Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
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(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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VIAGGIO A MOCUBA

di Aldo Marchesini


Introduzione
Il viaggio qui narrato avvenne ormai dieci anni orsono, e fu raccontato come si usa dire oggi "in tempo reale".
Molte cose sono cambiate da allora in Mozambico. La più importante di tutte è che la guerra civile è finita. Non si deve più viaggiare in aereo, non arrivano più feriti di arma da fuoco o persone coi resti sfilacciati di una gamba, portata via da una mina.
Ma l’emergenza continua ancora. La povertà strutturale di tutto il Terzo Mondo persiste, anzi sembra addirittura che peggiori.
Negli ultimi dieci anni il reddito dell’Africa subsahariana è andato riducendosi nel ritmo del 2% all’anno.
Anche senza guerra continuano a mancare tante cose che, quando ci sono, sono considerate indispensabili, ma che quando poi vengono a mancare per davvero, si scopre che senza di loro, la vita può continuare lo stesso.
Oh, se venisse il giorno in cui questo racconto diventasse nulla più di un documento del passato!
Lo si potrebbe mettere in una scansia isolata, oggetto del futuro interesse di qualche storico.
Allora, chi lo aprisse stenterebbe a credere che ci fu un tempo sulla terra, in cui avvenivano simili cose, e ancor più si meraviglierebbe a sapere che le persone di quel tempo erano convinte che quelle cose fossero addirittura normali!
Ma invece oggi sulla terra, sulla maggior parte della terra, la situazione è ancora così. E allora è bene, anzi è giusto che chi vive in quella parte della terra dove ciò, per grazia del Signore non avviene più, possa conoscere qualcosa dell’oggi di tanti fratelli e conoscendo, possa sentirli un po’ di più come suoi.

Quelimane – Mozambico, 27 ottobre 1996

p. Aldo Marchesini s.c.j.


Indice
1. Il solito caso urgente
2. All’aeroporto in lista d’attesa
3. In volo verso Mocuba
4. Una sala lunga e stretta
5. Un ospedale… ma che desolazione
6. Un’alimentazione…micidiale
7. Medicina e prevenzione
8. In sala operatoria
9. La difficoltà dei rifornimenti
10. Un ambiente più sereno
11. Nella scuola degli infermieri
12. Un’altalena di speranze e timori
13. Stragi e rovine di una guerra fratricida
14. Un raggio di speranza


1. Il solito... caso urgente
Era dal giugno dell’anno scorso (1985) che non venivo all’aeroporto di Quelimane. E dire che ormai l’aereo è il mezzo abituale per chi vuol viaggiare senza pericolo di subire un’imboscata. Ma il lavoro dell’ospedale non mi ha lasciato, quest’anno, molto tempo per le distrazioni. Da nove mesi ormai siamo solo in due a portare il peso della sezione chirurgica, della sala rianimazione, della pediatria e della maternità: in tutto 129 letti.
Se fosse solo questione di letti, si avrebbe ancora tempo per respirare; ma c’è da fare il conto con le urgenze: dal 1° gennaio di quest’anno ad oggi, 18 febbraio, ne abbiamo fatte 115.
Se una donna ha problemi di parto, li dobbiamo risolvere noi; se un bambino cade dall’albero dove è salito per cogliere i frutti e si rompe un braccio, ci pensiamo noi; se arriva al pronto soccorso un uomo con un’ernia strozzata, l’operiamo noi; se c’è stato un incidente d’auto, i feriti sono nostri; e se c’è stato un attacco sulla strada, o uno scontro armato, o una rappresaglia sulla popolazione, siamo ancora noi che andiamo in sala operatoria a cercare di rimediare alle più strane lesioni, che i proiettili o le baionette sono capaci di fare.
Poi ci sono le visite in ambulatorio: due pomeriggi alla settimana ci sono da trenta a quaranta ammalati da visitare. Ciò significa dalle quattro alle cinque ore di fila, senza un minuto d’intervallo. È questa l’attività che ci stanca di più. Ma di malati non ne vediamo solo nell’ambulatorio, molti di più li trattiamo al pronto soccorso e nella piccola chirurgia, dove arrivano tutti quelli che hanno qualcosa di acuto o che vogliono far passare per acuto, e tutte le ferite, ascessi, pustole, ulcere, spini, lische di pesce nella gola, storte, flemoni, contusioni, otiti con pus, corpi estranei nelle cornee, bambini che si sono infilati un fagiolo o un seme di qualcosa nell’orecchio o nel naso, donne che si sono infilate l’ago nella mano e s’è spezzato, pescatori con l’amo piantato in un dito, bambini a cui è caduto un cocco sulla testa, o qualcuno che è stato morso da un serpente, e via di questo passo.
A Quelimane c’è poi una spina che punge più di tutte: l’assalto dei malati che vogliono forare la barriera posta allo scopo di mettere un po’ di ordine e di regola per le visite. Il sistema sanitario in vigore prevede che i malati siano visti da personale paramedico, che tratta e smaltisce i casi semplici e che seleziona i più complessi per i medici. Il fatto è che di medici siamo così pochi che, se vedessimo tutti quelli che vogliono il medico, non potremmo né mangiare, né dormire, né studiare, né fare qualunque altra cosa. Fin qui il sistema sarebbe ancora accettabile, ma purtroppo devo dire, e non senza tristezza, che se visitassimo tutti quelli che ne hanno davvero bisogno, non ci sarebbe probabilmente il tempo per il lavoro ospedaliero.
Come risolvere questo problema così spinoso? Si è giunti a una specie di compromesso. Qualcosa di simile a una valvola di sicurezza: se uno proprio insiste e viene a chiederci direttamente di essere visitato, noi gli diamo un bigliettino col quale iscriversi nella lista dei malati in attesa. Ecco allora la prima parte dello "spino di Quelimane": l’incontro, nei punti di passaggio obbligati, con gente che "mi aspetta al varco", per ottenere il biglietto di prenotazione per la visita medica.
I luoghi classici sono: fuori della porta di casa, al mattino presto quando esco, o alla sera quando torno; all’ingresso dell’ospedale, dove mi bloccano all’uscita dall’auto; all’entrata del blocco operatorio; alla porta dei reparti di chirurgia dove a volte restano ore perché non sanno bene l’ora del mio passaggio.
C’è poi il gruppo di quelli che colgono la "palla al balzo", che approfittano di un incontro fortuito, e quello degli "amici degli amici" che incaricano qualcuno che mi conosce o che lavora con me di venire a chiedermi un biglietto. Questo potrebbe sembrare un’aureola di gloria, ma quando è tutti i giorni dell’anno, tutte le volte che esco di casa, tutte le volte che scendo dall’auto, tutte le volte che entro nel blocco operatorio, tutte le volte che vado a trovare qualche amico, assomiglia molto più a uno spino che a un’aureola.
La seconda parte dello spino di Quelimane è costituita dalla pressione per ottenere una visita urgente. Ci sono quelli che dopo essersi iscritti nella lista e aver saputo che ci sono due o tre settimane da aspettare, vengono a lamentarsi e a chiedere che scriva la parola "urgente" sul biglietto. E ci sono quelli che invece vogliono risolvere la cosa di colpo: e qui le astuzie sono molteplici, ma abbastanza fisse.
Alcuni si mettono in coda fuori dall’ambulatorio e quando finisco, dopo quattro o cinque ore, chiedono di poter parlare "solo per un minuto". Il minuto serve per raccontare la storia più commovente di questo mondo e indurmi a visitare subito il malato che ha atteso lì fuori parecchie ore e che, se non lo visitassi, avrebbe sofferto tanto per niente.
Altri invece si infilano nel pronto soccorso che visito al mattino presto all’ospedale. Quando scopro che sono abusivi e che mi mettono davanti al fatto compiuto, ormai è tardi, e anche a me costa farli uscire e mandarli a iscriversi nella lista.
In questi casi "lo spino" punge molto, perché mi rendo conto che si sono fatti gioco di me, anche perché normalmente non sono malati urgenti, ma soltanto malati furbi. Altri mi aggrediscono decisi in ospedale, mentre passo da un reparto all’altro, e quasi cominciano a spogliarsi lì all’aperto per mostrare dov’è il dolore.
Altri eludono la vigilanza del personale del blocco operatorio e mi attendono nel corridoio dove ci sono i registri, tra una operazione e l’altra.
Tutta questa pressione psicologica costituisce veramente un peso, che mi rende la vita di missionario medico piuttosto faticosa e logorante.
Così oggi (20 febbraio 1986) sono qui all’aeroporto in procinto di partire per Mocuba, dovendo sostituire il chirurgo dell’ospedale per un periodo di tre settimane, e questo pensiero, di andarmene per un po’, mi dà un certo benessere interiore.
Mi ha portato all’aeroporto fratel Piero, che nel percorso ha approfittato per scaricare un ragazzo vicino ai magazzini dei cereali, perché corre voce che sia arrivata farina di granoturco. Siamo nel primo pomeriggio e il sole batte sulle nostre teste con tutta la sua forza: con questo caldo ben pochi potranno essere arrivati prima di noi nella fila. Mentre siamo all’aeroporto il ragazzo terrà il posto e più tardi il fratello passerà a vedere se ne potrà comprare un po’.
Possiamo caricare anche il signor Nascimento dell’impresa CIS, che costruisce la grande fabbrica tessile di Mocuba. È l’incaricato dei trasporti aerei dell’impresa, la quale affitta, due o tre volte alla settimana, uno dei tre aerei da turismo che fanno servizio nella provincia della Zambesia.
Ieri è rimasto a piedi perché si è bucato il serbatoio della sua auto. L’ha portata da una ditta che dispone ancora di ossigeno per far funzionare la fiamma ossidrica.
Mentre andiamo all’aeroporto mi racconta delle difficoltà che ci sono ora per volare. Uno degli aerei ha avuto un’avaria e lo stanno riparando. Gli altri due sono rimasti senza benzina, per cui devono andare a rifornirsi a Nampula, la capitale della provincia confinante, situata a circa 500 km a nord di Quelimane. Ma il volo di oggi per Mocuba dovrebbe essere confermato perché l’aereo è andato a Nampula in mattinata ed è già rientrato. Se non sorgeranno imprevisti dovrei riuscire a partire.
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2. All’aeroporto in lista d’attesa
Eccomi all’aeroporto. All’entrata c’è un tavolo, e un poliziotto che controlla i documenti. Gli dico che devo prendere l’aereo e che perciò non posso lasciargli la carta di residenza. Mi chiede se ho l’autorizzazione a spostarmi e gli mostro la "guida di marcia" della direzione dell’ospedale. La legge attentamente, poi mi guarda come per accertarsi che la mia faccia corrisponda al mio nome e gentilmente mi ripiega il foglio e mi fa cenno di passare.
Al signor Nascimento e a fratel Piero, che sono qui quasi tutti i giorni, fa solo un saluto con la mano.
L’aeroporto è di un’architettura piacevole, di proporzioni armoniose, di uno stile inconfondibile, che unisce i triangoli rossi dei tetti a un gioco di solidi muri bianchi di calce a sbalzo, uniti da grandi vetrate e pareti. Quest’architetto, negli anni prima dell’indipendenza, ha sparso per il Mozambico il suo stile geometrico in molte costruzioni pubbliche.
Bisogna riconoscere che l’edilizia portoghese ha saputo dare uno stile piacevole ed elegante alle città, contribuendo a rendere il paese ancor più ridente e luminoso.
Quante volte mi sono trovato a riflettere sul contrasto tra l’aspetto esteriore, così bello, pieno di luce, di sole, di colori, di fiori, di alberi magnifici, di palme, di cielo azzurro, di silenzio incontaminato, in una parola di gioiosa tranquillità, e la situazione d’insicurezza, di guerra, di fame, di povertà per la mancanza di tante cose indispensabili, che scava nell’animo un sentimento di frustrazione e di ansietà.
Dove sarà il vero Mozambico: "fuori" o "dentro" le persone? Una cosa è certa: che la tristezza interiore è mitigata e lenita, vorrei dire consolata, da ciò che attraverso gli occhi non può non entrare nel cuore.
Nella grande sala di attesa ci sono parecchi gruppetti di persone. Una famiglia di origine pachistana, con molte donne e bambini, si è seduta sui primi gradini della scala di legno che porta agli uffici del piano superiore. Tutti gli altri sono in piedi. Mi guardo attorno e mi rendo conto, con una certa sorpresa, che le poltrone e i divani sono stati tutti tolti. Più tardi qualcuno mi dice che s’erano in gran parte rovinati, e dato che non si trovava materiale per aggiustarli hanno preferito rimuoverli tutti.
Il signor Nascimento mi fa portare i bagagli vicino al banco del carico. Ho con me solo un sacco da viaggio e una borsa di pelle molto capace, piena di libri di medicina.
I libri sono per me uno strumento indispensabile, perché negli ultimi anni ho ristretto il mio campo di lavoro solo alla chirurgia, ma mi devo occupare di tutta la chirurgia: dalla chirurgia generale a quella pediatrica, ortopedica, ostetrica, ginecologica, plastica e alle cose più semplici della toracica e del cranio. Sono conscio dei miei limiti, di non poter sapere tutto di tutto, ma con l’aiuto dei libri diventa possibile riuscire a trovare la soluzione in tanti casi difficili, in cui i dubbi sono più delle certezze.
Il mio accompagnatore mi rassicura: il mio nome è il primo della lista d’imbarco; anzi, per meglio dire, sono l’unico passeggero previsto per oggi.
Data l’assoluta necessità che a Mocuba resti un chirurgo, trovandosi al centro di una zona di operazioni di guerra e poiché ci vivono parecchie decine di tecnici con le famiglie, l’impresa ha messo a disposizione l’aereo soltanto per trasferire il mio collega a Maputo e me a Mocuba.
Questa gente in attesa all’aeroporto, mi dice, c’è sempre, viene la mattina presto, e resta fino a sera. Sono persone che hanno bisogno di viaggiare, e dato che ormai l’unico mezzo è l’aereo, e che non c’è servizio pubblico di linea per mancanza di carburante, ogni giorno vengono a vedere se riescono a infilarsi, per grato favore delle imprese che affittano gli aerei, in un volo diretto alla loro meta. Passano spesso parecchi giorni in fila, prima che la fortuna si mostri benigna.
Il fatto è che i programmi vengono spesso mutati lì per lì. Può sorgere un viaggio imprevisto, deciso dal governo civile o da quello militare della provincia, oppure una richiesta di evacuazione urgente di qualche ferito o malato grave. I centri di chirurgia della provincia sono solo due, Quelimane e Mocuba, e di ospedali con il medico, oltre questi due, c’è solo quello di Guruè, all’estremo nord della Zambesia. Se si pensa che quest’ultima ha un diametro di circa 500 km, con un’area di più di centomila chilometri quadrati, ed è abitata da due milioni e mezzo di persone, si può comprendere come possano essere frequenti i viaggi per trasportare malati o feriti.
Il signor Nascimento, che era entrato nell’ufficio del personale di volo, esce e viene direttamente da me. "Hanno ricevuto un messaggio radio da Maganje da Costa, di andare a prendere una partoriente che non riesce a dare alla luce. Ma stia tranquillo, mi dice, lei andrà lo stesso a Mocuba. L’aereo passerà da Maganje al ritorno: allungherà la strada solo di un quarto d’ora".
Mentre attendo, mi si avvicina, sorridendo ma un po’ indeciso, un signore sulla sessantina: è un commerciante indiano che mi chiede se sono il dottor Marchesini che anni fa era a Mocuba. Alla mia risposta affermativa allarga definitivamente il sorriso e mi stringe la mano: "Come sta, dottore? Si ricorda di me?". Vedendo la mia aria dubbiosa continua: "Certo, lei non può ricordarsi di tutti. Con tanta gente che passa dalle sue mani!".
