Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Giovedí  23-11-2017   ore  23:21    Buona Notte   IP 54.80.146.251
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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IL POVERO DIAVOLO

C’era una volta un povero diavolo.
Per quanto fosse un povero diavolo, da un certo tempo gli era venuta la voglia di imparare a pregare. Sulle prime aveva pensato che per dedicarsi alla preghiera sarebbe stato necessario cambiare molte cose nella vita. Così passò un buon periodo a pensare e fare progetti. Gli pareva perfino conveniente cambiare lavoro, per scegliere un’attività che gli desse più tempo libero. Una volta pensò addirittura di entrare in un convento di clausura, per risolvere alla radice i problemi di introduzione nel mondo della preghiera. Ma i mesi, e quasi anche gli anni, passavano e lui restava il povero diavolo di sempre.
Se voleva tutte le condizioni non avrebbe mai cominciato il cammino nel mondo dell’orazione. Una cosa però si era rivelata positiva: tutto quel lavoro di immaginazione e quel desiderio, anche se di pappa fatta, l’avevano ormai convinto che non poteva più tornare indietro.

Un giorno lesse la parabola del pubblicano che entrò nel tempio di Gerusalemme per pregare: se Gesù lodava quel suo antico predecessore della categoria dei poveri diavoli, per aver avuto la fiducia di mettersi a pregare, anche lui poteva cominciare a dedicarsi all’orazione pur essendo ancora un povero diavolo. Così chiuse il vangelo, e, pieno di un misto di felicità, di timore e di speranza cominciò a pregare. Nelle sue fantasie, di quando faceva progetti radicali, si era immaginato grandi e profondi sentimenti avvincenti, capaci di cambiare una vita, lumi di orazione, cose e segreti di Dio che avrebbe penetrato. L’avevano confermato in ciò alcuni scritti di grandi mistici, che, nella sua ignoranza completa di questa dimensione dello spirito, lui leggeva ed interpretava alla sua maniera.

Pensò di cominciare col rimanere seduto di fronte all’eucaristia un certo tempo. L’esperienza era nuova per lui. Sentiva, oltre al desiderio di pregare, un certo sentimento di curiosità, per vedere cosa sarebbe accaduto, e cosa avrebbe cominciato a capire di meraviglioso in questo mondo nuovo della preghiera, di cui cominciava l’esplorazione. Dopo un certo tempo, si accorse che stava lì seduto in chiesa, come avrebbe potuto stare seduto su di un molo, in attesa di vedere il momento in cui la nave avrebbe suonato la sirena e si sarebbe staccata dalla banchina per iniziare la traversata. Pensò che non era proprio un atteggiamento corretto di preghiera, e che doveva essere più serio. Si aggiustò sulla panca, poi alla fine si inginocchiò un poco, per vedere se in quell’atteggiamento di supplica le cose sarebbero migliorate. Quasi senza accorgersene si trovò a chiedere al Signore che lo perdonasse, perché era solo un povero diavolo, pieno di difetti e di mancanze, e che, per tutto il male che aveva fatto nella sua vita, non lo punisse col rifiutargli di farlo entrare nel mondo nuovo dell’orazione. Aveva parlato di getto al Signore, ed ora stava come in ascolto di una risposta.
Aspettò un poco in ginocchio, ma tutto restava in silenzio. Cominciava a sentire in fondo al cuore una certa delusione, e si mosse per sedersi. Proprio nel girarsi per vedere il posto, scorse sul sedile il vangelo e si ricordò della parabola, che aveva letto, del pubblicano, che se ne era ritornato a casa giustificato, dopo aver finito di fare una preghiera simile alla sua.
Quel pensiero gli attraversò l’anima, quasi come una spada di gioia: anche lui, allora, era già stato «giustificato», cioè il Signore lo aveva accettato e gli aveva perdonato: ormai era già dentro – e per sempre – se avesse voluto, tra i confini della terra promessa. La parabola del pubblicano era vera allora! Era vera per davvero, perché aveva coscienza di averla vissuta. Tutto quello che lì era scritto, era proprio capitato anche a lui. I pensieri e i sentimenti si accavallavano, mentre di nuovo seduto aveva ripreso a guardare verso il tabernacolo.
Come tutto gli pareva diverso, ora! Prima guardava, mentre ora vedeva e capiva. O, per lo meno, gli pareva di capire. Era appena all’inizio, ma già insieme a quella gioia nuova sentiva una certa spinta che non sapeva ben definire, e che, intuiva, sarebbe potuta diventare la rovina di tutto. Era la tentazione dell’orgoglio, per sentirsi già dentro nel mondo del grande segreto di Dio, quasi non fosse passato meno di un minuto da quando aveva vissuto l’avventura del pubblicano. La luce, però, che riceveva, di accorgersi di quella spina, era anch’essa un dono di Dio, forse più grande ancora della risposta di benevolenza e di perdono che aveva captato. Sì, se voleva continuare il viaggio meraviglioso, avrebbe dovuto restare sempre con gioia quel povero diavolo che era. C’era anche scritto qualcosa di simile nel vangelo, vero pure quello della stessa verità, anche se non si ricordava bene le parole né il posto dove si trovava. Come poteva sapere il vangelo a memoria? Alla fine era vero pure questo: che era proprio un povero diavolo!
L’orologio a muro pareva riempire, col suo tic-tac, tutta la stanza dove stava a pregare. Guardare l’eucaristia, nel piccolo ostensorio sopra il tavolino, con la testa vuota di pensieri e le orecchie piene di quel monotono ticchettìo. Apparentemente non accadeva nulla, e gli pareva perfino che neppure il tempo si prendesse la briga di scorrere: forse l’orologio era solo un suo agente, incaricato di fare tutto quel fracasso per mantenere le apparenze, ma lui, il tempo, se ne stava fermo e beato da qualche parte a riposare.

