Padre ALDO MARCHESINI
Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane (Mozambico)
Sito Ufficiale
Giovedí  23-11-2017   ore  23:20    Buona Notte   IP 54.80.146.251
(Auguri a Padre Aldo per i suoi 43 anni di attività in Mozambico!)
Padre Aldo scrittore
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Racconti di Padre Aldo
(Ordinamento per titolo)
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titolokB
Aldo, cugino mio!8.2
Carissima Chiara, carissimo Emme49.1
Carissimo Babbo23.2
Caro Padre Dehon622.0
Dare il nome a Dio8.3
Dove finisce il tempo12.8
FERITE A VITA - viaggio nel mondo delle fistole ve…52.8
Il povero diavolo14.9
Il seme che muore190.7
Il volto del fratello30.4
Ippocrate senza budget20.1
Kalani murima. Siediti, cuore mio238.4
L'angelo89.1
La Montagna49.7
La figlia di Sunde9.8
La mia missione in Mozambico27.8
La mia testimonianza sulla infezione da HIV AIDS19.1
Le Missioni dehoniane8.1
Lettera a Papa Benedetto XVI4.8
MULHERES CORAJOSAS - viagem no mundodas fistulas v…50.6
Missioni ad Gentes intervista9.4
O fiore notte!85.9
Obbedienza e preghiera7.1
Pa Citatu154.7
Padre Emme248.8
Parlaci della Missione5.5
Pasqua al mare ovvero «spiaggia come avventura int…23.5
Piccolo come un seme di senape276.2
Progetto -chi avrà dato un solo bicchier d'acqua3.7
Quando vuoi fare una cena12.4
Rapete14.2
Ricordi di ospedale35.9
Ricordo di Padre Agostino Gioacchino De Ruschi7.1
Ricordo di padre Emilio Bertuletti53.9
Sapore d'africa8.0
Scuola elementare di contemplazione10.5
Seconda vertebra cervicale136.9
Storie del vecchio abate185.9
Terra Santa34.4
Un medico in missione191.9
Viaggio a Mocuba124.4
Vieni e vedi222.0
A Montanha (in lingua portoghese)52.1
Segunda Vértebra Cervical (in lingua portoghese)132.5
Poesie di Padre Aldo
(Titoli in ordine alfabetico)
titolokB
Addio, domani, amici, vado via1.0
Attraversai di notte il fiume asciutto1.4
Cero che brilli sopra il mio altare1.3
Cittadino del mondo1.6
Foglie secche, sollevate dal vento1.6
Gesù e la luna4.4
I baobab avevano le foglie!1.7
Il cimitero di Milevane1.3
In silenzio brucia la candela1.1
L'albero che prega0.7
La piazza1.4
Mentre il cavallo, lento, camminava1.4
Notte ti chiedo lasciati pregare0.9
O fiore notte1.0
O quarto di luna calante1.8
Per voi, sorelle stelle, esiste il tempo?1.4
Poesie di Songo5.3
Sognavo che avevo le ali e volavo1.1
Stavo sul tetto1.1
Tamburi lontano1.1
Vento caldo del Sud1.5

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IL VOLTO DEL FRATELLO

(Marchesini Aldo)

(1)
Un giorno di questo terzo millennio il povero missionario in mezzo alla foresta apre la posta elettronica e legge un messaggio per lui: "Vieni in Italia per il Giubileo e dacci una testimonianza sul tema «il volto del fratello»".
Il povero missionario rimane sorpreso e impensierito. Spinge il tasto «rispondi all'autore» della sua posta elettronica e chiede: "Cosa volete che vi racconti del volto del fratello?". "Vogliamo che ci parli soltanto della tua esperienza e basta. Una cosa semplice".
Come potete capire, nel nuovo millennio anche nella foresta ci sono i computer ed arriva la posta elettronica. La missione non è più quella di una volta, quando annunciare il vangelo fino agli estremi confini della terra voleva dire proprio arrivare fino agli estremi confini della terra e poi, soprattutto, restarci, assumendone tutte le conseguenze.
Molte cose, quindi, sono cambiate, ma una credo che sia sempre quella e che lo sarà per sempre: anche agli estremi confini della terra, colui che vi abita è mio fratello ed il suo volto sarà sempre il volto di mio fratello, senza togliergli o aggiungergli nulla.