Per fortuna che tutta la gente la pensa come lui, per spiegarsi come sia difficile che io ricordi qualcuno. Il fatto è che io sono sprovvisto di memoria visiva per i volti, e se qualche volta ricordo, non riesco però quasi mai a combinare il volto con il nome della persona e con l’occasione in cui l’ho incontrata. Mi rammento sempre, e lo racconto spesso quando la brutta figura che faccio è madornale, di una volta che operai una signora la cui faccia avevo visto già altre volte. Per tutta la durata dell’operazione mi arrovellai il cervello per cercare di ricordare chi era. Alla fine, al momento di suturare la pelle, non resistetti più alla curiosità, e sussurrai fra i denti alla mia strumentista, facendo in modo che la paziente non sentisse:
"Chi è questa signora? Mi pare di conoscerla".
"Lo credo bene, dottore, è una nostra infermiera!".
Il mio interlocutore mi dice che io l’operai di ernia nel 1976, e che ora gli è uscita di nuovo. Comincio a spiegargli, un po’ rammaricato, che a volte capita, ma lui mi interrompe mettendomi una mano sul braccio. "No, no dottore, quella che mi ha operato lei va benissimo. Adesso ce l’ho dall’altra parte! Ma non posso farmi operare ora. Avevo una bottega vicino a Gilè, ma i guerriglieri l’hanno assaltata tre mesi fa e mi hanno rubato tutto, perfino le porte, le finestre, le sedie e il tavolo. Un mese fa mio fratello, mentre andava con una colonna militare per portare della merce alla sua bottega vicino a Mocubela, è caduto in una imboscata ed è stato ucciso... Ora ho con me sua moglie e i due figli. Sono qui per vedere se riesco ad andare in aereo fino a Alto Molocué e da lì proseguire col camion di mio cugino fino a Gilé. Mi ha fatto sapere che da più di due mesi la zona di Gilé e la strada sono tranquille".
Gli faccio le mie condoglianze per il fratello e cerco di manifestargli il mio interessamento. Continuiamo a conversare ancora per un po’.
Che strana psicologia stimola la guerra! - penso fra me - uno si trova in mezzo a tante disgrazie, a tanti pericoli e, invece di andarsene altrove o riparare in città, non si dà per vinto e cerca l’occasione propizia per ricominciare. E come lui tanti: direi la maggioranza.
Nonostante le scorribande dei guerriglieri, le rappresaglie dei soldati, la violenza e l’abuso che sorgono spontanei fra la popolazione in situazioni di guerra civile e di caos come queste, la gente fugge e si ritira solo momentaneamente. Appena il pericolo più grosso sembra passato, cerca di ritornare alla propria terra, nel posto in cui ha le proprie radici.
In più di due anni, in cui la guerra ha dilagato per la Zambesia come un incendio fra le stoppie, non si è verificato un afflusso massiccio e drammatico di profughi dalle campagne alla città.
La politica del governo, di rispedire ai campi chi è trovato in città senza lavoro, certamente ha contribuito molto a che questo non si verificasse, ma ho l’impressione che non sia stata l’unica causa.
Anche la resistenza e, in certe parti, l’ostilità che la gente ha dimostrato e dimostra verso la politica ufficiale, che cerca di raccogliere i profughi e gli sbandati in villaggi costruiti ex novo sotto il controllo e la protezione dell’esercito chiamati "aldeie comunali", mi dà l’impressione che sia una manifestazione di come il popolo sia legato alla "propria" terra e accetti un cambiamento di residenza di malavoglia e solo finché dura il pericolo.
Sto ancora parlando con il mio paziente indiano, quando un’improvvisa animazione percorre la sala. Tutti corrono verso il banco dove si mettono i bagagli di chi s’imbarca.
Si fa un grande silenzio per sentire cosa dice il signor Nascimento, che, come rappresentante della ditta che ha affittato l’aereo, sarà l’arbitro che deciderà chi volerà e chi resterà a terra. Siamo più di venti persone e i posti sono solo nove. Le facce sono tese e i colli allungati. Oltretutto il signor Nascimento è piccolo di statura e si fa fatica a vederlo da sopra le spalle degli altri, in mezzo alle teste in continuo movimento di quelli davanti.
Ha già in mano il foglio ufficiale di volo, con soltanto nove righe, per la lista finale dei passeggeri, più un altro foglio dove scriverà i nomi provvisori con il peso del loro bagaglio.
"Allora", comincia nel silenzio assoluto mentre contemporaneamente scrive sul foglio ufficiale: "Passeggero n. uno: dottor Aldo Marchesini. Per favore metta qui sopra i suoi bagagli".
Nessuno si gira a guardarmi; il mio nome era già scontato. Si alza soltanto un certo brusio, che cessa appena il signor Nascimento chiede attenzione per un avviso.
"L’aereo può portare i passeggeri solo fino a Mocuba, perché là salirà l’altro medico e bisogna che rimanga il posto per la paziente e l’infermiere di Maganje. Per oggi non ci saranno più voli. L’altro aereo deve andare a Luabo in missione speciale e non può portare passeggeri".
La gente comincia a commentare e alcuni si allontanano con pacchi e valigie: per oggi niente da fare; si riproverà domani. Fra questi c’è il mio amico indiano che mi fa un cenno di saluto e mi augura buon viaggio.
Continuano le operazioni di peso dei bagagli degli aspiranti viaggiatori. Se non vedessi con i miei occhi, quasi non crederei al numero quasi infinito di cesti, sporte, pacchetti, borse, sacchetti di nailon e di vimini che ciascuno continua a mettere sul banco quando sente il suo nome.
Due baldi giovani caricano un cartone che pare pesante come il ferro, legato con spago. La bilancia accusa 60 chili. Al rifiuto di caricarlo del signor Nascimento, i due giovani non fanno commenti; lo sapevano già che era impossibile, ma val sempre la pena provare: tentar non nuoce. Senza scomporsi mettono da parte il pacco e cominciano a portare cesti e cestini, pacchi e borse fra i commenti divertiti della gente. La risata è sempre molto facile e anche loro alla fine si mettono a ridere con gli altri.
In breve la lista si completa: il dramma previsto di scelti e di esclusi non c’è stato; i posti erano già stati conquistati da un insistente lavoro "diplomatico" nei giorni precedenti.
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3. In volo verso Mocuba
Beh, finalmente si parte. Andiamo a piedi sulla pista d’asfalto: l’aria calda che si solleva fa muovere l’erba dei prati lì intorno e il profilo degli alberi contro il cielo in lontananza.
Nella direzione di Mocuba ci sono grossi nuvoloni neri: speriamo che non si balli troppo. Siamo nella stagione delle piogge e dopo il gran sole del mattino durante il pomeriggio il tempo si guasta spesso.
Il pilota oggi è il signor Martins, un giovane portoghese emigrato in Mozambico quand’era bambino. È di poche parole, gentilissimo, un po’ grassoccio, occhiali verdi di metallo. Mi invita a sedermi accanto a lui. Ne sono molto contento: così potrò gustare tutte le manovre e osservare le decine di strumenti, levette, frecce ecc. che riempiono tutto lo spazio dell’enorme cruscotto ed eccitano un po’ la mia ammirazione profana. Da pochi mesi è stato montato anche un pannello radar che informa sulla densità delle nubi davanti a noi, e un computer di volo che dà una serie di numeri e dati che, ad essere sincero, non riesco bene a decifrare. A forza di osservare, però, riesco a individuare il numero che deve segnare il tempo effettivo di volo e la distanza prevista dalla meta. Un altro numero che non cambia mai lo interpreto come l’angolo di rotta. Attraversiamo la grande fascia di pianura di una settantina di chilometri che corre parallela alla costa.
Dopo l’immensa distesa di palme da cocco, che si perde a vista d’occhio da sud a nord per centinaia di chilometri, si apre sotto di noi l’enorme area coltivata a riso. Ormai le spighe sono già alte, di un verde intenso.
Dopo due stagioni di carestia, negli ultimi mesi è piovuto bene e ormai si può essere sicuri di un buon raccolto. La fame di questi anni, e la continua scarsità, sul mercato, di generi alimentari ha stimolato in modo vistoso l’iniziativa della gente. Dopo l’ultimo congresso del partito, c’è stato un cambiamento di politica agricola e ora viene incoraggiata l’iniziativa familiare. Gli ostacoli però non sono mancati. Le sementi sono arrivate in ritardo per cause molteplici, facilmente comprensibili quando in un paese c’è mancanza di valuta e si deve dipendere in parte da aiuti di popoli amici, quando è in atto una guerra civile che interessa capillarmente tutto il territorio, quando mancano il combustibile e i mezzi di trasporto, quando si accavallano priorità sempre crescenti per avere la precedenza sulle navi e il tutto è inevitabilmente frenato da un sistema fortemente centralizzato e burocratizzato.
Quasi tutta la terra sotto di noi è coltivata: è una vista che rallegra il cuore. È un passo avanti di tutta la comunità verso maggiore responsabilità e spirito di iniziativa: prima di tutto bisogna "contare sulle proprie forze".
Questo bel motto della rivoluzione, così reclamizzato in tutte le occasioni, ha incontrato nella fame un alleato tanto insperato quanto estremamente potente.
Gran parte di questo territorio è coltivato dalla gente di Quelimane. La densità della popolazione, nella fascia di capanne attorno alla città di cemento, è così alta che in pratica non c’è rimasto più spazio per coltivare. Al massimo si può fare un piccolo orto per la verdura, per un po’ di pomodori e di patate dolci. Per il riso bisogna uscire nella campagna e molti devono allontanarsi trenta e più chilometri per trovare terreno libero. La terra non si compra, né si affitta; la si lavora e basta. La gran parte della fatica spetta alle donne, perché in genere non lavorano come dipendenti come gli uomini, e quindi sono più libere di assentarsi da casa per lavorare i campi. Escono di mattina prestissimo, un’ora o due prima dell’alba, approfittando degli autocarri e delle corriere che circolano. Quante volte le ho incontrate andando o tornando dall’ospedale per un’urgenza, mentre camminavano in fila, avvolte nelle loro capulane per difendersi dall’umidità della notte, portando in equilibrio sulla testa la zappa, un cesto di viveri o un fascio di spighe da trebbiare.
Ma non si deve credere che le donne lavorino i campi solo perché i mariti sono impegnati come operai, impiegati o funzionari: è una tradizione che si perde nella notte dei tempi. I miti delle origini parlano chiaro: fu la donna che portò l’agricoltura nella famiglia e nella società.
La terra e la donna non sono forse entrambe feconde madri? C’è molto di più che una convenienza sociale; c’è proprio un’affinità di natura. C’è implicata la concezione del mondo e la filosofia che regge la cultura di questo popolo.
Da Namacurra in poi cominciano le grandi distese di boschi: si estendono in tutte le direzioni per centinaia di chilometri, interrotti qua e là da aree abitate e coltivate e da corsi d’acqua. Ogni tanto incrociamo la linea rossa della strada di terra battuta il cui percorso fa ampie curve per seguire i rilievi del terreno e ridurre all’indispensabile i ponti e i terrapieni. Nascosti tra la fitta vegetazione, chissà dove, ci sono i guerriglieri. Sono estremamente mobili. Appaiono ora qui ed ora là, ma sempre in gruppi molto numerosi, di alcune decine. Ci sono però delle zone dove gli assalti e le imboscate sono più frequenti. Forse sono nei punti in cui i percorsi che fanno per andare da una base all’altra incrociano una strada di comunicazione. Il posto più pericoloso è tra Mulei e Munchiba, a due terzi della strada da Quelimane a Mocuba. La frequenza delle imboscate e il numero dei morti ormai ha scoraggiato chiunque a mettersi sulla strada da solo. L’unica forma possibile di spostamento per via terrestre è la colonna militare: una lunga fila di camion e di vetture, scortate da decine di soldati armati di fucili a ripetizione, di bazooka e di mitragliatrici.
Quasi tutti i giorni ce n’è una da Mocuba a Quelimane, i due centri principali della Zambesia. È abbastanza raro che una colonna sia attaccata, forse una o due su dieci, ma quando accade, il numero dei feriti e dei morti è alto e parecchi mezzi di trasporto sono bruciati o resi inutilizzabili e rimangono lungo la strada, con le loro carcasse annerite, a fare da monito ai viaggiatori e a testimoniare quanto triste sia la condizione del paese vittima di una guerra civile.
Vicino a Mocuba le nuvole sono più fitte e dense e da parecchie di loro si vedono scendere strisce di pioggia che il vento curva leggermente.
Ecco là in fondo la pista dell’aeroporto in terra battuta. Siamo fortunati che non piove. L’atterraggio è dolce, ma lo stomaco mi si è scombussolato lo stesso: forse sono stati gli scossoni di qualche turbolenza nella discesa tra le nuvole. L’aereo ritorna rullando verso la piccola costruzione a metà del campo dove c’è un gruppetto di persone.
Si fermano le eliche e si aprono i portelli. Che strana impressione fa mettere i piedi a terra: le orecchie piene di rumore e gli occhi pieni di movimento si trovano per un momento spaesati per l’improvviso silenzio e per la sensazione di stare fermi, dell’essere passati in un attimo dalla velocità e dalla libertà del volo alla sottomissione alla legge del peso e dell’immobilità, come per una istantanea metamorfosi da uccello ad albero.
Gli unici passeggeri che si accostano all’aereo sono il dottore con la moglie e la bambina, che vanno per tre settimane a Maputo. C’è poi, anche qui, la piccola folla di persone che passano il giorno all’aeroporto in attesa di un’occasione che non sanno se e quando apparirà: capita con una certa frequenza che gli aerei scendano a Mocuba per scaricare qualcuno in volo verso l’Alto Molocué, Nampula o Guruè. Qui è ancora più demoralizzante che a Quelimane, perché si vive solo sul "si dice". L’aeroporto non ha radio e chi combina i voli sta a Quelimane.
Bisogna avere molta pazienza e perseveranza per farsi trovare già pronti sul posto, con la valigia ai piedi: l’aereo non aspetta: scende, scarica e riparte.
Questi aspiranti viaggiatori mi fanno venire in mente gli antichi che si appostavano sulle alture per scrutare il cielo in attesa che apparisse qualche stormo di uccelli per trarne gli auspici.
Il dottore è contento di vedermi: tutto è andato secondo i programmi. Mi presenta la sua giovane moglie, avvolta in un bellissimo sahri, e la bambina di due anni che ancora non avevo conosciuto. Sono arrivate dall’India pochi mesi fa e non c’eravamo ancora incontrati.
Mentre caricano i bagagli mi spiega, in poche parole, i casi gravi presenti in ospedale. Una settimana fa sono arrivati una decina di feriti caduti in un’imboscata pochi chilometri a nord di Mocuba, ma sono ormai tutti fuori pericolo, tranne due.
Aspetto ai margini della pista che l’aereo si alzi. L’incaricato della CIS mi chiede se voglio un passaggio fino in città: ci sono più di due chilometri da fare. Accetto molto grato.
"Dove vuole che la porti?" mi chiede. "Alla casa delle suore, per favore, che sono le più vicine all’ospedale".
È cominciato a piovere, ma la gente lungo la strada non ci fa caso: continua a camminare e a conversare come se niente fosse. Fuori dal finestrino vedo passare i luoghi a me così cari e familiari. Non sono cambiati né i dintorni, né Mocuba, ad eccezione del raccordo con la nuova strada proprio all’uscita dell’aeroporto, l’aspetto un po’ più sgretolato di certe case e il numero un po’ più abbondante di buche nella strada. Erano passati dieci anni e tre settimane dal mio primo arrivo a Mocuba. Proprio una bella occasione questa per celebrare un anniversario importante!