Il povero diavolo non sapeva bene che pensare. Lui era un principiante, e per di più un povero diavolo, e non pretendeva di capire nulla, né di avere idee brillanti, né di avvertire sentimenti profondi e nobilissimi. L’unica cosa che gli restava era pregare. In fondo, non sapeva bene neppure cosa fosse pregare. Se avesse dovuto cominciare a pregare, solo dopo aver capito fino in fondo cos’era la preghiera, chissà quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare prima di iniziare. Il Signore gliel’avrebbe spiegato, poco a poco. Un’unica idea gli era ben chiara nella mente: il Signore aveva un debole per i poveri diavoli, soprattutto per quelli che avevano un debole per lui. Così non pretendeva nulla: né lumi né grazie speciali: gli pareva che la base della preghiera avrebbe dovuto essere il disinteresse, la gratuità assoluta. Per questo non si preoccupava se la testa gli continuava ad essere vuota di pensieri e di cose da dire, e le orecchie piene di quell’importuno tic-tac, che forse per di più era solo un alibi per il tempo vero.

Al di là ed al di sopra di ogni possibile consolazione restava quella sua convinzione del debole reciproco che c’era fra il Signore e lui. E questo gli bastava. Non avrebbe saputo dire se questa era preghiera. In fondo, a pensarci bene, era proprio importante sapere o no se quella era preghiera, o se la preghiera era così o cosà? Non era un oggetto da produrre e da porre all’esposizione, o un compito da far correggere al professore per vedere se era esatto. Quelle erano cose da filosofi. Ma i poveri diavoli, per fortuna, proprio perché poveri diavoli, erano gente alla buona, che vivevano subito, d’istinto, la libertà dello spirito. E anche questo ci doveva essere scritto da qualche parte, perché tutti i poveri diavoli lo sapevano, in qualunque parte del mondo fossero, che essere poveri era una beatitudine. E ora questa beatitudine se la viveva in pace, tranquillamente, seduto in silenzio e in pazienza di fronte all’eucaristia.
Tutte le cose fatte e da fare, il va’ e vieni della vita di tutti i giorni, le preoccupazioni e perfino i dispiaceri non esistevano più. La realtà era dominata da quel semplicissimo fatto di presenza reciproca, che non produceva idee e contenuti, e che dava l’effetto di staccare l’interruttore del tempo. La beatitudine, quella detta da Gesù, prendeva corpo a poco a poco, impalpabile, inspiegabile a parole, ma reale, avvolgente. Era un dono, grande, non meritato, ma inesorabile; c’era una forza dentro, infinita, prepotente, dominatrice. Era la forza della parola che, uscita una volta dalla bocca di Gesù, doveva realizzare, al cento per cento, il compito affidatole. E lui, il povero diavolo, c’era caduto nel mezzo, ed ora stava lì, meravigliato di ciò che gli accadeva, travolto dal potere di quella parola d’amore, che il Signore aveva pronunciato una volta per sempre, annunciando che il regno di Dio era dato in possesso a tutti i poveri diavoli come lui.

