Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Sabato  25-11-2017   ore  6:58    Buongiorno   IP 54.81.139.56
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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IL SEME CHE MUORE
(Autori vari)

Presentazione
Sono passati quindici anni dalla morte del padre Antonio Losappio s.c.j.. Il suo corpo riposa nel camposanto dei missionari, vicino alla chiesa degli Angeli Custodi di Quelimane, in Mozambico.
È stata, questa, la realizzazione del suo ultimo desiderio. Dopo 37 anni di vita missionaria in Mozambico scopre di avere un carcinoma bilaterale ai polmoni. Ritorna in Italia per curarsi. La chemioterapia ha dei risultati parziali. Quando ormai tutte le risorse sono esaurite e gli restano solo alcuni mesi di vita, chiede di poter tornare in Mozambico per morirvi ed esservi sepolto.
Ormai non poteva più predicare ed assistere la comunità cristiana, ma riteneva che ancora avrebbe potuto dare il suo ultimo contributo: offrire alla gente del Mozambico la sua morte! Come il seme che muore, così ha ardentemente desiderato poter seminare il suo corpo nella terra del Mozambico, ultima testimonianza di una devozione totale.
Il Signore l’ha esaudito.
Il padre Antonio morì l’11 Maggio 1982 e fu sepolto il 13 Maggio, festa di Nostra Signora di Fatima, titolo onoratissimo dai cristiani del Mozambico.
La sua morte avvenne durante i giorni dell’assemblea annuale di tutti i missionari, padri, fratelli e suore a Quelimane.
Fu vegliato da tutti, alla presenza di tutti fu celebrata la messa da requiem, da tutti fu accompagnato alla sepoltura.
Fu come un annuncio della verità della Parola di Dio che dice: "Se muoriamo, muoriamo per il Signore, se viviamo, viviamo per il Signore!".

Aldo Marchesini s.c.j.

Seguono qui 5 scritti :

Marana-thà, vieni Signore (autobiografico)
Ricordo di padre Antonio (di P. Aldo Marchesini, scj)
I nostri anni migliori (di P. Paolo Tanzella, scj)
Il seme sta dando i suoi frutti (di P.Enzo Pistelli, scj)
Testimonianze (di P. Antonio Panteghini, scj e suor Maria Gallini)


MARANA-THÀ, VIENI SIGNORE
Memorie autografe di Padre Antonio Losappio s.c.j.
(per una preghiera... per un ricordo) Io vorrei parlare della mia vita e cominciare dal 23 settembre 1980, 50º anniversario della mia prima Professione Religiosa...
E stata la più bella festa che avrei potuto desiderare: - una S. Messa celebrata con p. Aldo nella clausura delle Clarisse del Monastero del Corpus Domini in Bologna...
- e quindi, subito dopo, l’entrata nell’ospedale Malpighi al reparto Pneumonologia, 5° piano, sala D, letto 19...
A 68 anni...
Una rinnovata offerta al Signore per una nuova professione di un religioso e di un missionario senza pretese, che all’altare non porta nessun dono spirituale, ma solo un corpo con due tumori ai polmoni... e un’anima senza particolari meriti.
Solamente! L’offerta della celebrazione di una nuova Professione Religiosa, in cui vorrei che il Solo e Unico protagonista da questo giorno, fino all’ultimo mio respiro, fosse il Signore! Io oggi accetto e desidero questa nuova professione religiosa. So che è un cammino per la morte. Ma oggi mi sembra il cammino migliore, il più meritorio e il più felice! Nel passato le scelte sono sempre state fatte da me, e il più delle volte incoscienti e contrarie alla volontà di Dio. Oggi la scelta è fatta dal Signore! Ho la certezza di fare la sua volontà... anche se sul piano meritorio di una vita migliore, perché oggi offro al Signore la vita intera e l’offro per amore. Mi sento così piccolo davanti al Signore, e davanti agli uomini! Di giorno in giorno, e sempre di più, tocco con mano l’assoluta inutilità della mia vita passata... So di non aver fatto niente... Ma l’angoscia più profonda viene dalla constatazione che il cammino percorso, le opere fatte, la mia vita intera, in una parola, è stata in contrasto con la mia vocazione.
Così mi sento e mi trovo nudo e peccatore davanti a Dio... È questo un dolore che si va allargando nella mia coscienza, facendo io adesso il punto sulla mia vita passata, come un bilancio di esami finali, trovandomi vicino al Giudizio di Dio... Però devo confessare che, vicino a questo sentimento di paura e di angoscia, sento una profonda calma e serenità che viene dal Signore. Il Signore accetta la mia offerta, la vita che mi resta, la malattia e la morte che Lui sceglie per me. È la mia ultima offerta, la migliore opportunità della mia vita.
Questo desiderio di offerta mi ha messo in stato di tensione e di interiorità nei giorni vissuti all’ospedale dal 23 settembre al 13 novembre 1980. È stato un periodo di grande esperienza spirituale, vissuto alla presenza di Dio. Non vedevo e non desideravo che Lui! Desideravo soffrire per poter offrire subito qualche cosa al Signore! Non si interpreti male questo pensiero! Il dolore spaventa tutti, e noi possiamo offrirlo anticipatamente al Signore nella calma della buona salute, ma poi nell’atto del soffrire la natura sente e si ribella. Qui io desideravo offrire lo stesso dolore, anche contrariato dalla natura, ma offerto e desiderato per amore... Oh! Non sopravalutatemi. Io non ho sofferto niente finora, ma avevo il desiderio di offrire.
Così, quando il l° novembre 1980, il giorno di tutti i Santi, Aldo (a nome del professore primario Fasano e a mia richiesta...) mi ha dato il verdetto - risultato delle molte analisi fatte: "Carcinoma epidermoidale ipocherotico" nei due polmoni - un tumore maligno non operabile - io ho ringraziato il Signore e ho recitato il Magnificat.
Finalmente l’indicazione certa della via che il Signore mi offriva... Non sono stato neppure per un momento triste. Anzi mi sono subito preoccupato di fare tutto perché il Signore fosse contento.
Non ho altre maniere di preparami se non abbandonandomi alla meditazione e alla preghiera. Mi hanno aiutato molto le letture di: Giovanni, commento del Vangelo Spirituale di Van den Bussche, È venuto nell’Acqua e nei Sangue del nostro buon p. Carminati, La vita di Amore del nostro p. Fondatore, Giovanni Leone Dehon.
Così pure la Passione di Teresa di Lisieux di Guy Gaucher, lettura che ho scelto per un grande desiderio di ricevere consigli spirituali per la preparazione alla morte. La vita di s. Teresina, in questo senso, è di grande interesse e di una spiritualità ineguagliabile.
Mi piace una nota di una lezione che mi ha dato s. Teresina. Ella lesse nella Viva Fiamma d’Amore del mistico spagnolo s. Giovanni della Croce che le anime consumate nell’amore divino, di questo stesso amore che provoca la separazione dell’anima e del corpo... E rimase impressionata dalla storia della peccatrice convertita e "morta d’amore", tanto che ella vuole assolutamente aggiungere questo fatto al suo manoscritto incompiuto, tre mesi prima della sua morte.
"Sì, sento che quand’anche avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore affranto dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto egli ama teneramente il figlio prodigo che ritorna a Lui... Si potrebbe credere che è per il fatto di non aver peccato che ho una confidenza così grande nel buon Dio. Ditelo pure, Madre mia (Madre Agnese) che se avessi commesso tutti i crimini possibili, avrei sempre la stessa confidenza; sento che tutta questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente. Voi racconterete poi la storia della peccatrice convertita che è morta d’amore..." (11 luglio 1897).
L’avvicinarsi della morte, quando il Signore ci dà la grazia e il tempo, suscita sempre, e penso in tutte le anime, formidabili problemi. Noi ci troviamo dinanzi a Dio, e con tutte le nostre paure e i nostri limiti...
Alcune anime arrivano là mature... Sono le anime belle, come una s. Teresina e tantissime altre. Anime veramente belle, totalmente pure, assolutamente fedeli. Per queste anime non ci sono paure davanti alla morte, ma la continuazione di vita celestiale, una comunione che si prolunga nell’eternità.
Veramente, per la fede, un motivo di fiducia lo dobbiamo avere tutti, non solo i Santi. Perché fondamentalmente la nostra salvezza viene da Dio. Gesù è la nostra salvezza! Dio Padre "non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha donato per tutti noi" (Rm 8,32). Il Verbo è diventato uomo "per noi e per la nostra salvezza". Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio, l’Unico, "affinché ogni uomo che crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,6).
Gesù dirà: "Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori". Il ragionamento di uno che sa che cosa vuol dire "peccato", è un ragionamento che, se non è aiutato dalla fede, conduce alla disperazione. Un peccatore si deve sentire veramente l’ultimo degli uomini, il più ingrato, il più vile, avendo, anche se una volta sola, disprezzato l’amore infinito di Dio. E davanti alla visione così negativa della vita, uno può arrivare a chiedersi: "Ci sarà perdono per me?... Dio mi perdonerà?".
Ecco allora l’aiuto della fede che ci fa fare un salto di qualità, dalla disperazione più o meno conscia, alla più umile confidenza in Dio: non solo Gesù ci vuole perdonare, ma tutta la sua vita è stata al servizio dei peccatori, per dispensare la misericordia, il perdono e l’amore.
Stando alle parole di Gesù (senza restringere minimamente il suo pensiero, che sarebbe un’eresia grossa), io potrei dire: "Gesù non è venuto per s. Teresina, ma per me peccatore, per tutti i poveri. E io lo credo e lo sento".
Io non so cosa pensereste voi alla vigilia della vostra morte... Se continuereste a giocare, come s. Luigi Gonzaga... o no! A me sono venuti tutti questi pensieri, tutti insieme, affiorati alla coscienza, davanti alla notizia che è possibile per me una morte imminente... Questi pensieri me li sono meditati nella mia degenza all’ospedale... Ma invece di cadere nella tristezza, la coscienza della mia vita passata mi ha fatto sprofondare nella certezza dell’amore del Signore per me, e nel desiderio di amarlo! "Il Signore è venuto per me, e mi ha amato fino all’estremo" (Gv 13,1). Io credo fermamente che il perdono di Gesù è uguale all’immensità del suo amore... Non è un semplice dimenticare le offese o un sospendere i castighi meritati, ma bensì una affannosa ricerca del peccatore per salvarlo, anzi una festa... Gesù parla di "feste" in "cielo", solo quando parla di peccatori pentiti e salvati, cioè quando si tratta delle vittorie della sua misericordia.
Così, facendo adesso un bilancio della mia situazione attuale, nella vita che vivo adesso, nella malattia, davanti a Dio soprattutto e anche davanti agli uomini, io mi sento come di camminare in una notte oscura... Tutto ciò che è umano e terreno, tutto ciò che è il mio passato, tutti i miei limiti, tutto ciò che ho potuto fare, tutto il mondo che ho amato, sono adesso cose esistenti, ma immerse nell’oscurità della notte. Io so che ci sono, ma non li "vedo" più, non mi riguardano più... Il mio unico desiderio adesso è di arrivare alla luce, all’Assoluto che mi aspetta.
Io mi sento piccolo, piccolo in tutto... so che non ho fatto niente degno del Signore!... Però la meditazione del suo amore immenso, dell’infinità della sua misericordia, mi ha posto nel cuore e nell’anima un cocente desiderio di offerta, di essere tutto del Signore! Vorrei amarlo come lo hanno amato i santi, soprattutto le anime più fedeli, le più pure, le anime religiose di clausura... Insieme a queste anime io inizio la mia preghiera tutte le volte che entro in Chiesa, mettendomi all’unisono con loro... Ma vorrei amarlo più di tutti! Sono l’ultimo, e sono stato l’ultimo in tutto nella mia vita, ma oggi vorrei essere il primo nell’amore del Signore... So di dire cose pazzesche e impossibili. Come potrebbe avere credibilità il mio desiderio, se veramente sono un "niente"? Però come non amare Gesù che mise totalmente la sua vita al mio servizio? (Mc 10,45). Ecco allora la conclusione: vorrei amarlo tutti i giorni sempre di più, così come oggi gli offro anticipatamente la mia morte...
Sembrerebbe il mio un discorso pieno di pretese, quando invece la morte è il retaggio di tutti gli uomini, e non meraviglia nessuno!... È vero, però io la voglio così sottolineare nell’amore di offerta a Colui che offrì la sua vita per primo e per me... Non ho fatto opere degne di essere ricordate, però almeno vorrei che il Signore si ricordasse di questo mio ultimo desiderio.
Però non mi faccio illusioni, so che la morte è sempre un’angoscia... Una tristezza improvvisa può sempre venire, e certamente viene, così come viene la paura e la solitudine e il senso dell’impotenza assoluta. Deve essere terribile il morire in totale solitudine, così come si muore oggi in certi ospedali... L’ho costatato io stesso!... Un povero vecchietto della mia stessa sala, nel letto nº 20, vicino al mio... Di sera se ne va... Le infermiere si danno da fare, corrono.
Chi va a telefonare al dottore, chi a prendere l’ossigeno, altre a prendere apparecchi sofisticati per aiutare il cuore... Tutti si agitano e si preoccupano, ma nessuno chiama il cappellano!...
Qui tutti sanno che sono sacerdote missionario, ma sono stato allontanato anch’io!... La stessa figlia ha potuto vedere il babbo solo nel corridoio, quando lo portavano via.
Sì, questo è il progresso! Tutto si chiede alla tecnica, e veramente niente a Dio!... Oh, no! Se così si muore nell’ospedale, io vorrei rimanere senza i soccorsi della tecnica, ma morire tranquillo, magari fosse in una capanna della mia Africa, in mezzo al silenzio degli uomini, ma confortato dalla preghiera e dalla presenza di Dio.
Certo succederà anche a me, come succede alla maggioranza degli uomini. La morte fa paura a tutti... La paura del "dopo" morte, unita alla paura della "stessa morte", sia che la morte arrivi come conclusione di una malattia tranquilla o sia traumatizzata da malattie dolorose: la morte è sempre una violenza.
E davanti a tale situazione l’uomo non ha scelte, ma solo deve accettare. Ecco, io accetto fin d’ora tutto! Accetto fin d’ora anche le mie immancabili reazioni, come la paura e la solitudine. E prego il Signore di accettare questa mia povertà, perché non sono che povertà e non ho altra speranza e fiducia che in Lui che si è degnato di essere il mio perdono e la mia salvezza...
Oh! Mi accorgo che sto notando cose meravigliose!... A scriverle non mi costa certo niente, ma potrò viverle?... È bella poesia dire: voglio vivere di amore... e morire di amore... come canta s. Teresina. Dio certo esaudì oltre ogni speranza i grandi desideri di Teresina. Ma come deve essere stata intensa e estremamente vissuta la vita di amore, per provocare in alcuni Santi la morte di amore...
Penso che questo fu il vero grande privilegio di s. Teresina: vivere nella sua lunga agonia la Passione di Gesù, e accettare la morte come la morte di Gesù sulla croce, la più bella morte di amore!... "Nostro Signore è morto sulla croce, tra le angosce, ed ecco tuttavia la più bella morte di amore. È la sola che si sia vista, non si è vista quella della Madonna. Morire d’amore, non è morire nei trasporti... Ve lo confesso francamente, mi sembra che sia quello che provo" (s. Teresina, tre mesi prima di morire).
D’altra parte la nostra professione religiosa, oltre a metterci su questa strada, ne fa un obbligo. Il Signore "ci chiama" (Gv 11,28) per "una scelta migliore" (Lc 10,41). È la scelta che io ho rinnovato il 23 settembre 1980, nel mio 50º di professione religiosa, entrando nell’ospedale Malpighi di Bologna. Il Signore mi ha aiutato ad accettare questo cammino, e stimo questo tempo il più positivo della mia vita. Anzi, il più intenso, e interiormente il più felice...
Però, e questo lo devo confessare con tutta sincerità, le grazie ricevute dal Signore non sono merito mio, ma sono dovute alla meravigliosa carità di un numero stragrande di anime che hanno pregato e pregano per me... Io mi sono sentito veramente piccolo, non dico umiliato, soprattutto per le tante manifestazioni di amicizia, di solidarietà e soprattutto di presenza spirituale con la preghiera! Oggi, 28 febbraio 1981, una grande grazia: un pellegrinaggio all’Eremo Agostiniano di Lecceto (Siena), per visitare suor Angela Monteduro (di Lecce), ex-missionaria della nostra Zambesia e adesso monaca di stretta clausura. A distanza di giorni, ho ancora negli occhi e nel cuore la visione di un lembo di "paradiso". L’Eremo è proprio un santuario, dove ci sono santi viventi insieme a santi che hanno abitato l’antico convento, vecchio di più di 700 anni.
Più di 40 "beati" dormono in quella casa. Il vescovo di Siena ci ha concesso di entrare nella "clausura", di visitare i corridoi, le cellette delle monache, la sala della comunità, i chiostri, i giardini... e soprattutto il coro delle Monache, dove noi (con me, p. Aldo e p. Luiz, mozambicano) abbiamo celebrato la s. Messa di comunità.
Le suore hanno voluto suonare a distesa le tre campane della chiesa grande del convento. È stato come dare il segnale a tutti i beati del Cielo di unirsi alla nostra preghiera... La madre Badessa e la nostra suor Angela sono state veramente disponibili. La comunità è costituita da solo dieci monache, tutte anziane. Dagli altri conventi di Agostiniane, a turno, vengono una o due suore ad aiutare per i lavori domestici. Suor Angela si trova qui appunto per questo, venuta dal convento dei Santi Quattro Coronati di Roma. Insieme è venuta anche una suora del convento di Bologna, suor Bernardetta, che qui tutti chiamano "Suor Sorriso". Veramente solo dopo aver visto suor Bernardetta posso adesso immaginare "come" devono aver sorriso nella loro vita e nei loro conventi s. Teresina, s. Chiara, s. Caterina, s. Gemma Galgani... Oh, un sorriso di cielo che non potrò dimenticare!...
Nella Messa ho chiesto la carità delle loro preghiere. Penso che solo le anime belle possono avere accesso diretto ai tesori della grazia di Dio. Lo dimostra la vita stessa dei santi in genere, e dei santi di clausura in particolare. Il Signore, a chi si abbandona a Lui, esige una grande purificazione. Così si spiegano i grandi silenzi, le preghiere prolungate, la clausura, la lontananza da tutte le attrattive mondane... A queste anime il Signore si dà di più e svela i suoi segreti! Questo è un fatto che non deve sconcertare nessuno. Per avvicinarsi a Dio ci vuole una purificazione. Perciò io ho estremo bisogno dell’aiuto dei santi, nostri mediatori, la cui preghiera e lode sia più degna e più accetta della mia, tanto povera. È da molto tempo che io prego con loro. È una mia antica consuetudine. Ogni volta che vado in chiesa, incomincio sempre così la mia preghiera, soprattutto alla mattina e alla sera, e nell’ora di adorazione e nella recita dell’Ufficio, unendomi al coro dei santi del Cielo e a quello dei santi viventi sulla terra, soprattutto i religiosi e le religiose di clausura. Offro la loro purezza, la loro fedeltà, il loro amore, arricchendomi così della loro ricchezza spirituale.
Leggendo, giorni fa, la vita del nostro Fondatore di p. Dorresteijn, ho visto con piacere che anche il nostro "Très Bon Père" pregava così e come me (come "formulario" naturalmente!) con un colloquio molto prolungato coi santi, chiamandoli per nome e offrendo le loro lodi e ringraziamenti al Dio Santissimo. Così faccio anch’io, chiamando uno ad uno i santi che ricordo più spesso, la Madonna, s. Giuseppe, s. Teresina... ma anche nominando una ad una (e sono tante!) le belle anime della terra che pregano per me! Voi dell’Eremo Agostiniano di Lecceto, voi del Monastero di Caterina di Bologna, voi Adoratrici del Preziosissimo Sangue di Giaveno (Torino), voi novizie Suore Marcelline di Milano, voi Domenicane di clausura del Monastero del s. Rosario di Roma, e voi tutti missionari e missionarie, suore del Cuore Immacolato di Maria, Francescane, Suore dell’Amore di Dio, Suore del Calvario e missionarie della nostra Compagnia Missionaria del S. Cuore...
Voi tutti siete i miei angeli custodi! Impossibile chiamarvi tutti per nome! Voi siete la mia vera famiglia spirituale! Non posso anche dimenticare un mondo di amici che mi seguono con vero amore, che si interessano e che pregano per me, sparsi in quasi tutte le parti di Italia e fuori.
Penso soprattutto agli amici del Portogallo, alla famiglia Luiz Cabral di Lisbona e alla famiglia Fernandes Pinto di Braga...
Durante la mia degenza all’ospedale, e fino ad oggi, ho ricevuto veramente un centinaio di lettere di tutti questi amici! Questa meravigliosa comunione di santi, con prove di amicizia che non avrei mai sperato o pensato, mi ha fatto vivere intensamente questi mesi che io considero i più belli della mia vita. È una comunione che non deve finire qui. L’ho già scritto e detto a tutti! Spero che la loro carità nel ricordarmi e nel pregare per me, non si esaurisca solo nel chiedere al Signore la mia guarigione... ma anche per aiutarmi nel cammino che mi sta indicando il Signore, adesso in una maniera più viva e più ravvicinata.
Difatti il tentativo di cure che mi hanno dato nell’ospedale Malpighi, Divisione Oncologia, una cura chemioterapica è fallita. Il farmaco usato (ancora in fase di sperimentazione) è la "pepleomicina" - iniezioni cutanee - di origine giapponese. La "pepleomicina", nei primi cicli di cure, dal 6 novembre al 30 dicembre 1980 ha dato l’impressione di essere per me un farmaco risolutivo. Il tumore infatti, in due differenti controlli radiografici, (il 15 dicembre 1980 e il 14 gennaio 1981) è apparso in fasi di "stasi". Però un terzo controllo, effettuato il 20 febbraio, ha chiaramente scoperto la sua insufficienza.
Il dott. Lelli, dopo aver studiato il mio problema, il giorno 24 febbraio ha chiamato me e anche il p. Aldo per "leggermi la sentenza". Una lettura negativa. La cura con la pepleomicina è stata un fallimento, ecco il riassunto del discorso! A questo punto mi si propone una cura alternativa, con un altro farmaco e anche questo nuovissimo e in fase di sperimentazione.
Gli effetti negativi collaterali saranno molti, perciò sarà necessario un ricovero all’ospedale nello stretto tempo necessario per l’assistenza medica e per le analisi del sangue e il controllo del cuore.
Il dott. Lelli mi chiede una decisione, perché sono cure speciali da darsi a volontari... Che devo fare? La mia risposta è già inclusa nel primo giorno di ospedale, nel 50º della mia professione, quando ho rinnovato la mia offerta al Signore. Ho accettato anche oggi, subito. "Sia fatta la santa volontà di Dio" anche se non lo posso dire con la purezza di amore del nostro p. Fondatore o di s. Teresina...
Adesso aspetto di essere chiamato all’ospedale. Ma il tempo non aiuta. Gli scioperi degli ospedalieri e forse anche la mancanza di letti disponibili, ritardano la mia chiamata. È tempo di carnevale e io passo i miei giorni dalla cella alla chiesa e dalla chiesa alla cella, leggendo e meditando. Mi piace molto il commento ai primi due capitoli delle nostre Costituzioni del p. A. Carminati s.c.j.. È un pane sostanzioso per me...
Mi fa ricordare la storia di un monaco in un affresco, mal conservato, in uno dei grandi chiostri dell’Eremo delle Agostiniane di Lecceto: un refettorio immenso, con due tavoloni pieni di pagnotte e i frati in piedi a cenare... Fuori del refettorio, in un angolo dell’orto, un frate fugge desolato perché non riesce a mangiare il pane duro della comunità... Ma gli appare il Signore che, redarguendo il fuggitivo, gli dice che per gustare quel pane deve prima immergerlo nel suo cuore di Salvatore... L’affresco non dice più niente, ma in fondo all’orto delle monache esiste una piccolissima cappella o nicchia, con una porta bassa, che doveva essere il passaggio di fuga attraverso le mura di cinta e sarebbe lì il "Quo vadis?" dell’Eremo di Lecceto, a consolazione spirituale e meditazione dei frati di tutti i tempi...