Voglio restare quindi al tema e raccontare soltanto la mia esperienza, senza tanti commenti. Il volto del fratello così com'è stato visto dai miei occhi, e basta. Una cosa semplice, senza pretese.



(2)
La mia prima esperienza di missionario è stata in Uganda. Avevo allora 29 anni e, tra le cose che più mi colpirono, ci fu senz'altro l'incontro con alcuni missionari ultra ottuagenari, che continuavano a vivere là.
Il primo missionario di cui voglio parlare è, a dire il vero, una missionaria.
Si chiamava Suor Camilla, conosciuta da tutta la popolazione della missione di Kalongo come "Ciomil". Era piccolina, magra, curva, una suora che avrebbe potuto fare da controfigura a madre Teresa di Calcutta. Era arrivata in Uganda nel '64, insieme a tanti altri missionari, padri e suore, espulsi dal Sudan durante la persecuzione religiosa.
Nel Sudan, c'era arrivata nel 1911, dopo un viaggio in nave fino ad Alessandria d'Egitto e poi in battello, risalendo il Nilo per altri duemila chilometri, fino a Juba. L'ultimo tratto l'aveva fatto aggregata alle carovane di cammelli e dromedari. Aveva viaggiato per mesi. Era per me l'immagine vivente dei missionari di un tempo, che partivano, si può ben dire, una volta per tutte. Era tornata in vacanza due o tre volte appena e, l'ultima, era stato più di vent'anni prima, subito dopo la seconda guerra mondiale.
La trovai a Kalongo nel 1970, quando era in missione da quasi sessant'anni. Si muoveva adagio, tutta curva, con l'aiuto di un bastone, ma lavorava ancora.
Aiutava nell'orto ed in cucina. Parlava poco, ma sorrideva e pregava molto.
Per me era il ritratto della fedeltà: la sua figura mi diceva: "Ci sono. Sono contenta d'essere qui e se tornassi a vivere cento volte, tornerei qui per cento volte, sempre per restarci".
A Kalongo c'era un altro vecchio missionario: fratel Faustino. Era piuttosto malconcio: aveva un braccio finto e con l'unica mano si appoggiava ad un bastone per riuscire a camminare, perché una delle gambe era rigida e più corta dell'altra. Era sempre circondato dai bambini che vivevano nei dintorni della missione, attirati dalla sua pazienza e bontà. Aveva una specialità, una virtù terapeutica nelle mani. Guariva dalla puntura degli scorpioni, frequenti in quella zona. Non erano mortali, tuttavia la loro puntura provocava un forte dolore per molte ore. Bastava che appoggiasse la mano sulla parte colpita per due o tre minuti ed il dolore cessava d'incanto.
Per ultimo vorrei ricordare padre Molinari, il missionario più antico tra quelli viventi in Uganda. Anche lui era stato in Sudan per vari decenni, poi era arrivato in Uganda nel '64. Era piccolo e magro, sempre sorridente, si ricordava tutto, di quando era giovane ed annunciava il vangelo tra le popolazioni di Bahr el Gazal, nel Sud- Sudan. Il padre generale gli aveva dato il compito di mettere per iscritto i suoi ricordi e lui, obbediente, passava lunghi tempi a scrivere quaderni di memorie.
Nel '74, mentre era intento a trasformare in storia la vita vissuta dell'annuncio del vangelo in quella regione dell'Africa, nei primi sessant'anni del secolo, fu colto da un dolore violento all'inguine. I suoi confratelli della comunità di Lira lo portarono di corsa da me ad Aber, l'ospedaletto missionario più vicino.
Aveva un'ernia crurale incarcerata, che bisognava operare senza indugio.
L'intervento andò bene, nonostante la mia preoccupazione ad operare una persona tanto anziana. Rimase con me due o tre settimane, durante le quali ebbi modo di stringere una sincera amicizia e di farmi raccontare com'era la vita missionaria cinquant'anni prima.
Potrei dilungarmi a raccontare di tante altre figure di missionari anziani che mi hanno fortemente colpito e soprattutto confortato e consolidato nell'entusiasmo d'essere missionario. Questi furono tra i primissimi incontrati sul posto da me, pivellino appena arrivato e costituiscono ancor oggi il prototipo del volto dei miei fratelli maggiori.


(3)
Anche se cominciai la vita missionaria in Uganda, quello fu però il preludio.