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4. Una sala lunga e stretta
L’accoglienza delle suore è molto cordiale e fraterna, come sempre. Ci conosciamo da molti anni e formiamo come una sola famiglia. Sono quattro: Rosa, mozambicana, che per turno è adesso superiora, Maria e Paquita, spagnole, e Adelaide, portoghese. Suor Paquita è infermiera anestesista ed è l’unica che lavora in ospedale.
Mi offrono il caffè col dolce che avevano preparato in attesa del mio arrivo. Dopo le informazioni su come stanno le loro consorelle di Quelimane, il discorso scivola rapidamente sull’argomento che cattura subito tutte le conversazioni: la guerra.
Ognuno riferisce le ultime notizie di attacchi, mine, morti, feriti. La radio e i giornali solo raramente parlano di questi argomenti, per cui il quadro della situazione viene aggiornato con quello che s’è saputo attraverso gli sporadici viaggiatori. Naturalmente le notizie, passando di bocca in bocca, si deformano e molto spesso si ampliano. A volte arrivano talmente travisate, che non c’è quasi più nulla di vero. Tali notizie sono chiamate col nome sonoro di "boatos". Quando si sente un fatto un po’ inverosimile o eccessivamente truculento, tutta la gente dice: "Dev’essere un boato".
Il fenomeno è abbastanza diffuso ed è comprensibile, se si pensa come certe notizie circolino solo per trasmissione orale e confidenziale.
Il governo s’è reso conto del potenziale pericolo che ciò può rappresentare per la "sicurezza" e ha emanato una legge che punisce i "boateiros" con la pena da due a otto anni di carcere.
Si fanno presto le quattro e mezza e devo lasciare le suore per passare a salutare il direttore dell’ospedale (un "tecnico di medicina" sui quarant’anni) e l’infermiere capo.
Mi accolgono soddisfatti per il mio arrivo, perché non c’è da sostituire solo il chirurgo, ma anche il dottore che normalmente segue i reparti di medicina e di pediatria. Questi è un medico militare e starà assente ancora per un mese abbondante. Ne aveva parzialmente assunto le funzioni una "tecnica di medicina", ma è stata operata d’urgenza di appendicite acuta due settimane fa. La ferita è suppurata per cui è ancora ricoverata e ne avrà per qualche settimana prima di poter tornare al lavoro.
Ci sarebbe il direttore, che pure lui è tecnico di medicina, ma il suo apporto si limita a una supervisione molto sommaria. La conclusione è che il reparto di medicina e pediatria è nelle mani di un "agente" di medicina, la cui preparazione consiste in un corso di due anni a partire dalla sesta classe.
Anche il numero d’infermieri è scarso. La direzione provinciale ne ha collocati cinque nuovi, ma nessuno di loro è ancora riuscito ad arrivare a Mocuba. Se venissero con una colonna militare, il pericolo sarebbe abbastanza elevato; il treno non funziona più da alcuni mesi, da quando cioè i guerriglieri hanno asportato un buon tratto di rotaie.
Dei due autisti di ambulanze n’è rimasto uno solo, e questi è in ferie. Lo sostituisce durante le ore di servizio il capo gruppo della medicina preventiva...
La situazione non è certo entusiasmante. La guerra ci stringe da tutti i lati e si deve andare avanti come si può. Ho l’impressione che questa sia solo la prima pennellata di un quadro ben più vasto che andrà prendendo forma sotto i miei occhi nei prossimi giorni.
Alle diciotto nella parrocchia c’è un’ora di adorazione per invocare la pace. La si fa tutte le settimane, e quasi in ogni missione si sta diffondendo questa preghiera. Nelle cappelle del campo si recita il rosario e si legge la parola di Dio. Vi partecipo anch’io insieme con i padri e le suore. C’è un certo numero di cristiani, circa un centinaio. Dopo anni di guerra, durante i quali ci siamo affondati in essa come in sabbie mobili, si sta facendo sempre più chiara la convinzione che solo un cambiamento dei cuori può salvarci. E questo lo può fare solo il Signore. La speranza dei cristiani si concentra in lui e la preghiera insistente ne vuole essere la dimostrazione.
Si leggono due testi, uno dell’Antico e uno del Nuovo Testamento. Li commenta suor Rosa: pregare per la pace sarebbe un’illusione, se non c’impegnassimo a creare la pace intorno a noi, attraverso la pratica della benevolenza, dell’aiuto reciproco, dell’interessamento e della solidarietà. Questa nostra buona volontà sarà la forza della nostra preghiera.
Quando usciamo di chiesa, sta piovigginando ed è già buio fondo. Siamo nel mezzo della stagione delle piogge e l’umore del cielo è estremamente variabile e imbronciato. Vado a casa assieme ai padri, portando il sacco e la borsa, pensando a come sistemarmi nella solita stanza che abito, quando vengo a Mocuba.
Mentre scendo dalla jeep, sbuca dall’oscurità l’inserviente della maternità, arrivata contemporaneamente a noi. "Signor dottore, l’ostetrica la manda a chiamare. C’è una donna con dilatazione bloccata a cinque centimetri fin da stamane, ma il fuoco fetale è buono".
Non entro neppure in casa. Padre Paolo mi cede la guida e parto con l’inserviente. La strada di terra è tutta sconnessa, attraversata da solchi enormi. Procediamo molto adagio, sobbalzando come su un mare in tempesta. Arriviamo all’incrocio ad angolo retto della strada della missione con quella principale. La strada è in salita e percorsa da profondi solchi trasversali. Cerco di fare un giro largo per prendere i solchi di tre quarti e infilare quello che sembra l’alveo di un fiume dal fondo piatto. Nel superare l’ultimo salto il Mitsubishi si ferma, il motore gira, ma le ruote no, eppure la marcia è innestata; penso che possa essere la leva del passaggio dalla trazione a due ruote a quella a quattro che è uscita di posto. C’è buio pesto e io ho lasciato la torcia elettrica nel sacco. Cerco con la mano nel buio: sento una leva ma non è quella.
Mentre cerco affannato nell’oscurità, comincia all’improvviso una pioggia torrenziale. L’acqua viene con una violenza inaudita: sembra di essere sotto una cascata. In pochi secondi quello che mi pareva l’alveo di un fiume diviene per davvero un fiume impetuoso. L’acqua arriva fino alla metà delle ruote. Finalmente con la mano trovo la leva giusta e la rimetto a posto. Sollevo la frizione e sento che il motore fa presa sulle ruote, ma non c’è niente da fare. Ci siamo piantati fin quasi al mozzo. Ci vuole pazienza: aspetteremo che la pioggia diminuisca un po’, per poter tornare a casa e chiedere aiuto ai padri.
Frattanto restiamo fermi, in silenzio, ad ascoltare il fracasso dell’acqua sul tetto della jeep e a guardare il fiume minaccioso che scende contro di noi lungo la strada ripida. Per fortuna il motore continua ad andare e i fari fanno un po’ di luce.
Dopo circa venti minuti l’intensità della pioggia diminuisce un po’ e decidiamo di tornare a piedi verso la missione che è solo a poche centinaia di metri, ma la strada è buia e piena di ruscelli e pozze. Saltellando ed entrando nell’acqua fino alla caviglia, riparandoci alla meglio con un ombrello in due, torniamo a casa. Ho le scarpe piene di fango e i calzoni bagnati fino a metà gamba, ma non vale la pena cambiarsi.
I padri sono a tavola, e ne approfitto per mangiare un boccone. L’inserviente invece dice che ha già mangiato e non vuole sedersi. Fra’ Oreste si offre di accompagnarci e aspettarci fino alla fine. Usciamo un’altra volta a sfidare i fulmini e la tempesta, ma ormai la pioggia ha perso tutta la sua forza.
Arrivo alla maternità e trovo l’ostetrica impegnata con due donne che stanno partorendo contemporaneamente in due letti vicini. La sala parto è lunga e stretta e ci sono tre letti uno accanto all’altro, separati da una tenda di tela cerata. Dei tre neon, uno su ogni letto, funziona solo quello più lontano, di modo che l’ostetrica lavora quasi al buio, a causa delle tende. Non ci sono lenzuoli, e per non imbrattare di sangue e meconio il materasso rivestito di plastica, le due partorienti stanno dando alla luce sulla padella.
Sono padelle di acciaio inossidabile, destinate solo a quest’uso; ma anche se pulite e lucenti sono pur sempre padelle.
L’inserviente si mette subito all’opera per aiutare i due parti contemporanei, e al tempo stesso mi porta i guanti, lo stetoscopio e il disinfettante, perché io possa osservare la terza paziente.
È una giovane di vent’anni, magrina, con il bacino molto stretto. Faccio l’esplorazione ginecologica e sento che la testa del feto è molto alta e non riesce ad impegnarsi nello stretto superiore, che stenta a dilatarsi. Con la punta delle dita tocco il promontorio del sacro molto bene: i diametri sono piccoli: è meglio non perdere tempo e fare subito il parto cesareo.
L’ostetrica ha finito di sistemare il secondo neonato e viene a vedere. Le chiedo come mai ha aspettato la notte per chiamarmi, se la paziente fin dalla mattina era con cinque centimetri di dilatazione.
"Pensavo che ce la facesse" mi risponde con gli occhi bassi, ma poi mi rabbonisco, quando mi dice che da tre giorni non va a casa, perché le altre ostetriche non si sono presentate al lavoro. Una ha il figlio malato e l’altra ha fatto due giorni ininterrotti di servizio e ora intende recuperarli con un po’ di riposo supplementare.
Non piove più tanto forte, ma andare a chiamare il personale in casa di notte e sotto l’acqua non è cosa piacevole.
Mi sento un po’ impacciato in queste circostanze, rese più problematiche dal fatto che è il primo giorno che mi trovo a Mocuba e non conosco bene quale sia la tradizione dell’ospedale in questi casi. Per fortuna c’è fuori con la jeep fra Oreste. Gli chiedo se può andare a chiamare suor Paquita, anestesista: lei, poi, quando verrà, saprà togliermi dall’imbarazzo.
Difatti, appena arriva, organizza tutto con facilità. Dà il suo ombrello e la torcia elettrica all’inserviente, perché vada a chiamare Juliana, la strumentista di servizio. La sua casa è in un viottolo in discesa e la jeep non può passare. Quanto al sangue non c’è problema, anche se l’analista vive troppo fuori mano per raggiungerlo in una notte di pioggia: le chiavi del laboratorio sono nel pronto soccorso e la suora farà la determinazione del gruppo sanguigno e vedrà se nel laboratorio c’è un flacone di sangue compatibile.
Dato che la partoriente può star seduta e può camminare un po’, la facciamo salire sulla jeep e andiamo insieme nel blocco operatorio che è in costruzione dall’altra parte dell’ospedale, a centocinquanta metri.
In meno di dieci minuti tutti i problemi che mi parevano così complicati sono risolti, e, mentre mi cambio per entrare in sala operatoria, mi sento molto grato verso suor Paquita.
Dato che fra’ Oreste deve restare ad aspettarci e che da tempo desidera vedere un’operazione, ci sembra che la miglior cosa sia invitarlo ad entrare nella sala.
Si cambia e mette berretto e maschera, ma nonostante scelga la maschera più grande, la sua barba di cappuccino spunta lo stesso fuori da tutti i lati.
Nel laboratorio c’è un flacone di sangue, e anche la strumentista arriva quasi subito.
Tutte le cose si stanno sistemando.
Cosa c’è di più bello nel vedere che tutto si aggiusta senza difficoltà proprio quando sembra che tutto vada storto?
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5. Un ospedale... ma che desolazione
La mattina dopo arrivo all’ospedale ben riposato (alle dieci e mezza eravamo già tutti a casa), e con la gradevole disposizione interiore di chi si appresta a cominciare un nuovo compito che prevede sia più leggero di quello che ha lasciato e che non dovrebbe presentare difficoltà speciali. In più, l’ospedale di Mocuba lo conosco bene e sono in amicizia con tutto il personale.
Avevo pensato di dedicare la mattinata a prendere visione della situazione generale dei malati.
Comincio con la chirurgia uomini. Sono ventisei letti distribuiti in due stanzette di quattro ciascuno, e il resto in una grande camerata. Vi si accede dalla veranda, che funziona da corridoio.
In maggioranza sono feriti di guerra, fratture esposte che stentano a guarire. Basta che resti un frammento di osso devascolarizzato, anche piccolo, dentro la ferita, che questa non guarisce più: il pus continua a uscire anche per anni.
L’esperienza quotidiana mi ha dimostrato che è necessario avere un atteggiamento molto aggressivo, facendo e ripetendo le revisioni chirurgiche finché non esce l’ultimo frammento osseo. Molte volte sembra che non sia rimasto nulla, ma il pus non smette. Allora bisogna ripetere l’intervento, senza perdere tempo.
Quando l’ultimo pezzetto di osso è uscito, il pus cessa subito. La ferita si deterge, granuleggia e si può cominciare a pensare come fare a chiuderla: se ci vorrà un trapianto di pelle, un lembo di rotazione o se semplicemente converrà lasciarla cicatrizzare da sola.
È invece sorprendente come i frammenti di proiettili o di schegge da granata sono ben tollerati. È praticamente impossibile toglierli tutti, perché un certo numero entra profondamente nei muscoli e, dato che non provocano nessuna reazione, diventano introvabili.
Comincio a far l’inventario dei feriti con pus. Chiedo all’infermiere che mi accompagna un foglio per la lista. Me ne porge uno grande come un biglietto da visita, di carta "cachi". È l’unico tipo di carta che si trova: è di quella che i droghieri di una volta usavano per incartare due etti di salame o un mezzo chilo di riso. Dato che ce n’è molto poca a disposizione, bisogna risparmiare, e quindi l’unità di uso comune è più piccola di un calendarietto tascabile.
Le quattro cartelle cliniche della prima stanza sono scritte a matita. Sarà una coincidenza, penso tra me, ma poi vedo che tutte sono scritte così. Chiedo spiegazioni all’infermiere, e mi dice che è più di un anno che non arrivano biro a Mocuba.
La morsa della guerra si ripercuote davvero in tutte le direzioni.
Proseguendo la visita, mi capita di dover spremere i contorni di una ferita e, dopo aver finito, mi dirigo al lavabo della stanza, ma l’infermiere mi dice: "La tubatura è rotta".
- "E perché non l’aggiustano?".
- "Perché non ci sono tubi".
- "E allora dove ci si può lavare la mani?".
- "Nella sala della piccola chirurgia". Vado là e chiedo il sapone.
- "Non c’è sapone in ospedale per lavare la mani. Quel po’ che c’è rimasto è stato riservato solo per lavare la biancheria, ma può usare un po’ di cetrimida, il disinfettante per le ferite, che fa schiuma".
Torno alla corsia e finisco di vedere i malati della chirurgia uomini.
Poi passo al padiglione della medicina e pediatria. L’ambiente è molto più opprimente. Sono camerate di otto letti a cui si accede da un buio corridoio interno. Tutte le lampadine e i neon del corridoio sono bruciati, e in commercio non ce ne sono più. L’unica fonte di luce è un negatoscopio per vedere le radiografie, situato sopra la scrivania dell’infermiere, in una rientranza del corridoio, ma in questo momento è spento, lo si accende solo di notte, perché la lampada duri un po’ di più. Per evitare tentazioni il caporeparto ha svitato la lampadina.
Mi mostra come si accende, sollevando il vetro di protezione con le mani, e stranamente vedo che ci sono alcuni flaconi di medicine. "Le ho nascoste qui - mi spiega - perché se rimangono fuori le rubano...".
Le cose spariscono. È una piaga che si estende in tutto il paese. È una conseguenza diretta della guerra: in commercio non si trova quasi nulla. Quel po’ che arriva non basta mai per tutti, per cui si sono sviluppati due sistemi illegali ma efficienti per riuscire ad avere l’indispensabile.