Veramente anch’io, se avessi risolto così tutti i problemi della mia vita, se tutto fosse passato per il Cuore del Signore (come vogliono anche le nostre Costituzioni), quante amare delusioni avrei evitato, come avrei trovato gioiosa la vocazione del Signore, senza tentennamenti e senza fughe...
Come attorno a quello, che allora a me sembrava un calvario, avrei trovato freschissime rose, come sono adesso attorno alla grande Croce del chiostro delle monache, un fiorire denso di rose a primavera che vestono di poesia il silenzio della vita di clausura.
Mi viene in mente la storia di Katchì, un ragazzo africano che io ho conosciuto tra il 1978 e il 1980 a Songo (Tete). Tre volte al giorno veniva a chiedere il pane, cosa usuale che egli faceva andando di casa in casa. Ma non era usuale il "modo" con cui chiedeva: "Quero paá!". Era un grido acuto che ripeteva ininterrottamente correndo da una parte all’altra, da una finestra all’altra, finché non si uscisse con il pane in mano. Allora lo riceveva senza una parola e poi un movimento della testa e via. "Katchì, una volta gli dico, vieni a stare qui con me. Tu lavorerai un po’ e io ti darò da mangiare e da vestire e ti darò i soldi... Vuoi?". "Sì". Al mattino dopo viene e, senza chiedere che cosa fare, volenterosamente si mette ad innaffiare le piante del giardino. E poi, dopo solo 20 minuti (del mio orologio), fiero della sua libertà, senza chiedere neppure il pane, lascia tutto e se ne va. Io col pane ero solito dargli abiti nuovi, calzoncini, magliette, un bel maglione per il freddo, e anche saponette per lavarsi.
Il giorno dopo appariva con la maglietta nuova, tutto sorrisi, ma sul corpo la stessa sporcizia di tutti i giorni. Un giorno l’affronto: "Katchì, questo è il sapone, se domani ritorni ancora non lavato, niente pane! Va bene?". Puntualmente il giorno dopo ritorna nelle stesse condizioni di prima.
"Katchì, oggi niente! Finché non ti laverai". Il povero Katchì non discute. Accetta e con la testa bassa se ne va, senza dire una parola... Io lo seguo con lo sguardo, più triste e più afflitto di lui. Lo vedo andare lungo la strada, accostandosi ai muretti di alcune case vicine, e lo vedo frugare tra le immondizie... Ne ho avuto compassione e mi sono sentito avvilito. E da quel giorno non ho posto nessuna condizione alle sue richieste di pane, frutta, vestiti, soldi...
Tante volte, anch’io mi sono sentito come lui, anch’io un povero Katchì... Nella mia vita spirituale mi sono accontentato anch’io di mangiare un pezzo di pane chiesto dalla finestra, senza partecipare in pieno all’abbondanza della mensa della casa del Signore, alla ricchezza del suo amore. Sono rimasto anch’io un povero volontario, vestito dei miei vecchi abiti, per non aver accettato in pieno la chiamata del Signore, del Signore che dà la veste candida e un mangiare celestiale ai generosi che ascoltano e seguono la sua voce... Io no! Sono rimasto come il figliol prodigo, lontano! Katchì non aveva accettato il mio invito, forse perché ignorava l’esistenza di un vivere migliore. La cena consumata in famiglia è molto più felice e più gustosa di un pezzo di pane ricevuto per elemosina dalla finestra. Egli non sapeva che nella famiglia riunita c’è una ricchezza di amore, che non è possibile gustare stando lontano... Io però sapevo. Io sapevo di rinunziare volontariamente alla ricchezza del pane del padre, pane che era abbondante per tutti. "Quanti mercenari di mio padre hanno pane in abbondanza ed io, qui, muoio di fame" (Lc 15,17).
Katchì è la parabola della mia vita, della mia mancanza di generosità, delle mie infedeltà, delle mie resistenze alla grazia, delle mie passività, del mio poco fervore. Adesso, sarà l’età, sarà la malattia, sarà la preghiera di tante anime... o sarà una nuova grazia del Signore? Adesso tutto mi dà la dimensione del tempo perduto! Come è stato tortuoso il mio itinerario spirituale!...
Mi sento sempre più piccolo, più inutile davanti a Dio e davanti agli uomini... Quando vedo i miei confratelli pregare in chiesa, quando li vedo così disponibili e grandi lavoratori, mi sento tutto mortificato per non essere stato mai come loro, tutto amore, tutta fedeltà al servizio di Dio! E cosa posso fare adesso, mio Dio, per accelerare i tempi della mia conversione? E che posso fare a 68 anni, inutile e infermo? Sarà sufficiente solo il desiderio di amarti, per redimere una vita passata e vissuta con poco amore e poca generosità?...
Rinnovo oggi, 4 marzo, mercoledì delle ceneri, questo mio proposito di amarti, o mio Signore. Giorno di ritiro, predicato da Aldo, e giorno di adorazione! Sto ancora aspettando di entrare in ospedale. La prospettiva della nuova cura, il "4 Delta Adriomicina" ha preoccupato molto Aldo e suo fratello, dott. Andrea, cardiologo. Difatti gli effetti tossici e le sofferenze fisiche sono molte e anche gli scompensi cardiaci. Il dott. Andrea lo sa perché i controlli del cuore dei pazienti che usano tale farmaco passano per le sue mani. Questo dubbio di Aldo e di Andrea mi ha gettato in uno stato di perplessità. Che cosa posso decidere? Telefoniamo al mio medico curante, dott. Giorgio Lelli. Aldo gli fa le sue osservazioni. Ma Lelli ci assicura. La tossicità è propria di tutti questi farmaci, ma gli effetti negativi non durano tutta la vita (salvo la perdita totale dei capelli!), ma una decina di giorni dopo ogni iniezione. Però si starà sempre sotto controllo medico, per il cuore e per il sangue soprattutto.
Ad ogni modo, dopo i primi cicli di cure, si potrà fare un bilancio, e stabilire se proseguire o no. Il farmaco è il migliore che esista oggi, ma non è sicuro al 100%. Finora i massimi risultati ottenuti sono stati il 20% con riduzione della massa tumorale.
Perciò nell’ora di adorazione di questo giorno di ritiro sono uscito dalla perplessità della scelta. Voglio seguire il cammino che il Signore mi sta indicando. Accetto le cure, rimetto il risultato alla volontà di Dio! Questa decisione fa ritornare la serenità e mi dà una certa gioia spirituale e un grande desiderio di offerta! Vedo che il Signore non mi abbandona! E come può abbandonarmi? Lui che ha scelto un cammino di spine e di sangue unicamente per amore, per redimerci, per salvarci? Oh, in questa sua scelta di morte, io trovo la ragione della mia fiducia! Nelle notti passate in bianco in queste ultime settimane, con un dolore a tenaglia al lato sinistro, il pensiero dello squallore della mia vita vuota davanti al Signore è stato raddolcito dalla luce e dalla meditazione di Cristo che sceglie per me il Getsemani, la Via Crucis, e il Calvario!...
Una scelta di amore e di perdono. Il rinnovo della sua alleanza di amicizia e di salvezza. Certo, sono ben lontano da meritare il suo perdono! Ma Gesù muore per perdonarci. E il suo perdono è superiore a qualsiasi nostra debolezza, come infinito è il suo amore. Gesù non vuole la morte di nessuno. Non si vendica. Perfino dalla prima pagina della Bibbia, il Signore è contrario alla violenza e alla vendetta. A Caino che si lagnava: "Tu mi scacci ora da questo luogo... e chiunque mi incontrerà, mi ucciderà...", il Signore rispose: "Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte tanto". Il Signore mise un "segno" su Caino, affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse (Gen 4,14-15).
Quanto più adesso, noi del Nuovo Testamento, abbiamo la certezza del perdono di Dio! Noi veramente abbiamo ucciso il vero Abele, Gesù Cristo. E in cambio Gesù dà il suo amore a chi chiede perdono! E marca le nostre fronti col "segnale" del suo Sangue, come marcò col sangue dell’agnello le case abitate dagli Ebrei, per risparmiare loro il castigo inflitto agli Egiziani (Es 12,13): "Questo è il mio Sangue, della nuova Alleanza, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati" (Mt 26,28).
La sovrabbondanza dell’amore di Dio, che ha fatto dell’amore la prima legge del suo Regno, mette tutte le anime, anche dei più indegni peccatori, nelle condizioni di sentirsi una nuova creatura in questa continua festa di Pasqua del perdono di Dio! Questo pensiero mi toglie ogni incertezza e così mi sento conquistato anch’io da Gesù Cristo. Allora adesso non è più tempo di tristezza, ma di lode, di speranza e di amore. E dico, come s. Paolo. "Una sola cosa voglio fare, dimenticando il cammino percorso, mi protendo in avanti, corro verso la meta, in vista del premio di quella suprema vocazione di Dio in Gesù Cristo (Fil 3,13).
Posso sottoscrivere anch’io le parole di Maria Antonietta de Geuser, postulante carmelitana, morta a 29 anni: "Gesù — scriveva in una lettera del 22 giugno 1913 — mi conduce sempre per la medesima via. Non elevandomi verso la perfezione, ma sprofondandomi sempre più nella mia miseria. Direi che ogni grado di umiliazione per me, produce un grado di gloria in più per Lui. Direi che a salire da se stessi, si è ben presto limitati dalle proprie forze, e se si raggiunge la santità, non è che una santità personale e limitata. Invece, discendendo nella propria miseria, annientandosi, credo che all’estremo limite dell’IO, si cade in LUI. E la sua è la vera santità. Non so come esprimerle, Madre, il mio pensiero, ma direi che la propria forza deve consistere nel riconoscere la propria estrema debolezza e che per avere una fiducia infinita in Dio, bisogna aver perduto ogni fiducia in se stessi.
Direi che per essere puri di quell’ammirabile purezza che è la sua, basta riconoscere le proprie innumerevoli miserie, perché dal momento in cui siamo annullati completamente, Egli è NOI tutto intero. Direi che se Egli fa vivere questa piccola cosa, UNA con Lui, e se la colma delle sue grazie, è soltanto perché è veramente minima" (P. Domenico Mondrone sj I santi ci sono ancora, vol. VI).
Io penso che soltanto chi riesce a raggiungere le altezze di Dio può vedere fino in fondo l’estrema povertà delle creature. Come tutto appare infinitesimale nel modo visto dall’alto! Ma è necessario avere presenti questi due punti estremi di riferimento: l’altissima santità di Dio e l’infinita povertà spirituale dell’uomo per avere una pallida visione o idea della magnanima e misericordiosa carità di Dio. "E l’amore di Dio consiste in questo: non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è Lui che ha amato noi ed ha mandato suo Figlio come vittima di propiziazione per i nostri peccati" (1Gv 4,10). E adesso nella preghiera e nella meditazione voglio rifare la lettura della mia vita alla luce di questo amore gratuito e immenso del Signore per me!...
Nella mia missione di Pebane (Mozambico), tutti i sabati, venivano anche da 50 km lontano i poveri della zona, per la maggior parte vecchi, zoppi, ciechi o in qualche modo invalidi.
Facevano il giro delle varie abitazioni e tutti davano qualche cosa, in soldi, cibarie o vestiti. Noi, anzi, avevamo organizzato una questua o sottoscrizione per loro, per evitare che si vedesse lo spettacolo della sfilata della povertà per le strade, con grave incomodo dei poveri che non potevano camminare! (un particolare curioso è che i nostri poveri non andavano alla spicciolata, ma in un unico gruppo). Così una nostra suora passava settimanalmente per tutti i negozi e per tutte le famiglie, riceveva i soldi, confezionava i pacchetti di farina, zucchero, sapone, ecc. La suora irlandese, Madre Veronica Ryan, era l’anima di tutto. Anzi bisognava moderarla anche nella nostra casa, se no le stesse nostre provviste mensili della missione scomparivano in un solo giorno, naturalmente a favore dei poveri. Non c’era nessun africano, nel raggio di un centinaio di km, che non conoscesse personalmente Madre Veronica o non fosse stato soccorso nelle sue necessità alla missione.
Questo movimento adesso è scomparso. Conforme le nuove idee rivoluzionarie, è proibito chiedere la carità... tutti devono lavorare! Della storia di questi miei poveri ho un bellissimo ricordo. Un gruppo di poveri erano cristiani o nostri catecumeni. Non mancavano mai alla messa. Ma quello che più mi impressionava era la loro compostezza in chiesa. E immancabilmente all’offertorio di ogni messa domenicale, due di loro, un vecchio zoppo che conduceva per mano un altro vecchietto cieco, avanzavano lentamente dal fondo della chiesa e venivano a deporre le offerte che avevano ricevuto il sabato prima dalle nostre stesse mani e, fieri della loro dignità, si ritiravano sorridenti. Un rito che si ripeteva sempre puntualmente ad ogni festività.
L’offerta dei più poveri sopra l’altare del Signore!... È stata così l’offerta di tutta la mia vita. Una offerta poverissima! Non ho mai saputo dare di più al Signore: solo la mia povertà, le mie insufficienze, i miei limiti, le mie miserie e tante volte i miei peccati!...
Ma il Signore mi ha accettato così, da sempre! Il segno della mia povertà spirituale incomincia già nella mia infanzia!...
Ho assistito a vari convegni sulle vocazioni religiose e sacerdotali. Ho ascoltato la testimonianza di tanti e ho sempre creduto che la vocazione è come un premio dato a chi è assiduo alla chiesa e alla preghiera... Io da bambino non lo sono mai stato. Abitavo allora in via Sannazaro, 36, sotto la parrocchia dell’Immacolata. Mio nonno era presidente della Compagnia del Purgatorio e andava sempre alla chiesa dell’Annunziata e, alle volte, in cattedrale. Si metteva al centro delle grandi cappelle di quelle chiese e rispondeva contemporaneamente a tre celebranti diversi. Mio padre era della Compagnia del Carmine e andava così nella sua chiesa, che era la parrocchia di s. Nicola. Mia sorella Angela era dell’Azione Cattolica e del coro della cattedrale.
A casa, permanentemente, stava solo la mamma, una santa donna. L’unico ricordo che ho della mia tenera età è che stavo sempre attaccato alla gonna di mamma e non la lasciavo mai. Così mi informarono più tardi. Del resto non ero un chierichetto, non sapevo servire la messa, cosa che, in quei tempi, era segnale che doveva caratterizzare la chiamata alla vocazione sacerdotale.
Come normale, partecipavo ai giochi di tutti i ragazzi del quartiere, sempre però con la vigilanza della mamma. E ho sempre il ricordo che in tutte le controversie tra noi bambini, le discussioni e le lotte, la mamma dava sempre ragione agli altri (ma sempre!) e torto a me: mi abituava cioè al rispetto per gli altri, alla riservatezza, a stare al mio posto.
Io ancora oggi mi domando le ragioni della mia vocazione. Io non ho avuto nessuna preparazione specifica. Tutto è inesplicabile come sono inesplicabili le vie del Signore. Tutto è cominciato così. Nella mia città di Andria c’era una vecchia signorina, la Squadrilli, immobilizzata sopra una sedia a rotelle. Abitava nel palazzo di fronte alla chiesa di s. Francesco. Ricchissima, aveva preso la nobile decisione di impiegare tutte le risorse delle sue tenute, che erano molte, unicamente per promuovere le vocazioni religiose, sacerdotali e missionarie. Così che mandava decine e decine di aspiranti suore, frati, preti e missionari in tutte le regioni d’Italia, completamente a sue spese, fino alla prima professione o accettazione ufficiale del chiamato da parte degli istituti.
Chi conosce un po’ la storia della nostra Provincia di quel tempo, conoscerà anche i molti religiosi e padri che da bambini erano venuti dalla Puglia ad Albino (BG). Tutti inviati dalla signorina Squadrilli, come il p. Zagaria, p. Zampogna, p. Tritta, p. Campanale - per parlare solo di Andria; e poi p. Lapalorcia, p. Gigante e innumerevoli altri che poi uscirono per motivi vari e molti anzi continuarono in altre diocesi. Ora questa santa benefattrice (che santa veramente era!) aveva un cappellano di famiglia che era mio zio, p. Vincenzo Losappio, grande animatore della devozione al SS. Salvatore e della devozione a s. Rita, della quale mio zio era venerato canonico.
Un giorno mio zio si fece questo ragionamento: io ho mandato tanti giovani di varie famiglie, e perché non mandare a farsi prete anche uno della mia famiglia?... Così ne parlò con mio padre, e mio padre ne parlò con Lorenzo, mio fratello, con due anni più di me. Lorenzo accettò, in un primo tempo. Ma, alla vigilia della partenza, si rifiutò. Allora immediatamente intervenni io: "Non vuoi andare tu? Vado io!". Ecco la mia vocazione!... Andai a visitare la signorina che mi benedisse. E così in quel settembre del 1924 feci il grande viaggio in compagnia di papà e di mamma per la nostra Scuola Apostolica di Albino (Bergamo). Avevo undici anni e tre mesi!...
La preghiera ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Non perché io abbia pregato molto, ma perché il Signore ha mostrato la sua magnanime pazienza e misericordia, accettando le preghiere e i sacrifici che tante anime hanno offerto per me. E in primo luogo, dopo la mia mamma che morì giovane, le preghiere e la continua assistenza e i consigli della mia sorella Angela. Un vero Angelo, vivace, attento: l’Angelo della nostra famiglia! Così, poco a poco, sono arrivato a traguardi che da solo non avrei potuto sognare. L’ordinazione sacerdotale, il 10 luglio 1938, nella cattedrale di Andria, dove per la prima messa (14 luglio), l’arciprete Addati e i suoi due fratelli canonici, don Vincenzo e don Leonardo Addati, movimentarono tutte le organizzazioni diocesane, l’Azione Cattolica e la Schola Cantorum che solennemente eseguì la Prima Pontificalis di Perosi.
Ma soprattutto fu una festa sognata, preparata e anche offerta dalla Cattedrale, come omaggio alla bontà e all’attività diocesana della mia cara sorella Angela, più che a me, che di Andria conoscevo solo i pochi giorni vissuti là quando scendevo per le vacanze o da Albino o da Bologna...
Appena arrivati a casa, dalla celebrazione della Prima Messa, il primo gesto che fece Angela fu di prostrarsi e di baciare per terra, dicendo: "Signore, ti ringrazio!". Questa semplice preghiera entrò nel mio cuore, come compendio di una vita di sacrifici, di attese, di pazienza e soprattutto di preghiere della mia sorella Angela.
Il Signore mi ha fatto vivere una vita meravigliosa. Mi ha arricchito, dandomi grazie speciali. E una di queste, i miei tre anni vissuti a Roma, tra i libri di filosofia, ma più ancora in un continuo peregrinare nel grande libro della Storia che è la città di Roma!... E poi l’esperienza dell’insegnamento a Foligno, dove ho apprezzato e goduto la spiritualità francescana di Assisi... E là a Foligno, ma con un continuo richiamo che veniva da lontano, dal tempo del mio anno di prefetto ad Albino col p. Boschini e p. Tanzella e dai banchi dello Studentato dove ero disponibile a tutto ciò che sapeva di missioni... Là a Foligno ho maturato la mia vocazione missionaria.
E qui viene il ricordo di alcune "coincidenze" che ai non interessati possono sembrare senza alcuna importanza, ma che per me sono incisivi richiami ad una realtà spirituale veramente indicativa. Non è molto originale dire che io amavo la Madonna, fin da bambino. Quando scendevo ad Andria, per le ferie, le mie visite privilegiate erano sempre la chiesa della Madonna di Alto Mare e la basilica della Madonna dei Miracoli. Tante volte nella mia vita mi sono trovato io in alto mare e altrettante volte e puntualmente mi ha liberato la Madonna dei Miracoli e di Alto Mare.
E adesso, non è per forzare a credere nessuno, ma solo per conservare per me un ricordo di pietà, amore e riconoscenza, devo scrivere ciò che ho sempre conservato solo in me stesso, come memoria viva da non dimenticare e da meditare.
In primo luogo un ricordo del 1925. Un ricordo vivo della mia vita di apostolino di Albino, mai dimenticato... Proprio alla vigilia della festa dell’Annunciazione, giorno della mia vestizione, faccio un sogno: "una notte spaventosa, da diluvio, una mareggiata che ingoia tutto, e io solo, vicino ad essere sommerso e disperato. Improvvisamente mi viene incontro la Vergine Immacolata di Lourdes, mi piglia per la mano e mi mette in salvo...". Io non so se voi avete sognato mai il Paradiso, ma io penso che non si godrà una gioia più grande di quella provata da me durante e subito dopo quel sogno.
È un semplice sogno da bambini, naturalmente. Ma io non l’ho dimenticato fino ad oggi, come un ricordo vivo e presente, un ricordo di 56 anni fa. Naufragi veri e propri non ne ho mai avuti.
Nel 1953 ricevo dal nostro vescovo mons. Sebastiano de Rezende l’invito di portare a Beira due nostri missionari perché avevano già l’aereo prenotato per l’Italia. Urgente! Beira dista da Quelimane, nostra residenza nella Zambesia, ben più di 600 km... I miei due padri sono in missioni differenti e lontani e per andare ad avvisarli e a condurli con me a Quelimane devo fare altri 1000 km. Mi faccio coraggio e chiamo in aiuto un italiano di Lorenço Marques, di passaggio, e nostro grande amico, il sign. Italo Moranduzzo...
È una corsa contro il tempo. L’indomani i padri dovevano presentarsi all’aeroporto di Beira. E noi infatti corriamo senza sosta. Ritorniamo a Quelimane con i padri alle 7 di sera, per ripartire per Beira la notte stessa. Il viaggio per Beira è un rischio. Le piogge stanno per finire, ma non sappiamo come sono i ponti e come sono i fiumi, grandi e piccoli. Infatti dobbiamo attraversare lo Zambesi! Tra piccole preghiere e qualche barzelletta, per non dormire, io e i due padri arriviamo al punto cruciale, un passaggio obbligatorio dell’acqua per continuare il viaggio. Siamo al fiume Ziu Ziu, un affluente di rispetto dello Zambesi, fiume di grande rispetto.
Lì dove arriviamo noi e dove la strada finisce c’è anche l’indicazione dell’unico passaggio possibile. In quel punto il fiume Zambesi fa una curva larghissima e proprio su quella curva si innesta l’affluente Ziu Ziu, anch’esso poderoso e largo un chilometro! Nell’incrocio dei due fiumi e durante la stagione secca, essendo il fiume Ziu Ziu povero di acqua, gli africani improvvisano una strada di canne di bambù sotto l’acqua bassa e così i volontari possono passare. Noi arriviamo là e siamo ancora nel regime di pioggia. Non sappiamo se è già stata costruita la "superstrada" marina africana. È mezzanotte! Davanti a noi acque, acque in movimento, e sopra di noi un impeccabile cielo stellato, tutte stelle lavate, lucide e tremolanti! Torniamo indietro due chilometri per informarci dall’amministratore locale. L’ora è infelice, ma la necessità ci fa audaci. Per caso l’amministratore (e io non lo sapevo) era un mio antico amico, il sign. Camillo, già amministratore di Mualama (Pebane), al tempo della fondazione di quella mia prima missione. Così non ci ha lasciato alla porta. Tutta la famiglia si è alzata e, prima di ogni altra spiegazione, ci ha obbligati a sorbire un buon caffè bollente con dolcetti, che non mancavano mai nella casa dei buoni portoghesi. L’amministratore ci porta di nuovo al fiume e manda un suo aiutante a fare un sondaggio nelle acque. Di lì a poco il ragazzo torna e ci dà tranquillità: l’acqua del Ziu Ziu arriva solo alle ginocchia. Possiamo tentare.