Il povero diavolo si sentiva piuttosto arido, però col continuare nel tentativo di pregare, a poco a poco si accorgeva che il Signore gli rivelava qualcosa. Ma poi, dato che era un povero diavolo in tutti i sensi, si dimenticava di tutto o quasi. Perdere quello che gli pareva di capire era un grosso dispiacere che lo affliggeva un po’.
Un giorno gli passò per la mente di fare un esperimento: di andare all’incontro col Signore con quaderno e penna. Scelse con cura la biro migliore, che scriveva con un tratto fino e di una bella tonalità di blu. Per il quaderno andò addirittura dal cartolaio, perché vedendone tanti tipi potesse essere ispirato a scegliere quello che si prestava meglio, come aspetto, per raccogliere i segreti di Dio. Così, ben preparato e attrezzato con tanta cura, si mise a pregare.
Certo nessuno, al vederlo, avrebbe mai sospettato che era un povero diavolo. Guardava l’eucaristia con intensità, pronto a non farsi sfuggire nulla, col quaderno li accanto e la penna nel taschino. Passò una buona mezz’ora, ma il Signore taceva sempre. Il povero diavolo cominciò a sentirsi a disagio. Fece un esame di coscienza, per vedere se il suo progetto conteneva qualche errore. No, tutto gli parve giusto. Il Signore non poteva aversene a male che lui volesse fissare per iscritto ciò che gli avrebbe fatto capire. In fondo era una dimostrazione di amore e un desiderio di non perdere nulla dei suoi doni. Passò un’altra mezz’ora, ma il Signore taceva sempre.
Il povero diavolo non sapeva più che pensare. «Che significato avrà questo silenzio?», si chiedeva. Restava lì un po’ triste, a guardare l’eucaristia. Sentiva crescere in sé, in modo quasi straziante, la coscienza di essere un povero diavolo. Sulle prime ne sentiva quasi vergogna, ma poi, un po’ alla volta, si rendeva conto che era la pura verità, e man mano che la sicurezza, che era verità, cresceva, si sentiva sempre più libero, liberato, secondo la parola del Signore, quando dice che è la verità che fa liberi. Questa parola lo penetrava a poco a poco, lo possedeva. Il suo stare lì davanti all’eucaristia era diventato un contemplare silenzioso il silenzio del Signore, che senza dir nulla lo imbeveva di verità. Il povero diavolo era rimasto senza parole, afferrato dall’imprevedibile e inafferrabile maniera di amare di Dio. Non si ricordava più del quaderno e della penna, ora che sarebbe stato il momento di scrivere.
Passò più di un’ora prima che si rendesse conto di questo. Allora prese il quaderno e restò un poco a pensare come poteva rendere in parole ciò che aveva capito. Poi guardò verso l’eucaristia col cuore pieno di riconoscenza. Non poteva averne la prova, ma ci avrebbe giurato che il Signore gli stava sorridendo divertito, mentre con la sua superbiro scriveva in letizia queste parole: «Ti ringrazio Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai poveri diavoli!».