Il primo sistema, il più semplice e il più umile, è quello di portare via di nascosto ciò che si trova nell’ambiente di lavoro. Non molto e non sempre, per non dare nell’occhio. Per esempio: non c’è sapone, ma in ospedale un po’ ce n’è (anzi ce n’era), basta portarne a casa metà di quello che si trova incustodito sul lavandino.
Di zucchero non ce n’è da mesi e mesi, ma un po’, in cucina, nei reparti, ce n’è, per fare il latte o il tè ai malati. Basta mettere qualche cucchiaiata in una tazzina che sta in tasca, e nessuno se ne accorge. Ma in una settimana se ne vanno chili!
Vestiti e biancheria non si trovano, ma ogni tanto un lenzuolo rimane incustodito e in un batter d’occhio sparisce.
Lo stesso si dica per gli asciugamani, i bicchieri, le posate.
Una categoria a parte sono le medicine. Di queste ce n’è un’estrema penuria. Specialmente gli antibiotici sono molto rari ed è difficile riceverne la prescrizione perché si trovano quasi solo negli ospedali o nei centri maggiori.
Alla periferia non arriva quasi niente.
Poche pastiglie di antibiotici o un flacone della magica penicillina possono essere venduti a carissimo prezzo.
Nessuno ormai vuole denaro per vendere qualcosa. Tutti vogliono "cose", al punto che anche le organizzazioni ufficiali del governo, come il "commercio interno", usano questo sistema apertamente.
Le cose che si chiedono sono roba da mangiare e roba per vestire: una camicia, un pezzo di stoffa, mezzo sacco di riso, cinque uova, una gallina, un casco di banane, qualche chilo di fagioli o di mandioca.
Il secondo sistema per ottenere le cose è la borsa nera, che qui ha il nome di "candonga". C’è quella a livello di commercianti, che vendono di nascosto a prezzi favolosi cose quasi introvabili, come latte in polvere, scarpe, olio, pezzi di ricambio per auto, registratori, pile a secco, orologi, sale, zucchero, ecc.
E poi c’è quella a livello di popolo, che fa la "candonga" spicciola per poter tirare avanti con la famiglia, specialmente nelle città.
I prezzi crescono ogni giorno e ci vogliono soldi per poter pagare l’affitto e comprare quei generi che si vendono nelle cooperative. Una parte della merce da borsa nera viene venduta per avere soldi, perché lo stipendio non è sufficiente, e una parte serve per scambio, per ottenere soprattutto cose da mangiare e da vestire.
Il popolo fa la "candonga" con un pezzo di sapone, una tazza di sale, una lattina di latte in polvere, un po’ di zucchero, un capo di vestiario.
Per esempio, un circuito di "candonga" può essere il seguente: uno viene dalla campagna in città con due galline e comincia ad andare alle case dei cooperanti stranieri per scambiarle con una camicia o un paio di calzoni. Una volta che ha la camicia ritorna in campagna dove vale molto di più di due galline. La può vendere a un prezzo molto alto, oppure la può scambiare, per esempio, con mezzo sacco di riso o di granoturco, oppure va in giro qua e là finché trova chi gli dà in cambio una mezza barra di sapone o addirittura una tazza di sale.
Alcuni scambiano cinque o sei volte prima di arrivare alla merce di cui hanno bisogno.
Ormai questo sistema sta entrando nel tessuto della vita di tutti i giorni.
Tempo fa un malato di malnutrizione vendette una galletta di rinforzo dell’alimentazione per dieci meticais, e con quelli andò al mercato a comprarsi un po’ di tabacco.
Altre volte lo scambio è utilizzato per poter ovviare a difficoltà, altrimenti insuperabili, per l’ospedale.
Da molti mesi non c’è più un lenzuolo nell’ospedale: un po’ alla volta si sono rotti, e il resto è stato rubato.
È impressionante vedere questi letti con un materasso tutto strappato, sudicio e col malato sdraiato sopra, vestito solo con un paio di calzoni corti o una blusa e un panno in vita.
Così le suore hanno avuto un’idea. Dalla Spagna avevano ricevuto alcune casse di scarpe per i poveri e i malati, ma, dato che la grande maggioranza va scalza, e non ha nessun problema, pensarono che le scarpe si potevano offrire al "commercio interno", che le avrebbe poi potute vendere e avrebbe potuto cedere in cambio il valore corrispondente in pezze di stoffa disegnate, appena arrivate da Quelimane con la colonna militare.
Presentarono l’idea alla direzione dell’ospedale e questa all’amministrazione del distretto, la massima autorità del governo locale. Tutti ne furono ben contenti e in due o tre giorni le scarpe furono valutate e "trasformate" in stoffa. Il sarto dell’ospedale la tagliò e la cucì e, per risparmiare al massimo, fece le lenzuola della misura esatta della superficie del materasso, attaccando delle fettucce di stoffa per poterle legare negli angoli e nei bordi alla rete del letto.
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6. Una alimentazione... micidiale
Le due stanze vicine all’entrata del padiglione sono adibite a pediatria. Alcuni letti sono di quelli grandi e il resto sono piccoli, con le sbarre mobili.
Fra gli uni e gli altri sono una decina per ogni stanza, ma i bambini sono un po’ di più, perché alcuni letti ne ospitano due o tre.
Il primo colpo d’occhio mi basta per farmi un’idea della situazione. Quasi tutti hanno lo stesso aspetto: edemi della faccia e delle gambe; capelli scoloriti, finissimi e fragili; pelle lucida, sottile, distrofica, con tendenza a macchie e ulcerazioni superficiali; aspetto triste e disinteressato; assenza quasi totale di vivacità e di movimento.
È il tipico quadro del kwashiorkor, o malnutrizione proteica.
Anche la seconda stanza è uguale. Ciò significa che oltre l’ottanta per cento della patologia per la quale si ricovera in ospedale è dovuta alla mancanza di proteine nell’alimentazione.
Cerco di sapere un po’ di più dalle mamme e dai familiari che li assistono: la base dell’alimentazione è la polenta di mandioca, l’unico prodotto reperibile ora nei dintorni di Mocuba. Perfino in ospedale la dieta è costituita, quando c’è da mangiare, da mandioca.
La mandioca è un tubero dalle dimensioni medie fra i trenta e cinquanta centimetri di lunghezza e sui dieci centimetri di diametro, costituito da una polpa bianca, dura, rivestita da una scorza grossa dall’aspetto di una corteccia.
Cresce dappertutto con estrema facilità e non ha bisogno di alcuna cura speciale.
La parte esterna della pianta si presenta come un alberello dal fusto diritto, flessibile, grosso come un pollice, che, a circa un metro da terra, si divide in alcuni rami, anch’essi rettilinei, muniti di larghe foglie digitate.
Quando si sterra il tubero, si tagliano il fusto e i rami in pezzi di venti-trenta centimetri e li si ripiantano nel terreno mosso. Da lì a sei mesi un altro tubero sarà cresciuto, e così via.
Le foglie servono per fare un intingolo usato come contorno per la polenta.
La mandioca la si può mangiare così com’è, senza scorza, a pezzetti, oppure la si cuoce alla brace, nell’acqua o fritta come le patate.
L’uso fondamentale però è quello di farla seccare e poi pestarla nel mortaio fino a trasformarla in farina, per preparare la polenta. Il gusto della mandioca è veramente buono e può sostituire con una certa dignità il pane.
Anche noi europei la usiamo molto, bollita, al posto del pane - sempre più difficile da trovare - oppure fritta.
Questa pianta così ricca di qualità, ha purtroppo un grande limite: fornisce molti amidi e pochissime proteine.
Formidabile alimento in una dieta variata, diventa la principale responsabile, seppure indirettamente, dell’apparire del kwashiorkor, quando costituisce più del novanta per cento e oltre di ciò che i bambini riescono a mangiare.
Le mamme mi rivelano un altro dato importante: questi bambini sono figli di rifugiati, fuggiti dalle zone di guerriglia intensa.
Arrivano a Mocuba dopo una lunga storia di fughe e di vessazioni. Le popolazioni delle aree di guerra si vedono costrette a fornire alimentazione (granoturco, fagioli, mandioca, galline, capretti, ecc.) sia ai soldati che ai guerriglieri e, purtroppo, anche a gruppi di veri e propri predoni che saccheggiano, rubano, incendiano, mimetizzandosi e confondendosi nella anarchia e nella violenza della guerra.
La gente, all’inizio, sopporta, dormendo di notte fuori dalle capanne, fuggendo al primo segno di armati in arrivo, portandosi dietro i bambini, cercando di nascondere una parte del raccolto, ma non tutto, perché se quelli non trovano niente, la violenza è capace di esplodere con forme di crudeltà indicibili, compiendo veri e propri massacri di intere famiglie e incendiando tutto.
Dopo poche settimane di questa vita i bambini sopravvissuti sono ridotti in condizioni da far pietà e, alla fine, i genitori decidono di fuggire per andare un po’ più al sicuro vicino alla città.
Vengono ospitati da qualche parente o conterraneo, oppure nei campi allestiti dal governo, aumentando così le bocche che la terra di Mocuba deve sfamare.
Nessuno di loro, però, si mette a mangiare il pane a ufo.
Vanno nei campi a lavorare con chi li ospita, anzi cercano di trovare un pezzetto di terra libera coltivabile, ma non sempre è stagione per seminare.
Solo la mandioca si presta a essere piantata durante quasi tutto l’anno...
Oltre ai bambini col kwashiorkor ce n’è qualcuno col marasma.
È una forma di malnutrizione globale (e non solo di proteine come nel kwashiorkor), in parole più semplici è la malnutrizione "per fame". Sono bambini che sembrano scheletri, vestiti di pelle. Non sono immobili, tristi, piagnucolosi e inappetenti come gli altri: mantengono un certo grado di attenzione e di interesse per l’ambiente, e soprattutto sono dotati di un eccellente appetito...
La cura di questi piccoli consiste fondamentalmente nel fornire un’alimentazione adeguata. La base di tale alimentazione è una miscela di latte, olio e zucchero: proprio tre cose che da molto tempo non sono più reperibili in commercio.
Il governo non ha la capacità di fornirne a sufficienza, per cui la grande maggioranza di questi malnutriti sarebbe destinata a morire se non esistessero canali alternativi ancora ben funzionanti. Ci sono aiuti internazionali, di governi e di organizzazioni umanitarie, che mandano continuamente del materiale.
Fra tutte emerge, nella nostra provincia della Zambesia, la Caritas che ci fornisce da anni forti quantità di latte in polvere, olio, zucchero, fiocchi d’avena, gallette, senza contare medicinali, vestiti, sementi e aiuti d’altro tipo per stimolare l’iniziativa locale.
Grazie quindi a questi aiuti, l’ospedale di Mocuba può preparare la dieta necessaria per il recupero di questi bambini.
Non si deve però pensare che basti fornire proteine e calorie: una percentuale discreta muore lo stesso, perché lo stato di defedazione (grave deperimento) in cui molti giungono è già irreversibile.
Un altro aspetto da considerare è la sproporzione fra la possibilità di assistenza e recupero e la vastità del problema.
Da una parte ci sono, in ospedale, venti letti e la possibilità di assistere ambulatoriamente un centinaio di bambini che vengono da casa a ricevere, settimanalmente, la loro razione di latte in polvere, dopo essere stati dimessi; dall’altra c’è una guerra che è vasta come tutto il paese, con immense aree senza alcuna possibilità di assistenza e comunicazione.
Nelle zone da dove è possibile arrivare all’ospedale vi è una situazione di penuria tale, che, quando i bambini, ormai recuperati, ritornano a casa, vanno incontro ad una probabilità molto alta di ridiventare malnutriti.
E allora, che fare?
Una logica fredda e disincantata suggerirebbe che sono energie sprecate, che potrebbero essere dirette per altre finalità più redditizie, ma chi vede arrivare questi piccoli, al collo della loro mamma, più nudi che vestiti e con un corteo di altri due o tre fratellini al limite della malnutrizione dimentica di colpo ogni logica e si dà da fare perché tutto quel poco che si può fare sia fatto.
E Dio aiuta gli audaci!
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7. Medicina e prevenzione
Le altre stanze del reparto sono destinate alla medicina: otto letti per uomini e otto per donne; alla chirurgia: sedici letti per donne; ai tubercolosi: tre stanzette di tre letti ciascuno.
I casi di medicina non sono particolarmente tipici, all’infuori di alcuni pazienti con ascite.
È questo un quadro patologico diffuso nella regione: la causa più frequente è l’ipertensione portale, conseguente a una fibrosi del fegato, provocata dalla bilharziosi.
L’agente di questa malattia è un verme noto col nome di bilharzia (dal dott. Von Bilharz che lo scoprì), ma oggi si preferisce il nome più scientifico di schistosoma.
Penso che valga la pena soffermarsi brevemente sulla storia di questa malattia, perché apre una finestra sui problemi sanitari tipici dei paesi tropicali.
Lo schistosoma è un verme che, dopo essere entrato nell’organismo, si fissa nei plessi venosi del retto o della vescica (a seconda che si tratti, rispettivamente, della specie Mansoni o Hematobium). Ha una vita eccezionalmente longeva: fino a trent’anni e più.
Produce una quantità considerevole di uova, grandi un terzo di un millimetro, che hanno la capacità di farsi strada attraverso la parete dei vasi e nei tessuti, tappezzando così la mucosa rettale e vescicale.
Dai plessi venosi del retto una quantità considerevole di uova è portata dal flusso sanguigno al fegato; qui la circolazione si divide in capillari finissimi, dove le uova relativamente grandi restano impigliate. Un po’ alla volta se ne fermano centinaia di migliaia. Attorno ad esse si forma una reazione infiammatoria che dà origine ad una piccola area di tessuto fibroso cicatriziale. Il fegato, un po’ alla volta, diventa cirrotico e appare l’ascite.
Molte uova invece finiscono nelle feci e nelle urine, provocando, nell’uscire dalla mucosa, una microemorragia.
A questo punto comincia la loro avventura nel mondo esterno, che mostra molto chiaramente quali sono i problemi sanitari di queste zone.
La gente che vive nei campi passa tutto il giorno all’aria aperta. Nella capanna ci si va, in pratica, solo per dormire.
Con tanta terra e tanto cielo attorno (e con tanta erba alta e tanti alberi) a nessuno è mai venuto in mente di costruire un gabinetto per soddisfare le proprie necessità corporali. Così vengono espulse anche le uova di schistosoma e quelle di tanti altri parassiti intestinali.
Le acque piovane un po’ alla volta trasportano le uova verso ruscelli, torrenti, fiumi, pozzanghere, paludi, pantani, ecc. dove si aprono ed escono larve che, per sopravvivere, hanno bisogno di entrare nel corpo delle chioccioline che vivono lungo le acque ferme o a lento scorrimento.
In questi molluschi vanno incontro ad una mutazione, ed escono di nuovo nell’acqua.
Questa volta, per vivere, hanno bisogno di entrare nell’uomo; passano così attraverso la pelle.
La gente è spesso a contatto con l’acqua: i bambini vi giocano e fanno il bagno; le donne l’attingono con secchi e recipienti per portarla a casa, oppure per lavare i vestiti; gli uomini per lavarsi, per bere, per pescare o semplicemente per passare dall’altra parte nei loro frequenti spostamenti a piedi.
Praticamente tutta la popolazione è esposta a infettarsi con lo schistosoma e, soprattutto, a infettarsi ripetutamente, tutte le volte che si bagna in acque inquinate.
Esistono medicine efficaci e, negli ultimi anni, ne sono state scoperte di poco tossiche, ma dopo che un paziente è stato curato e guarito, la probabilità che torni ad infettarsi entro poche settimane è altissima.
Non è possibile rompere la catena curando i malati, finché la popolazione continuerà a fare le proprie necessità all’aria aperta.