La mia vera missione la cominciai a vivere in Mozambico. Dato che questo Paese stava preparandosi a ricevere l'indipendenza ed aveva scelto un modello di vita comunista, l'idea di avviare un ospedale missionario morì prima di nascere e, d'accordo coi miei superiori ed il vescovo, firmai un contratto per lavorare negli ospedali dello Stato.
Dopo due mesi d'adattamento ed integrazione nel Sistema Nazionale di Sanità, fui nominato direttore ed unico medico di un ospedale di 120 letti, nella cittadina di Mocuba a 150 km dalla costa.
Mi trovai da solo a dover curare malati di tutti i tipi ed età. Bambini disidratati dalla diarrea fino a morirne, o soffocati dalla polmonite, o ridotti ad una piaga dal terribile morbillo dei tropici, bambini ustionati dal fuoco che si era appiccato ai vestiti, o scossi dalle convulsioni per la febbre o la malaria o la meningite.
Adulti con l'addome disteso da grandi asciti, come sequela della bilharziosi, o con le braccia e gambe gonfiate da enormi ascessi muscolari, o con scroti grandi come damigiane per la filariasi o per idroceli giganti.
Donne anziane con ulcere tropicali nelle gambe, maleodoranti e degenerate in cancro. Giovani donne in fin di vita per un travaglio di parto bloccato, con l'utero rotto ed il feto con un braccio fuori della vagina.
Ragazzi caduti dalle palme mentre coglievano i cocchi, con la spina dorsale spezzata e paralizzati nelle due gambe, o gente d'ogni età, vittima d'incidenti stradali, con fratture esposte o milza rotta e addome pieno di sangue.
Mocuba era all'incrocio di parecchie strade ed era l'unico ospedale per molti distretti. Ero chiamato di giorno, di notte, mentre mangiavo, mentre riposavo o mentre celebravo la messa.
Per me Mocuba fu un'esperienza eroica, quasi da leggenda. Ebbi l'occasione di praticare ogni branca della medicina, di veder guarire malati che erano ormai in punto di morte, di veder morire altri che si erano ricoverati per una patologia banale. Toccai con mano come in nulla mi sarei potuto ritenere il padrone della vita o della morte. Appresi con violenza e con dolore la mia piccolezza ed insignificanza.
Ricordo un malato che soffriva d'asma. Fu ricoverato con una crisi violenta.
Coi farmaci a disposizione sembrò riprendersi un po'. Non avevo ancora avuto esperienza di quanto l'asma potesse essere maligna. I parenti mi premevano, insistevano, mi chiamavano. Io li tranquillizzavo ed assicuravo che d'asma non avevo mai visto morire nessuno (ed era vero, in quel tempo). Lo dicevo convinto, sospinto dalla mia ignoranza e orgoglio.
Non passarono molti giorni, dopo d'aver detto quelle parole, quando una sera venne l'infermiere a chiamarmi perché il paziente stava molto male. Quando entrai nelle stanze era già morto. Morto, soffocato da una crisi d'asma più violenta dell'abituale.
Un giorno l'elettricista dell'ospedale ebbe un attacco d'appendicite acuta mentre lavorava all'impianto della sala operatoria. Fatta la diagnosi, in quello stesso omeriggio, decisi di operarlo. Appena anestetizzato, prima ancora di incidere la pelle, gli si fermò di colpo il cuore. Massaggio cardiaco, adrenalina, respirazione artificiale. Nulla da fare. Morì così, in meno di dieci minuti. Aveva trent'anni.
Un giorno della settimana santa arrivò un ragazzino con sintomi di peritonite.
L'operai d'urgenza. Quando l'aprii trovai pus, con l'intestino ridotto ad una matassa di viscere aderenti e cosparse di granulazioni minuscole.
L'interpretai come una carcinosi intestinale. Richiusi l'addome ed informai mestamente i familiari. Il ragazzino era catecumeno ed i genitori chiesero che lo battezzassi subito, prima che morisse. Con molta commozione celebrammo il battesimo. Il giorno dopo era stazionario, senza peggioramenti. Al secondo giorno la febbre diminuì e la mattina seguente si svegliò che aveva fame e chiese da mangiare. Sorpreso dall'andamento, fui a rivedere sui libri e capii che non era una carcinosi, ma una tubercolosi addominale. Basta aprire la pancia ed esporre le viscere, che subito può cominciare il miglioramento: la famosa "boccata d'aria" di cui parlano il libri e che fa tanto bene a questa malattia. Cominciai il trattamento antitubercolare ed in poco tempo recuperò e andò a casa coi suoi piedi.