Uno sguardo alle acque e uno in alto per fissare qualche gruppo di stelle, per seguire una linea retta immaginaria. E via! L’auto coi fanali a livello del fiume e noi, con un po’ d’acqua nel cuore, si avanza due o trecento metri senza novità, forse ce la facciamo. Ma no! Più avanti una grande buca e un non so che, prima entrano nell’acqua i fanali e poi a poco a poco tutta l’auto coi suoi passeggeri... P. Bettoni e p. Gadotti tentano di aprire la porta. Non va. Da un lato le acque dello Zambesi in curva e dall’altro le acque dello Ziu Ziu che vengono in senso contrario, bloccano le portiere. Non c’è tempo da perdere. I due padri risolvono di uscire dal finestrino e ci riescono: loro sono più magri di me! Io no! I padri tentano di aprire poi per me le portiere dal di fuori, ma inutilmente e così salgono sulla "capotte" dell’auto, aspettando gli eventi... Io so che la portiera non si apre, sento l’acqua aumentare dentro la cabina, ma, cosa strana (forse qualcuno non ci crederà!) mi sento calmo. Mi trovo a recitare un’Ave Maria e poi tento la sorte... Mi appoggio alla portiera e le dò un solenne strattone: ce l’ho fatta! Si sono rotte le cerniere e la maniglia, ma con la forza di chi?... Io da parte mia lo so, ne sono sicuro... E un grazie sale dal mio cuore e penetra e va oltre il cielo stellato...
Il resto del racconto non ha importanza. Un centinaio di uomini a nuoto o con piccole canoe portano l’auto e anche noi sulla spiaggia, dove tutta la notte abbiamo vissuto la scena biblica di Sidrac, Misac e Abdenego (Dn 3,24), passeggiando anche noi tra le fiamme di un fuoco provvidenziale per asciugare i nostri vestiti.
Un caso? Un altro, come questo. Sentite! Nel 1955 portavo il p. Agostino De Ruschi, molto ammalato, dalla missione di Alto Molocue alla missione di Gurué. Pioveva. Chi conosce le strade di quell’epoca può farsi un’idea delle difficoltà da superare, soprattutto a metà cammino nei saliscendi dei monti di Nauela.
Stradette strette, scivolose, viscide, impossibili! Il nostro viaggio, sotto la pioggia e su quelle strade, si era allungato. Erano le cinque di sera ed eravamo ancora a metà cammino sulle "serre" di Milevane. Arrivati ad una delle salite più ripide, il fango viscido, sotto l’azione dell’acqua, tolse la forza al nostro motore e la governabilità delle ruote. E l’auto, invece di avanzare in salita, scende e scende sempre di più, per fortuna senza cadere nella valletta dei due lati della strada. Tentiamo di risalire, una, due, più volte, ma invano. L’auto incomincia sempre con buona volontà, avanza una decina di metri a stento, e poi ritorna di nuovo giù, fino a quando anche il motore si stanca, la batteria si spegne e non dà più segni di vita.
Le preoccupazioni adesso aumentano per lo stato di salute del p. Agostino e per l’inservibilità dell’auto. I quattro ragazzi che erano con noi si mettono subito a tagliare rami per costruire eventualmente una specie di capanna-rifugio. Io li richiamo tutti: "Carissimi ragazzi miei, su, diciamo prima una bella Ave Maria..." Poi salgo di nuovo in macchina e tento di far partire il motore. La fiducia è immensa. Ed ecco che al primo tocco della chiave di avviamento il motore risponde impetuoso e giovanile, come aiutato da una batteria nuova e per di più riusciamo a fare tutte le salite senza scivolare indietro... Anche questo caso - chiamatelo come volete - (ma noi missionari ne possiamo contare a decine e sappiamo che sono storie vere) - fa parte di quelli che noi sappiamo essere grazie del Signore e della Madonna.
Un’altra delle "coincidenze", di cui ho già parlato, e che sono state come "segnali" di una particolare grazia della Madonna per la mia vita missionaria futura: grazia che io devo certamente a qualche anima bella, di cui è pieno il nostro mondo spirituale e che sono gli interlocutori delle nostre difficoltà e gli intermediari degli aiuti che il Signore ci dispensa continuamente! Nel 1939, quando già sacerdote mi preparavo da lontano per le missioni, prima di andare a Roma, visitai le suore Carmelitane di Bologna col preciso intento di chiedere alla madre superiora che assegnasse ad una suora il compito di pregare per me e di accompagnarmi nel mio futuro campo di lavoro missionario con le sue preghiere e i suoi sacrifici. Le regole, come la clausura, in quel tempo erano molto rigide. La madre superiora accolse la mia richiesta, ma non mi consentì di vedere la suora designata, né vidi la stessa madre superiora. Fui ammesso nel parlatorio, dove il dialogo era possibile attraverso la celebre "ruota". Non ne seppi mai neppure il nome! Un’amicizia totalmente spirituale e anche da parte della suora una fedeltà veramente meritoria. Solo in cielo potrò sapere chi era quella mia cara sorella e chi sa quante grazie mi ha ottenuto con la sua preghiera. Però, anche se non l’ho mai conosciuta, ho avuto la certezza che pregava veramente per me. Infatti, quasi 15 anni dopo la mia partenza per le missioni, in una delle varie volte in cui rientravo in Italia per le vacanze, sono passato per Bologna e ho voluto visitare il Carmelo. Entro in parlatorio e, notate bene, "senza nominarmi", dico: "Sono un missionario del Mozambico e vorrei celebrare la s. messa nel vostro convento". La suora, dietro la ruota, non mi lascia nemmeno finire di parlare: "Padre, mi dice, conosce lei là un missionario di nome p. Antonio Losappio?..." "Sono io", è la mia semplice risposta di sorpresa e di gioia. Non mi importa più di vedere il tuo volto, cara sorella, né di conoscere il tuo nome. Adesso so che veramente noi ci incontriamo nel Cuore di Dio...
Nel mese di febbraio di quest’anno, 1981, sono stato di nuovo là a visitare le suore Carmelitane nel loro nuovo convento di Via Siepelunga. Ho concelebrato la s. Messa con p. Aldo e p. Luiz, nel loro parlatorio, sempre dietro la grata, però a viso scoperto. Ho raccontato loro la mia storia "carmelitana". Hanno fatto una bella risata e si sono interrogate subito su quale suora avesse potuto essere. Forse una vecchia suora, tutta fervore e amabilità, nota per questi impegni spirituali. Ora so di avere una santa in cielo a pregare per me...
Chi conosce il mistero della grazia o il potere della preghiera? Tante volte noi raccogliamo con gioia (e forse anche con un po’ di orgoglio) là dove altri hanno seminato nel silenzio e nelle lacrime... Il lavoro più grosso, impegnativo e fondamentale, è sempre fatto dalla grazia di Dio che opera in tutto! Quante illusioni noi ci facciamo! Nel mondo dello spirito, non vale lo "strafare", ma l’unione con Dio e un’anima unita a Dio e che sa pregare: ecco il segreto dei successi nell’apostolato! "Pregate il Signore della messe..." — dice Gesù — perché mandi i suoi operai a "mietere" cioè a raccogliere i frutti della preghiera. Oh, io so a chi devo tanti aiuti ricevuti, tante situazioni difficili e superate, tanti pericoli evitati, e tutto quel bene che ho potuto fare...
Nel 1947, partendo dal mio paese, ricevetti il "crocefisso" dalle mani del vescovo nella nostra chiesa di s. Domenico di Andria. Dopo la funzione due vecchiette mi avvicinano in sacrestia: "Padre, noi non abbiamo niente da darle; si ricordi di noi..." e mi danno due immaginette della Madonna. Il 7 settembre dello stesso anno, vado a Bologna per l’addio ufficiale: siamo 16 missionari in partenza, per l’Argentina, per Madera e il mio gruppo di 6 missionari per il Mozambico. Il Cardinale ci dà il "crocefisso" nella basilica di s. Bartolomeo in Bologna. Come missionario più anziano del gruppo, io dico due parole di circostanza. Anche là, dopo la funzione, una signora mi dice: "Padre, io non ho nulla da darle; si ricordi di me..." e mi dà un’immaginetta della Madonna. Il giorno dopo, sul treno che ci porta a Milano, un’altra signora ripete le stesse parole e lo stesso gesto: "Padre, io non ho nulla da darle, si ricordi di me..." e mi dà un’immagine della Madonna! Queste tre coincidenze io le ho meditate e portate con me in Africa, e le ho ancora oggi nel cuore, come una grande ricchezza: la certezza di non trovarmi da solo, il sapere che la Madonna mi aveva dato un "segnale" di protezione! La mia confusione comincia quando mi confronto con la realtà. Dopo il mio ritorno dall’Africa, per poter essere ricoverato in ospedale, sento in coscienza di aver vissuto una vita vuota, di non aver fatto niente di valido... Forse penso così trovandomi vicino al traguardo finale... Ma io sono estremamente convinto della mia povertà, non solo perché adesso penso così, ma per essere stato così tutta la mia vita. Francamente, so che altri penseranno il contrario, soprattutto perché "materialmente" ho fatto molto...
L’ispettore provinciale delle scuole della Zambesia, il sign. José Alves Pereira, mi ha scritto dal Portogallo il mese di gennaio di questo 1981 incoraggiandomi per la mia malattia e mettendo in risalto che se anche non potessi tornare in Mozambico, le tante opere che ho lasciato in Zambesia, chiese monumentali, scuole, officine, internati, ecc. continuerebbero a parlare ancora di me... Ora io non do più valore al fatto materiale e non mi interessa che altri ne facciano gli elogi. Invece vorrei che io stesso, davanti al Signore, avessi una parola valida, una vita religiosa ben vissuta, una fedeltà di amore. Questo invece, al livello che avrei dovuto, non c’è stato. Non ho dato tutto al Signore!...
Con la rivoluzione del 1975, anno dell’indipendenza del Mozambico, e la nazionalizzazione delle opere, delle chiese e delle nostre case, c’è stato un rinnovamento spirituale anche nella nostra vita missionaria e nelle comunità cristiane. Lasciati gli edifici di pietra, ci siamo dati a costruire le chiese vive. Senza traumi! Abbiamo cominciato a vivere e assaporare veramente il Vangelo delle Beatitudini e della povertà... E così, davanti a questa nuova maniera di pensare e di vivere, per me (dico per me!) cadono tutti i valori degli edifici materiali, costruiti e ora abbandonati, e rimane la nudità della mia mancata generosità col Signore.
E allora, vale la pena che io faccia la cronaca della mia vita missionaria, passata solo a "costruire" case, chiese, opere che adesso non mi dicono più niente?... Sì, lo farò, per ricordo e per rispetto degli altri missionari che hanno lavorato con me e la cui bontà e convivenza è stata per me un’esperienza meravigliosa! Col mio gruppo di 6 missionari, arrivammo in Mozambico alla metà di febbraio del 1948, dopo non più di 40 giorni di mare. Ci ricevette là a Quelimane il buon padre Pietro Comi. E da Quelimane a Mocuba, il primo battesimo africano: 200 km di viaggio sopra un camion caricato all’inverosimile e con la preoccupazione costante di non perdere il posto a sedere, sbalzati dalle buche della strada o sventagliati fuori dai rami degli alberi dall’alto. Era notte, e noi si rideva e si sognava! All’arrivo a Mocuba, il p. Comi, senza tanti preamboli, ci lascia tutti sotto il portico di una casetta perché va a prendere l’auto della missione in riparazione in una vicina officina. Noi pensiamo: "Arriverà subito" e non gli chiediamo neppure un bicchiere d’acqua. Ma l’attesa dura 10 ore...
Solo verso le quattro del pomeriggio arriva la nostra auto, una camionetta Chevrolet, uscita non so da quale museo di antichità. E l’unico gesto che il Padre ci dà è di allargare le braccia e invitarci a salire perché è tardi e ci sono altri 200 km per arrivare alla missione di Alto Molocue.
Noi avevamo immaginato che ci avrebbe portato, non dico una colazione o un pranzetto (questi erano già saltati), ma si sperava almeno in un’offerta di bevande fresche, per la gran sete che avevamo. Invano! Se questa è la Quaresima, chi sa come sarà la Settimana Santa, pensavamo noi. Così è stato il nostro primo giorno di vita africana! Nella missione di Alto Molocue, ognuno di noi ricevette la sua destinazione: Alto Molocue, Nauela, Gurué, Ile... Per me, e il p. Luigi Pezzotta, la fondazione della nuova missione di Mualama, posto amministrativo del distretto di Pebane, da cui dista 80 km e 260 da Alto Molocue... Andiamo verso il mare, l’oceano Indiano, lasciando alle spalle i verdeggianti monti dell’Alta Zambesia! E anche tutti gli altri nostri confratelli missionari che vivono in missioni relativamente vicine tra loro, ma tutte lontane dalla nostra destinazione...
Pebane, con circa 12.000 km2, comprende la sede del distretto e i due posti amministrativi di Mualama e Naburi. La nuova missione di Mualama abbracciava l’intero territorio. Più tardi da questa nasceranno le missioni distaccate di Pebane e di Naburi. La popolazione approssimativa è di 90.000 abitanti, parte di razza Lomwé, prevalentemente pagani, e parte di razza Macùa, tutti musulmani. I Lomwé, come risulta dai racconti dei più vecchi, discesero verso il mare dall’Alta Zambesia, soprattutto da Alto Molocue. Un cammino migratorio, di cui rimangono visibili vestigia nella foresta.
La zona costiera, con le sue molte isole, è abitata esclusivamente dai musulmani, gente di una cultura abbastanza evoluta, quasi tutti dediti alla pesca, e tutti ben vestiti. Accanto a loro, in forte contrasto, almeno per quegli anni ’40 e ’50, la povertà della gente Lomwé, dediti all’agricoltura e alla caccia.
I due gruppi rimanevano quasi separati: i musulmani lungo la costa e i Lomwé ai limiti delle grandi foreste che uniscono Pebane a Molocue e a Gilè.
Noi abbiamo fondato la missione tra i Lomwé, tra i più poveri, e ci siamo collocati al centro geografico ad uguale distanza tra gli estremi del distretto, 80 km da Pebane e 80 km dai limiti di Naburi con la provincia di Nampula a nord, e nel territorio del Regolo Pilima, a 30 km in linea d’aria dal mare.
Con i musulmani non abbiamo mai avuto grossi problemi. Anzi, subito dopo la fondazione della missione di Mualama, un pomeriggio, trovandomi solo nella capanna, sento un canto lontano e poi vedo venire per la strada una grande moltitudine di uomini, donne e di bambini, con bandiere e tamburi. Non mi so spiegare la ragione. Sarà una festa? Sarà una processione? Invece no: è un’autentica ambasciata delle popolazioni musulmane della costa, capeggiata dallo stesso grande capo dell’isola di Yusi.
E non sono solo saluti che ci portano; vogliono la missione tra loro: "Lasciate questa gente, Padre, che non sa neanche vestirsi!... Con noi starete meglio e costruiremo noi le scuole!".
E veramente noi abbiamo costruito molte scuole tra le popolazioni musulmane. E la prima subito agli inizi, a 80 km dalla missione, agli estremi limiti di Naburi nelle terre del Regolo Vilalo.
Il Regolo, un vecchio molto garbato, aiutava lui stesso a dirigere e raddrizzare i pali, a movimentare tutti, uomini, donne, bambini... e il Signore lo benedisse! Più tardi, nel 1963, ammalato e ricoverato all’ospedale di Pebane, ebbe il coraggio di resistere alle pressioni dei suoi capi religiosi e chiese il battesimo e morì cristiano.
In quel tempo Pebane, Mualama e Naburi erano tre missioni distinte. Io allora stavo nella missione di Pebane e così organizzai con quanti mezzi di trasporto fu possibile arrangiare, il corteo funebre per trasportare il grande capo al cimitero di famiglia, a Vilalo di Naburi, a 120 km da Pebane. Passando per le nostre missioni, si rinnovavano nella chiesa le cerimonie funebri, con grande solennità, presenziate anche con rispetto dai musulmani. Gli onori ai morti stanno al centro della cultura africana. E perciò il nostro gesto fu accolto con simpatia e molto apprezzato.
I miei primi anni di vita africana, passati qui a Mualama, sono stati duri ma veramente belli. Le difficoltà, si sa, erano state accettate come un programma già sottoscritto in anticipo. Clima pesante, umido, la mancanza di acqua è il sacrificio più grande. Scopriremo dopo le buone sorgenti, ma agli inizi, si usava l’acqua del fiume, torbida, giallastra e nella quale si bagnavano tutti gli animali e naturalmente tutti gli uomini, anche gli ammalati di tutte le malattie, tubercolotici, lebbrosi, ecc... La facevamo bollire ben bene e poi la si filtrava. Ecco tutto. E appariva sulla tavola nella sua temperatura naturale... Non avevamo frigoriferi, come non avevamo luce elettrica, né mezzi meccanici per dislocarci! La popolazione intanto a gruppi veniva a salutarci. Si sedevano a distanza e ci osservavano in silenzio per un’oretta e poi se ne andavano. Erano i primi contatti. Anche noi incominciavamo a visitarli, curando gli ammalati e distribuendo qualche regalino. Mi servì con successo il corso di infermiere fatto all’ospedale s. Orsola di Bologna, durante la guerra di Abissinia nel 1936. Un vecchietto, messo a nuovo da me con un po’ di coramina e alcune vitamine, un giorno si siede nella veranda della mia capanna e dice: "Padre, tu non hai voluto che io morissi... Ebbene, adesso, mi devi dare da mangiare per tutto il resto della mia vita perché io non ho nessuno che si cura di me". Simpatico! Oggi, 18 marzo 1981, all’ospedale Malpighi dove sono ricoverato per la nuova cura, ho ricevuto una lettera dal Mozambico, da p. Giovanni Gadotti: "... la sua malattia ha fatto rivivere in me i giorni tanto sereni, passati in sua compagnia a Mualama. Ho sentito più vicina la comprensione e la stima che ha sempre avuto per me (dico forse l’unica persona...) quindi per me il ricordarla non è un sentimento, ma un dovere..." Una lettera che mi ha commosso, toccando una verità alla quale ci tengo molto, anche perché è l’unica mia ricchezza: ho voluto un gran bene a tutti, e la massima stima e massima fiducia. Sempre! Col p. Pezzotta nel 1948 e col p. Gadotti nell’anno successivo, abbiamo creato una fitta rete di scuole, a cominciare dai territori più lontani. I vari Regoli ci hanno aiutato, anche perché le nostre scuole erano ufficiali. Il governo portoghese aveva affidato unicamente ai missionari le scuole primarie per i nativi mozambicani. Gli alunni certamente però hanno dovuto sentire l’impatto della nuova educazione, soprattutto le bambine, naturalmente le più restie. Difficoltà che furono risolte col tempo e anche con la venuta delle Suore Missionarie. Ma, nei primissimi tempi, il pubblico non era lo stesso. Venivano a gruppi i primi curiosi e poi si davano il cambio con altri.
E come nei contratti di lavoro, secondo l’uso vigente nell’amministrazione coloniale portoghese, gli uomini dovevano lavorare obbligatoriamente nelle Compagnie del cocco, zucchero, tè, cotone,... per sei mesi l’anno (sempre lontano dalle loro famiglie) e poi, avevano anche il diritto di riposare per altri sei mesi in famiglia, così molto spesso, nei primi tempi, comparivano in missione ragazzi e ragazze che ci portavano per mano altri ragazzi, per "sostituirli", dopo solo poco tempo di scuola. Volevano lo "scambio" e il "riposo", esattamente come nei contratti di lavoro per gli uomini grandi. Un certo rigore logico, nella loro mentalità infantile!... A poco a poco però esploderà l’interesse di imparare quando siamo stati in grado di moltiplicare le scuole e raccogliere attorno alla missione i più lontani e i più bisognosi e anche i più capaci, sotto il regime di internati, ma completamente a carico della missione il loro vestito, i libri e il vitto.
Più tardi, dopo la rivoluzione e l’indipendenza del 1975, a tutti i missionari, il nuovo governo comunista dirà che abbiamo obbligato gli alunni a farsi battezzare se volevano studiare da noi e anche di averli internati a scopo di sfruttare il loro lavoro... Una totale stortura delle nostre intenzioni e del nostro lavoro! Noi, per esempio, nei primi anni di Mualama, non abbiamo battezzato quasi nessuno, né tra la popolazione, né tanto meno tra gli alunni della scuola. Abbiamo lasciato la piena libertà a tutti. Anzi, a livello nazionale, gli stessi grandi del partito e del governo e tutte le forze vive del Mozambico confessarono e confessano che devono ai missionari la loro istruzione, eppure la maggioranza di loro non è ancora battezzata! Ma non voglio entrare in un campo di polemiche. Le mie note sono solo una raccolta di ricordi, una testimonianza d’amore per i luoghi dove ho vissuto la parte migliore della mia vita. Noi non possiamo essere coinvolti con i sistemi negativi del colonialismo. Abbiamo fatto di tutto per superarli, o almeno minimizzarli, in aiuto agli africani. Non abbiamo aperto scuole secondarie perché non ci era concesso dal governo, però abbiamo combattuto tutti gli intrighi e tutte le ingiustizie.
Nel 1949, mons. Sebastiano de Rezende, vescovo di una diocesi vastissima che comprendeva le province di Manica, Sofala, Tete e Zambesia, aveva col suo giornale Diario di Mozambico iniziato a Beira una polemica sulla necessità di dare agli africani un’istruzione superiore. Il problema era grosso per tutti i coloni: secondo loro i neri meglio istruiti non avrebbero accettato mai più i lavori manuali dell’agricoltura. Ma per il vescovo questo era un male necessario e transitorio, perché quando tutti i neri avessero saputo leggere e scrivere, sarebbe stato fondamentale per la loro sopravvivenza il ritorno al lavoro manuale.
Io seguivo la polemica sul giornale Diario. Ma un giorno il Governatore della Zambesia viene a visitare il posto amministrativo di Mualama. Tutta la sua carovana passa anche per la missione, con la solita festa preorganizzata della folla. Il Governatore si ferma e mi dice testualmente: "Padre, siccome il popolo sta gridando Viva, andiamo dietro la tua capanna a fare due chiacchiere".
Arrivati lì, continua: "Padre, sappia che l’istruzione che il governo vuole è questa: insegni agli alunni che cosa vuole dire lavorare, dia loro in mano una zappa, dica loro che questo ferro si chiama zappa e che usarlo vuol dire zappare, e che zappare è la migliore scuola..." Era una risposta polemica a mons. Sebastiano? Io inviai subito al vescovo la relazione testuale delle parole del Governatore. Questo problema di scuola e di lavoro continuerà ad essere il punto di discordia tra coloni e missionari, accusati di educare soltanto dei "calcinhes". Così venivano chiamati per disprezzo gli studenti che, appena sensibilizzati e personalizzati dai nostri metodi educativi, incominciavano a vestirsi meglio e a usare i "calzoncini". Per gli europei, l’africano che portava le "calzette" e i "calzoncini" era sinonimo di fannullone.
I coloni hanno avuto torto e forse la loro esagerata reazione e disprezzo per tutti quelli che cercavano un’educazione migliore ha stimolato nel fondo del cuore dell’africano quella rivolta naturale, propria di chi si sente oppresso, non riconosciuto e anzi contrariato nei suoi più elementari diritti umani.
Quando i missionari si trovavano solo a solo con i bianchi, soprattutto con i "machambeiros" (gli agricoltori), queste erano le discussioni più ordinarie e più accese. Questo problema ha avuto poi una sua evoluzione, per opera della chiesa, e anche per la presenza "in loco" di noi missionari stranieri.
Il governo portoghese nei decenni ‘50-’60, autorizzerà l’apertura di collegi diocesani per le scuole secondarie superiori, favorirà le scuole secondarie femminili affidate alle suore, autorizzerà una scuola superiore nella nostra missione di Alto Molocue per la formazione di professori per le scuole primarie e darà a noi l’autorizzazione di aprire un nostro seminario a Nauela con scuola media superiore.
Ma sarà sempre una goccia di acqua insufficiente per migliaia e migliaia di alunni. Con l’indipendenza del 1975 è esplosa questa sete di leggere e di scrivere: si sono moltiplicati i locali e le équipe per l’alfabetizzazione. E questo è stato un fatto positivo del nuovo governo, che non possiamo che lodare.