Bisogna insegnare e diffondere l’uso della latrina a secco. Consiste in una fossa larga circa un metro e profonda due. La si copre con tronchi, lasciando un’apertura non molto grande, tappata con un coperchio. Attorno vi si costruiscono quattro pareti di canne e fango e un tetto di erba secca. La costruzione è semplice e alla portata di ogni famiglia, ma ciò che è difficile è introdurne l’uso tra la gente. È un nuovo comportamento, radicalmente diverso dal precedente e che, tra l’altro, solleva nuovi problemi di etica, di convenienza e rispetto sociale.
Per esempio: come potrà un anziano usare la stessa latrina di un bambino, o un uomo quella delle donne?
Il governo negli anni passati ha spinto molto perché ogni famiglia costruisse la sua, e dato che il regime è fortemente autoritario, ha riportato buoni successi, ma quanto ad ottenerne l’uso, ha dovuto piegarsi davanti alle leggi del comportamento umano.
Alle volte, invece, gli altri programmi della medicina preventiva, come per esempio la campagna permanente di vaccinazione, devono arrendersi, o per lo meno rallentare di fronte non al comportamento umano, ma alle difficoltà proprie dei paesi del terzo mondo, la cui caratteristica fondamentale è la povertà e la dispersione della popolazione in un territorio immenso. Consideriamo che quasi tutti i vaccini devono essere mantenuti ad una temperatura che non superi gli otto gradi centigradi.
Bisogna quindi montare, per prima cosa, una "catena del freddo". Ossia è necessario distribuire un frigorifero in ogni stazione di sosta dei vaccini: in pratica in ogni centro sanitario sparso nel territorio.
Lo stato deve acquistarne un numero molto alto, e qui cominciano già la prime difficoltà, data la scarsità di valuta. Ciò vale ora in modo speciale per il Mozambico, che si trova in una situazione di guerra civile da parecchi anni, ma con l’aiuto di organizzazioni umanitarie, ciò è ancora possibile.
Una volta collocati i frigoriferi, bisogna provvedere alla loro manutenzione.
Non c’è elettricità nelle zone rurali, ed è necessario petrolio. Il consumo è di una latta (cioè venti litri) alla settimana.
A questo punto le cose si complicano, perché c’è grande scarsità di petrolio, come di ogni altro tipo di combustibile. Tutto è razionato, e perfino i voli di linea interni spesse volte sono cancellati perché la benzina è finita.
Supposto che per un certo periodo ci sia disponibilità di petrolio, bisogna trasportarlo regolarmente ad ogni centro sanitario.
In questo punto le difficoltà del Mozambico sono specialissime, più che in ogni altro paese, perché la guerriglia è estesa praticamente a tutto il territorio, e le strade sono in gran parte chiuse al traffico.
Alcuni anni fa, quando si poteva ancora viaggiare normalmente, sorse un altro problema che paralizzò in molti posti la campagna: la mancanza delle retine per il bruciatore a petrolio, senza le quali i frigoriferi non funzionano.
Per quanto possa sembrare incredibile, per anni non è stato possibile al ministero far arrivare le retine alla periferia del paese.
Quando l’agente sanitario preleva i vaccini dal frigorifero per metterli nel contenitore termico e andare nel posto dove la popolazione è stata avvisata per concentrarsi, le dosi non usate devono essere buttate via perché dopo poche ore, nel contenitore, con l’aprire e chiudere necessario durante la somministrazione, la temperatura sarà già molto più elevata di otto gradi.
Prima che il gruppo dei vaccinatori esca dal centro sanitario periferico è stato necessario un lavoro capillare per avvisare le mamme di una certa area, perché si riuniscano tutte con i loro bambini.
Data la mancanza di mezzi di comunicazione, vige ancora il sistema del passare la voce e di riunire la gente per una specie di comizio in cui si danno gli avvisi. Chi non può venire è informato dai vicini.
Bisogna vivere qua per avere un’idea di come le notizie circolino in un baleno.
Bisognerebbe scrivere un libro per raccontare la vita di questi oscuri eroi sanitari che vivono in capo al mondo, in condizioni di vita molto povere, che devono fare percorsi di ore in bicicletta e a piedi sotto il sole e sotto la pioggia, e questo per mesi e anni.
Sono decine di migliaia in tutti i paesi tropicali, che col loro silenzioso lavoro contribuiscono a diminuire drasticamente il numero di bambini che muoiono prima dei cinque anni.
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8. In sala operatoria
Presa visione della situazione dei malati degenti in ospedale, mi riunisco con l’équipe della sala operatoria.
È costituita da due strumentisti: donna Juliana, vicino ai sessanta, e André, sui trentacinque, brillante e dinamico. Un terzo, Brito, un po’ più giovane, è in ferie.
Gli anestesisti sono suor Paquita e due infermieri: il signor Fortes di 65 anni, già pensionato, ma che continua a venire a lavorare perché dal ministero non arriva mai l’avviso che può andare in pensione. È già quasi un anno e mezzo che è passata la data, e nonostante sollecitazioni e invio di documenti, da Maputo non viene risposta.
La seconda infermiera è Ermelinda detta Minda, ancora molto giovane.
Il mio collega indiano operava il lunedì, mercoledì e venerdì, e negli altri giorni visitava i reparti e seguiva i casi di piccola chirurgia: gessi, ascessi, ferite, medicazioni complicate in malati ambulatoriali, ecc.
Di per sé gli strumentisti e anestesisti trattano da soli la grande maggioranza; il chirurgo risolve solo i casi selezionati da loro.
Ci accordiamo per mantenere lo stesso ritmo, anche perché, con la medicina e la pediatria non mi resta molto tempo per operare, ma cominciano subito le difficoltà.
André fa presente che stiamo finendo la garza per le compresse operatorie e suor Paquita mi avvisa che le fleboclisi rimaste potranno ancora permettere soltanto quindici giorni di operazione; quanto all’ossigeno c’è un’unica bombola a metà, quella in uso.
Dei farmaci usati per la premedicazione degli operandi l’atropina è finita, e il Valium è scaduto da due anni.
Per l’anestesia locale c’è solo lidocaina, che dà un’analgesia di un’ora e mezza. Di Ketalar iniettabile, usato per l’anestesia senza ossigeno, ne è rimasto solo un flacone.
Dei due lampadari, uno non funziona perché tutte le lampadine sono bruciate. I due elettrocoagulatori sono rotti, ma un tecnico della ditta che sta costruendo la nuova fabbrica tessile di Mocuba ha promesso che verrà a cercare di aggiustarlo.
Infine, il condizionatore d’aria della sala operatoria principale non funziona perché la spina della corrente s’è rotta e non se ne vende più da nessuna parte. Neppure la ditta edile ne ha, perché la fase di costruzione è arretrata e non sono ancora arrivati a montare gli impianti elettrici.
Cerchiamo insieme di vedere come fare per superare queste difficoltà. Nessuno, tuttavia, si mostra particolarmente demoralizzato, perché questa è la situazione abituale in cui si lavora. E neppure io mi meraviglio, perché anche a Quelimane ci sono gli stessi problemi.
Per la garza e le fleboclisi decidiamo di chiedere un aiuto immediato al magazzino della sanità militare, che dipende dal ministero della difesa. In questa situazione di guerra è l’unico che disponga di un minimo di stanziamenti.
Di solito i militari forniscono quello che hanno, anche perché chi opera e cura i feriti fino al limite della convalescenza siamo noi dell’ospedale civile.
Per l’atropina, Valium, Ketalar e anestetici di lunga durata scriverò a Quelimane perché me ne mandino una parte di quelli che gli amici che mi sostengono dall’Italia mi inviano regolarmente, per permettermi di continuare a lavorare.
Quanto alle lampadine ne ho alcune di riserva a Quelimane e scriverò per averne.
Due anni fa il ministero mandò dei lampadari mobili per la sala operatoria, provenienti dall’Ungheria. Facevano una luce eccezionale, ma le lampadine duravano solo tre o quattro mesi. Ben presto i lampadari diventarono inutilizzabili perché non avevano ricambi e in Mozambico non se ne trovano. Così ne mandai un campione in Italia, ma nessuno ne aveva di quel tipo, finché a forza di correre qua e là mia sorella trovò un artigiano che faceva lampade di qualsiasi forma, purché ne avesse un modello. Ne feci fare cinquanta, ma quest’anno mi sono visto costretto ad ordinarne altre cento.
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9. La difficoltà dei rifornimenti
Siamo tutti d’accordo che dobbiamo sollecitare un invio di medicinali, garze, fili di sutura, fleboclisi dalla farmacia provinciale.
Con le difficoltà dei trasporti e il rischio delle colonne, non arrivano più rifornimenti a Mocuba dall’agosto dell’anno scorso (1986). L’ultima volta il camion fu attaccato in un’imboscata, l’autista ucciso e il carico rubato.
Tuttavia s’è sparsa la notizia che si sta organizzando una colonna di molti camion e jeep per i prossimi giorni. Sarà scortata da alcune centinaia di soldati e da due autoblinda munite di mitragliatrice antiaerea.
Queste armi pesanti sono molto temute dai guerriglieri perché hanno una gittata molto lunga e, usate rasoterra, sono capaci di segare in due gli alberi di piccolo fusto dei boschi che fiancheggiano la strada.
Già da tempo era stato deciso di mandare l’ambulanza per i rifornimenti con la prima colonna che partiva, e quindi ora, con il direttore dell’ospedale, prepariamo la lista delle cose indispensabili.
Quando parte una colonna, specialmente se è passato molto tempo dall’ultima, due o tre settimane, la città si anima.
Già due o tre giorni prima si comincia la fila dei mezzi di trasporto, lungo la strada principale.
In parte sono camion di Mocuba: bestioni enormi, da otto-dieci e più tonnellate. Appartengono alle imprese che lavorano nei dintorni e alle ripartizioni dello stato: agricoltura, commercio interno, imprese statali del cotone e del legname.
Un’altra parte proviene dal nord: da Guruè o da Molocué. Sono arrivati a Mocuba giorni prima, pure in colonna.
Qualcuno è già passato attraverso imboscate e si possono vedere i fori dei proiettili lungo le fiancate e alcuni vetri dei finestrini con un foro da cui si irraggiano una serie di crepe.
Chi crea un vero clima di animazione è la gente che vuole a tutti i costi andare a Quelimane.
Le colonne sono l’unica occasione per spostarsi tra Mocuba e Quelimane, se si eccettua l’aereo, che però trasporta solo pochissimi passeggeri.
La gente comune, che non viaggia mandata dalla sua ditta e che non ha l’accesso alle strutture che possono concedere un passaggio aereo, ha solo questo modo per spostarsi.
Gli aspiranti passeggeri si accampano nelle immediate vicinanze dei camion, all’ombra di qualche albero o all’ombra stessa dei mezzi di trasporto.
Ognuno porta con sé i bagagli, che sono formati da sacchi, cartoni legati da pezzi di spago tutti differenti tra loro, sporte, cesti e fagotti, contenenti quasi esclusivamente generi alimentari.
Data la scarsità di cibo, specialmente in città, ognuno si preoccupa di rifornirsi come può nelle zone rurali, ricorrendo, se necessario, alla "candonga". In città, a Quelimane, tutti hanno familiari: figli che studiano o parenti che lavorano o genitori rimasti soli, per cui la solidarietà familiare esige che si porti ciò che si può per aiutarli.
I passeggeri della colonna viaggiano alla meglio. I camion per lo più sono carichi, e ricoperti da un tendone cerato, legato fortemente da grosse corde.
La gente ci monta sopra, aggrappandosi ai tiranti e sistemando i bagagli nei punti dove il carico fa qualche piccola conca. Alcuni si siedono perfino sul tetto della cabina.
I più fortunati, in genere familiari degli autisti, trovano posto in cabina. Altri, invece, montano dietro una jeep di qualche ripartizione pubblica che va a Quelimane senza tanto carico.
Ma chi comanda e dirige tutto sono i soldati che presidiano la colonna. C’è un comandante, che decide l’ordine di marcia e che distribuisce a ciascun mezzo di trasporto soldati con diverso armamento. Ad un certo punto della colonna ci vanno i bazooka, ad un altro i mitragliatori, poi i soldati col semplice fucile. Altri portano le munizioni e così via.
Per cui dappertutto, civili e militari, viaggiano insieme.
Quando è l’ora di partire, c’è l’assalto per riuscire a montare per primi sulla sommità dei camion. Ci sono pure ragazzi della famiglia che appaiono solo per dare una mano e fare più in fretta.
A volte nascono risse che i soldati calmano subito con sistemi sbrigativi.
Da quando è stata introdotta la legge della fustigazione, che prevede l’applicazione delle pene corporali per molti reati, s’è diffuso in un baleno, in tutto il paese, l’uso di far stendere le persone per terra e dare un numero a volontà di bastonate sul sedere.
Così, ogni tanto i soldati prendono un gruppetto di persone un po’ troppo vivaci, le mettono per terra, le battono e poi le fanno alzare e salire sui camion.
Se le bastonate non facessero male, ci sarebbe quasi da ridere per questo originale biglietto di viaggio...
La partenza definitiva della colonna è decisa in base alle informazioni che si riescono a raccogliere sulla sicurezza lungo il percorso.
A volte capita che gruppi di guerriglieri siano stati segnalati nelle vicinanze della strada, e che abbiano attaccato un centro abitato. In tal caso il viaggio è rimandato di qualche giorno.
Ci sono luoghi ormai classici dove i guerriglieri preferiscono attaccare: tratti di alcuni chilometri in vari punti del percorso.
Quando si giunge in prossimità di tali zone calde, tutti devono scendere e proseguire a piedi, a lato o tra un automezzo e l’altro.
Al primo sparo, tutta la gente si butta per terra o fugge tra l’erba alta ai lati della strada, alcuni si rifugiano sotto i mezzi di trasporto, mentre gli autisti si fermano e si buttano fuori.
A volte i guerriglieri sono messi a tacere e dispersi, e allora dopo un po’ la colonna si ricostituisce e riparte.
A volte invece i guerriglieri hanno la meglio e tutti, soldati compresi, sono posti in fuga. Restano sul posto solo feriti e morti.
I camion sono assaltati, il carico disfatto e portato via a spalle dalla popolazione delle vicinanze, costretta a forza dai ribelli.
Il più delle volte, a questo punto, ci sono atrocità: i feriti sono finiti a colpi di baionetta e spogliati, lasciati nudi in mezzo alla strada. Un camion o l’altro è bruciato e poi tutti se ne vanno.
Lungo la strada non ci abita più nessuno e quindi i corpi restano insepolti, lì dove sono caduti.
I viaggiatori delle colonne riferiscono che sono numerosi i cadaveri che si trovano lungo il percorso, alcuni perfino in mezzo alla strada e non sempre i camion riescono a evitarli...
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10. Un ambiente più sereno
Comincio il mio lavoro ordinario: tre mattine per settimana operazioni, tre mattine visite ai reparti e piccola chirurgia e, se non riesco a finire per mezzogiorno o l’una, continuo dopo pranzo.
Tre pomeriggi sono occupati dalla visite ambulatoriali, mentre martedì e giovedì restano provvisoriamente senza impegni fissi.
In più ci sono le chiamate d’urgenza al pronto soccorso, alla maternità e nei reparti. Alcune di queste si trasformano in operazioni, e quindi bisogna mandare a chiamare il laboratorista, l’anestesista e lo strumentista, e a volte il tecnico di radiologia.
Vedo ben presto che a Mocuba i tempi d’attesa sono più brevi che a Quelimane: la città è molto più piccola e anche le distanze sono più brevi.
A volte capita che arrivi prima in sala operatoria il personale d’urgenza che il malato.