Man mano che il povero diavolo progrediva nel suo meraviglioso viaggio nel mondo dell’orazione, erano cominciate a sorgere difficoltà nella vita di tutti i giorni. In principio non ci faceva caso, né pensava di farne oggetto di preghiera. Ma poi le seccature erano diventate tali e tante, che la loro risonanza aveva cominciato ad occupare tutto l’orizzonte interiore. A un certo punto arrivarono ad essere una vera e propria persecuzione. Ormai non poteva più ignorare questa realtà quando entrava nel mondo dell’orazione. Non era cosa facile pregare in queste condizioni. Va bene che lui era un povero diavolo, ma a tutto c’era un limite. Si sentiva angosciato e impotente, vittima dell’oppressione, e quella che gli pareva oppressione gli arrovellava il cervello, stimolando in lui un atteggiamento di rivolta. Ora con questi sentimenti non riusciva proprio a pregare. Gli pareva di essere come uno spaccapietre che avesse di fronte a sé una montagna da spostare solo con martello, scalpello e carriola. Quella montagna era troppo grande per lui. Occupava, con la sua enorme mole e durezza di sasso, quella che era stata la pianura della sua preghiera. Sulle prime gli veniva da piangere di rabbia, ma poi a forza di tentare di pregare gli si aprì come uno spiraglio di speranza. Gli venne in mente che, invece di voltarsi indietro quando vedeva la montagna al posto della pianura, avrebbe potuto salirci fino in cima e mettersi a sedere lassù.
Gli pareva che il modo migliore di fare questo fosse di farne parte al Signore: di parlargliene, di dividere con lui quel peso. Ormai era abituato ai silenzi prolungati di Dio e quando saliva sul monte non si aspettava risposta.
Seduto, in silenzio lui pure, cominciò ad accorgersi che da quell’altezza poteva vedere che aveva molti fratelli. Che l’oppressione riempiva la terra. Finora aveva pensato che quella di essere un povero diavolo era solo una questione tra lui ed il Signore, e che quella condizione gli apriva la benevolenza del Signore.

Ora capiva che c’era un altro modo di essere un povero diavolo: esserlo davanti agli uomini, disprezzato, angariato, calpestato nei suoi diritti. Quando il rapporto cogli altri non era più arbitrato dalla giustizia, ma dalla forza. E questa maniera era molto più dolorosa ed umiliante. Però quanti fratelli gli faceva scoprire! Se prima poteva sentirsi a posto a pregare da solo, cioè a vivere l’incontro con Dio come un rapporto a due, ora, lui, che aveva scoperto Dio, si sentiva come investito da un compito sacerdotale. Doveva aprire il suo cuore ad accogliere tutti, a dar voce e fede al gemito di quella moltitudine.
A forza di sedersi sul monte, col passare delle settimane e dei mesi si rendeva conto che qualcosa stava accadendo nella sua orazione, e soprattutto in lui. Si era quasi affezionato a quella montagna di sasso, e il silenzio di Dio gli pareva che dovesse essere una parola e non un tacere. Ormai sapeva che la maniera di fare e di comunicare del Signore erano fuori da qualunque schema e da qualunque previsione. Finché un giorno, quando arrivò in cima al monte, ci trovò già seduto, in silenzio, il Signore, che lo aspettava e lo guardava. Il povero diavolo si fermò sorpreso, colle lacrime agli occhi, mentre faceva la più sconcertante e definitiva delle scoperte: che il Figlio dell’Uomo aveva liberamente scelto di diventare, lui pure, un povero diavolo, senza difese, senza diritti, solidale con lui e con tutti gli altri fratelli, uomo dei dolori, familiare al soffrire.

Aldo

Songo, 1979

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( modificato in data 22-4-2013)
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