A Songo (Tete), nel 1978-1980, avevamo con noi un cuoco, di nome Assado (cotto). Non sapeva né leggere né scrivere, ma era commovente vedere come in tutti i ritagli di tempo si impegnasse a preparare le sue lezioni, e non gli importava di perdere il sonno, pur di frequentare le scuole serali! Di Mualama ho un ricordo che non posso dimenticare. Ho conosciuto là, proprio agli inizi, un povero diavolo di portoghese, il sign. Antonio Cardoso. Era un impiegato statale e andava da un luogo all’altro a scovare, nelle "machambas" (campi coltivati) private dei neri, gli alberi ammalati dei cocchi. Aveva l’autorità di ordinare l’abbattimento di questi alberi e di farli bruciare.
Il popolo non lo amava perché pensava che facesse di proposito per distruggere la proprietà dei poveri, a favore della grande compagnia Boror, dove il nostro uomo però non aveva alcuna autorità e non poteva perciò esercitare il suo ufficio nei territori della compagnia.
Una cosa simile avveniva anche a Quelimane e sembrerebbe un racconto di "mafia africana". Alcuni infermieri dell’ospedale centrale di Quelimane, autorizzati o no, passavano a controllare mensilmente l’igiene nei recinti delle case e dei negozi, soprattutto dei commercianti indiani, più docili alle intimidazioni. Gli indiani così dovevano pagare regolarmente una tassa "extra", se no venivano minacciati di forti multe o anche di chiusura.
Ricordo un indiano, un certo Macanji Tricanji, che si ribellò al sistema e ne pagò le conseguenze. Infatti egli aveva una "farma" nella vicina isola di Inhassunge con molto bestiame. Un bel giorno apparve là un sedicente veterinario per controllare la salute delle bestie e, sotto pretesto di malattie infettive, uccise con il fucile, davanti agli occhi del padrone, ben 70 mucche! Ritornando al nostro povero diavolo, egli davanti alla resistenza de piccoli agricoltori, ebbe l’idea di ritirarsi dal suo mestiere di fiscale e si stabilì per conto proprio, fino a diventare un ricco "machambeiro" con piantagioni di cocco, cajù e allevamento di mucche. Era solo e mi pare anche fosse separato da sua moglie, la quale però più tardi ritornò ad abitare con lui.
Ora, nel tempo della sua forzata "vedovanza", ebbe da una nera una bambina, di nome Teresa. Egli la tenne sempre nascosta e non la volle riconoscere mai neppure quando, "ricco", gli sarebbe costato poco provvedere a sua figlia.
Io ho conosciuto Teresa a cinque anni, quando girovagava, abbandonata, di luogo in luogo. Schiva, come una piccola selvaggia, gli occhi pieni di terrore: una figlia di nessuno...
Accettò il mio invito e io l’adottai come figlia. La inviai nel collegio delle Suore del Cuore Immacolato di Maria a Quelimane, a totale carico della mia missione. Là si fece una giovinetta seria e brava. Fu promossa in tutte le classi liceali, a pieni voti, e sempre dispensata dagli esami.
Per questo si meritò una borsa di studio della città di Quelimane e la mandammo nella capitale - allora Lourenço Marques - a seguire il corso magistrale che superò con grande onore. Quando fu nominata "professoressa" e quando ricevette per la prima volta in vita sua una somma di denaro, guadagnato con il suo sudore, Teresa mi fece la commovente sorpresa di inviarmi un bellissimo regalo, comprato con i suoi primi soldi...
Adesso si chiama mia figlia. Io ho benedetto il suo matrimonio con un bravo giovane, il sign. Antonio Ferreira, nativo di Mocuba, ma residente a Maputo, dove frequentava il corso di diritto all’università. Hanno avuto una figlia, Chiara, che io ho battezzato e che adesso, quando mi vede, mi viene incontro e mi chiama "Vovò" (nonno). Una famiglia veramente felice! La gioia dei missionari è stata sempre quella di promuovere l’istruzione, di dare dignità alle persone, di lavorare per il futuro migliore di tutti. Gioia, ma anche ambizione e impegno della nostra vita. Purtroppo la nostra estrema povertà e la mancanza di mezzi ha condizionato e limitato le mostre possibilità. Però abbiamo dato tutto, perché la nostra missione fosse una realtà viva e coinvolgesse l’attenzione e l’interesse anche dei nativi per una così necessaria promozione umana! Al nostro arrivo a Mualama potevamo ancora dire "hic sunt leones", non solo nel senso che la zona era veramente vergine e sconosciuta, ma anche perché realmente Mualama era una terra di leoni. Noi ne sentivamo il fiato sul collo, per così dire. Solo nel primo mese della nostra fondazione, in un raggio di un solo chilometro dalla nostra casa, il leone aveva ucciso ben 23 persone. Si viveva permanentemente in stato di allarme. Tutti i giorni, a destra o a sinistra, e a quasi tutte le ore, si sentiva gridare: "Sta qui! Va di là! Attenzione!" e la gente si muoveva armata di lance e di grandi coltelli. Alle cinque del pomeriggio tutti si ritiravano nelle loro capanne o attorno al fuoco nei loro piccoli cortili, protetti da recinti di grossi pali. Una protezione però che poco giovava quando il leone aveva fame. Hanno visto un leone saltare con un vitello in bocca una palizzata alta tre metri! Cacciatori provetti mi dicevano che di notte il ruggito del leone può essere sentito a 20 km di distanza! La foresta che cominciava subito dietro la nostra capanna, con una estensione di 120 km, era ricchissima di caccia grossa e di animali di ogni specie.
A nord, all’inizio della strada che porta a Gilè, viveva una famiglia di celebri cacciatori, la famiglia Cabral, col suo patriarca, Teodosio Cabral, figura tipica di gentiluomo, forte, robusto, di riconosciuta autorità in tutta la nostra vasta zona.
I Cabral venivano dall’Angola, dove possedevano immense proprietà relative alla caccia e all’allevamento dei bovini. In Mozambico si dedicavano agli inizi soprattutto alla caccia e il governo centrale mandava a passare le vacanze da loro quanti - amici, diplomatici - avessero avuto desiderio di avventura. Io ho stretto subito amicizia con tutta la famiglia, col papà Teodosio, i figli, Lucia, Pio e Giorgio e più tardi, a Pebane, anche con Luiz e Jaime.
Un’amicizia leggendaria. I Cabral mi hanno sempre considerato come un membro della loro famiglia. Ho benedetto i loro matrimoni e battezzato i loro figli. E per avermi con loro in tutte le circostanze della famiglia, liete o tristi, mettevano perfino l’aereo a mia disposizione. Ancora oggi in Portogallo, mantengono strette relazioni con me.
Nel territorio della mia vasta missione, c’erano altri due cacciatori di grande fama, due cognati, ma di carattere completamente opposto. Il primo, il sign. Luis Santos, che viveva vicino al Posto di Mualama, sulle rive del fiume Melela, era tanto buono e bravo; con lui non ho mai avuto motivo di dissenso, ma solo segni di profonda e reciproca amicizia.
Il secondo, il sign. Mario De Almeida, viveva a nord, sulle rive del fiume Molocue. Era un tipo duro, di ghiaccio. Passava tutte le mattine davanti alla mia capanna, con il suo camioncino, sempre stracarico di selvaggina, ma non si degnava né di un "Buongiorno" né di uno sguardo... Una volta però, non so perché, fermò improvvisamente il camioncino e, senza voltare la faccia, gridò al suo aiutante: "Dà a ’sto padre quell’animale..." e mi fece omaggio del frutto della sua caccia di quel giorno.
Ebbene quel "segno" fu l’inizio di una nostra lunga storia. Ci rivedemmo. Ci parlammo e mi raccontò la storia della sua vita da quando era sceso in Africa, giovane di 17 anni, senza esperienza, solo, senza meta. In breve, vidi quell’uomo, rude e già in età matura, piangere fra le mie braccia come un bambino. Rimase tanto affezionato a me che, se una volta mi fossi azzardato a non fermarmi da lui a prendere un caffè - anche passando lontano 50 km - si sarebbe offeso a morte.
Aveva una bellissima figlia di 15 anni, naturalmente non battezzata. L’avversione alla religione era tanto radicata in lui che — come egli stesso mi disse — avrebbe preso a fucilate chiunque avesse tentato di parlare di Dio a sua figlia. Ma la forza della grazia di Dio fu più grande della sua... Non solo battezzai sua figlia, ma vidi lui stesso che, sebbene non entrato in chiesa, se ne stava sulla soglia a vedere e a piangere... Ho saputo che questo mio amico è morto e di morte violenta... Ma io spero nella "violenza" della misericordia di Dio che fu capace di vincerlo e sono convinto di incontrarlo un giorno...
Altri due amici, dei primi tempi della missione, sono morti, tutti e due nel 1949, vittime del mare: il dottor Fonseca, medico del distretto di Pebane e l’agente del cotone, sign. Albuquerque. Il dottore ebbe un collasso facendo il bagno in mare e il giovane Albuquerque tentò invano di soccorrerlo, perdendo insieme la vita. Il dottor Fonseca era un buon uomo, nel senso pieno della parola. Ogni 15 giorni passava per la nostra missione per visitare i vari posti sanitari dislocati nella foresta. Un viaggio di vari giorni! Non era di peso a nessuno: portava con sé il cibo per una settimana. Era utile anche a noi perché, con il suo mezzo di trasporto, si andava a visitare le nostre scuole.
Albuquerque invece lo incontrai nel primo Natale passato in Africa, nel 1948. Ero solo. Avevo mandato il p. Pezzotta a celebrare la messa e a passare la prima notte natalizia con gli europei del centro distrettuale di Pebane. Stavo godendo la prima notte natalizia tropicale, quando sento forti lamenti in una capanna, a circa 50 metri dalla nostra. Vado là preoccupato e trovo un giovane europeo, Albuquerque appunto, di circa 20 anni. Era l’agente del cotone e aveva una bella casa vicino al Posto di Mualama. Ma lì, stando solo, vinto dalla nostalgia natalizia della mamma lontana, aveva cercato nella foresta un po’ di distrazione.
"Caro mio — gli dico — qui siamo soli e senza mamma tutti e due, vieni con me e passeremo insieme il Natale!". Il primo Natale africano! Senza cuoco, perché ammalato, e con la dispensa assolutamente vuota! Arrangiai un po’ di pesce fresco e così consumammo il grande pranzo natalizio, con due pesci ciascuno, senza dolce e senza vino; come bevanda l’acqua tiepida, però rallegrati dalla musica di un bel grammofono che avevo portato dall’Italia.
Tutta la fascia costiera del Mozambico, che si affaccia sul canale del Madagascar, è una zona ciclonica. Ogni anno e varie volte all’anno, si abbattono là tempeste di estrema violenza, venti fortissimi e piogge pesanti e continue. È l’epoca più temuta dell’anno. Le piogge sono utili per risolvere i problemi alimentari, ma possono anche distruggere le speranze di tutti. Allora le strade, costruite tutte su fondo di sabbia, scompaiono. I fiumi si allargano, straripano, ricevendo tutte le acque dell’interno, convogliate verso il mare. Nel 1949 passò sopra di noi un ciclone di particolare violenza e per tre mesi rimanemmo prigionieri tra due corsi di fiumi straripati, nel raggio di un solo chilometro di distanza, da una parte il fiume Malema e dall’altra un grosso torrente che attraversava la terra dell’antico "Samaçoa" (capo) Ntxoka. Questi periodi sono anche tempo di fame per tutti.
Anche noi ci adattammo alle leggi della sopravvivenza e la nostra fortuna fu di avere un po’ di "mandioca" già formata sotto terra. Quella fu per noi pane, patate e companatico.
Da Quelimane venne a Pebane un aereo per verificare, in volo, i disastri dell’alluvione. Una volta gettò anche un sacco di posta. Ma dall’alto il pilota non potè sentire le imprecazioni degli abitanti "terrestri" che reclamavano riso, pane e non le lettere... Tornato un po’ di sole, tentai di mettermi in comunicazione con la missione di Alto Molocue. Per fare 260 km impiegai 9 giorni e grazie alle zappe e alle accette che avevamo portato con noi.
La popolazione soffriva molto per queste calamità naturali che rendevano più precarie le già difficili condizioni di povertà. Come agricoltori non erano gran che! Si accontentavano del minimo indispensabile, di un autentico fazzoletto di terra, seminato ad arachidi o mandioca, anche se non mancano mai alcune piante di tabacco attorno alla capanna. Le ragioni sociali di questa povertà sono molte. Prima di tutto, il carattere migratorio del popolo. Troppo facilmente, anche se in determinati limiti, gli abitanti si spostavano da una parte all’altra, abbandonando i campi già sfruttati e tentando la sorte in altri. Così la foresta in cui vive è relativamente giovane, sempre soggetta ad essere abbattuta e sempre poi regolarmente lasciata libera. A questo tipo di agricoltura, e al conseguente spostamento di abitazione, non è estraneo lo sfruttamento delle grandi compagnie semistatali del cotone.
Tutti i neri dovevano coltivare il cotone. Era un obbligo, come un servizio statale, nessuno poteva esimersi. Ma non poteva coltivarlo a piacimento. L’amministratore del Posto e l’agente della compagnia indicavano il luogo e i metri quadri che dovevano coltivare. Naturalmente le terre così selezionate erano le migliori e quasi ogni anno gli agenti sceglievano terre fresche per una produzione costante e migliore e di conseguenza la popolazione si spostava più volte, adeguandosi, per poter avere l’abitazione non lontana dal luogo del lavoro.
Un altro fattore negativo dal punto di vista sociale era la "legge del Contratto". Per il cotone l’obbligo era famigliare; per il lavoro di contratto invece la legge era individuale.
Ogni uomo era obbligato a lavorare sei mesi l’anno per contratto e quasi sempre in terre lontane dalla famiglia. Così le famiglie venivano disgregate. E non parliamo del salario di allora! Era un salario di fame. In seguito le situazione è andata migliorando, soprattutto negli anni ’60 e ’70. L’intervento della Chiesa è stato decisivo.
Ma anche in mezzo a tanti malanni (che ogni sociologo potrebbe facilmente scoprire ed enumerare) ho visto un popolo meraviglioso, un popolo sempre allegro. Le sofferenze morali e materiali, a cui andava periodicamente soggetto, non scalfivano il punto fondamentale della sua cultura, il fatto di sentirsi un popolo unito, un’unica famiglia! Un popolo portato all’amicizia! Da principio abbiamo fatto un po’ di fatica ad intenderci. Il missionario non era mai stato conosciuto e quindi ci trattavano con rispetto, ma anche da lontano, come qualsiasi "mukunha" (bianco). Ma poi la cura degli ammalati, le visite alle famiglie, i contatti con gli uomini a cui abbiamo dato un lavoro vicino a casa, tutto contribuì a stabilire un rapporto di reciproca familiarità.
E da "mukunha", hanno cominciato a chiamarci "padri". Il p. Pezzotta, in questo genere di cose, aveva un carisma tutto particolare. Come pure, dopo di lui, il p. Gadotti, grande lavoratore e grande cacciatore. Insieme a loro ho vissuto con gioia la mia prima esperienza missionaria. E ho cominciato anche il mio primo lavoro di costruttore: una casa per i padri, accogliente e grande, come sarà poi lo stile di tutte le mie costruzioni, grandi e spaziose perché all’interno nessuno in casa si sentisse prigioniero! All’inizio abbiamo fatto pochi cristiani. La prima semente che abbiamo gettato ha richiesto vari anni di silenzio e di speranza, prima che si notassero movimenti di gruppi orientati verso la chiesa. Più tardi altri mieteranno con gioia quello che abbiamo seminato nella fede.
Non posso non ricordare i miei grandi amici che avrebbero continuato, dopo di me, il lavoro nella missione: p. Agostino De Ruschi, p. Minoia, p. Pistelli, p. Ruffini, p. Pegolotti, p. Venturini...
Il vescovo, nel 1950, mi chiama a fondare la missione e l’opera di "Artes e Officios" di Quelimane. Avevo dedicato la mia missione a Cristo Re. Prima di iniziare, con due "rally" (rotaie), avute dalla compagnia Boror, ho innalzato una Croce sulla collina sovrastante la nostra casa: ecco questa terra è di Cristo Re. A lui gloria, lode e onore! Quelimane: seconda tappa della mia vita africana! Quelimane è la sede del Governatore della provincia della Zambesia. Una città tranquilla, situata sulla riva del fiume "Bons Sinais" (Buon segno) a 17 chilometri dal mare.
Città commerciale: qui convergono tutte le forze produttive della provincia che è la più ricca del Mozambico. È la sede anche delle grandi compagnie: Boror, Madal, Sena Sugar, Cha Licungo, Monteiro Giro... che monopolizzano le colture degli alberi da cocco, delle fibre di sisal, dello zucchero, del riso, del tè, del cotone, ecc.
Qui ci sono i grandi magazzini degli indiani che forniscono di mercanzie varie, dagli abiti al vino, le "lojas" (negozi) dell’interno e comprano i prodotti agricoli degli indigeni. Un commercio ricco e redditizio.
In mezzo a questa ricchezza (e anche frutto del colonialismo), c’era la piaga dei figli di nessuno, un buon numero di bambini, per lo più meticci, che crescevano senza educazione e senza voglia di lavorare.
A questo problema si era rivolta l’attenzione sia del governo che della chiesa. Era necessaria un’opera che servisse da scuola a tutti i livelli, dal punto di vista dell’educazione e della vita pratica per salvare questa gioventù.
Così nel 1950 il nostro vescovo, mons. Sebastiano de Rezende, mi affidò quest’opera, tutta da cominciare. La dedicai alla "Sacra Famiglia". Gli africani più tardi la chiameranno semplicemente la "Sagrada" (sacra). Il parroco della città, p. Manuel Guerrairo, mi offrì l’ospitalità nella sua vecchia casa, accanto all’ospedale. Ero solo! Gli aiuti di personale sarebbero venuti più tardi, quando la prima casa era pronta.
Il progetto prevedeva: un grande edificio per le scuole, un ospedaletto o posto sanitario, un edificio per gli internati, una casa per i padri, una segheria e una falegnameria meccanica e le officine per le auto, a ciclo completo, dal lavaggio alle riparazioni. Quando lasciai Quelimane, nel 1956, tutte queste opere stavano già funzionando! Però gli inizi furono particolarmente duri. L’unico terreno disponibile, che il comune di Quelimane ci poteva offrire, era un terreno all’uscita della città, sulla sinistra della via che porta a Mocuba, una zona chiamata "Cololo".
Ora tutti i terreni della Bassa Zambesia e soprattutto quelli vicini a Quelimane, sono formati da "murunde", strisce di terreno alto, fittamente alberate con alberi di cocco e di mango e in mezzo a questi le capanne dei neri. Accanto a questi terreni, vi sono zone molto basse, soggette ad infiltrazione d’acqua delle maree o semplicemente acquitrinose. Terre buone per coltivare il riso. Precisamente una di queste terre basse, era quella che ci veniva offerta. Per prima cosa ho dovuta innalzare tutto di mezzo metro per asciugare il terreno e renderlo adatto alla costruzione.
Un lavoro da scoraggiare! Le costruzioni a Quelimane erano costosissime per l’assoluta mancanza di materiali. La sabbia si trovava a 35 km e le pietre a 160 km e si comprava a prezzo elevato, oltre a dover pagare le spese dei trasporti, del treno e dei camion.
Tuttavia i lavori proseguivano, agevolati da un grande mestre de Obras che avevo con me, il sign. Antonio Quintas, che trasmetteva entusiasmo a tutti i lavoratori neri. Dalla mattina alla sera era una macchina da lavoro. A quei tempi però, le condizioni del terreno acquitrinoso, alimentavano un arsenale di zanzare, le quali, ad ogni passo che si faceva, si alzavano e ti piombavano addosso a decine e decine, tutte con l’obiettivo di fare un buon assaggio del tuo sangue.
In breve, la malaria era il nostro pane quotidiano. E un bel giorno anche il nostro mestre de Obras si ammalò, con febbre a 40, sdraiato nella sua piccola capanna di rami di cocco, innalzata sul luogo del lavoro, tutto tremiti e sudore freddo.
Lo porto subito all’ospedale. Ma là una moltitudine di ammalati in anticamera e un solo medico a visitarli, ci hanno fatto attendere ben tre ore senza essere assistiti. Allora lo riporto a letto. Corro in città e ritorno da lui con due bottiglie di "champagne": "Caro Quintas, bevi fino all’ultima goccia — gli dico — e buona notte!". La mattina seguente torno là, preoccupato della sua salute, ma lo vedo arzillo e allegro e già al lavoro di buon mattino.
La mia medicina fu dunque positiva. Infatti, in mancanza d’altro, molti europei, in Africa, superarono la malaria solo con bevande forti, come cognac e whisky. Questo mi fa ricordare un altro episodio, avvenuto nella missione di Namacurra, dei padri Cappuccini di Trento, i miei grandi amici, p. Emilio, p. Teodoro e p. Marcellino. Ora, una volta, passando di là, trovai p. Teodoro ammalato, con febbre da 15 giorni. Due volte era stato visitato dal medico, ma senza risultati. "Te la do io, caro padre, la ricetta..." E così andai a comprare una bottiglia di champagne e l’effetto fu immediato. Allora p. Marcellino disse agli altri: "Mi raccomando, quando mi ammalo, chiamatemi solo p. Antonio!". Non so se diceva questo convinto della mia arte o per il sapore del buon vino... Nel 1951 erano già pronte le prime costruzioni: una grande scuola con 6 aule e un piccolo ospedale che diventò la residenza provvisoria dei padri. Nel frattempo infatti erano venuti con me p. Francesco De Ruschi e p. Raffaele Pizzi. La festa dell’inaugurazione coinvolse tutta la città, presenti il vescovo di Beira e il Governatore della Zambesia. Bandiere, danze, manifestazioni ginnico-sportive e anche la banda suonata dai nostri ragazzi.
Un tempo la città di Quelimane aveva una sua banda municipale, ma da anni non funzionava. Gli strumenti, già vecchi, nessuno li usava più. Noi la rimettemmo a nuovo. Aiutato un po’ dal comune, feci venire strumenti nuovi dall’Italia. Così p. Francesco, che di musica se ne intendeva, si mise all’opera e in poco tempo la nostra banda (questa volta la "nostra" banda della "Sagrada"), tutte le domeniche-sera dava concerto nella piazzetta con piscina di fronte al Lungomare "Bons Sinais". Con la banda, mettemmo su anche un’associazione sportiva, la "Lusitano", entrando con una nostra squadra nel campionato di football della città e anche una scuola di boxe...! Ormai tutta la Zambesia ci conosceva e piovevano da ogni parte le domande di "ammissione"... E i nostri ragazzi erano i più rispettati di Quelimane, i ragazzi della "Sagrada". Il governatore della Zambesia, Mello e Alvin, era un grande ammiratore dell’opera e un nostro amico. Più volte la settimana veniva "alla buona" a passare la serata con noi, a sentire i concerti di p. Francesco al pianoforte e anche i cori delle opere o delle canzoni italiane, cantate dal duetto, p. Francesco e il sottoscritto. A quei tempi non ero un Caruso, si sa, ma la mia voce di tenore era robusta e squillante.
Nella stessa notte di natale del 1951, il governatore venne con la famiglia a festeggiare da noi e ci portò da bere e da mangiare. Era un grande amico! Io feci fare per lui a Milano, da un buon pittore, un suo ritratto, vestito da ufficiale della Marina, quale egli era. Ma quando tornai in Africa, il nostro era già stato nominato governatore della Guinea-Bissau.
Ugualmente egli gradì molto il ritratto e lo portava con sé quando cambiava residenza. L’ultima volta lo vidi a Lisbona, già libero da incarichi governativi. Fu sostituito dal dott. Gouveia e Mello.
L’opera ormai aveva preso le ali. Ma allora cominciarono le preoccupazioni. Da un lato, ero sicuro della serietà del p. Raffaele e del p. Francesco per la scuola, lo studio e l’educazione degli alunni, ma a me toccava organizzare l’opera di "Arti e mestieri", secondo il progetto.