La vita d'ospedale, a Mocuba, non era soltanto scontrarsi e combattere con le malattie. Era anche essere a disposizione senza alcun orario o limite. Si fa presto a dirlo, e sembra anche una cosa bella ed eroica, ma quando la si vive e ci si deve alzare di notte una, due o anche tre volte, la bellezza svanisce e l'eroismo diventa tentazione di ribellarsi. Ricordo solo un episodio che mi amareggiò moltissimo, ma che poi, più tardi, fu l'occasione di una grande grazia del Signore.
Vennero a svegliarmi a mezzanotte per vedere una paziente al pronto soccorso.
Mi alzai pieno di sonno, sperando che non fosse un caso tanto grave da dover correre in sala operatoria e passarvi il resto della notte. Era una ragazza accompagnata dalla mamma, proveniente da Mugulama, ad oltre 150 chilometri di distanza. Avevano fatto il viaggio in corriera ed erano arrivate mezz'ora prima, scese dall'autobus alla fermata del fiume, dov'era il capolinea. Erano arrivate al pronto soccorso a piedi, stanche e assonnate ed avevano chiesto che il dottore venisse subito. Quando però visitai la ragazza, scoprii che si trattava di un banale mal di pancia cronico e di poca importanza.
Mi sentii ribollire, trattato come una cosa, senza alcun rispetto per me e per la mia funzione di medico che doveva badare, da solo, giorno e notte, alla salute di centoventi malati, molti dei quali seri.
Sentii quella chiamata come un'offesa grave, un atto di disprezzo, che mi toccava nel fondo dell'anima. Non seppi trattenermi e mi arrabbiai con loro e con l'infermiere, dicendo che non avevano criterio né rispetto e stavano abusando della mia pazienza. Mi sfogai con veemenza, ma quando passai dalla cappellina, che avevo sistemato nel salotto di casa mia, prima di rimettermi a letto, mi sentii trafitto dal rimorso per aver gridato ed aver perso la pazienza.
Quante volte mi sono capitati episodi simili in tanti anni! Ma questo fu l'origine di una grazia, come dicevo, perché dopo quella preghiera di rimorso e di pentimento, in cappella, all'una di notte, il Signore mi inviò un suo angelo, un personaggio interiore che mi accompagnò vari mesi, per consolarmi ed insegnarmi la pazienza e la mansuetudine del cuore, che scaturiscono dallo scaricare nel seno di Dio Padre tutte le contrarietà e preoccupazioni e dal concentrarsi nell'unione con Lui e nella Sua presenza.
Chiamai quest'angelo "il monaco", perché mi piaceva raffigurarmelo come un vecchio monaco che aveva ormai raggiunto la pienezza della contemplazione e della pace interiore.
La lunga visita del monaco mise a nudo una tentazione che andavo covando da mesi, senza avervi mai dato peso. Era la tentazione della fuga, il desiderio di lasciare quella vita di corsa senza fine, di pressione continua di malati da curare, operazioni da fare, stanchezza e sonno da sopportare, per dedicarmi alla pace e serenità della contemplazione. Avevo dato anche un nome al luogo del mio sospirato rifugio: lo chiamavo "la Trappa", monastero idealizzato, disegnato con la fantasia dei sogni.
La venuta del monaco, che aveva lasciato la sua trappa per venire a condividere la mia vita e tentare d'insegnarmi la sua sapienza, mi fece comprendere che la mia trappa non sarebbe mai stata un convento di pietre, ma un luogo interiore dove vivere lo spirito della contemplazione, un convento senza più muro di cinta, un convento grande come il mondo.
Cominciai a parlare di queste cose coi missionari e missionarie che passavano da Mocuba e scoprii che questo conflitto tra il desiderio della contemplazione e della preghiera e le esigenze dei doveri dei propri impegni pastorali, sociali e di lavoro, era molto diffuso e sentito da tanti. Un po' alla volta nacque il desiderio di mpegnarci a costituire una comunità di contemplazione, il cui convento era il mondo e di coltivare con la preghiera, lettere ed incontri la nostra comunione reciproca e la condivisione del desiderio interiore di far crescere ed esprimere la vocazione contemplativa, pur continuando, in pieno, ciascuno nel proprio lavoro.