I "riti" preoperatori di radere, collocare il catetere, prelevare un campione di sangue per la richiesta di trasfusione, andare in cerca della barella con le ruote (una sola per tutto l’ospedale), metterci sopra il malato e portarlo in sala operatoria, occupano un tempo che non è facilmente accorciabile.
Anche le dimensioni ridotte dell’ospedale contribuiscono a snellire il lavoro: distanze minori, meno malati, meno personale.
E poi c’è quel non so che, che deriva dall’ambiente campestre: dal silenzio, dagli alberi, dal canto degli uccelli, dall’enorme distesa di boschi che circonda e che la posizione un po’ elevata della città permette di abbracciare a perdita d’occhio, dal tipo di gente che arriva all’ospedale, sia malati che accompagnatori.
Ma per uno solo, come mi trovo io ora, di lavoro ce n’è abbastanza per correre dalla mattina alla sera. Mi rendo conto subito, fin dai primi giorni, che è impossibile visitare tutti i reparti in una mattina.
O meglio, sarebbe possibile, se non ci fossero le interruzioni per andare al pronto soccorso per vedere un malato grave appena arrivato, o alla maternità per dare un parere su un parto difficile, o al laboratorio per chiedere spiegazioni su come hanno fatto una certa analisi che non corrisponde con i dati clinici, o alla piccola chirurgia per vedere una radiografia e decidere cosa fare con qualche fratturato, o ferito di guerra.
Ma, dato che queste interruzioni ci sono, e ce ne sono tutti i giorni, bisogna far slittare una parte del lavoro al pomeriggio.
Ogni tanto però, al pomeriggio appare un’urgenza operatoria, e allora ciò che era rimasto da fare resta per il giorno dopo.
Un altro aspetto che risalta subito dopo i primi giorni è quello dei limiti professionali del personale.
Bisogna supervisionare molte attività, a partire dalla trascrizione dei medicinali e indicazioni terapeutiche, dalle cartelle cliniche al "cardex".
Il "cardex" è un libro a fogli mobili, in cui ogni pagina corrisponde a un paziente, e sul quale gli infermieri scrivono la dose e l’ora in cui devono essere somministrati i farmaci. Accade con una certa frequenza che una medicina non venga annotata per dimenticanza o quando si tratta di collocare una pagina nuova in sostituzione della vecchia già piena. Oppure che un farmaco, sospeso in un dato giorno, venga somministrato lo stesso.
Altre volte i malati sono spostati di letto, mentre il foglio del "cardex" rimane col numero vecchio, di modo che, se in una camerata l’infermiere non chiama per nome i malati, ma segue l’ordine del numero dei letti dà la medicina di uno ad un altro e viceversa.
Non è che questi casi siano molto frequenti, ma basta che durante una visita medica ci si renda conto di ciò che si comincia a dubitare sistematicamente di tutto, e allora bisogna accertarsi di persona di molti dettagli.
Altre volte è necessario controllare che la pressione arteriosa, il polso, la diuresi e perfino la temperatura registrata corrispondano alla realtà.
Per esempio: di termometri ce n’è uno solo per ogni reparto, per cui è impossibile che si riesca a misurare la temperatura a ogni malato. L’infermiera allora sente con la mano, e se è fresco, passa avanti.
Questo non è grave, ma il peggio è quando, per la fretta, lascia il termometro solo mezzo minuto per malato, registrando così temperature inferiori alla realtà.
La cosa più difficile da ottenere è la registrazione esatta della diuresi: i malati col catetere hanno un solo collettore di urina. Ora, chi li vuota è l’inserviente, che fa ciò ad un’ora fissa.
Non tutti malati con il catetere hanno però l’indicazione di registrare la diuresi. L’infermiere, a volte, si dimentica di segnalare all’inserviente chi sono, o quest’ultimo dimentica addirittura di misurarla: fatto sta che è frequente che la diuresi non sia accertabile, e purtroppo di queste cose ne succedono parecchie.
Bisogna però far notare, ad onor del vero, che molte insufficienze non sono solo dovute ai limiti di formazione o di dedizione e interesse per il lavoro.
Le condizioni ambientali rendono spesse volte veramente difficile il servizio.
Per esempio, dalle diciassette alle sette del giorno dopo, ogni reparto ha solo un infermiere e un inserviente di turno.
Dare la terapeutica, preparare i malati che saranno operati il giorno dopo, registrare la temperatura, controllare le fleboclisi in corso, misurare le diuresi, copiare le cartelle cliniche quando mancano i moduli, attendere alle chiamate di chi ha bisogno e così via, e in più, il dover fare tutto questo anche in alcune stanze senza luce elettrica, è veramente un compito impegnativo, e commettere degli sbagli è facile.
Chi fa il medico ed ha la responsabilità ultima della salute dei malati deve prendere atto di questa realtà e delle insufficienze connesse e deve cercare di porvi rimedio.
Ora, tutto questo esige un consumo notevole di energie psichiche, e contribuisce non poco a far giungere a sera piuttosto stanchi o, per lo meno, un po’ più stanchi di quello che si era supposto.
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11. Nella scuola per infermieri
Il martedì e giovedì pomeriggio non ho impegni fissi e quindi mi servono da valvola di sfogo per finire ciò che non sono riuscito a fare al mattino, ma ben presto anche questi due momenti si sono riempiti.
A Mocuba c’è la scuola di infermieri e ostetriche elementari di tutta la provincia della Zambesia.
È un’iniziativa sorta tre o quattro anni fa con la finalità di approfittare del potenziale umano che rimaneva stazionato nei servizi più umili, specialmente nei centri e posti sanitari più periferici. Qui il servizio era portato avanti da un anziano infermiere, che era un po’ il factotum.
Alle sue dipendenze c’era un inserviente che, un po’ alla volta, aveva cominciato a fare iniezioni, cucire ferite, fare medicazioni, a conoscere e distribuire i medicinali.
In molti luoghi c’era pure una cosiddetta matrona, cioè una donna che aiutava le partorienti.
Intorno a loro, qua e là, c’erano anche dei giovani che, finite le prime quattro classi obbligatorie, aiutavano, nel posto sanitario, come volontari.
Era una forma un po’ speranzosa, per riuscire, un giorno, ad essere assunti nella sanità.
Ma per essere infermieri o seguire un altro ramo, come laboratorio, raggi X, farmacia, fisioterapia, medicina preventiva ecc., era necessario avere la sesta classe, mentre questi volontari avevano solo la quarta.
Tuttavia, chi resisteva, dava segni di avere una certa vocazione per un lavoro coi malati.
Alcuni anni fa il ministero autorizzò le province a organizzare, con le proprie forze, dei corsi di qualificazione per persone serie e interessate al lavoro.
Nacquero quattro indirizzi: infermieri elementari, ostetriche elementari, microscopisti e ausiliari di farmacia.
I primi due corsi furono allestiti a Mocuba e gli altri due a Quelimane.
La durata prevista fu di circa un anno e mezzo.
La scuola di Mocuba ha già preparato un’ottantina tra ostetriche e infermieri, in questi primi anni, e sono stati promossi circa due terzi di coloro che avevano iniziato gli studi.
La sede della scuola, con dormitori per chi non ha familiari a Mocuba, è ricavata nelle installazioni della antica Compagnia inglese Sena Sugar, ora controllata dal governo.
Qui si concentravano i lavoratori della Zambesia, contrattati per le piantagioni di canna da zucchero di Luabo, per poi venir trasportati in camion fino alla sede centrale.
Dopo l’indipendenza i metodi sbrigativi e forzati di reclutamento furono abbandonati e queste costruzioni restavano a disposizione del governo locale per uso occasionale.
L’anno scorso, poi, Luabo fu occupata dai guerriglieri, la popolazione catturata e trasportata nelle loro basi e la fabbrica semidistrutta. I tecnici stranieri e i due padri cappuccini della parrocchia furono poi liberati circa un mese dopo, nel Malawi.
L’aula scolastica è stata ricavata nell’antico refettorio: una costruzione con due lati ad angolo, chiusi da un muro e con due lati aperti, con colonnine.
La cucina è sotto una tettoia con molti caminetti a legna.
Nelle costruzioni lì intorno sono ricavati i dormitori e gli uffici della direzione e della segreteria.
Le lezioni sono in gran parte in comune - le materie fondamentali - e complessivamente gli alunni sono, quest’anno, cinquantasei: quarantadue infermieri e quattordici ostetriche.
Il direttore mi porta a vedere le installazioni e non nasconde le difficoltà in cui si dibatte.
Per esempio l’alimentazione: gli interni sono più della metà e dar da mangiare ogni giorno a più di trenta giovani dall’appetito di ferro è, in questo momento, un’impresa terribile.
Fino all’anno scorso, quando è cominciato il blocco ferreo delle strade, gli alunni si facevano arrivare fagioli, granoturco, mandioca, arachidi da casa loro per mezzo di camion o della corriera, ma oggi nessuno viaggia più per le strade se non in colonna. Queste hanno solo tre direzioni: Quelimane, Molocué e Guruè, e si fanno sempre più rare.
E poi la colonna non ferma lungo il percorso. Chi vuol viaggiare o spedire deve recarsi nel punto di partenza.
Mentre visitavo il centro, vedo arrivare alunni con sporte e fagotti: erano foglie di mandioca e di zucca, che erano andati a procurare tra la popolazione per poter preparare il contorno alla polenta di quel giorno.
In pratica, mi dice il direttore, il cibo è costituito quasi solo da polenta di mandioca e foglie.
Non c’è colazione al mattino e a volte si salta pure la cena. Cibi che contengono proteine animali se ne consumano poche volte in un anno.
Un’altra difficoltà, mi spiega, è data dalla mancanza di mezzi didattici fondamentali, come quaderni e libri.
I professori devono dettare gli appunti della lezione o farla riprodurre in più copie e poi distribuirla. Ognuno è autore del proprio libro di testo. Dall’alto viene solo il programma.
Per i quaderni ognuno si arrangia cucendo dei blocchi fatti ritagliando i grandi fogli di carta cachi che la scuola ha potuto comprare.
Per scrivere si usano matite, perché di penne a sfera ne è distribuita solo una a testa all’anno.
In questi mesi la scuola è in grave difficoltà per trovare docenti per le materie di clinica: pediatria, medicina e ostetricia. Io sono l’unico medico presente e tutti gli occhi sono rivolti su di me.
Alla fine ci accordiamo sul seguente programma: io darò le lezioni di ostetricia e preparerò i testi per quelle di pediatria, che saranno date da suor Paquita, incaricata già dell’infermieristica pediatrica.
Sono tre lezioni mie e tre di pediatria per settimana.
Mi sento un po’ venir meno, perché vuol dire che tutti i minuti liberi che mi lascerà il lavoro in ospedale dovrò utilizzarli per scrivere le lezioni.
Ma Dio è grande, penso fra me, e mi aiuterà.
Frattanto è necessario chiarire che la mia permanenza a Mocuba s’è rapidamente trasformata da un periodo previsto di poche settimane ad uno di alcuni mesi. Il mio collega indiano ha lasciato detto ai suoi connazionali di Mocuba che a Maputo avrebbe chiesto tre mesi di ferie più i viaggi. Per cui di tempo per svolgere il programma ce n’è a volontà...
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12. Un’altalena di speranze e timori
Le prime due o tre settimane passano calme. La colonna è andata e tornata sana e salva da Quelimane e sono arrivati un po’ di rifornimenti.
Al suo rientro, alle dieci di notte di una domenica si era diffuso un senso di stupore: possibile, nessun ferito questa volta?
Ma le meraviglie non erano finite: un sabato pomeriggio l’aria tranquilla della cittadina è riempita da una serie di fischi del treno.
Finalmente, dopo mesi che era fermo, è riuscito a fare un altro viaggio.
Nessuno sapeva nulla, perché la linea del telefono era stata abbattuta da tempo, in più punti. La domenica ci fu molta animazione a Mocuba; tutta la gente si augurava che fosse arrivato da mangiare e da vestire.
Di fatto non fu delusa: le botteghe e le cooperative tornarono a vendere per qualche giorno quasi come un tempo.
Tra le altre cose arrivarono medicinali e combustibile. Mi fu possibile comprarne un barile di duecento litri, per poter andare dalla missione all’ospedale con il Land-Rover dei padri senza più problemi.
Nelle botteghe arrivarono centinaia di sacchi vuoti per derrate alimentari. La voce si sparse in un baleno e dai dintorni e da dove si erano sistemati i rifugiati apparve una fila di persone che andava a comprare sacchi per farne vestiti.
Tutti i missionari lo dicono: nel mato, ossia nella foresta, chi riesce a coprirsi lo fa con sacchi e con le scorze degli alberi.
Quindi l’arrivo di tanti sacchi fu una vera benedizione, per coprire la nudità di molte persone che altrimenti non avevano il coraggio di mostrarsi in pubblico.
Ben presto però l’euforia del periodo di calma fu scosso dalla notizia che la resistenza aveva occupato la cittadina di Namacurra a metà strada fra Mocuba e Quelimane.
Ciò voleva dire che le comunicazioni per via terrestre rimanevano interrotte, e con loro i rifornimenti.
A Mocuba, per alcuni giorni, non si parlò d’altro.
Le suore, specialmente, erano molto preoccupate, perché a Namacurra risiedeva una comunità di loro consorelle.
Da Quelimane nessuna notizia: anche gli aerei avevano sospeso i voli per un certo tempo. Le voci che circolavano erano solo notizie trapelate dall’ambiente militare.
Prima si seppe che i guerriglieri si erano ritirati subito, il giorno dopo, e che c’erano stati una cinquantina di morti, poi che la fabbrica della lavorazione delle castagne di cajù era stata danneggiata e infine che la ferrovia era stata interrotta.
La settimana dopo, col primo aereo, arrivò una lettera da Quelimane, che annunciava che le suore erano riuscite a ripararsi durante il primo giorno e a nascondersi in una capanna di cristiani un po’ fuori città. Poi, all’alba s’erano messe in canoa e avevano navigato fino a sera per arrivare a un punto dove il fiume passava sotto il ponte della strada che andava a Quelimane. Lì erano scese ed avevano preso la corriera che fa servizio tra quel ponte e Quelimane, arrivando sane e salve dalle loro consorelle.
Non si è ancora spenta l’eco dei fatti di Namacurra, che gira per Mocuba l’avviso di presentarsi tutti al comizio che sarà tenuto in ogni quartiere della città.
Durante la riunione la popolazione è avvisata che ci sarà il coprifuoco a partire dalle nove di sera. La scuola notturna sarà accorciata di un ora e mezza, per dare tempo agli studenti lavoratori di rientrare a casa per le ventuno. La motivazione del coprifuoco è che ci sono indizi che i guerriglieri si stiano preparando per attaccare Mocuba.
Il morale scende, ma il primo effetto è che nessuno parla più di guerra.
L’argomento è evitato e coperto dal silenzio. È anche questa una maniera per reagire alla paura di un attacco.
Per noi dell’ospedale si pone subito il problema delle chiamate notturne. Non ci sarà pericolo, durante il percorso da casa all’ospedale e viceversa, di ricevere un tiro di fucile da chi pattuglia le strade?
Alla fine si decide che l’inserviente che andrà a chiamare il personale d’urgenza sarà accompagnato da uno dei militari che presidiano l’ospedale. E così pure, dopo aver finito il servizio, si sarà accompagnati dai soldati.
La seconda notte di coprifuoco mi vengono a chiamare dalla maternità alle 20,30, mezz’ora prima dell’inizio: bisogna fare un parto cesareo.
Frattanto, fra andare, vedere, decidere, si sono fatte le nove. Vado in cerca dei soldati con l’inserviente che dovrà andare a chiamare suor Paquita e donna Juliana.
Sono accampati sotto la veranda delle due stanze dove sono ricoverati i militari che, già in buone condizioni, devono solo fare ogni giorno la medicazione delle ferite. Non c’è luce in quella costruzione, ed escono fuori al buio quando io li chiamo.