Così, mentre il mestre de Obras avanzava nella costruzione delle officine, io andai a Johannesburg a comperare le macchine per la segheria, la falegnameria e le altre officine meccaniche. Poi organizzai il grande lavoro del "corte" (taglio) dei tronchi nella foresta per rifornire la nostra segheria.
Così quasi ogni mese passavo una settimana o due in foresta, a 200 km da Quelimane, nelle terre di Morrumbala. Bisognava tenere gli occhi ben aperti perché il furto delle "vighe" (tronchi tagliati) era un grande commercio da quelle parti. Pur con queste precauzioni, me ne sono scomparsi tanti nell’immensità di quella foresta. Nel mese di ottobre del 1952, ritornando dalla foresta, dissi agli operai che la domenica seguente non sarei andato là perché era la festa degli Angeli, protettori della missione di Coalane (Quelimane) dei padri Cappuccini, miei amici. Parlai così di proposito perché poi andai lo stesso di nascosto e già d’accordo con l’amministratore del luogo, tesi un agguato e prendemmo i ladri. L’amministratore sequestrò anche il loro camion, ma alla fine non ne feci nulla e perdonai a tutti...
Di pari passo con il lavoro di costruzione e di organizzazione, si sviluppava anche l’azione più propriamente missionaria. Da principio eravamo inseriti e cooperavamo con la parrocchia di Quelimane e la vicina missione di Coalane dei padri Cappuccini di Trento. Ma nel 1954, cioè dopo l’erezione a diocesi della chiesa della Zambesia, anche la "Sagrada Familia" venne dichiarata "parrocchia", con territorio in parte della cattedrale di Quelimane e in parte della missione di Coalane. Cominciò così un intenso lavoro pastorale e missionario.
Un lavoro che diede davvero poche preoccupazioni. Tutto il popolo "Chuabo" (di Quelimane) aveva una profonda tradizione religiosa e cristiana. Si dice che qui sia passato anche S. Francesco Saverio... ma quello che è certo è che i padri missionari Gesuiti dell’800 e del primo decennio del ’900 lasciarono qui un’impronta che si incarnò nel popolo e vi rimase anche dopo la cacciata dei Gesuiti dal Portogallo nel 1909 e 1911.
A Quelimane infatti si può dire che esiste un vero movimento di massa verso la chiesa. L’affluenza dei fedeli è veramente straordinaria. E le domeniche e le feste è bello vedere quel "va-e-vieni" di uomini e donne, vestiti con gli abiti migliori, scendere nelle strade fin dal primo mattino. La nostra cappella provvisoria, un’ala del grande edificio scolastico, è sempre affollata. Oh, le belle processioni della festa della Madonna del "Livramento", della Madonna di Fatima, del Corpus Domini, in città, e la festa dei SS. Angeli a Coalane o della Sacra Famiglia da noi! Tutta Quelimane cristiana vi partecipava! Era la festa di tutti! Quanta devozione e quanta spontaneità di preghiere e di canti! Per mantenere unite le varie nuove comunità di catecumeni, che sorgevano nella nostra parrocchia, soprattutto nelle "murunde", lungo la ferrovia fino a Namacata, ci ha aiutato molto la "Legio Mariae" che avevamo introdotto anche nella nostra Sagrada e che ancora oggi negli anni ’80, nonostante il clima avverso, è una forza viva per la pastorale, animata dal mio caro amico, p. Damiano Bettoni. Veramente commovente è anche la testimonianza di fede che questo popolo ha dato per la morte dei missionari.
Io ho assistito ai funerali di due padri Cappuccini, prima del p. Vincenzo e poi del p. Luciano. Certo il culto dei morti è alla base della cultura africana, ma la manifestazione di fede, da parte dei cristiani, e anche di amicizia da parte di tutto il popolo per il missionario è una cosa tutta particolare, commovente, unica! La veglia di più notti e di più giorni, l’afflusso enorme dei fedeli che riempiono la chiesa, ma anche la spazio fuori, attorno alla missione, il silenzio impressionante, e in chiesa i canti più del cuore che delle labbra, come un lamento cantato a bocca chiusa, le interminabili preghiere, attorno alla salma, preghiere sincere e angosciate, poi l’improvviso pianto generale, ti dà l’impressione che sia tutta la chiesa a piangere con te la morte di un padre, una preghiera che sale fino al cielo.
In quei momenti si ha la viva sensazione che la chiesa della terra e la chiesa del cielo siano una cosa sola, presenti nella comunità che prega... Io non potrò dimenticare più i miei cari padri Cappuccini che sono già entrati nella casa del Padre... Padre Vincenzo, l’amico di tutte le sere a Coalane, dove mi rifugiavo al termine della giornata nei miei primi tempi a Quelimane... Padre Luciano, sempre umile e sempre pronto alla "battuta" che ti conquistava... P. Emilio, che io chiamavo il "Milione" per la sua corporatura, tanto buono di cuore quanto pesava di corpo. Lo ricordo sempre quando lo incontrai la prima volta. Era passato un vento ciclonico sulla sua missione di Namacurra e i tetti erano volati via. Io andai nella stessa mattinata a soccorrerlo, con il camion pieno di tegole di "eternit". Lo incontrai sotto l’arco di una porta, unico rifugio sotto il flagello della pioggia. Appena passato il vento ciclonico che aveva devastato la casa, e ancora sotto il diluvio, egli radunò i suoi frati, tre in tutto con lui e propose di bere un bicchiere di vino alla salute e alla buona sorte... Sta in questo gesto tutto l’ottimismo del mio amico, p. Emilio! Così ricordo anche il p. Vittorino, uomo retto, che non si piegava né a destra né a sinistra, come dice la Bibbia. Nella sua comunità di Maganja da Costa ero di casa come a casa mia! Durante i miei anni di Quelimane mi sono sentito fratello di tutti i padri Cappuccini di Trento e di Bari. Incontrarci era una vera festa! Io li incontravo spesso, sia perché erano più vicini a Quelimane, sia per motivo di lavoro.
Anche dai nostri padri, soprattutto nel mio periodo di Superiore Regionale (1953-1956), ho più ricevuto che dato... Una fiducia reciproca immensa, ottimismo e gioia nel lavoro, e molti buoni esempi di vita religiosa.
Mons. Sebastiano De Rezende, affidandoci le missioni della Zambesia, ci aveva anche onorato della massima libertà. Non interferiva mai se non per incoraggiare e lodare! Una libertà consapevole però! Così ho fatto anch’io con i miei padri. Una fiducia che davvero si meritavano. Eravamo infatti una comunità unita e entusiasta! Con la nomina di mons. Francisco Nunes Teixeira a vescovo di Quelimane, la Zambesia ricevette un nuovo impulso nella fondazione di nuove missioni. Anch’io avevo una grande voglia di lasciare la città e tornare nella foresta! L’opera di "Artes e Oficios" ormai era in piena attività e finanziariamente autonoma. Rimaneva da costruire solo la residenza definitiva dei padri e anche il governatore voleva offrirci una chiesa.
A questo scopo più di una decina di volte fui chiamato nel palazzo del governo per valutare, correggere, scegliere i vari progetti che il governatore mandava a studiare dall’ingegnere delle Opere Pubbliche. Il governatore aspettava da me che io concordassi col progetto scelto da lui e che fu quello che realmente venne eseguito.
Quest’opera però la lasciai al mio successore, il p. Agostino De Ruschi. Io, d’accordo con il vescovo, scelsi la via del Gilè, per una nuova fondazione.
GILÈ. Adesso Gilè è sede amministrativa.
Nel 1956 era semplice Posto Amministrativo, dipendente da Alto Molocue, così come il Posto Amministrativo di Alto Ligonha. Una missione vastissima: Gilè dista 150 km e Alto Ligonha 90 km da Alto Molocue. Questa era la ragione della nuova fondazione: alleggerire il lavoro dei missionari. Così il vescovo aveva deciso di unire in una nuova missione i due Posti Amministrativi di Alto Ligonha e di Gilè.
Una missione già con alcune scuole e catechesi, ma che doveva essere totalmente costruita. In breve, una fondazione nuova! Gilè è all’estremo nord della provincia della Zambesia, confinante con la provincia del Niassa con il Rio Ligonha, a 180 km da Nampula e a 180 km dalla nostra missione di Mualama, a 150 da Alto Molocue.
Quelimane-Gilè, un viaggio di 58 km. Per me era obbligatorio passare dalla missione di Alto Molocue e anche dall’amministrazione del distretto per fare le mie presentazioni e conoscenze. L’amministratore era chiamato dagli africani "Empitela" (veranda) perché passava tutto il suo tempo sotto la veranda.
Era un uomo cinico, subdolo più che duro. Non c’era nessuna armonia tra lui e i padri della missione di Alto Molocue, eppure il superiore era un uomo buonissimo, il p. Angelo Minoia. Non si parlavano più e le loro relazioni erano strettamente ufficiali e perciò si parlavano solo con "notas" (relazioni scritte). Le "note" nell’amministrazione portoghese erano documenti scritti che bisognava conservare e alle quali era doveroso rispondere.
Io mi presento subito all’amministratore come il superiore della nuova missione di Gilè. Mi accoglie amichevolmente. "Oh, bene, padre, noi saremo sempre amici!". "Sì, gli rispondo io, andremo sempre d’accordo. Quando avrò qualche cosa da dirle, non glielo manderò per iscritto, ma verrò io stesso a comunicarglielo a viva voce!".
Man mano che mi allontano da Alto Molocue, provo due sentimenti opposti in me: l’ansia di ricominciare il lavoro di nuovo e anche un po’ la solitudine... Sono di nuovo solo! Solo dopo 9 mesi mi manderanno un padre in aiuto, il p. Venturini.
Siamo nel mese di maggio 1956, il mio pensiero va subito a Colei che è stata la mia "Stella", la Mamma di sempre. Consacro questa nuova missione all’Annunciazione! Il posto scelto per la missione è a 25 km da Gilè, nelle terre del Regolo Mabua. Un luogo alto, quasi a crocevia di diverse direzioni, attraverso le piccole strade scorciatoie della foresta. Non è abitato all’interno, perché le terre sono di scarso valore. Col tempo però la popolazione si avvicinerà. Adesso però è a vari chilometri di distanza, per sfruttare le ricche terre basse, tra i numerosi ruscelli della zona.
Di notte ho solo il silenzio con me, la misteriosa presenza della foresta e a volte il ruggito o il "fosto" ravvicinato del leone. Più niente all’interno! Sopra di me, più sorridente che mai, in quella limpidezza di atmosfera, la luce delle stelle! La mia casa provvisoria è un angolo di una scuola già esistente, coperta a zinco, fredda di notte e calda di giorno!P. Antonio Losappio, scj(Ricopiato dall’originale - Quelimane, 4 novembre 1982)
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RICORDO DI PADRE ANTONIO di Aldo Marchesini s.c.j.
Antonio, sono seduto sull’ultimo banco vicino alla porta laterale della chiesa della Sagrada Familia, perché potrebbero richiamarmi dall’ospedale come hanno fatto appena adesso.
Mi ero messo prima nel banco più vicino a te, a lato del catafalco, dove tu riposi nella bara, perché volevo continuare a restarti vicino, a vederti bene fino all’ultimo.
Appena seduto mi hanno chiamato e così ora sono qui. Non ti vedo proprio bene, ma tra le teste che ho davanti posso scorgere in un unico sguardo il tuo volto e le tue mani incrociate che reggono la corona del rosario, mentre un poco più alto c’è il crocifisso di legno, infilato sotto il cingolo che cinge l’alba e la stola sacerdotale.
Sento che è venuto il Signore.
Quanti rosari avrai detto, Antonio, in questi mesi? Avevi fatto della poltrona la tua residenza, perché disteso a letto non potevi resistere al dolore e non riuscivi a respirare.
Volevi il rosario sempre vicino sui piedi del letto lì accanto, o sul comodino dall’altro lato, insieme al crocifisso. Io te li rimettevo vicino se per caso nei preparativi per disporti per la notte si fossero allontanati. E tu facevi sempre la prova, con la mano; li toccavi, per essere certo che di notte li avresti potuto afferrare e portarteli sulle ginocchia.
Io stavo lì, sorridendo, in piedi a guardarti, mentre controllavi se avevo misurato giusto la distanza, incorreggibile, ché non ti fidavi mai una volta di me. Tutte le volte però, mi chiedevi scusa a tuo modo della poca fiducia, lanciandomi uno sguardo di approvazione da sopra gli occhiali, e augurandomi la buona notte.
Durante i lunghi pomeriggi del sabato e della domenica passati assieme, specie nell’ultimo periodo, quando ormai ti costava molto parlare e i dolori erano più forti, ogni tanto prendevi il crocifisso e Gli davi un bacio. Non dicevamo nulla, nessuno dei due. Ma non era necessario parlare per capirci: non c’era bisogno che tu ti lamentassi né che io ti compatissi. Sapevamo già tutto tutti e due.
Me lo avevi scritto alcuni mesi prima, quando dovetti restare parecchie settimane a Mocuba per sostituire il chirurgo ammalato.
"Caro Aldo – mi dicevi – stamane ho tossito molto e col catarro è uscita una grossa boccata di sangue. Ho avuto la certezza che sono nel rettilineo finale della corsa, e ho baciato il crocifisso del mio tavolino; accetto tutto, anche la solitudine che ha voluto per me in questo tempo".
Ed ora, Antonio, che la corsa s’è conclusa, il crocifisso è lì con te, per restare a farti compagnia nella tomba, fino al giorno della risurrezione.
Per Lui è stato pure il tuo ultimo sguardo, prima di morire. In camera avevi un altro crocifisso, fosforescente, che era appeso sulla parete laterale dell’armadio, ai piedi del letto. Ma a letto non ci potevi più stare; allora mi chiedesti di metterlo sulla parete di fronte alla tua poltrona, per poterlo avere sempre davanti agli occhi. Bastava alzare lo sguardo per contemplarlo e riceverne la Sua silenziosa risposta.
Negli ultimi tre giorni che passasti con noi, la debolezza era tanta che non riuscivi più a sollevare la testa dal petto. Anche in questo particolare il Signore ti aveva voluto associare alla sua passione.
L’ultima notte restò a vegliarti padre Renato. Eri senza conoscenza da parecchie ore, respiravi a fatica, quando due o tre minuti prima delle undici di notte, all’improvviso sollevasti la testa e guardasti alcuni secondi davanti a te, proprio nella direzione del crocifisso, poi desti un gran respiro, reclinasti di nuovo il capo sul petto e moristi.
Io non lo so di sicuro, ma sento dentro di me che è vero: quello che vedesti con l’ultimo sguardo quaggiù sulla terra non era più il crocifisso di plastica fosforescente, ma lui, il Signore in persona, che era venuto a prenderti per mano per portarti nel suo Regno. Solo per guardare lui, mi posso spiegare come trovasti le forze per sollevare il capo, quando neppure riuscivo a drizzartelo per farti bere un po’ di acqua! Questo non l’ho ancora detto a nessuno, Antonio, ma a te lo posso confidare, ora che sei qui in chiesa, in mezzo ai ceri e ai fiori, per la veglia funebre.
Sono le otto e mezzo di sera, e la chiesa si sta riempiendo. Dalle due del pomeriggio gruppi di cristiani si alternano per pregare attorno a te, per te, "baba Antonio" che fondasti questa missione e che ora sei tornato per morire in mezzo a loro. Recitano il rosario in lingua locale e a ogni decina cantano uno dei tantissimi inni dei morti. Un canto lento, in minore, appena sussurrato, che solo a sentirlo è una supplica irresistibile.
Ora c’è un gruppo di donne che prega e Alvaro, il ragazzo che fa da sagrestano sta rinnovando le candele dentro i ceri grandi.
Dalla città stanno arrivando un po’ alla volta tutti i missionari, padri, fratelli e suore.
Non è certo stato un caso che tu sia morto proprio tra il primo e il secondo giorno della riunione semestrale di tutti i missionari della Zambesia, e tra i padri, fratelli e suore saremo su per giù centocinquanta.
Ci siamo trovati tutti Tu facesti la scelta di tornare in Africa per morire tra la tua gente e i tuoi fratelli, rinunciando a migliori condizioni di assistenza che avresti potuto ricevere in Italia.
Hai voluto concludere la tua vita offrendo per questa chiesa locale l’ultima e più costosa di tutte le fatiche della tua opera di missionario! In questi mesi non sei mai praticamente uscito di casa, eppure la tua pazienza, l’umiltà con cui hai vissuto la prova, l’abbandono con cui ti sei messo nelle mani del Signore hanno fatto della tua poltrona una cattedra di sapienza, e tutti ne abbiamo attinto! Il Signore ha voluto anche lui dare un segno che sei stato un servo fedele: hai accettato dalle sue mani la prova dell’abbandono interiore e dell’angoscia della solitudine, seppure circondato dal nostro affetto di fratelli, e ora ha scelto di chiamarti a sé alla presenza di tutti, come per darti gloria: da morto dovrai ricevere l’omaggio di una moltitudine! E non solo l’omaggio di un numero grande di persone, ma anche quello, ugualmente significativo, dell’autorità, che per noi religiosi fa le veci della presenza del Signore.
Sei stato assistito, nel momento della tua morte, da padre Renato, che è il nostro superiore regionale e in casa ci sono pure, di passaggio, il superiore provinciale d’Italia, padre Benini, e il segretario generale delle missioni di tutta la Congregazione, padre Bogaart. Anche loro sono qui stasera, con tutti noi, non solo per pregare per te, ma per renderti omaggio, per ringraziarti, per celebrarti, di fronte a Dio, perché nella prova della tua passione e della tua morte tutti sappiamo che hai vinto.
Ormai ci siamo tutti, e la chiesa è piena. Recitiamo il rosario, intervallando le decine con il canto e la lettura di un brano della Scrittura.
Guida la preghiera padre Damiano, il parroco della Sagrada.
Pochi minuti fa è arrivato da Maputo padre Bernardo, il più anziano del nostro gruppo di missionari, per partecipare al tuo funerale. È venuto fino accanto a te nella bara, tra i ceri e i fiori, ed è restato a lungo per guardarti, in silenzio. Io da qui sono un po’ lontano e lo vedevo solo di spalle, ma so che ha pianto mentre si chinava per baciarti! Sono più delle dieci ormai mentre cantiamo l’ultimo inno. Un po’ alla volta la maggioranza andrà a casa. Ma per tutta la notte resterà gente per pregare e farti compagnia. È già arrivato un gruppo di donne, avvolte in capulane e si è seduto in mezzo alla chiesa. Alcune si stenderanno per dormire sul pavimento, a turno, e le altre pregheranno, secondo il costume di qua. Questa è la seconda notte di veglia. Oggi è il popolo, ieri siamo stati noi della famiglia.
Appena spirasti, padre Renato mandò padre Leali, che ti vegliava con lui, a svegliarmi. Venni giù di corsa e tutti e tre ti lavammo e ti vestimmo, mentre un po’ alla volta tutti i padri presenti in casa scendevano giù.
Ti mettemmo sul letto e disponemmo la stanza in modo da poter sistemare molte sedie intorno.
Quando tutti fummo presenti, una quindicina, recitammo il rosario, guidati da padre Giovannino. Tu avevi un mazzo di corone in camera, di riserva, per i cristiani che venivano a chiederle alla parrocchia. Ne distribuii una a ciascuno e alla fine rimasero con i presenti, a ricordo di te.
Poi il padre provinciale lesse e commentò alcuni brani del Vangelo di Giovanni. Rimanemmo su fin verso l’una. Era la notte fra l’11 e il 12 maggio.
Padre Renato continuò a vegliarti! Era la sua notte e non volle rinunciarvi.
Sull’altare assieme al vescovo Stamani, Antonio, è il 13 maggio, festa della Madonna di Fatima. È arrivata una lettera di padre Braga, da Lisbona, che ti saluta e dice che ti ricorderanno in modo speciale nella veglia di preghiera del 12 e nelle celebrazioni del 13 insieme alla moltitudine dei pellegrini uniti al papa. Non sa ancora della tua morte, e penso che dal cielo starai a sentire la sua preghiera per te.
Stamani sono andato presto all’ospedale per essere libero di arrivare in tempo per la solenne messa funebre presieduta dal vescovo. Povero don Bernardo! Lo sai che nello stesso giorno in cui sei morto tu, moriva anche il suo fratello maggiore, annegato mentre attraversava in canoa un fiume? Viene per il tuo funerale e poi ripartirà subito per Macuse, dove all’una ci sarà la sepoltura del fratello.
Arrivo adesso, dieci minuti prima dell’inizio della messa. La chiesa è già piena e mentre tornavo dall’ospedale ho superato colonne di persone che si dirigevano alla parrocchia.
Il presbiterio è già gremito di padri: saranno una cinquantina, già tutti con l’alba e la stola.
In sagrestia non ci sono più camici, per cui dovrò rinunciare a concelebrare paramentato. Mi metterò al primo banco. Me ne dispiace molto, ma la nostra amicizia non bada a queste esteriorità. Poi invece viene padre Damiano e mi dà la sua alba! Lui metterà la veste talare bianca con su cotta e stola. Anzi, il cerimoniere viene a convitarmi a stare a fianco dei tre concelebranti principali, vescovo, padre Bogaart e padre Comi, in virtù di essere stato il tuo amico più intimo negli ultimi anni.
La tua bara, Antonio, è già chiusa e non incrocerò più il tuo sguardo fino al giorno della risurrezione. Manca ancora qualche minuto all’inizio della messa, e resto in silenzio, un po’ appartato a prendere coscienza del ruolo ufficiale che mi è stato assegnato: di esprimere in questa celebrazione eucaristica la nostra intima comunione degli ultimi anni. Io ero studente Ti avevo incontrato per la prima volta da studente, in teologia, in uno dei tuoi passaggi per l’Italia. Pensavo già di venire in missione e subito sorse una simpatia reciproca.
Poi ti visitai a Pebane, nel ’70, quando venni per la prima volta in Mozambico. Ero con mio fratello, ricordo, e tu ci accogliesti con quella ospitalità generosa e premurosa che ti aveva reso famoso dappertutto. Ci facesti mangiare aragoste e granchio di mare, ci portasti alla spiaggia lì vicino, ci facesti visitare le miniere di Morrua, ospiti del tuo grande amico Cabral. Andammo pure a fare una "battuta" di caccia notturna nella quale prendemmo non so più quante gazzelle. Ma quello che più impressionava in te, non erano le cose che offrivi ai tuoi ospiti, o le sorprese che facevi loro; era la sensazione di essere oggetto della tua simpatia compiaciuta. Per ultimo ci portasti personalmente in macchina fino alla nostra prossima tappa, a Mulevala. Avevi una Volkswagen, ricordo, e ti vantavi che con quella riuscivi a passare dappertutto come se fosse una jeep.
Nel ’74 venni in Mozambico definitivamente e ci vedemmo parecchie volte. Ma l’incontro determinante per il nostro futuro fu quando venisti a passare la lunga convalescenza di una flebite a Songo, dove mi trovavo da quasi due anni, un posto molto fuori mano, in un’altra provincia, tagliato fuori dalla vita comunitaria della nostra congregazione. Quella della convalescenza penso oggi che fosse una scusa; il vero motivo era di venire a trovare un confratello isolato, anzi due, perché con me a quel tempo c’era anche fratel Giuseppe. Rimanesti circa un mese e furono giorni belli.
Poi rimasi solo soletto, per la partenza del fratello, e ritornasti di nuovo con padre Michele, questa volta senza più cercare motivi collaterali. Era solo per farmi un po’ compagnia.
La tenda verde Fu in quei giorni passati assieme che la nostra amicizia diventò comunione. Ci aprimmo l’animo a vicenda tutti e tre, nelle concelebrazioni, nella cappellina della "tenda verde", per mettere in comune il nostro desiderio di contemplazione.
A Songo di giorno la mia vita era movimentata, ma alla sera e di notte c’era modo di raccogliersi in pace e tranquillità. Combinammo perciò di fare una settimana di "esercizi spirituali serali".
Così come c’erano le scuole serali, per chi lavorava di giorno e qua e là sorgevano le prime università notturne, pensammo che potevamo ben fare un corso di esercizi notturni.