Altri fratelli e sorelle si aggiungevano alla mia ormai grande famiglia. Nella mia ancora breve esperienza di vita missionaria toccavo con mano la verità della parola di Gesù: " Chi lascerà suo padre, sua madre e i suoi fratelli per causa mia, riceverà il centuplo su questa terra".


(4)
Un anno e mezzo rimasi a Mocuba, poi fui trasferito alla provincia di Tete.
Pur essendo sempre in Mozambico era molto differente e mi dette l'impressione di essere trapiantato in un altro continente.
Dopo pochi giorni ebbi il mio primo incontro con i feriti di guerra. La provincia di Tete confinava con l'allora Rhodesia del Sud, con regime d'apartheid ed era in corso una guerra tra vari gruppi di nazionalisti ed il governo razzista. Un giorno ci fu un'incursione di governativi in un campo d'addestramento reclute dei guerriglieri, situato in territorio mozambicano.
Ci furono centinaia di morti e molte decine di feriti.
Il primo camion ne portò una ventina, due o tre ore dopo il tramonto.
Rimanemmo a curare i feriti tutta la notte, fino a giorno pieno.
L'ospedale di Tete non era molto grande, perciò li sistemammo nel corridoio della chirurgia, in qualche letto libero, su barelle, per terra, su materassi e coperte.
Bisogna viverla un'esperienza così, per sentirne nel cuore tutta la drammaticità, ed al tempo stesso la sua straordinaria potenza, che penetra fin nel midollo e suscita forza, dedizione, comprensione, fraternità, collaborazione totale e incondizionata.
L'unico chirurgo ero io, ma arrivarono da casa in poco tempo tutte le suore, gli infermieri della chirurgia e del blocco operatorio. Vennero pure due miei colleghi medici, una dottoressa giovane, appena laureata ed il direttore, anziano, ma preparato più sulla medicina preventiva e sanità pubblica.
I pazienti da operare erano appena cinque o sei, mentre gli altri avevano bisogno solo di lavare e disinfettare le ferite, di essere suturati o di mettere una stecca di gesso e di ricevere flebo e trasfusioni.
Li mettemmo in lista d'attesa per ordine di gravità ed io entrai in sala operatoria, mentre gli altri amministravano i soccorsi di cui ognuno aveva bisogno.
Sul far dell'alba arrivò in città il corpo del padre Castro, che era stato falciato sulla strada da una raffica di mitragliatrice. Dalla sala operatoria andammo tutti nella chiesa di cui era parroco, per partecipare alla messa di suffragio per lui e gli altri morti nell'attacco, presieduta dal vescovo.
La guerra della Rhodesia durò alcuni anni ed io ebbi occasione di viverla da vicino, perché l'ospedale di Songo, dove fui trasferito sul finire di quell'anno, era il più vicino alla frontiera e quindi il più comodo da raggiungere, portando un ferito a spalle su una barella di frasche. Ci volevano quattro giorni di marcia forzata nei boschi, per arrivare dal confine fino a noi.
Ma in che stato arrivavano i feriti!
Dimagriti, sporchi di sangue, disidratati, pieni di febbre e molte volte con rivoli di pus che scorrevano dalle ferite e lasciavano una scia di gocce sul corridoio del pronto soccorso.
Col passare del tempo ci famigliarizzammo coi guerriglieri, anche se erano piuttosto rudi e silenziosi. A Songo fu costituita una loro base, per assistere i loro feriti e farli poi ritornare al fronte, una volta guariti. Il loro capo era un guidatore di caterpillar e trovò lavoro nell'impresa che gestiva la centrale elettrica annessa alla grande diga di Cabora Bassa, e la cui sede centrale era proprio lì a Songo.
Un giorno mi venne a chiedere se non potevo accettare in ospedale alcuni guerriglieri, a turno, per impratichirsi nelle cure dei primi soccorsi da darsi ai feriti sul campo di battaglia. Avvisai i miei superiori della Sanità, che dettero subito il loro benestare.
Per due anni continuarono a venire a gruppetti di due o tre ed ogni tanto in mezzo a loro c'era anche una guerrigliera.
Nell'aprile del 1980 anche quella guerra finalmente terminò ed io fui invitato al pranzo di celebrazione della pace, sul limite del bosco, dove avevano preparato il icevimento. Si mangiò polenta e fagioli con qualche pezzetto di gallina: la loro povertà non permetteva di più. Tuttavia, al termine del pranzo il capo mi consegnò un diploma di benemerenza, che conservo tuttora e che dichiarava che il dottor Marchesini era stato loro amico nel tempo della sofferenza della guerra.