Sono tre, senza uniforme. Chiedo chi è il capo e si fa avanti uno. Lo illumino con la torcia elettrica: è un ragazzo. Gli chiedo quanti anni ha: diciassette.
Propongo che vadano in due con l’inserviente: uno torna accompagnando suor Paquita che abita più vicino, e l’altro proseguirà fino alla casa della strumentista.
"Il fatto è, signor dottore, che abbiamo solo un fucile in tre, perciò può uscire solo uno alla volta".
Allora decidiamo che vadano prima da chi è più distante e che nel ritorno chiamino chi sta più vicino.
Mentre parliamo, qualcuno viene ad avvisare che donna Juliana è arrivata prima delle nove per dormire in ospedale, perché aveva detto che non si fidava a camminare di notte, anche se accompagnata da uno armato di fucile.
Chi le assicurava che un elemento della pattuglia non avesse potuto sparare loro addosso?
Quando finiamo di operare, fuori sta piovendo. Come si fa?
Andiamo con la Land-Rover.
Il soldato dovrebbe stare indietro per vigilare e farsi vedere, ma si bagnerebbe tutto. Così sale con noi in cabina, provocando abbastanza disagio, per via del fucile carico tra i piedi.
Mi fermo cento metri prima per illuminare con i fari il cancelletto d’entrata: tutta la zona è oscurata per sicurezza, perché intorno abitano i responsabili politici e amministrativi del distretto.
Il soldatino accompagna la suora fino a casa a lato dell’ombrello, e poi corre come il vento per salire di nuovo sulla jeep e tornare all’ospedale.
E io? Se vado a casa accompagnato, il militare, dopo, dovrà farsi quasi un chilometro a piedi sotto l’acqua, senza torcia.
Si pensa che alle vetture non spareranno senza preavviso (anche perché si sa che i guerriglieri non hanno mezzi di trasporto, vivendo e spostandosi sempre tra i boschi), così torno a casa da solo, senza tanta paura, perché, se tutti i soldati di pattuglia sono come questo ragazzo, certamente a nessuno di loro verrà in mente di spararmi addosso.
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13. Stragi e rovine di una guerra fratricida
Durante le tre settimane del coprifuoco fui chiamato un certo numero di volte, cinque o sei, ma in nessun caso né io né il personale ci imbattemmo mai in una pattuglia di vigilanza. La città appariva completamente deserta.
Chi approfittò un po’ della situazione per riposare, furono gli infermieri e gli inservienti del turno di notte del pronto soccorso: per tutti quei giorni i banchi sotto la veranda restarono deserti.
Di giorno, dai dintorni continuavano ad arrivare feriti. Uno solo, credo, fu vittima del coprifuoco: un uomo che alle quattro del mattino stava andando a lavorare nei campi e non si era fermato all’alto là, ricevendo così un colpo d’arma da fuoco ai polmoni. Arrivò già in coma, senza che si potesse fare più nulla.
Al pronto soccorso qualcuno diceva che era sordo...
I feriti che arrivavano con frequenza all’ospedale erano le vittime di mine antiuomo.
Sono poste sotto un sottile strato di terra e ce ne sono di varia potenza. Quelle del tipo più forte normalmente uccidono chi le calpesta. I feriti sono quell’uno o due che seguivano la vittima, dato l’uso tradizionale di procedere sempre in fila indiana.
Le ferite che presentano sono le più varie: qualunque parte del corpo può essere colpita, raggiunta dalle grosse schegge.
Più caratteristico è invece il tipo di lesioni che presenta chi calpesta una mina di media e piccola potenza.
La gamba che ha azionato la mina è più o meno sfracellata: a volte solo il piede, ma più spesso fin sotto il ginocchio. Quasi sempre il piede non esiste più e si vedono due monconi di osso sporgere tra frange di tessuti spappolati. Ciò che colpisce è come questi feriti non muoiano dissanguati, dato il calibro delle arterie che si trovano a quel livello di amputazione traumatica.
Ciò è dovuto al fatto che i vasi rotti per strappamento e maciullati si retraggono con uno spasmo della parete, e ciò facilita l’emostasi spontanea.
I feriti giungono a volte dopo alcuni giorni, portati su barelle fatte di rami d’albero e di una stuoia, oppure ricavate legando due stanghe a una sedia a sdraio di quelle che si vedono spesso sotto le verande delle capanne.
Il moncone è ridotto in uno stato pietoso, sporco di terra, pezzi d’erba, pietrisco, frammenti di stoffa, con tessuti già morti che cominciano ad andare in cancrena.
Raramente questi feriti appaiono anemizzati, nonostante abbiano perso in media almeno un litro di sangue.
Le prime volte non mi preoccupavo di chiedere sangue al laboratorio, ma ben presto imparai che la non-anemia è solo apparente, dovuta alla emoconcentrazione, cioè: supponendo che il ferito avesse, prima dello scoppio, dieci o undici grammi di emoglobina, come è la media qui di una persona in condizioni normali di salute, anche dopo averne perso un litro, il suo sangue resta sempre con lo stesso valore di emoglobina: solo che, invece di cinque litri ne ha quattro. Prima che l’organismo riesca a riportare a cinque i litri circolanti, ci vogliono parecchie ore, soprattutto in questo tipo di feriti, che si trovano lontano da casa e che difficilmente riescono a bere a sufficienza dopo lo scoppio.
Quando arriva all’ospedale, con l’emoglobina poco alterata, ma con la pressione bassa o addirittura in stato di pre-shock, lo si riequilibra con un litro o due di fleboclisi.
Basta questo trattamento perché l’anemia latente si mostri palese in tutta la sua gravità.
Per questo, quando arriva uno di questi feriti al pronto soccorso, subito chiediamo per lo meno un flacone di sangue, mentre lo si prepara per l’operazione.
Il tipo di amputazione che ha dato miglior risultato è quella a livello del ginocchio. Si reseca il femore subito al di sopra dei condili e si ribatte la rotula, opportunamente cruentata e ricoperta della fortissima pelle del ginocchio, contro il moncone del femore.
Usualmente questa amputazione guarisce senza infettare, mentre, quando si tenta di tagliare al terzo superiore della gamba, per preservare il ginocchio con la sua articolazione, spessissimo si hanno infezioni perché i tessuti sono troppo vicini alla zona maciullata e molto spesso i microbi hanno già invisibilmente invaso i muscoli e i tegumenti al livello dove si taglia.
Un altro vantaggio di questo tipo di amputazione è che si presta molto bene per l’applicazione di una protesi poco sofisticata, costruita da artigiani locali, in cui l’appoggio, anziché essere scaricato sulla coscia come nelle protesi moderne, lo è sulla rotula ricoperta della sua pelle, che resiste molto bene al carico.
Ma i feriti più caratteristici di questo tipo di guerra di violenza che affligge il Mozambico sono quelli che sopravvivono ai massacri familiari. Ogni settimana arrivano gruppetti di sopravvissuti con ferite d’arma bianca: baionette e coltellacci usati per tagliare il sottobosco detti "catanas".
Una notte mi vengono a chiamare verso le due per una donna ferita, arrivata da Viriela, una località a dieci chilometri da Mocuba.
L’avevano portata i familiari in barella. Aveva numerose ferite da taglio, colpi di baionetta e di pugnale, una delle quali nell’addome, con fuoriuscita dell’intestino.
Mentre prepariamo per l’operazione, i due uomini che l’avevano accompagnata raccontano cos’era successo.
Verso mezzanotte era giunto un gruppo di armati, circa una ventina, nel luogo dove vivevano quattro famiglie imparentate tra loro.
Si spargono tra le capanne, sfondano le porte e cominciano a vibrare colpi di catana e di baionetta su tutti coloro che trovano.
Nell’oscurità gente che fugge, che grida, che chiama i figli, che cade, che lotta.
Gli uomini e i giovani riescono a scappare quasi tutti, mentre le donne e i bambini, ma soprattutto le mamme col piccolo ancora al petto sono facilmente raggiunte e cadono sotto i colpi.
In pochi minuti si consuma la tragedia. Restano per terra, sparsi nei dintorni, morti e feriti nell’oscurità della notte.
Gli uomini tornano indietro e cominciano a soccorrere i feriti.
La donna arrivata è la prima, mi dicono i due parenti, ma ne devono arrivare ancora molti altri.
Finiamo di operare alle cinque. Nessun altro ancora è arrivato. Decidiamo di andare a dormire un po’ in attesa degli altri, per poter aver forze per continuare.
Alle sette arrivano in tre e poi, durante il giorno, continuano fino al tramonto.
Li portano con l’ambulanza e con la jeep dei soldati, man mano che sono ritrovati.
Finiamo di operare l’ultimo alle 22.30.
In tutto sono otto, mentre i morti sono undici, tutte donne e bambini piccoli.
Le ferite sono le più varie: prevalgono i colpi di catana sulla testa: anche quattro o cinque nella stessa persona. La lama ha fatto dei solchi profondi nelle ossa del cranio, sollevando lembi di osso compatto e mettendo a nudo la spongiosa.
Un caso particolarmente commovente è quello di un bambino di dieci anni, che s’è riparato dai colpi sulla testa proteggendosi con l’avambraccio: la catana, cadendo con forza, gli ha semiamputato la mano destra.
Ormai era irrecuperabile: gliel’ho dovuta tagliare, con una grande stretta al cuore.
Due dei feriti avevano colpi di baionetta penetrati fra le costole, provocando un emopneumotorace, ossia penetrazione di aria nella cassa toracica con scollamento del polmone dalla parete e suo conseguente collasso, con grave difficoltà respiratoria; e oltre a ciò formazione di un versamento abbondante di sangue.
Nonostante la drammaticità del quadro clinico, il trattamento è abbastanza semplice. Si chiude la ferita e si colloca un grosso tubo di gomma e di polietilene in uno spazio intercostale scelto opportunamente secondo il caso e connesso con un vaso di vetro contenente acqua collocata più in basso del malato. Il tubo arriva fin sotto il livello dell’acqua in modo da formare una specie di valvola.
Una bambinetta sugli otto anni aveva una ferita alla base sinistra del torace, da cui usciva un lembo di omento. Aveva molti dolori ed era anemizzata. Decido di esplorare l’addome e trovo due o tre perforazioni nell’intestino e una ferita della milza con feci e sangue in cavità.
Suturo le perforazioni e asporto la milza: una volta che la capsula sia rotta, non la si riesce più a suturare e l’unico rimedio è toglierla.
Le esplorazioni dell’addome furono cinque, su otto feriti, e in tre trovai perforazioni intestinali.
Tranne un ragazzo di diciotto anni, tutti i feriti erano donne e bambini. Di loro uno morì due giorni dopo per complicazioni polmonari.
Come spiegare tali episodi che si moltiplicano in ogni provincia? L’inizio è abbastanza recente: al principio della guerriglia per diversi anni non si era sentito mai raccontare nulla di simile.
Ci sono probabilmente varie situazioni: gruppi di guerriglieri che si abbandonano alla violenza per uccidere e rubare: eccessi dei cosiddetti "majuba", specie di subalterni dei guerriglieri, scelti tra la popolazione delle zone sotto il loro controllo, incaricati di procacciare alimentazione prelevandola, non importa con che maniera, dalla popolazione, oppure di eseguire ordini, come portare messaggi, fare la sentinella nei punti strategici, catturare e portare alle basi qualunque persona sospetta, ecc.
La gente attribuisce soprattutto ai majuba queste stragi e questi orrori.
Sono elementi violenti, senza formazione politica o ideologica, che l’uso di un fucile, potere senza legge e senza controllo, corrompe progressivamente fino alla depravazione più spinta.
Un’altra componente sono bande vere e proprie di predoni che si coprono col nome di guerriglieri per saccheggiare, violentare donne, uccidere e incendiare.
Ogni tanto qualcuno di questi gruppi è catturato dai soldati ed è presentato alla gente per un cosiddetto giudizio popolare.
Poi ci sono le vendette private. Vendette dettate da un odio quasi incomprensibile per la sua crudeltà, che al tempo dei portoghesi, e all’inizio dell’indipendenza, il potere civile e politico riusciva a contenere, ma che ora, con la maggior parte del territorio fuori dal controllo della legge, si sta scatenando in tutta la sua violenza.
Per ultimo, senza prove concrete, però, c’è una voce che gira con una certa insistenza e da parecchio tempo tra la gente, e che riferisco per completare il quadro e anche per rendere un po’ il clima di sospetto, di insicurezza e di paura in cui si vive: sembra che alcune di queste azioni siano realizzate da gruppi speciali dell’esercito, specie di commandos che, facendosi passare per guerriglieri, gettano discredito su di loro, provocando l’esecrazione della gente e la condanna dell’opinione pubblica internazionale.
Qualunque sia la verità sull’identità del gruppo che pratica tali azioni una cosa è certa: oltre alla morte e al dolore getta sempre di più nella paura e nel terrore la gente sparsa nelle immense aree rurali e che vive senza nessuna difesa, in balia di un nemico dal volto sconosciuto.
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14. Un raggio di speranza
Non tutto però è sempre, grazie alla bontà di Dio, sotto il segno del dolore e dell’inefficienza.
Questo mio viaggio a Mocuba è stato rallegrato da un grande e promettente segno di speranza. Come tutte le cose belle, anche questa la provvidenza l’inviò all’improvviso.
In una tarda mattinata, mentre preparavo il programma degli interventi per il giorno dopo, entrano nel blocco operatorio tre visitatori, due uomini e una donna, accompagnati dal direttore e dall’infermiere capo.
Me li presentano: sono tre dirigenti dell’organizzazione "Medici senza frontiere", arrivati da Parigi per visitare l’ospedale di Mocuba, proposto loro dal ministero, per darvi assistenza.
Mi unisco alla comitiva per mostrare la realtà senza veli di come è e funziona l’ospedale. Alla fine c’è una piccola riunione attorno a un tavolo. E in pratica i tre comunicano che accettano la proposta del ministero e che da lì a poche settimane arriverà una dottoressa e un’infermiera.
Detto fatto: dopo sei settimane sbarcano dall’aereo da turismo dell’organizzazione la dott. Benedicte e l’infermiera Ginette. Sono entrambe sui trent’anni, nubili e dai modi semplici e simpatici.
Dato che l’ambulanza è a Quelimane, collaboro con il Land-Rover per trasportare le loro cose dall’aeroporto a casa.
Hanno pure la radio per collegarsi quotidianamente con il loro rappresentante a Maputo. Questi a sua volta è in contatto con Parigi.
A giorni dovrà arrivare anche un tecnico di manutenzione e costruzioni per raccogliere tutti i dati per ordinare il materiale necessario nell’Africa del Sud. È, difatti, loro intenzione finire il padiglione rimasto a metà per mancanza di cemento, e sistemare la canalizzazione dell’acqua, le fosse settiche, l’installazione elettrica, sostituire le reti antizanzare alle finestre (tutte rotte), dipingere i muri, i letti e le suppellettili, fornire lenzuoli e pigiami, provvedere a completare l’attrezzatura.
La cosa è troppo bella per sembrare vera. La speranza arde, ma nell’intimo del cuore rimane il dubbio ormai diventato metodico, dopo tanti anni di promesse e di delusioni.
Frattanto la prima certezza è che a Mocuba non sono più l’unico medico. C’è ora la dottoressa Benedicte, che può prendersi cura della medicina e della pediatria, alleggerendomi sensibilmente il peso del lavoro e della responsabilità.
Un’altra coincidenza mi fa ringraziare l’efficienza della provvidenza.
Proprio lo stesso giorno del loro arrivo mi comincia una febbre influenzale che alla sera mi costringe a letto. La dottoressa mostra la sua buona volontà di lavorare, cominciando immediatamente l’indomani mattina la visita alla medicina e alla pediatria.
