell’amicizia del cardinale, che sempre ricambiò volentieri la tua cordialità.
Il tuo amore ed interesse per i poveri ebbe modo di esprimersi anche lì a Maputo. Di fronte alla nostra casa c’era un giardino pubblico, dove si rifugiavano alcuni poveracci, che vivevano per la strada, una via di mezzo tra i barboni, i mendicanti ed i marginali.
Andasti loro incontro, per conoscerli e per cercare di aiutarli. Li stimolasti a lavorare per guadagnarsi da vivere ed offristi loro un posto come braccianti nella piantagione, dove avrebbero potuto facilmente costruirsi una capanna, ricevere un salario ed avere un accesso facilitato ai beni prodotti dalla terra.
Alcuni accettarono e si ricostruirono una vita dignitosa, ma altri abbandonarono, preferendo la vita di libertà e di vagabondaggio, che la condizione di mendicanti offriva loro.

Il cardinale, come tutti i cardinali, era titolare di una parrocchia di Roma. A lui era toccata quella di S.Frumenzio. Dopo aver ricevuto la porpora cardinalizia si recò varie volte alla sua parrocchia ed ottenne che alcuni laici di buona volontà venissero per periodi di alcuni mesi a lavorare con te nella piantagione. Ben volentieri ti offristi per dare loro un punto di appoggio, non solo logistico, ma anche di amicizia, di simpatia ed accoglienza.

All fine del mandato di superiore della casa di via Tivane, chiedesti un periodo sabbatico in Italia per approfondire un’altra delle tue passioni mai sopite, quella delle immagini.
Negli anni della tua gioventù era stata la macchina fotografica lo strumento della tua arte, ed ancora oggi la tua passione di documentare persone, luoghi, fatti, abitudini di vita, ha la sua memoria indelebile negli archivi fotografici del segretariato delle missioni.

Coll’avvento delle macchine da ripresa televisive ti lanciasti in questa attività, producendo molte videocassette che raccontavano liturgie di messe, avvenimenti di cronaca, documentazione di attività sociali, interviste. Io stesso ne beneficiai parecchio e diventai presentatore, commentatore, conduttore di vari documentari sull’ospedale di Quelimane, sull’assistenza ai diminuiti fisici, sul problema dei bambini della strada, i famosi “meninos da rua”, triste sottoprodotto della terribile realtà della guerra civile del nostro paese. Nella tua videoteca ci sono documenti di vita, di attività religiose, di feste, di costruzioni, di coltivazioni, di problematiche. Hai prodotto un patrimonio che resterà come documento storico di un’epoca della missione del Mozambico.

In Italia apprendesti la tecnica del mixer, del collage di vari spezzoni, del rifacimento della colonna sonora, di molti dei segreti professionali della produzione di documentari televisivi.
Mi ricordo che tornasti pieno di entusiasmo per le possibilità future in questo settore.
Per necessità contingenti, tuttavia, dovesti mettere nel cassetto i tuoi progetti ed i tuoi sogni, perché c’era bisogno di andare, almeno provvisoriamente, nella missione di Pebane.
Ricordo la tua delusione, quando ricevesti quella destinazione, in un luogo dove non c’era nemmeno l’elettricità! Ma non ti rifiutasti: facesti l’obbedienza senza batter ciglio. Sapesti dire, com’è raccomandato dallo spirito del nostro fondatore, il tuo “ecce venio” il tuo “eccomi, Signore!”.


8

Il Signore prese sul serio la tua oblazione: dopo pochi mesi di Pebane fosti colpito da un infarto, mentre guidavi la macchina, di ritorno alla missione col padre Carlos, dopo una visita a delle comunità cristiane. Ti assalì un violento dolore al petto e ti dovesti fermare. Ti sdraiasti sotto un albero sul ciglio della strada per aspettare che ti passasse e ti potessi riprendere. Né tu, né padre Carlos vi deste conto che si trattava di un infarto. Restasti in casa per qualche giorno a riposare, senza preoccuparti troppo dell’accaduto. Fu il padre Cavazza, superiore provinciale in visita canonica, che si rese conto della gravità della situazione ed organizzò il tuo rientro in Italia in tutta fretta.