La pace purtroppo durò poco! Dopo due anni cominciò la sanguinosa e terribile guerra interna del Mozambico, che doveva durare ben 10 anni.
La caratteristica saliente fu quella di fare costanti imboscate sulle strade.
I trasporti dovevano avvenire in colonne di camion scortate da gruppi di militari armati di mitragliatrici e bazooka. Quando una colonna veniva attaccata c'era sempre una nutrita sparatoria, che lasciava sulla strada numerosi feriti. Ci abituammo a ricevere i feriti sempre in gruppi ed imparammo a conoscere il potere terribile delle pallottole.
Le ferite d'arma da fuoco sono le più imprevedibili e si rimarrebbe ammirati per la fantasia, tra virgolette, delle lesioni provocate. A me è capitato di vedere feriti col collo attraversato da lato a lato da un tiro, il cui proiettile era passato in mezzo a quegli organi delicati senza lederne alcuno.
Altre volte un tiro sparato per caso aveva invece rovinato una persona, come capitò ad un bambino, raggiunto all'orbita da una pallottola, che gli distrusse l'occhio o ad un giovane col braccio completamente paralizzato da un colpo che gli aveva tranciato il nervo.
Un'altra piaga atroce erano le mine, che di solito colpivano civili e spesso anche bambini e donne. La mina, scoppiando, polverizza il piede e straccia - é proprio il verbo esatto - il resto della gamba, che rimane semidistrutta, sfilacciata, a brandelli. L'esplosione lacera i vasi, stimolandone una contrazione violenta, di modo che, sorprendentemente, ben di rado una mina uccide per dissanguamento.
Negli ultimi anni la lotta si incrudelì e cominciarono ad apparire persone col naso o le orecchie amputate, oppure col collo e la testa incisi da violenti colpi di oltellaccio, che non erano stati sufficienti per uccidere.
L'ultima crudeltà inventata fu quella di costringere ad appoggiare la mano su un tronco abbattuto e di tagliare con un solo colpo le quattro dita alla radice od amputare di netto il polso.
Una volta arrivò un guerrigliero ferito. Gli chiesi perché mai tagliassero con tanta crudeltà dita e mani.
"La guerra è guerra!" mi rispose…


(5)
Qualche chilometro più a nord di Tete, dall'altra parte del fiume Zambesi, c'era un villaggio di lebbrosi.
L'assisteva una suora spagnola, suor Maria. Vi passava vari giorni la settimana e, quando seppe che avevo fatto un corso sulla lebbra, in Etiopia, mi chiese di andare con lei ogni tanto a visitarli e di portare all'ospedale quelli che avevano bisogno di chirurgia. Cominciai così a frequentarli e fare amicizia con alcuni di loro.
Portavo all'ospedale quelli che necessitavano di fare pulizia chirurgica delle ulcere plantari o avevano la paralisi dei muscoli che flettono il dorso del piede. Per questi c'era un'operazione abbastanza semplice, che consisteva nel prendere il tendine di un muscolo che funzionava bene e che normalmente non era paralizzato e spostarlo sul dorso del piede, in modo da recuperare la dorsiflessione.
Altri malati avevano paralisi dei muscoli che fanno chiudere le palpebre, di modo che le lacrime scorrevano sul volto e la congiuntiva e la cornea, che restavano scoperte, si irritavano e lesionavano. Anche per loro c'era la possibilità d'un aiuto chirurgico, cioè quella di stringere la rima palpebrale suturandone qualche millimetro nell'angolo esterno.
Dai lebbrosi imparai una lezione di profonda umiltà e di grandezza d'animo. La loro infermità li diminuiva e li discriminava dal punto di vista fisico, ma li rendeva azienti e capaci di portare con dignità le loro limitazioni.
Scoprii che l'accettazione della loro infermità, ne sviluppava la libertà interiore. Avevano una semplicità ed una serenità d'animo, che mi meravigliava e che costituiva per me un esempio ed un invito a cercare di imitarli e ad imparare a saper accettare i limiti, le contrarietà e i dolori della vita di tutti i giorni.