Cominciavamo all’ora di cena, quando tornavo dall’ospedale e restavamo a pregare fino alle undici e mezzo.
Celebravamo la messa commentando prolungatamente il Vangelo e poi rimanevamo a fare adorazione o a leggere insieme e meditare qualche brano di Scrittura.
Lì facesti conoscenza e entrasti in pieno in quel gruppetto di padri e suore amici tra noi, che sentivamo il richiamo della contemplazione, ma che non potevamo abbandonare lo stato di vita in cui ci trovavamo.
Avevamo pensato di costituirci in comunità, e dato che era impossibile unirci fisicamente, decidemmo di formare una comunità in spirito e dilatammo le mura del nostro convento a quanto era grande il mondo! In tal modo anche il convento diventava unico.
Al momento di separarci, ventilasti l’idea che alla prossima riunione plenaria della nostra congregazione, quando si sarebbe discusso di scegliere qualcuno per venire a Songo con me, ti saresti potuto offrire, tanto, dicevi, erano ormai diciotto anni che stavi a Pebane, ed era già tempo di cambiare. Diciotto anni... se tanti anni potevano essere un motivo, lo erano più per restare che per partire! C’era là tutta la tua vita, le tue amicizie, le tue opere, i frutti delle tue semine.
Ormai avevi deciso e quando ti risolvevi eri come Napoleone: "di quel sicuro il fulmine tenea dietro al baleno". Cioè bruciavi tutte le tappe intermedie! Passarono pochi mesi e arrivasti, ancor prima del tuo telegramma. Mi ricordo ancora! Erano le undici e mezzo di notte del 16 ottobre 1978. Quella sera avevo appena ascoltato per radio l’elezione del nuovo papa Giovanni Paolo II.
Avevi convinto padre Lionello a fare il viaggio di notte da Tete. Lui doveva fermarsi a Marara, in verità, ma tu con la tua irresistibile forza di persuasione gli avevi fatto fare altri 75 chilometri per arrivare su da me. Venendo a Songo avevi stabilito due linee fondamentali, alle quali volevi restare fedele, costasse quel che costasse: quella di fare comunità d’orazione con me, di aspettarmi per fare tutto in comune e quella di puntare tutta la tua attività missionaria degli anni che restavano nell’unione con Dio e nell’offerta! Sei stato veramente eroico, Antonio, ad aspettarmi, sempre, tu, che per temperamento volevi costantemente anticipare. Per esempio, ti ricordi? Avevamo messo la celebrazione dell’eucaristia alle 18,30, ma se per caso arrivavo a casa verso le sei, resistevi al massimo fino alle sei e un quarto e poi cominciavi a mettere la tovaglia, e il vino nel calice. Molte volte invece non tornavo per le sei e mezzo, e allora tu aspettavi. Mi attendevi per tutto, per pregare, e anche per mangiare. Pranzo e cena a Songo non hanno mai avuto un orario. L’orario era "quando tornava Aldo!". Avevamo un cuciniere che era una meraviglia, buono, onesto, bravo e fedelissimo: si chiamava "Assado" (in italiano sarebbe "Arrosto"). Ti voleva un gran bene, in risposta a quello che gli volevi tu! Diceva "O Senhor Padre Antonio è o meu PAI" (Il signor padre Antonio è il mio papà). Eseguiva a puntino tutte le tue ricette! Sapevi quello che mi piaceva in modo speciale e me lo facevi trovare. "Con quello che lavori devi mangiare, caro Aldissimo", e mi buttavi nel piatto sempre qualcosa in più.
Se tardavo ad arrivare a pranzo andavi a dormire e poi ti alzavi per pranzare con me.
E così per la preghiera. Tutto il breviario per intero, senza mai ometterne neppure un salmo, tutti i giorni, senza eccezione, tutto insieme, in coro, possibilmente in cappella, nella tenda verde, col Santissimo esposto.
La comunità contemplativa A questo ci tenevamo come alla pupilla dei nostri occhi, perché ci consideravamo una comunità di vita contemplativa. Ti ricordi, Antonio, quante volte ne parlammo? Da tante parti nella congregazione s’era alzata la voce e la preghiera perché si cominciasse qualche comunità contemplativa s.c.j.. Perfino il Fondatore ne aveva avuto a lungo il desiderio, ma senza mai realizzarlo. Così pensammo di cominciarne una noi di fatto. Certo, secondo i limiti imposti dalla mia vita in ospedale. Ma ciò non era un ostacolo reale. Anche i monaci avevano le ore di coro e di adorazione e quelle di lavoro! Chi in casa, chi nei campi, chi in biblioteca, chi in officina, chi nelle stalle. Non è il caso di meravigliarsi se ora un monaco andava a lavorare in ospedale. L’altro monaco, che eri tu, restava a lavorare in casa, a preparare il mangiare, a mettere in ordine il giardino, a praticare l’accoglienza degli ospiti, a leggere, a studiare, a scrivere e a pregare.
Noi ci credevamo sul serio e di fronte al Signore ci sentivamo una vera comunità di vita contemplativa. E quale fu la nostra gioia quando ricevemmo una lettera del vescovo di Tete, don Paulo, che ci incaricava ufficialmente d’essere nella diocesi sua, una comunità di preghiera, impegnata con l’orazione per tutte le necessità della costruzione del regno di Dio. La nostra vita di preghiera a Songo, oltre che alla fedeltà all’ufficio divino in coro, aveva un altro punto attorno al quale andavano tutti i nostri interessi: l’adorazione dopo la cena del venerdì fino alla mezzanotte. Erano tre ore o poco più di preghiera attorno all’eucaristia, messa sul tavolino della stanza di soggiorno, trasformato in altare, con le tovaglie bianche, orlate di pizzo, i corporali di lino, il centrino per i fiori e quello per il cero, e il cero stesso! Tutte offerte di anime che erano in comunione con noi e che in ispirito erano presenti al venerdì notte.
Era l’appuntamento di preghiera tra tutti noi sparsi nel convento del mondo, che al venerdì sera ci davamo appuntamento attorno a Colui che era il cuore del mondo.
Tu, Antonio, avevi fatto addirittura disegnare un quadro con i nomi di tutti e i luoghi dove vivevano. Avevi coinvolto anche numerose suore di clausura e no, sparse per il mondo, con le quali eri in corrispondenza spirituale.
E il venerdì sera era veramente solenne. Quasi sempre c’era un ospite con noi! I padri comboniani della missione, poi le suore, che arrivarono nell’ultimo anno e ricevettero una casa proprio di fronte alla nostra, e padri e suore di passaggio che venivano a riposarsi un po’ a Songo. Una volta o l’altra veniva anche qualche semplice cristiano.
E da bravi monaci amavamo anche il gregoriano. Tu, Antonio, eri un cannone nel canto. Fin da studente in teologia eri nel coro e mi raccontavi di quando andavate in cattedrale e nelle varie parrocchie in occasione di grandi solennità a cantare in gregoriano.
A Songo avevamo tre "Usualis" e spesso cantavamo qualche brano, o meglio tu cantavi e noi ti venivamo dietro! "Christus pro nobis factus est oboediens"! Questo era il prediletto. E poi i vari inni eucaristici, tra cui il tuo preferito "Jesu dulcis memoriae". L’altro classico, amatissimo da tutti era il canto delle "Litanie dei santi", completo di tutti i Responsori, che durava più di venti minuti. Ci tenevamo molto perché i santi erano per noi fratelli vivi, presenti, a loro ci univamo per lodare il Signore, e l’invocarli era un po’ come quando si allunga una mano al buio per rassicurarci, toccandolo, che il nostro vicino, accanto a noi, è ancora lì! Veglia pasquale A proposito di canto gregoriano, ti ricordi, Antonio, la veglia pasquale del ’79, all’epoca in cui avevano chiuso la chiesa a Songo e avevano proibito ai cristiani, minacciandoli, di venire a pregare in casa nostra? Eravamo solo noi due, le suore non erano ancora arrivate, e i padri erano andati in altre comunità dove c’era rimasta una chiesa aperta. Potevano proibirci sì di avere fedeli alla veglia pasquale, ma non potevano proibirci di celebrarla con la massima solennità.
Verso le undici di notte ci ritrovammo noi due nel giardino dietro casa. Facemmo un fuoco, e da lì accendemmo il cero e poi in processione entrammo nella cappellina cantando nel gran silenzio della notte che ci avvolgeva sull’altipiano di Songo, alla sola presenza della luna, "Lumen Christi!", ogni volta alzando di mezzo tono. O almeno tu mi assicurasti di aver alzato di mezzo tono ogni volta, perché col mio poco orecchio non ero in grado di controllare! Entrammo al buio col cero in mano nella nostra "Tenda Verde" e lì accendemmo le luci. Subito dopo cantasti a voce spiegata l’"Exultet"! Leggemmo tutte le letture riportate, senza saltarne nessuna, intervallate dai responsori. E poi il "Gloria – il Vangelo – l’Alleluia – Le Litanie dei Santi – il Sanctus – il Pater Noster – l’Agnus Dei – fino all’Ite Missa est, alleluia alleluia".
Uscimmo dalla cappella alle due, e la luna sembrava stare ad aspettarci, proprio di fronte alla porta che dava sul prato. Senza saperlo aveva rappresentato tutta la comunità cristiana di Songo, impedita di partecipare alla più solenne celebrazione della veglia che fu fatta sulla terra per la Pasqua del ’79. Neppure a Solesmes o a S. Pietro in Roma potevano averci superato nella solennità. Solo nel numero dei presenti potevano averci superato, e non sono sicuro nemmeno su questo, perché proprio per essere stati costretti a non avere nessuno, avevamo celebrato in comunione assolutamente con tutti.
Eri il nostro patriarca Un’altra dimensione vissuta in pieno a Songo era lo spirito di famiglia e di fraternità. C’erano, oltre a noi, i padri comboniani, che avevano la responsabilità della Missione e di quella dei territori vicini, che si riunivano spesso in casa nostra e quasi tutti i giorni concelebravamo insieme. Poi nell’ultimo anno vennero le suore Figlie del Calvario, che ricevettero la casa vicino alla nostra e con le quali pregavamo tutti i giorni e mangiavamo insieme al sabato e alla domenica. E poi c’erano gli ospiti.
Il Signore ci ha benedetti sempre dall’inizio alla fine, inviandocene quasi senza sosta qualcuno: padri e suore un po’ da tutto il Mozambico... Con tutte queste persone celebravamo l’eucaristia, commentando le letture, aprendo a vicenda i nostri cuori e facendo insieme le ore sante del venerdì.
Tu, Antonio, eri un po’ il nostro patriarca, con la tua umiltà e la tua fiducia nell’amore di Dio. Dopo una vita spesa nella costruzione della chiesa di Dio in Mozambico, dicevi sempre che guardando indietro ti pareva di non aver fatto nulla e che volevi approfittare degli ultimi anni per penetrare nell’intimità con Dio, per concentrarti nel fare ciò che veramente è eterno e per affidarti alla sua misericordia. Ti sentivi estremamente povero, e allora ti consolavi offrendo le preghiere, le buone azioni, l’amore di tutte le anime consacrate, specialmente di quelle, ed erano tante, con le quali eri in comunione esplicita e in corrispondenza. Quante volte hai ripetuto questo pensiero! C’era, cogli ospiti anche un altro aspetto: quello dell’accoglimento, in cui tu eccellevi, anzi eri davvero un carismatico! Il nostro cuoco Assado poi era lo strumento docile e eccellente che realizzava tutte le tue idee. A tavola eri il conduttore con tutte le specialità gastronomiche colle quali ci sorprendevi e ci rallegravi. Ben avevo ragione io quando ti dicevo, e tutti concordavano con me, che avevi il dono speciale dell’"Architriclinitas"! Inizia l’ultimo capitolo A Songo rimanemmo insieme quasi due anni, poi sopraggiunsero tutte quelle difficoltà per il mio lavoro, che mi condussero a chiedere un anno d’interruzione per aggiornamento e il trasferimento a un altro ospedale. Fu veramente un voltar pagina nel libro della vita, la nostra uscita da Songo. E per te fu l’inizio dell’ultimo "capitolo". Pochissimi mesi dopo ci fu la scoperta della presenza di un "tumore" ai polmoni.
Tra noi c’era il patto assoluto della verità, e io ti rivelai tutto, secondo il tuo desiderio. Ci ritrovammo a Bologna, la sera del 22 settembre dell’80: venivi da Andria col treno per farti ricoverare in ospedale a Bologna.
Il giorno dopo facevi cinquant’anni di professione religiosa. Andammo a celebrare al mattino presto nel convento delle clarisse di Bologna: uno di quei tanti conventi in cui si divideva il nostro grande convento del mondo! Lì facesti la consacrazione di ciò che avresti cominciato ad affrontare quel pomeriggio ricoverandoti in ospedale, quasi un ripenetrare a un livello di coscienza e di donazione più alto e consapevole, in una modalità nuova, e in certo senso definitiva, l’offerta pronunciata e mai ritrattata, di cinquant’anni prima.
All’ospedale cominciò il lavorio di purificazione della sofferenza e dell’oblazione cosciente. Il tuo modo di fare ed esprimerti cominciò a mostrare sempre più sensibilmente ciò che voleva dire concentrarsi sull’unico necessario. Era iniziata la lunga attesa, e la lunga veglia per l’arrivo del Signore a metà della notte.
In un modo nuovo vivevi la situazione del discepolo di Cristo, che è nel mondo ma non è più del mondo.
Noi che ti accompagnavamo giorno per giorno, ci rendevamo conto che ormai i tuoi occhi vedevano la vita e le cose che costituiscono la vita quaggiù con occhi differenti dai nostri. L’oggetto dei tuoi pensieri e dei tuoi interessi era ormai l’eternità. Pur così, sentivi il dovere interiore di fare il possibile per prolungare la tua vita sulla terra. Volevi aggiungere quel po’ di supplemento di vita per poter continuare ancora la nostra comunità di contemplazione e per permetterti di tornare in Mozambico e finire da missionario in missione la tua vita.
Ti sottomettesti a quelle cure, per tanti aspetti così terribili, che "scuotono la casa dalle fondamenta".
Frattanto si avvicinava il giorno del mio ritorno in Mozambico, e tu dovevi continuare ancora le dosi di antiblastici. Andai in Etiopia per un mese, a partecipare a un corso di chirurgia della lebbra. Appena tornato a Bologna, andai a casa a lasciare la valigia e venni a trovarti all’ospedale. Avevi fatto da un’ora la seconda dose di un nuovo farmaco e stavi salutando due missionarie che erano venute a trovarti. Rimanemmo da soli e io avevo da raccontarti un mucchio di cose dell’Etiopia.
Dopo pochi minuti cominciasti a sentirti male, a essere scosso da brividi violenti, e assalito da febbre altissima. Il respiro si fece affannoso, e sentisti sul viso il soffio della morte.
Andai a chiamare i medici e rimasi lì alcune ore ad assisterti finché cominciasti a riprenderti.
Raccontasti poi di come fu delicato il Signore a farmi tornare proprio in quel momento, in modo da essere lì in quel frangente terribile in cui credesti di morire, per darti il conforto della presenza di un cuore di fratello.
Poche settimane dopo dovetti partire e quando ti salutai ti guardai come si guarda una persona che probabilmente non si vedrà mai più. Di nuovo in Africa E invece..., invece i mesi passarono e il 16 ottobre ’81 sbarcasti a Quelimane.
Tornavi a vivere con me proprio nello stesso giorno in cui arrivasti a Songo quella notte con padre Lionello.
Riprendemmo la nostra vita di monaci, all’interno e in comunione con la comunità più grande di cui facevamo parte.
Preparasti una nuova cappellina nella vecchia casa della Sagrada, un posto dove si potesse pregare bene.
Avevi comprato in Italia un piccolo ostensorio e una riproduzione in grande del volto di Gesù della Sindone.
Facesti fare da un falegname un tabernacolo a forma di capanna, sullo stile di quello che avevamo a Songo, e in segno di continuità con la cappella di Songo, mettesti dietro al Signore un drappo di tessuto di quella tenda verde.
Due suore che andavano in vacanza in Spagna prometterono di completare l’arredamento: suor Paquita portò una statua di legno della Madonna col Bambino, e suor Maria il crocifisso.
Eravamo contenti, ma dopo tre settimane dovetti partire da Quelimane per andare a rimpiazzare il chirurgo di Mocuba. In due riprese restai via più di due mesi e mezzo. Passammo così lontani l’avvento, l’anniversario della mia ordinazione, il Natale, e l’anno nuovo, tutte ricorrenze che usavamo celebrare con grande solennità.
A un certo punto mi scrivesti che ti sentivi vicino alla fine e io ti risposi di aspettarmi, per favore! Mi aspettasti di fatto e vivesti con me ancora tre mesi e mezzo. A partire dal mio ritorno cominciasti la parabola discendente... Mi confidavi che ti sentivi venir meno le forze, e aumentare il dolore al torace. Poi cominciò la sensazione di mancanza d’aria, e la necessità di espettorare quel catarro che sentivi accumularsi nei bronchi.
Un giorno, nello sforzo di espellerlo, raschiando la gola, perdesti la voce. Ma la prova più dura mi confidavi che era la sensazione di solitudine, e quella dell’assenza di Dio. La mia presenza ti dava conforto, e cominciai a vivere tutte le ore che passavo in casa, accanto a te. Restavi quasi sempre nella casa di soggiorno, dove c’era più luce e più aria, perché in camera tua ti sentivi chiuso e soffocato.
C’era, accanto alla tua poltrona, un divano. Facevo lì il sonnellino della siesta, lì studiavo i casi difficili da risolvere e le operazioni da fare. La posizione sulla poltrona, dopo due o tre ore, risultava scomodissima e dovevi alzarti. Andavi a sederti alla scrivania e anch’io ti seguivo.
Il sabato pomeriggio e la domenica li passavamo per intero insieme, se non mi chiamavano all’ospedale.
Io scrivevo lettere e tu approfittavi del mio esempio per scriverne tu pure. Se non c’era il mio "contagio", dicevi che non riuscivi a vincere la svogliatezza, che ogni giorno diventava sempre più globale. Ben presto il tormento di restare seduto in poltrona per tempi sempre più lunghi, perché non avevi più forza per alzarti – e per di più rimanevi senza fiato per qualche minuto se ti spostavi – diventava dominante.
Di notte non riuscivi a dormire che tre o quattro ore, poi la scomodità vinceva il sonno.
Allora, alle due e mezza, ti alzavi e andavi in cappella; lì pregavi da solo nel silenzio della notte e aspettavi che io scendessi per recitare il breviario e celebrare insieme la messa. A un certo punto i dolori erano diventati così forti che non potevi più resistere senza le pilloline. Ma queste ti davano sonnolenza... Prima le prendevi verso le cinque, poi dovesti cominciare verso le tre e mezzo, quattro. Cercavi di resistere al sonno, e non mi hai mai detto nulla per non costringermi ad alzarmi nel cuore della notte. Poi un giorno ti addormentasti durante la messa e aspettai per cinque o dieci minuti che ti svegliassi per pronunciare le parole della consacrazione e per fare la comunione. Ci rimanesti molto male, mi chiedesti scusa e non volevi comunicarti perché non ti sentivi presente. Poi ti convinsi, dicendoti che il cuore di Dio era più grande anche del sonno. Ma da quel giorno capii che dovevamo concelebrare un’ora o due prima.
Le ultime bracciate Le ultime settimane furono proprio una copia fedele della trappa, con l’ufficio e la messa mentre il resto del mondo dormiva. Una gioia speciale la provai la domenica di Pasqua. Certamente la nostra fu la prima liturgia dell’aurora a essere celebrata sulla terra nel nostro fuso orario, dalla Finlandia fino all’Antartide. Le nostre due bocche furono le prime, tra i viventi sulla terra ad annunciare l’avvenuta risurrezione del Signore! Nelle settimane dopo Pasqua la tua croce divenne molto pesante. Parlavi apertamente di agonia ed era vero. Ma anche la grazia del Signore era proporzionata al peso che portavi. Non ti lamentavi e non eri impaziente. Il viso non tradiva il dolore. Solo la mano sinistra non poteva trattenersi dal comprimere ogni tanto il petto dove il dolore era più forte. Io ti guardavo e tu mi dicevi: Sta dando delle grandi zampate! Cercavo di farti coraggio dicendoti che il Signore ti voleva associare alla prova del dolore della sua flagellazione, e tu cercavi di minimizzare, ma sapevi che in fondo era vero e distoglievi lo sguardo da me per guardare il crocifisso di plastica che mi avevi fatto appendere di fronte alla tua poltrona.
Desideravi che il Signore facesse presto a venirti a prendere, ma mi confidavi che ogni giorno in più riconoscevi che era una sua grazia, perché ti prolungava la possibilità di adorarlo e di compiere la sua volontà, di presentare a lui le preghiere e le opere buone delle anime consacrate e di tutti i santi, perché di fronte a lui e al suo imminente arrivo ti sentivi totalmente spoglio e povero.
"Prega per me, Aldo, – mi dicevi – perché rimanga fedele fino alla fine! È molto duro in questa solitudine in cui mi ha lasciato".
Nelle ultime settimane avevi letto la vita di santa Teresa d’Avila del Papasogli e ti era piaciuta immensamente. Era una delle nostre grandi amiche già ai tempi di Songo e ora quasi veniva a rendersi presente per accompagnarti nell’ultima prova. Ora che sei morto la potrai vedere e parlarle faccia a faccia. Anzi vorrei raccomandarti di salutarla a nome mio.
Negli ultimi giorni mi dicevi: "Aldo, stammi vicino, non abbandonarmi". "Stai tranquillo, sono sempre con te, Antonio. Anzi, dobbiamo essere d’accordo che la nostra comunità continuerà anche dopo".
Mi prendesti la mano nella tua e la stringesti con forza: "Certo, ma certo, ma certamente... anzi sarà più profonda di ora...".
Ti accompagnamo tutti Antonio, ecco mi fanno cenno di uscire col vescovo, per la Messa. Don Bernardo è appena tornato da casa dov’è andato a consolare la mamma.
Mentre il vescovo si veste all’altare, la chiesa è strapiena e sembra una sola persona che canta un lamento per te al Signore. La tua bara è già chiusa, Antonio, circondata di ceri e di fiori e sopra c’è una corona, offerta dalla comunità della Cattedrale.
La gente è assiepata in ogni canto e ti circonda col suo affetto e colla sua preghiera. Tu fondasti questa parrocchia tanti anni fa, e ora i tuoi figli sono venuti ad accompagnarti al Padre.
Fra i tanti c’è pure il comandante militare della Zambesia, che anni fa fu il primo governatore di questa provincia. Quand’era bambino era alunno nella scuola della Sagrada e tu eri il superiore. Pur non essendo cristiano è venuto pure lui a renderti omaggio e a ringraziarti.
Don Bernardo nell’omelia ti ringrazia per aver voluto tornare seppure malato, per morire quaggiù in Mozambico, in mezzo a coloro che hai amato. E nella sua qualità di pastore interpreta come un segno di gradimento da parte di Dio, una sua risposta pubblica che ha dato a te di fronte a tutti questi funerali alla presenza di tutti i missionari della Zambesia.
Centinaia e centinaia di persone fanno la comunione e i canti si susseguono ai canti.
Usciamo di chiesa. Facciamo a gara a portare la tua bara. La tinta è ancora fresca e ci lascia a tutti un segno di vernice nera sulle mani.
Sul sagrato e tutt’intorno sulla strada è pieno di macchine e jeep. C’è perfino un camion o due. Si riempiono tutti in un attimo e pur così una folla enorme resta a piedi. Il cimitero è a tre chilometri, e, senza paura, sotto il sole caldo del mattino, tutta questa gente si avvia cantando, accanto, davanti e dietro il carro funebre.
In pace per la risurrezione Ti deponiamo in chiesa a Coalane, di fronte al cimitero. Il vescovo recita le esequie, e poi di nuovo il canto. Ti portiamo fin sull’orlo della fossa.
Si fa un grandissimo silenzio. Si sente solo la voce del vescovo che prega per te a nome di tutti, a un piccolo altoparlante.