Ciò mi fa sentire più tranquillo, ma solo in parte, perché la maternità e la chirurgia restano sotto la mia responsabilità e se arriveranno urgenze da operare dovrò alzarmi.
Il mattino dopo, alle sette e mezzo suor Paquita viene a sentire come sto e mi riferisce che c’è un problema nella maternità. In poche parole mi dice che c’è una donna con tutti i sintomi di una rottura uterina. Se lei dice che è rottura d’utero, le credo sulla parola: in undici anni a Mocuba ne avrà viste alcune centinaia.
Decidiamo che lei organizzerà tutto, e che io andrò all’ospedale dopo un’ora, in modo da arrivare e cominciare immediatamente.
In un’ora e mezza è tutto fatto, ma alla fine bisogna che mi butti su un letto per recuperare un po’. La febbre non è alta, ma il malessere fisico dell’influenza rende penoso respirare stando in piedi.
Il giorno dopo alle cinque e mezzo del mattino un inserviente mi viene a chiamare per un malato che sta male. Per fortuna non era nulla di grave e me ne ritorno a letto.
Un po’ più tardi suor Paquita viene per avere mie notizie e per farmi una relazione dei problemi esistenti, raccolti passando dalla maternità, dal pronto soccorso e dai reparti. So che di lei mi posso fidare e che non avverranno cose gravi senza che me ne accorga.
E difatti mi annuncia che c’è nella maternità una partoriente con il feto bloccato allo stretto superiore e già con segni di sofferenza. La madre ha meno di quindici anni ed è alta un metro e quarantacinque. Quindi è senz’altro un parto cesareo, concludo io.
Stesso accordo del giorno prima. Dopo un’ora arrivo all’ospedale, dove tutto è pronto.
Il cesareo è un’operazione abbastanza rapida e già sogno di ritornarmene a letto, quando vengono ad informarmi che nella sala sono arrivati due feriti: uno con una gamba sfracellata da una mina e un altro con un foro in un’anca.
Mi faccio coraggio e cominciamo con l’amputazione.
Il secondo ferito sembra una cosa da nulla e già sto per affidarlo allo strumentista, quando, esaminando lo stato generale, scopro che ha segni di peritonite.
La pallottola deve aver provocato una perforazione intestinale. Mentre lo preparano e gli danno l’anestesia, mi stendo sul letto: questa operazione sarà un po’ lunga.
Difatti, aperto l’addome scopro un’altra perforazione dell’intestino tenue. Fra una cosa e l’altra l’intervento si protrae per altre due ore. Finiamo dopo l’una.
Sono sfinito e torno a casa. Ma non riesco a riposare e a rilassarmi. Mi ha invaso un sentimento doloroso che mi ferisce nel profondo del mio io. È un’esperienza di schiavitù, di sentirmi leso nel fondo della mia dignità di persona, che deve avere il diritto di essere ammalata e di essere rispettata mentre si trova in questo stato. Non conta che nessuno mi obblighi a lavorare con la febbre, all’infuori della solidarietà verso chi è in pericolo di vita.
Ormai la questione s’è trasferita per me su un piano universale: mi sento identificato con tutti gli schiavi che hanno vissuto e vivono sulla terra, con i prigionieri politici offesi nell’intimo della loro dignità, e con tutti i poveri e i miserabili che devono andare a cercare cibo per quel giorno, anche se malati e sfiniti.
Sento su di me e in me un peso grande come la storia e amaro di tutta l’amarezza che l’ingiustizia sa assumere quando tocca nel nostro io.
Resto a letto, ma con un sentimento di ansietà che non riesco a dominare: non so se nel prossimo minuto potrò riposarmi o dovrò alzarmi di nuovo.
Dopo l’ora di cena, la febbre va su. Sento bussare alla porta e suor Paquita mi dice che è arrivata la colonna da Quelimane, attaccata a sessanta chilometri da Mocuba la mattina alle dieci.
Ci sono per ora nel pronto soccorso cinque feriti. Lei li ha già visitati e di questi uno ha una pallottola che ha distrutto un testicolo, è entrata sotto il pube e non c’è foro di uscita. Il ferito riesce ad urinare, anche se perde molto sangue e ha l’addome duro come il legno. Gli altri quattro sono feriti agli arti.
Questa volta proprio non ce la faccio. Le dico che autorizzo donna Juliana a operare il ferito dell’addome. Le spiego che per la vescica basta mettere un catetere e suturare il foro di uscita: sicuramente l’uretra è intera, altrimenti non sarebbe riuscito a urinare spontaneamente.
Per l’intestino, che faccia tutto come abbiamo fatto insieme di mattina.
Ha trent’anni di esperienza e penso che ce la possa fare bene. Anche André, che l’aiuterà, è molto capace.
Se ci fossero difficoltà gravi posso riuscire ad arrivare fin là e dare un consiglio.
Quanto agli altri quattro, ne sono state operate già tante centinaia di feriti simili, che non c’è bisogno di spiegazioni.
Suor Paquita non torna più a dire nulla. Vuol dire che ci sono riusciti.
Viene da me il giorno dopo, domenica, verso le nove: tutti bene. Ha già fatto il giro degli operati e dell’ospedale e non ci sono problemi. Sembra che possa essere una domenica tranquilla.
Martedì ritorno a lavorare: mi sento già meglio, ma, purtroppo, arrivo per assistere alla morte del ferito all’addome operato da me: embolia polmonare complicata da una crisi di asma (di cui era sofferente da anni).
Quello operato dai due strumentisti, invece, sta molto bene. Ne sono doppiamente contento: sia per il malato che per gli operatori. È una grande soddisfazione per tutta l’équipe, e faccio loro le mie congratulazioni.
Dopo tre giorni gli avvenimenti favorevoli continuano: questa volta per l’arrivo del tecnico di chirurgia Cesario. Questa è una figura nuova di paramedico in Mozambico.
È stata decisa e programmata per poter dare un’assistenza chirurgica agli ospedali periferici, poiché di chirurghi, in Mozambico, siamo molto pochi.
Gli ospedali con possibilità di operare sono una ventina in tutto il paese, ma potrebbero essere almeno il doppio se ci fosse personale qualificato. S’è pensato così ad un personale paramedico che avesse come base un’esperienza clinica, cioè che avesse passato almeno due anni in un centro sanitario visitando e curando malati.
A partire da lì viene data una formazione specifica di due anni di corso teorico e pratico in chirurgia, ortopedia e maternità, completata da un terzo anno di pratica, sotto la responsabilità diretta di un chirurgo.
Dovrebbe essere in grado di fare le operazioni più comuni e risolvere le urgenze chirurgiche più frequenti.
Cesario è il primo tecnico di chirurgia del Mozambico che ha finito il corso e viene a passare con me l’anno di pratica.
Lo conosco bene perché ho avuto un compito di supervisione nei primi due anni di formazione.
Quindi il suo arrivo mi rallegra per più di un motivo...
Ora con la dottoressa Benedicte e con Cesario, tecnico di chirurgia, posso sentirmi più tranquillo e sollevato. Negli stessi giorni ritorna il dottor Cossa, medico militare, rimasto assente alcuni mesi.
Ora posso ammalarmi tranquillamente, dico scherzando.
Detto fatto: il giorno dopo l’arrivo di Cesario mi viene ancora la febbre. Questa volta è malaria. Ma ora è tutto differente: posso usufruire del diritto fondamentale dell’uomo di essere ammalato.
Anche questa volta appaiono urgenze in serie, ma il tecnico di chirurgia non batte ciglio e le risolve tutte senza difficoltà.
Poiché ho cominciato a raccontare cose belle, continuo con altri avvenimenti che, pur non essendo per nulla piacevoli in sé, hanno tuttavia presentato aspetti gratificanti.
Una delle urgenze fatte da Cesario fu quella di operare sei feriti e in più una partoriente con taglio cesareo portati da Namarroi dal padre Manuel e da fratel Giuseppe. Quest’ultimo è infermiere e con lui ho vissuto insieme i primi quattro anni di Mozambico.
Namarroi è una missione isolata e da due anni il territorio tra quel distretto e Mocuba è percorso dai guerriglieri, che lo rendono estremamente pericoloso.
Era quindi due anni che non venivano verso sud e che non ci vedevamo.
I feriti erano donne e bambini scampati - ma in che condizioni! - ad uno dei tanti massacri familiari di cui ho parlato già sopra. Presentano tutti tagli profondi di catanas, nella testa o nel collo, nelle braccia, mani e torace.
Penso che si siano salvati perché creduti morti.
La donna invece l’avevano caricata passando a salutare i padri e le suore di Mugeba, situata sul cammino.
A Mugeba c’è un centro sanitario dove lavora suor Cecilia, da quasi trent’anni in Mozambico.
Anche lei ogni dieci-quindici giorni viene a Mocuba con qualche ferito da arma bianca, scampato a un eccidio.
Loro arrivavano e suor Cecilia stava uscendo con la partoriente.
Anche se la causa del viaggio era molto triste, la permanenza di padre Manuel e di fratel Giuseppe ci fece molto piacere.
Chi vive in un paese in pace, con facili comunicazioni, forse stenta a capire la gioia che la visita di amici cari provoca in chi si trova praticamente circondato, senza possibilità di avere notizie degli altri e senza poter fare sapere nulla di sé.
Rimasero tre settimane per poter riportare a Namarroi i feriti, perché altrimenti sarebbero rimasti a Mocuba per mesi e forse anche più di un anno, prima di poter ritornare a casa.
Ma le visite di amici non erano destinate a esaurirsi.
Negli stessi giorni arrivò anche padre Giovanni da Nauela, una missione a duecentocinquanta chilometri a nord. Lo accompagnava in aereo suor Agostinha, infermiera della stessa congregazione delle suore di Mocuba.
Il motivo del viaggio fu un attacco gravissimo di malaria: da sette giorni la febbre oscillava attorno ai quaranta gradi senza mai abbassarsi.
Aveva già fatto clorochina intramuscolare e comochina orale, più una sola fiala di chinino: l’ultima rimasta.
Quando arrivò, io ero a letto con la febbre e lo prese in cura la dottoressa Benedicte.
Per delicatezza venne a combinare con me la terapia: chinino endovenoso diluito in fleboclisi di destrosio ogni otto ore.
Pur con questo trattamento la febbre resistette sempre altissima ancora sette giorni.
Solo dopo la quindicesima dose cominciò a diminuire: in tutto ne fece venti.
La contentezza delle suore nel rivedere la loro consorella fu grande, ma mescolata con una grandissima apprensione.
Due ore dopo la partenza da Nauela della suora e del padre, i guerriglieri avevano attaccato quella zona, occupando il centro amministrativo, danneggiando il posto sanitario di Mugema, dove lavorava suor Agostinha, rubando tutto e rovinando il resto.
Avevano saputo tutto ciò stando a Molocué nel capoluogo del distretto, in quei due giorni di attesa dell’aereo da Quelimane.
Padre Giuseppe, che li aveva accompagnati, non poteva ritornare a Nauela perché la strada era occupata.
Delle due suore e dei due padri non si aveva nessuna notizia.
Per fortuna a Molocué c’è un’impresa delle strade, che ha pure una sede a Mocuba e con la quale si collega via radio due volte al giorno.
Quasi tutti i giorni una suora andava alla radio per chiedere se c’erano notizie.
Dopo circa dieci giorni l’operatore comunicò che padre Giuseppe aveva tentato di ritornare a Nauela con la jeep, passando per strade secondarie. Poi, nessuna notizia. Dopo altri quindici giorni arrivò a Molocué un cristiano a cui i missionari avevano affidato un messaggio da trasmettere via radio: il padre era arrivato bene e aveva trovato padri e suore sani e salvi, ma ormai tutta la zona era circondata e non potevano più uscire da lì.
Per ultimo ricevemmo pure la visita di padre Giambattista, cappuccino.
Lo vidi arrivare io la mattina presto, mentre uscivo per andare all’ospedale.
Lui, che usa sempre il saio francescano, stava pedalando con molta energia, nonostante i sessantacinque anni, vestito del pigiama e di un giaccone.
Era fuggito dalla missione di Lugela, a circa sessanta chilometri, quando i guerriglieri avevano attaccato l’amministrazione.
Da lì si erano diffusi in un baleno in tutto il distretto. Il padre si trovava fuori sede, di ritorno da un lungo giro per le comunità della zona. Poco mancò che si imbattesse nei guerriglieri mentre stavano marciando verso Lugela.
Nascose la moto e proseguì a piedi, arrivando di notte alla casa di un catechista che stava sul dorso opposto della valle dove sorge Lugela.
Alle quattro del mattino seguente uscì passando attraverso i monti per arrivare alla missione e assistette da lontano all’assalto di Lugela e all’incendio di molte case.
Dalla missione fuggì in fretta, a piedi, senza portare nulla. Per la strada un cristiano gli prestò la bicicletta con la quale lo vidi arrivare. Di notte aveva dormito per strada e all’alba era ripartito arrivando quando faceva ancora fresco.
Ringraziammo tutti il Signore per averlo fatto arrivare sano e salvo.
Ormai il mio viaggio a Mocuba volgeva al termine.
Le poche settimane s’erano allungate fino a diventare quattro mesi. Del mio collega nessuno sapeva dare notizie.
Finché un giorno ci arrivò l’avviso che era arrivato a Quelimane e che aspettava un posto libero su un aereo.
Ma non era solo: aveva con sé moglie e due figli, più qualche quintale di bagagli: quasi esclusivamente generi alimentari.
Dato che tardava, con Cesario continuammo il nostro programma.
Dopo una settimana ci restavano ancora quattro operazioni di ginecologia per finire di curare i malati che avevamo selezionato.
Non volevamo lasciare nulla in sospeso, alla nostra partenza.
Così nelle ultime settimane, non sapendo quanto tempo ancora saremmo restati a Mocuba, cercammo di operare al massimo delle possibilità: tutti i casi che apparivano volevamo operarli la settimana in corso.
Le quattro laparotomie erano per mercoledì mattina.
Martedì sera alle diciannove mi portano un biglietto con il testo di un messaggio radio proveniente dalla direzione provinciale della sanità: "Dott. Manshinh arriverà domani con aereo noleggiato. Il dott. Marchesini dovrà star pronto per rientrare a Quelimane con lo stesso mezzo".
Restai alzato fino a mezzanotte per mettere tutto in ordine. Poi, mentre stavo per andare a letto, arriva l’ultima chiamata dall’ospedale per vedere una malata grave.
Il giorno dopo alle sette eravamo già col bisturi in mano.
Alle nove e mezzo io avevo finito le mie due laparotomie, mentre Cesario finiva le sue, ma lui sarebbe restato ancora alcuni giorni.
Feci a tempo a vestirmi, fare il giro dell’ospedale e salutare tutti. Mentre stringevo l’ultima mano, il cielo si riempì del rumore di un aereo che arrivava. Caricai i bagagli sul Land Rover e suor Paquita mi portò all’aeroporto.
Il mio collega appariva in forma. Le vacanze gli avevano fatto bene. Gli diedi alcune notizie sui malati; i particolari glieli avrebbe trasmessi il tecnico Cesario.
Mezz’ora dopo, l’aereo decollava dalla pista di Mocuba.
Il mio viaggio era finito. Mi sentivo contento per questi quattro mesi.
Ero pieno di riconoscenza verso suor Paquita, donna Juliana, André, Cesario, la dottoressa Benedicte e tutti gli altri e, in modo speciale, verso la comunità dei padri cappuccini e delle suore così affabili e ospitali.
Ma molto di più ero riconoscente verso il buon Dio che, come sempre, anche in questo viaggio a Mocuba, mi aveva donato molto più di quanto io avessi potuto dare agli altri.

FINE

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( modificato in data 22-4-2013)
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