Mi ricorderò sempre di una di loro, che aveva solo moncherini al posto delle mani e dei piedi, ma aveva una forza d'animo straordinaria. Invece di considerarsi invalida, per spostarsi camminava sui ginocchi, che si proteggeva con strisce di cuoio. Coi resti delle mani riusciva ad usare in qualche modo la zappa.
Quando si era sentita un po' meglio, aveva chiesto di tornare a casa, dove viveva, coltivando un campicello.
La rincontrai parecchio tempo dopo. Viveva lungo la strada che io percorrevo ogni mercoledì per andare a visitare i malati della pianura. Un giorno mandò una persona amica sulla strada, per fermarmi e dirmi di andare fin a casa sua a poche decine di metri.
Mi venne incontro, camminando sulle ginocchia a quattro gambe, con un cesto che ad ogni passo spostava un po' più avanti. Mi salutò con un gran sorriso e mi baciò.
"Ho saputo che tutti i mercoledì passi per di qui ed ho voluto salutarti". E, così dicendo, mi porse la sportina di foglie intrecciate.
"Questa è per te!"
L'aprii. Dentro c'era una gallina del suo piccolo pollaio.


(6)
Da quasi vent'anni ora mi trovo a Quelimane. Ero già qui, quando cominciò la guerra interna e l'ho vissuta per intero, fino alla fine, ricevendo feriti di ogni specie, cercando di rimediare alle lesioni più strane, inventate dalla crudeltà degli uomini, ascoltando le storie più inverosimili, come quelle dei "naparama", ragazzini combattenti, che avevano ricevuto il vaccino dell'invulnerabilità e che, convinti che le pallottole avrebbero rimbalzato sul loro petto, si lanciavano contro la linea di fuoco nemica, gridando e agitando con la mano una lancia di canna dalla punta di ferro.
A Quelimane ho avuto la soddisfazione di poter insegnare chirurgia a vari alunni, sia medici che tecnici. Ho sperimentato la gioia della paternità professionale ed al tempo stesso ho assaporato come è bello invecchiare lentamente, accompagnato sul fiume della vita dagli anestesisti, strumentisti ed inservienti che, anno dopo anno, lavorano insieme a me. Ho visto nascere i loro bambini, li ho visti crescere, di qualcuno ho già assistito al matrimonio.
Tra i tanti malati che ho curato ed operato, uno o l'altro, specialmente signore, hanno voluto esprimere la loro riconoscenza chiamando un figlio col mio nome, sia con quello di battesimo, Aldo, sia, più spesso, col cognome Marchesini, col quale sono da tutti conosciuto.
Qui ho avuto l'esperienza, più che in qualsiasi altro posto, delle limitazioni che la povertà dello Stato, delle persone e dei propri malati, impone all'assistenza sanitaria. Ho imparato a conoscere il volto del mio fratello sotto le vesti del benefattore. La maggioranza sono sconosciuti, persone che hanno saputo delle nostre difficoltà e che hanno donato la loro collaborazione. Persone che hanno offerto il loro denaro, a volte segretamente, senza neppure rivelare il nome, a volte, amici di vecchia data,
che hanno sentito il bisogno di giustificare in qualche modo la loro straordinaria generosità, come un industriale, quando vendette la sua barca a vela, o due famiglie, che perdettero i loro figli unici in un incidente d'auto e che vollero impiegare il risarcimento delle compagnie d'assicurazione per aiutare a far vivere qualcuno.
Come non ricordare e sentire gratitudine per la schiera senza numero di chi ha collaborato facendo decine e decine di pacchi, smistando medicine, riempiendo fino a farle scoppiare le scatoline striminzite dei campioni gratuiti, collaborando in mille modi nel ricercare le cose da essere spedite, nel trasportarle fino al magazzino, nel fare la fila all'ufficio postale, di fare, insomma, tutto il necessario perché le cose di cui si sentiva la scarsità o l'assenza, non mancassero nel mio ospedale?
Altri amici hanno organizzato spettacoli per raccogliere fondi, o lanciato pesche di beneficenza o piccole lotterie di Buone Feste. Alcuni hanno perfino combinato partite di calcio a cui avevano invitato qualche campione famoso.
Vari colleghi, specialisti nelle diverse branche della chirurgia e della medicina, sono venuti personalmente a lavorare per qualche settimana di seguito, e più di una volta, per mettere a disposizione la loro abilità e competenza a servizio dei più poveri. È bello scoprire che il fratello non ha solo il volto di chi è soccorso da noi, ma anche quello, spesso non atteso, di chi ci viene in aiuto!