I canti sono cessati. Ma prima di calarti, un gruppo di padri, i migliori cantori sacri tra noi, ti vogliono fare l’omaggio, da colleghi a collega, del più bel canto funebre che sanno: un "De Profundis" a più voci.
La tua salma è pronta per rientrare nella terra, per attendere il giorno della risurrezione, e attende in pace.
Tutti noi taciamo, immobili nella spianata del cimitero. Il silenzio è così grande che si sente il fruscio dei rami delle grandi palme da cocco che si stendono all’intorno a perdita d’occhio. I padri cominciano questa supplica a nome di tutti per te al Signore. Solo pochi capiamo le parole in latino del canto. Ma tutti siamo commossi profondamente, perché ne capiamo senza traduttori tutto il significato. Poi, di nuovo, solo le palme si odono.
Il vescovo benedice la tua salma e poi la fossa. Si sentono i primi tonfi sordi delle manate di terra che cadono sul legno della tua bara e ricomincia il canto.
Cantano tutti, a lungo, finché tutta la tomba è composta e pulita.
Ma non è più un canto funebre; è un canto di gioia, perché Cristo è risorto, e a te pure, Antonio, ormai non resta più altra cosa da compiere che risorgere con lui, per la gloria, nell’ultimo giorno.
Quelimane (Mozambico), 22 maggio 1982 Padre Aldo Marchesini, scj
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I NOSTRI ANNI MIGLIORI di P.Paolo Tanzella, s.c.j.
Carissimo Antonio, ti vedo ancora nel mio studiolo, calmo, i capelli divenuti bianchi e radi, la tua barba un giorno folta, che a mala pena ti copre il mento. Le macchine girano e cantano la loro canzone di lavoro con carta ed inchiostri, cinghie e rulli, nastri trasportatori chiassosi e piegatrici allegre. Tu mi guardi e mi compatisci. Ti chiedi come faccio a non impazzire qua dentro. Non lo so, non impazzisco, ecco tutto. - Tu, piuttosto, come stai? - Come vuoi che stia? - Mi sembra meglio dell’ultima volta. - Per questo torno in Africa. Dall’Africa hai scritto, forse, la tua ultima lettera, riportata un po’ da tutti e che io stesso ho pubblicato su "Presenza Cristiana". Se non ti dispiace la trascrivo in queste pagine che parlano di te. Non avertene a male, hai fatto del bene quando eri su questa terra, e ora che sei col Signore non ne vuoi fare più? Prova a rileggerla tu stesso, avresti da cambiare qualche cosa? Scrivevi: "Mi trovo qui, non so ancora io come. E tutti mi vengono a guardare come un fenomeno da circo, meravigliati del mio ritorno. Però io mi sento a casa mia, tra i miei. E quando, nella oscurità della sera del 21 ottobre, ho messo il piede sulla scaletta dell’aereo per scendere e mi sono sentito chiamare a gran voce dagli amici che mi aspettavano: "Antonio, Antonio! "ho capito che è stato il Signore a volermi di nuovo qui.
E lo sento tutti i giorni, quando mi trovo solo con lui nella piccola cappella che abbiamo voluto proprio accanto alla mia stanza, per non obbligarmi a camminare o a salire e scendere le scale. E sono felice! Io mi sento come un chicco di frumento gettato nel solco della mia terra, terra povera, senza pretese. Però non mi sono mai sentito abbandonato dal Signore. Il seminatore alla semina non va tutti i giorni a visitare la sua terra seminata, e non lo fa per mancanza di amore, e anzi si augura che la pioggia, il freddo e la neve maturino la sua opera.
Ora io sono ancora nel solco, nella fase del freddo, della pioggia e della neve.
Anzi, forse la mia semente non riuscirà mai a dare il suo frutto; però so che tutto quello che il Signore mi fa, lo fa per amore e per il mio bene.
Passando per Lisbona, il giorno 10 ottobre, una suora, un tempo missionaria con me a Pebane, mi telefonò piangendo che andassi a visitare suo fratello proprietario di un ristorante e degente all’ospedale con un tumore al polmone.
Nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo, e tutti chiedevano che fossi io a parlargliene.
Mi sentivo stanco dal viaggio, tuttavia presi il treno, andai preparato. Portavo con me l’Eucaristia e gli olii santi.
Non mi poteva fare un’accoglienza migliore. Si confessò, si comunicò e ricevette il sacramento degli infermi. Poi chiamò attorno al suo letto i suoi familiari e disse alla sua signora: "Oggi non farti pagare da nessuno! Tutte le spese del ristorante sono a mio carico perché dovete far festa per la visita del P. Antonio".
Una decina di giorni fa ho ricevuto un telegramma che mi annunciava la sua morte. È un segnale del Signore? Certo sono sullo stesso cammino e con gli stessi pesi.
Sono uscito dall’ospedale, però tutto è come prima e i sintomi di quello che sarà si fanno più continui ed accentuati. Io adesso solo chiedo al Signore la grazia della fedeltà, di saper dire di sì, la forza di saper soffrire ed accettare, di vivere nella certezza della sua misericordia e del suo amore".
Professore, me lo dica lei Dopo questa sua lettera, Antonio carissimo, io non saprei cosa più aggiungere. Sapevi il male che avevi. Ti avevano chiamato dall’Africa, pensando di poterlo arrestare, se proprio non guarirtelo. Trovarono che era peggiore di quanto non immaginavano: due tumori. Erano colpiti i due polmoni. Ti hanno tenuto in cura per quasi un anno. Hanno fatto di tutto per guarirti: iniezioni dolorose, farmaci potentissimi.
Dicevano i medici che non avevano mai avuto un malato coraggiosissimo come te. Sapevano che ti avrebbero fatto soffrire, ti vedevano soffrire, ma con una forza d’animo che è di pochi. Ti ammiravano e ti invidiavano. Sapevano che tu sapevi. Fosti tu stesso a chiederlo al professore dopo i primi esami e i primi accertamenti.
- Professore, io sono sacerdote, qualunque sia il male, qualunque sia la terapia, mi dica tutto. Me lo dica lei, non me lo faccia intuire, non me lo faccia sapere da altri.
Il professore fu sincero. Ti guardò negli occhi: vide che non tremavano, non tradivano nessun sussulto. Tralucevano calma, padronanza, forza. "Ma che uomo costui!", pensò. Poi calmo: - Padre, si fosse trattato di un polmone solo l’avremmo asportato, e lei avrebbe potuto vivere per anni ed anni. Ma sono stati colpiti tutti e due. Due tumori...
- Maligni? - Maligni.
- Non potete nulla, per farmi tornare in Africa? - Guarire, non l’assicuriamo. Fermarli allo stato attuale, sì.
- Dottore, mi faccia tornare in Africa.
- Faremo di tutto. Lei ci metta...
- L’aiuto di Dio.
- Esatto, l’aiuto di Dio.
Cominciarono le cure, lunghe, faticose, dolorose.
Alfine, eccoti.
- Abbiamo tentato tutte le cure possibili quanto è di più moderno, quanto è di ultimo ritrovato. Siamo riusciti a fermare il male. Speriamo per sempre.
- Non per sempre? - Non lo possiamo dire.
- Ma posso mettermi in viaggio? Posso tornare in Africa? Se voi mi abbandonate a Dio, aspettarlo in Europa, o incontrarlo in Africa, preferisco l’Africa. Qualcosa potrò fare in mezzo ai miei negri. Qui c’è l’inedia. E l’inedia per me è male peggiore del mio male stesso.
- Padre, torni in Africa.
Così sei tornato in Africa.
Un giorno ti augurai un rifiorire di salute nel clima di Africa a cui ormai eri abituato. Tu sorridesti, incredulo. Sapevi che l’Africa, dopo qualche tempo, ti avrebbe aperto le braccia e ti avrebbe custodito fino al giorno in cui tutti ci ritroveremo vivi coi corpi gloriosi che non temeranno più tumori, né benigni, né maligni.
L’Africa ti ha consegnato al Signore. Hai incontrato Angela, tua sorella, che offerse la sua vita per i fratelli sacerdoti, di cui io ero il terzo. Che cosa vi siete detto? Ti ha mostrato babbo, ti ha accompagnato da mamma. Assieme, le mani nelle mani, siete andati a dir grazie alla Madonna, grazie al Cuore di Cristo, a Dio.
La grazia ti aspettava Un giorno io ti chiesi: "Antonio, come hai fatto a diventar prete, come ti è venuta la vocazione al sacerdozio, e poi alle missioni? Io, mentre leggevo una lapide sulla facciata della Basilica della nostra Madonna. E tu? Mi rispondesti: - Io non leggevo nulla, ascoltavo soltanto. Ero in casa. Fino a quel giorno non ci avevo mai pensato. Nessuno me l’aveva mai chiesto, a nessuno l’avevo detto.
L’avevano chiesto a mio fratello maggiore: - Vuoi farti prete? Era sempre in chiesa, era naturale la domanda.
La mamma era orgogliosa di avere un figlio prete e la sorella già sognava campi di apostolato assieme a lui. All’ultimo momento Lorenzo disse: "Non vado, non parto". Costernazione della mamma, delusione della sorella.
- E ora come si fa? Disse mamma.
- E ora come si fa? Ripetette tua sorella. Intervenisti tu, deciso.
- Come si fa, che cosa? - Vai a giocare, ti rispose tua sorella, non sono cose tue.
Ed invece erano cose che riguardavano proprio te, ed esclusivamente te. Perché la grazia al sacerdozio era per te e non per tuo fratello. Le preghiere dell’anima ignota che domandava al Signore sacerdoti e missionari per la sua chiesa erano state impreziosite dall’amore di Cristo per te. Il Signore ti chiamava ad essere sacerdote missionario.
Io ero già ad Albino da un anno. Fraternizzammo subito, anche perché a refettorio eravamo vicini, in cortile giocavamo assieme, cantavamo tutti e due nella medesima "schola cantorum", facevamo parte tutti e due del medesimo Circolo Missionario che noi ragazzi volemmo a ricordo della partenza dei primi missionari della Scuola Apostolica per il Camerun. Il Circolo rimase praticamente per i grandi. Per i piccoli, quando ci trovammo ad essere assistenti assieme, Boschini, tu ed io, volemmo la "Crociata Missionaria". Rucj era il nostro motto, allora. Rucj sono le iniziali di "Regnet Ubique Cor Jesu" (Regni ovunque il Cuore di Gesù). Noi credevamo alle missioni, credevamo al Sacro Cuore. E le missioni e il Sacro Cuore cercavamo di amare e di far amare dai nostri alunni.
Nella valle dell’inferno Una sera, quante volte invocasti per me il Cuore di Cristo perché mi proteggesse e mi facesse giungere a casa sano e salvo.
Ti ricordi? Eravamo in montagna e io, sicuro che in una mezzoretta al massimo, sarei arrivato sulla cima più alta della zona sopra Edolo, ti affidai momentaneamente il mio gruppo. Ahimè! Sembrava di toccarla con mano, e invece quella punta più ci avvicinavamo, più si allontanava. Dall’alto mi voltavo indietro per farti cenno che tutto andava bene. Eravamo quasi in vetta quando, ci accorgemmo, io e i seminaristi del luogo che accompagnavo, che i gruppi si muovevano. Scendevate. Corrervi dietro, saltando per la spallata ghiaiosa? Se non ci spezzavamo le gambe, forse ci saremmo riusciti. Ma quello che sembrava il più provetto disse: Li prenderemo scendendo dal fianco ovest. Così salimmo in alto. Tutti e quattro non ci stavamo sulla vetta. Lo facemmo due a due. Quanto cielo e quanto sole, lassù. Non ci fermammo molto, ma ci luccicava ai piedi un ghiacciaio tentatore. I miei seminaristi attratti da quel candore reso ancor più vivo dal sole, morivano dalla voglia di buttarsi giù scivolando, accovacciati. Lì perdemmo tempo; ma avevamo sempre il sole con noi.
Il fungente capo della brigata, dopo una ennesima scivolata, arrivato in fondo al ghiacciaio, si china a bere al ruscello che nasceva. Pochi sorsi, poi, l’allarme: "Ragazzi, la nebbia, sale la nebbia!".
Salire la nebbia in alta montagna vuol dire buio prima del tempo, vuol dire pericolo.
Lui, l’esperto, sapeva che scendendo ci si doveva incontrare in una baita. D’estate era sempre abitata da uomini e da bestie. Cercando un punto di direzione fa alto parlante con le mani e si mette a chiamare: "Ohi della baita, ohi della baita!".
Nessuna risposta.
"Ohi della baita, ohi della baita!". Noi vedevamo appena dove mettere i piedi con attenzione, perché tra un macigno e l’altro, c’erano grosse fessure, che se ci incastravamo, a casa arrivavamo portati in barella.
Raggiungemmo la baita. Gli uomini ci aspettavano. Rispondevano alle nostre voci, ma noi non li sentivamo. Scherzi di nebbia, dissero gli esperti! E noi a chiedere del sentiero, sempre con l’idea di raggiungere i gruppi tagliando la montagna in diagonale.
- Un po’ difficile a quest’ora, dissero gli uomini della montagna. Ad ogni modo a sinistra c’è il sentiero che sale, a destra quello che scende. Prendemmo a sinistra; ma presto, nella parete boscosa, ogni traccia di sentiero scomparve. Camminavamo alla ventura. Finimmo con l’accordarci col ruscello ch’era diventato torrente e mormoreggiava cupo in fondo alla valle; ma ci faceva da guida. Era l’unica voce, d’altronde, l’unico richiamo per noi che ci affidavamo ai rami degli alberi per toccare terra.
Tu, Antonio, nel frattempo eri in chiesa. Ti avevano detto che noi giovani imprudenti, sconsiderati e svagati per scendere dal monte avevamo imboccato la valle dell’inferno pericolosissima di giorno, micidiale di notte. Ti dicevano: l’altro giorno quella valle ha voluto la sua vittima; è morto un uomo; la settimana scorsa un gruppo di turisti vi è uscito malconcio. Alunni, suore, padri ed assistenti tutti in chiesa a pregare per me, perché il mio angelo custode mi proteggesse dai pericoli, perché il Cuore di Cristo mi facesse uscire sano e salvo dall’inferno. Lasciaste la chiesa dopo un’ora e più di preghiere e di rosari, quando sentiste la mia voce avvicinarsi a casa, cantando un inno alla Vergine.
Quel canto smorzò le ire del P. Rivoltella, deciso a spedirmi al mattino appena si levasse il sole. Io incontrai te e ti chiesi scusa del fastidio che ti avevo dato. E tu: "Vai a ringraziare la Madonna che ti ha protetto".
Quante volte abbiamo pregato assieme e fatto pregare per i missionari, nei nostri anni di liceo e di teologia. Ti ricordi quando noi si parlava del P. Dehon, del P. Prévot, di Charcosset e Rasset, della questione operaia, della formazione missionaria nei diversi Istituti, e ci dicevamo, guardando quelle che ci sembravano le nostre deficienze: quando saremo noi, quando potremo agire noi? Siamo cresciuti, siamo stati ordinati sacerdoti, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto come i nostri predecessori facevano quello che potevano.
Diventati sacerdoti c’è stata una prima separazione: io sono andato alla rivista, tu partisti per Roma, a studiare filosofia alla Gregoriana.
Invece sei partito Saresti diventato un ottimo professore se le missioni non ti avessero occupato e preoccupato la mente e il cuore. Quale dei professori, e per giunta di filosofia, chiudeva l’ora di scuola con il battimani degli alunni? Salvo Papa Giovanni, quando insegnava Patrologia al Lateranense di Roma, ch’io sappia, nessuno.
Con quegli applausi, io non ti avrei mai visto missionario. Invece, sei partito.
Da un anno era stata aperta la missione della Zambesia nel Mozambico. Occorrevano missionari. Tu chiedesti. Era un superiore che non conosceva P. Losappio professore. Rispose senz’altro di sì. Non ti parve vero di lasciare Aristotele, Spinoza e Kant e di partire per l’Africa. Eri vissuto per i negri, hai abbracciato i negri. Sei stato l’apostolo, messo di Cristo, missionario con tutto il corteo di sacrifici, di zelo, di amore alle anime.
La Madonna ti ha accompagnato Fosti ad Andria per la consegna del Crocifisso. Un missionario non può partire senza crocifisso. Ricevesti saluti, encomi, applausi, doni.
Eri l’eroe. Ti avvicinò una umile donna del popolo, povera di mezzi di fortuna, ma ricca di meriti davanti a Dio. Ti disse: "Padre, io non ho nulla, ho soltanto questa, la do a te".
Era una immagine della Madonna.
Per raggiungere il Mozambico hai dovuto sostare qualche mese in Portogallo per la lingua.
Viaggiavi in treno; capitò nel tuo scompartimento un’anima bella piuttosto avanti negli anni. Ti vide, ammirò la tua barba. Ti chiese se eri missionario.
- Sì, sono missionario. Parto per il Mozambico.
- Padre, io non ho nulla. Non ho che questa, la prenda. Era un’immagine della Madonna.
La prendesti, la mettesti vicino all’altra ricevuta al tuo paese.
La Madonna era con te, lo dicesti: era un segno.
Affrontavi tranquillo il mare e l’Africa.
Eccoti in viaggio "Finalmente si parte", scrivesti nella tua prima lettera il 7 febbraio 1948.
Finalmente si parte! Le ultime non lievi difficoltà sono superate. Alla dogana passiamo per "direttissima".
Partiamo con la benedizione di Maria "Stella del mare", ricorrendo oggi il primo sabato del mese.
Sul molo si assiepa una folla enorme, fra cui qualche nostro amico.
Questa partenza è stata tanto desiderata, che non ci pare vera. Giorno di sole, di gioia.
Alle 16 in punto la nave si stacca tra un festoso sventolare di fazzoletti. A noi i saluti della folla ci toccano poco. Abbiamo già dato addio ai nostri cari. Saliamo subito tutti in alto, e insieme ad altri missionari cantiamo l’"Ave Maria" e il "Sub tuum praesidium", mentre la nave sale verso la foce del Tago.
Incominciamo già a parlare della nostra Africa, ma presto siamo costretti a scendere nelle cabine. "L’Africa, scrivesti il 9 marzo, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza, non è bella solo per la varietà dei suoi mari che offrono agli sguardi curiosi la vista di una grande varietà di pesci; non è bella solo nella maestà delle sue foreste o nella grazia dei suoi palmeti; ma gli stessi suoi abitanti, pure nella povertà dei loro stracci, conquistano il cuore del missionario che in essi trova ricchezze più grandi delle miniere di oro, di diamanti e di carbone che il suolo nasconde. Queste sono le ricchezze di cui noi missionari siamo assetati, lo scopo della nostra vita".
Queste tue ricchezze non tarderanno a venire. Sono già lì, ti sono di fronte, ormai ti circondano e, se vuoi ti soffocano. Tu scrivi quando hai toccato il Sud Africa ricco di oro e di grossi problemi umani, scrivi quando hai negli occhi il porto di Lorenzo Marques, il più bello, dici, della costa orientale africana, il più grande e il più capace. Sei in casa tua. Quei negri sono i tuoi negri.
Sì, domani dovrai prendere un’altra navicella che ti porterà a Beira, e poi un’altra ancora fino a Quelimane, ma tutti i negri sono tuoi negri.
Ti fermerai nella Zambesia, perché lì il Signore vuole che tu innaffi i solchi col tuo sudore.
Lì t’aspetta la scuola d’arte e mestieri di Quelimane che volesti sotto la protezione della Sacra Famiglia, ti aspetta Pebane, il tuo capolavoro di missionario, dove financo i musulmani verranno a pregare la Madonna con te. E tu non li allontanerai. Sarà anzitempo l’ecumenismo del Concilio di Papa Giovanni e di Paolo VI. Li attirerà la tua preghiera, li attirerà la Madonna. Non ti diranno: "Noi siamo vecchi, siamo musulmani, moriamo da mussulmani; ma tu i nostri figli li devi battezzare?".
La Madonna ti salva La tua preghiera alla Vergine attirò alla tua chiesa i musulmani. E fu certo un successo immenso.
Ma a me piace ricordare l’intervento della Madonna nella vita personale.
Ti ricordi quando viaggiavi nella tua jeep ermeticamente chiusa sotto un diluvio di tempesta quale solo nelle zone calde equatoriali e subequatoriali si scatena? Tutte le cateratte del cielo erano spalancate. Lampi e tuoni si seguivano in una sparatoria da diluvio universale. Tu correvi nella foresta e fermarti era maggior pericolo che seguire la strada. Seguisti la tua strada. Ma giunto a quei ponticelli formati da tronchi d’albero piallati, e gettati sul fiume, rallentasti la marcia per evitare sobbalzi, ma giunto nel mezzo, ponte, macchina e uomini si trovarono tuffati nel fiume in preda alle acque che crescevano. Cercasti di vincere la forza dell’acqua operando sulla porticina per uscire dalla macchina e dall’acqua. Nulla da fare, il peso e la forza dell’acqua vincevano le tue forze che non erano poche e che allo studentato buttarono giù il muro di divisione tra filosofia e teologia.
Ti affidasti alla Madonna. Recitasti l’Ave Maria. E poi la spallata. Una spallata superiore a te stesso, perché scardinasti vetri, portella e gangheri.
Entrò l’acqua nel tuo abitacolo, ma potesti uscire e vivere. Grazie alla Madonna.
E quella volta che te ne andavi coi tuoi pensieri per la foresta e ti si parò davanti un leone superbo? Andare avanti, non potevi: ci stava lui; il re che scambiò la tua barba chissà con quale spettacolosa criniera di bestia mai incontrata sulla sua strada.
Il leone si fermò a guardarti: spiava le tue mosse, pronto a slanciarsi contro di te e finirti con un morso e una zampata.
Tu ti fermasti, che potevi fare? Battere i tacchi, voleva dire alla fiera: saltami addosso. Lo fissasti negli occhi. Lo inchiodasti così? Macché, tu dici, mi rivolsi alla Madonna. Finita l’Ave Maria la fiera mi gettò addosso un ultimo sguardo, poi gentilmente piegò il capo in riverenza, si voltò e se ne andò per i fatti suoi.
- E tu? - Io avevo dalla parte mia la Madonna, andai dove dovevo andare.
- Tranquillo? - Curioso! Diciamo abbastanza.
E quando ti saltò fuori dalla valigetta una vipera cornuta? "Dovevo aver lasciato aperta la mia preziosa valigetta. La bestia trovò ch’era comoda per un po’ di fresco. Quando in chiesa ignaro e tranquillo scatto le due fibbiette, quella malnata che era irritata per i continui scossoni ricevuti nel viaggio, schizza fuori diritta come, fosse di legno, pronta all’assalto.
Io, fortuna mia, mi ero scostato d’istinto, diversamente proprio in gola mi si sarebbe attaccata. La bestiaccia fu finita a colpi di mazza dai negri presenti venuti per la Messa. Sistemata la velenosissima cornuta son salito all’altare e ho fatto un commento adeguato sulla preziosità della vita, insidiata dal male, ma protetta sempre dalla misericordia di Dio e dall’amore della Madonna".
Ma poi c’è un episodio che ti voglio raccontare, più importante delle vipere e dei leoni.
Questo lo puoi scrivere, perché secondo me, se sono stato visibilmente protetto dalla Madonna, lo devo a queste anime belle che si sono offerte per rendere fecondo il mio ministero, non tanto alle mie Ave Maria dette nel momento del pericolo. Anche queste, certo, mi avranno giovato, ma quelle altre, quelle hanno fatto tutto soffrendo unite alla croce di Gesù per me.
Una volta ti parlai di una certa Angelina inchiodata per trent’anni su di una sedia a rotelle, trent’anni di sofferenza e di gioia. Mai un lamento, mai una insoddisfazione, mai un capriccio, mai una impazienza. Angelina non pesava in casa. Facemmo un patto: lei mi doveva sostenere con la sua preghiera e la sua croce, io l’avrei ricordata nella Santa Messa.
È durato per anni questo scambio di preghiere e di ricordi.
Quando morì me lo venne a dire in Africa. Si pose sul davanzale della mia finestra in forma di bianca colomba; ma non era una colomba, era un uccello assolutamente irriconoscibile da queste parti.