Io pure mi trovavo in Italia in quei mesi, per l’anno sabbatico. Ci vedemmo a Milano, mentre facevi gli accertamenti per studiare la possibilità di un by-pass. Ma quale fu la sorpresa dolorosa, quando fu scoperto che eri portatore anche di un tumore allo stomaco!
In tutta fretta fu cambiato l’obbiettivo chirurgico e fosti sottoposto a gastrectomia, quasi d’urgenza.
L’intervento andò bene ed in pochi mesi ti riprendesti. Ma il cuore non era più quello di prima.
Ti fu chiesto il grande sacrificio di restare definitivamente in Italia. Accettasti di andare come cappellano all’ospedale di Vigorso, alle porte di Bologna, dove si confezionavano le protesi per amputati di mani, braccia e gambe. Accettando questo compito, liberasti il cappellano anteriore, padre Vincenzo Rizzardi, che così poté coronare il suo desiderio di partire missionario per l’India. Fu un modo per rimanere, in certo modo, ancora missionario, anche se attraverso un altro confratello.

Nel frattempo mio fratello Andrea era diventato cardiologo ed esercitava in un ambulatorio che dipendeva dall’ospedale Malpighi. La vecchia amicizia dei tempi della gioventù, a Namarrói, non fu dimenticata da te ed andasti a chiedergli se ti poteva seguire, riguardo al cuore. Accettò con molto piacere, come quando accade che i cammini della vita tornano ad incrociarsi, dopo tanti anni.
Facesti un altro infarto e, questa volta, per salvarti la vita, non stettero a pensarci su due volte e fu realizzato il by-pass. Migliorasti, ma col cuore sempre sul “chi va là?”.

Ti rividi quando tornai in Italia per le ferie. Eri contento del tuo lavoro a Vigorso. Era un’occasione per coltivare amicizie e per ascoltare i casi dolorosi della vita dei ricoverati. Molto spesso si creava una situazione per rivedere la propria vita e desiderare una riconciliazione con Dio e con se stessi.

Poi io ebbi l’incidente e ritornai in Italia, dopo pochi mesi dall’ultima volta che c’eravamo incontrati. L’occasione fu il funerale del padre Roberto, quando ci ritrovammo seduti accanto, nel presbiterio della parrocchia di Santa Maria del Suffragio ad attendere l’inizio della messa del corpo presente.

L’impegno della fisioterapia mi tenne legato a Bologna con pochissimi intervalli per viaggiare. Pur così mi riuscì di venirti a visitare due o tre volte. Ti trovai nella clinica Capitanio, dove restasti parecchio tempo. Mi ricordo che ti volesti alzare per accompagnarmi a vedere la bella cappella dove si poteva pregare molto bene ed indisturbati. Ci spingemmo fino al giardinetto, dove un po’ d’erba ed alcune piante e fiori contendevano vittoriosamente lo spazio al cemento.
Eri cosciente della gravità della tua situazione e sapevi che ormai ti restava ancora non molto tempo. Fu in quei giorni che il tuo non riuscire, a volte, a seguire il filo del discorso, insospettì i medici e ti scoprirono una metastasi al cervello.
Fosti ricoverato all’ospedale Niguarda, per un ciclo di nuova terapia antiblastica intensiva. Fu lì che ti venni a trovare pochi giorni prima di ripartire per il Mozambico. Mi ricordo che mi accompagnò il padre Marcato ed avemmo il piacere di ricevere la notizia che in quello stesso giorno ti dimettevano e che potevi tornare a casa nostra, in via Andolfato.

Quella fu l’ultima volta che ci vedemmo sulla terra, ma non è l’ultimo ricordo che serbo di te. L’ultimo è questo, che seppi dopo essere tornato in Mozambico. La nostra missione era diventata Provincia, cioè una realtà autonoma ed “adulta”, dal punto di vista della vita religiosa. Prima eravamo una Regione, dipendente dalla Provincia dell’Italia Settentrionale. In vista della costituzione ufficiale, ogni membro doveva optare se rimanere a far parte della Provincia Italiana oppure passare a quella Mozambicana.
Nonostante che tu ormai non potessi più tornare in Mozambico e fossi residente definitivamente in Italia, avesti la gioia di essere consultato ugualmente a quale provincia volevi appartenere. Questa domanda costituì per te la gioia più grande, perché fu la prova, agli occhi di tutti, che eri ancora considerato un missionario sul campo di battaglia.
E la tua risposta, di voler far parte della nostra nuova provincia del Mozambico - lascia che te lo dica, Emilio - fu anche per noi la gioia più grande, perché fu la prova, davanti a tutto il mondo, che volevi continuare ad essere considerato per sempre come uno di noi!



Quelimane, 30 gennaio 1999
P. Aldo Marchesini s.c.j.


FINE
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( modificato in data 22-4-2013)
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