(7)
A Quelimane sono diventato pure papà di un numero sterminato di "figlie", qualche centinaio ormai, accomunate tutte dal fatto di avere il grande problema di essere portatrici d'una fistola vescico vaginale e di perdere, in conseguenza, urina giorno e notte, senza poterla trattenere.
Sono tutte persone dal cuore triste e gentile, che si affezionano facilmente a chi cerca di aiutarle e a voler loro bene.
Penso che non ci sia nulla di più bello e gratificante che ricevere un bacio carico d'affetto e di riconoscenza da persone che non contano nulla e sono ritenute le ultime della società. Il fatto d'essere le ultime è la garanzia della verità e sincerità di un bacio così.
A questo tipo di persone appartengono le giovani donne afflitte da fistola vescico vaginale.
Diventate mamme, al momento del parto hanno avuto l'esperienza terribile di non riuscire ad espellere il loro bambino. Il parto si è arrestato, col collo dell'utero dilatato per completo, il bambino disceso nella vulva, coi capelli già a vista. Terribili dolori d'espulsione sempre più forti e ravvicinati e, per ultimo, la disperazione di incontrare un ostacolo invincibile, senza più speranza di partorire.
La testa del bambino, incastrata fra il sacro ed il pube, comprime i tessuti della vagina e della vescica contro il piano osseo, lasciandoli senza irrorazione sanguigna.
Nel frattempo i familiari sono riusciti a trasportare la partoriente al centro sanitario e di qui, l'ambulanza o una macchina di qualche persona compassionevole, l'ha portata all'ospedale con sala operatoria per fare il taglio cesareo.
In quest'attesa il bambino, purtroppo, è morto e, una volta estratto, s'è evidenziata l'esistenza di una fistola, cioè d'un orifizio tra vescica e vagina, da cui l'urina gocciola senza controllo, lungo le gambe, fino a terra.

La vita è salva, sì, ma a che prezzo! Tale orifizio non chiuderà più per tutto il resto della vita. Soltanto un'operazione chirurgica lo potrà risolvere. Ma è un'operazione un po' difficile, che pochi chirurghi sanno fare e che molte pazienti neppure sospettano che esista.
Queste allora cercano di adattarsi alla loro nuova condizione. Imparano ad assorbire l'urina con dei panni che devono cambiare molte volte il giorno. Si sentono differenti, si rendono conto d'emanare odore d'urina, hanno ritegno a frequentare le persone estranee e si ritirano a vivere quasi nascoste, accolte nella famiglia dei genitori, quando il marito le abbandona. E, se non le abbandona, quasi sempre si prende una seconda moglie.
Orbene, quand'ero giovane imparai la tecnica di questa operazione ed ogni tanto capita che qualche collega, in un'altra provincia, mi chiami per operare insieme con lui un gruppo consistente di queste pazienti.
Un anno fui invitato ad Inhambane, mille chilometri più a sud della città di Quelimane.
Il mio collega aveva riunito 27 pazienti. Rimasi là un mese e le operammo insieme, in modo che potesse imparare come si doveva fare per chiudere le fistole.
Il giorno in cui io partii di là, feci riunire le pazienti, per dare a ciascuna istruzioni per le prime settimane di convalescenza e per salutarle.
Erano sedute in circolo su delle panche. Quando finii di parlare e di salutare, passai per stringere loro la mano ad una ad una. Strinsi la mano alle prime due o tre, poi una di loro, invece di stringere la mano che le porgevo, mi buttò le braccia intorno al collo e mi baciò. Subito, rotto il ghiaccio, tutte le altre vollero imitarla e , ad una ad una, mi baciarono.
Con questi ventisette baci vorrei concludere il mio racconto. Mi sembra un'immagine molto bella, come un riassunto di tutto ciò che il volto del fratello desidera chiederci e donarci. Vuole che ci accorgiamo di lui, vuole che gli vogliamo bene, vuole che diventiamo qualcuno di cui poter fidarsi e su cui poter contare, ma sotto sotto, tutto questo vuole esprimere una verità più profonda. Vuole, soprattutto, qualcuno a cui poter fidarsi di volergli bene!

Quelimane, Mozambico, 4 agosto 2000

P. Aldo Marchesini scj

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( modificato in data 22-4-2013)
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