Angelina veniva a dirti che saliva al premio e che tu non dovevi cessare di credere nel suo aiuto e nella sua intercessione presso Dio da qualsiasi difficoltà fossi circondato.
Spine che ti hanno punto, ne hai avute, e quante! Lo scrivesti tu nel trentesimo della nostra presenza nel Mozambico.
Il tuo cammino Dicesti: "Ho 64 anni". Nel 1977 ne avevi esattamente 64. Eri nato il 13 giugno del 1913. "Ho 64 anni e 29 di vita africana.
Il mio cammino al Mozambico ha conosciuto tappe faticose, ma belle: Mualama, Quelimane, Gilé, Alto Molocue, Pebane. Tre fondazioni: Mualama, Quelimane, Gilé.
La parola "fondazione" dà solo l’idea di un inizio; non dice di che inizio si tratta: autentica e prolungata solitudine, senza mezzi di trasporto, senza le più elementari comodità, senza casa, senza acqua potabile, senza luce.
Un’unica cosa non mi è mai mancata: lo spirito di fede, accompagnato da un grande ottimismo".
Dopo questa sintesi, un altro pensiero tuo, di conclusione della tua vita. Sei da due mesi in ospedale. Scrivi all’amico: "Ho accettato questo cammino, come l’opportunità di vivere il tempo più bello della mia vita. Ho toccato con mano l’amore di Dio".
Ancora: "Questi bravi medici di Bologna mi hanno dato due anni di vita. Non so se saranno proprio due, ma so che non sono miei: appartengono ai miei neri, e li voglio dare a loro".
Ai tuoi confratelli in Africa scrivesti: "Ho un grandissimo debito con tutti voi, un debito di riconoscenza che difficilmente potrò dimenticare e soddisfare... Non avevo mai pensato che la carità fosse la migliore delle medicine. Mi avete aiutato immensamente, soprattutto con la vostra preghiera, oltre che con la presenza delle vostre lettere. Non mi sono mai sentito solo e, anche, non mi sono mai sentito così piccolo davanti a così grandi prove della vostra amicizia. Così nei miei 56 giorni di ospedale ho vissuto una intensa esperienza spirituale nella prospettiva di un vicino incontro totale col Signore. In confidenza ho detto a qualcuno, e lo ripeto qui a voi: se il Signore mi concederà la grazia della salute, questa grazia io, nella mia situazione spirituale vissuta nell’ospedale, la considererò minore di quella grandissima pace e amore che mi ha dato il Signore nella mia degenza all’ospedale...".
L’ho toccato con mano "L’ospedale è stato per me come entrare in una vita nuova. Là veramente ho toccato anch’io con mano, come dice san Giovanni, l’amore infinito di Dio, la sua vicinanza, la realtà della comunione della chiesa con la vostra presenza di preghiera e di amicizia, un moltiplicarsi dei segni della misericordia di Dio che rendevano ancor più piccola la mia persona, più inconsistente e insignificante la mia vita spirituale, non nel senso di sentirmi umiliato o scoraggiato, ma invece nella constatazione dell’immenso amore di Dio, assolutamente gratuito e misericordioso. Attribuisco tutto alle vostre preghiere: voi infatti mi avete aiutato, sostenuto, incoraggiato e fortificato nella mia volontà di offerta.
Ho accettato questo cammino indicatomi dal Signore, come l’opportunità di vivere il tempo più bello della mia vita, accettando il dolore e la possibilità di una morte vicina come dimensione penitenziale e riparatrice della mia vita...
Così ho vissuto i miei 56 giorni di ospedale, vivendo in camerata con altri cinque ammalati, sottoposto ad ogni genere di controlli e di esami, sempre aspettando l’esito ufficiale... E finalmente dopo gli ultimi esami di endoscopia e di biopsia, mi arriva, nella festa di tutti i santi, il referto del primario prof. Fasano: ho un carcinoma epidermoidale ipocherotico, cioè, in parole povere, ho un tumore maligno ai due polmoni. I medici mi danno due anni di vita. È impossibile qualsiasi intervento chirurgico.
Io ho ringraziato il Signore. Finalmente avevo la certezza, e ho rinnovato l’offerta in totale serenità...
Come mi hanno detto che la chirurgia non poteva fare niente per me, così mi hanno offerto nell’ospedale un tentativo di cura chemioterapica con un farmaco modernissimo, non ancora in commercio, e in Italia usato solo in questo ospedale Malpighi. Il farmaco è la "pepleomicina", un prodotto giapponese in fase di sperimentazione. La cura consiste in un massimo consentito di 32 iniezioni.
Dopo 8 iniezioni si fa un controllo radiografico e prove di ossigenazione dei polmoni e controllo del sangue. Già dal primo controllo, il dottore mi ha detto che il tumore dal tempo della prima iniezione si è fermato, quindi una buona notizia.
Oggi dopo aver fatto 16 iniezioni e controlli molto lunghi di radiografia ecc. hanno di nuovo constatato che il tumore è fermo, non è avanzato. È già, come dice il dottore, una bellissima promessa e un fatto molto positivo.
A questo punto però mi ha fatto sospendere la cura, non essendo consigliabile nel caso mio col "tumore fermo", e mi ha detto che adesso devo fare i controlli di mese in mese, e se tutto persisterà come adesso, certamente avrò la via libera per il Mozambico, dopo il mese di ottobre.
Certamente questa "remora" frena la mia volontà di partire e fa parte del sacrificio già accettato.
Queste malattie sono così, di lunga pazienza, di lunghe attese, di molte speranze, e anche alle volte e alla fine di una insperata soluzione...
Sia fatta sempre la volontà del Signore...
Aiutatemi con la vostra preghiera perché io non venga meno e sia fedele in questo cammino che il Signore mi fa percorrere". C’è Padre Antonio Ora capisco, Antonio, come tu pure hai pagato le anime che hai salvate. E non sono i tuffi nell’acqua, le serpi che ti sono venuti a visitare e hanno reso pesante la tua giornata. Sono stati gli uomini. I ragazzi usciti dalle missioni, quelli che voi missionari con infinita pazienza avete educati. Quante volte avete percorso chilometri e chilometri per raccoglierli e portarli a quella scuola che essi marinavano sistematicamente? Ora si parla molto dell’apostolato socio-religioso, si declama con parole altisonanti il progresso integrale, come fosse una scoperta di oggi, mentre voi missionari, lo avete sempre fatto. Te lo prova il tuo amico Padre Aldo Marchesini che ha voluto essere medico e missionario.
Allora il Mozambico era Portogallo e potevi agire. Poi è venuta la rivoluzione, il Frelimo, la persecuzione. Quante volte ti hanno chiamato ai cosiddetti giudizi popolari. Erano farse, ma ti facevano tanto male. Non te ne hanno fatto tanto, quando ti hanno tolto tutto: casa, chiesa, scuole, dispensari, tutto. Sei andato ai margini della foresta, hai preso rami d’albero e ne hai fatto puntelli, foglie di palma e hai costruito il tetto, fango e hai resa impermeabile la tua capanna. Sei rimasto in missione a rappresentare Cristo e la Chiesa di Cristo.
E non ci hai rappresentati anche col rastrello? Ricordi quando venne l’ordine di andare al campo, al mattino? Tutti si dovevano trovare presenti, cristiani e non cristiani.
Al mattino, tu eri lì col tuo rastrello a capo dei tuoi negri, in prima fila con i cristiani. Il lavoro dicesti loro è redenzione della vita materiale e di quella spirituale.
Gesù ha lavorato, operaio di bottega prima di fare il predicatore, il missionario, l’apostolo, il salvatore.
I negri, i tuoi cristiani, senza il tuo esempio non si sarebbero recati al campo.
C’è Padre Antonio, si dissero, andiamo.
L’imposizione era fatta nei modi duri, insolenti, propri dei senza Dio.
L’ingiunzione veniva dal partito. Non importa. L’importante era di inculcare ai negri la santità del lavoro, la sua nobiltà nello sforzo di tutti per il bene di tutti. Chi non lavora, non mangia, lo disse San Paolo duemila anni fa.
E San Paolo aveva ragione allora, ha ragione anche oggi, ha ragione in Italia, ha ragione in Africa.
Anche al Mozambico, anche senza chiesa, anche senza casa, anche senza scuola. Ti hanno tolto tutto per costringerti ad andartene. Ma tu, missionario, hai preso il tuo rastrello, sei rimasto, perché i tuoi negri avevano bisogno di te. Lo hai detto, Antonio, e lo hai ripetuto anche a chi non lo voleva sentire: io resterò qui finché un solo negro avrà bisogno di me. E tu sapevi che di negri che ti cercavano ce n’erano molti. Volevi dire: Io resterò per sempre qui.
Dovesti cambiare a causa della malattia, e ti unisti al nostro Luca, medico carissimo, P. Aldo Marchesini, e hai fatto l’infermo e l’infermiere. Sì, tutti e due vi siete affinati nello Spirito. Dalle nove di sera fino a mezzanotte e oltre, tutti e due vicini al tabernacolo in preghiera e adorazione al Cristo eucaristico che amavate e che gli uomini vi impedivano di dare alle anime. Così doveste ricorrere ai novelli Tarcisi che portavano il pane divino ai cristiani famelici. I vostri cristiani non potevano venire a trovarvi. Si accontentavano di passare la sera vicino alla vostra cappella per vedere la vostra luce accesa, per sentire le vostre voci cantare le lodi di Dio. Voi eravate lì, e la vostra presenza era speranza.
È stata speranza anche per noi in Italia, quando abbiamo letto l’episodio della vostra veglia pasquale. Tu ed Aldo col cero acceso e il libro dei canti in mano avete fatto processione uno dietro l’altro e siete entrati in chiesa, nella vostra chiesa, come foste in una cattedrale, usando il latino per i vostri canti.
Non avevate che il latino, ma avreste cantato in qualsiasi lingua. A voi interessava rappresentare la folla degli africani esclusi e minacciati perfino di avvicinarsi alla vostra casa.
Anche noi abbiamo bisogno della vostra fede, dei vostri esempi. Il nostro laicismo non è meno ateo del vostro Frelimo, non rifiuta Cristo e Dio meno del marxismo che vi è stato imposto. Ma chi vi vedeva da lontano era con voi, credeva, pregava con voi. Anche noi, sai, eravamo con te e con Aldo, perché noi abbiamo bisogno della vostra fede e del vostro esempio per credere che Cristo è sempre la porta, Cristo è sempre la via, la verità, la vita.
Ora tu lo vedi meglio di noi. Ora tu lo capisci in tutta la portata intesa dal Signore. Ora che godi Dio, che dirti?, di pensare alla tua Africa, e a noi che ci stiamo ancora agitando? Non c’è bisogno di dirtelo. Lo farai. Lo farai per i Benefattori che ti hanno permesso di diventare sacerdote, di essere missionario. Quando incontri Papa Giovanni, quando incontri Padre Dehon un saluto e una preghiera per tutti noi. Grazie e scusami.
Padre Paolo Tanzella, scj
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IL SEME STA DANDO I SUOI FRUTTI di Padre Enzo Pistelli s.c.j.
Ho conosciuto P. Antonio fin dal 1942 come nostro professore di filosofia a Castelfranco di Arezzo. I tempi erano durissimi: fame, paura, malferma salute dovute alle strettezze della guerra. Andavamo a rubacchiare rape e fichi e frutta nei campi, sempre ben capiti dai contadini che ci dicevano "poveri padrini"! In quel frangente, l’attenzione di P. Antonio salvò la vocazione di alcuni di noi con un suo intervento presso il padre Generale. Venne in quel famoso 1943, come visitatore canonico il P. Hauer, il quale dopo il colloquio personale con gli studenti, consigliava alcuni, per la malferma salute, a lasciare l’istituto e rivolgersi a qualche seminario per ottenere di essere là accolti. Tra questi giovani, c’ero pure io, p. Pistelli, il defunto P. Spinelli e altri. Ci confidammo con P. Antonio il quale scomparve... Sapemmo poi da quello che successe, che era andato a Roma dal P. Generale e ritornò con due novità gradite assai! La prima: sospensione della visita canonica, la seconda, sospesi pure gli esami, quindi promozione con il criterio di profitto negli studi. Fu una festa! Da Castelfranco ci trasferimmo poi a Foligno. P. Antonio ci accompagnava sempre con attenzione e ben volentieri rompeva la regoluccia che i padri non avessero contatto con gli studenti se non nella scuola. Già allora da Foligno, dopo la partenza per il Mozambico di P. Agostino De Ruschi, P. Antonio ci confidava che pure lui era deciso di lasciare l’insegnamento per partire missionario. Io gli confidai che avevo lo stesso desiderio e ci demmo l’appuntamento in Mozambico. Gli anni che ho vissuto più strettamente con P. Antonio in Mozambico, sono gli anni ’60 -’70 soprattutto nella mia permanenza nella missione di Mualama e lui in quella di Pebane. Puntualmente ci trovavamo assieme ai padri della missione di Naburi per vivere un momento comunitario, donarci vicendevolmente il perdono di Dio attraverso il sacramento della Riconciliazione e informandoci sull’andamento delle nostre missioni. Erano incontri di grande conforto perché erano tre missioni distaccate e lontane dal centro delle missioni della Zambezia.
P. Antonio era quello che viaggiava più di tutti noi, ci portava le notizie delle altre missioni e ci faceva vivere una desiderata comunione.
Si prestava volentieri al servizio nelle nostre missioni specialmente in quella di Mualama, con ritiri, e incontri con i cristiani e catecumeni, era chiamato: "Mapatri mutokotoko" = Padre grande... E davvero era grande per noi, suoi confratelli, quando ci aggiornava su documenti, encicliche e libri di attualità... Lo faceva con la chiarezza e con la bontà come quando ci insegnava filosofia a Foligno.
Non mancavano le serate allegre quando aveva programmato qualche scherzo a spese di qualcuno.
A Mualama in occasione del compleanno di P. Giovanni Gadotti, che era il nostro economo guardingo, P. Antonio gli giocò un divertente tiro.
Andò alla rivendita di Notocote della Compagnia Boror, prelevò una cassa di birre da 24 bottiglie, pregando di fatturarla al nome di p. Gadotti, ben conosciuto a Notocote.
Tutto fatto! Padre Antonio ritorna alla missione di Mualama e invita gli altri padri di Naburi, e improvvisa una buona cena a base di gamberetti piccanti, castagne di cajù e birra fresca a volontà, il tutto presentato come un regalo della Boror a P. João Gadotti! P. Antonio ci aveva informato su tutto e quindi noi ci davamo da fare per ringraziare P. João della sua generosità e anche lui non era meno euforico di noi.
La sorpresa arrivò il giorno dopo quando l’impiegato del negozio di Notocote mandò la fattura della cassa di birre da pagare a P. João! Il caro padre João, riavutosi con stupore dall’imbroglio fu meraviglioso e la sera seguente facemmo un bel bis della cena dove lui stesso ci versava la profumata fresca birra.
Un’altra "bincadeira" = furbacchiata, la organizzò a Quelimane a spese di padre Pompilio, un missionario cappuccino di Bari, nostro caro amico.
Per P. Pompilio non esisteva il contachilometri nella Land Rover, e sulle strade africane P. Pompilio era un pericolo nazionale. Ci pensò P. Antonio a quietarlo; si mise d’accordo con la polizia stradale informandola che stava per arrivare a Quelimane P. Pompilio proveniente da Morrumbala.
La polizia si mette in agguato a un chilometro da Quelimane lo blocca e gli appioppa una solenne multa.
Nel frattempo P. Antonio era andato nel negozio di Nathubhai a Quelimane ad acquistare birre, dolci, frutta, whisky e altro. P. Pompilio arrivò furioso imprecando contro la polizia che lo aveva "scorticato", si sfoga con P. Antonio il quale gli faceva coraggio e concordava anche lui che la polizia era stata troppo severa con un povero frate... Dopo qualche momento entrano in casa i poliziotti, potete immaginare l’ira di P. Pompilio, li avrebbe mangiati... ma qui viene allo scoperto la "gattoneria" di P. Antonio che spalanca la porta della sala grande, e là appare una tavola imbandita di ogni ben di Dio.
L’ira di P. Pompilio si tramutò in letizia francescana e ci fu l’abbraccio tra i lupi e l’agnello... Poliziotti e missionari in un unico abbraccio con un brindisi alle spese del portafoglio di P. Pompilio. Io, p. Pistelli, ero tra questi fortunati in quel giorno che rimase storico, perché tutte le volte che P. Pompilio veniva in Land Rover a Quelimane, qualche chilometro prima di arrivare, metteva la terza marcia per non rischiare un altro brindisi! Potrei continuare a raccontare... Perché molte sono le vicende vissute con P. Antonio nei lunghi anni nelle missioni di Mualama e Pebane. Ma voglio solo riportare qui una delicatezza davvero evangelica di P. Antonio... Quando nell’avvicendamento degli avvenimenti delle missioni si presentava l’occasione di esprimere giudizi o pareri negativi su qualcuno, P. Antonio ascoltava, poi immancabilmente accendeva la sigaretta e sbirciando sopra le lenti degli occhiali ti soffiava in faccia il fumo... e il discorso finiva lì. Si imparava da lui la delicatezza della carità. Il mio convivere con lui è stato di profonda amicizia e stima, amicizia che non voglio perdere neppure ora perché so benissimo che quel seme di bontà lanciato nel solco della terra africana sta dando già i suoi frutti.
Bagnarola 18/10/1997 Padre Enzo Pistelli, scj
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TESTIMONIANZE
Di testimonianze sul P. Losappio ne potremmo riportare tante e tante da riempire molte pagine. Non possiamo tralasciare quella di P. Panteghini, Superiore Generale della Congregazione. Fossero molti come lei! Carissimo Padre Antonio, le porgo il saluto di tutti i missionari del Mozambico che le sono molto uniti in questi momenti di sofferenza che lei sta vivendo e sono ammirati della sua forza d’animo e della sua spiritualità di Sacerdote del Sacro Cuore tanto forte: di oblazione e di disponibilità alla volontà di Dio. Anch’io l’ammiro, caro padre. Il suo esempio ci impressiona e ci anima. Fossero molti come lei, il P. Dehon ne sarebbe fiero. Io penso che sono molti. Ma nascosti e umili. Voglia il S. Cuore che tutti noi viviamo così.
Sono tornato dal Mozambico pieno di soddisfazione e di ammirazione per quello che fanno e hanno fatto i nostri confratelli. Sono un gruppo ammirabile, stanno facendo un lavoro meraviglioso. Hanno trovato il modo giusto di formare la giovane chiesa della Zambesia e le circostanze hanno dimostrato quanto il metodo fosse esatto ed efficace. Un mese o poco più di permanenza non mi ha certo permesso di vedere molto. Sono passato in tutte le nostre missioni e in alcune dei Padri Cappuccini: ovunque serenità, zelo, amore alla gente. Tante cose più che viste le ho intuite. Alcune comunità visitate mi hanno dato l’idea di quello che possono essere tutte le altre. Sinceramente posso dire che nel Mozambico i nostri confratelli sono veri missionari, attuali, aggiornati, efficaci. Ho visitato già Zaire e Camerun. Anche laggiù i nostri confratelli lavorano molto e bene. Proprio nello Zaire e nel Camerun i confratelli hanno voluto sapere come fanno quelli del Mozambico e sono rimasti ammirati e si propongono di imitarli.
Ho visto anche Pebane, dove lei ha passato tanti anni e ha realizzato tante opere. Congratulazioni per tutto quanto ha fatto. La chiesa soprattutto è magnifica... La ricordano tanto la gente di Pebane e dintorni... e chiedono sempre di lei...
Caro padre, so che non c’è bisogno di farle coraggio, ne ha più di noi tutti. E nelle sue sofferenze i primi a beneficiarne giustamente sono i suoi confratelli e i fedeli del Mozambico! Ma se ne avanza un angolino anche per me... ne ho molto bisogno, per fare meno peggio possibile quello che per volontà di Dio devo fare.
Saluti caro padre. Le sono unito con la preghiera. Auguri di santità e disponibilità dehoniana.
Cordialmente e sinceramente nel cuore di Gesù. P. Antonio Panteghini s.c.j.
sup. gen.
P. Marchesini parla di una speciale Comunità di contemplativi sparsa per il mondo. P. Antonio si inserisce in questa comunità e la tiene viva con una corrispondenza giornaliera e fitta, mentre p. Aldo cura i corpi all’ospedale.
La corrispondenza non cessò col suo male. Finché poté, scrisse e ricevette lettere. Qui, una di Suor Gallini dall’ospedale.
Le sue parole, un canto di lode Reverendo Padre, mi è giunta la lettera di P. Antonio Losappio in un letto d’ospedale. Mi sono sentita tanto piccola di fronte alla grandezza che Dio sa manifestare in anime belle come quella di P. Antonio.
Veramente Dio è grande e meravigliosamente buono, e tanto più quando trova chi sa farsi trasparenza di questa sua intensità e gratuità d’amore.
Le parole di P. Antonio mi hanno fatto sentire più vera, più forte, la realtà della sofferenza umana che, in questi giorni, una semplice appendicite e la vicinanza di tanti ammalati, mi ha fatto meditare.
Ho ripensato a P. Antonio nella preghiera del Rosario, ho associato la sua serenità e la sua ricchezza interiore alla ricchezza spirituale della Madonna, di cui, pure in questi giorni, andavo meditando.
La Madonna non ha fatto miracoli, ma ha saputo chiederli; di fronte alle anfore vuote di vino alle nozze di Cana, non poteva far niente, ma si è rivolta a Gesù.
Quando ci si trova, per grazia di Dio, ad essere partecipi delle vicende umane, il primo momento, molto spesso, è quello di affidare tutto alle mani di Dio.
Anche l’esperienza di P. Antonio è un esempio luminoso di come mettere nelle mani di Dio questa nostra umanità, tutta intera, nella sua concretezza, nei suoi limiti, nella sua piccolezza. Il Signore fa storia con tutto questo, fa storia anche con le nostre sofferenze, con le nostre ribellioni al dolore, col pianto e l’angoscia nel vedere infranti i nostri progetti, fa storia con le nostre paure, e fa rifiorire, nel silenzio, la speranza.
La Madonna si abbandona al Signore, senza "ma", senza "finché", si lascia guidare dalla grazia, e canta il Magnificat, per aver toccato con mano la grandezza di Dio.
Anche le parole di Padre Antonio, la sua ricchezza spirituale, sono un canto di lode, un grazie al passato, al presente, un "sì" incondizionato al futuro. Sono la ricchezza di un anello, parte di quella catena di grazia salvifica e redentrice che si diffonde nel mondo attraverso la comunione dei Santi.
Comunione viva, vera, presente, che si continua nel tempo, attraverso il quotidiano, molto spesso sconosciuto e silenzioso, di ogni persona.
L’amore, che ci è donato, è desiderio di vita, anche nel momento della sofferenza, quando diventa grido di misericordia che sale a Dio per tutta l’umanità, quando è attesa fiduciosa che si compia in me la beata speranza della visione di Dio.
Maria ce ne ottenga il dono con la fedeltà in questo cammino.
Il cammino della Vergine è il "cammino" di ogni uomo. Quando sono i "cammini" di Dio, non soltanto ci salvano, ma sono il nostro modello, per diventare segni, piste di amore, nella storia della salvezza.
Diceva il card. Ballestrero in una sua meditazione: "Giorno dopo giorno, questa nostra capacità di diventare segno dell’amore di Dio, sarà il criterio per valutare il nostro progresso nella conversione. Più ci si converte, più si diventa ‘trasparenza’ dell’amore di Dio, trasparenza che, nel mondo, annunzia il grande mistero della fede. ‘Noi abbiamo creduto all’amore di Dio’ (1Gv 4, 16). Dobbiamo crederci e crederci così, nella concretezza di un impegno che ogni giorno si articola in mille momenti, gesti, occasioni.
La Vergine benedetta non è soltanto consolatrice del nostro cammino, ma rende anche noi consolazione nel cammino degli altri".
Suor Anna Maria Gallini

FINE
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( modificato in data 22-4-2013)
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